Venezia 2018: The Ballad of Buster Scruggs, l’Odissea western dei Coen

The Ballad of Buster Scruggs

Non so se i fratelli Coen siano tra i migliori o tra i più importanti registi contemporanei (penso entrambe, ma è un altro discorso). Di certo, sono convinto di un’altra cosa: i Coen sono indubbiamente i registi essenziali del nostro odierno.

Pensateci un attimo, approfonditamente. Al di là dei gusti soggettivi, che ci fanno attendere qualsiasi lavoro del nostro autore preferito, i Coen sono gli unici dei quali il cinema non può fare a meno. Gli unici per cui il cinema sente una vera mancanza. Il motivo è presto detto: sanno fare tutto. Vero cinema, si capisce. Qualsiasi genere, qualsiasi tono, qualsiasi storia. Sempre con qualcosa da dire.

Prendiamo adesso The Ballad of Buster Scruggs, davvero un esempio perfetto. Non solo perché ci sono vari toni, un’antologia western di 6 piccoli episodi uniti dall’ambiente della vecchia frontiera americana. Ma soprattutto perché non è assolutamente uno dei loro lavori migliori. Appare davvero come un divertissement, un qualcosa fatto per non stare con le mani in mano e sfruttare la loro passione per il mondo creato dal western.

Eppure, questa parentesi nella loro filmografia non riesce a passare inosservata.

Si passa dal musical al dramma, dalla commedia al romanticismo. C’è praticamente tutto in 6 episodi da 20 minuti ciascuno, in più i loro personaggi mitici – il Buster Scruggs del titolo è nel pantheon coeniano – e i loro dialoghi godibilissimi.

Ci si diverte, spesso molto, e ogni tanto si notano venature profonde da fare invidia ad autori più seriosi e pretenziosi. Quelli che invece la semplicità nemmeno sanno cosa sia. Fortunatamente i Coen la leggerezza e la semplicità la sfruttano fino alla fine, raccontando senza calcare troppo la mano la complessità dell’uomo. Infatti, se proprio vogliamo trovare un reale comune denominatore a The Ballad of Buster Scruggs che non sia il genere, è la capacità unica di esplorare i rapporti umani. Laddove, nel vecchio west appunto, l’umanità era al minimo, la legge della sopravvivenza andava per la maggiore.

I Coen riscoprono il sorriso del canto, l’importanza del colpo di fulmine, la tenerezza di un amore sbocciato con sincerità, l’idiosincrasia di chi vive senza pensare al prossimo. Tutto ciò, appunto, un film assolutamente minore, imperfetto, divertente ma non indimenticabile.

Eppure, è l’habitat perfetto per la poetica dei Coen. Ad avercene di opere minori così.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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