Il monologo “Allenarsi a levarsi” è troppo criptico per aiutare ad alleggerirsi la vita

Allenarsi a levarsi

“Allenarsi a levarsi” è una grande prova d’attore di Giuseppe Mortelliti in scena al Teatro Studio Uno di Roma fino al 22 aprile.

Giuseppe Mortelliti ha scritto un monologo criptico, dal nome attraente come “Allenarsi a levare”.

Avevamo avuto la possibilità di vederne un assaggio in occasione di “Pillole”, l’iniziativa del Teatro Studio Uno. La scorsa estate, per alcune serate, sono stati presentati dei brevi sunti degli spettacoli tra cui il pubblico poteva scegliere cosa sarebbe stato inserito in cartellone nella stagione teatrale successiva.

La storia di “Allenarsi a levarsi” parla di un allievo e di un Maestro all’interno di uno stagno di bambù, ricreato con le scenografie di Simone Martino. Il Maestro suggerisce all’allievo un percorso per abbandonare ogni fonte di sofferenza, attraverso la leggerezza.

Il titolo e la premessa possono entusiasmare chi, come me, è rimasto folgorato dalla leggerezza pensosa di Guido Cavalcanti raccontato da Italo Calvino nelle “Lezioni americane”.

Sulla carta lo spettacolo sembrerebbe voler suggerire come alleggerirci la vita.

Tuttavia, la leggerezza a cui tende il Maestro consiste nel levare proprio ogni cosa dalla vita dell’allievo. Quasi non deve restare più niente.

Probabilmente sono stata io a non comprenderlo appieno, ma il monologo è piuttosto enigmatico. Le riflessioni non si fermano un’ora dopo lo spettacolo. Se l’autore voleva inquietare e stimolare il pensiero, l’intento è sicuramente riuscito.

La mia interpretazione è che si sia voluto descrivere un percorso esistenziale di liberazione che, però, diventa una perdita di identità. Si finisce quasi ad abbracciare il nichilismo.

L’allievo deve liberarsi di tutto: dal peluche di quando era bambino alle ossessioni contemporanee (viaggiare, fotografare continuamente, mangiare cibo giapponese). Ma deve allontanare anche gli affetti di parenti, gli amici e gli amori!

Allenarsi a levarsi

Solo liberato da tutto, l’allievo potrà liberarsi dalla paura di dimenticare e di perdere.

L’allievo ha provato dolore per ogni cosa, persona, situazione che ha perduto. Lo ripete sempre. Come ripete che, per sopravvivere al dolore, ha dovuto “mangiare la faccia” di ciò che ha perso, finché anche di se stesso rischia di non rimanere più niente.

Insomma, uno psicologo potrebbe dire che il protagonista non sa separarsi in maniera sana dalle cose e dalle persone senza annullare l’identità altrui e la propria.

Giuseppe Mortelliti regala un’ottima prova d’attore nel recitare il suo stesso testo, bello, difficilissimo e pieno di giochi di parole.  Il tempo scorre veloce per lo spettatore travolto da tante parole, da molte battute brillanti e dalle risate, ma anche dalla sofferenza dell’allievo che non trova altro modo per affrontare i cambiamenti che non sia levarsi tutto di dosso.

Alla fine dello spettacolo, insomma, se ci si è immedesimati nell’allievo non ci si sente pensosamente leggeri, ma inghiottiti dal vuoto raggiunto con l’ascesi.

Stefania Fiducia

Fotografie di Alessio Trerotoli, tratte dalla pagina dell’evento Facebook di “Allenarsi a levarsi”.

Lascia un commento

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui