Breve storia dell’ubriachezza di Mark Forsyth, un libro tutto da bere

storia-del-vino

Il rapporto fra l’uomo e l’alcool esiste dalla notte dei tempi. Il saggio di Mark Forsyth, edito da Il Saggiatore, ripercorre questa affascinante storia.

Breve storia dell’ubriachezza di Mark Forsyth è innanzitutto un libro spassosissimo.
Non fatevi intimorire dal titolo accademico, perché si tratta di un saggio che tutti dovrebbero leggere, specie gli astemi.
Breve storia dell’ubriachezza, edito da il Saggiatore, è un affascinante viaggio storico e sociale nel mondo dell’alcool, nell’universo del bere.
Grazie a questo libro, tradotto da Francesca Crescentini, impareremo, divertendoci, tantissime cose e sarà facile come bere un bicchiere, ma non di acqua, mi raccomando.
Sapevate che la tupaia malese (un piccolo mammifero che ricorda lo scoiattolo) è «capace di inghiottire nove bicchieri di vino senza fare una piega»?

O che la birra è nata in Mesopotamia e più precisamente nell’antico regno sumero?

Si trattava, invero, di una bibita molto differente da quella attuale, una sorta di «porridge frizzante all’orzo» con un sacco di roba che fluttuava in superficie, tanto da essere bevuta con la cannuccia. Sapore e consistenza a parte, l’antenata della nostra bionda era molto apprezzata dalle popolazioni locali, al punto che, nel pantheon sumero, c’era posto addirittura per la dea della birra: Ninkasi.

L’alcool, in tutte le sue svariate declinazioni, ha sempre accompagnato l’uomo, «prima ancora di essere umani, siamo stati dei bevitori.»

Non c’è stata popolazione sul nostro globo, che non abbia avuto a che fare con il vino o con i suoi parenti più prossimi.

Gli antichi egizi amavano moltissimo sbronzarsi. In un dipinto ritrovato in una tomba si legge: «Per la vostra anima, bevete fino a inebriarvi. Festeggiate!»
Nella terra dei faraoni il vino scorreva a fiumi e ad apprezzare questo nettare divino erano in particolare le donne. Almeno in quell’ambito vigeva l’assoluta uguaglianza di genere.

Il vino piaceva e molto pure ai greci al punto da prevedere pure un dio, Dioniso.

Una singolare divinità con il suo corollario di menadi, satiri e feste all’insegna del divertimento sfrenato.
I connazionali di Socrate, però, bevevano il vino solo dopo averlo allungato, in un rapporto di due parti d’acqua e una di vino. Per loro berlo puro era impensabile. Per questo giudicavano barbari coloro che non lo annacquavano, come i Traci, ma anche quelli che non lo bevevano proprio, come i Persiani che preferivano la birra.
I greci avevano un tale rispetto per il vino, da dedicargli un momento sacrale come quello del simposio, un vero e proprio evento a cui Forsyth dedica pagine bellissime.

Tutta la nostra storia è fondata sull’alcool.

Nessuna popolazione al mondo è rimasta immune al piacere del bere. Egizi, greci, cinesi, romani ma anche le antiche popolazioni bibliche.

La stessa storia di Gesù è intrinsecamente legata al tema del vino.

La sua manifestazione pubblica coincide con il miracolo della trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Ma alla preziosa bevanda è legato anche uno dei momenti centrali del cristianesimo: l’Ultima cena, dove un «singolo sorso di vino cambierà la storia del globo e dell’economia mondiale, e le abitudini alcoliche di terre lontanissime.»

Breve storia dell’ubriachezza è la dimostrazione di come un saggio rigoroso possa essere letto piacevolmente.

Forsyth, linguistica e scrittore britannico, ripercorre questa storia non tralasciando nulla, riportando fatti, aneddoti, curiosità, spaccati di vita e di società.

Il bere è un fenomeno universale, valido a tutte le latitudini, chiedetelo agli Aztechi.

L’alcool è un compagno fedele dell’uomo e nonostante periodi di crisi e giuste campagne sociali contro gli eccessi, non lo ha mai abbandonato.
Forsyth ci conduce negli inaccessibili monasteri, nelle bettole medievali, nelle osterie dell’età moderna, nei fumosi pub inglesi ma anche nei bar russi e nei malfamati saloon del profondo west.

Perfino la lontana Australia, che secondo le intenzioni dei fondatori, «sarebbe dovuta essere una colonia asciutta», non rimase immune al piacere del bere. L’utopica e moralista idea di creare un luogo dove spedire i condannati, costringendoli a rimanere astemi, fu una pietosa speranza.

Insieme ai galeotti scaricati dalle navi inglesi vennero portati a terra anche molti barili con il prezioso e temutissimo alcool.

Il proibizionismo non funzionò mai, tantomeno quando gli Stati Uniti, a partire dal 1920, lo imposero per legge, ottenendo come unico effetto «la distruzione dell’industria alcolica americana» a vantaggio di quei paesi dove la produzione dell’alcool non era vietata e che in quegli si arricchirono e molto.

Leggere il saggio di Mark Forsyth Forsyth è un’esperienza davvero ubriacante e, come diceva il poeta latino Orazio, nunc est bibendum.

«Intorno al 9000 a.C abbiamo inventato l’agricoltura per ubriacarci ogni volta che volevamo. Il risultato è stata la civiltà.»

Maurizio Carvigno

Nato l'8 aprile del 1974 a Roma, ha conseguito la maturità classica nel 1992 e la laurea in Lettere Moderne nel 1998 presso l'Università "La Sapienza" di Roma con 110 e lode. Ha collaborato con alcuni giornali locali e siti. Collabora con il sito www.passaggilenti.com

COMMENTA QUESTA DOSE DI CULTURA

Lascia un commento!
Inserisci il tuo nome qui