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A lezione di musica con Chilly Gonzales

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Accompagnato dallo straordinario Keiser Quartett l’artista canadese ha impressionato il pubblico dell’Auditorium Parco della Musica di Roma fondendo musica classica e pop.

Vi starete chiedendo, cosa diavolo ci fa un uomo in vestaglia e pantofole, con la barba incolta e spettinato sul palco della Sala Sinopoli dell’Auditorium? Ma soprattutto perché è accompagnato da un quartetto d’archi di tutto rispetto, in abiti eleganti? Se vi state realmente interrogando su questi aspetti allora non avete mai sentito parlare di Jason Beck in arte Chilly Gonzales. La straordinaria rassegna di talenti dell’Auditorium Parco della Musica continua infatti con il più eclettico ed eccentrico degli artisti dello scenario mondiale, capace di spaziare da un genere musicale all’altro con naturalezza ed esperienza.

Chilly Gonzales
Chilly Gonzales.

A renderlo così unico è appunto il suo passato da musicista totale, che ne tempo ha affondato le mani in tutto ciò che lo affascinava. Parliamo quindi di jazz, classica, elettronica, rap, pop e chi più ne ha più ne metta. È diventato particolarmente famoso grazie al suo album più venduto di sempre Solo Piano e alla collaborazione con i Daft Punk in Random Access Memories che gli è valsa un Grammy nel 2014. Nel 2015 invece ha coronato la sua esperienza con il Keiser Quartett di Amburgo con l’album Chambers.

Cover Chambers
Cover di Chambers.

Il concerto dell’11 novembre si propone come una lezione di musica che, ripercorrendo gli stupefacenti brani della sua recente repertorio, dissacra e rende concreta alle orecchie di tutti la storia del “genere” musicale. Il virtuosismo al piano di Gonzales si sposa perfettamente con il quartetto d’archi che egli stesso definisce “il più costoso sampler del mondo”. Tenendo conto di questo i quattro infatti sono utilizzati per comporre melodie classiche e moderne mediante diverse tecniche di suono. Si passa quindi dal tradizionale uso dell’arco al pizzicato, da un improbabile tapping alla semplice percussione della cassa. Per rendere il tutto ancora più interessante Chilly Gonzales inizia anche a rappare, prima con l’aiuto di un semplice metronomo poi accompagnato da tutto l’ensemble.

https://www.youtube.com/watch?v=CmNUhNHG-_Y

Oltre alle tracce degli ultimi album come Advantage Points e Gogol il maestro omaggia il pubblico della capitale con l’anteprima mondiale di Be Natural una traccia tratta da Solo Piano III ancora in lavorazione. Continua quindi lo show del pianista che dialoga, scherza e intrattiene i suoi ospiti in un clima molto familiare e informale.

La reazione dei presenti è a dir poco entusiasta e sfocerà alla fine del concerto in una standing ovation di qualche minuto.

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

Star Trek: Discovery 1×09, tra un salto e l’altro

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Siamo arrivati al finale di metà stagione con Star Trek: Discovery. Perché sì, pare strano a dirsi, ma ora anche i finali di metà stagione sono una “cosa”.

Difficile immaginare di riuscire pienamente nell’intento di un episodio, nell’economia di una stagione, così strambo. La prima stagione semplicemente si ferma, non finisce, e tornerà con nuovi episodi a fine gennaio, così questa puntata deve apparire come un season finale, senza esserlo, chiudere tante storie, senza chiuderle veramente, e lasciare la voglia di continuare la visione.

Scopo raggiunto? Cosi è così, diciamo. La puntata è sicuramente elettrizzante, c’è tanta azione, tanta tensione, Lorca e Burnham assolutamente coinvolgenti, e quell’emotività dovuta alla decisione di “spremere” Stamets per i salti interstellari fino al suo crollo fisico. Una puntata, insomma, davvero avvincente. Ma è sembrato che proprio su questo elemento, anzi, solo su questo elemento, abbiano voluto spingere gli sceneggiatori. Una scelta basilare: tanta azione, ma così tanta da lasciar in secondo piano il resto, e un colpo di scena finale.

Nel corso di questi primi 9 episodi Star Trek: Discovery è sembrato quell’alunno bravo che se si applicasse potrebbe fare di più.

Anche ora abbiamo molte cose interessanti. L’ambiguità morale di Lorca, il cui desiderio della guerra si scontra con la missione d’esplorazione (e racchiude, quindi, tutta l’anima della serie e delle aspettative dei fans). Lo spirito di Burnham, la quale segue il lascito della logica vulcaniana per fare quello che altri eroi troppo perfetti non avrebbero mai fatto, ovvero rischiare di lasciare i feriti in balia di sé stessi per andare da sola a completare la missione. E poi è stata aperta la parentesi dello stress post traumatico di Tyler, ma solo aperta, appunto.

Tutto questo è finito nel calderone, insieme ai Klingon che continuano ad essere mostri monodimensionali. La serie è ben fatta, avvincente, ma si vuole sempre di più. Anzi, è forse addirittura giusto pretendere di più dato il marchio impresso nel titolo. Fortunatamente, come detto il viaggio non finisce, siamo ancora all’inizio. Quando tornerà tra pochi mesi Star Trek: Discovery non avrà più puntate d’appello a disposizione per farci solo ben sperare.

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Emanuele D’Aniello

I 5 maglioni indimenticabili nella storia del cinema

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Un maglione per domarli, e a Hollywood incatenarli. No, il Signore degli Anelli c’entra poco: di maglioni, lì, non se ne vedono.

Al contrario di alcuni dei capolavori che hanno marchiato la storia del cinema. Da sempre, infatti, il maglione viene accostato ad alcune delle dive più belle e più carismatiche di tutti i tempi. Ma quali sono i 5 maglioni indimenticabili nella storia del cinema? E chi li ha indossati?

Audrey Hepburn: maglione black a collo alto

Parlando di cinema e di maglioni, come potremmo mai dimenticarci di Audrey Hepburn e del suo elegantissimo maglione black a collo alto? Più di un semplice capo di abbigliamento: un marchio di fabbrica che ha contribuito a creare una vera e propria icona femminile. Una icona sempre elegante, in grado di lanciare una delle tendenze più di successo negli anni a venire.

Brigitte Bardot in “Two weeks in September”

Forse la diva che più di tutte ha incarnato la bellezza sintetizzata al maglione. Un amore, quello fra Brigitte Bardot e questo capo, reso celebre dal film “Two weeks in September”. La diva amava tantissimo i maglioni abbinati ai pantaloni e non stupisce che questo stile sia tornato di moda: oggi all’interno di grandi store come YOOX si trovano diversi maglioni da donna simili a quelli della meravigliosa Brigitte.

Marilyn Monroe in “Let’s make love”

Correva il 1960: Marilyn Monroe stregò tutti sul set di “Let’s make love”, indossando un adorabile maglione a trecce. E per tante italiane (e italiani) fu amore a prima vista. Un amore che, come tutte le cose belle, è destinato a tornare: quel famoso maglione, infatti, verrà riprodotto in copia dallo stilista transalpino Gerard Darel. Un ritorno che è anche un omaggio: sembra che la bella Marilyn adorasse quel capo.

Diane Keaton in “Tutto può succedere”

Anche Diane Keaton ha impreziosito la propria carriera cinematografica insieme ai suoi maglioni. Basti pensare al famoso maglione a girocollo indossato sul set di “Tutto può succedere”: elegantissimo e sensuale. Ma anche al maglione che l’attrice indossò durante le riprese di “Io e Annie”, con il grande Woody Allen. Un film icona degli anni ’70: un po’ come il maglione stesso.

Harry Potter e il suo maglione natalizio

Anche il maghetto più amato di Hollywood ha contribuito a rendere iconico il maglione: a modo suo ovviamente. D’altronde gli appassionati della saga di Harry Potter, di sicuro avranno ancora in mente il classico maglione natalizio indossato da Harry. Era il 2001, e soprattutto il film d’esordio della serie: “Harry Potter e la Pietra Filosofale”. E il maglione? Classico. Rosso fuoco, a trecce, ovviamente over-size. Per il piccolo Harry, destinato ad un successo strepitoso, uno splendido portafortuna per la propria carriera cinematografica.

 

Jane Campion: il punto di vista di una donna sulle donne

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Le registe donne che amiamo di più? Ecco un’altra veterana della scena internazionale: Jane Campion.

Bentornati al secondo appuntamento con la rubrica cinematografica tutta al femminile. Le protagoniste di questa rubrica non sono le attrici ma le registe che stanno facendo la storia del cinema internazionale.

 

Sofia Coppola: non ci Inganna mai quando si tratta del suo talento

Oggi parleremo di  una regista neozelandese amatissima in tutto il mondo, che sa affrontare con estrema sensibilità ma con molta consapevolezza il tema delle donne e il femminismo: Jane Campion. Prima di passare ai suoi film, ecco a voi una piccola scheda che riassume la sua biografia:

Chi è Jane Campion

Nome completo: Dame Jane Campion

Data di nascita: 30 aprile 1954

Luogo di nascita: Wellington

Premi:. Nel 1990 col film Un angelo alla mia tavola ha partecipato in Concorso alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dove ha vinto il Leone d’argento. Del 1993 dirige il suo film più noto, Lezioni di piano, con il quale ha vinto l’Oscar alla migliore sceneggiatura originale e la Palma d’oro al Festival di Cannes.

Temi ricorrenti nei suoi film: L’emancipazione femminile, il punto di vista delle donne.

Filmografia

Lezioni di piano:

Il primo vero film di Jane Campion è sicuramente Lezioni di piano. È bello, scritto bene e intrinseco al punto che la protagonista sei anche tu che “subisci” il tormento dell’attrice sullo schermo. L’impossibilità di comunicare con la voce non è un limite per il personaggio di Holly Hunter (Oscar miglior attrice proprio per il film)  ma un valore aggiunto. Riesce a parlare con la sua musica, il suo volto e le sue mani. Le lezioni di piano di cui parliamo sono lezioni di vita e la musica è un espediente per vivere e continuare a sopravvivere in un modo difficile come quello della protagonista. Anche qui al centro ci sono le donne con le loro passioni, debolezze, fragilità e potenza d’animo. Ricorda moltissimo il cinema di Sofia Coppola, non solo perché le donne sono al centro della scena, ma anche perché sono in conflitto tra di loro e ci rendiamo conto che il peggior nemico delle donne sono le donne stesse. Voto: 7+

                                                

Ritratto di signora:

Il primo film girato dopo lo strepitoso successo di Lezioni di Piano è naturalmente il più difficile, considerando la pressione. Jane Campion sceglie allora una strada conosciuta, ovvero ancora una storia al femminile di una donna prigioniera delle proprie passioni e dei propri tormenti. Non tutto funziona, per quanto meravigliosa l’estetica e la forma spesso travalica la sostanza. Rimane una eccellente prova di Nicole Kidman e soprattutto una storia ancora dal forte impatto emotivo.       Voto: 6.5

 

Holy Smoke- fuoco sacro:

Il tema della donna prigioniera prosegue in questo film, forse il meno noto della regista, in cui la scena è dominata da una giovane ma già strepitosa Kate Winslet. Il deserto australiano è il perfetto scenario per un racconto di sette religiose, indecisioni personali, uomini deboli, famiglia ed ossessioni personali. Forse qui la regista mette troppo carne al fuoco, e non tutto riesce ad avere il medesimo effetto. Un buon film che però aggiunge poco a ciò che esplora, e viene facilmente dimenticato.    Voto: 6 

 

In The Cut:

Forse è il film della regista che ha avuto il più strombazzato battage pubblicitario: è la sua discesa nel thriller, e soprattutto la prova della maturità di Meg Ryan per distaccarsi dalla figura della fidanzata perfetta nelle commedie romantiche. Ma sia l’attrice, sia la Campion, sono davvero fuori dal loro habitat naturale. La tensione è ai minimi storici, gli aspetti da thriller erotico sono quasi involontariamente comici, gli spunti interessanti latitano. Non a caso, il risultato per entrambe è stato un periodo successivo molto difficile.   Voto: 4

 

Bright Star:

Se vi piace Keats e amate le storie d’amore, questo film fa per voi. Dopo un periodo di silenzio e un po’ di ammaccature, la Campion torna con questo delicatissimo film sulla storia del poeta romantico Keats e la sua amatissima Funny. Se invece amate veramente il cinema questo tentativo non fa per voi. Il film è delicato, passionale e fa anche un po’ piangere. Senza però andare oltre a questo non abbiamo un capolavoro di cinematografia. I due protagonisti  sembrano quasi adolescenti alle prime armi e l’atroce destino che il poeta è costretto a subire ci arriva come una storiella raccontata un sabato pomeriggio da un’amica di vostra madre. Quindi il tentativo c’è ma non si percepisce, peccato! Voto: 5

 

Top of the Lake:

Dal cinema alla tv la formula non cambia: Jane Campion è una straordinaria regista di storie di donne. Questa serie tv poliziesca, la cui seconda stagione è freschissima di quest’anno, ha davvero convinto pubblico e critica con un’esplorazione efficace della psicologia umana, oltre i soliti clichè del genere giallo, e per la prova sontuosa della sempre perfetta Elisabeth Moss. Nel panorama costantemente in movimento, e verso l’altro, della serialità tv, questo è un prodotto da non sottovalutare.   Voto: 7 

 

Amiamo la Campion perché è una donna che parla di donne. Non come sante o delicatissime creature da non toccare nemmeno con una rosa ma come donne che possono essere belle ma anche brutte, forti ma anche fragili. In molti suoi film forse il protagonista era l’uomo ma il punto di vista è sempre al femminile dando importanza agli occhi delle donne.

“Oggi le donne devono da un lato pensare alla propria indipendenza e dall’altro affrontare il fatto che le loro vite sono orientate a soddisfare il modello romantico con cui sono state cresciute.”  Jane Campion

Elena Lazzari e Emanuele D’Aniello

Candidato Oscar 2022

“Il potere del cane”, del cinema, dell’inconscio

Sei A. o P.? in scena al teatro Agorà: così è gay, se vi pare…

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Sei A. o P.? – il linguaggio dell’Amore, commedia in due atti in scena al teatro Agorà dal 2 al 5 e dal 9 al 12 novembre 2017.

“Il principe azzurro è gay?”. È questo il dubbio che spinge Anna – protagonista dello spettacolo Sei A. o P.? – a scaricare sul proprio smartphone un’app per incontri… Destinata però a utenti gay!

È ormai chiaro: chat, app e social network hanno modificato radicalmente il nostro modo di relazionarci con gli altri. Ma a cambiare è soprattutto il nostro modo d’amare e di trovare l’amore.

A queste nuove forme di “educazione sentimentale” il Teatro guarda oggi con crescente attenzione. Lo spettacolo Sei A. o P.?, per la regia di Andrea Donatiello, ha deciso d’indagare il fenomeno all’interno del mondo gay attraverso un’app fittizia chiamata ALEJANDRO (una parodia della nota chat Grindr). ALEJANDRO/Grindr permette di interagire con altri utenti nel raggio di alcuni kilometri: un utile strumento per fare amicizia, per qualche avventura o per trovare una relazione fissa.

La scelta inusuale di Donatiello è d’introdurre un punto di vista esterno, quello di Anna, una donna eterosessuale (interpretata da Anna Pieretto). La ragazza, un po’ per equivoco e un po’ per gioco, decide di crearsi un profilo falso sull’app per conquistare tutti i ragazzi della sua zona. Da quel momento Anna interagisce con il vocabolario e con codici comportamentali di una sfera di socializzazione omosessuale che le è estranea. Delusa dalle sue relazioni precedenti, preferisce rinchiudersi in una realtà parallela e che le è inaccessibile, ma nella quale cerca sicurezza e approvazione. I suoi coinquilini gay Andrea e Paolo la guideranno in questa paradossale avventura tentando in tutti i modi – invidiosi del suo successo in chat – di persuaderla ad abbandonare il suo gioco perverso.

Sarà al contrario il “gioco” di Anna a risvegliare la coscienza dei suoi amici ricordandogli quanto sia illusoria la ricerca dell’amore su una chat.

Sei A. o P.? Teatro Agorà
Sei A. o P.? Teatro Agorà

Si tratta di uno spettacolo leggero che tratta il tema LGBT senza obiettivi didascalici o un’eccessiva introspezione.

L’atmosfera goliardica si addice al cast giovane formato da Andrea Donatiello, Anna Pieretto, Luca Gennariello e Leonardo Franco. Inoltre, alcuni brani cantati da Anna animano una curiosa atmosfera “alla Walt Disney”.

I comportamenti caricaturali dei personaggi e gli stereotipi costituiscono la base della comicità dello spettacolo.

Questo ironizza – a volte con troppa facilità – sui convenzionali cliché omosessuali e sugli aspetti più materialistici della sessualità. La psicologia dei personaggi emerge a tratti (maggiormente nel secondo atto) gettando luce sulle paure e debolezze personali che spingono a trovare conforto nelle chat. La ricerca del partener perfetto, alimentato dall’interfaccia virtuale, è un mito pronto ad evaporare nel confronto con la realtà.

Come afferma il personaggio di Paolo:

“Il principe azzurro non è gay… l’hanno solo mandato in esilio tanto tempo fa!”.

Così la ricerca spasmodica di qualcuno “che ci ami” va oltre le differenze di genere. Alla fine vale il monito conclusivo della protagonista: “Il principe azzurro non aveva uno smartphone”.

Che l’amore vero esista ma vada ricercato altrove? Forse è sempre stato sotto al nostro naso.

 

Daniele Di Cola e Francesca Blasi

Mr. Robot 3×05, nel labirinto del caos controllato

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Mr. Robot è una serie dal grande pregio, quello di essere sempre originale.

Non sempre può essere efficace allo stesso modo, ovviamente. Ha alti e bassi, come tutte le serie tv. Ma, appunto, prova sempre a raggiungere il limite, a proporre qualcosa di diverso, ad offrire una visione inaspettata. La puntata di Mr. Robot 3×05 è naturalmente l’esempio perfetto ora, perché è stata realizzata tutta in un unico piano sequenza (in realtà ci sono diversi stacchi “fantasma” ma il tutto è stato montato in maniera fluida e costante, come fosse appunto un’unico movimento di macchina dall’inizio alla fine).

Non è la prima volta che una serie tv lo fa, ci aveva già pensato X-Files molti anni fa. Ma vederlo fare nuovamente in tv è assolutamente sorprendente. Senza dubbio è la prima cosa che risalta, e tutti ne parleranno. Ma non è solo un trucco scenico, un esercizio tecnico per fare vedere quanto sono bravi. In questo episodio la scelta del piano sequenza ha un preciso scopo narrativo. E funziona.

In tempo reale, completamente immersi nell’azione, le storie di Elliot e Angela prendono pieghe decisive.

Non a caso la serie ha scelto proprio questo episodio per coinvolgere definitivamente Angela nei complotti di Whiterose. Non a caso proprio in questo episodio Elliot scopre le vere intenzioni di Angela stessa e di Darlene. Per 45 minuti siamo letteralmente dentro il senso di paranoia di Elliot, e poi nell’ansia e nel terrore di ciò che Angela deve fare. Con una puntata tecnicamente costruita così, Mr. Robot ha avuto comunque l’ardire di dividere la vicenda in due punti di vista separati, riuscendo a collegarli e sovrapporli emotivamente in maniera incredibile.

Naturalmente, come già sottolineato, a lasciare senza fiato è lo stupore nel vedere realizzata la puntata. Meravigliarsi dei movimenti di Elliot che trasforma il palazzo della ECorp in un labirinto. Entusiasmarsi per il carrello su Angela che improvvisamente diventa un inquadratura dall’alto, rivela la natura posticcia dell’edificio – un momento meta, se vogliamo – e poi torna faccia a faccia su di lei. Creazioni geniali, senza dubbio, amplificate dal senso di tensione emotiva trasmesso da ogni singolo istante.

È facile immaginare che questo episodio rimarrà impresso nella storia della tv, almeno recente. Ancora più facile è affermare che questo è davvero uno dei migliori episodi nella storia della serie. Mr. Robot potrà lasciare interdetti molti, ma sicuramente non lascia nessuno indifferente.

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Emanuele D’Aniello

Una parola in tedesco che annulla l’identità

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Una parola in tedesco è il nuovo romanzo di Francesco Esposito, pubblicato dalla casa editrice Augh!. Un racconto breve e intenso sulla malattia e la propria identità.

È un titolo curioso quello del nuovo romanzo di Francesco Esposito. Una parola in tedesco. Quale sarà mai questa parola in tedesco? Purtroppo è una molto diffusa, conosciuta e temuta. Si tratta di Alzheimer. Una parola dal suono effettivamente duro e spaventoso che sembra riflettere la gravità della malattia che indica. In realtà, è solo il cognome dello psichiatra che l’ha identificata.

Cosa c’è di peggio del perdere i propri ricordi e la capacità di riconoscere le persone che sono parte della nostra vita?

Noi siamo le nostre esperienze. Che cosa diventiamo quando esse ci appaiono confuse o scompaiono del tutto dalla nostra memoria? Esposito prova a raccontarcelo attraverso la voce di Ettore, un uomo qualunque di cinquantasei anni a cui, improvvisamente, viene diagnosticato il morbo di Alzheimer. Per salvare la propria identità, Ettore farà ricorso a un diario su cui trascrivere i propri ricordi. La scrittura, infatti, ha questo di salvifico e di meraviglioso: permette di esternare un pensiero, un’emozione, un ricordo affidandolo a un supporto materiale esterno al proprio corpo.

Ma quando si scrive, si ha anche la possibilità di mettere ordine. Si comprendono momenti del passato in maniera più chiara, poiché non si è più coinvolti emotivamente. È possibile cambiare il proprio punto di vista, abbracciando anche i pensieri o le percezioni di altre persone. Si vedono i cambiamenti a cui la vita sottopone ciascuno di noi. E quando si è colpiti da una malattia così grave, è legittimo tornare al proprio passato. È legittimo cercare di capire che cosa è stata la propria vita.

una parola in tedesco

Ma è possibile mettere ordine quando hai l’Alzheimer?

Quando leggiamo, ci affidiamo completamente alla voce narrante. Ci aspettiamo di sentirci raccontare una storia che sia vera e reale. Può lasciarci in sospeso in alcuni punti, per assicurarsi che continueremo a girare pagina. Può non conoscere tutti gli aspetti della vicenda, ma siamo comunque inclini a credergli. Ma se questo narratore fosse proprio una persona che ha difficoltà a distinguere la verità dalla menzogna?

La grande trovata del romanzo di Esposito è proprio questa: sovvertire le aspettative della scrittura e della lettura. Un tentativo di mettere in ordine e di ricordare la propria esistenza si trasforma in una lotta contro i mulini a vento. E il lettore si lascia ingannare dalla storia, salvo poi trovarsi confuso, ingarbugliato, disorientato. Una sensazione che possiamo immaginare essere comune per chi non riconosce più i confini della propria identità.

Una parola in tedesco è un romanzo breve. Molto.

In poche pagine si concentra un’esperienza di vita non straordinaria ma comune, come tante altre se ne potrebbero immaginare. La lettura scorre veloce grazie a uno stile chiaro, semplice, ma incisivo ed espressivo. Il racconto di Esposito apre un piccolo scorcio su ciò che significa perdere se stessi, facendo in modo che il lettore si perda nelle parole, nonostante la loro chiarezza e specificità.

Un’esperienza di lettura interessante che non lascia sicuramente indifferenti.

Federica Crisci

 

 

Jim Dine: Il Neo-Dada arriva all’Accademia di San Luca con House of Words

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House of Words: The muse and Seven Black Paintings dal 27 Ottobre al 3 Febbraio 2018

Siamo a Roma. In uno dei quartieri più belli della città. Ci troviamo esattamente dietro Piazza di Spagna in una piazzetta che ci accoglie con un grande palazzo antico.

Palazzo Carpegna è il suo nome. Palazzo che ospita l’Accademia di San Luca, edificio segnato dall’impronta del Borromini. L’Accademia, ormai un’istituzione a Roma, è un’associazione di artisti fondata più di cinquecento anni fa, oggi sede delle mostra di Jim Dine.

Artsita dalle mille sfaccettature, Din già famoso a New York negli anni sessanta, viene eletto accademico di San Luca.

E’ uno degli artisti più significativi dei nostri tempi in quanto appartenente alla corrente Neo-Dada. Corrente che ha ispirato Happening e Pop Art.

Ma chi è Jim Dine?

Dine è un artista statunitense che ha contribuito alla nascita della Pop Art americana e ha recepito l’influenza dadaista. Pittore, performer, poeta e incisore ha il potere di coinvolgere emotivamente lo spettatore. Il suo metodo piuttosto artigianale o come diremmo a Roma “casareccio” gli permette di comunicare le sue sensazioni senza filtri e sovrastrutture.

Per capire meglio questo artista complesso dobbiamo entrare nell’Accademia di San Luca. Dal caos dei clacson e delle voci dei passanti, spesso turisti, entriamo in una dimensione quasi onirica. Il silenzio che ci accompagna nella nostra visita fa da controaltare alla voce delle pareti.

Sì perchè le pareti della prima stanza sono totalmente scritte. Pareti scritte, chiederete voi. Sì, è proprio così.

Perchè Dine non è solo un artista ma anche un poeta.

Le pareti diventano il supporto della sua poesia. Parole, scritte, cancellate, riscritte, sottolineate, come se fossero stati messi in bozza i suoi pensieri.

Il muro è pieno di frammenti biografici che Jim vuole raccontare al pubblico. E come facciamo a capire che le parole sono sue, che sono autobiografiche?

Perchè in questo contesto Dine inserisce un autoristratto gigante. Una testa, una scultura bianca, che evoca immagini antiche di dittatori ed imperatori. Un autoritratto monumentale che fa dell’artista una scultura.

Accademia di San Luca,Jim Dine, Roma
Accademia di San Luca,Jim Dine, Roma

La testa parla, non ascolta, e cosa dice?

Bè, basta leggere le parole sul muro.

La parola quindi non è importante solo come comunicazione ma anche come grafia, come se fosse un disegno; viene espressa a pieno attraverso l’uso del carboncino.

Il rapporto con la scultura è parte del suo retaggio. Da piccolo andava a vedere le collezioni antiche conservate presso il Cincinnati Art Museum.

Ispiratosi ad una scultura trovata a Getty che raffigura Orfeo con le sue muse, Dine torna a casa e con questa idea in testa scolpisce le statue che fanno da contorno alla testa. Sono donne danzanti, più alte della testa, che si rifanno alle statue di argilla del III secolo a.c.

Il materiale usato dall’artsita è il legno della quercia rossa, un albero tipico degli Stati Uniti d’America. Quando lo scolpisce il legno non era stagionato quindi l’opera mantiene delle spaccature che donano un tono, un accento alla scultura.

L’antico mito greco trova un luogo, incontra la quercia americana.

La terza statua, facente parte del ciclo delle muse, è ancora più fedele al prototipo tanagrino; non si lascia coinvolgere dal ritmo danzante delle altre pur facendo parte della coreografia. Accenna un movimento, un sorriso.

Accademia di San Luca, JimDine, Roma
Accademia di San Luca, JimDine, Roma

Sulla testa delle ballerine vi è una sorta di lira simbolo di musa.

Jim Dine si erge ad Omero insieme alle sue muse.

Nelle stanze adiacenti la dimensione cambia: non più scultura ma quadri.

Sette sono le tele che riempiono le pareti dell’Accademia di San Luca e che per la prima volta vengono esposte al pubblico. Questi quadri sono stati preceduti da altri e seguiti da altri ancora ma per l’artista hanno un’importanza diversa. Cambiano i colori che diventano squillanti e si mischiano al nero, un nero usato come metafora del suo inconscio e non solo.

Din osserva l’eccesso di inchiostro che poi viene tirato via dagli incisori e si accumula da una parte. L’effetto che noi vediamo sulla tela infatti è proprio questo, un nero che sembra quasi in rilievo.

Il tutto diventa alchemia.

Grumi di sabbia, colatura di tinte e macchie di colore investono la tela in “Black Paintings”, in un apparente caos. Perchè apparente? Perchè l’artsita statunitense non fa nulla a caso, tutto ha uno studio, un preciso quisquid.

Un approccio alla vita complesso, poetico e analitico che viene messo in mostra facendo interagire l’oggetto, l’artista e lo spettatore.

In questa relazione tra iconografia, spazio e colore Din esce dalla superficie con l’idea di incontrare il mondo, di ri-raccontarlo.

E se proviamo a chiedergli di spiegarci la sua opera lui ci risponde: ” Grazie della domanda e grazie che siete venuti. Guardate il lavoro! Io non ho molto da dire, perchè il resto è segreto….”

Alessandra Forastieri

Bernini, pietra e anima: la mostra rivelazione a Roma

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A Galleria Borghese fino al 4 febbraio 2018 sarà presente una mostra d’eccezione: “Bernini scultore, la nascita del Barocco in casa Borghese”. Per celebrare i vent’anni dalla sua riapertura il museo ha allestito una straordinaria collezione di 71 opere del famoso artista secentesco riunite per celebrare la vita e l’arte di uno dei più grandi geni della storia umana.

L’esposizione, promossa da Fendi, permette un viaggio unico nel mondo di un artista universale che ha saputo incarnare ideali e sentimenti elevandosi al di sopra di ogni canone antico e contemporaneo. La galleria, essendo lo scrigno privilegiato del più importante nucleo di marmi del Bernini, è stata scelta dai curatori come sede ideale per una mostra rivolta alla comprensione di una personalità artistica grandiosa.

Proprio nella splendida cornice del palazzo nobiliare il talento artistico di Gian Lorenzo venne scoperto e coltivato dal cardinale Scipione Borghese per il quale realizzerà i suoi gruppi marmorei più celebri (Apollo e Daphne, Il Ratto di Proserpina, Enea e Anchise). Il percorso espositivo intende realizzare una lettura critica del grande maestro barocco e delle sue opere percorrendo l’arco di una fortunata carriera che l’ha visto affermarsi sul palcoscenico di Roma.

Il tema centrale dell’esposizione, articolata in otto sezioni, è proprio l’arte del genio napoletano, il quale ha saputo misurarsi titanicamente con la monumentalità del marmo, superando qualsiasi limite umano e aspirando a quella grazia che la natura raramente riesce a confinare nella carne.

Partendo dalla formazione del giovane Gian Lorenzo, con le opere realizzare in collaborazione con il padre Pietro, il percorso espositivo prosegue con le seguenti sezioni tematiche: La giovinezza e la nascita di un genere: i putti; I gruppi borghesiani; Il restauro dell’antico; I busti; La pittura; Luigi XIV; Il mestiere di scultore: i bozzetti. Il risultato finale della mostra è quello di delineare un ritratto completo di un artista inimitabile e poliedrico, scultore, architetto e pittore per personale piacere.

Nei gruppi borghesiani troviamo in esposizione le famose sculture dell’artista barocco che già appartengono alla meravigliosa collezione della Galleria. Il David, intrappolato nel marmo nell’esatto momento in cui scaglia la fionda contro Golia, è celebre per la sua caratterizzazione del volto, unica, dove è stato visto lo stesso autoritratto dello scultore.

Bernini in mostra a Roma

 

I capolavori mitologici, come Il Ratto di Proserpina, dove il marmo si fa sangue e carne e le vene pulsano sotto il cuore tremante della vergine rapita, in una leggendaria lotta contro Ade. Il Dio, pazzo di lussuria, afferra la giovane violentemente per trascinarla via con se nell’Averno, divenendo una delle rappresentazioni più commoventi del mito greco. Le mani muscolose scavano nella carne dolorante di Proserpina che cede alla forza sovrumana del suo rapitore, il corpo si contorce, gli occhi piangono lacrime amare. Il marmo non è mai stato così dolorosamente vivo e gli dei così drammaticamente umani.

Bernini in mostra a Roma

 

Un altro interessante approfondimento tematico è dedicato ai busti, in cui si intende ripercorrere un importante arco cronologico della carriera dell’artista, con l’esposizione di pezzi molto rari generalmente esclusi alla fruizione del grande pubblico. Un’intera sala dedicata al suo particolare talento come ritrattista, dove troviamo i volti scolpiti delle personalità più importanti dell’epoca, come quello di Scipione Borghese, un vero e proprio ritratto parlante. Durante la mostra lo scultore si rivela sempre più al pubblico come un preistorico demiurgo in grado di soffiare la vita sulle proprie creazioni.

Nella sezione della Pittura è possibile venire a conoscenza dell’uomo come artista universale, con tele la cui autografia è stata generalmente accolta dalla critica e fondamentali per la conoscenza di Gian Lorenzo pittore, mostrando un lato inedito ed affascinante della sua personalità artistica.

Vedere un blocco di pietra bianco, nato freddo e inespressivo, assumere le sembianze di una forma naturale, incarnare i tormenti dell’anima, leggergli la vita nelle pieghe dei panneggi, nelle espressioni tragicamente umane, vederlo diventare carne morbida e palpitante è qualcosa che nel 2017, a mio parere, rimane ancora inspiegabile.

Siamo in un mondo digitalizzato, straripante sorprendenti effetti speciali, eppure queste sculture in marmo nella loro purezza conservano la capacità di toccare le corde più profonde dell’anima. Una visita a questa irripetibile mostra è un modo per dimostrare a noi stessi che possiamo emozionarci ancora, perché siamo noi prima di tutto ad essere carne sensibile e vibrante. Per questo motivo dopo secoli di storia Bernini è ancora una rivelazione.

Martina Patrizi

 

Ogni tuo respiro. Nella vita bisogna Vivere non Sopravvivere

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Titolo originale: Breathe
Regia: 
Andy Serkis 
Uscita:
16 Novembre  2017
Attori:
Andrew Garfield, Claire Foy, Tom Hollander, Stephen Mangan, Dean-Charles Chapman
Genere: Drammatico
Nazionalità:
Gran Bretagna
Durata:
117 minuti

Questa è una storia vera…

Cosi inizia un viaggio lungo 117 minuti. Un film diretto da  Andy Serkis  (The War – Il pianeta delle scimmie, Star Wars: Il risveglio della Forza), qui al suo esordio come regista. La storia è incentrata su Robin Cavendish, interpretato egregiamente da Andrew Garfield, affiancato da una talentuosa Claire Foy (che tutti conosciamo nel ruolo della Regina Elisabetta II in “The Crown”) nelle vesti di Diana Blacker , la moglie.

Robin Cavendish è un ragazzo carismatico, talentuoso e avventuroso. Ha tutta la vita davanti a sé fino a quando all’età di 28 anni, dopo un viaggio in Africa, contrae la poliomielite restando paralizzato dal collo in giù.

Dalla depressione alla voglia di vivere il passo non è stato breve.

Quando sceglie la vita, con l’aiuto e la determinazione di sua moglie Diana e contro il parere di tutti,  viene dimesso dall’ospedale. Robin fa ritorno a casa con un’aspettativa di vita bassa, eppure i coniugi Cavendish ce la fanno, riescono a superare la disabilità. Hanno saputo convertire il dolore in gioia, le ferite in stelle. Perché ad un certo punto della sua esistenza Robin si rende conto che le possibilità sono due:  piangersi addosso o agire. Probabilmente, un giorno guardando sua moglie e partendo da una certezza, la malattia irreversibile, si è detto “Riorganizziamoci e decidiamo di proseguire”. Non sa quanto gli resta, vive ogni giorno come se fosse l’ultimo, scegliendo ogni mattina di smettere di lamentarsi e passare il resto del suo tempo ad amare, anche nella sofferenza.

Come Robin nella vita ci vuole coraggio. Sono i Piccoli Passi Possibili ad insegnarci l’arte di saper guardare a quanto la quotidianità sia straordinaria

“Lei ha cambiato il suo modo di vedere. Lui ha cambiato la vita di milioni di persone”

La scelta di raccontare al grande pubblico la storia di Robin Cavendish è stata di Jonathan Cavendish figlio di Robin, nonché produttore del film.  Un uomo dalle ampie prospettive, che come il padre ha un forte intuito, tale da comprendere che la storia della sua famiglia era qualcosa che non poteva tenere per se, ma valeva la pensa di essere raccontata. In un modo consumistico, dove siamo abituati a fare, ad essere, apparire, Robin Cavendish ci insegna che in natura non viviamo ma sopravviviamo travolti da una società che va sempre più veloce.

C’è chi maledice i propri calvari interiori, chi crolla sotto il peso dei propri fallimenti, chi ha difficoltà a concentrarsi su quello spiraglio di luce/speranza in una stanza vuota e chi come Robin, sa trasformare la propria croce in un’opportunità.  Grazie alla sua malattia e al suo coraggio, Robin Cavendish ha migliorato della qualità di vita di milioni di persone paralizzate.

“Scegliere di vivere è uno stato mentale”

"Ogni tuo respiro" - Andrew Garfield, Claire Foy
“Ogni tuo respiro” – Andrew Garfield, Claire Foy

 

Ogni tuo respiro  è molto di più che un semplice film. Sebbene i primi minuti sembrano l’intro delle solite pellicole biografiche/romanzate in versione english style. Ci si accorge, quando la Poliomielite fa il suo ingresso, che in realtà si tratta di una testimonianza di vita , dove la malattia non ha mai l’ultima parola. Anche nella disabilità la vita va vissuta attimo per attimo, quale dono e privilegio. Perché come insegna il film, c’è sempre una via d’uscita.  Basta saper guardare alle nostre situazioni e difficoltà con la giusta prospettiva e ci accorgeremo che la soluzione è a portata di mano.

Un messaggio trasmesso con ironia, semplicità e tanto coraggio. La scelta del produttore Jonathan Cavendish è di comunicare agli spettatori che vivere è uno stato mentale. Possiamo lamentarci, smettere di lottare, di pensare al futuro, come fa il protagonista nella prima parte della pellicola, o convertire i nostri pensieri  e restare stupiti di quante opportunità sono li che ci aspettano, per poter svoltare e oltrepassare i limiti che noi stessi ci imponiamo.

Nonostante il tema particolarmente forte, il film non appesantisce lo spettatore ma lo esalta in un’alternanza di paesaggi mozzafiato dai colori intesi che fanno da contrappeso a scene drammatiche

"Ogni tuo respiro" - Andrew Garfield, Claire Foy
“Ogni tuo respiro” – Andrew Garfield, Claire Foy

 

Una regia che ha saputo mettere su pellicola un film che non incupisce mai lo spettatore ma lo diverte, lo istiga, lo provoca in un mix di scene intese, per certi versi difficili da digerire, che si combinano alla perfezione con un sano humor inglese a scene dal sapore leggero e scanzonato.

Un ruolo difficile da interpretare, ma in cui Andrew Garfiel sa immedesimarsi fino quasi a trasformarsi

Molti potrebbero dire è semplice, è un attore, cosa ci vuole se sai recitare! Ma immaginatevi a recitare paralizzati. Le espressioni e le parole sono le protagoniste. Garfield come Foy hanno dato vita ad una performance straordinaria. Interpretare un paralitico, il suo dolore, le difficoltà motorie, la rabbia, la mimica limitata e poi quel viso che cambia e ti fa pensare “come diavolo ci riesce?”

"Ogni tuo respiro" - Andrew Garfield, Claire Foy

“Ogni tuo respiro” – Andrew Garfield

Una regia impeccabile, conseguenza positiva di chi non si improvvisa, ma ha appreso l’essenza dell’arte cinematografica  

La direzione di Andy Serkis ci fa comprendere che lavorare nel cinema, dapprima come attore e poi esordire come regista, dà quel background che non tutti hanno. Ha saputo dar vita ad un prodotto filmico quasi impeccabile. Dagli arredamenti delle case, a quello degli ospedali, ai giardini. Le ambientazioni sono fedeli ad un’Inghilterra che cambia nel corso degli anni.  La stessa moda è una presenza forte ma non ruba mai la scena. La cura per i dettagli è forse l’ingrediente segreto per raccontare una biografia particolarmente intensa come quella di Robert Cavendish.

Dai titoli di coda al repertorio che non potete perdere

"Ogni tuo respiro" - Andrew Garfield, Claire Foy - Robin Cavendish, Diana Cavendish
“Ogni tuo respiro” – Andrew Garfield, Claire Foy – Robin Cavendish, Diana Cavendish

 

Durante il film vi chiederete come sarà mai il vero Cavendish e sua moglie. La vostra curiosità verrà esaudita. Scene di repertorio vengono trasmesse durante i titoli di coda. Dal matrimonio a Diana che spinge la carrozzella su una spiaggia, ma anche  il piccolo Jonathan con il papà. Insomma poche immagini sono sufficienti a farci calare nella realtà di questo uomo straordinario che ha saputo fare della sua vita un’opera d’arte.

In conclusione, Ogni tuo respiro, anche se dai toni molto british style, che personalmente amo, sa conquistare il cuore dello spettatore, coinvolgendolo emotivamente e accompagnandolo in un viaggio introspettivo.

Perché guardarlo?

In una società dove pensiamo che la felicità si trovi nelle apparenze, nella carriera, nelle frivolezze, il film ti colpisce in pieno destabilizzandoti fino al punto da rimetterti in discussione. E tu vuoi ancora vivacchiare più che vivere?

Angela Patalano

Il conte di Essex, l’amore segreto di Elisabetta I d’Inghilterra

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“I doveri di una regina vengono prima di qualunque esigenza di una donna”

Titolo originale: The Private Lives of Elizabeth and Essex
Regista: Michael Curtiz
Sceneggiatura:  Norman Reilly Raine e Æneas MacKenzie
Cast Principale: Bette Davis, Errol Flynn, Olivia de Havilland, Donald Crisp, Vincent Price
Nazione: USA
Anno: 1939

Elisabetta I d’Inghilterra. La regina vergine. Colei che con il suo governo, la sua saggezza e il suo coraggio portò la sua nazione ad un periodo di fervente splendore. Un personaggio che è stata fonte d’ispirazione, non solo per gli storici e gli amanti di Shakespeare; ma anche per sceneggiatori. Nel 1912 la divina Sarah Bernhardt fu la prima ad interpretare la regina inglese. Nel 1939 Bette Davis prende i panni di Elisabetta ne Il conte di Essex, diretta da Michael Curtiz, al fianco di Errol Flynn.

La pellicola ci narra una romantica e tormentata storia d’amore.

Siamo nel 1596. Robert Devereux, conte di Essex (Errol Flynn) torna a Londra orgoglioso della sua vittoria a Cadice. Arrivato a corte e osannato dal popolo, si presenta pieno di sé in attesa di onori e glorie. Qui però la regina Elisabetta I (Bette Davis) lo accoglie con freddezza. Davanti a suoi pari, come sir Walter Raleigh (Vincent Price), e alle dame della sovrana, come Lady Penelope Gray (Olivia de Havilland), Robert viene accusato pubblicamente dalla regnante di aver gestito la campagna militare in maniera troppo autonoma e soprattutto dallo spirito troppo ambizioso.

In realtà, tra Robert ed Elisabetta ardono amore e passione: amore che non conosce pace, per via dell’orgoglio di entrambi e la forte ambizione di Devereux.

Il conte di EssexQuesti, infatti, ritiene di poter essere un buon sovrano per l’Inghilterra. Possiede natali più nobili di quelli della regina:

«Ho origini più pure di Elisabetta: i conti miei antenati erano accanto al ceppo con re Giovanni»

Ha compiuto imprese militari nobili e di successo e, inoltre, le guerre che si combattono, come quella con la Spagna, sono talmente

«sciocche e femminili che solo una donna poteva intraprendere».

Sono fuori discussione, però, i suoi sentimenti verso Elisabetta. Dice infatti durante la pellicola

«Io la amo. La odio. Io la adoro»

Il conte di Essex

La sovrana, invece, è combattuta dal fatto che, per quanto ami Robert, non può permettere che un suddito la eclissi.Più volte i due litigano e più volte si riappacificano, creando le ire di alcuni cortigiani.

Quando Robert parte per l’Irlanda, per ordine della regina, per calmare una rivolta, i due si scrivono, ma le lettere vengono intercettate dai cortigiani invidiosi e da Penelope, gelosa di Elisabetta. Questi, in collaborazione, scambiano lettere profonde, amorose e di richiesta con frasi banali e di circostanza. Persa la guerra, il conte di Essex torna in Inghilterra più furioso che mai e, adirato con colei che l’ha abbandonato nel momento del bisogno, decide, con una parte dell’esercito a lui fedele, di marciare verso palazzo reale e prendersi il trono con la forza. Elisabetta dovrà prendere una decisione.

Una pellicola d’effetto per gli amanti dei film romantici e in costume.

Due mostri sacri del cinema di allora uniscono le forze per coinvolgere il pubblico con le loro magnifche interpretazioni, in una storia che trae ispirazione dal dramma storico Elizabeth the Queen del 1930 di Maxwell Anderson. Ci sono mille curiosità, rese ormai note da tempo, su questo film. Una delle prime è che i due attori mal si sopportavano. La ligia Bette Davis aveva già una collaborazione alle spalle con Flynn ma, a causa del poco imepgno di questi nel preparare le parti, non aveva avuto un buon riscontro con lui.

Il loro amore-odio nella pellicola è quasi parodistico. Se nella vita di tutti i giorni Elisabetta doveva far vedere di trattare Robert come tutti gli altri, ma segretamente lo amava; l’altra Elisabetta (Bette) doveva rispettare il collega Errol come tutti, ma segretamente non lo sopportava.

Vediamo anche altri due mostri sacri del cinema a fare da contorno, come Olivia de Havilland e Vincent Price.

La prima si mostra in una veste capricciosa, testarda e soprattutto molto decisa: fa strano sapere che quello stesso anno sarà la dolce e mite Melania in Via col vento. Price invece è giovane, alla sua seconda pellicola con poche battute.

Il conte di Essex

L’attenzione però è rivolta quasi tutta a lei: Elisabetta, sia personaggio che attrice

Bette Davis dà voce ad una sovrana tormentata. È tormentata dal suo ruolo di regina. Lei è su quel trono “in nome di Dio” e, per lo stesso, deve proteggere l’Inghilterra, suo unico e autentico figlio. È tormentata dalla sua età. La distanza tra lei e Devereux la rende insicura: da citare la scena delle ballate, dove lei, presa da un attacco di repulsione verso se stessa, rompe gli specchi e ordina di farli sparire.

Il conte di Essex

È tormentata dall’amore, che non è come lo vorrebbe lei. Il fatto che Robert preferisca la sua ambizione a lei, crea nella sovrana una morsa nel cuore: ci ricorda che la regina è pur sempre una donna e ci mostra il dolore nell’offesa di una situazione del genere. Lei, però, crede nell’amore: lascia parlare la damigella Margaret del suo innamorato, sorride con lei e piange per lei quando questi cade in battaglia, sapendo quanto soffrirà «Povera ragazza. Povera ragazza» dice durante l’accaduto). Ed è proprio questa “fede” nell’amore che la porta a distruggersi definitivamente quanto Robert marcia verso Londra.

Il conte di Essex

Un film che dimostra un’effettiva prova d’attrice, in un contesto da sempre circondato da storie d’amore tormentate.

 

3 motivi per vedere il film:

– Bette Davis, con le sue ire e le sue lacrime

– I costumi di Orry-Kelly

– Olvia de Havilland, in una parte dispettosa e pentita

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Quando vedere il film:
Quando si cerca una storia d’amore in costume con una protagonista storica; e capace di farci supporre e sognare qualcosa che non sapremo mai, come appunto un amore tormentato della grande regina inglese.

 

Ti sei perso le uscite precedenti? Tranquillo, ecco tutto il nostro cineforum!
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Francesco Fario

REf Kids 2017: il Romaeuropa Festival 2017 è anche per i bambini

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Romaeuropa è il festival per la diffusione: dell’arte, del teatro, della danza e della musica contemporanee. In questa  edizione si rivolge per la prima volta anche ai bambini e alle loro  famiglie con REf Kids.

REf Kids vi aspetta al MACRO di Testaccio a partire dal 10 Novembre per i 3 week-end.

10-12 Novembre: PRIMO WEEKEND

Ad aprire  REf Kids è la celebre Akram Khan Company al Teatro Vascello, in scena con Chotto Desh: è  la storia di un ragazzo che sogna di diventare un danzatore e che si ribella alla volontà del padre. È una fusione di danza classica indiana e illustrazioni oniriche.

A La Pelanda – MACRO TESTACCIO troviamo i BonteHond  con Ipet: creazione per riflettere sull’impiego creativo degli strumenti tecnologici. Protagonisti dello spettacolo sono degli Ipad.

Magia e illusionismo rivivono  nello spettacolo Dark Circus presentato dai  STEREOPTIK. Il mondo raccontato in questo spettacolo è quello fiabesco di un circo un po’ decadente inventato dalla penna di Pef.

In scena negli stessi giorni ci sono i Farrès brothers i cia, che con Tripula  invitano i bambini a entrare all’interno di una mongolfiera per vivere un viaggio in luoghi fantastici alla ricerca dei tre animali che – prima dell’uomo – solcarono i cieli.

17-19 Novembre: SECONDO WEEKEND

La compagnia italiana Teatrodelleapparizioni apre il secondo fine settimana di REf Kids con “La mia grande avventura”.

Dentro una tenda-casa si racconta di un viaggio fantastico il cui protagonista affronta da solo la gioia di vincere, la paura di perdere, la vertigine della crescita e, all’interno di un bosco incantato, incontra il mondo intero imparando a guardare se stesso e l’altro da sé.

STEREOPTIK è Congés Payés, racconto delle origini del concetto di vacanza: tra fotografie, filmini amatoriali, vecchi ricordi di famiglia e  disegni, giradischi, carta, carboncino, vernici, sacchetti di plastica e tanta musica.

Ai bambini dagli 1 e i 3 anni è dedicato il progetto musicale di Theater de Spiegel, che in Beat the Drum!, costruisce un set/installazione invitando i bambini ad interagire con tamburi, biglie, palloni, ciotole, pelli e acqua insieme a un percussionista, un sassofonista e un burattinaio.

24-26 Novembre: TERZO WEEKEND

Rustica X Band: riunisce ragazzi e bambini musicisti. Il loro concerto è un pretesto per costruire relazioni profonde e utilizzare l’arte come strumento di crescita sociale.

Ai bambini dai 18 mesi ai 3 anni è dedicato Sensacional, creazione multimediale degli IMAGINART. È un’esperienza audiovisiva costruita attraverso un dancefloor: i bambini  sono chiamati a muoversi liberamente per interagire con l’esplosione d’immagini luci e suoni.

Piccolo è il circo del musicista Laurent Bigot. Il suo Le Petit Cirque è un circo sonoro e fragile; un concerto di musica elettroacustica, campionata, composta e suonata dal vivo: uomini, animaletti, trottole, acrobati e ballerine abitano questo minuscolo circo.

REf Kids

La Factory è un piccolo universo  per i bambini e per  i genitori in cui possono sperimentare, giocare, imparare, ascoltare, confrontarsi. Troverete tantissimi laboratori.

Flying Tiger Copehagnen  che per l’occasione proporrà la costruzione di paesaggi nordici in 3D con glitter, cartoncini e gessetti colorati; di labirinti di carta e magneti; di lampade per illuminare la propria cameretta e ancora di marionette, scatole per sfogliare i propri disegni e le proprie fantasie, tessuti per sviluppare le proprie abilità .

Il laboratorio in inglese proposto da ARTandSEEK che in due  appuntamenti s’immergerà nel mondo delle creature del circo prima con Animals e poi con Acrobats (per i bambini che non parlano la lingua è previsto un assistente in italiano).

Infine RAI costruisce uno speciale laboratorio RAI: “porte aperte”.

Permetterà ai bambini di scoprire il mondo della radio e della televisione, da come si utilizza una videocamera alla regia di una trasmissione. RAI Radio Kids, invece, seguirà l’intera programmazione attraverso gli occhi di piccoli inviati.

REf Kids troverete anche installazioni interattive e permanenti che animeranno costantemente La Factory:

Quindici Uomini del gruppo B17 Illustrations, che ricrea una rilassante atmosfera marina; la street art incontra l’opera di AliCè; teatrodelleapparizioni costruisce un labirinto site specific dove gli spettatori sono invitati a perdersi; costruzioni e mattoncini Edo permetteranno  di plasmare lo spazio e di costruire il proprio paesaggio ideale.

Fables Secrets/Chiara De Bonis hanno il compito di raccontare storie senza età in un momento di raccoglimento e intimità.

Famiglia punto zero dedica ai genitori momenti di discussione. Si terranno una serie di incontri  legati all’infanzia: dal Cyberbullismo ai videogames,  fino ad un  workshop sul gamification learning e sul modo in cui spiegare il male e la paura ai bambini.

Casa dello Spettatore con l’incontro “Genitori mediatori” intende affrontare la questione dei genitori come primi “mediatori culturali” nell’approccio all’arte e alle arti sceniche.

Quindi segnatevi in agenda tutti questi appuntamenti e passate un week end in famiglia con l’arte!

Alessandra Bonadies

 

Il film sugli esodati testimonia il momento più oscuro dei lavoratori italiani

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L’Esodo tratta un argomento sicuramente scomodo per tutti, probabilmente la più grossa vergogna avvenuta nel mondo del lavoro italiano.

Già questo rende l’Esodo meritevole di interesse, perché non molti si avventurano in questo limbo di infamia istituzionale. Dal mondo della cultura e dagli altri ambiti sociali, non è che ci si sia proprio battuti pubblicamente per sostenere questi cittadini defraudati delle loro certezze.

La storia si sviluppa avendo come sfondo il drammatico fenomeno degli esodati, momento sociale che ha visto la disperazione di migliaia di lavoratori. Nasce dalla ricerca personale di Ciro Formisano, che per tre anni ha seguito le loro vicende frequentandone le manifestazioni per raccogliere  testimonianze. Tra queste ha deciso di  raccontare quella di una donna, narrata senza inutili orpelli nella sua disperata realtà.

La dignità rimane sempre al centro della storia.

Una discesa verticale e improvvisa verso la povertà e l’indigenza, che costringerà la protagonista fino all’estrema scelta di fare l’elemosina. L’Esodo è un film di denuncia che in alcuni tratti sconfina nel documentario sociale vero e proprio. L’elemento centrale del film però non è il fenomeno degli esodati in se, ma la grande dignità con la quale le persone investite da questa barbarie sociale hanno reagito.

Una situazione vissuta quasi come un ingiustificato senso di colpa per la propria condizione. Le vicende personali di Francesca, interpretata da Daniela Poggi, mostrano la quotidianità che comporta una situazione del genere. Un attacco continuo alla propria autostima, l’imbarazzo davanti ai propri cari e la distruzione del proprio tessuto sociale. Il distacco dalla nipote Mary da sempre vissuta con lei, ma che non è in grado di accettare il cambiamento ed il vuoto umano che improvvisamente le si fa intorno.

L’Esodo mostra con chiarezza il cambio di prospettiva di una lavoratrice estirpata dalle sue certezze a sessant’anni, costretta senza preavviso a vedere la società, il paese e le istituzioni, in maniera totalmente nuova e ostile. La forza ostinata di non abbandonarsi alla disperazione cercando in ogni modo di far fronte alla situazione. Sempre nel rispetto di se stessa e dei propri valori personali.

Sperimentare una vita totalmente diversa anche nei rapporti umani.

In questo viaggio nella dimensione dei nuovi poveri, Francesca incontrerà sulla strada diversi personaggi, imparando piano piano a confrontarsi con loro e con la loro personale visione delle cose. Tra questi c’è Peter, il pittore tedesco interpretato da David White che vive a Roma da vent’anni. A lui è affidata la quota in positivo della vicenda, un messaggio di speranza e fiducia nel genere umano, che non viene meno anche quando si avrebbero tutti i motivi per non crederci più.

Simone Destrero nei panni di Cesare, rappresenta invece l’autenticità di quegli incontri di strada che possono essere più sinceri di tanti altri. La zingara interpretata da Rosaria De Cicco è il personaggio meno riuscito, ma non per colpa dell’attrice. Concepito nei dialoghi e nelle movenze quasi come una parte teatrale, risulta un pò avulso dall’aurea neorealista che veste le altre interpretazioni.

Una vicenda che indigna e che potrebbe essere quella di ognuno di noi.

Se lo scopo era quello di indignare le coscienze il film è certamente riuscito. Davanti ad alcune immagini non si può rimanere indifferenti, specialmente pensando che questa situazione non fa parte della storia ma è ancora il quotidiano di cinquemila persone. Lavoratori italiani, traditi in uno dei valori ormai fondamentali solo sulle pagine della costituzione Repubblicana.

Esistenze che quasi si nascondono tra noi con il coraggio di andare avanti, senza mollare di un millimetro quella dignità che in tutti i modi hanno cercato di strappargli da dosso. L’uso della fotografia sui particolari di alcune scene, aiuta a richiamare immediatamente alla memoria il ricordo di una Ministra che in virtù di chissà che, ha cambiato con una firma la vita di 380.000 persone.

Una burocrate che ancora oggi si sorprende di ricevere qualche insulto e che pensava che un piantarello in tv avrebbe risolto tutto. Alla fine l’Esodo rimane come importante testimonianza sociale, di un problema sempre troppo poco trattato in relazione alla sua gravita. Uno scomodo pasticcio Italiano, a cui non è mai stato dato sufficiente risalto. Nemmeno dalla stampa, che come emerge anche dal film, ha sfruttato il fenomeno più per fare del facile giornalismo di pancia che per altro.

Bruno Fulco

Tra gli antichi ulivi di un convento a Eboli nasce “Berniero”

Cultura e sostenibilità il 19 e 20/11 a Eboli, per valorizzare tradizione e territorio verso un futuro più sostenibile con una risalita verso le colline.

Presso il Convento di San Pietro Alli Marmi a Eboli (Sa) due giorni di incontri, dibattiti, proiezioni e laboratori. Un progetto che vede il 20 novembre vedrà la partecipazione straordinaria di Vinicio Capossela in un incontro sospeso tra racconto e sacralità.

Un Santo e una terra, inscindibilmente legati l’uno all’altra dal liquido d’oro che miracolosamente fanno sgorgare: l’olio d’oliva.

Il 19 e 20 novembre a Eboli, sulle colline salernitane, il convento di San Pietro Alli Marmi, circondato da ulivi centenari ospita la prima edizione di Berniero, 2 giorni di incontri, dibattiti, proiezioni e attività laboratoriali per un innovativo progetto che affonda le radici in una delle più antiche tradizioni della città e del territorio circostante: la figura di San Berniero, co-patrono di Eboli, e il suo stretto legame alla cultura dell’ulivo e dell’olio.

Ideato e diretto da Giovanni Sparano, ‘Berniero’ intende proiettare Eboli e lo straordinario territorio alle porte del Cilento, al centro di una delle più antiche culture agricole e della produzione olearia di qualità dell’intero bacino del Mediterraneo, favorendo lo scambio di conoscenze fra i vari Paesi che vi si affacciano.

Un programma denso di attività:

dalle proiezioni curate da Paolo Pisanelli, direttore della Festa di Cinema del Reale, alle tavole rotonde curate dal Festival della Lentezza sul concetto di “Ritorno alla terra”, fino ad arrivare alla partecipazione speciale, il 20 novembre, di Vinicio Capossela e Giovannangelo De Gennaro a dialogo con l’archeologo Benedetto Giacobbe. E poi le attività di raccolta e premitura all’interno del convento, le degustazioni e gli approfondimenti religiosi, scientifici e gastronomici, e con docenti universitari ed esperti del settore.

‘Berniero’ sarà dunque occasione di approfondimento culturale, ma anche di sensibilizzazione al consumo perché all’evento è legato il lancio di un nuovo prodotto: Berniero, un olio extravergine d’oliva di pregio che troverà collocazione nella fascia alta del mercato, frutto di un ciclo produttivo virtuoso che si basa sul principio di sostenibilità economica e di un modello cooperativistico, con la gestione di oliveti privati affidata a cooperative. Per questa prima edizione, la raccolta sarà affidata a Legambiente, alla comunità Emmanuel, all’istituto Agrario “G. Fortunato” di Eboli, nonché a tutti i volontari che potranno e vorranno unirsi.

Una fusione di tradizione e innovazione che si inserisce nella tendenza a riscoprire le potenzialità economiche dell’agricoltura attraverso le nuove tecnologie, le forme di produzione alternativa e l’efficacia di una rete consorziale di enti, associazioni, cooperative, comuni nella promozione del territorio sul piano nazionale ed internazionale e nella sua emancipazione dal punto di vista produttivo, imprenditoriale e commerciale.

Berniero è innanzitutto un nome.

È il nome di un pellegrino spagnolo che circa mille anni fa decise di lasciare tutto quello che aveva e di partire. Il suo cammino di fede e generosità terminò ad Eboli e proprio in quella terra dove aveva ricevuto accoglienza operò vari prodigi, tra cui la moltiplicazione dell’olio, che il giorno della sua morte si riversò in abbondanza nel trappeto del monastero dei Benedettini. A Berniero, divenuto Santo e co-patrono della città, è dedicato un giorno in piena raccolta delle olive: il 20 novembre. Le reliquie del santo sono ancora oggi conservate nella cripta della chiesa del convento.

L’evento è organizzato dall’Associazione Culturale ‘Berniero’ grazie alla disponibilità e la collaborazione dell’Ordine Frati Minori Cappuccini di Eboli e al sostegno del Comune di Eboli.

Partner: Università di Salerno, Festival della Lentezza, Festival del Cinema del Reale, Istituto Luce, Comunità Emmanuel, Istituto Tecnico Agrario-Industriale Statale ‘Fortunato-Mattei’, Istituto CREA di Pontecagnano, Cooperativa Nuovo Cilento, Legambiente Sezione di Eboli, Weboli.

Programma:

Domenica 19 novembre

08,00 Raccolta delle olive

09,30 Santa messa

11,00 Storia medievale, storia dell’agricoltura

– Antonio Tagliente, Università di Salerno

‘Ex illustri prosapia: San Bernerio tra agiografia, culto e territorio’

– Franco Manzione, Archivista

‘Il territorio agricolo di Eboli nei documenti dell’Archivio di Salerno’

16,00 Mediterraneo. Archeologia e Antropologia

– Benedetto Giacobbe, Archeologo, ‘L’ulivo e l’olio e nel temenos greco dall’VIII secolo a.C. al II secolo d.C.’

– Simone Valitutto, Antropologo, ‘Il cammino silenzioso’

– Beppe Barra e Paolo Sgroia, ‘San Berniero nella cultura popolare ebolitana’

– Paolo Pisanelli, Cinema del Reale: Vigilia di mezza estate’, regia di Gian Vittorio Baldi, Italia 1958, 10’, colore

18,00 Santa Messa

19,30 Paolo Pisanelli, Archivio Cinema del reale

Rassegna cinematografica ‘L’olivo. La terra. Gli uomini’

– ‘Paese degli olivi’, Italia 1954, 10’ b/n, regia di Adriano Barbano

– ‘Tempo di raccolta’, Italia 1966, 16’ colore, regia Luigi di Gianni

– ’Il sibilo lungo della taranta’ – Italia 2006, 60′, colore  regia Paolo Pisanelli

Lunedì 20 novembre

08,00 Raccolta delle olive e laboratori didattici

09.30 “Ritorniamo alla terra”. Introduzione

– Massimo Cariello, Sindaco di Eboli

– Laura Cestaro, Dirigente Istituto Agrario-Industriale ‘Fortunato-Mattei’ di Eboli

“Ritorniamo alla terra”. Convegno

– Paolo Pisanelli, ‘La passione del grano, Italia 1960, 10′, colore

– Marco Boschini, Festival della Lentezza

  De.Co. e ‘Comuni virtuosi’

– Giorgio Monti, sindaco di Mezzago (Mb)

  De.Co ‘Asparago rosa’

– Luca Mascolo, sindaco di Agerola (Na)

  De.Co. ‘Pane Biscottato, Tarallo, Pera Pennata, Pomodorino, Salumi’

 Approfondimento con:

– Luciana Squadrilli, giornalista

– Cooperativa ‘Nuovo Cilento’ di San Mauro Cilento

– Rosa Pepe, Istituto CREA di Pontecagnano

 15.00 ‘Amore sciolto e traboccante’

– Don Gianluca Cariello

 16.00 ‘Camminante’

– Vinicio Capossela e Giovannangelo De Gennaro, dialogo con Benedetto Giacobbe

 18.00 Santa Messa e benedizione dell’olio

 19,30 Paolo Pisanelli, Archivio Cinema del reale

  Rassegna cinematografica ‘L’olivo. La terra. Gli uomini’

– ‘Cristo non si è fermato a Eboli’- Italia 1952, 10′, colore regia Michele Gandin

– Vigilia di mezza estate’, regia di Gian Vittorio Baldi, Italia 1958, 10’, colore

– ‘I dimenticati’, Italia 1959, 16’ colore, regia di Vittorio De Seta

– ‘La passione del grano, regia di Antonio Michetti / Lino Del Fra, Italia 1960, 10′, colore

– ‘Il popolo degli ulivi’, Italia 2015, 7’, colore, regia OfficinaVisioni, a cura di CSV Salento e Archivio Cinema del Reale

Installazioni, attività di produzione e laboratori

19-20 novembre, Convento di San Pietro Alli Marmi: chiostro e uliveto superiore

Gente, arte e artigianato

Sacragente: è il racconto, sotto forma di interviste, di un rapporto tra le persone e gli ulivi, tra la gente e la sacralità della terra. Le interviste saranno parte di un allestimento che proietterà continuamente i racconti in una sala dedicata.

L’albero della civiltà: l’ulivo nel racconto dell’arte dal III al XX secolo, l’installazione che avrà uno spazio dedicato.

Mai muore: esposizione di arte e artigianato artistico con opere ricavate anche dal legno degli ulivi bruciati dagli incendi.

Raccolta delle olive: la raccolta si svolgerà nelle ore di luce a partire dalle 8.00 del 19 e 20 novembre.

Le tante vite dell’olio

Sezione ‘Vivaistica’: alcuni operatori del settore vivaistico allestiranno esemplari di piante d’olivo in vaso, di diverse dimensioni, anche bonsai, anche al fine di dare un’idea della bellezza e della versatilità di questa pianta anche a fini ornamentali.

Sezione ‘Produzione’: le aziende olivicole presentano le loro produzioni.

Sezione ‘Le mille vite dell’ulivo’: le aziende olivicole e l’istituto di ricerca CREA presentano le tante peculiarità delle olive oltre la produzione dell’olio.

Percorsi laboratoriali per le scuole: gli alunni dell’Istituto Agrario di Eboli illustreranno il mondo dell’ulivo e le attività che svolgono nel loro percorso scolastico.

Organizzazione: Associazione Culturale ‘Berniero’ grazie alla disponibilità e la collaborazione dell’Ordine Frati Minori Cappuccini di Eboli e al sostegno del Comune di Eboli.

Partner: Università di Salerno, Festival della Lentezza, Festa di Cinema del Reale, Istituto Luce, Comunità Emmanuel, Istituto Tecnico Agrario-Industriale Statale ‘Fortunato-Mattei’, Istituto CREA di Pontecagnano, Cooperativa ‘Nuovo Cilento’, Legambiente Sezione di Eboli, Weboli

 

Paddington 2: la nuova avventura dell’orsetto più affettuoso di Londra

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Dopo il grande successo del primo film, torna l’orsetto più affettuoso di Londra: Paddington.

Paddington è un orsetto proveniente dal Perù e prende il nome da una famosa stazione ferroviaria londinese; indossa un montgomery azzurro e un cappello rosso e mangia sempre un panino alla marmellata!

Il suo inventore è lo scrittore inglese Michael Bond, che lo ha reso protagonista di un libro intitolato “A Bear Called Paddington”, pubblicato nel 1958 da William Collins & Sons e illustrato da Peggy Fortnum. Michael Bond vide su uno scaffale di un negozio non lontano, da Paddington Station, un solitario orso di pezza. Era il Natale del 1956.

Sembra che l’idea del cartellino su cui i Brown leggono “Per favore, prendetevi cura di quest’orso. Grazie”  derivi da un vecchio ricordo di Bond sui bambini che, durante la Seconda Guerra Mondiale, venivano mandati fuori Londra in treno con una targhetta identificativa intorno al collo.

In questa avventura il dolce orsetto è soddisfatto della sua vita nella mansarda della casa dei Brown a Windsor Gardens, fra Notting Hill e Maida Vale. È a caccia del regalo perfetto per il centenario di zia Lucy, l’orsa che lo ha amorevolmente allevato nel “profondo e misterioso Perù”, finché non decide di comprarle un libro pop-up che si trova in un negozietto di antiquariato.

A causa del costo elevato si trova a svolgere una serie di lavori e, quando arriva ad un passo per l’acquisto, il libro sparisce misteriosamente.

Paddington 2

Paddington nel primo film doveva fare i conti con la cattiva Nicole Kidman, qui invece con un attore viscido e narcisista: Phoenix Buchanan, alias Hugh Grant.

L’orsacchiotto e Phoenix hanno un interesse comune: il libro pop-up. Per Paddigton è un libro per raccontare Londra alla zia, invece per l’ex star anni ’80 è la chiave di un prezioso tesoro nascosto da Madame Kozlova, la capostipite e proprietaria di un circo russo.

Durante la fiera i due protagonisti si incontrato, così inizia l’avventura. La storia ci porta fino in prigione, dove Paddington riesce a sconvolgere totalmente l’ambiente.

In questa storia troviamo sia i vecchi personaggi, la famiglia Brown e il vicino ficasasso Mr. Curry, che i nuovi: il vicino smemorato, il burbero colonnello, la solitaria venditrice di giornali con il suo pappagallo e gli amici della prigione.

Mariavittoria è rimasta molto colpita dal cuoco della prigione che – a sua detta – sembra “Babbo Natale”. All’inizio è “cattivo” ma poi diventa amico di Paddington.Paddington 2

Il film è divertente ed emozionante: vi si trovano ancora il valore della gentilezza e della compassione, dell’ottimismo e della bontà.

Le risate di grandi e piccini non mancano, soprattutto nel finale, grazie alla meravigliosa interpretazione di Hugh Grant.

Mariavittoria è uscita dal cinema con la sua considerazione “Mamma vedi, anche la mamma di Cenerentola (film con Lily James) ripeteva sempre a Cenerentola che doveva essere gentile. Quindi dobbiamo essere gentili!”.

Paddington continua a conquistare con i suoi dolci modi, forse abbiamo bisogno di questa gentilezza e ha ragione Mariavittoria.

L’obiettivo del film è quello di “non giudicare un libro dalla copertina” e credo che sia stato raggiunto. Il nostro suggerimento e quello di correre al cinema dal 9 Novembre.

Alessandra Bonadies

New Soul a Furio Camillo coi Black-T e il loro primo album

Serata Soul all’Asino che vola di Furio Camillo: dal vivo i Black-T

Roma, 26 ottobre ’17 || I Black-T sono una piccola band dall’animo soul. All’Asino che vola, un accogliente pub in zona Furio Camillo, la band ha promosso il loro primo EP, Tea Drops.

Sul palco salgono Alessandro Decina, batteria, Eleonora Toiati, voce, Enrico Zapicchi, basso, Valerio Passi, chitarra, Randy Roberts, autore dei testi. Le canzoni sono indipendent, we can make it better, enjoy the flight e in the middle. Ci sono anche due cover, at last di Gordon e Warren, resa celebre dall’interpretazione di Etta James, e If you can’t say no di Lenny Kravitz, quest’ultima non compresa nell’EP.

I Black-T non sembrano volersi proporre come innovatori del genere, però come degli assai abili studenti assolutamente sì. Lo fanno con un lavoro di buona qualità in cui l’R&B incontra il groove caldo della voce di Toiati.

La tecnica chitarristica di Passi viene sostenuta da una solida base ritmica. Ottime davvero le prestazioni di Zapicchi e Decina. I testi e la struttura rispettano i dettami del genere, con una buona dose di sensualità e leggerezza. Toiati riesce quasi a farsi voce afroamericana d’oltreoceano. Molto bella la reinterpretazione dei Black-T di If you can’t say no di Lenny Kravitz (in video). Una versione che ha visto mettere da parte le atmosfere asettiche dell’originale.

Niente male per un inizio. I Black-T sono sicuramente pronti a crescere in futuro e a riscaldare i locali romani con la loro musica.

I Black-T sono disponibili su Spotify, alla pagina Facebook e al proprio canale YouTube.

Gabriele Di Donfrancesco

@GabriDDC

Emiliano Gambelli

L’articolo è stato emendato da molteplici errori il 16.11.17

Una passeggiata tra storia e mosaici in una Ravenna tutta da scoprire!

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Passeggiare per Ravenna significa scoprire una città meravigliosa, immersa nella storia e decorata dei mosaici più famosi.

Passeggiare per città che non si è mai visitato suscita sempre un grande fascino, soprattutto quando si va per trascorrere il proprio tempo libero! Ecco, Ravenna è stata una scoperta che mi ha lasciata senza parole e mi ha fatto trascorrere una giornata indimenticabile.

Se avete la fortuna di visitare la città in una bella giornata (magari d’autunno), la sensazione di meraviglia e di entusiasmo aumenterà esponenzialmente. Quei mosaici, quelle immagini (e perché noi, quei personaggi) che spesso hanno riempito le pagine dei nostri libri di storia e di storia dell’arte, vengono impreziositi e resi ancora più magnificenti dai raggi del sole che entrano delle finestre degli edifici che li ospitano.

 

Mosaici Ravenna

Il mosaico: prima donna indiscussa

Il complesso principale di Ravenna Mosaici è composto da:

  • la Basilica di San Vitale
  • la Basilica di Sant’Apollinare Nuovo
  • il Battistero Neoniano
  • il Mausoleo di Galla Placidia
  • il Museo Arcivescovile e la cappella di Sant’Andrea

Con un unico biglietto è possibile avere accesso all’intero polo museale, favorito inoltre sia dall’orario continuato osservato che della vicinanza di uno sito all’altro. Il centro di Ravenna è piccolo e raccolto, ma molto bene organizzato per cui quello che vi troverete a fare sarà una piacevolissima passeggiata per le vie di una città a misura d’uomo.

Recandovi da un luogo all’altro, vi imbatterete nel mosaico di Giustiniano o nello sfarzo maestoso della tomba che accoglie una delle ultime grandi imperatrici romane, Galla Placidia. Per qualche ora, vi sembrerà di vivere in un’altra epoca, di tornare alla grandezza della Ravenna imperiale.

Vi colpirà un senso misto di curiosità e di stupore per quella parte della nostra storia che troppo spesso viene glissata, sorvolata, tralasciata. Il pensiero correrà agli ultimi fasti dell’impero, a quella fase di passaggio e di cambiamento che ha condotto di lì a poco a quello che i manuali di storia chiamano medioevo. 

Il  mosaico, insomma, è solo in superficie una tecnica artistica, ma è anche, e sopratutto, il simbolo e la metafora di periodo di transizione, in cui grandezza e decadimento sono facce della stessa medaglia. Sotto la luce splendente dell’oro, si nasconde la piccolezza infinitesima dei singoli tasselli. La crisi che si cela sotto i bagliori dei disegni.

Uno spettacolo unico. Degno della batteria finale dei fuochi d’artificio.

I Mosaici di Ravenna sono stati oggetto della seconda puntata della seconda edizione de Le Meraviglie – La Penisola dei Tesori, condotto da Alberto Angela. Qui il nostro commento:

Meraviglie e altri rimedi: tutti in viaggio con Alberto Angela

 

Serena Vissani

[dt_quote type=”blockquote” font_size=”big” animation=”none” background=”plain”]Il 16 marzo 2018 è stato inaugurato il Salone del Mosaico di Ravenna di Maurizio Bucci, il ciclo musivo più importante del Novecento. Maggiori informazioni sul link.[/dt_quote]

 

 

 

A Pisa le costruzioni impossibili di Escher, quando l’arte incontra la fisica

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La mostra “Oltre il possibile” dedicata al genio olandese sarà a Palazzo Blu fino al 28 gennaio 2018

Scienza e arte, un binomio affascinante: ecco cos’è un viaggio tra le opere Escher, uno dei geni del Novecento. Le sue opere sono nate dalla voglia di rappresentare l’infinito e di andare “Oltre il possibile”, come appunto si intitola la mostra pisana che lo celebra. Un viaggio complesso e stimolante, che usa anche la multimedialità per raccontare al visitatore le tappe di una creatività straordinaria. Oltre cento opere ospitate a Palazzo Blu a Pisa fino 28 gennaio 2018, per raccontare non solo l’artista, ma anche un pezzo della nostra storia.

La mostra di Escher si inserisce nel ciclo di mostra dedicate al surrealismo rappresentato nell’immaginario comune da pittori come Dalì, Ernts, Magritte. Escher non aderiva a nessun manifesto o movimento artistico, seguiva un percorso proprio, che lo rende unico.

escher-mostra-pisa

Maurits Cornelis Escher è nato in Frisia nel 1898, ma ha studiato Delft e ad Haarlem, storiche città d’arte dell’Olanda. Il suo maestro era un incisore ebreo sefardita, Samuel Jessurun de Mesquita, che lo stimolò ad avvicinarsi all’arte matematica-razionale della tradizione ebraica e islamica, confrontandola con i movimenti dell’avanguardia europea.

Fu un grande interprete di paesaggi, ma con un approccio del tutto nuovo, giocando con l’illusione visiva e con forme geometriche che danno vita a architetture impossibili. Non voleva essere definito un matematico, nonostante il calcolo e la precisione facessero parte del suo originale approccio creativo. Di lui il matematico Bruno Ernst, suo caro amico, disse:

Vedere due mondi diversi nello stesso identico luogo e nello stesso tempo ci fa sentire come se fossimo in balia di un incantesimo. Solo un artista ci può dare questa illusione e suscitare in noi una sensazione eccezionale, un’esperienza dei sensi del tutto inedita.

Il percorso della mostra

La mostra si articola in nove sezioni: Volti, Animali, Oggetti e riflessi, Geometrie e ritmi, Paesaggi, L’artista, Architetture fantastiche, Nature, Autoritratti.

Immergersi nella creatività di Escher è un percorso affascinante, che libera la mente. Non è una mostra semplice, ma sicuramente coinvolgente. Come per tutti gli innovatori, il suo percorso è stato pieno di ostacoli. I suoi insegnanti dissero: “Escher è troppo ostinato, troppo filosofico-letterario: al ragazzo mancano vivacità e originalità, è troppo poco artista” . E noi ringraziamo la sua ostinazione.

Silvia Gambi

Lucca Comics & Games 2017: una delle edizioni migliori di sempre

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C’è un luogo, in Italia, in cui una volta all’anno si riuniscono tutti gli appassionati di fumetti, giochi e serie TV: stiamo parlando del Lucca Comics and Games, che con il 2017 è arrivato alla sua 51esima edizione!

Entri nelle mure di Lucca, e ti sembra di varcare le soglie di un altro mondo: un mondo in cui non importa chi sei nella vita reale, qui a prevalere è la passione per le storie. C’è chi ama i fumetti, chi i giochi di ruolo, chi i videogiochi, chi i manga, chi le serie TV, o magari un po’ di tutto questo. A Lucca c’è un posto per ognuno di loro.

Anche quest’anno la città è stata invasa da orde di cosplayer e di nerd, che sono stati più numerosi che mai. La più grande manifestazione italiana dedicata all’intrattenimento anche quest’anno ha confermato il suo grande successo a livello nazionale e internazionale, con una delle edizioni migliori di sempre: 700 espositori, 90 location all’interno delle Mura della città toscana, oltre 240 mila presenze da ticketing in cinque giorni. Sabato la giornata più piena, con oltre 72.000 biglietti staccati!

Ma non ci sono solo i numeri, a dar lustro a Lucca: ospiti di caratura internazionale che hanno preso parte a questa edizione. Si va da Michael Whelan, autore del manifesto e protagonista di una delle mostre a Palazzo Ducale, a Robert Kirkman creatore della saga a fumetti di “The Walking Dead” (che ha fatto uno spoilerone non richiesto ai fan italiani su una morte importante), da Raina Telgemeier a Taiyo Matsumoto, da Gabriele Salvatores ai protagonisti delle acclamate serie “Stranger Things” e “Star Trek: Discovery”, da Salvatore Esposito a Ghali, passando per John Howe, Timothy Zahn, gli italiani Zerocalcare, Gipi, Leo Ortolani, Sio e molti altri ancora.

lucca comics 2017

Premi e ospiti internazionali

Tra una sfilata di cosplayer e l’altra, interessanti erano da vedere anche gli showcase, durante i quali i fan hanno potuto osservare dal vivo gli artisti al lavoro, e i comics quiz che hanno messo il pubblico alla prova con domande sui personaggi e gli autori del mondo del fumetto più amati. Per la prima volta anche Netflix è stata presente a Lucca, con ospiti importanti, e tantissimi sono stati gli spettatori che hanno visitato l’area sotterranea dedicata a proprio al Sottosopra di Stranger Things, e alle location ricostruite perfettamente uguali al mondo telefilmico di Hawkins.

La Japan Town, il quartiere del meraviglioso centro storico lucchese dedicato interamente all’arte e alla cultura nipponica, ha festeggiato i suoi 10 anni registrando un’ottima affluenza. Da non dimenticare anche i premi Gran Guinigi, dedicati ai migliori: il premio miglior Graphic Novel è andato a “Ghirlanda”, di Jerry Kramsky e Lorenzo Mattotti; il gioco dell’anno 2017 è Kingdomino, ma tanti altri sono stati i premi consegnati ad autori, giocatori ed esordienti. Lo spettacolo non è di certo mancato: il più apprezzato è stato “Una Ballata per Corto Maltese”, realizzato in collaborazione con Rizzoli-Lizard e Cong S.A., che ha messo in scena attori in carne ed ossa, per far rivivere al pubblico il celebre episodio di Corto Maltese.

L’attore di Gomorra, Salvatore Esposito aka Genny Savastano, era a Lucca nei panni di videogiocatore di Destiny 2, di cui ha parlato con i suoi fan. L’immancabile Zerocalcare, che presto uscirà con Bao con il suo nuovo fumetto (14 novembre – Macerie Prime), ha presentato stavolta in esclusiva le prime immagini dal set de “LA PROFEZIA DELL’ARMADILLO”, film tratto dall’omonima graphic novel, attesissimo dai fan.

L’appuntamento, ora, è per il 2018, con le date appena confermate ufficialmente: si tornerà a Lucca dal 31 ottobre al 4 novembre 2018, e noi non mancheremo di certo!


Valeria Martalò

The Deuce 1×04/1×05, una donna da marciapiede

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Non c’è dubbio, queste due puntate appartengano interamente a Maggie Gyllenhaal.

Il suo personaggio, Candy, sulla carta non è il massimo. Una donna con problemi a casa, da sola, che per aiutare il figlio si prostituisce. L’originalità è da un’altra parte, mentre è molto vicino il rischio di sprofondare nel melodrammatico. Fortunatamente questo spettro David Simon non lo ha conosciuto in tutto la sua carriera, e non vuol certo iniziare ora. Candy è indubbiamente un personaggio malinconico, soprattutto grazie alla fragilità impressa dalla sua performer. Ma la bravura di Maggie Gyllenhaal è anche quella di liberare un senso di forte determinazione, sicurezza nei propri mezzi, e così la tristezza assume una nuova prospettiva e una diversa intensità.

Nell’illusione di un vero appuntamento, di una vera esperienza sentimentale lontano dai marciapiedi nel 4° episodio, e poi nel dolore della realtà e dell’impossibilità di vivere indipendentemente in un mondo dominato dal cinismo nel 5° episodio, la Candy di Maggie Gyllenhaal ha preso il nostro cuore e lo ha fatto in mille pezzettini. Basterebbe solo il dialogo col pappone interpretato da Method Man per chiudere già tutti i discorsi relativi ai premi della prossima stagione.

La vicenda di Candy è il viatico nell’esplorazione della miseria umana.

Ecco, detto così non viene molta voglia di seguire The Deuce per rilassarsi. Ma sinceramente se quello è il fine, ci sono molte altre serie. Il lavoro di David Simon continua ad essere enormemente coinvolgente, di vero intrattenimento pur non avendo una trama, ma non abbandona mai il focus sulla desolazione dei propri personaggi. Che non vuol dire banale costrizione, perché la serie non ritrae mai le sue protagoniste come schiave sessuali. Ma come volontaria scelta unica, il che è anche peggio.

Le donne di The Deuce scelgono davvero la vita della strada, ed è questa la manifestazione della loro forza, ma pur senza accorgersene la scelta è condizionata dalla società circostante. Darlene sceglie volontariamente di terminare la fuga a casa e ritornare a New York, così come una sua giovanissima amica che la segue, ma non possiamo sottovalutare il fatto che sia condizionata a farlo perché quella è l’unica vita che conosce e la via più facile per fare soldi.

E allora facciamo finta che la storia di Vinnie ed i suoi amici mafiosi non abbia così tanto spazio. Capisco il far fruttare l’assegno dato a James Franco, ma The Deuce frena quando segue le storie più semplici, e si esalta invece quando ritorna affresco corale della condizione umana. In quello David Simon riesce meglio, senza discussioni. Soprattutto, nel triste pensiero che la mentalità di quegli anni non è poi così lontana.

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Emanuele D’Aniello

“Matrimonio alla moda” di William Hogarth: analisi dell’opera

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La colazione giusta può svoltare tutta la giornata. E Hogarth lo sapeva bene, a differenza dei due protagonisti del suo dipinto.

Ci sentiamo tutti così. Alzarsi la mattina con pioggia e freddo è una vera tortura: sonno, umidità e il piumone che ancora ci chiama. Le cose migliorano se ad aspettarci c’è una bella colazione, magari con il nostro/la nostra partner. Basta poco per migliorare la giornata. Non si può dire la stessa cosa dei due protagonisti del quadro di oggi. Proseguite la lettura  per scoprire cos’è successo stavolta.

Il dipinto di oggi si intitola La Colazione (The Tête à Tête) e ed è opera di William Hogarth che lo realizzò nel 1743 come parte di una serie intitolata Il matrimonio alla moda. Già il titolo della serie preannuncia frecciatine velenose. Lo scopo del bravo William infatti è quello di criticare la condotta irresponsabile e immorale di due giovani sposati per interesse. Ah, il dipinto alla colazione è alla National Gallery di Londra.

Potete visionarlo qui insieme alle altre scene.

Che sta succedendo?

Semplice. I due sposi si sono incontrati per la colazione, questo però non è un dolce inizio di giornata ma una fredda casualità. Lui infatti è appena rientrato da casa di un’amante e se ne sta lì, buttato sulla sedia, ancora insonnolito. Come sappiamo che è stato con una donna? dalla sua tasca pende una cuffietta femminile, di quelle che le signore indossavano la notte. Probabilmente è anche profumata visto che il cane l’ha trovata subito. La moglie non è davvero da meno del marito. Anche lei ha passato la notte a far baldoria e ora si sta stiracchiando con pigra soddisfazione. Anche qui gli indizi nella stanza ci fanno capire che la donna ha organizzato un movimentato festino a base di  giochi a carte e musica. C’è un gran disordine e violino e carte sono rimaste a terra.

E quell’uomo che se ne va?

Ah quello è l’intendente. L’ amministratore dei loro beni per intenderci. Ha aspettato la colazione per parlare ai coniugi del mucchio di conti da pagare che ha in mano. Ma i due giovani non vogliono saperne nulla. Per pagarli bisognerebbe risparmiare qualcosa ma figurarsi se vogliono rinunciare ai loro festini. L’uomo quindi ha tutte le ragioni di essere preoccupato e allo stesso tempo rassegnato sulla sorte dei due giovinastri. Lui ha fatto il suo dovere ma non c’è modo di farli ragionare.

Nelle altre scene della serie cosa succede?

Le altre scene ci narrano tutta la storia di questo matrimonio forzato. Dal Contratto che ci mostra la valutazione della dote della sposa e tutti gli altri cavilli burocratici. La scena successiva è la Colazione, che abbiamo appena visto. I due coniugi proseguono poi nelle loro vite separate: lui con Il Ciarlatano, un sedicente medico al quale porta una giovane prostituta probabilmente malata o incinta e lei con La Levèe dove si atteggia come le regine dell’epoca, circondata da servitori e cameriere per ogni esigenza  Gli ultimi due dipinti mostrano l’inevitabile tragedia finale: lui ucciso dall’amante della moglie ne La morte di lui e lei suicida dopo l’arresto dell’amante per omicidio ne La morte di lei.

Due parole sullo stile…

Non stupisce che Hogarth avesse una passione per il teatro: qui tutta la scena è impostata come un palcoscenico. I gesti sono teatrali e chiarissimi, anche se comunque credibili. Non sono caricature. Curata anche la composizione: tutti gli oggetti presenti ci dicono qualcosa sui protagonisti, dal violino, alla cuffietta da notte, alle carte.

Anche questo Infuso d’Arte è finito, ma non levate la teiera dal fuoco. Tra due settimane c’è un’altra tazza d’arte pronta per voi!

Chiara Marchesi

Star Trek: Discovery 1×07/1×08, nella casa dello spazio e del tempo

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C’è un motivo se Star Trek, in tutte le se declinazione, è sempre rimasta davvero una serie di fantascienza.

Non un fantasy, non solo intrattenimento, non solo esplorazione scientifica, ma tutte queste cose messe insieme. I nuovi episodi di Star Trek: Discovery sono forse i migliori finora realizzati, perché a mostrare cosa è il mondo creato da Gene Roddenberry. Esplorazione, insomma, in tutte le forme possibili.

Nel 7° episodio abbiamo un incastro di loop temporali. Nella puntata 8 invece passiamo a vedere nuovi mondi assistendo ad una influenza aliena a livello psicologico. Insomma, sono puntate ancora molto standalone prese separatamente, ma toccano temi e motivi su cui la serie classica ha costruito le proprie fortune.

Ed entrambi questi episodi, oltretutto, sono ben realizzati e coinvolgenti. Se nel primo vediamo all’opera l’intero cast corale con divertimento e ritmo avvincente, nel secondo abbiamo uno showcase per Saru che continua ad essere il mattatore assoluto della serie.

E sapete la cosa migliore? Saranno standalone, saranno chicche per veri nerd, ma soprattutto è l’introspezione psicologica ad andare avanti e segnare il salto di qualità.

Lorca è ancora poco tratteggiato, ma quantomeno si sta creando una coolness su cui reggere l’intero carattere. Saru col desiderio di fuga dalla paura con cui è cresciuto ha trasmesso ancora più emotività, empatia e umanità facilmente assimilabile (lui, un alieno). Michael Burnham è ovviamente quella che più sta mutando, con una storia d’amore tutta da costruire. Lei, un umano, sta imparando sempre più ad essere umana, ed il conflitto interiore con sé stessa diventa un conflitto che la fa conoscere agli altri membri dell’equipaggio stellare, nel bene e nel male. Che sia amore per il nuovo arrivato nella flotta, o senso d’amicizia per Saru, tutte le sue azioni appaiono sempre meno robotiche e sempre più emotive, nonostante le giustificazioni che lei si dà.

In tutto questo, la guerra con i Klingon va avanti. Ciò vuol dire che Star Trek: Discovery sta finalmente trovano un ritmo narrativo tra la orizzontale e quella verticale. Se in più aggiungiamo una cura per i temi classici amati dai vecchi fans, la quadratura del cerchio sta finalmente arrivando.

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Emanuele D’Aniello

Influenza, memoria e invenzione in suggestioni del passato

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La danza è un’arte che riesce facilmente ad unirsi ad un’altra; tanto che si può parlare anche di “influenza”.

Pensiamo all’opera, dove musica e danza sono spesso la coppia perfetta; o al trascorso cinema muto, dove la danza si univa alla musica e alle immagini in movimento dando una magica idea di novità tecnologica.

Un’altra arte con cui la danza si sposa bene è il teatro. Ciò che un monologo non riesce ad esprimere, spesso risulta più ‘eloquente’ in una coreografia o in una serie di movimenti. La coreografa olandese Floor Robert ha diretto e interpretato, su questa scia, ‘Influenza’ :  primo spettacolo del collettivo inQuanto teatro presso lo spazio de La Pelanda al Macro, in occasione del Romaeuropa Festival 2017. Influenza

In un ambiente oscuro, con solo sei palloncini legati ad un nastro, una ragazza entra e dietro questi, si mette a cantare una specie di filastrocca in una lingua straniera (probabilmente olandese).

Ad unirsi a lei una figura maschile, coperta di una pelliccia e dalla pelle verdognola; e un inquietante uomo-carta, senza volto e dai movimenti lenti e inquietanti. Loro, una musica costante e una serie di coregorafie ci portano in un mondo alternativo, dove ricordi, desideri e paure si uniscono. Un viaggio. Un’esistenza onirica dove non c’è un luogo stabilito, ma quelle suggerite dalle suggestioni, dove un bosco e lo spazio infinito si susseguono senza logica. Una dimensione dove alla fine ciò che trascorso, ciò che esiste e quel che mai è stato o sarà riescono comunque a dare….un’influenza.

Floor Robert, con questa produzione di 40 minuti, vuole raccontarci lo spirito del gruppo inQuanto teatro.

Racconta infatti in un’intervista, in merito alla produzione Influenza:

“(…) In questo lavoro chiedo solamente allo spettatore di abbandonare lo sguardo e di farsi trasportare dalle emozioni. Di non cercare significati, preconcetti o altre narrazioni, se non la propria interpretazione. Per me il lavoro proviene dall’infanzia, mi interessa una capacità di stare sulla scena priva di tecniche, trasparente e leggera. Senza sovrastrutture, esercizi di stile, maniera o bravure. È come inseguire qualche ricordo dell’infanzia, si. Ma non è così fondamentale che anche lo spettatore faccia questo viaggio indietro nel tempo. A me interessa di più che possa apprezzare qualcosa che assomiglia ad un sogno, un sogno dolce, collettivo, surreale e a tratti inquietante. Che possa sorprendersi e alleggerire il cuore”

Il pubblico però è pericoloso se non lo si direziona.

In questo mondo ossessionato dai social, telefonini sempre accesi e un’informazione che non conosce più la pazienza della ricerca; è impossiible chiedere ad un pubblico un’attenzione estrema che non sia cullata da qualcosa.

La musica presente nella performance è troppo leggera e i movimenti troppo lenti: è impossiibile riuscire a seguire con facilità senza distrarsi. Una ricerca onirica, con personalità non definite e una danza dall’andamento lento non aiutano certo una migliore concentrazione.

Il risultato? Non si comprende.

L’impegno dei ragazzi è evidente, l’essenzialità della scenografia permetterebbe un’universalità di rappresentazione; ma è ciò che si vuole trasmettere. Non si può chiedere al pubblico di cavarsela da solo: è come andare a un ristorante, dire agli invitati di portarsi da mangiare, ma chiedere di pagare il conto.

Ogni metodo è sano, ogni situazione è perfetta e ogni linguaggio è giusto se il pubblico capisce lo stesso messaggio. Quello portato dai inQuanto teatro è un progetto in divenire: la strada è lunga e sicuramente riusciranno nel loro intento. Ora ancora no. 2 stelle su 6.

 

Francesco Fario

Grey’s Anatomy 14 episodi 3, 4, 5 e 6: torna la leggerezza

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Grey’s Anatomy 14 sembra voler recuperare lo spirito degli inizi, prima che lutti, addii ed eventi tragici sconvolgessero personaggi e spettatori.

Nelle prossime due settimane Grey’s Anatomy 14 si prenderà una pausa pre – festa del Ringraziamento. Quindi, abbiamo pensato bene di offrirvi una carrellata degli ultimi episodi. Così, potrete farvi un’idea di cosa vi siete persi o prepararvi meglio alla visione delle prossime vicende dei vostri chirurghi preferiti.

14X03 “Go big or go home” ovvero anche i chirurghi si ammalano, si arrabbiano e hanno bisogno di psicoterapia

Nel terzo episodio di Grey’s Anatomy 14 rivedremo il dott. Avery Senior cercare di mettere in riga l’ospedale su cui ha investito tanti soldi. Cercherà anche di licenziare la dottoressa Bailey, ma invano. Soprattutto, però, è una puntata dedicata ad Amelia, che deve fare  i conti con il suo tumore. Poiché questo sta crescendo da dieci anni, per la neurochirurga Sheperd significa mettere in dubbio tutte le sue scelte personali e professionali. Era lei a decidere o il suo tumore al cervello? Dobbiamo dire che ci piace quando in Grey’s Anatomy si riflette sull’identità dei personaggi, su come la perdono e la riacquistano.

Ma “Go big or go home” è anche la puntata in cui scopriamo che a fare arrabbiare tanto Meredith è più l’invidia verso Nathan, che la gelosia.

In realtà, quello che più ci ha divertito è l’incontro “medico-culturale” tra gli americani e gli italiani. E’ infatti una buona occasione per riscoprire come oltreoceano ci considerino “hot” e sessualmente liberi (e gesticolanti). Non perdetevi la d.ssa Carina DeLuca (l’attrice catanese Stefania Spampinato) che spiega come sfruttare l’orgasmo clitorideo per produrre ossitocina ed accelerare così il travaglio di una paziente di Arizona.

Grey's Anatomy 14
Caterina Scorsone alias dr. Amelia Sheperd

14X04 “Ain’t that a kick in the head” ovvero come riprendere in mano la propria vita dopo un calcio in testa.

Intitolata come una vecchia canzone di Dean Martin, in cui cl si chiede se l’amore non sia come un calcio in testa, la quarta puntata di Grey’s Anatomy 14 racconta della fase post-operatoria di Amelia. Nondimeno, ci mostra a quali rischi ci si espone per fare il regalo più grande a qualcuno che si ama davvero.

Si sciolgono completamente i dubbi di Nathan Riggs e anche quelli delle sue donne, Megan e Meredith. Ritroviamo quest’ultima lanciatissima nella sua carriera di chirurga miracolosa, proprio a seguito dell’intervento innovativo su Megan, la quale, a sua volta, si farà riconquistare da Nathan.

14×05 “Danger zone” ovvero come la quinta puntata vi sorprenderà più della fine della seconda.

Intitolata “Danger Zone”, la quinta puntata di Grey’s Anatomy 14 è tutta incentrata sul rapporto tra i fratelli Hunt. Attraverso i flashback si racconta cosa è successo in Iraq qualche giorno prima che Megan salisse su un elicottero e venisse rapita.

La puntata è dedicata ai veterani statunitensi. Non è la prima volta che le serie Tv americane ci descrivono la guerra in Iraq o altri contesti di conflitti o povertà attraverso il lavoro di medici e chirurghi. Qui, però, manca un po’ il pathos di altre puntate di questo genere di una serie come “E.R.”. I nostalgici ricorderanno, infatti, la bellezza degli episodi in cui alcuni dei medici del pronto soccorso di Chicago partivano volontari con Medici senza frontiere per i campi profughi africani.

In realtà, qui il perno dell’episodio è il rapporto tra i fratelli Owen e Megan. Lui è – come sempre – protettivo e invadente con la sorella. Lei ha voglia di prendere il controllo della propria vita, costruire una famiglia con il figlio adottivo Farouk e Nathan. Soprattutto vuole sentirsi di nuovo libera, dopo anni di prigionia e mesi di convalescenza. Alla fine di un viaggio on the road, Megan vedrà rafforzata la sua consapevolezza. Invece Owen maturerà una scelta importante, a cui noi spettatori eravamo in fondo già un po’ preparati.

Metabolizzata in scioltezza la malattia di Amelia, gli sceneggiatori decidono di far sparire Nathan Riggs, che sceglie la fidanzata storica.

Era un personaggio a cui ci eravamo affezionati, non fosse altro che per vedere Meredith di nuovo felice (anche se come il Dottor Stranamore nessuno mai).

Siamo curiosissimi di vedere se Meredith riavrà mai una vita sentimentale degna di un personaggio che ha fatto dell’altalena tra realizzazioni professionali e viscerali rapporti interpersonali il suo punto di forza.

Grey's Anatomy
Jackson Avery e Alex Karev

14×06 “Come on down to my boat, baby” ovvero come ubriacarsi e spendere soldi può aiutarti a vederci più chiaro

L’ultimo episodio – in ordine di tempo – di Grey’s Anatomy 14 è il primo davvero scanzonato di questa nuova stagione. Gli autori sembrano voler tornare alla leggerezza delle prime stagioni. Come vi avevamo già accennato, infatti, la produzione vorrebbe ritrovare l’equilibrio tra gli ingredienti “medical” e “drama”, ma anche miscelarlo meglio con il divertimento degli inizi.

Indovinate un po’, ad esempio, dove le dottoresse Bailey, Kepner e Robbins troveranno una pistola assistendo una paziente. Oppure indovinate quali spese pazze e quante birre con gli amici chirurghi dovrà bersi Jackson Avery prima di capire cosa gli sta davvero a cuore professionalmente.

Anche in questo episodio non mancheranno dosi massicce di girl power (la candidatura di Meredith per l’Harper-Avery Award) e di botte di autostima anche per chi si è spesso sentita poco apprezzata (Jo rischia di diventare capo degli specializzandi e prende una decisione coraggiosissima).

Entrano nuovi specializzandi che promettono scintille e si profila una storia d’amore poco convincente tra Jackson e Maggie. Insomma questo sesto episodio potremmo definirlo “interlocutorio”.

Aspetteremo invece con ansia il prossimo nostalgico episodio di Grey’s Anatomy 14: sarà il 300esimo della serie e la sceneggiatrice Krista Vernoff ci ha promesso una vera e propria “lettera d’amore per i fan”.

Stefania Fiducia