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Cerealia, la festa dei cereali dedicata all’interscambio culturale

Si apre ufficialmente il 7 giugno presso l’Istituto della Enciclopedia Italiana a Roma, l’ottava edizione di Cerealia – festival dedicato a tutti i cereali che trae ispirazione dagli antichi rituali romani delle Vestali e dei Ludi di Cerere – per portare il suo contributo all’interscambio culturale nel Mediterraneo a vari livelli (da cui il sottotitolo “Cerere e il Mediterraneo”), affrontando i temi di Alimentazione, Ambiente, Economia, Turismo, Identità e Culture.

Promosso dalla costituenda Rete CF – Rete Cerealia Festival, Cerealia è stato inserito nel calendario istituzionale dell’Anno Europeo del Patrimonio Culturale e dell’Anno del Cibo Italiano promossi dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo, e partecipa al tavolo di programmazione della Settimana della Cucina Italiana nel Mondo. Il festival è inoltre incluso nel calendario istituzionale del programma Italia, Culture, Mediterraneo promosso dalla Direzione Generale del Sistema Paese del Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale.

Cerealia è premiato dell’EFFE LABEL – Europe for Festivals, Festivals for Europe  quale Festival Europeo di Eccellenza (2017/2018).

Negli anni scorsi sono stato raggiunti significativi gemellaggi internazionali, atti a diffondere la conoscenza e coscienza del valore della terra e delle culture autoctone, riallacciare i legami tra il territorio di produzione e la tavola del consumatore, riportando in vita anche usi e costumi antichi, fondati sul rispetto della terra e dei suoi frutti: Egitto (2011;), Turchia (2012), Grecia (2013), Cipro (2014), Croazia (2015), Marocco (2016), i Trattati tra Roma e Unione Europea (2017). L’ottava edizione è dedicata alla Repubblica di Malta in occasione della nomina di La Valletta a Capitale Europea della Cultura 2018. Grazie alla collaborazione con la Fondazione La Valletta 2018 e l’Ambasciata di Malta in Italia, la giornata del 9 giugno a Roma all’Off Off Theatre, sarà dedicata alla storia millenaria di questa giovane repubblica che, per la sua posizione strategica, è stata luogo d’incontro di diverse culture e, fin dall’antichità, nodo di scambio per le rotte commerciali nel Mediterraneo.

Cerealia, la festa dei cereali dedicata all'interscambio culturale

Il focus tematico quest’anno è incentrato su Ambiente e Paesaggio, sulle modifiche in atto a causa dei cambiamenti climatici, sull’impatto dell’inquinamento sia sul territorio, che nel mare e sugli stili di vita. Il tema guida infatti è “L’acqua e la terra. Sostenibilità ambientale e sicurezza sociale”. All’ecologia marina e alla salvaguardia degli ambienti costieri sarà dedicata la giornata del 10 giugno a Sabaudia, con l’apertura straordinaria del sito archeologico della Villa di Domiziano e varie attività culturali e di valorizzazione del territorio, oltre ad un workshop valido ai fini dei crediti professionali per i giornalisti.

Ricco e articolato è come sempre l’intero programma 2018 del Festival dislocato in vari luoghi della capitale e in altre città italiane, tra cui Palermo Capitale Italiana della Cultura 2018, confermando la sua struttura di festival diffuso, con iniziative che anticipano l’apertura ufficiale e proseguiranno in autunno tra Sicilia e Lombardia.

Cerealia collabora inoltre con l’ENEA e l’Accademia delle Scienze detta dei XL per il Wheats & Women: International Conference and “Carlotta Award 2018”, prima edizione del premio per ricercatrici nel campo dei cereali che si terrà a Romail 14 e 15 giugno 2018.

Tra le opportunità di questa VIII edizione i diverti portatori d’interesse del Festival potranno usufruire dei risultati della ricerca promossa da Osservatorio Salute e Sicurezza, il cui questionario “Cibo e Società” è disponibile anche in pdf al link sulla home www.osas.tv fino a dicembre 2018. Questo studio pilota permetterà di acquisire dati qualitativi e quantitativi provenienti dai partecipanti agli eventi di Cerealia, consentendo anche un feedback prezioso sui bisogni espressi dalla cittadinanza e favorendo, così lo sviluppo di un processo virtuoso di valutazione delle azioni e delle attività della rete di Cerealia.

Come ogni anno, la rete del festival si allarga alla partecipazione di organizzazioni pubbliche e private, che contribuiscono così in vario modo alla sua realizzazione.

IL PROGRAMMA: Programma Cerealia Festival 2018.pdf

Maggiori informazioni e dettagli sul programma al sito: www.cerealialudi.org

FACEBOOK: https://www.facebook.com/CerealiaFestival
TWITTERhttps://twitter.com/CerealiaFest

L’incantevole Fiera della Musica a Milano

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Cinque giorni all’insegna della musica e della convivialità. Con una semplice frase è possibile esprimere tutto quello che ha rappresentato la Fiera della Musica di Milano per la nostra redazione.

fiera della musica milano

Piazza Città di Lombardia ci ha accolto col nostro stand, consentendoci di fare informazione e divertirci allo stesso tempo. Uno spazio raccolto, delimitato da due palchi e un auditorium, popolato da gente di tutte le età e animato da tantissimi generi musicali, dal classico al blues, dal progressive al folk.

Un piccola grande fiera che ha aperto i nostri cuori di culturini, consentendoci di condividere questa esperienza con tantissimi colleghi giornalisti provenienti da tutta Italia. Li ringraziamo per aver dato voce alle band emergenti che presentavamo in qualità di ufficio stampa.

fim milano
Antonella Rizzo e Alessia Pizzi

 

È stato bello poter interagire con i musicisti emergenti, che solitamente seguiamo da remoto con le nostre recensioni, è stato bello dare loro voce attraverso i nostri video. È stato un onore poter intervistare anche i veterani, come  Pino Scotto, Mario Guarini, Gatto Panceri e Christian Meyer. Artisti che hanno dimostrato tutta la loro empatia nei confronti della Fiera proponendo anche molti interventi dedicati ai ragazzi, ovvero ai musicisti del futuro.

Tra un cannolo siciliano, una crescia e fiumi di birra artigianale abbiamo potuto assaporare un’intensa esperienza professionale, quindi ci sentiamo grati di essere stati scelti da Verdiano Vera come mediapartner dell’evento.

Ringraziamo i fan che ci hanno seguito sulla pagina facebook e invitiamo tutti a vedere le nostre video interviste nella playlist dedicata.

Proponiamo in particolar modo ai lettori musicisti di rivolgere particolare attenzione all’intervista fatta al NuovoImaie e a SoundFeat per poter ampliare la propria tutela in fatto di diritto d’autore e la propria visibilità in ambito mediatico.

Al prossimo #Fim!

 

Alessia Pizzi

Ermal Meta, Fabrizio Moro e Gino Strada insieme in “Musica per Emergency”

IN PRIMA TV ASSOLUTA SU ZELIG TV (CANALE 243 DEL DTT) GIOVEDÌ 7 GIUGNO ORE 21.15

Una produzione a cura di Smemoranda in collaborazione con EMERGENCY, con la partecipazione di Nico Colonna e Gino Castaldo.

Musica, diritti umani e solidarietà: Smemoranda e Zelig TV sono liete di presentare in prima TV assoluta su Zelig TV (243 del DTT) “Musica per EMERGENCY” giovedì 7 giugno alle 21.15, una produzione con protagonisti Ermal MetaFabrizio MoroGino Strada e Gino Castaldo, realizzata da Smemoranda in collaborazione conEMERGENCY.

Video Promo di ‘Musica per Emergency’

 

A vent’anni da Il mio nome è mai più il singolo di LigaJovaPelù, scritto al tempo della guerra del Kosovo e i cui proventi commerciali furono devoluti a Emergency, un nuovo progetto musicale sosterrà l’Associazione fondata da Gino Strada. Lo annunciano Ermal Meta e Fabrizio Moro nel video che li vede insieme a Gino Castaldo, Gino Strada e Nico Colonna a CASA EMERGENCY, la sede dell’organizzazione a Milano.  I due cantanti cederanno i diritti d’autore della loro Non Mi Avete Fatto Niente a EMERGENCY per portare un contributo a favore di un progetto d’intervento in zone di guerra.

Non sappiamo esattamente cosa fare, ma aiutateci ad aiutarvi” dichiara Moro, mentre Meta spiega come dopo Sanremo, che ha dato moltissima visibilità alla loro canzone, si siano accorti di aver raccontato una storia che non gli apparteneva e “che la cosa più giusta sarebbe stata quella di darla a EMERGENCY e di collaborare con loro, attraverso tutti i proventi che la canzone avrebbe generato”.

“Nelle guerre contemporanee, il 90% delle vittime sono civili. Donne, bambini, uomini, persone come noi, con la sola colpa di essersi trovati nel posto sbagliato al momento sbagliato. EMERGENCY sa bene chi sono: li vediamo ogni giorno nei nostri ospedali. La scelta di Fabrizio ed Ermal, di sostenerci nella sfida quotidiana di promuovere una cultura di pace, ci rende orgogliosi. I due artisti hanno accettato la sfida con autenticità e realismo perché sono convinti, come noi, che un mondo senza guerra è possibile.”spiega Rossella Miccio, Presidente EMERGENCY.

Uno dei primi impieghi di Non Mi Avete Fatto Niente sarà come sigla d’apertura di PROGRAMMA ITALIA, uno dei format di approfondimento di Zelig TV a cura di Smemoranda, per dare voce, in collaborazione con altri partner, a un racconto originale e diretto degli avvenimenti e a quei valori come ecologia, diritti civili, libertà di pensiero, solidarietà, cultura, di cui da sempre lo storico diario-agenda è portavoce. PROGRAMMA ITALIA è realizzato da EMERGENCY in collaborazione con Smemoranda, e sarà in onda da settembre su Zelig TV.

A fianco del progetto musicale, la collaborazione di Meta e Moro con EMERGENCY proseguirà nell’ambito dell’Incontro Nazionale dei volontari di EMERGENCY a Trento (7,8,9 settembre), dove si svolgerà una serata dedicata alla musica a cura dei due artisti.

Una Barlady finalista al Premio Strega Mixology

Svelati nomi e ricette  dei cinque cocktail ispirati a libri che hanno vinto in passato il Premio Strega e che saranno serviti alla 72a edizione del Premio Strega, il prossimo 5 luglio a Roma.

Sono stati svelati i nomi e le ricette dei cinque cocktail del Premio Strega Mixology e i cinque barman che li hanno creati, ispirandosi a uno dei 71 libri vincitori delle edizioni passate del premio letterario. Novità assoluta del format, la possibilità, per i cinque barman di servire i propri cocktail originali agli oltre mille partecipanti della settantaduesima edizione del Premio Strega letterario, che si terrà giovedì 5 luglio 2018, a Roma, nella consueta, splendida, cornice del Ninfeo del Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia.

Più di 200 le ricette giunte da tutta Italia, oltre il 10 percento delle quali provenienti da barlady, con un sostanziale incremento della partecipazione femminile: la storica azienda Strega Alberti Benevento richiedeva ricette originali a tecnica libera con almeno 3 cl di Liquore Strega e ispirate a uno dei 71 libri vincitori delle passate edizioni del Premio Strega.

I cinque drink – tra questi la creazione di una barlady – sono: Testa Dura (composto da Liquore Strega, Amaro Braulio, sherbet limoni e camomilla home made, succo di limone e ginger beer) di Ugo Acampora del Twins, cocktail, wine, coffee di Napoli, che si è ispirato al libro Il desiderio di essere come tutti, di Francesco Piccolo, Einaudi, vincitore Premio Strega 2014.

Ancora una volta (Liquore Strega, Tanqueray Ten Gin, succo di limone, honey mix Dzenevrà e foglie di menta) di Jonathan Bergamasco del Caffè Imperiale di Vercelli, ispirato a La strada per Roma, di Paolo Volponi, Einaudi, vincitore Premio Strega 1991.

Ottovolante (Liquore Strega, Vermouth al Pop Corn homemade, Fernet, ginger ale e twist d’arancia) di Gianluca Di Giorgio del Bocum Mixology di Palermo, ispirato a Vita, diMelania Gaia Mazzucco, Rizzoli, vincitore Premio Strega 2003.

Cosmo Stregato (Liquore Strega, Vodka Torrone Mix, succo di limone, spuma di bacche e fiori di sambuco con yuzu) di Solomiya Grytsyshyn del Chorus Cafè di Roma, ispirato a Microcosmi, di Claudio Magris, Garzanti, vincitore Premio Strega 1997.

Il compositore stregato (Liquore Strega, whisky torbato, succo di limone, uovo aromatizzato, acqua sciroppata camomilla e menta, grattata di noce moscata) di Edoardo Nervo del Les Rouges di Genova, ispirato a I bei momenti, di Enzo Siciliano, Mondadori, vincitore Premio Strega 1998.

Il Liquore Strega
Nel lontano 1860 nasce in Campania, a Benevento, lo stabilimento in cui ancora oggi si produce il liquore Strega. Lo Strega é un prodotto completamente naturale ottenuto dalla distillazione di circa 70 tra erbe e spezie, provenienti da varie parti del mondo. Con le sue intense note aromatiche, con il suo inconfondibile profumo, questo liquore crea, con gli altri ingredienti, un sorprendente contrasto fra elementi speziati ed erbacei, corposi e leggeri, senza perderne l’anima raffinata.

https://stregamixology.strega.it
stregamixology@strega.it

La stagione del centenario. Il teatro Eliseo festeggia i suoi primi 100 anni

La prossima stagione del Teatro Eliseo sarà quella del Centenario. Per festeggiare l’importante anniversario è stato allestito un cartellone con spettacoli davvero imperdibili.

 

Ogni compleanno che si rispetti va adeguatamente festeggiato, specie quando si tratta di una ricorrenza come quella dei cento anni. E sì, perché il Teatro Eliseo, in questo 2018, spegne ben cento candeline.

Nel lontano 1918, quando nel nostro paese ancora imperversava la Prima Guerra mondiale, quel luogo situato su via Nazionale, assunse il definitivo nome di Eliseo.
Il progenitore dell’attuale teatro era nato nella primavera del 1900. Si trattava di un’arena all’aperto, da qui il nome di Arena Nazionale, soltanto un palcoscenico con una piccola tettoia.
Nel settembre del 1910 fu inaugurato, sulle ceneri del vecchio teatro ligneo, una nuova struttura, totalmente in muratura, dall’epico nome di Apollo.

Devono trascorre ancora otto anni perché si arrivi al nome definitivo.

Nel maggio del 1918 viene indetto un concorso per dare un nuovo nome al teatro. Prevarrà su tutti quello di Eliseo e sarà un successo.
La prima gestione del rinnovato e ribattezzato teatro fu affidata a Mentore Clerici. Questi in poco tempo e con scelte azzeccate, trasformò l’Eliseo in uno dei luoghi simbolo di tutto il firmamento teatrale romano e non solo.
Nel 1931 su quel palcoscenico debuttò Totò, il primo di un’infinità di grandissimi attori italiani.
All’Eliseo, nel corso di questi straordinari cento anni, si esibiscono attori e registi del calibro di Edoardo De Filippo, Ettore Petrolini, Macario, Anna Magnani, Paolo Stoppa, Vittorio Gassman o la grandissima Monica Vitti.

Ma anche Luchino Visconti, Franco Zeffirelli, Arnoldo Foà, Marcello Mastroianni, Mariangela Melato, Ugo Tognazzi, Nino Manfredi e moltissimi altri.
Per celebrare nel migliore modo una ricorrenza così speciale, la direzione dell’Eliseo ha deciso di confezionare una stagione con i fiocchi.

Ad aprire il sipario il 30 ottobre ci sarà Cyrano De Bergerac di Edmond Rostand, per la regia di Nicoletta Robello Bracciforti con Luca Barbareschi, Maurizio Lastrico e Valentina Bellè.
A seguire un classico del teatro greco antico: Le Rane di Aristofane per la regia di Giorgio Barberio Corsetti con Salvo Ficarra e Valentino Picone, il famoso duo comico siciliano.
L’11 dicembre sarà la volta di Salomè di Oscar Wilde diretto da Luca Fusco con Eros Pagni; a seguire Miseria e Nobiltà con il bravissimo Lello Arena.
L’anno nuovo si aprirà per l’Eliseo con la trasposizione teatrale del Il Maestro e Margherita. A firmare la regia di uno dei capolavori della letteratura mondiale sarà Andrea Baracco.
Subito dopo ancora un classico russo: I Fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij, con Glauco Mauri e Roberto Sturno.

Il finale della stagione all’Eliseo è con i botti.

Si parte con La Commedia di Gaetanaccio, di Luigi Magni con Giorgio Tirabassi e Carlotta Proietti. Si prosegue con I Giganti della Montagna diretto da Gabriele Lavia e si chiude, infine, con Novecento di Alessandro Baricco, per la regia di Gabriele Vacis.

Non meno suggestivo è il cartellone del Piccolo Eliseo.

Ad aprire le danze Il Gatto di Georges Simenon, riduzione teatrale che vedrà protagonisti Alvia Reale, Elia Schilton e Silvia Maino.
Sarà poi la volta del Il Giorno del mio compleanno, di Amati enigmi, della Triologia Carrozzeria Orfeo e , di Fuorigioco – The Pass.
Il 21 febbraio andrà in scena Shakespea Re di Napoli, a cui seguiranno Regina Madre, Zero e Muhammad Ali.
Chiuderanno la stagione Autobiografia Erotica di Domenico Starnone, per la regia di Andrea De Rosa e Spoglia-Toy, uno spettacolo di Luciano Melchionna.

Insomma non resta che sedersi e attendere frementi che si alzi il sipario

 

Maurizio Carvigno

“Diana al bagno” di Francois Boucher, Parigi: spiegazione del quadro

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Diciamoci la verità, l’estate è alle porte e fa molto, moltissimo caldo. Chi non avrebbe voglia allora di farsi un bel bagno rinfrescante?

Noi di Infusi d’Arte c’abbiamo pensato per voi e vi portiamo sulle sponde di un ruscello con uno dei dipinti più celebri di Francois Boucher, Diana al bagno, dove la bellissima dea si riposa dalla fatica della caccia immergendosi tra le acque cristalline di un fiume. La solita fortunata!

Immaginatevi la fresca penombra di un bosco, una fitta vegetazione lussureggiante intorno a voi e un corso d’acqua azzurrino che brilla illuminato dalla luce radente del sole. Il locus amenus perfetto dove concedersi un dolce bagno in armonia con la natura.

L’Infuso d’arte di oggi è “Diana al bagno” realizzato da Francois Boucher nel 1742 e conservato al Musée du Louvre di Parigi. L’opera è stata dipinta dall’artista al vertice della sua carriera sintetizzando nella classicità del soggetto mitologico la grazia e l’estetica del Rococò francese.

Potete visionarlo qui.

Costa sta succedendo?

La bellissima Diana, dopo essere stata a caccia nei boschi, decide di ristorarsi facendosi un bagno in un fiume. La nobile dea è accompagnata da una dolce ancella (o ninfa) e dai fedeli cani. Noi la vediamo già svestita, nella sua accecante e virginale bellezza, pronta per immergersi.

Sappiamo che si tratta di Diana, la superba dea greca figlia di Zeus, dai suoi attributi caratteristici come la mezzaluna d’oro che indossa tra i capelli biondi, l’arco con le frecce, le prede ed i cani da caccia.

L’apparente ispirazione mitologica dell’opera tuttavia serviva a Boucher per legittimare e nobilitare quella che altrimenti sarebbe stata considerata un’opera licenziosa per la moralità del suo tempo. Infatti il protagonista dominante del dipinto è il nudo femminile, celebrato in tutta la sua carica erotica.

Diana e la sua ancella sembrano incarnare l’idea di grazia e bellezza settecentesca che viene resa abilmente nei modellati morbidi dei corpi e nella dolcezza dei toni. La carnagione è lattea, chiara e delicata, il viso invece piccolo e dolce, mentre la figura sinuosa e sensuale.

Cosa ci fa entrare nel dipinto?

L’osservatore rimane totalmente abbagliato dalla splendente quanto fresca bellezza dei corpi nudi della dea e della sua accompagnatrice. Le due donne si intrecciano e coesistono in un equilibrio di forme eleganti e aggraziate all’interno di un paesaggio boscoso e selvaggio.

Sembrano due nobili dame settecentesche con i capelli dorati e le loro capigliature classiche raccolte sulla nuca, ornate di preziosi gioielli. I lineamenti delicati dei volti rivelano la giovane età delle fanciulle e quasi la loro ingenua innocenza di fronte l’occhio rapito del pittore.

Due parole sullo stile…

Nel quadro sono evidenti alcune caratteristiche tipiche dell’artista francese che riassunse la sua arte e la sua estetica in questo dipinto dal soggetto mitologico. Boucher fu un pittore certamente accademico, come rivelato dall’opera stessa, dallo stile classicheggiante controllato dall’equilibrio delle forme e dei colori che armonizzano la composizione. Inoltre il trattamento del nudo femminile rivela tutta la sua maestria tecnica, infatti Boucher riesce a costruire il corpo con colpi e tocchi di luce.

Anche questo Infuso di oggi è terminato, ma se avete voglia di ingannare il caldo con qualche piacevole lettura vi consigliamo di dare un’occhiata qui. Intanto vi aspettiamo al solito appuntamento sulla nostra rubrica d’arte tra due settimane!

Martina Patrizi

La paura, l’amicizia, la passione politica : in “Patria” ci sono tutti gli ingredienti di un grande romanzo

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Il libro di Fernando Aramburu ha recentemente vinto il Premio Strega Europeo.

Un racconto lungo trent’anni, la storia di persone comuni attraversate dalla storia: “Patria” di Fernando Aramburu, edito da Guanda è un incredibile viaggio tra tante storie private, normali e straordinarie, sconvolte dalla potenza della Storia.

Joxian e il Txato sono due amici che condividono anche con le loro famiglie il piacere di stare insieme. I loro figli sono piccoli, è quel momento della vita in cui pensi che tutto possa accedere. Le loro mogli hanno temperamenti diversi, anche stili di vita diversi, ma sono più importanti le cose che hanno in comune rispetto a quelle che le dividono. I figli giocano e crescono insieme. Vivono in un piccolo paesino alle porte di San Sebastian, una comunità chiusa, con i suoi ritmi scanditi, un guscio rassicurante. Ma le cose sono destinate a cambiare velocemente.

L’ETA e il territorismo

Il fanatismo, il terrorismo, l’ETA, irrompono nelle loro vite in maniera drammatica. Il Txato viene preso di mira dall’ETA, che lo ucciderà dopo una lenta campagna discriminatoria che lo lascerà sempre più solo. Il figlio di Joxian diventerà un militante dell’ETA e il dubbio che proprio il ragazzo possa avere avuto un ruolo nella morte dell’amico tormenterà Joxian. Quegli anni bui e difficili ci vengono narrati attraverso una storia piccola ma universale, perché di fronte al fanatismo tutti siamo costretti a decidere da che parte stare. Ma quelle posizioni che sembrano così sicure, sono destinate a cambiare.

“Patria” è anche questo: un libro dove si parla del perdono e del faticoso percorso per cercare di ricostruire qualcosa quando tutto è andato distrutto. Carnefici e vittime si mescolano, in un libro caratterizzato da continui flash-back, con un uso della lingua molto particolare, che regala ritmo al libro (anche grazie alla traduzione di Bruno Arpaia). Un libro che commuove, fa sorridere, che fa anche arrabbiare.

Dopo aver vinto il “Premio National de Narrativa” 2017 in Spagna, “Patria” ha recentemente vinto il Premio Strega Europeo. E’ stato un vero e proprio caso editoriale, prima in Spagna e adesso anche nel resto d’Europa. Mettetelo nella lista dei libri da leggere quest’estate, non ve ne pentirete.

Silvia Gambi

 

Lo stigma infernale di Bosch

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Hieronymus Bosch (1453ca-1516ca), habitus controverso dello stilema fiammingo della seconda metà del Quattrocento, ricopre un ruolo fondamentale nel panorama espressivo dell’epoca.

La sua iconografia del bizzarro, dell’ibrido, del grottesco urta con i parametri consolidati, contenutistici e stilistici, irrompendo con una precisa e puntuale disamina del Maligno, intrisa del “particularismo” tipico delle Fiandre.

La sua opera si muove entro l’alveo della denuncia dei vizi e delle bassezze umane. Polemica diffusa nel periodo di riferimento, ma che trascende questo aspetto, proponendo uno stilema di più ampio respiro, dove il paradosso e l’esasperazione regnano sovrani.

Il limes nei suoi lavori non sussiste. Bosch non pone termine alla sua fantasia surreale. Costui non considera né i confini del buon costume né la morsa della morale benpensante. Il ché non indica che egli sia isolato dal panorama sociale o che non abbia commissioni importanti da sovrani. Viene celebrato quale pittore insigne, rivelando la sua astuzia e abilità nell’affermare il suo anticonformismo.

Procrastina il suo credo surreale e fantasioso che incanta spettatori e mecenati di ogni genere. Nonostante il parossismo che abbraccia le sue opere, egli incontra il gusto diffuso di voler condannare, rendendo visibile platealmente il lato oscuro umano. Un’etica didattica che soddisfa le esigenze “puritane” dell’epoca, assecondata dalla fioritura multiforme di sette religiose. Una “altra Chiesa” che si diffonde al di fuori di quella ufficiale e che polemizza con la corruzione dilagante clericale, anelando a un rinnovato spiritualismo. Un preludio alla Riforma.

Lo stesso Bosch si supponga appartenga alla confraternita di Nostra Signora, il cui simbolo è un cigno bianco, pressurizzato in angoli delle sue rappresentazioni.

L’edonismo e la ricerca del piacere diffusi all’epoca sono una conferma della ricchezza di cui gode il paese, che genera di converso un misticismo spiccato, e dall’altro canto, un morboso interesse per il misterioso e l’occulto. Si diffonde un’editoria “Del Malefico”, dal “Malleus maleficarum” alla “Nave dei pazzi”, in concomitanza con la traduzione in olandese della “Legenda aurea” di Jacopo da Varagine.

In questo humus l’arte di Bosch risente delle varie contraddizioni e, suffragata dal suo intenso intellettualismo e habitus visionario, fornisce un’iconografia multiforme del Male. Il linguaggio espressivo è criptico e dà adito a varie interpretazioni del rappresentato.

I soggetti sono variegati. L’artista accetta commissioni da maestri di sette spirituali e ereticanti, sovrani come Filippo il Bello e da rappresentati del ceto medio-alto.

Il vettore è il simbolo, estremizzato nella sua figurazione. Ibridi umani, scomposizioni e ricomposizioni prospettiche, punti focali sovvertiti, tinte visionarie. Un abbecedario dell’allegoria. Demoni dipinti come sciami di insetti, angeli dalle ali infuocate, serpente tentatore con braccia e testa umane, cani con l’armatura, pesci con le ali, rospi sull’organo della fecondità femminile, orci e brocche diaboliche. Elemento peculiare in Bosch è il suo disgregare e aggregare elementi umani, animali e materiali, assemblandoli in un “antiordine”.

Un caos con un’apparente assenza di senso caratterizza le sue composizioni, mentre in esse vige un rigido schema intellettuale dove ogni singolo particolare è contemplato.

Un’incombenza del Male che adombra il sacro e il Bene. La narrazione ha accenti grotteschi che possono creare disgusto nello sguardo dello spettatore e sensibilizzano sulla tematica di riferimento.

Non è escluso che l’artista facesse uso della cosiddetta “pomata delle streghe”, uno stupefacente che dà l’effetto di visioni. Una sovrabbondanza visiva che incatena l’osservatore. Un’immersione in un labirinto dove ogni elemento non è lasciato al caso e dimostra la profonda cultura del pittore. Spazia dalla dottrina teologica alla filosofia, dall’esoterismo all’alchimia.

Ciò che colpisce è l’eterogeneità espressiva. L’osservatore ha la netta sensazione di entrare in un mondo parallelo dove le leggi del surreale dominano, sebbene in verità il simbolismo utilizzato dall’artista risulti ben ancorato a diretti riferimenti intellettuali, attraverso i quali, “vettorializza” il suo personale pensiero.

Un esempio è il motivo dell’uovo rotto, diffuso nell’arte italiana ad esemplificare la dialettica Concordia-Discordia, Amore-Guerra.

Nel caso di Bosch, questa allegoria riporta alle concezioni mistiche occidentali e orientali, dove, indica riassorbimento, nel senso di rientro nel guscio spezzato, come un ritorno a una condizione di pace, precedente alla nascita.

Il suo realismo si amalgama a una tensione verso ciò che è imponderabile, rendendo la sua arte un ossimoro, che spesso collide tra un “lirismo demoniaco” e un “verismo dell’immateriale”.

“Girolamo Bosco di Bolduc inventore nobilissimo et maraviglioso di cose fantastiche e bizzarre” Lodovico Guicciardini

L’inferno sono gli altri. Jean-Paul Sartre

Costanza Marana

Foto: Sailko [CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)]

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The Handmaid’s Tale 2×06/2×07, chi di penna ferisce

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The Handmaid’s Tale in questa 2° stagione continua ad oscillare tra la frustrazione e l’esaltazione.

I due nuovi episodi, probabilmente, sono davvero l’esempio migliore di ciò. Finiscono entrambi con momenti dal forte impatto, promettendo seri ed importanti cambiamenti nella direzione della storia. Ma sono accompagnati da una narrazione tutto sommato asfittica, con conseguenze che finiscono per tradire le aspettative.

Il bellissimo cliffhanger con cui si chiude l’episodio 2×06, un attentato suicida delle ancelle contro i capi di Gilead, è forse la scelta più coraggiosa fatta finora dall’intera serie. Ancelle kamikaze? Comandanti morti? Conseguenze? Chi è sopravvissuto e cosa succederà?

La risposta, purtroppo, non è un cambio radicale della serie, anzi l’esatto opposto. Un grande momento è diventato un grande pretesto narrativo, soltanto un effettivo pretesto, per far tornare in città come ancelle Emily e Janine. In pratica, un momento che poteva cambiare tutto ha in realtà ristabilito lo status quo più totale, tornando con l’orologio alla prima stagione.

E la 2×07? Sì, il finale è sicuramente di grande effetto, nuovamente. Quel clic alla penna, che richiama quello del timer esplosivo, è uno dei momenti più importanti per June, che torna ad essere donna, non solo ancella. E questa alleanza ambigua con Serena, che mette June a lavorare con i mostri che vuole abbattere per distruggere Gilead dal suo interno, è una zona grigia di enorme interesse.

Ma come si è arrivati a questo momento? Con la noia. Duole dirlo, ma forse The Handmaid’s Tale è diventata un po’ noiosa.

I flashback continuano a non funzionare, la trama orizzontale gira sempre su sé stessa, i subplot paralleli fanno spesso acqua. Per rimanere nell’episodio, prendiamo appunto la sottotrama di Moira. Capisco perfettamente che Samira Wiley è pagata, ben voluta e bravissima, quindi è giusto darle qualcosa da fare. Ma abbandonarla ad una vicenda che nulla aggiunge alla sua introspezione, alla trama generale, alla descrizione del mondo fuori Gilead, è una cattiveria per lei e per noi spettatori che dobbiamo sorbirla.

Una serie che indubbiamente ancora rapisce, The Handmaid’s Tale. Ma se, come nella prima stagione, mettessero la medesima cura che hanno per le immagini e le costruzioni estetiche nella narrazione, saremmo tutti più contenti.

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Emanuele D’Aniello

Novità dal mondo di Matt Groening: in arrivo una serie fantasy!

A partire dal 17 Agosto 2018, arriva su Netflix la serie d’animazione fantasy per adulti Disincanto, prodotto da Matt Groening. L’autore de I Simpson e di Futurama offre al pubblico un nuovo saggio della sua genialità in 10 puntate.

Gli spettatori saranno trasportati in un’ambientazione medievale e seguiranno le imprese di Bean, una principessa ubriacona, del suo compagno Elfo e del suo demone, Luci.

Una comitiva senza dubbio bizzarra ma perfettamente in linea con le compagnie a cui Groening ci ha abituato da tempo!

 

Che l’autore de I Griffin avesse potuto esaurire la propria vena artistica, eravamo ben lungi dal pensarlo!

L’idea però di creare una serie fantasy con personaggi assolutamente fuori dagli schermi. Cosa potremo aspettarci da questa nuova gang di personaggi – già in partenza – assurdi?

Non mancheranno avventure e incontri di ogni tipo. Già dai tempi de I Simpson Groening ci ha abituato ad aspettarci qualsiasi cosa. Il pubblico è già preparato, ma saprà ugualmente stupirci?

Poco ancora sappiamo di questa nuova serie. Non sono stati svelati ancora molti dettagli sulla serie. Sappiamo che è già stata rinnovata per la seconda stagione.

Varie sono anche i volti (o meglio le voci) noti della serie ambientata a Dreamland. Da Matt Berry, Noel Fielding, a Maurice LaMarche, già doppiatore ne I Simpson e Futurama. Non potevano certo mancare John DiMaggio o Billy West, che rispettivamente hanno interpretato Bender e Fry di Futurama.

Un cast sicuramente intessante anche se non ci è dato ancora sapere cosa o chi interpreteranno esattamente. La curiosità sale anche solo vedendo le poche immagini rilasciate in anteprima.

 

 

E voi? Siete pronti a ridere in loro compagnia?

 

Disincanto è prodotto da The ULULU Company per Netflix, Matt Groening e Josh Weinstein (I Simpson, Futurama) sono i produttori esecutivi. L’animazione è a cura dei Rough Draft Studios (Futurama). La disavventura medievale sta per iniziare.

Redazione Culturamente

Andrea Pazienza trent’anni senza al Mattatoio

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Sono passati trent’anni dalla scomparsa prematura di Andrea Pazienza.

Fumettista italiano di spicco, “capostipite di una scuola che non ha avuto nessun allievo prediletto perché Pazienza era inimitabile, un talento irripetibile”. Le parole di Roberto Benigni entrano a gamba tesa nelle nostre coscienze e a dimostrarlo è la nuova esperienza progettuale del MATTATOIO (ex Macro Testaccio), che presenta la follia, la genialità e la disperazione del ’77 bolognese filtrata dagli occhi dell’artista. All’interno dell’ARF, “Festival di storie, segni e disegni”, dopo Hugo Pratt e Milo Manara dal 25 Maggio, in esclusiva nazionale, viene presentata questa grande mostra antologica dell’iconico talento del fumetto.

Pazienza, classe ’56, mentre frequenta il Dams all’Università di Bologna, dà vita alla sua prima storia a fumetti “ Le straordinarie avventure di Penthotal”; da qui inizierà il suo percorso artistico. Collabora con le più importanti riviste del fumetto italiane, tra cui Linus, e partecipa alla creazione di Frizzer, mensile affiancato a Frigidaire. Ma non è tutto. Pazienza interviene sul manifesto del “La città delle donne” di Fellini, con un unico grande disegno a colori.

“Pazienza trent’anni senza” è il titolo della mostra al Mattatoio, patrocinata da Palaexpo, che ripercorre i 10 anni di carriera dell’artista.

Ad accoglierci una sua grande foto, in bianco e nero, e accanto i primi fumetti che iniziano a spuntare. Il percorso delle varie sale, ci fa intendere come Andrea, sperimentasse, con estrema facilità, moltissimi registri stilistici, ciò lo rende molto attuale. La sua forza e la sua vera rivoluzione stanno nel raccontare la vita sotto forma di fumetto; la vita di tutti i giorni, la Bologna di fine anni settanta in Penthotal, la sua storia più dolorosa in Pompeo e trova in Zanardi un personaggio di fantasia. L’esposizione è composta da 120 lavori, molti inediti, tra disegni, schizzi, prove e una tela.

Una tela?

Avete capito bene!

Tra le rarità, due opere inedite presentate in anteprima assoluta: una pala in 8 tele di Zanardi a cavallo, che era da considerarsi perduta, e il ritratto che Andrea disegnò alla morte dell’amico Stefano Tamburini.

Insomma una mostra che punta ai giovani, ad un’intera nuova generazione di lettori che l’ha conosciuto poco. Un inno a colui che, forse, più di tutti detiene il primato di genio e sregolatezza ma “…che era capace di essere anche una persona normale. Viva Andrea! ” Michele Pazienza (fratello di Andrea)

Alessandra Forastieri

“End of Justice-Nessuno è innocente”, il nuovo film con Denzel Washington

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End of Justice-Nessuno è innocente, il nuovo thriller di Dan Gilory con Denzel Washinghton e Colin Farrell

Esce proprio oggi in Italia, il nuovo capolavoro che vede come protagonista Denzel Washington: “End of Justice-Nessuno è innocente”. Lo stesso attore in una scena del film ci ricorda che: “Siamo migliori della cosa peggiore che abbiamo fatto”. Sin dal titolo è, in effetti, possibile capire la trama del thriller ricco di suspance, che per quanto ci faccia sobbalzare dalla sedia nell’ ultima mezz’ ora è quasi meglio di un horror.

Un film consigliato a tutti quelli che amano il favoloso interprete di alcuni dei film più belli della storia del cinema americano, come: “Il tocco del male”, “Out of time”, “Mo’ better blues”, “Malcom X”. Ad accompagnare la stravolgente interpretazione di un Denzel Washington un po’ ingrassato, e coi capelli supercotonati c’è una rivelazione: Colin Farrell. Anche se siamo abituati a vederlo sempre nel ruolo del “cattivo ragazzo”, in questo film lo stravolgimento finale ci fa capire che nessuno di noi è innocente.

 

End of Justice

   Denzel Washinghton e Colin Farrell

La trama del film vede come protagonista Roman J. Israel, Esq., un avvocato estremamente bravo nel suo lavoro, ma con un carattere un po’ troppo difficile che lo penalizza. Ad un certo punto della sua carriera il suo socio d’affari si ammala ed è costretto ad un bivio per la prima volta nella sua vita: scegliere la strada più facile, quella del denaro, della frivolezza e della vita fatta di pura apparenza, oppure scegliere la via più difficile, e rigida da percorrere come ha sempre fatto, ricca di sacrifici e piena di lavoro, ma poche soddisfazioni.

È qui che incontrerà Maya, interpretata da una straordinaria Carmen Ejogo, che lo aiuterà a riflettere sul senso delle battaglie che nel suo duro lavoro, ha percorso il protagonista fino a quel momento.
Un film ricco di colpi di scena, un finale emozionante, un Denzel Washinghton che, come sempre è una garanzia per la riuscita di un gran bel film, diretto da Dan Gilory.

Da andare a vedere assolutamente se non volete perdervi uno dei film più belli ed emozionanti degli ultimi tempi, con un cast di attori strepitoso, candidato premio oscar nel 2018, per migliore attore protagonista.

 

SCHEDA TECNICA:

• Titolo originale: Roman J. Israel, Esq.
• Anno: 2018
• Nazione: USA
• Distribuzione: Warner Bros Italia
• Durata: 122 min.
• Data uscita in Italia: giovedì 31 maggio 2018
• Genere: Thriller

                                                                                     Il trailer ufficiale del film

Alessandra Santini

La TV ideale per godersi i mondiali di calcio 2018

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Hisense mette a disposizione dei propri clienti una gamma di tv Uled del tutto nuova, ideale per chi ama il calcio e desidera godersi il mondiale che inizierà tra qualche giorno: si tratta di televisori ultra led dotati di tecnologie proprietarie del marchio cinese. Basti pensare, per esempio, al sistema Prime Array Backlight relativo alla retroilluminazione, reso possibile da una struttura led suddivisa in ben mille zone, la cui gestione è affidata all’Ultra Dimming: è in virtù di questo accorgimento che la gamma Premium garantisce gli standard di qualità più elevati per le immagini, senza rinunciare al meglio del design.

La tecnologia di Hisense

Il merito del Peaking Brightness Process Algorithm, invece, è quello di ottimizzare il contrasto, che risulta due volte migliore di quello assicurato da un televisore standard. Ma non è tutto, perché c’è anche il Precision Brightness Process Algorithm, che interviene sulla luminosità per un totale di più di 4mila livelli: ciò si traduce in un maggior realismo delle immagini tanto per le parti più scure che per quelle più chiare. L’effetto Human Visual System, poi, è migliorato dal Backlight Scanning, grazie al quale vengono limitate le scie che si potrebbero manifestare nelle scene caratterizzate da movimenti rapidi. Tutte caratteristiche che nello sport possono essere indispensabili per vivere la partita come se fossimo in campo con i giocatori.

Il sistema Ultra Motion Plus

Il sistema Ultra Motion Plus, che deriva dalla fusione tra la Sport Mode e la Motion Estimation Motion Compensation, mentre la tecnologia Quantum Dot è finalizzata a garantire una copertura dello spazio colore più ampia. La scheda tecnica mette in evidenza le doti del processore Hi-View Engine Plus, da cui dipende la gestione di tutte le operazioni e di tutti i calcoli. Per quel che riguarda le dimensioni dei televisori, sono due le proposte tra cui si può scegliere, quella da 65 pollici e quella da 75, con un prezzo di lancio di 3.999 euro.

Uled U7A

Uled U7A è il televisore sponsor ufficiale dei Mondiali di calcio di Russia 2018. Sono tre i modelli a disposizione, per una gamma che va da una diagonale di 50 pollici a una di 65 pollici, passando per quella da 55. I prezzi, in ordine crescente, sono di 699 euro, di 799 euro e di 1.299 euro. Il design di questi dispositivi è la peculiarità che salta subito all’occhio: lo spessore è inferiore ai 9 millimetri, mentre le cornici sono realizzate in metallo. Il processore proprietario Hisense Hi-View Engine gestisce tutte le operazioni, mentre non mancano le tecnologie Backlight Scanning, Peaking Brightness Process, Precision Brightness Process e Ultra Dimming. Il contrasto e la retroilluminazione, infine, dipendono dal sistema Elite Backlight integrato nel pannello.

Le funzionalità da smart tv

Tutti i nuovi modelli di Hisense offrono le funzioni tipiche di una smart tv grazie a VIDAA U, la piattaforma proprietaria che è concepita e messa a punto per integrare le applicazioni per fruire i contenuti di Youtube e di Netflix in streaming in maniera nativa. Per iOS e per Android è prevista la gratuità del download di RemoteNOW, applicazione che permette di usare lo smartphone – ma anche il tablet – come un touchpad, come una tastiera virtuale o come un vero e proprio telecomando.

Una quotidianità più tecnologica

La gamma Premium Uled di Hisense, insomma, è pensata per rendere più tecnologica la quotidianità, il che vuol dire migliorare la vita di tutti i giorni approfittando di un ecosistema di servizi decisamente avanzati. In un contesto in cui i consumatori, i clienti e gli utenti si dimostrano sempre più evoluti, è necessario proporre grandi televisori affidabili, soluzioni che influenzino in maniera positiva le abitudini, i comportamenti e lo stile di vita di chi ne fruisce.

Per conoscere tutte le caratteristiche della nuova gamma di tv Oled di Hisense è possibile navigare su Yeppon.it, all’indirizzo https://www.yeppon.it/televisori/tv-led/, consigliamo questo sito per le offerte attuali che ti consentono di risparmiare anche 200 euro rispetto ad altri siti ecommerce.

Banlieue tra emarginazione e integrazione per una nuova identità. Un saggio per conoscere il mondo dell’immigrazione

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Banlieue tra emarginazione e integrazione per una nuova identità di Pier Paolo Piscopo, è un libro che dovrebbero leggere tutti. Specie coloro che si addentrano in facili e banali dissertazioni sociopolitiche sull’immigrazione.

Il libro, edito da il Formichiere nella collana Storia e Territorio, è uno strumento essenziale, per chiunque intenda affrontare e comprendere il fenomeno, unico nel suo genere, delle periferie francesi e non solo.

Un saggio che approfondisce anche il problema dell’immigrazione e della mancata integrazione di molti stranieri nelle città europee; che analizza, con ricchezza di contenuti, quel particolare mondo delle banlieue (ban–lieue, letteralmente luogo del bando), la cui storia affonda le radici addirittura nel Seicento.

A partire da questo secolo intorno alle fabbriche sorsero luoghi miserevoli e disumani. Questi accolsero non solo i coloni provenienti dalle campagne, ma anche i primi migranti che arrivavano in Francia in cerca di lavoro.
Una tendenza, quella di creare delle aree dove parcheggiare temporaneamente gli immigrati, che nel corso dei secoli si è rafforzata.

Quei “luoghi del bando” divennero  vere proprie città dell’immigrazione.

«Spazi urbani», come scrive nella prefazione la professoressa Donatella De Cesare, «votati all’integrazione e consegnati invece a ogni forma di violenza.»

La Francia è sempre stato un punto d’approdo per l’immigrazione, al contrario di altre realtà europee, in primis l’Italia.

Dal nostro paese, infatti, per molto tempo si è fuggito.

L’immigrazione da noi, pur presente, è stata solo di natura interna; dalle zone più povere del sud si partiva verso i grandi centri industriali del nord Italia.
Solo in Francia poteva affermarsi «una sorta di sedimentazione dell’immigrazione e di mancata integrazione dove la mobilità sociale è bloccata.»
Banlieue tra emarginazione e integrazione, è un’analisi a 360° sul fenomeno francese che sviscera in maniera superba la nascita e la trasformazione delle banlieue dal punto di vista sociale, politico e architettonico.

Un mondo che rapidamente si evolve, o sarebbe meglio dire involve, anche in virtù della dilagante crisi economica della società post- industriale, che rende le banlieue, brodo di coltura per la violenza di ogni genere, anche di tipo terroristico.

Particolarmente interessante è la parte dello studio dedicata alla realtà femminile delle banlieue e al tema dello Hijab, il tradizionale velo islamico.

Fin dal 1936 è stato oggetto di discussioni accese e di specifiche leggi sull’opportunità, ma anche sulla liceità di indossarlo o meno. Oggi lo Hijab, in virtù anche di effetti talvolta deleteri di alcuni divieti, più che un precetto religioso (il Corano non lo prevede) è diventato un simbolo identitario.

Il bel saggio di Piscopo non analizza solo il fenomeno francese.

Emerge anche la realtà migratoria di altri stati europei fra cui la Germania, la Gran Bretagna e, ovviamente, l’Italia.
Da noi il problema dell’immigrazione non ha ancora scatenato veri e propri conflitti urbani. Tuttavia in più contesti urbani le istanze delle cosiddette seconde generazioni stanno emergendo.

Si tratta di rivendicazioni legittime che, però, dividono la politica ma anche la società italiana.

Un libro che ha il merito di affrontare temi delicati e sempre più drammaticamente attuali con rigore scientifico, senza cadere in facili tentazioni populistiche, sull’onda emotiva della cronaca.

Come scrive Giuseppe Civati nella postfazione, bisogna «diffidare dell’essenzialismo di chi considera in blocco la questione, come se fosse la stessa in ogni luogo e in ogni Paese.»

L’immigrazione, al contrario, è una realtà complessa e articolata, fatta di contesti culturali, politici e anche amministrativi.

La lezione che si ricava dalla lettura di questo saggio è comprendere come dalla diffidenza e dagli stereotipi, nutrimento ideale dell’odio razziale, nascano prevalentemente dal mancato contatto e dal non conoscersi e riconoscersi.

Una pacifica convivenza si ottiene se nessuno dei due gruppi si sente costretto a rinunciare alla propria identità per sentirsi integrato.

Maurizio Carvigno

Sopravvivi all’amore vivendo pienamente il dolore (garantisce Montaigne)

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Sopravvivi all’amore è il terzo volume dei Saggi di Montaigne, dopo Coltiva l’imperfezione e La fame di Venere, editi tutti da Fazi Editore.

Una sfilata di personaggi storici e aneddoti aiutano il filosofo a raccontarci la sua visione della vita nella raccolta di saggi curata da Federico Ferraguto. In realtà i testi non si rivolgono esclusivamente all’amore romantico, come il titolo potrebbe indurre a credere, bensì scandagliano le acque dell’esistenza in toto, proponendo una serie di interessanti riflessioni su come conduciamo le nostre esistenze.

Sentiamo che qualsiasi cosa conosciamo o per la
quale proviamo piacere non ci soddisfa. Aneliamo alle cose
future e ignote, visto che quelle presenti non ci saziano.
Secondo me non è perché non sono sufficienti a saziarci,
ma perché le percepiamo in maniera malsana e sregolate

Dalle parole dello scrittore emerge una forte e saggia necessità di disidentificare l’uomo dalle maschere che si affibbia per seguire un modello, azione che necessariamente conduce all’infelicità a causa della fissità innaturale del ruolo. Vige la regola dell’insicurezza e dell’indefinizione, predominano i contrari, ma soprattutto si riesce a guardare al difetto come a qualcosa di assolutamente necessario.

Se qualcuno avesse prescritto e stabilito nella sua
mente leggi e regole sicure, la sua vita brillerebbe di abitudini
costanti, in un ordine e in una relazione infallibile
tra una cosa e l’altra.

Non c’è nulla che metta in difficoltà l’equilibrio quanto emozioni negative come la tristezza e la collera.

Tutte sensazioni che l’essere umano si impegna a scacciare il più velocemente possibile, perché sono dolorose e sfuggono al controllo. Non si accorge, invece, che proprio nel dolore si gettano via le false identità, si comprendono meglio le esigenze più intime e in qualche modo ci si disintossica dai luoghi comuni, scoprendo nuove parti di sé.

Come sopravvivere quindi alle passioni della vita, positive o negative che siano?

Con lo sguardo di chi sa che sono parte dell’essere vivi e che forse tante risposte non esistono. L’importante sembrerebbe far cadere la maschera, dimenticare chi siamo, perché in realtà possiamo essere molto diversi dall’idea che ci siamo fatti di noi stessi.

I contrari mi appartengono, per qualche verso
o in qualche modo. Timido e insolente, casto e lussurioso,
chiacchierone e taciturno, laborioso e indolente, ingegnoso
e stupido, stizzoso e bonario, bugiardo e sincero, dotto
e ignorante, liberale e avaro e prodigo. In me c’è tutto
questo. Dipende da come mi gira. E chiunque osserva
molto attentamente trova in sé, addirittura in uno stesso
giudizio, questa volubilità e discordanza.
Su di me non posso dire assolutamente niente di semplice
o solido senza confondere e mischiare tutto. Non
riesco a esprimermi in una sola parola. Distinguo è l’elemento
più universale della mia logica.

Ancora oggi le parole di Montaigne possono essere facilmente applicate alla vita quotidiana. In un momento di sofferenza, a differenza di quanto affermano i sostenitori del “pensiero positivo”, dobbiamo soffrire, dobbiamo supportare la nostra evoluzione, ma soprattutto accettare che qualcosa come l’essenza della vita sia davvero difficile da afferrare nella sua totalità.

Alessia Pizzi

V-day, festeggiare il ventennio dei monologhi della vagina

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I monologhi della vagina in libreria con la nuova edizione per approfondire e combattere i cliché.

I monologhi della vagina è un’opera, forse in maniera drammatica, assai attuale. Ancora molto attuale. Troppo. Nonostante si lotti continuamente per un pensiero liberale e per la parità di genere i risultati sembrano lontani.

Basti pensare al movimento di matrice femminista che verte contro le molestie e le violenze contro le donne chiamato Me Too. Moto che si diffuse in modo virale a partire dall’ottobre 2017 come hashtag. Successivamente usato non solo sui social media ma anche nella realtà per aiutare a dimostrare la diffusa prevalenza di violenza sessuale e molestie, soprattutto sul posto di lavoro subita dalle donne. Una voce unanime che si è alzata  dopo le rivelazioni pubbliche di accuse di violenza sessuale contro Harvey Weinstein.

I monologhi della vagina edito da Il Saggiatore è il racconto della presa di coscienza del proprio sé. Il sé celato e nascosto delle donne. La parte più intima additata come fonte di tutte le vergogne. Un racconto corale che testimonia come venisse e viene vissuta la femminilità in maniera complessa.

L’autrice Eve Ensler racconta la difficoltà dell’approccio con la sua vagina e con il concetto di esser donna. Violentata all’età di 10 anni vivrà per molti anni legata ad un senso di inadeguatezza. Fino a giungere al momento della consapevolezza e della rivalsa. L’autrice rinasce e da voce a chi come lei vive in una condizione di schiavitù psicologica. I monologhi della vagina compie vent’anni. Lo spettacolo di Eve Ensler diede vita al V-Day, un movimento di attivismo globale per porre fine alla violenza contro tutte le donne e le ragazze. Un movimento rivoluzionario. Oggi più attuale che mai.

Nel 2006 il New York Times definì I monologhi della vagina «forse la più importante opera di teatro politico del decennio» e da quel momento, l’opera e Eve hanno ricevuto numerosi riconoscimenti.

Un’opera coraggiosa.

Un libro da far conoscere e condividere e, perché no, da introdurre anche nelle scuole.

Alessia Aleo

A Milano la nuova edizione del FIM, la grande manifestazione italiana dedicata alla musica

A Milano la nuova edizione del FIM, dedicata alla grande musica, porta la firma di Verdiano Vera  e si svolgerà dal 31 maggio al 3 giugno in Piazza Città di Lombardia e presso l’Auditorium Testori.

Dopo il successo dell’Edizione 2017, la nuova edizione si caratterizza per le novità: è la prima a Milano dopo quelle svoltesi a Genova ed Erba ed è la prima a ingresso gratuito. ma soprattutto è la prima rassegna in Italia a offrire una panoramica generale sul mercato della musica.

Abbiamo incontrato Verdiano Vera,  compositore, paroliere, produttore discografico, musicista, editore musicale, produttore televisivo italiano e soprattutto l’ideatore della FIM.  Il suo nome compare fra i crediti di numerosi album di rock progressivo pubblicati fra 2001 e il 2010.

Verdiano, è un piacere incontrare la mente di un progetto di ampio respiro come il FIM. C’era bisogno in Italia di una kermesse importante che potesse coinvolgere tutti coloro che operano nel campo della musica; dietro a ogni prodotto c’è un mondo di gente che lavora occupandosi di dar vita all’intuizione artistica.

Grazie per l’apprezzamento, e grazie per questa intervista. E’ proprio questo uno degli obbiettivi principali del FIM: valorizzare tutte le professioni della musica.

Sei giovane ma hai un curriculum di grande livello, anche a livello imprenditoriale e organizzativo. Qual è stata la motivazione che ti ha spinto a superare, anzi integrare, la professione di musicista con quella di deus ex machina del Fim e di tante altre manifestazioni?

Io ho un trascorso da musicista e da tecnico del suono che mi ha portato a diventare con gli anni anche editore e produttore. Ho iniziato a muovermi in ambito discografico e televisivo in maniera indipendente nel tentativo di trovare uno sbocco ai progetti musicali che desideravo portare avanti. L’ho fatto in un periodo di forte difficoltà per l’economia italiana e di radicale cambiamento, sia per la discografia che per la televisione.

Il mio progetto iniziale era quello di cercare di mettere insieme più realtà possibili con competenze diverse in ambito musicale per creare così una rete che fosse in grado di costruire un laboratorio di idee; questo al fine di favorire la crescita e lo sviluppo del settore musicale. Con il supporto e la spinta di mia moglie Linda, professionista affermata nel settore della comunicazione, ho iniziato ad interfacciarmi fin da subito con alcuni amici professionisti in ambito musicale che tutt’oggi hanno un ruolo determinante nel progetto FIM, come Piero Chianura (BigBox) e Massimo Gasperini (Black Widow Records).

Insieme abbiamo iniziato a definire il ruolo dei singoli attori della filiera musicale e a creare nuove situazioni per stimolare la collaborazione tra i musicisti, favorire la nascita di nuovi progetti in ambito musicale, mettere in rete le risorse territoriali e quelle professionali del settore musicale, sostenere l’innovazione e le nuove tecnologie applicate alla musica. A loro si sono uniti nel tempo anche altri collaboratori che oggi sono diventati altrettanto importanti nel progetto FIM come Giovanni La Grotteria e Claudia Mantero.

Quanto conta per te l’impegno e quanto il talento nella carriera artistica?

Per ottenere risultati duraturi nel tempo, sono necessari sia l’impegno che il talento. Il talento è innato: non si può né prevedere, né costruire, né acquistare. Ma senza l’impegno, il talento serve a poco e soprattutto non produce risultati duraturi nel tempo.

Trovi che l’Italia pecchi di provincialismo e di scarsa collaborazione tra artisti?

È da molto tempo che si parla di riconoscimento del valore della musica, non solo in termini culturali, sociali ma anche e soprattutto come opportunità di sviluppo economico. Il valore del mercato della musica in Italia è di gran lunga inferiore a quello di altri Paesi avanzati. Crediamo quindi sia necessario partire dal basso e investire nella formazione, non solo dei lavoratori del settore, ma anche dei fruitori di musica.

La chiave, secondo noi, sta proprio nella formazione degli studenti (potenziali musicisti del domani), i quali, seppur non dovessero intraprendere un percorso di musicista o di operatore del settore, possono comunque diventare fruitori e consumatori di musica interessati e consapevoli.

Il Prog italiano è stato ed è tutt’oggi il migliore di tutto il mondo. Se in Italia ci fosse più possibilità di esposizione per la musica Prog, la popolarità si eleverebbe moltissimo. Questo genere ha sempre avuto potenzialità elevatissime: rispetto a tanti altri generi musicali, è l’unico in grado di unire la complessità e l’eleganza della musica classica alla maleducazione e alla facilità di ascolto della musica rock. Quell’album di Steven Wilson è eccezionale.

Mi fa piacere e sono onorata di trovarti d’accordo. Puoi darci un’anticipazione sulla Fim che si svolgerà alla fine del mese a Milano? Vi raggiungerò con molto piacere.

Dopo 5 edizioni di FIM, delle quali 3 svolte in Liguria e 2 in Lombardia, abbiamo voluto rilanciare il progetto con un nuovo format, più coerente con l’andamento del mercato musicale, più interessante per gli espositori, più coinvolgente per il pubblico. FIM 2018 Educational Edition è un evento decisamente innovativo e unico che rende la manifestazione diversa da ogni altro evento esistente sul territorio nazionale. Il progetto presenta elementi innovativi rispetto a tutte le precedenti edizioni. Oltre a basare l’intero format sulla partecipazione di espositori appartenenti a settori merceologici che sono stati solo un contorno nelle precedenti edizioni, come Scuole, Conservatori, Editori, ecc., quest’anno abbiamo strutturato gran parte del programma del FIM proprio sugli incontri didattici, sui laboratori musicali per le scuole e sulle lezioni-concerto.

Con questi obiettivi, e grazie ad un’offerta di servizi innovativi e grazie al supporto di un’accurata attività di community management, crediamo che la fiera della musica abbia tutti gli elementi per elevarsi a “punto di riferimento a livello nazionale sui temi della didattica musicale”.

Grazie Verdiano, ci vediamo in Fiera.

Grazie a voi. Vi aspettiamo.

Ci saremo come mediapartner e vi racconteremo grandi cose.

www.fimfiera.it

Antonella Rizzo

La Dolce Vitti. Una mostra celebra la più grande attrice comica italiana

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La mostra La Dolce Vitti, aperta al pubblico fino al prossimo 10 giugno, celebra una delle più grandi attrici italiane che si impose nel maschilista mondo comico italiano con una bravura unica, risultando la migliore.

 

«Quando a quattordici anni e mezzo avevo quasi deciso di smettere di vivere, ho capito che potevo farcela, a continuare, solo fingendo di essere un’altra. E’ stato come, per un naufrago, trovare un relitto a cui appoggiarsi.»

A parlare ricordando il suo esordio come attrice in una compagnia di dilettanti che, nella Roma post bellica, mise in scena La Nemica di Dario Nicodemi, è Maria Luisa Ceciarelli in arte solo e soltanto Monica Vitti.
A omaggiare una delle più grandi attrici italiane è una bellissima mostra, dall’accattivante titolo di La Dolce Vitti. Nelle sale del Teatro dei Dioscuri al Quirinale è possibile, fino al 10 giugno, immergersi nel mondo di Monica Vitti; un’attrice a tutto tondo, che fece innamorare per la sua recitazione, per la voce graffiante, per la bellezza mai banale e per strappare immense risate.
La mostra, curata da Nevio De Pascali, Marco Dionisi e Stefano Stefanutto Rosa, ripercorre tutte le tappe della carriera della Vitti, dall’esordio al cinema in ruoli minori, al capitolo meno conosciuto del doppiaggio.

Un mondo che regalò non poche soddisfazioni all’attrice romana, nonostante per molti con quella voce “arrugginita”, tutto potesse fare tranne che il cinema. Prestò la sua voce a una prostituta in Cabiria di Federico Fellini o alla moglie di un ladro nei Soliti ignoti.

Poi arrivò Michelangelo Antonioni.

Il regista ferrarese, per doppiare la parte della benzinaia nel film Il grido, cercava qualcosa di particolare. Per quel personaggio occorreva una voce «un po’ sfiatata, abituata all’aria aperta» e quella di Monica gli sembrò perfetta.
Quel film fu per la Vitti, dopo qualche comparsa in pellicole poco note, il trampolino di lancio nel mondo del cinema. Antonioni comprese, durante le riprese del Grido, che la Vitti potesse dare molto anche come attrice, perché capace di recitare come poche la sincerità.
La volle accanto per ben quattro film e il primo fu L’avventura, un titolo quanto mai evocativo, per una donna che aveva deciso di puntare tutto sulla recitazione.
Al cinema drammatico seguì quello comico e l’impresa fu ancora più ardua, ma vincente. Negli anni Sessanta la comicità era una prerogativa esclusiva degli uomini, un mondo declinato al maschile. Per le donne non c’era spazio, per molti registi e non solo, semplicemente non sapevano far ridere. Per fortuna di Monica e nostra non tutti la pensarono così.

Monicelli e Scola, ad esempio, ritenevano che la Vitti andasse trattata «come un comico.»
Se da attrice drammatica Monica si era imposta, da comica sparigliò decisamente le carte.

 

E poi arrivò l’incontro con Alberto Sordi e nacque una coppia cinematografica irripetibile.

Il comico romano la volle accanto in film quali Polvere di Stelle, Amore mio aiutami, (dove comparve una giovanissima Fiorella Mannoia in veste di controfigura della Vitti nella famosa scena degli schiaffi)  o Io so che tu sai che io so.

Monica, ripeté spesso Alberto Sordi, aveva «un’intelligenza professionale» affine alla sua, risultando «l’attrice ideale per lavorare in coppia.»

La Dolce Vitti è l’occasione per rendere omaggio a una delle più grandi attrici italiane, capace di vincere 5 David di Donatello, 3 Nastri d’Argento e un Leone d’Oro alla carriera, di far emozionare e, cosa assai più ardua, di far ridere.

«Ricordo un articolo uscito in Francia che diceva: in Italia ci sono cinque comici, quattro maschi e una donna. E’ stato il complimento più bello che ho mai ricevuto.»

Arctic Monkeys, lo spettacolare primo live di Roma

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Gli Arctic Monkeys hanno infiammato l’Auditorium Parco della Musica di Roma con il primo live italiano del Tranquility Base Hotel & Casino Tour 2018.

Il Roma Summer Fest all’Auditorium Parco della Musica non poteva avere un inizio migliore. La rassegna di concerti estiva infatti ha ospitato per due live consecutivi, la band che ha rivoluzionato il mondo del rock degli anni duemila, gli Arctic Monkeys.

Dopo ben quattro anni di assenza la band di Alex Turner è tornata, con grande gioia dei fans, annunciando una serie di live europei e un album nuovo di zecca, Tranquility Base Motel & Casino. Le sonorità di quest’ultimo lavoro sono totalmente diverse da quelle alle quali siamo abituati e ci aspetteremmo dagli Arctic Monkeys, il tutto a conferma del costante percorso di evoluzione della band. Il gruppo di Sheffield, ampliatosi, è passato dall’indie rock oscuro e sensuale di AM a una ricercatezza musicale che racchiude in sé jazz, rock e sonorità anni ’60.

Ma passiamo subito allo strepitoso live del 26 maggio, secondo del tour europeo dopo l’esordio a Berlino. Inutile è ricordare la velocità con cui i biglietti sono finiti sold-out, spingendo gli organizzatori a pubblicare immediatamente un secondo concerto. Il calore del pubblico romano è ormai rinomato a tutti gli artisti che calcano i palchi della capitale.

Da meno non poteva essere per gli Arctic Monkeys. A presentarsi davanti ai fans è la location mozzafiato della Cavea dell’Auditorium, che crea un’atmosfera intima ed elegante, con un parterre totalmente gremito e gli spalti che, come una galleria, abbracciano il palco. La resa audio, neanche a dirlo, è perfetta.

Ad introdurre gli Arctic Monkeys è Cameron Avery, polistrumentista australiano, che con la sua verve e una voce sublime ha ben scaldato il pubblico in attesa dello show principale.

 

 

Ed è così che, quasi di sorpresa, le luci si spengono, la grande scritta “Monkeys” sullo sfondo si illumina e lo spettacolo ha inizio. Un’ora e mezzo di puro divertimento senza tregua dove ad alternarsi sono grandi classici come “505”, “Brianstorm” o “Why’d You Only Call Me When You’re High” e canzoni dell’ultimo album come “Four Out of Five”, che ha aperto il live, o “American Sports”. La presenza sul palco di Alex Turner è immensa, e ricorda in alcuni momenti Jim Morrison.

A chiudere la prima parte del concerto è il capolavoro “Do I Wanna Know”, tratta da AM, mentre a dare il saluto finale durante il bis è “R U Mine”, cavallo di battaglia della band.

Non c’è altro da aggiungere, gli Arctic Monkeys migliorano di anno in anno come il buon vino, e la scorsa sera a Roma hanno creato qualcosa di indimenticabile.

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

Filosofeggiare dopo la lettura delle opere di Jaspers

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Filosofeggiare non è prerogativa degli studiosi bensì di tutti coloro che si apprestano a conoscere differenti punti di vista. Parliamo di Karl Jaspers e di “Cifre della trascendenza”.

Filosofeggiare significa districarsi tra le fila del pensiero. Come in un gomitolo da districare Jaspers si confronta direttamente con gli autori che hanno segnato la sua formazione. Cifre Della Trascendenza di Karl Jaspers edito da Fazi Editori può essere paragonata ad una riflessione a voce alta. Considerazioni più squisitamente esistenziali prendono forma durante le lezioni universitarie tenute da Jaspers.
Lezioni tenute nel semestre estivo del 1961.

Difatti, nelle sue ultime lezioni all’Università di Heidelberg affronta il tema della relazione tra filosofia e rivelazione. Un tema che ha occupato gran parte della fase finale del suo pensiero.
Jaspers porta avanti nella sua opera una prospettiva filosofica autonoma che valorizza i suoi studi psicologici e psichiatrici. Inoltre, prende spunto dall’esistenzialismo di Kierkegaard.
È un confronto diretto: da Kant a Hegel, a Nietzsche e Kierkegaard, fino ad arrivare a Heidegger e Bultmann. Una discussione che porta alla “riabilitazione della filosofia pratica” tedesca.

Viene introdotto così il concetto di cifra. Filosofeggiare sviluppando il pensiero della trascendenza attraverso immagini, intuizioni e gesti esistenziali. Ovviamente la parola cifra non è da intendersi in senso puramente numerico. La cifra è una rappresentazione. Il concetto di cifra rinvia a qualcosa che non appare. La cifra è un segno la cui comprensione rivela un segreto. La cifra è un segno la cui comprensione rivela un segreto come direbbe il curatore del saggio filosofico Federico Ferraguto. Per Jaspers, la cifra è il linguaggio della trascendenza.
Importante sottolineare che il saggio non è scritto da K. Jaspers. L’opera è il risultato delle registrazioni a lezione. Gli appunti furono trascritti e redatti da uno studente, Naboru Hoso.

Solo nel 1970 Hans Saner ha rivisto la trascrizione di Hoso. Durante quella lettura furono apportate delle correzioni.
L’attuale traduzione dal tedesco delle lezioni è ad opera di Federico Ferraguto.

Alessia Aleo

Longhi porta la classe operaia in Paradiso a quasi quarant’anni dal film

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Dal 22 al 27 maggio al Teatro Argentina è in scena La classe operaia va in Paradiso, adattamento dell’omonimo film di Elio Petri, capolavoro premiato a Cannes nel 1971. Lo spettacolo è diretto da Claudio Longhi sulla drammaturgia di Paolo Di Paolo.

Una delle più straordinarie e fruttuose collaborazioni che ha reso grande il nostro cinema è stata senza dubbio quella tra Petri e Volonté, due intelligenze accomunate da un profondissimo senso civile e dall’urgenza di rappresentare attraverso l’arte quella realtà caustica, contraddittoria e perennemente conflittuale degli anni Settanta.

A ciascuno il suo, Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto, La classe operaia va in paradiso, Todo modo. Tutti titoli che rimandano subito a un cinema politicamente impegnato, polemico, urgente e per certi aspetti anche lungimirante.

In quegli anni roventi gli intellettuali che amano indagare la realtà non possono che avere come obiettivo polemico quella società capitalista oramai piena di falle. Non possono che dover fare i conti con le naturali contraddizioni del movimento studentesco, con il fallimento umano e sociale del boom economico, con l’alienazione prodotta da un falso benessere foriero di un cambiamento epocale, uno su tutti il crollo della coscienza di classe.

La classe operaia infatti è stata protagonista indiscussa del secolo che abbiamo lasciato alle spalle e Petri ha scelto di analizzarla attraverso un film così vero da riuscire a mettere d’accordo tutti gli opposti. Sindacalisti, industriali, studenti e grandi critici cinematografici, Fofi in prima linea, formarono all’epoca un fronte comune contro il film.

Il cinema di Petri e di Volonté corre sicuramente sul binario dell’impegno politico ma senza nessun intento didattico. L’urgenza infatti è quella di rappresentare il tessuto sociale oramai completamente logorato dal capitalismo, nemico di ogni godimento e appagamento reale.

La classe operaia va in paradiso teatro
Lulù Massa, protagonista del film, è un operaio odiato dai colleghi, unico sostenitore del lavoro a cottimo, autore passivo di una vita priva di reali rapporti sociali. La sua unica necessità è produrre quanto più possibile ma un incidente sul posto di lavoro sarà per lui il seme per sviluppare la coscienza di classe. Alla base del film, d’altronde, c’è il bisogno di muovere la solidarietà dello “spettatore-cittadino” verso l’operaio, rappresentante di un’intera umanità che lotta tutti i giorni con lo stesso problema: la produzione.

La forza di questa messa in scena teatrale sta nell’originalità con cui Longhi e Di Paolo hanno lavorato per non limitarsi a riportare la storia di Lulù Massa.

Un lavoro troppo mimetico avrebbe senza dubbio ridotto la potenzialità dello spettacolo. Infatti l’esclusivo confronto con la pellicola difficilmente avrebbe retto il paragone, sia per l’enorme statura di Petri, dello sceneggiatore Pirro e di Volontè, sia per gli strumenti di cui gode il cinema, e non il teatro, uno su tutti l’uso dei primi piani, abbondantissimi in questo film.

La classe operaia va in paradiso teatro

 

È interessante e intelligente la scelta di far convivere la storia che tutti conosciamo dell’operaio stakanovista con le vicende che hanno accompagnato la genesi e la ricezione del film.
Infatti accanto a Lulù, qui interpretato magistralmente da Lino Guanciale, e agli altri personaggi del film, compaiono sulla scena Pirro e il regista, qualche spettatore e un cantastorie.

Figure quindi che vanno al di là della pellicola, ma che restituiscono a chi guarda il modus operandi di Petri e di Pirro, oltre a riportare la nostra memoria all’accoglienza, o forse meglio alla non accoglienza, di cui ha goduto il film.

Riproporre oggi, nella nostra epoca frenetica e priva di ideologie, uno spettacolo che ha come protagonista la defunta classe operaia non è affatto anacronistico. Anzi dietro l’alienazione di Lulù e la frustrazione dei suoi colleghi è possibile riconoscere l’inferno quotidiano di questi nostri anni precari.

Lo spettacolo gode di un cast eccezionale. Lino Guanciale è eccellente nei panni che furono di Volonté, nei movimenti nevrotici dell’operaio alienato. Degna di nota è la bravura di Simone Tangolo così come quella di Filippo Zattini per le musiche suonate direttamente in scena.

Proprio come alla fine del film Lulù racconta un sogno: lui e i suoi compagni sfondano un muro e arrivano in Paradiso. Ma in questo luogo sospeso non c’è che nebbia. Un sogno che ricorda molto il finale di Calderòn di Pasolini, uno sguardo, quindi, disilluso e angosciato, quello di chi sa bene che da quel girone dell’inferno chiamato capitalismo non si potrà uscire.

 

liberamente tratto dal film di Elio Petri
(sceneggiatura Elio Petri e Ugo Pirro)
di Paolo Di Paolo
regia Claudio Longhi
scene Guia Buzzi
costumi Gianluca Sbicca
luci Vincenzo Bonaffini
video Riccardo Frati
musiche e arrangiamenti Filippo Zattini
regista assistente Giacomo Pedini
assistente alla regia volontario Daniel Vincenzo Papa De Dios
con Donatella Allegro, Nicola Bortolotti, Michele Dell’Utri, Simone Francia,
Lino Guanciale, Diana Manea, Eugenio Papalia, Franca Penone, Simone Tangolo, Filippo Zattini
foto di scena Giuseppe Distefano

 

Diletta Maurizi

Il maestro di Quintodecimo: dignità e determinazione di un pittore marchigiano

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Fazi Editore ha pubblicato di recente il romanzo “Il maestro di Vigevano” di Maria Collina. Si tratta di un romanzo biografico che racconta la vita di Guerrino Collina, maestro e pittore marchigiano, semisconosciuto ai più.

Sotto forma di pagine di diario, l’autrice racconta la vita particolare di un uomo che ha attraversato il ‘900 dalla periferia delle montagne umbro-marchigiane e che ha sovrapposto ai grandi eventi della Storia le piccolo tragedie della quotidianità.

In questo libro non troverete l’arte o la poetica di questo artista. Conoscerete piuttosto la sua infanzia e la sua gioventù, quindi la formazione del carattere prima che professionale.

Guerrino Collina è un bambino come tanti altri che un giorno, per disgrazia, viene menomato dall’esplosione di una bomba della prima guerra mondiale. Un evento drammatico che rovina la salute di un bambino e che squarcia un’intera famiglia. Un evento che, nella sua comune banalità, rientra nella cronaca di molti infortuni.

Recuperata la vista per intercessione di un luminare, il protagonista farà della propria menomazione alla mani un punto di forza.  Da qui cercherà di ripartire da dove aveva lasciato la sua vita, nel giorno dell’incidente.

Per tutta la durata della lettura ciò che rimarrà impressa nella mente del lettore è l’enorme forza d’animo e determinazione di Guerrino.

Enorme esempio di infinita attualità, il racconto stupisce ancora di più se ci sofferma momentaneamente sul contesto storico. L’incidente avviene in pieno regime fascista, l’epoca della forza fisica, dell’uomo inteso come vir latino. Del maschio italico che non concepisce debolezze. Ecco, Guerrino rappresenta l’opposto esatto di questo modello di vita.

La Storia è sempre vivida sullo sfondo. Viene percepita attraverso le coordinate geografiche dell’Italia centrale. Attraverso gli occhi di un uomo che ha sempre vissuto ai margini della Storia, che ne ha raccolto le molliche, i rimasugli ma che ne ha fatto comunque parte, si focalizza il punto di vista.

Maria Collina racconta suo padre attraverso le sue parole, lasciando al lettore di conoscere Guerrino scorrendo le pagine del suo diario. La scrittura, semplice e leggera, dà piacere alla lettura e fa “mangiare” con gli occhi l’intera vicenda.

Non c’è patetismo né autocommiserazione nelle parole e nella scrittura del protagonista e il lettore non può che apprezzarne l’animo.

Serena Vissani

Tuo, Simon: l’omosessualità, che scalpore!

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Tuo Simon, adattamento cinematografico del romanzo per giovani adulti di Becky Albertalli Non so chi sei ma io sono qui, è la prima teen comedy sull’omosessualità. Arriva nel 2018 forse per mettere un punto, per chiudere un cerchio, per affermare che alcune questioni sono state davvero superate.

Dieci anni fa sarebbe stato impensabile proporre sul grande schermo un film con protagonista un adolescente che ha paura di rivelare a famiglia e amici di essere gay. Oggi la pellicola non è altro che un punto di arrivo.

Sicuramente la trama mette in luce non solo il disagio che il giovane prova nel rivelarsi, ma anche quello delle persone che lo circondano, a partire dai suoi genitori, che, a dirla tutta, sono parecchio surreali. Non ho ben capito se l’idea di proporre una famiglia perfetta (con tanto di sorellina minore mini-masterchef) sia stata voluta per evidenziare il fatto che non esiste un concetto di “normalità” o di “perfezione”, ma è tutto abbastanza fastidioso.

Del film, ad ogni modo, sono interessanti due aspetti. Il primo è che spesso il nostro pensiero viene ingigantito dalla paura di non essere accettati. Questo ci porta a nasconderci e a soffrire molto. Per questo Simon, nonostante sia pieno di amici, riesce a sfogarsi solo via email con un ragazzo della sua scuola che ha dichiarato di essere gay, ma di cui non conosce la vera identità. Il secondo aspetto è che purtroppo la nostra cultura ha assimilato una serie modi di dire che vengono ripetuti a oltranza senza senso. Il machismo ha diffuso l’idea che un uomo debba essere forte e duro, per questo motivo alla prima debolezza scatta la battuta: ma che sei frocio? Lo stesso padre di Simon se ne esce più volte con delle battute pessime per poi sentirsi uno schifo quando il figlio afferma la propria omosessualità.

In sé Tuo, Simon non è nulla di incredibile. Ho trovato gli attori abbastanza insulsi (comprese la celebre Jennifer Garner e la neo star Katherine Langford, già nota per la serie tv Netflix Tredici) e la trama poco stimolante.

Ci sono alcuni spunti divertenti che fanno sorridere e che soprattutto vanno a giocare con il già menzionato concetto di normalità, ma per il resto penso si possa affermare che questo film serva soprattutto a delineare il confine che è stato oltrepassato. Pregiudizi o no, essere omosessuali oggi significa poter scegliere di dirlo senza generare troppo scandalo. Ci saranno sempre delle difficoltà, ma come nella vita di tutti.

Ci sarà sempre chi giudica, chi rifiuta, chi calpesta, a prescindere dall’orientamento sessuale. L’apertura importante è quella sul piano dei diritti, ma è chiaro che non sia il focus principale della vita di un adolescente, interessato solamente (e giustamente) a vivere la prima cotta in tutta libertà. Perché poi alla fine dei giochi la questione è sempre quella. Amare e essere amati. Che si tratti di un  partner, della famiglia, o dell’intera società.

 

Alessia Pizzi

Hotel Pasolini. Il libro dedicato ad un pezzo di storia del cinema italiano

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«Non volevo realizzare il film che producevano le grandi società, quelli che richiedevano tremila cavalli e cinquemila soldati. Il mio programma era: produrre film qualitativamente ambiziosi e finanziariamente realizzabili sul piano artigianale.»

Il genere autobiografico non sempre brilla per capacità attrattiva, risultando, talvolta, di difficile lettura. Non è questo il caso di Hotel Pasolini Dietro le quinte del cinema italiano, l’autobiografia di Alfredo Bini. Edito dal il Saggiatore, questo libro, curato da Simone Isola e Giuseppe Simonelli risulta di immediato interesse, proiettando il lettore nel magico mondo dei film, specie nel cinema di Pasolini, riservandogli un posto d’onore.
Questo volume é la viva testimonianza di uno dei più grandi produttori del cinema italiano, Alfredo Bini, «l’uomo che ha reso possibile il cinema di Pier Paolo Pasolini» e non solo.

Preceduto dal documentario Alfredo Bini, L’ospite inatteso, girato nel 2015 da Giuseppe Simonelli e Simone Isola, Hotel Pasolini è molto di più di una semplice autobiografia.

Hotel Pasolini è «il romanzo di una vita vissuta a perdifiato, dall’infanzia sulle colline toscane alla guerra di Grecia, dalle luci della ribalta dei festival a un oblio inspiegabile e amaro.»

Una straordinaria avventura nel mondo della celluloide fatta di intuizioni uniche, di sfide. Come quando Bini, «avendo i soldi solo per i pasti e il biglietto per Catania,» decise di produrre un film. L’idea era quella di girare il Bell’Antonio tratto dal libro di Vitaliano Brancati, per la regia di Bolognini.
Una follia. Non solo perché Bini era un neofita di un settore che aveva appena sfiorato, ma perché quel romanzo era nella lista del “vorrei ma non posso.” Diversi produttori, infatti, per vari motivi, avevano desistito.

In particolare il grande Carlo Ponti che aveva addirittura chiesto allo stesso Brancati di preparare una prima sceneggiatura, pensando di coinvolgere nel progetto anche sua moglie Sofia Loren. Ma Ponti, come altri, dovette desistere, anche per l’evidente ostracismo dell’allora sottosegretario per lo spettacolo, Giulio Andreotti.

Ma nel 1959 Bini firmò l’atto con cui acquisiva i diritti del libro, affidando a Bolognini un film che, grazie anche alla sceneggiatura di Visentini e di un giovane Pasolini e a un cast eccezionale, fra cui Claudia Cardinale, Marcello Mastroianni, Rina Morelli e Claude Brasseur, fu un successo.

Il Bell’Antonio fu premiato in diversi festival, a partire da quello di Locarno e riscosse l’apprezzamento non solo del pubblico italiano ma mondiale.

Quell’incosciente scommessa era stata vinta e fu solo la prima.

Negli anni successivi Bini accettò, se possibile, un rischio anche maggiore: produrre i film di Pasolini. In un’Italia ancora bigotta e provinciale, le idee di un visionario come Pasolini erano dai più mal viste.

Bini, tuttavia, era un giocatore d’azzardo che amava andare a vedere sempre il punto.
Produrre Pasolini non era solo rischioso dal punto di vista sociale e politico ma anche cinematografico. Fellini, dopo aver visionato alcune immagini di Accattone, stroncò lapidario il progetto: «Pasolini é un grande poeta ma non un regista» sentenziò Fellini. 

Sarà Bini ad accettare quella nuova sfida e a produrre, a un anno dalla bocciatura di Fellini, Accattone.

Ma non fu un semplice spettatore.

Pur percependo le poetiche intenzioni di Pasolini si rese conto, dando in questo ragione a Fellini, che si trattava di «un lavoro scombinato.»

Per questo pose delle condizioni che Pasolini accettò.

Accattone fu il primo di diversi film di Pasolini che Bini produsse. Seguiranno Mamma Roma con Anna Magnani, Il Vangelo secondo Matteo, di Bini l’idea di girarlo fra i sassi di Matera. Nel 1966 fu la volta di Uccellacci e uccellini con Totò e nel 1967 di Edipo Re.

Dietro la grandezza di Pasolini regista ci fu l’intuito, la saggezza, la perspicacia e il coraggio di Alfredo Bini. 

Maurizio Carvigno