Venezia 2018: 22 July, l’espressione più pura dell’orrore

22 july

Ci sono film belli e brutti, ovviamente. Possono essere anche mediocri e discreti, altrettanto naturalmente. Poi, però, ci sono i film necessari, che a prescindere dalla qualità – a meno che non sia infima – con la loro potenza e contemporaneità diventano imprescindibili.

Questo è il caso di 22 July, lo dico senza dubbi alcuni. Il film di Paul Greengrass lascia una scia di malessere, interrogativi morali e prospettive sul presente che non possono lasciare indifferenti. Ritengo difficile giudicare 22 July in maniera analitica e prettamente distaccata – non invido chi ci riesce, onestamente – perché la potenza delle immagini e delle parole si insinua così ferocemente nel nostro quotidiano da non poter evitare il confronto col reale.

Il film ha un lungo prologo, la ricostruzione della terribile strage di Utoya. Sicuramente è il momento che più rimarrà, facile capire il motivo. Paul Greengrass gira con la sua classica predilizione per il realismo dinamico, con scosse di montaggio, suoni e purissima tensione che fa entrare lo spettatore in quello che vede. Senza filtri, senza omettere alcuna cosa. Letteralmente, la scena dell’attentato pare uscire da un film horror, una lunga sequenza che il regista estrapola da uno slasher movie e soffoca, in uno spazio senza via di uscita, tutti i personaggi.

Impostato l’orrore, fatto capire cosa abbiamo davanti, 22 July spiega le ali sulla sua vera natura. E qui inizia il “bello”.

Greengrass, con fare da fine drammaturgo che pensavamo non appartenere ad un maestro del cinema d’azione, inizia la sua indagine sulle contraddizioni e vizi di forma del sistema democratico. Riteniamo giusto che un un attentatore, un essere spregevole che ha ucciso 77 persone consapevolmente e lucidamente, goda degli stessi diritti degli altri cittadini? La democrazia ci dice sì, ma la morale? Anzi, forse è proprio la morale a darci risposta affermativa, ma allora per dimostrare di non essere mostruosi come lui non ci pieghiamo troppo, dandogli una vetrina che non merita?

Un discorso complicatissimo, ed evidentemente senza via d’uscita per un semplice film, che invece 22 July esplora con attenzione e potenza emotiva. Non c’è un momento, anche il più toccante, che non sia al tempo stesso raggelante (sarà anche perché, senza risultare offensivi nel dirlo, gli attori norvegesi usati appaioni tutti molto algidi). Il film vuole continuamente spaventare e far riflettere, ed indubbiamente la più grande paura deriva dal pensare a quanto le idee di odio manifestate nella vicenda sia stiano espandendo nel nostro reale presente.

Quello che Greengrass mette in scena è soprattutto un grande monito, inevitabilmente. Non possiamo perdere di vista i nostri valori, ma al tempo stesso saper combattere qui vuole distruggerli. In tal senso, è anche utilissimo il modo col quale 22 July è strutturato, ovvero un continuo specchio tra carnefice e vittima. Il primo sembra quasi godere dei confort della sua posizione e dei diritti che la democrazia gli concede. Il secondo oltre al danno ha la beffa di vedere tutti i riflettori lontano da chi sono i veri nomi da ricordare.

Ci sarà addirittura, letteralmente, uno showdown tra i due. Ma, appunto, tutto filtrato attraverso il sistema democratico e della giustizia.

Da qui si torna al punto di partenza, il valore di un simile discorso al giorno d’oggi. La stringente attualità di 22 July lo rende un film politico, sicuramente, ma al tempo stesso un film necessario. La democrazia ha i suoi difetti, non si può negare, ma da quei difetti si può costruire qualcosa, ed i pregi vanno utilizzati per ergersi dall’odio. Sempre e comunque. Il film ce lo mostra, ripete, ma soprattutto fa capire con la potenza infinita del ricordo e del dubbio morale. Tutto ciò, con una tensione che dura dal primo all’ultimo minuto.

Paul Greengrass ha realizzato grande cinema, e forse qualcosa di più.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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