“Cosa dirà la gente”. Il cinema parla di emancipazione femminile

6
bifest 2018 - emancipazione femminile

Si è da poco concluso il Bifest 2018, realizzato a Bari da Felice Laudadio per il nono anno.

La risposta del pubblico barese, come ogni anno è stata entusiasta. Un’ulteriore conferma dunque  per il Bifest che ormai s’inserisce di diritto tra le maggiori rassegne cinematografiche in Italia. L’ottima organizzazione e l’ingente affluenza di spettatori hanno incuriosito e allertato l’attenzione degli addetti ai lavori e non. La realtà culturale pugliese si dimostra ancora una volta  pronta ad emergere autonomamente su scala nazionale e internazionale.

Nella sezione Panorama Internazionale, fra le pellicole straniere proiettate in anteprima in Italia, spicca “Cosa dirà la gente?”.

Il lavoro è firmato dalla regista Iram Haq alla sua seconda opera cinematografica. “Cosa dirà la gente” ripercorre eventi e situazioni che la Haq ha realmente vissuto. Una profonda simbiosi sembra essere nata sul set tra la cineasta e l’attrice Maria Mozhdah. La sorprendente interpretazione della giovane e impavida Nisha, le è valso il premio come Miglior Attrice, assegnatole dalla giuria popolare per il Panorama Internazionale.

Nel formulare una scelta vi è una quantità di conformismo che si applica nella libertà. Contemporaneamente vi è una parte di libertà che si applica nel conformismo. Queste in “Cosa dirà la gente” sono uguali.

Nisha, l’eroina della vicenda narrata in questi giorni al cinema, vive infatti  in Norvegia, quello che è il destino di molti immigrati di seconda generazione. Dividersi tra il fanatismo dei rituali religiosi islamici e le ingenue e dirompenti scoperte dell’adolescenza. Promossa da una società libertaria, in avanscoperta Nisha esplora le vicissitudini di giovane donna.  Riconoscendosi ugualmente nelle libertà concesse dal Paese che la accoglie e nel radicale integralismo della sua famiglia. Inevitabilmente Nisha sbaglia, tradendo  quei principi non scritti di civiltà, cultura e religione che fondano l’Islam.

Letteralmente il titolo originario dell’opera è “Hva vil folk si”. Ovvero: «una famiglia disonorata dal comportamento di uno dei suoi membri non potrà più farsi guardare dalla gente».

Nel passaggio all’età adulta, Nisha comincia a rivelarsi nell’incontro con i coetanei. Scopre con tormento così la sostanziale separazione tra il contesto famigliare e quello sociale in cui vive. Viene violentemente esclusa dal quel naturale ed impulsivo processo di formazione tanto immediato per le sue amiche. In famiglia infatti vi sono dei veti posti dalla tradizione fondamentalista islamica, cui la sua famiglia è legata. Secondo i dogmi imposti dalla fede, l’immagine privata si estende a quella sociale. Il rifiuto di Nisha alle regole avviene come membro di un clan, in opposizione a questo. Le esperienze che le rivelano di esistere per sè, hanno delle conseguenze brutali rispetto al suo esistere per gli altri(il padre, la famiglia, la comunità).

In “Cosa dirà la gente” l’incontro con l’altro sancisce la condanna al silenzio e la segregazione.

Il sistema religioso appare come strumento di oppressione, predominio  e sospetto verso la donna. Preclude a priori per Nisha di potersi difendere dalle accuse di immoralità. In nome di un principio di superiorità universale, la garanzia di un benessere privato si estende a livello pubblico. Non rimane altro che incutere soggezione per difendersi dal marchio del disonore. La Iraq ferma nella pellicola, il grave problema di un atteggiamento religioso che nell’affermazione di sé e per sé, non vede il rispetto dei principi di giustizia, libertà e uguaglianza, sostenuti anche per l’altro. Difatti si evince come  l’esperienza collettiva nella religione, annulli l’individualismo per comporre l’esemplare. Sia questa un’occasione di prevaricazione o meno, è trascurabile.

Nisha  non accetta il destino che la famiglia le ha assegnato in nome di una differenziazione sessuale.

Eppure nonostante le venga fornito un aiuto dalle istituzioni norvegesi, non riesce a sfuggire alle ire della sua famiglia. Non è libera di potersi esimere dalle sue radici. Questo avviene poiché non ha avuto ancora l’occasione di maturare una autocoscienza. Come accade a molte donne, Nisha non ha ricevuto un’educazione che generi lo sviluppo personale. Accetta difatti inerme e con sconcerto, la nuova relazione ostile instauratasi con il padre. Quella che vedeva come complicità, era una detenzione affettiva. Nisha vive solo una situazione accomodante di equilibrio, collegata all’assoggettamento famigliare e materiale.

Nella ricerca del dialogo, Nisha continua per tutto il film a porre domande cui non verrà mai data una risposta.

La repressione nella dialettica in “Cosa dira la gente” è un chiaro segnale della privazione di dignità per Nisha come persona, neanche più solo come donna. Un esonero dall’esistenza. L’ostinata sopravvivenza delle tradizioni più antiche, in tutte le epoche e società, costituisce di base un blocco per l’emancipazione. Oggi come allora la donna deve valutare in che senso la natura biologica determini la sua vita. A quali occasioni deve rinunciare e quanti rifiuti deve ricevere? Le tentazioni di osare,  di rischiare e di esplorare per Nisha, costituiscono sempre un ostacolo.

Nisha è costretta dalle circostanze ad abdicare alla sua esistenza.

Per mascherare il disonore imputatole dalla famiglia, è costretta al confino in Pakistan. Nella terra natia dei genitori la sua identità è estirpata. Inserita in  un contesto famigliare, sociale e culturale a lei estraneo, la ragazza conosce l’ostracismo più abietto. È condotta all’alienazione rispetto al suo passato. Ed è evidente la situazione che a questo punto in “Cosa dirà la gente” , è denunciata. Nisha è vessata da un matriarcato che emerge crudelmente, in modo passivo. Le familiari di Nisha(su tutte, zia e madre) hanno assimilato l’aggressività, la prepotenza e l’ostilità degli uomini.

Un femminile che non integra.

È infatti lampante nel film, la totale mancanza di complicità femminile in grado di opporsi alla ferocia maschile. In effetti fra le donne negli spazi di condivisione quotidiana, non viene tessuta una rete di sofferenze che generi solidarietà. Integrità e integrazione coincidono e in questa storia sono assenti. Ci sono dunque donne che pare combattano contro Satana ma non costituiscono nulla di positivo. La regista delinea, in contrasto alla vitalità dello sguardo di Nisha,  i ritratti di donne per cui l’ideale della felicità è sempre materializzato nella casa e nel matrimonio.

Il focolare è il simbolo della partecipazione e della separazione.

Nisha prova ad interagire con una realtà femminile(la mamma prima, la zia e la cugina poi) per cui la vita è percepita come uno sforzo continuo. Le giornate per Nisha difatti ora sono scandite dalle cure domestiche, intese nella fatica svolta per un compito ingrato. Le donne pakistane appaiono miseramente devote alla prudenza, all’avarizia, all’acredine e alla diffidenza. Lo spettatore nota che per le donne la sola opportunità di farsi valere e partecipare alla vita pubblica, avvenga durante la spesa.

La contrattazione al mercato è uno dei maggiori valori domestici.

In “Cosa dirà la gente” alla scena del mercato, la regista affida il simbolo della condizione femminile islamica. Imprigionate nei riti della vita domestica, l’unica occasione di realizzazione possibile per le donne consiste nel rapporto di lotta e astuzia che si crea nel conquistare il miglior prezzo. Osserviamo successivamente nel film, Nisha impastare faticosamente la pasta per il pane; viene messa in scena una cucina come atto ripetitivo e faticoso. Le donne nel film passano giornate intere ad arrostire, cuocere e riscaldare cibo. Le azioni sono meccaniche non prevedono nessuna passione, nessuno sfogo creativo. La donna è rappresentata in associazione alla funzione biologica e sacra di nutrice. Un immaginario a noi lontano, privo del glamour di certi programmi culinari in tv, cui siamo abituati.

Nisha si afferma come soggetto, come coscienza.

La regista Iram Haq ha ben in mente di soffermarsi sulla rivolta silenziosa e spontanea della protagonista. Nisha rimane intatta nella sua dignità, nonostante le molteplici violenze subite. Riesce a proteggersi nella clandestinità di un tenero amore per un suo parente. Ma l’idillio è brutalmente scoperto e represso dalla polizia. L’atteggiamento feroce e impunito dei poliziotti è legittimato dalla religione che permette agli uomini di arrogarsi l una volontà di dominio in nome della legge.

Nisha non può vincere che perdendosi.

Questo perciò le permette sempre di trasgredire e di scappare. L’arco narrativo in “Cosa dirà la gente” si corona magnificamente tramite la corsa di Nisha, posta all’inizio e alla fine del film. Nel mezzo è avvenuta la sua catarsi. La protagonista ci viene mostrata mentre fugge dal compimento di un destino che non accetta perchè le impedisce di trascendere al suo essere. Nisha ha rischiato di perdere la sua identità, preferisce in conclusione perdersi per le strade norvegesi. Impaurita sì, ma certamente con una maggiore fiducia in sé e nel futuro.

Il privilegio che ha la donna oggi è l’imparzialità.

Dopo la visione di “Cosa dirà la gente”, viene naturale fermarsi a riflettere per lottare contro gli episodi di rabbia, aggressività, emarginazione, isolamento e incomprensione, ormai all’ordine del giorno. Dobbiamo compiere uno sforzo di lucidità, per non cadere nella spirale d’odio e nell’atteggiamento di separazione. Sia questo fra gli uomini che fra le donne.

Ma “Cosa dirà la gente” offre anche un ottimo spunto di riflessione sulla laicità come strumento d’integrazione.

Ricordandoci che la libertà consiste anche nell’assunzione cosciente di obblighi non necessari. La libertà di lasciare, di fare qualcosa o di smettere di farla. La laicità intesa come una battaglia a favore di tutti, nel rispetto di tutte le fedi. Nelle società occidentali diventa ormai preminente la laicità come valore in sé, non come strumento di prevaricazione e controllo su alcuni.

Una scelta di religione resta ad ogni modo una scelta culturale, di orgoglio, di appartenenza e d’identità.

Una scelta libera porta alla creazione di uno spazio laico in cui nessuno debba chiedere il permesso per esprimersi. La libertà non è un principio intangibile, anzi si nutre dell’informazione, della documentazione e della conoscenza. Risulta fondamentale ribadire egual dignità ad ogni culto perchè nessuno si trasformi in insulso e inutile clichè. Un giudizio critico evita la condanna morale a priori, in nome di un principio di valutazione equo.

Marilù Piscopello

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui