The End? L’inferno fuori. La zombie apocalypse arriva a Roma

the end l'inferno fuori

Che sfida quella di Daniele Misischia: portare sul grande schermo nel 2018 uno zombie movie di stampo italiano.

I colossi alle spalle, in ambito nostrano, sono Demoni e Demoni 2 e portano rispettivamente la firma registica di Lamberto Bava, col tocco di Dario Argento nel primo capitolo. Giganti che si fanno sentire sin dall’inizio, basti pensare alla trama di The End? L’Inferno è fuori: Claudio, cinico uomo d’affari romano, si trova imprigionato nell’ascensore dell’ufficio mentre a Roma sta scoppiando un’apocalisse di “infetti” assetati di sangue.

Impossibile non ricordare due scene cult negli ascensori: quella di Demoni 2, mentre esplode l’epidemia nel condominio, e quella che porta il sigillo di George Romero in Dawn of The Dead, nel momento in cui Steven viene morso.

Insomma, Misischia prende una delle immagini più ansiogene nel repertorio zombie e la rende l’unica prospettiva. Claudio è al sicuro nell’ascensore, nessuno può uscire né entrare, ma vive appieno l’angoscia della solitudine mentre osserva dalle porte bloccate cosa sta accadendo fuori.

The End? L’inferno fuori, però, alla fine presenta l’inferno dentro. La solitudine, il senso di impotenza e la paura avvolgono Claudio, l’uomo forte che fa i soldi, che tradisce la moglie senza scrupoli, che tratta tutti come pezze da piedi.

Alessandro Roja tiene banco con un fascino tutto suo in un film dove, a parte alcuni momenti di contatto, è l’unico protagonista. La pellicola non annoia né cade nel ridicolo come molti dei predecessori nel genere: le musiche risentono dell’influsso del passato, ma sono naturalmente molto lontane dal sapore anni Ottanta dei Goblin e di Simon Boswell.

Da romana non mi sarebbe dispiaciuto vedere la Capitale invasa, ma devo ammettere che la prospettiva dell’ascensore ha il suo perché. Una piccola finestra sull’oscurità esterna che apre i varchi per quella interiore. Apprezzabile, ed è forse frutto di una sensibilità tipicamente europea, la scelta di attori che riflettono persone “normali”, come spesso accadeva nei film di trent’anni fa. I belloni inseriti in questi contesti nelle pellicole americane rendono tutto molto più fittizio.

Quando arriva il poliziotto Marcello ad aiutare Claudio, ci troviamo di fronte un romano verace e non uno SWAT patinato come quelli che abbiamo incontrato in film come Resident Evil.

Poco importano, infine, le tre parole di circostanza spese sul perché di questa apocalisse. Il film mira a rintracciare più il conflitto interiore che genera il caos all’esterno: non è chiaramente un action movie, ma il sangue c’è e si vede, senza essere troppo preponderante. Sicuramente, quindi, va data una possibilità a questo film, ma è chiaro che, nonostante le antiche suggestioni, il gusto sia quello dei giorni nostri: introspettivo più che spaventoso.

Alessia Pizzi

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