Venezia 2018: Peterloo, non si scherza con la storia

peterloo Venezia 75

L’unica spiegazione è che Mike Leigh, per preparare il suo nuovo film, abbia visto davvero troppi documentari sul fatto storico.

Solo così possiamo spiegare Peterloo, un film che fatto da qualsiasi altro regista sarebbe semplicemente brutto, ma fatto da Mike Leigh diventa una cocente delusione imperdonabile. Eppure non è la prima volta che il regista si cimenta con la ricostruzione storica. Il problema di Peterloo è che c’è solo la ricostruzione storica, ed il cinema è da un’altra parte.

Non so davvero spiegarmi come un grande sceneggiatore, famoso per dipingere personaggi meravigliosi e situazioni sempre sfaccettate, che si ribaltano e incastrano nella loro evoluzione, sia finito a scrivere un qualcosa così piatto, così statico, cosi immotivatamente immobile. Così squisitamente noioso, diciamola tutta.

Non c’è una vera evoluzione della vicenda, o un escalation narrativa che porti al gran finale. Bello, indubbiamente, ma un finale bello su due ore e mezza nette di pellicola non basta a salvare il resto.

La storia di Peterloo, e la storia vera di quei fatti, si perde in un mare di parole. Davvero tantissime, pompose, inutili, vuote. Forse è il primo film in carriera per Leigh davvero non interessante, perché non riesce mai ad infondere, alla vicenda o ai personaggi, quella passione tipica del suo cinema. Si era già cimentato nel genere storico in costume, tipicamente british, ma era sempre riuscito, da grande autore quale è, a trasmettere una grande energia interiore, una innata passione: la forza con cui lui amava i suoi lavori, e la tempesta emotiva con cui i suoi personaggi si muovevano. Qui non c’è energia, solo scenari e grandi discorsi, cattivi macchiettistici e piattume spropositato.

Non so se anche Mike Leigh si sia realmente invecchiato. Di sicuro, Peterloo sembra uscire fuori da diverse ere cinematografiche passate.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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