Abracadabra, tra moglie e marito non mettere l’ipnosi

Abracadabra

C’è più di un motivo se, per molti, il cinema spagnolo è il più vivo del panorama europeo. Un motivo tra i tanti è appunto Abracadabra.

Il nuovo film di Pablo Berger, regista che pochi anni fa si era imposto all’attenzione di cinefili, festival e premi col delizioso Blancanieves, parte qui da un livello molto molto semplice per poi alzare l’asticella dei significati nascosti, spaziando tra vari registri e toni. Il risultato è un film che rimane assolutamente godibile e divertente per un pubblico smaliziato, e al tempo stesso affascinante per chi ha fame di metafore e temi autoriali.

Dopotutto è un film sulla carta volutamente molto leggero, Abracadabra. Carmen e Carlos sono marito e moglie ormai agli sgoccioli della loro relazione: la prima è una donna tuttofare, frustrata dalla vita e dal suo matrimonio, il secondo è un uomo egoista con scatti di rabbia, perennemente fissato col calcio ed in grado col suo comportamento di alienarsi chiunque gli capiti; un innocuo esperimento di ipnotismo, alla festa del matrimonio di amici, cambierà tutto il loro rapporto.

Come si evince dal titolo, c’è quindi un fondamentale elemento di magia in Abracadabra. L’elemento fantastico, irrealistico, che tanto contraddistingue il recente cinema spagnolo.

Pablo Berger sembra fare il verso a Alex De La Iglesia, prendendo qui toni grotteschi e talvolta favolistici senza però mai sfondare il muro dell’assurdo o della pura anarchia cinematografica. Ritroviamo i colori e le tinte calorose di Almodovar, ma qui il conflitto relazionale non sfocia mai nel melodramma. Semmai Abracadabra, che ricorda le commedie di Woody Allen in cui la magia diventa il pretesto narrativo centrale, come Scoop o soprattutto La Maledizione dello Scorpione di Giada, accetta di diventare specchio del cinema spagnolo recente, e così passa da scene puramente comiche, come tutta la prima parte del film, a momenti di puro thriller o addirittura occultismo.

Berger si diverte, questo è palese. Non sembra parodiare i generi, ma offrirli organicamente al suo frullatore cinematografico. E poi diverte il pubblico, soprattutto. Il grottesco unito a gag puramente comiche (come l’assenza del riso per gli sposi) regala momenti di genuina ilarità. La leggerezza di Abracadabra, che rimane semplice per tutti i 90 minuti, non frena mai i veri significati della storia. Così ci sarà lo spettatore che ride, e chi invece vede un ferocissimo ritratto della mascolinità tossica degli ultimi tempi. Ci sarà chi vuole solo divertirsi, e chi invece riflette sulle difficoltà del matrimonio. Sulle difficoltà di capire chi siamo, e cosa diventiamo, nella relazione con un’altra persona.

La vera magia, appunto, è quella di dire le cose con semplicità ma enorme efficacia. Ci riesce Abracadabra, adesso. Ci riesce molto il cinema spagnolo, ultimamente.

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Emanuele D’Aniello

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