La rassegna “Libri Barberini/Corsini” si arricchisce con l’ultima fatica di Dacia Maraini, pubblicata nel 2017 da Rizzoli e già entrata nel cuore di molti lettori.
Tre donne. Una storia d’amore e disamore è il titolo di un libro dedicato all’universo femminile, ma non solo. Sotto i riflettori le relazioni umane, tra uomini e donne, ma anche e soprattutto tra generazioni differenti. Le protagoniste sono una nonna, una madre e una figlia che devono ridefinire il già precario equilibrio della loro convivenza. Il pomo della discordia, ovviamente, è incarnato da un uomo misterioso e affascinante.
Edoardo Albinati, moderatore della presentazione, ha definito le tre protagoniste “deliranti”. La nonna è un’ex attrice con accese brame d’amore, la figlia è una traduttrice che sogna ad occhi aperti e la nipote è la tipica adolescente ribelle. Anche gli uomini del romanzo sono stati definiti da Albinati abbastanza “improbabili come esseri umani“. E forse il dono di Dacia Maraini è proprio quello di saper raccontare i desideri delle persone – in questo caso proiettati verso le innumerevoli sfumature dell’amore – senza incastrare i personaggi negli stereotipi.
Lo confermano le interpretazioni di Piera Degli Esposti, che lasciano pregustare una lettura tanto divertente e ironica quanto profonda.
Affrescando la quotidianità con spensieratezza, Maraini indaga anche sulla società contemporanea, raccontando quella che definisce la “paura della responsabilità“. Un male da cui oggi siamo affetti tutti a causa di una cultura del mercato che nutre di pubblicità e suggestioni. Il risultato è una perdita di memoria, tanto collettiva quanto personale, che rende le persone dei vegetali. Descrivendo le relazioni e tutte le reazioni che ne derivano la scrittrice offre uno specchio dove uomini e donne possono riflettersi e riflettere per comprendere meglio la natura del loro rapporto in un secolo di forti cambiamenti.
La voce di Dacia è abile narratrice dell’evoluzione e di tutte le crisi che comporta. I suoi personaggi sono frutto della fantasia, ma anche della memoria storica accumulata nel corso degli anni e di quell’attento sguardo sul mondo che da sempre la caratterizza come una penna acuta e investigatrice.
La presentazione di questo libro, grazie all’interessante scambio tra i due scrittori in sala, ma soprattutto grazie alle interpretazioni di Piera Degli Esposti, ha stimolato l’appetito di tutti i lettori famelici presenti che ancora non hanno letto Tre Donne, ma che rimedieranno presto. Tutti gli altri avevano già il libro in mano, pronto ad accogliere l’autografo materno.
Quando parliamo di arte, spesso, ci viene in mente pittura, scultura, performance e cosi via. In questo caso l’arte acquista un valore più ampio.
Jasmine Accardi, classe ’95, è una giovane fashion designer che basa la sua ricerca sull’incontro tra moda e arte contemporanea.
Cresciuta nell’ambiente dell’arte contemporanea italiana per la costante frequentazione dello studio di Carla Accardi, Jasmine fonde un’estetica concettuale ad una puramente emotiva e visiva. Attraverso questo background ha avuto modo di analizzare la pluralità delle forme, la tridimensionalità e lo spazialismo, elementi che inserisce nelle sue collezioni trasformandoli in silhouette dai volumi geometrici.
Aas Kaa le chiusure sono confini, Jasmine Accardi, Photo by Claudia de Nicolò, Macro
L’armonia è creata, dunque, dalla connessione di un concetto tradizionale con una visione contemporanea, quasi astratta. I materiali usati sono estremamente moderni e vanno a contestualizzare l’intero design.
Ma non è tutto!
Jasmine, infatti, prende spesso ispirazione per le sue ricerche dall’India, suo paese di origine. Terra variegata in cui basta guardarsi intorno per vedere migliaia di colori in continuo movimento che si rincorrono in perfetto equilibrio. Colori intensi, connaturati da sempre nella società indiana come un vero e proprio linguaggio codificato.
Oltre ai colori, gli indiani hanno da millenni esibito una straordinaria eleganza nell’abbigliamento ed i tessuti sono spesso composti in drappeggi fantasiosi.
La sperimentazione di materiali e colori in cui è impegnata la giovane designer, indaga l’accostamento di molteplici tonalità; così da poter osare nuove concezioni cromatiche per rendere il tutto estremamente attuale.
Ma andiamo a vedere più nel dettaglio.
Con la collezione fotografata e ripresa in video al Macro Testaccio siamo davanti ad una fusione tra moda, arte e danza. L’ispirazione nasce dall’ammirazione per il coreografo Akram Khan e il lavoro dell’artista Anish Kapoor.
Akram Khan, danzatore e coreografo inglese di origine bengalese, mescola danza classica indiana a danza contemporanea occidentale. Il titolo della collezione “Aas Kaa. Le chiusure sono confini” è un omaggio al suo spettacolo “Kaash” del 2002, riedito nel 2015.
Kapoor invece, nato a Bombay ma cresciuto in Inghilterra, è uno scultore e architetto che nel ’79 torna in India alla riscoperta delle sue origini. Le sue sculture sono monumentali, dalle forme enigmatiche, concettuali e astratte, ricoperte di pigmenti dai colori vibranti.
Gli inserti degli abiti provengono dall’osservazione dei lunghi drappeggi dei pescatori indiani del Kerala. I colori si ispirano all’uso materico che ne fa l’artista Anish Kapoor. Il rosso, che nelle varie simbologie viene identificato come il colore del fuoco, del sangue, e il grigio della terra e della cenere vulcanica. Nella ricerca di Jasmine queste tonalità si evolvono nel viola, nell’amaranto e nell’accostamento luminoso con il bianco.
03 Aas Kaa le chiusure sono confini, Jasmine Accardi, Photo by Claudia de Nicolò, Macro, Roma
Il tutto usando come set fotografico la mostra di Alfredo Pirri.
E’ proprio lui l’artista in mostra al Macro, la personale dal titolo “I pesci non portano i fucili” fa da scenario alle modelle. Queste accennano movimenti danzati sopra l’installazione “Passi”. Questa opera è realizzata da Pirri con un pavimento di specchi frantumati; un pavimento in cui specchiarsi con la capacità di replicare, amplificare la scena e l’ambiente. Gli elementi che da sempre contraddistinguono la ricerca dell’artista sono spazio, luce e colore, ben rappresentati nel percorso della mostra.
Aas Kaa le chiusure sono confini, Jasmine Accardi, Pavimento di specchi di Alfredo Pirri, Photo by Claudia de Nicolò
La ricerca del colore e della luce, dunque, collegano un coreografo danzatore e due artisti fino a confluire nell’analisi della designer.
La parola chiave, titolo della collezione, si trova anche nei versi di una canzone Urdu, che racconta i legami amorosi come confini che non si possono oltrepassare, “Aas Kaa. Le chiusure sono confini” ci appare come una riflessione sulle forme dell’outfit e un confine metaforico.
A.F Stai frequentando l’ultimo anno del dipartimento di Fashion Design al Polimoda International Fashion Istitute of Design and Marketing di Firenze. Da cosa nasce questa passione per la moda e soprattutto la passione per il Fashion Design?
J.A. Si dice che le opere d’arte vadano vissute , e realizzare un capo di design che verrà indossato rende la propria idea di creatività vestibile e utilizzabile. I vestiti e lo stile sono una sorta di maschere che vengono indossate per dare una certa idea di sé stessi alla società, mi piace l’idea di creare immagini che diano l’opportunità a tutti di esprimere la propria personalità e i diversi mood di ogni giorno, per dar modo a tutti di affermare la propria individualità.
A.F. Il progetto che hai presentato al Macro Testaccio è stato pensato appositamente per questo spazio?
J.A. Quando si realizza una collezione è difficile partire dalla location del risultato finale. Quindi no! La scelta di utilizzare la mostra di Alfredo Pirri “I pesci non portano fucili” è nata dopo. Appena ebbi un’idea chiara di tutti i capi e della color palette della collezione, ho iniziato a cercare un luogo che esprimesse a pieno il mood della mia ricerca stilistica. Spesso utilizzo spazi contemporanei. Quando ho visto la mostra di Alfredo ho capito che avevo trovato quello che cercavo. La storia della mia ricerca, infatti, racconta del mondo della danza e del palcoscenico.Il muro di maschere o il pavimento specchiato mi ricordavano un effetto scenografico determinante. Inoltre le tonalità delle opere si sposavano benissimo con i grigi, i viola e i rossi dell’intera collezione. E’ stato poi merito della fotografa, Claudia de Nicolò, armonizzare gli outfits con il set. Riuscendo a valorizzare le forme delle silhouette anche nelle foto.
A.F. L’idea di unire l’arte contemporanea alla moda è sempre stata un’ispirazione o è nata una volta entrata al Polimoda?
J.A. Ho intrapreso questo percorso con l’idea di esplorare il possibile incontro tra moda ed arte contemporanea. Fondere un’estetica concettuale ad una puramente emotiva e visiva, perché entrambi sono da sempre i miei più grandi interessi . Ho scelto il fashion design ma non potrei mai rinunciare all’arte contemporanea. Fa parte di me e della mia storia. Penso sia interessante il connubio tra le due. L’arte può dare tanto alla moda sotto tutti gli aspetti.
Netflix e Amazon Prime combattono a colpi di Stephen King. L’autore, recentemente protagonista al cinema con il remake di IT e l’uscita de La Torre Nera, continua a ispirare la fantasia dei registi con le sue storie.
Attualmente troviamo “1922″ su Netflix e “A good marriage” su Amazon Prime, film entrambi ispirati ai racconti dell’antologia Notte buia, niente stelle. Lo scrittore ha definito la raccolta un tentativo di “rendere quel che la gente potrebbe fare in certe situazioni estreme” ed è proprio questo il fil rouge che tiene unite storie così diverse tra loro.
Thriller, Horror e Psicologia
1922 cala lo spettatore in un mondo rurale, americano, precisamente negli anni Venti del secolo scorso. Protagonista una famiglia, composta da madre padre e figlio, nella quale i genitori sembrano essere arrivati ai ferri corti. Quello che scatenerà il lato oscuro dell’agricoltore Wilfred è una diatriba su alcuni ettari di terra, appartenenti alla moglie. Il film inizia con la confessione dell’omicidio da parte dell’uomo, quindi non è questo l’ingrediente che rende interessante la storia, bensì tutta l’evoluzione successiva: l’assassino dovrà fare i conti con le sue scelte spietate e pagherà molto caro il proprio egoismo. 1922 è intrigante, ha una fotografia splendida e una psicologia raffinata. Saltella dal thriller all’horror senza tralasciare temi molto attuali, come la violenza sulle donne e quella sui minori.
A good marriage ha una trama decisamente più orientata verso il thriller e ambientata in epoche più recenti. Protagonista Darcy e la sua famiglia apparentemente perfetta: un marito che la ama da 25 anni e due bei figli. Il quadretto idilliaco viene distrutto quando Bob parte per uno dei suoi viaggi di lavoro e Darcy trova per caso una scatola il cui contenuto cambierà per sempre l’idea che ha del compagno. L’uomo nasconde infatti un terribile segreto e la moglie dovrà tirare fuori tutta la propria forza d’animo per gestire la tremenda verità. La storia ha dei risvolti assolutamente imprevedibili e mette in luce la scaltrezza dalla protagonista, suscitando anche molti sorrisi nello spettatore.
Entrambe le pellicole si concentrano sul nucleo familiare, presentando due donne forti e determinate e due uomini deboli e crudeli. Tuttavia, nell’universo di King non esistono anime pure: tutti combattono per salvare il proprio mondo. Che sia un pezzo di terra o l’apparenza di una famiglia felice.
Ispirandosi al romanzo Gli sdraiatidi Michele Serra, Claudio Bisio ha portato in scena il suo Father and Son, al teatro La Fenice di Senigallia, lo scorso 25-26 gennaio.
Un monologo di circa un’ora e mezza, potrebbe sembrare davvero troppo per un tema non del tutto nuovo, come quello del conflitto generazionale tra padri e figli (Father and Son, appunto).
Lo spettacolo, invece, sorprende per la bravura dell’attore che sa dare volume a quello che rischierebbe di essere una carrellata ridondante di luoghi comuni sull’adolescenza. Il padre osserva e descrive scientificamente le abitudini del figlio immerso nel suo habitat naturale. Lo studia o lo indaga alla ricerca di qualcosa che lo avvicini e che gli consenta di mettersi in contatto con lui.
Quello che inizialmente si pone come un racconto comico-satirico sulle consuetudini di un figlio, preso come rappresentante universale della sua specie, si trasforma pian piano in un’analisi introspettiva e personale del fallimento genitoriale o, meglio ancora, dell’incapacità genitoriale di proporsi come una figura di riferimento stabile e solida.
L’alternarsi di momenti descrittivo-narrativi a battute secche e ad effetto, permettono di intravedere il rovescio del ricamo.
Un significato nascosto, mai ammesso dall’attore-narratore, se non nell’ultima parte della rappresentazione. Controluce, gradualmente, dietro ogni aneddoto raccontato, lo spettatore intravede l’ammissione di colpa e, insieme, la parziale auto-giustificazione del personaggio-padre.
L’inettitudine filiale di sveviana memoria, trasla e connota la figura genitoriale. Non più il figlio inadatto a seguire le orme del padre, ma un padre inabile a proporsi come un modello da seguire. L’uomo ne è perfettamente cosciente e con lo stesso occhio benevolo con cui osserva il figlio, ammette le sue debolezze.
L’intero spettacolo è attraversato dalla ciclica richiesta del padre al figlio di andare con lui a fare una passeggiata in montagna. Il rifiuto, il cambiar discorso, il prendere tempo costituiscono il motivo per il quale questa escursione viene nel tempo sempre rimandata. Il padre ne soffre e Bisio lo fa sentire al pubblico. Ne è addolorato, rammaricato. Ma la malinconia sfiora appena il palco e poi fugge via. Fugge con quel riso che l’attore sa infondere nel suo pubblico con battute ad effetto ed osservazioni esilaranti.
La ciclicità con cui questa richiesta torna a farsi sentire costituisce il filo conduttore di tutto lo spettacolo e, infatti, alla fine, il figlio cede alla richiesta paterna. Come un viaggio di formazione, dopo inutili tentativi e aspettati rifiuti, il figlio si affianca al padre in questo cammino per poi superarlo. Una metafora inattesa che rivela, inaspettatamente ma con grande pace nel cuore, un figli finalmente diventato uomo.
Dopo tanto tempo, il Bisio-padre può concedersi di diventare vecchio.
Il reportage fotografico “Paco. A drug story” di Valerio Bispuri è in mostra al Museo di Roma in Trastevere fino al 25 febbraio 2018.
La serie fotografica in mostra racconta del paco, una droga devastante e a basso costo, molto consumata negli strati sociali più poveri dell’America Latina. Ha iniziato a diffondersi in Argentina, nelle baraccopoli, ai tempi e a causa della grave crisi economica agli inizi degli anni 2000. È realizzata con il residuo della cocaina e tagliata con sostanze tossiche. Il suo effetto dura pochi secondi, sufficienti a deformare i volti e irrigidire i muscoli. Lascia una forte dipendenza e in poche settimane trasforma chi ne fa uso in un cannibale della vita, sempre a caccia, sempre stordito, senza punti di riferimento.
Valerio Bispuri è un fotoreporter, abituato a lavorare a progetti di lunga scadenza: trascorre molto tempo dentro, immerso, nella realtà che i suoi scatti devono raccontare, per conoscerla davvero. Torna più volte nello stesso posto, tra le stesse persone. Crea delle relazioni con i soggetti. Solo dopo molte “visite” inizia a fotografare, come ha spiegato in un incontro speciale tenutosi il 17 gennaio al Vittoriano nell’ambito del percorso di approfondimento sui fotografi esposti nella mostra sui 100 anni della fotocamera Leica. Questo metodo e questa dedizione lo avvicinano al maestro della fotografia Sebastiao Salgado.
Il suo progetto tra gli schiavi del paco si è realizzato nell’arco di quattordici anni (dal 2003 al 2017). All’esito di questo lungo percorso Bispuri ha pubblicato la raccolta “Paco. A drug story”, edita da Contrasto.
Ma, contemporaneamente a questo progetto, Valerio Bispuri ha lavorato anche ad altri reportage che hanno avuto un impatto notevole anche sulla sua vita. Tra i suoi lavori, infatti, c’è “Encerrados” sulla vita nelle carceri dell’Ecuador.
Non era mai entrato in un carcere in vita sua, finché non è stato invitato a scattare le sue foto in una prigione di Quito. Ha Iniziato a parlare con i detenuti; ha pranzato con loro, mangiando lo stesso cibo, dentro le loro celle. Solo col tempo ha capito che detenuti in carcere non ci si sente mai soli. Si vive in continua – forzata – relazione con altri esseri umani.
“Non basta fare una buona foto. Il difficile è scattare una foto profonda, che penetri la realtà“.
Anche per il progetto sulla droga paco Valerio Bispuri ha vissuto in relazione con le persone che voleva raccontare. Ha girato di notte nelle favelas, insieme ai tossicodipendenti (bambini e ragazzi dai 10 ai 22 anni) che cercavano il paco. E’ entrato nelle loro case, parlato con le loro madri.
Nella mostra “Paco. A drug story” alcune delle foto esposte sono sfocate. Probabilmente è così – sfocato – che i soggetti ritratti vedono la realtà intorno a loro.
Scattate da molto vicino, con un grandangolo e con luci ambientali, le immagini fanno entrare anche l’osservatore in relazione e in empatia con i soggetti.
Il risultato è una fotografia che mostra la realtà in modo spietato. Bispuri non punta alla foto “bella”, più è sporca, meglio è. Come lui stesso sostiene “non basta fare una buona foto. Il difficile è scattare una foto profonda che penetri la realtà“.
Tante foto hanno dei bambini come soggetti. Forse sono orfani a causa del paco o già suoi consumatori; sicuramente sono spettatori dell’erosione delle vite di chi, intorno a loro, consuma questa droga.
Non mancano, infine, le fotografie che rappresentano dove inizia la storia del paco. Infatti, dopo due anni di tentativi, Valerio Bispuri è riuscito ad entrare in una “cocina“, un laboratorio clandestino dove si realizza quella droga. Sono delle foto intense, per scattare le quali ha Bispuri ha anche rischiato.
Vediamo, quindi, un garage, buio, pieno di fumi ed effluvi che bruciano la gola, dietro la baracca di una famiglia povera. Tanta povertà si vede in tutte le fotografie di “Paco. A drug story”. E non fa solo da sfondo a quelle immagini. Ne è la causa prima, perché senza la povertà in quelle favelas non ci sarebbe il paco.
In punta di piedi è il film che segna il debutto di Alessandro D’Alatri come regista per il piccolo schermo. Una storia intensa segnata dalla volontà femminile di riscatto che verrà proiettata il 5 febbraio in prima serata su Rai Uno.
Prodotto da Luca Barbareschi, interpretato da volti notissimi al grande pubblico come Bianca Guaccero, Cristiana Dell’Anna e Marco Palvetti, In punta di piediè una storia di speranza, un film anticamorra tutto al femminile, ispirato ad una storia vera. Una battaglia combattuta con amore, sacrificio e coraggio da tre donne che riescono a ribellarsi ad un destino già segnato.
Il film, in prima battuta, potrebbe inserirsi nel fortunato filone dei racconti drammatici di mafia e camorra che tanto ispirano gli sceneggiatori italiani; sorprendentemente il corpus della trama è ben altro. Lo spettro della camorra è solo lo sfondo integratore al racconto di una rivoluzione interiore in nome dell’Arte salvifica e nobilitante.
Una storia raccontata da donne non più rappresentate come ingranaggi nell’incastro tragico delle loro esistenze, calate nella subcultura della criminalità; destinate come i loro uomini a una vita condotta nella gregarietà al male.
Sono donne che decidono di sperimentare, spinte dall’amore per l’arte e dalle proprie ambizioni, una vita fuori dai cupi rituali dell’ambiguità e del potere.
Angela, una bambina di 11 anni, è la figlia di Vincenzo, capo piazza dei Peluso, che decide di tradire il suo clan ed entrare nelle file di quello avversario. La famiglia è costretta a vivere in clandestinità e la piccola non può più frequentare la sua scuola di danza; qui inizia la lotta quotidiana che cambia interiormente le donne di questa storia fino a decidere di anteporre la passione per l’arte e per la libertà al pericolo quotidiano di perdere la vita.
Nunzia accompagna di nascosto la figlia alle lezioni di danza, la traveste, la fa uscire in piena notte e la porta da Lorenza, la sua insegnante di ballo, alla quale la mafia ha ucciso il giovane figlio. Angela, grazie al suo grande talento, alla determinazione e al sacrificio di sua madre, al coraggio della sua insegnante che cerca di dare un senso alla sua vita distrutta, riuscirà a fuggire dalle atrocità e dalle brutture cui sembrava destinata. Riuscirà a costruirsi una brillante carriera lontana dalla violenza della camorra, e a diventare una famosa étoile.
In punta di piedi è finalmente una storia dove prevale l’etica della cura, della sorellanza, del coraggio su quella del potere; non più donne del clan rappresentate come specchio delle caratteristiche maschili, anche nei ruoli che le vedono protagoniste attive. Sono donne che decidono di intraprendere la strada più dura per arrivare a sé stesse, non più “riabilitate” dal ruolo della comune scalata al potere.
Eleganti i contrasti tra la periferia degradata e l’atmosfera rarefatta della piccola scuola di danza: un luogo dove il tempo si ferma e concede all’inesorabilità di una fine annunciata lo spazio di un ripensamento.
In fondo, è così ogni attimo di vita.
Il soggetto e la sceneggiatura sono di Pier Francesco Corona, Raffaele Verzillo e Maura Nuccetelli,il montaggio di Emiliano Bellardini e la fotografia di Marco Pieroni.
Abbiamo ascoltato in anteprima esclusiva Bellavista, il nuovo album del cantautore Domenico Imperato in uscita il 2 febbraio e sì, ci piace.
Nonostante la data di uscita dell’album si trovi all’inizio di uno dei mesi più freddi dell’anno, l’atmosfera ricreata da Imperato all’interno di Bellavista è assolutamente calda. Il primo aggettivo che viene in mente per descrivere l’ultimo lavoro del cantautore è “mediterraneo”. Le sonorità delle dieci tracce che compongono Bellavista infatti richiamano il calore del sole e la brezza del mare. Sicuramente non poteva essere altrimenti date le origini di Imperato, per metà pugliese e metà campano.
Cover di Bellavista, il nuovo album di Domenico Imperato.
L’atmosfera calma e rilassata è dipinta da melodie dolci e complesse, dal carattere pop e folk. La chitarra ritmica fa da padrona in tutte le tracce, contornata poi qua e là da percussioni e fiati per un risultato estremamente piacevole. Lo strumentale è stato realizzato in collaborazione con il polistrumentista Francesco Arcuri.
Il cantautore Domenico Imperato.
I testi dal canto loro non sono neanche banali e si fondono perfettamente alla base. Domenico Imperato ricorda in parte il cantautorato italiano dello stesso genere, come Max Gazzè o Mannarino.Bellavista è un calderone di personaggi ai margini, esclusi e sconfitti, osservati alla lente di ingrandimento. Storie individuali e quotidiane, allo stesso modo di questo tempo e senza tempo, perché nel girotondo di malinconie universali a volte affiora dallo sfondo l’attualità più dura, che sia l’inquinamento, l’ingiustizia o il cannibalismo sociale.
Ad anticipare l’uscita dell’album è la prima traccia “Del Mondo il Canto”, che in sé ne riassume un po’ tutte le caratteristiche. Vi lasciamo quindi all’ascolto di quest’ultima in attesa dell’uscita di Bellavista, prevista per il prossimo 2 febbraio!
Nell’ottica di una politica di scambi incrociati tra musei italiani e stranieri, promossa dalle Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, nasce la mostra dedicata alla Madonna Esterhàzy di Raffaello.
Dal 31 gennaio all’8 aprile 2018 le Gallerie Nazionali di Arte Antica di Roma, nella sede di Palazzo Barberini, dedicano alla Madonna Esterhàzy di Raffaello una mostra curata da Cinzia Ammannato.
Complice il prestito di una delle opere più importanti della collezione, la Fornarina di Raffaello, in esposizione all’Accademia di Carrara di Bergamo per la mostra Raffaello e l’eco del mitoe, la richiesta di prestito, da parte del Museo Nazionale di Belle Arti di Budapest, per alcune opere di Rubens, si è deciso di procedere con uno “scambio” anticipato, come lo definisce la curatrice della mostra, Cinzia Ammannato. Tutto questo, nell’ottica di offrire al visitatore un cambio di ritmo alla consueta visita del museo.
Questo dipinto, una tavola in pioppo di piccole dimensioni (cm 29×21,5), è ancora profondamente legato ad un mondo intimista, la composizione si nutre di una vera e propria poetica degli affetti. Una sottile e invisibile linea che tiene uniti, con gesti e sguardi, la Madonna, il Bambino e San Giovanni.
La tavola rappresenta un regalo prezioso e importante per la citta di Roma, é un documento che testimonia un passaggio cruciale nella storia dell’artista, quello dal mondo fiorentino a quello romano. Un passaggio che viene testimoniato, in modo evidente, dallo sfondo dell’opera.
Nel disegno preparatorio, conservato agli Uffizi e di cui possiamo vederne in mostra una copia ingrandita, si legge un paesaggio tipicamente fiorentino, con colline ed alberi. Invece, quello che si scorge nella tavola in mostra a Palazzo Barberini, è un paesaggio raffigurante le vestigia romane, nelle quali si sono voluti riconoscere i resti del Tempio di Vespasiano e della Torre dei Conti nel Foro Romano.
La committenza non è chiara. Una scritta sul retro, non più visibile, riconduceva a Elisabetta, madre di Maria Teresa d Asburgo, a un dono dell’opera da parte di Clemente XI Albani.
A sottolineare quanto il passaggio a Roma di Raffaello rappresenti un momento straordinario per la sua carriera, si è scelto di affiancare a quest’opera altri quattro lavori ad essa legati.
La Madonna col bambino (Madonna Hertz)di Giulio Romano. Opera che fu eseguita nel periodo in cui si sviluppa il sodalizio con Raffaello.
Abbiamo poi due copie antiche su tavola, La Madonna dei Garofani e La Madonna con Bambino e San Giovannino. Infine, un particolare della Madonna del Velo di Raffaello, raffigurante Gesù Bambino.
Avete tempo fino all’8 aprile per godere di questo piccolo e prezioso capolavoro. Ricordo che il biglietto e valido dal momento della timbratura per 10 giorni in entrambe le sedi del Museo: Palazzo Barberini e Galleria Corsini.
Due nuovi arrivi in casa Netflix per quanto riguarda le serie tv. La prima, programmata per febbraio, è dedicata agli appassionati di calcio, l’altra, The Alienist, è per gli amanti dei thriller psicologici.
Se avete già visto Altered Carbon non vi resta che scoprire le novità!
Prima squadra: Juventus FC – uscita a febbraio 2018
Netflix annuncia l’arrivo il 16 febbraio, in tutto il mondo, dei primi tre episodi di Prima squadra: Juventus FC, una docu-serie originale Netflix sul club calcistico italiano, una delle squadre con più tifosi al mondo. La seconda parte sarà disponibile sul catalogo in estate. La serie segue le storie dei protagonisti del club durante la stagione 2017-2018, offrendo un ritratto intimo dei calciatori con immagini dentro e fuori dal campo.
I tifosi di tutto il mondo avranno infatti accesso al “dietro le quinte” del club e si sentiranno più vicini che mai non solo alla squadra, ma soprattutto ad alcuni dei più grandi protagonisti come la leggenda Alessandro Del Piero, calciatori quali Federico Bernardeschi, Giorgio Chiellini, Douglas Costa, Gonzalo Higuaín, Claudio Marchisio, Miralem Pjanic, Daniele Rugani, il capitano Gianluigi Buffon e l’allenatore Massimiliano Allegri.
The Alienist – uscita ad Aprile
The Alienist èuna serie in dieci episodi con Daniel Brühl, Dakota Fanning e Luke Evans, e sarà disponibile a partire dal 19 Aprile solo su Netflix in tutti i Paesi in cui il servizio è attivo, ad esclusione di Francia e Stati Uniti.
The Alienist è un thriller psicologico ambientato durante la Gilded Age di New York. Laszlo Kreizler, interpretato da Daniel Brühl (Bastardi senza gloria, Rush, Capitan America: Civil War), è un brillante e maniacale “alienista”, ovvero un medico specializzato nel trattamento di patologie mentali, alla caccia di un serial killer, che uccide giovani ragazzi della città utilizzando sempre la stessa tecnica.
Tratto dall’amato e pluripremiato romanzo di Caleb Carr e con le straordinarie performance di Luke Evans (La ragazza del treno) e Dakota Fanning (American Pastoral), oltre a quella di Daniel Brühl, The Alienist è un intrigante giallo di fine Ottocento senza eguali: la storia della progressiva affermazione della città più potente del mondo, che non si fermerà davanti a nulla per seppellire i suoi segreti più oscuri. Ecco il trailer:
Quello che non ho, opera teatrale di denuncia che muove le coscienze attraverso le parole di Pasolini e di De André.
Con Neri Marcorè ci ritroviamo a cercare le lucciole in quella semplicità raminga e oggi dimenticata. Un’ora e mezza volteggiando tra l’attualità di Pasolini e di De André. Tra una risata e un sospiro d’ansia verso il futuro l’attore, accompagnato dalle voci e dalle chitarre di Giua, di Pietro Guarracino e Vieri Sturlini, affresca il quadro di questa contemporaneità surreale.
Dimenticate Neri Marcorè nelle vesti del comico. Cercate di riporre nel cassetto dell’oblio momentaneo i panni dell’imitazione di Alberto Angela ai tempi della trasmissione satirica condotta da Serena Dandini. Questa nuova versione di Neri Marcorè vi lascerà piacevolmente impressionati.
L’opera teatrale diretta da Giorgio Gallione è una “meta-analisi” attraverso le canzoni di De André, tratte soprattutto dall’album Le nuvole, e le osservazioni avanguardistiche di Pier Paolo Pasolini, confluite nel suo documentario- poema filmico La rabbia del 1963. Entrambi gli intellettuali offrirono le loro visioni premonitrici sul futuro che altro non è se non il presente che stiamo vivendo.
Sono molti, infatti, gli esempi reali portati sul proscenio.
Il disastro ambientale di Priolo in Sicilia, la ricerca di Clarabella sono solo delle gocce nel mare delle assurdità che siamo costretti a vivere, lobotomizzati da una società che ci leva la capacità di analisi e critica.
Dal soliloquio alla chitarra Marcorè riesce a catalizzare l’attenzione del pubblico. L’elemento catartico comprova la profondità del coinvolgimento del pubblico e la profondità di certe risposte emotive tra le file del Teatro Brancaccio.
Personalmente, amavo ed amo De Andrè, adoro riflettere sulle parole dei maggiori autori della modernità italiana. Mi rincuora constatare come ancor oggi si possa assistere a delle pièces che, come una lucciola volando si poggia sul palmo della nostra mano, trasmettono allo spettatore un messaggio con la M maiuscola.
31 gennaio – 4 febbraio 2018 – TEATRO BRANCACCIO, ROMA
Teatro dell’Archivolto QUELLO CHE NON HO Neri Marcorè canzoni di Fabrzio De André
con GIUA, PIETRO GUARRACINO, VIERI STURLINI (voci e chitarre)
arrangiamenti musicali Paolo Silvestri
collaborazione alla drammaturgia Giulio Costa
scene e costumi Guido Fiorato
luci Aldo Mantovani
dedicato a PIER PAOLO PASOLINI
drammaturgia e regia di GIORGIO GALLIONE
In scena fino all’11 febbraio al teatro Eliseo di Roma Lacci, spettacolo teatrale tratto dall’omonimo romanzo di Domenico Starnone. Protagonista un ottimo Silvio Orlando.
Se si guarda la quarta di copertina dell’edizione Einaudi di Lacci, si leggono commenti lapidari, ma entusiasti. Belpoliti parla di “piccolo capolavoro”, mentre Piccolo lo considera il “libro dell’anno” (ovvero del 2014). Chiunque lo legga non può fare a meno di confermare questo giudizio più che positivo (lo abbiamo fatto anche noi in questo articolo).
Il romanzo di Starnone, oltre a farsi divorare con piacere, riesce a dar vita a personaggi credibili e comuni. è la storia della famiglia di Aldo e Vanda. I due si sono innamorati da ragazzi, si sono sposati presto e sono diventati genitori di Sandro e Anna con altrettanta sollecitudine. Un giorno, però, Aldo si innamora di Lidia, una studentessa diciottenne e per lei lascerà la famiglia per quattro anni. Anche se poi deciderà di tornare da Vanda, gli equilibri della relazione sono ormai compromessi e hanno inevitabilmente segnato la vita dei bambini. Cosa abbia significato quell’abbandono e quel ritorno è raccontato dal punto di vista di tutti i componenti familiari. Il lettore ha così modo di comprendere a fondo la situazione e di provare in maniera diretta tutte le contraddizioni e i paradossi che possono nascere nelle relazioni sentimentali e affettive.
Il successo del romanzo si è poi trasferito allo spettacolo teatrale che ne è stato tratto.
Lo dimostrano il tutto esaurito delle repliche del 2017 e il ritorno sul palco dell’Eliseo durante questa nuova stagione. D’altra parte è stato lo stesso scrittore a curare l’adattamento, mantenendo viva la struttura e il cuore del romanzo. Pur essendo un atto unico, anche lo spettacolo si può considerare diviso in tre parti, ciascuna dedicata a un membro della famiglia (la madre – il padre – i due figli) .
Ognuno di loro si racconta presentando il suo carattere e la propria emotività inevitabilmente influenzate dall’evento che ha sconvolto gli equilibri familiari. Ma dai loro discorsi emerge chiaramente il loro ruolo: quello di madre, di padre, di figli. L’insieme di queste voci costituisce quella che il regista Armando Pugliese ha definito una “sinfonia del dolore”.
Questa storia ci parla di un carico di sofferenza che da una generazione si proietta su quella successiva con il suo bagaglio di errori, infingimenti, viltà, abbandoni, dolore appunto. (A. Pugliese).
Non occorre essere psicologi per sapere quanto i legami familiari incidano sulla formazione e sulla crescita di un individuo.
Quello che però spesso non consideriamo – e che il libro/spettacolo ci ricorda -, è quanto questi legami siano profondi, indelebili e vincolanti. E non è solo una questione di responsabilità derivante dai ruoli che si ricoprono nel gruppo familiare. Riguarda ciò ci portiamo dentro, che ci forma, che ci definisce senza neanche saperlo. Lo spiega bene la scena dei lacci, che dà il titolo all’opera. Ciò che spinge Aldo a tornare dalla sua famiglia è venire a conoscenza del fatto che suo figlio riesce ad allacciarsi le scarpe nello stesso modo singolare che ha lui di farlo. Quando Sandro chiede se sia stato lui a insegnarglielo, il padre non sa rispondere e dice che probabilmente ha imparato da solo, guardandolo. Nei figli ci sono sempre caratteristiche dei genitori, acquisite automaticamente. E sono legami che non si possono recidere.
In scena, da sinistra: Matteo Lucchini, Vanessa Scalera e Silvio Orlando
Il testo teatrale, essendo l’adattamento di un romanzo, è molto verboso.
Le azioni sulla scena sono ridotte al minimo, poiché ciò che realmente conta è l’interiorità dei personaggi. Monologhi e dialoghi si alternano nel corso dell’atto unico senza risultare però pesanti. Questo grazie alle interpretazioni degli attori che, oltre ad avere un buon ritmo, sono improntate sul realismo. Silvio Orlando è bravissimo nel modo in cui restituisce al personaggio di Aldo l’aura mediocritas, l’inettitudine e la mancanza di coraggio nel prendere consapevolezza di sé e delle sue scelte che lo caratterizzano. Intense anche le interpretazioni di Pier Giorgio Bellocchio e di Maria Laura Rondanini nel ruolo dei due figli, vittime della crisi familiare che diventano poi carnefici. Vanessa Scalera è notevole nei lunghi monologhi affidati al suo personaggio. è interessante che a Vanda siano riservati molti pezzi singoli (anche se non è mai veramente sola sulla scena). Questo perché il vero motore della famiglia, colei che riesce a riunirla, è proprio la moglie. Il suo controllo, però, non fa solo da collante; crea paura e ansia nel clima familiare.
Molto riuscita la scena d’apertura dello spettacolo. Da subito vediamo la coppia caratterizzata per le sue personalità differenti.
Da una parte abbiamo Vanda, illuminata da un occhio di bue, che parla al marito durante la sua assenza tramite lettere. Si muove continuamente sul palco e mostra tutto il dolore, l’affanno e la frustrazione provocate dalla situazione. Lei è la donna che ha compreso tutto, pure quello che non osa ammettere apertamente. Ed è proprio questa comprensione che la spinge ad agire e a creare quelle occasioni per permettere alla famiglia di tornare insieme. Di vivere un ordine apparente. Dall’altra c’è Aldo, seduto, poco illuminato, quasi del tutto fermo. Quale modo migliore per mostrare la sua inerzia e la sua incapacità di determinare una situazione e se stesso?
Interessante anche la scenografia: una stanza dalle pareti bianche, elegante e ordinato.
Il salotto (da sempre la scena prediletta dei drammi borghesi), ma più in generale tutta la casa, è specchio di quell’equilibrio che la famiglia si è ricreata dopo il tradimento del marito. Un equilibrio che ha in sé tutti i ricordi del passato, poiché sono conservate le lettere della moglie e anche le foto dell’amante. Ma è precario. Si sfalda con una semplicità spaventosa. E quando la casa viene messa a soqquadro, è solo una questione di attimi prima che tutto ciò che è stato nascosto da tempo, venga nuovamente alla luce.
Pur essendo un romanzo e un racconto teatrale, Lacciè la storia di una famiglia come ce ne sono tante. è la storia di quei legami che ci determinano e che non si possono recidere, ma solo accettare. Lacci è una storia di vita da leggere e da vedere a teatro.
Mentre ci godiamo i nuovi episodi, diamo un’occhiata a cosa è successo la scorsa settimana nella cucina televisiva più famosa d’Italia.
Tornati dalla Norvegia, gli aspiranti al titolo di settimo masterChef italiano sono tornati nella loro cucina, pronti ad affrontare una nuova prova. La Mistery Box ha rivelato un ingrediente alquanto particolare (e un po’ impressionante). Il cervello. Il commento dei quattro giudici -Cannavacciuolo, Klugmann, Bastianich e Barbieri – è stato che un cuoco deve imparare a bilanciare la ragione e il sentimento. L’estro creativo con il pensiero razionale. Il cuore con il cervello. Ai concorrenti è stato dunque chiesto di creare una loro ricetta dimostrando la passione che li anima, visto che il cervello era già incluso tra gli ingredienti.
Il migliore della prova è risultato Simone, uno dei concorrenti più silenti, almeno fino a questo momento. I suoi bocconcini di cervello con parmigiano e salvia hanno convinto i giudici che, come sempre, hanno assicurato un vantaggio al vincitore della prima prova. Simone ha potuto scegliere con quali ingredienti cucinare nell’Invention test. Poteva scegliere tra tre gruppi di ingredienti: il primo era composto da tutte quelle pietanze usate per non mantenere il corpo sano e giovane (cloche della bellezza). Il secondo gruppo di ingredienti, invece, era formato da prodotti che facilitano la memoria (cloche dell’intelligenza). Infine, il terzo gruppo, quello scelto da Simone, era la cloche della felicità, poiché conteneva tutti ingredienti ricchi di serotonina.
Ma Simone aveva anche un altro vantaggio: comporre un altro gruppo di ingredienti da far cucinare a due dei suoi avversari. Simone ha scelto di mettere in difficoltà Matteo e Italo, provocando la stizza di quest’ultimo.
Ma la sfida ha acceso l’ex pilota settantaquattrenne che non solo non ha risentito della difficoltà, ma ha anche vinto la prova.
Che Italo sia diventato un bersaglio per tutti gli altri concorrenti non stupisce chi segue la stagione. L’uomo, infatti, pur dimostrandosi un bravo cuoco, si è contraddistinto per la sua presunzione e per la sua tendenza a non ascoltare. Nelle prove in esterna ha più volte dimostrato di non essere in grado di lavorare in gruppo, preferendo fare di testa sua. Anche Cannavacciuolo lo ha ripreso più volte per suo atteggiamento, senza però sortire alcun cambiamento. Anzi, è probabile che la scelta di Simone lo abbia intestardito ancora di più.
Italo e la sua brigata nella prova in esterna
Per la prova in esterna, gli aspiranti chef hanno dovuto cucinare per il ricevimento di un bar mitzvah.
Mentre Joe Bastianich presenziava al rito di passaggio all’età adulta di un giovane ragazzo ebreo, le due brigate hanno cucinato il pranzo. I menù erano formati da pietanze della tradizione ebraica e anche la preparazione è avvenuta seguendo rigide regole del contesto. Italo, come vincitore dell’Invention test, ha avuto la possibilità di comandare una delle due brigate. Ma la sua leadership si è rivelata assolutamente fallimentare, tanto che la sua squadra è stata sconfitta. Inoltre, il suo atteggiamento ha indispettito anche Klugmann che, durante l’uscita dei piatti, gli ha chiesto di “togliersi dalle palle”.
Il Pressure Test ha visto i concorrenti, divisi in due gruppi, partecipare a una staffetta culinaria. I più veloci nella preparazione di un piatto, suddivisa in diversi step, si sarebbero salvati. I due più lenti, si sarebbero scontrati in duello. L’esito della prova (che non sveliamo) è stato assolutamente sorprendete! Nessuno avrebbe mai scommesso sull’uscita che è avvenuta.
Si preannunciano nuove tensioni tra i concorrenti rimasti. Sarà molto interessante vedere come, in questo clima, i concorrenti affronteranno la prova di pasticceria, da sempre una delle più temute a MasterChef.
“Cosa succederebbe se Benito Mussolini tornasse in vita?”
Questa è la domanda che si pone Luca Miniero nel suo nuovo film, “Sono Tornato”. Massimo Popolizio nei panni del dittatore, percorrerà l’Italia accompagnato da Andrea Canaletti, un giovane regista interpretato da Frank Matano.
La situazione proposta è paradossale dal momento che Mussolini “cade dal cielo” e si trova catapultato in una realtà lontana anni luce dalla sua. Tuttavia, le sue pretese non sono cambiate poiché la sua sete di potere è rimasta invariata.
Casualmente incontra Canaletti il quale, credendo che sia un comico, decide di ingaggiarlo per un suo film e parte con lui per un viaggio attraverso un’Italia incredibilmente variegata.
Tramite delle riprese amatoriali, i cittadini vengono interrogati fornendo risposte che, oltre a farci ridere, ci faranno riflettere molto.
Il film si muove attraverso innumerevoli riferimenti storici, dalla visita a Latina (area bonificata da Mussolini in passato) all’attraversamento di Piazzale Loreto. In questo senso, è emblematico l’assassinio di un cane, Filippo, forse assimilabile all’uccisione di Matteotti.
Terminato il viaggio, Canaletti presenterà Mussolini alla televisione per cui lavora. È qui che prende il via la sua ascesa. Attraverso i media invaderà le case degli italiani e li conquisterà per una seconda volta. Il pubblico acclama Mussolini, il suo successo è sorprendente. Il consenso popolare lo porterà di nuovo al potere.
In pochi si accorgeranno dell’effettiva gravità della situazione. Tra questi una vecchietta malata d’Alzheimer reduce di Auschwitz. Sarà l’unica a riconoscere l’identità del Duce e ad aprire gli occhi a Andrea.
Il Mussolini di Luca Miniero è emblema della potenza dei media. Attraverso i mezzi di comunicazione di massa, conquista il favore degli italiani ignari.
Neanche una diffama riuscirà a fermarlo, infatti, grazie all’intervento di un’affascinante Stefania Rocca, nei panni della produttrice Katia Bellini, Mussolini riuscirà a risollevarsi e a Marciare su Roma.
Come specificato più volte dallo stesso regista, “Sono Tornato” non è un film su Mussolini bensì sugli italiani.
Governati da politici che parlano tanto e non concludono nulla, alla mercé di eventi più grandi di loro, la popolazione è in balia dei media.
Mussolini ottiene il consenso popolare attraverso la televisione e internet. L’inventore della propaganda, la utilizzerà per garantirsi la scalata verso il successo.
Emblematica è la figura di Katia Bellini che simboleggia il potere dei mezzi di comunicazione. La donna è pronta a tutto pur di ottenere lo share, è disposta perfino a scavalcare la morale e favorire l’ascesa di Mussolini. Assieme a lui marcerà su Roma accolta dagli italiani che li acclameranno entusiasti.
Il film, oltre ad essere reso estremamente piacevole dalla recitazione di Massimo Popolizio e dalla comicità di Frank Matano, ci fornisce un importante spunto di riflessione. È impossibile uscire impassibili dalla Sala, com’è impossibile non riconoscersi nello scenario proposto dal regista.
Complessivamente consiglio vivamente a tutti la visione di “Sono Tornato” dal momento che si tratta di un film ben fatto e scorrevole, divertente ma anche incredibilmente rivelatore.
Ogni volta che ascoltiamo la musica popolare, sia il nostro genere preferito oppure no, ci sembra di ritrovarci in una delle tante feste che animano il nostro bel paese. Ci sembra di essere parte di qualcosa.
Ascoltando il nuovo album della Compagnia Daltrocanto si hanno esattamente le stesse sensazioni. “Di terra, di mare e di stelle” è il titolo scelto per questo disco composto da dieci tracce che raccontano, per loro stessa ammissione, la storia di questa bella compagnia. Un gruppo che affonda le proprie radici nella musica popolare ma che si apre a sonorità nuove. Con questo album infatti, il quarto della loro carriera, per la prima volta si spingono nella composizione di inediti.
Il nuovo album della Compagnia Daltrocanto è il racconto di dieci anni di concerti, canzoni e avventure, raccontante attraverso la splendida voce di Paola Tozzi, accompagnata da tantissimi elementi tra cui Bruno Mauro alla chitarra, Francesco Fasanaro alla batteria e alle percussioni e Flavio Giordano al basso.
Possono mancare strumenti come violino, mandola e tamburi?
Ovviamente no, come potrebbero ricrearsi le emozionanti atmosfere che questa musica sa regalare? Ecco dunque Rosanna Cimmino e Luca Lanzara. Finiti? No. A chiudere ci sono Martino Brucale (flauti, sax e ciaramelle) e Antonio Giordano (zampogne e bouzuki). Insomma la profondità e la varietà di suoni non manca e come in quelle squisite ricette che allettano i nostri palati mentre guardiamo i mille programmi culinari televisivi, la Compagnia Daltrocanto riesce a dosare alla perfezione tutti i suoi ingredienti.
Oltre ai brani inediti anche in questo disco non mancano le cover.
Su tutte spicca Spunta la luna dal monte, in una versione che rende pienamente giustizia al famoso brano dei Tazenda (cantata da Pierangelo Bertoli). La voce di questa rivisitazione è affidata a Alberto Bertoli, figlio del compianto “cantastorie”.
Il nuovo album della Compagnia Daltrocanto è una vera e propria festa.
Alle feste si sa, si invitano gli amici e le persone con cui si è condiviso un viaggio. Ecco dunque le partecipazioni di Cisco (ex Modena City Ramblers), Roberto Billi (Ratti della sabina) e tanti altri.
Un album grazie al quale è possibile respirare gioia e libertà. Componenti fondamentali di questa terra che calpestiamo, su cui distratti passeggiamo dimenticandoci che da lei veniamo e che di mare e stelle viviamo e sogniamo.
Bees make love to flowers è il disco d’esordio del cantautore apriliano Roberto Ventimiglia, in uscita il prossimo 12 febbraio.
Sei tracce che costituiscono non tanto un EP, piuttosto un blocco schizzi. O “bozzetti acustici”, come lui stesso ama definirli. È un insieme di appunti, riflessioni, sentimenti, flussi di (in)coscienza. L’incoscienza, se vogliamo, è quella delle api della title track (potete ascoltarla qui), che sebbene spaventate dai tosaerba, continuano a essere follemente e pericolosamente innamorate dei fiori (“frightened by lawn mowers, but still in love with flowers”).
La scelta dell’ape è carica di significato. Essa è simbolo di vita, di amore incondizionato e di cura infaticabile, operosità e cooperazione in vista di un bene superiore. Si dice che quando le api saranno estinte, il mondo finirà. E allora, forse possiamo prenderci una licenza poetica e immaginare le api anche come una bella metafora della musica. Perché, pensateci, che vita sarebbe senza musica?
Quello che si percepisce nel disco di Roberto è un ottimismo di fondo. Un forte amore per la vita che, però, è accompagnato da uno stato di malinconia che rivela delusioni e sentimenti non corrisposti.
Under Britain’s sky,
I got the reason why you ain’t worth a single line
of the many I wrote for thee.
But this is not thy fault: we just weren’t meant to be
so fly away my dove
and find your own true love.
Questo il testo dell’ultima traccia, Under Britain’s sky. Con il suo minuto e 31 secondi è la più breve del disco, ma anche la più suggestiva.
La concisione e la semplicità delle forme rappresentano l’elemento caratterizzante dell’intero lavoro.
L’utilizzo della sola voce con la chitarra acustica, a cui si aggiungono poche note al pianoforte, mostra la continua tensione dell’autore verso una dimensione a due. Una dualità che non è necessariamente scissione. Anzi, è invece complementarità. È in questa visione che si colloca la compresenza di ottimismo e malinconia di cui si parlava, ma anche la scelta linguistica del disco. Nonostante l’indubbia italianità di Roberto Ventimiglia, è infatti attraverso l’inglese che riesce al meglio a comunicare la sua musica. L’alterità, quasi come privata delle sovrastrutture che applichiamo alla lingua quotidiana, riesce in questo modo a conferire autenticità.
Un dualismo si riscontra anche nella formazione musicale dell’autore che unisce gli studi classici di conservatorio (è diplomato in Composizione) all’indole da autodidatta col gusto per la sperimentazione.
Quel che ne esce fuori è una musica evocativa, ma sempre aderente alla realtà ed espressione della propria anima. Roberto racconta il mondo con un atteggiamento quasi reverenziale nei confronti della natura. Al contempo, con un’attitudine che al primo impatto ricorda l’intimismo di Damien Rice o di Nick Drake, il cantautore apriliano offre se stesso con l’intensità e insieme con l’eleganza di pochi.
Un disco genuino nel significato primordiale del termine: genu era il ginocchio sul quale veniva tenuto il figlio quando veniva riconosciuto ufficialmente dal padre. Il figlio genuino era quindi davvero figlio del proprio padre, lontano da sotterfugi e incertezze. Insomma, tornando al nostro (non)EP, sei tracce che sono una prole naturale e legittima.
Genuino, si diceva, e anche “casareccio” in senso letterale. Bees make love to Flowers è stato, infatti, interamente autoprodotto in casa da Roberto, il quale ha scritto, arrangiato e interpretato le tracce, oltre ad aver disegnato personalmente la copertina.
E adesso, dopo tanta cura e manodopera, è giunto il momento di prendere sulle ginocchia Bees make love to flowers e di presentarlo al mondo: l’appuntamento è per il 12 febbraio!
Una serata magica al Teatro Brancaccio nel segno della beneficenza e del sorriso con l’Associazione Gianni Elsner e il suo “Te lo faccio vedere chi sono io!“
Come nasce l’Associazione
Tutto ebbe inizio nel 1988. Gianni Elsner, conduttore radiofonico morto nel 2009, visitando suo cugino Padre Attilio Cordioli, missionario dei Redentoristi, in Paraguay, decise di fare qualcosa. Tramite il pubblico della sua trasmissione radiofonica “Te lo faccio vedere chi sono io!” e grazie anche all’Associazione che porta il suo nome i risultati sono stati grandiosi. Sono arrivati in Paraguay 120 container pieni di merce di ogni tipo, sono stati aiutati circa 15.000 bambini, sono state costruite 5 scuole e 120 aule in altre 50 scuole. Nel 2006 è stata inaugurata l’Università di Carapeguà e nel 2012 la grande Sala Polifunzionale dedicata a Gianni Elsner.
Da otto anni, l’Associazione promuove una serata di beneficenza con artisti che intervengono a titolo gratuito.
Il dono della risata
L’evento di quest’anno era imperdibile. La cornice del Teatro Brancaccio, storico teatro romano, ha reso tutto più magico. Il pubblico del 29 gennaio 2018 era colmo di gioia, ma anche attento a tutto quello che quest’associazione rappresenta.
Il gruppo dei quattro presentatori, con punte di diamante in Simone Gallo e Emy Bergamo, ha tenuto altissimo il livello della serata.
Ecco allora Michele La Ginestra, in un divertentissimo monologo sugli stereotipi degli italiani tratto da un suo spettacolo andato in scena l’anno scorso al Teatro Sistina .
Alessandro Di Carlo ci ha portato nel mondo romano, fatto di parole dimezzate, di frasi mai terminate con un grande senso dell’ironia e della risata.
Voce, canto e sorriso
Giorgio Tirabassi, mirabile interprete di pellicole come La pecora nera e Paolo Borsellino ma anche attore di teatro era attesissimo. Egli ha preso una chitarra ed ha cominciato a cantare stornelli romaneschi con una voce da far invidia ai più grandi.
Andrea Perroni ci ha letteralmente fatto saltare dalla sedia con le sue imitazioni e la sua bellissima voce, soprattutto nell’omaggio a Franco Califano fatto insieme a Alberto Laurenti & Rumba de mar, veri e propri pilastri musicali della serata.
E poi Dado, con la sua comicità sempre irriverente, sferzante, pungente al tempo giusto.
Tra gli artisti che si sono esibiti ci sono stati anche AntonioGiuliani e i giovani attori della C.T.C., ovvero la Casa del Teatro e del Cinema di Simone Gallo e Claudio Insegno. Essi rappresentano il futuro (che noi immaginiamo, grazie a loro, roseo) della recitazione italiana.
Durante la serata abbiamo respirato il clima di Gianni Elsner, quel clima che Gianni Elsner ha voluto far respirare ai suoi “bambuccini” del Paraguay.
La grandezza di un film si rivela quando meno te lo aspetti. E, in particolar modo, quando pochi se ne accorgono, senza far rumore.
Tra le tanti frasi, assiomi, paradigmi, veri e propri inni civili di The Post, c’è una frase particolare che in pochi hanno colto o sottolineato, che in realtà racchiude l’intera essenza non del film, ma del progetto dietro il film.
Ad un certo punto, dialogando col personaggio interpretato da Meryl Streep, il personaggio dell’ex ministro McNamara esclama: “la stampa non può essere oggettiva”. Non può esserlo perché commenta un qualcosa nel preciso momento in cui accade, e non c’è il distacco temporale, critico, emotivo per giudicare senza esserne coinvolti.
Ripetiamo ancora tutti in coro: “la stampa non può essere oggettiva”.
Trovo straordinario che una frase simile, che non è un’accusa, quanto una sincera presa di coscienza, sia presente proprio in un film che giustamente mitizza e doverosamente esalta il ruolo della stampa e della libertà di stampa in una democrazia funzionante.
Tale frase è una dichiarazione di intenti chiarissima di Steven Spielberg. Il suo film The Post non è oggettivo, non può esserlo coi tempi che corrono, non vuole esserlo. Sì, The Post è un film a tema, un film assolutamente schierato, un film che prende una posizione politica chiara e netta e non la molla dall’inizio alla fine. A prescindere dalle idee politiche di ciascuno – anche se, onestamente, ci vorrebbe un bel fegato per avere un’idea politica opposta alla libertà d’espressione e ai diritti delle donne – è proprio tale arroganza, paradossalmente, a far fare il salto di qualità alla pellicola.
Ovvero, The Post è un film sincero, deciso. Con le idee chiare su cosa dire e come dirlo, anche se questo significa, talvolta, metterlo in scena con la minor sottigliezza possibile immaginabile.
Spielberg schiera tutta la propria maestria cinematografica, tutta l’intensità recitativa di Meryl Streep e Tom Hanks all’interno di un riuscitissimo cast corale, per lanciare una potente invettiva contro Donald Trump. Pur mostrando un altro presidente, pur raccontando un altro decennio, quello è il bersaglio. Qui entra in gioco l’onestà intellettuale, la volontà di elevarsi e non abbassarsi al livello altrui. Il talento di un regista leggendario è pertanto quello di sfruttare la retorica senza renderla protagonista. Essere didattico senza risultare pedante. Tenere alto l’interesse pur tra tante e tantissime parole. Non essere melenso pur quando è il momento di alzare il sentimentalismo trionfante.
La chiave di volta sta tutta nel paradosso, in questo caso. Quello per cui The Post è un grande film proprio perché non è veramente un film. È un’operazione, un messaggio, uno slogan politico, anzi forse più che politico. È la prova che, quando c’è il talento e la volontà, anche le cose fatte a tavolino possono diventare sincere. Una lezione di cinema e una lezione di civiltà, non male come risultato finale.
The Black’s Tales Tour è uno spettacolo in cui cinque fiabe classiche (la Sirenetta, Scarpette rosse, Biancaneve, La Regina delle Nevi e Cenerentola) vengono spogliate della loro parte edulcorata e consolatoria e presentate in tutta la verità della loro versione autentica.
Licia Lanera firma una scrittura originale che racconta incubi notturni e storie di insonnia, per parlare di alcune donne, delle loro ossessioni, delle loro manie, delle loro paure. Le icone delle fiabe pian piano si sgretolano, fino a diventare la realtà stessa, la più feroce, la più fallimentare. Una sorta di horror che vuole far paura per esorcizzare la paura stessa: quella di chi scrive, quella di chi vive. Completano lo spettacolo le musiche originali del musicista pugliese Tommaso Qzerty Danisi, che ipnotizzano lo spettatore accompagnandolo in una dimensione a metà tra l’onirico e il reale.
Scritto, diretto e interpretato da Licia Lanera, sound designer Tommaso Qzerty Danisi, scenografia Giorgio Calabrese costumi Sara Cantarone, light designer Martin Emanuel Palma, regista assistente Danilo Giuva.
Spettacolo realizzato con il sostegno di Residenza IDRA e Teatro AKROPOLIS nell’ambito del progetto CURA 2017 e di Contemporanea Festival/Teatro Metastasio 2016.
The Black’s Tales Tour ha debuttato a giugno al Festival delle Colline Torinesi e ha viaggiato poi con successo per tutta Italia.
Venerdì 2 febbraio 2018 il Teatro Argot Studio ospiterà l’attesissimo debutto romano. Afferma Lanera:
“Arriva un tempo che è quello della notte. Arriva un tempo in cui dal tuo letto escono draghi e sirene, vecchie dal naso adunco e giovani spose, principi azzurri e maghi, gatti parlanti e serpi mozzate. Arriva un tempo che è pericoloso per chi non dorme, perché i pensieri si affastellano e strane creature ti vengono a trovare. Per me, che soffro d’insonnia, tutte le notti arriva un tempo magico e inquieto e questo tempo, per una sera, voglio condividerlo con gli spettatori. Travestita da icona pop, prendo in giro me stessa: la star. La star decomposta, la reginetta depressa. Arriva un tempo in cui racconto fiabe, o quello che ne resta, a suon di musica elettronica. Arriva un tempo in cui le fiabe che conosci da sempre sono una scusa per dire di te. E dici ciò che mai, altrimenti, avresti avuto il coraggio di dire”.
Rassegna stampa parziale
Tra horror, splatter e dinamiche da videoclip, le donne raccontate da Licia Lanera sono eroine fragili e umorali, ben lontane dagli stereotipi di perfezione propinatici nelle versioni mainstream delle fiabe. E a guardarla aggirarsi sul palco, le movenze incalzanti di una pop-star dal cipiglio pericoloso, le labbra spalancate sul microfono quasi divorato, poi portato addosso, appoggiato alla gola, per far sentire le vibrazioni di quella macchina instancabile e fiera che è la sua anatomia, viene da abbandonarsi alla scossa tellurica di emozioni, sentendosene quasi minacciati.
Valentina De Simone – Che teatro fa, Repubblica.it
Più che nel gesto, è nella voce e poi nel canto che si concentra il lavoro attoriale esplicitato attraverso un’equilibrata sintesi drammaturgica nata dalla riscrittura inedita e personale di ciascuna fiaba, unita a risate, grida, biascichi, sussurri. Lanera dà prova di sensibile introspezione, di essere riuscita a scendere nel fondo macabro di ciascuno dei racconti cogliendone quella crudeltà che è cifra popolare e dunque rituale.
Lucia Medri – Teatro e Critica
Ci siamo dimenticati di avere paura del buio, e che quella paura è importante e necessaria. Lanera ce lo ricorda, per questo nel buio ci sta anche per noi. Entra in scena con un body di pelle nera, la sua voce accarezza il nostro udito, il microfono ne amplifica le pieghe e le striature, a tratti è quasi una voce da bambina, altre volte si fa conturbante e ottudente. Questa figura sembra stare in piedi su un cubo da discoteca e ci informa di non riuscire più a dormire. […] Nelle fiabe scelte si annida quella crudeltà dei bambini capace di dirci come stanno le cose, queste fiabe non ci fanno da specchio ma da doppio, un “come potrebbe essere” che non vogliamo più ascoltare perché sappiamo di poterci trovare qualcosa di vero e tremendo.
Lorenzo Donati – Altrevelocità
La prova strepitosa che Licia Lanera fornisce in sintonia con la straordinariamente puntuale colonna sonora elettronica di Tommaso Qzerty Danisi: non si tratta solo di una delle più intense e coinvolgenti prove d’attrice degli ultimi anni, ma anche, e soprattutto, di una vera e propria scrittura scenica, addirittura, in certe sequenze, più importante del testo a monte.
Enrico Fiore – Controscena
Teatro Argot Studio
Via Natale Del Grande, 27 | 00153 Roma
tel. 06/5898111 Orario spettacoli:
dal martedì al sabato ore 20.30 domenica ore 17.30
Dal 20 dicembre una video guida con realtà virtuale permette di rivivere le Terme di Caracalla come apparivano nel 216 d.C.
Quante volte ci siamo domandati: chissà come doveva apparire agli antichi quel determinato luogo, monumento o architettura?
Quante volte avremmo voluto avere un’immaginazione talmente sviluppata da riuscire a ricostruire col pensiero quelle che oggi ci appaiono solo come rovine?
Adesso tutte queste domande hanno una risposta.
Alle Terme di Caracalla è stata inaugurata infatti una nuova tipologia di visita. Chi vorrà, potrà noleggiare all’ingresso del sito archeologico delle Terme di Caracalla degli speciali visori. Si tratta di una tecnologia all’avanguardia che offre al visitatore la possibilità di immergersi totalmente in uno dei siti archeologici più affascinanti del mondo.
I visori permettono non solo di ottenere delle informazioni audiovisive riguardanti la storia delle Terme, ma anche di vedere concretamente come esse dovevano apparire nel 216 d.C., anno in cui terminò la loro costruzione.
La visita si suddivide in dieci capitoli corrispondenti ai dieci punti di interesse presenti all’interno dell’impianto. Mediante un sistema di georeferenziazione e orientamento è possibile individuare sulla mappa interattiva del visore la nostra posizione, spingere un bottone (l’unico presente sul visore, cosa che ne rende estremamente semplice l’utilizzo) e iniziare il viaggio!
Un viaggio nella quarta dimensione, quella temporale, visto che sotto il nostro sguardo le architetture delle Terme di Caracalla riprendono vita.
È dunque possibile passeggiare fra l’architettura fisica del sito archeologico, e, guardando dentro i visori, immergersi nella realtà virtuale che ricostruisce le terme come apparivano a un visitatore del III secolo d.C.
Avere la possibilità di vedere sotto i nostri occhi la perfetta ricostruzione in tre dimensioni di ambienti di cui ci rimangono solo le rovine del passato, è un’esperienza esaltante.
La palestra occidentale è il primo ambiente a rigenerarsi sotto il nostro sguardo potenziato dal visore 3D. Colonne, architravi in marmi elegantissimi, mosaici e soffitti a cassettoni circondano il visitatore grazie alla magia della tecnologia.
La ricostruzione del frigidarium ci permette di toccare con mano l’attenta ricostruzione filologica del sito. Grazie agli studi approfonditi sulle Terme, è stato possibile inserirvi virtualmente le opere di scultura che un tempo erano qui custodite. L’Ercole Farnese e una grande fontana in porfido rosso (oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli), l’Ercole Latino (custodito nella Reggia di Caserta) e infine due vasche di granito (che oggi adornano piazza Farnese a Roma).
Frigidarium Terme di Caracalla
Tutte queste opere sono state fotografate in tre dimensioni e inserite nella realtà virtuale.
Il posizionamento di queste decorazioni è stato possibile grazie allo studio delle testimonianze risalenti all’epoca delle spoliazioni.
Anni di studi raccolti in volumi monografici e saggi, centinaia di rilievi, fotogrammetrie e scansioni laser 3D.
Palestra Orientale
Su queste basi poggia la conoscenza dettagliata di questo sito archeologico da parte della Soprintendenza Speciale di Roma.
Il grande gruppo scultoreo del Supplizio di Dirce, altrimenti noto come Toro Farnese, è reinserito nel suo storico ambiente: la palestra orientale. Anche l’immagine di questa scultura, come le precedenti, è stata campionata dal vero grazie alla collaborazione del Museo Archeologico Nazionale di Napoli, dove oggi è conservata.
Lascia senza fiato la ricostruzione della Natatio, la piscina.
Qui è possibile confrontare l’alta parete in laterizi rimastaci, con la sua ricostruzione: una scenografica facciata monumentale tipica dello stile “barocco severiano”.
Ricostruzione Natatio Terme di Caracalla
Come riuscirono i romani a portare tutta quest’acqua, e a riscaldarla anche, in questo paradiso che si trova fra il Circo Massimo e la via Appia antica? Le Terme di Caracalla erano alimentate da una derivazione dell’acqua Marcia arricchita dalla captazione di nuove sorgenti. Inoltre chilometri di gallerie si snodavano sotto l’area delle Terme.
Nei sotterranei si svolgeva l’orchestrazione della perfetta macchina che erano le Terme di Caracalla.
Qui carri trasportavano tonnellate di legna che serviva per scaldare gli ambienti dedicati alla sauna.
Solitamente chiusi in inverno, gli ambienti sotterranei vengono aperti al pubblico solo durante la bella stagione: il visore permette di visitare virtualmente questi ambienti tramite un filmato. Dal 2016 è qui collocata in esposizione permanente l’opera in marmo di Carrara, La mela reintegrata di Michelangelo Pistoletto. Esposta in quello che un tempo era uno snodo del traffico di carri nei sotterranei, appare come una visione.
Meravigliosa.
La mela reintegrata, Michelangelo Pistoletto, Terme di Caracalla
Michelangelo Pistoletto ha eseguito inoltre, sempre per questo luogo, l’opera Terzo Paradiso. Donata alla Soprintendenza nel 2012, questa opera-segno-archetipo, si trova nei giardini delle Terme di Caracalla ed è stata realizzata con i reperti delle Terme stesse.
Cornice suggestiva per l’arte contemporanea quella delle Terme di Caracalla dove passato e presente dialogano l’uno con l’altro.
Filosofia che rispecchia a pieno anche il progetto Caracalla IV Dimensione in cui le innovazioni tecnologiche riaffermano la potenza del passato.
Una ricostruzione puntuale di ogni dettaglio unita a una tecnologia che amplia la valorizzazione del sito archeologico.
L’attento lavoro scientifico di archeologi come Marina Piranomonte, direttore del monumento e curatore scientifico del progetto Caracalla IV Dimensione ha permesso una ricostruzione filologica degli ambienti delle Terme.
Ma le Terme di Caracalla non erano solo un luogo in cui i romani solevano fare esercizi fisici, rilassarsi e prendersi cura del proprio corpo. In questi spazi era possibile anche passeggiare nel suo ampio giardino e conversare con altre persone. Ed era possibile leggere uno dei numerosi volumen custoditi nelle due Biblioteche (una di lingua greca e una latina) che qui sorgevano.
Caracalla aveva pensato proprio a tutto: voleva una mens sana in corpore sano per i suoi concittadini.
Le Terme di Caracalla continuano a essere un luogo privilegiato in cui fare cultura.
Nella loro splendida cornice infatti non sono più incastonate solo le rappresentazioni dell’opera lirica, qui portate durante la stagione estiva dal Teatro dell’Opera di Roma. Si terranno proprio in questi spazi, nel prossimo giugno, una serie di concerti di musica dalle sonorità decisamente più contemporanee.
Le antiche Terme dei severi abbracceranno infatti i concerti della cantante islandese Bjork, di Paolo Conte e del maestroEnnio Morricone.
Non solo musica e non solo spazio in cui accogliere permanentemente le opere scultoree di Michelangelo Pistoletto.
Dal 17 ottobre al 19 novembre scorsi i sotterranei delle Terme hanno fatto da suggestiva cornice alla mostra fotografica Molti di Antonio Biasiucci.
Un luogo, le Terme di Caracalla, in cui l’eternità della Roma antica ricerca un dialogo costante con la contemporaneità.
Era il 1751 quando Carlo Goldoni portò in scena “La bottega del caffè”.
Una commedia dolcemente potente in cui Goldoni descrive lo spirito umano e i caratteri dei suoi tempi in modo tale da trasformarli in quelle ‘maschere’ che gli diedero tanta fortuna. All’interno della storia troviamo personaggi come l’astuto commerciante Ridolfo, il pettegolo Don Marzio, la ‘facile’ Lisaura dai sentimenti autentici, il biscazziere Pandolfo e altri. Per capire la grandezza dell’autore veneziano, basti pensare a una cosa: sembrano o no i personaggi tipici di una serie tv?
Questa forza e questo tocco, che riescono a rendere spesso la storia un racconto contemporaneo, hanno permesso alla commedia di avere una lunga serie di riadattamenti. Tra questi c’è Das Kaffeehaus di Renier Werner Fassbinder del 1969, che risultò un enorme successo. Proprio questo rifacimento del ribelle autore tedesco è stato eseguito dalla Compagnia del Teatro Stabile del Friuli-Venezia Giulia, diretta da Veronica Cruciani, al Teatro Vascello di Roma dal 23 al 28 gennaio.
In una contemporaneità non meglio definita, si muovono i personaggi creati dalla penna di Goldoni.
Dentro quello stesso caffè, stilisticamente Art Nouveau, la vicenda dell’autore veneziano si muove in un’atmosfera mista tra il leggero e il forte. La morale è diversa rispetto ai giorni originali: l’Illuminismo non c’è più e il cinismo ne fa da padrone. Anche i ruoli sono gli stessi, ma cambiano i metodi e le modalità. CIò che cambia non è solo la trama ma, soprattutto, il messaggio finale.
Guardando l’opera di Veronica Cruciani la prima cosa che salta all’occhio è la tecnica.
In primis la scenografia, divisa in due. Sul davanti i due interni. Alla destra del pubblico, la bisca, spesso scura o dalle luci tenebranti. Nella parte restante, il caffè di Ridolfo. Spaccata da tre aperture, due piccole ai lati e una più grande centrale, una carta da parati stile liberty si prende il centro e diventa anche tappeto di scena: niente colori eccessivi, se non un leggiadro tema in bianco e nero. In fondo, l’esterno, con un fondale di un celeste cangiante: palese allusione alla visione lagunare che si può avere in un ritrovo veneziano.
Si passa poi all’uso delle luci e della musica. Così attente ai personaggi, così fedeli alle intenzioni che cercano di far risaltare. Tinteggiando di rosso, verde e oscurità i vari momenti forti, lasciando in neutro il corso degli eventi, la regista ci fa capire la traiettoria tracciata da Fassbinder: descrivere quindi un mondo dove l’indifferenza, l’egoismo e l’assenza di rispetto sono prevalenti e padroni. La musica, invece, prende per mano il pubblico e la storia dai tempi di Goldoni, con una melodia simile a minuetto settecentesco, fino a giungere ai nostri giorni con componimenti sempre più elettronici e incalzanti.
Gran capitolo, ma non ultimo per importanza, sono gli attori.
La Compagnia è attenta a tutto. Anche fuori scena, gli attori partecipano mostrando sguardi e leggeri movimenti d’inquietudine, irriverenza e rabbia. Gli uomini sembrano risaltare di più nella scena, ma solo all’inizio. Le donne sembrano essere solo marginali, con l’arrivo di Placida-Maria Grazia Plos le cose cambiano.
Arriva qui il cambiamento di Vittoria Cruciani, che così descrive il nostro tempo. Ci mostra la nostra contemporaneità: il finto potere maschile su quello femminile, atto solo finché le donne non si riprendono giustizia e verità che a loro spetta. Si comportano da finti uomini e da oggetti sessuali sapendo benissimo ciò che accadrà. La negazione della vecchiaia, il prezzo di ogni cosa e ogni persona, nonché il desiderio di sentirsi parte di un mondo che comunque non ci accetterà mai sono parte integrante della messinscena.
Difficile, invece, dare un giudizio sull’atmosfera dissoluta.
Stando a varie visioni cinematografiche e ad alcune produzioni artistiche, sembra sia giusto concedere al nostro tempo un condimento dal gusto ‘debauché’. È parte integrante della nostra società ed è categorico, se si vuole inserire il testo in un contesto contemporaneo, dargli anche questo ‘tocco’. Giustificato il finale: lo sciacallesco avventarsi sull’ipocrisia svelata (e non a quella che continua a celarsi dietro una ‘maschera’) rispetto al calunnioso pettegolezzo settecentesco, purtroppo, è una realtà di fatto dei nostri giorni.Ci sono però qui dei lati negativi: tecnici e fuori dal discorso ‘morale’. Un esempio viene dall’eccessivo uso delle danze. Distraggono troppo e rallentano quel ritmo che lo spettacolo era riuscito a dare. Inutile completamente, invece, la canzone di Vittoria: non ha una motivazione e non ha un senso all’interno della storia.
Lo spettacolo però in generale piace.
Ha gusto, ritmo e capacità attoriali. Il messaggio arriva e non è quello di Goldoni, ma quello dell’originale Das Kaffeehaus di Fassbinder. Non risulta il classico rifacimento masturbativo, ma una fedele riproduzione aggiornata di un autore ‘inquieto’ e rivoluzionario.
All’inizio del tratto extraurbano della via Tiburtina, dove oggi sorge il cimitero monumentale del Verano, si trova una delle basiliche più antiche di Roma fondata, secondo la tradizione, per volere dell’imperatore Costantino sul luogo dove venne sepolto San Lorenzo martire.
La basilica che vediamo oggi, meta anche del famoso pellegrinaggio delle Sette Chiese, è in realtà la sintesi di numerosi rifacimenti architettonici, che si sono protratti nel corso dei secoli. Sembra infatti che nel VI secolo l’antica chiesa venne ampliata per volere di papa Pelagio I, con la creazione di un altro edificio adiacente. Furono aggiunte nuove tombe di santi e piano piano si arrivò alla creazione di una vera cittadella fortificata, per prevenire le invasioni barbariche. Nel XIII secolo la basilica conobbe una nuova fase di interventi ad opera di papa Onorio III, che andò a creare un nuovo edificio adiacente alla chiesa pelagiana, che di fatto divenne la parte presbiteriale della chiesa rinnovata.
Da questo momento i restauri non furono più così sostanziali, ad eccezion fatta per le decorazioni di epoca barocca – oggi non più esistenti – e gli interventi nel XIX secolo realizzati dall’architetto Vespignani. Queste videro la creazione di un vano sotto il coro e l‘ampliamento del piazzale antistante l’edificio. Un evento drammatico colpì poi la basilica: fu infatti bombardata nel 1943 ed i danni furono gravissimi, ma venne subito ricostruita riportando il suo aspetto a quello originario di epoca onoriana!
Ciò che più colpisce, appena varcato il portico della basilica, sono gli affreschi che si estendono su tre lati, andando così ad incorniciare gli ingressi. Risalenti alla seconda metà del XIII secolo, appartengono alla scuola romano-bizantina. Raccontano, tramite una suddivisione in riquadri, la vita di San Lorenzo, quella di Santo Stefano e due episodi in cui i protagonisti sono l’imperatore Enrico II e papa Alessandro. Guardandoli, ci si rende subito conto di quanto fosse vera in passato l’affermazione che le chiese erano dei veri e propri libri ad immagini, accessibili a tutti, anche al popolino che non sapeva né leggere e né scrivere!
Una volta all’interno, si respira un’aria solenne ma sobria, dovuta al fatto che i restauri dell’Ottocento e del Novecento, riportarono la chiesa allo stile che doveva avere nel Medioevo.
Subito lo sguardo corre lungo le tre navate suddivise da maestose colonne e giunge fino all’alto presbiterio – che altro non è che parte della precedente chiesa pelagiana – con la cripta sottostante, dove si trovano le reliquie dei santi. All’interno della chiesa è possibile rileggere tutte le sue fasi, grazie alle numerose decorazioni: quelle marmoree di epoca romana reimpiegate in più parti dell’edificio; gli splendidi mosaici del VI secolo sull’arco trionfale; gli affreschi del XIII secolo su una parete di una navata laterale; o ancora i sarcofagi di personaggi illustri qui sepolti come lo stesso papa Pio IX.
Una particolare menzione merita poi il chiostro che si apre al lato della chiesa e si presenta come un piccolo e intimo gioiello architettonico del XII secolo e vanta un primato! E’ l’unico chiostro rimasto tra quelli medievali ad essere stato progettato sin dall’inizio su due livelli.
Sia dal chiostro che dalla chiesa è possibile raggiungere – sebbene al momento non accessibili al pubblico – le catacombe sotterranee che si espandono su ben cinque livelli. Purtroppo non si conservano in ottimo stato a causa delle depredazioni subite nel corso degli anni; e soprattutto perché, proprio al di sopra, insiste parte del cimitero del Verano. I cunicoli funebri vennero creati a loro volta accanto ad un colombario romano di epoca repubblicana che testimonia, ancora una volta, come questa zona di Roma fu da sempre luogo dedicato ai morti e alle sepolture, in una continuità di destinazione d’uso che giunge sino ai nostri giorni!
Da questo mese CulturaMente apre le porte a Cultura al Femminile per arricchire la sezione letteraria con recensioni e approfondimenti.
In occasione del Giorno della Memoria, ricorrenza internazionale che ogni 27 gennaio ricorda le vittime dell’Olocausto, abbiamo selezionato cinque libri sul tema della Shoah recensiti dallo staff di CAF.
1) “L’amore mio non può” di Lia Levi (Edizioni e/o, 2006)
“L’amore mio non può” era una canzone molto popolare all’epoca in cui si svolgono gli avvenimenti del romanzo. È il 1939. Un uomo vola giù dal muraglione del Pincio, a Roma. Non ha retto lo shock di aver perduto il posto di lavoro a causa delle leggi razziali dell’anno prima. Ha lasciato un biglietto in cui chiede alla giovane moglie di salvare la loro bambina. Salvarla sì, ma come? Elisa non possiede denaro e, anche se diplomata maestra, non lavora e la sua famiglia non è in grado di aiutarla. Passando per esperienze diverse e difficili, compresa una violenza sessuale, Elisa finirà per accettare il posto di cameriera in una famiglia di ebrei ricchi. Ma la comune appartenenza religiosa non la preserverà da una serie di episodi umilianti.
2) “Si sente?” di Paolo Nori (Marcos y Marcos, 2014)
Per noi, la storia, la storia a noi contemporanea, noi è come se abitassimo tutti in un appartamento al settimo piano che dà su uno snodo ferroviario ma ci abitiamo da tanto di quel tempo che se ci chiedono “Ti dà fastidio, il rumore dei treni?” ci vien da rispondere “Il rumore dei treni? Che rumore? Che treni?” Questo non vuol dire che i treni non facciano rumore. E non vuol dire che a concentrarsi, a tendere l’orecchio, come si dice, non si senta, quel rumore, il rumore che il treno della storia fa in questo preciso momento che noi siamo qui.
3) “Per questo ho vissuto” di Sami Modiano (Rizzoli, 2013)
“Quel giorno ho perso la mia innocenza. Quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo.” Come tanti sopravvissuti all’Olocausto, per molti anni Sami Modiano è rimasto in silenzio. In che modo dare voce al dolore di un’adolescenza bruciata, di una famiglia dissolta, di un’intera comunità spazzata via? Nato nella Rodi degli anni Trenta, un’isola nella quale ebrei, cristiani e musulmani convivono pacificamente da secoli, Sami non conosce la lingua dell’odio e della discriminazione. Ma quando le leggi razziali colpiscono la sua terra, all’improvviso si ritrova bollato come “diverso”. E a tredici anni, nell’inferno di Auschwitz-Birkenau, vedrà morire familiari e amici fino a rimanere solo al mondo a lottare per la sopravvivenza. Al miracolo che lo porta fuori dal campo non seguono tempi facili: Sami si ritrova in prima linea con l’esercito sovietico ed è poi costretto a fuggire a piedi attraverso mezza Europa per poi giungere in un’Italia messa in ginocchio dalla guerra. Dopo due anni di lavoretti malsicuri e pessimi alloggi, ma rallegrati dagli amici e dalla scoperta dell’amore, appena diciassettenne Sami sceglie di nuovo di andarsene, questa volta in Congo belga. Qui gli arriderà il successo professionale ma lo attendono nuovi pericoli, allo scoppio della guerra civile. La storia di Sami Modiano è una trama intessuta di addii e partenze alle quali lui ha sempre opposto la determinazione a riappropriarsi delle sue radici.
4) “Deviazione” di Luce D’Eramo (Feltrinelli, 2012)
Lucia è una giovane donna di origini borghesi, figlia di un sottosegretario della Repubblica di Salò, che è vissuta in Francia e ha alimentato, attraverso la lontananza, i miti del fascismo dentro i quali è cresciuta.
Non solo, ora è convinta che fra le menzogne sul nazifascismo ci siano anche le crudeltà dei campi di lavoro.
Decide di verificare in prima persona e si reca, come volontaria, nei Lager, sicura di poter smentire quelle che ritiene calunnie sulle modalità di trattamento dei “lavoratori” da parte del grande Reich di Hitler.
È allora che comincia una discesa agli inferi, complessa, violenta, che legge l’orrore, lo assume in sé e sembra addirittura “scontarlo”.
Luce d’Eramo ripercorre con Lucia un tracciato di formazione che è stato il suo, un tracciato che tuttora, soprattutto ora (accecati da ogni sorta di revisionismo), suona come avventura della coscienza, testimonianza e grido di allarme. Deviazione è una storia che guarda in faccia il Male e l’orrore, e che disegna, attraverso una struttura e una lingua saldamente governate, un destino non ancora concluso, tutto ancora confitto nella violenza liberatoria di ogni possibile “deviazione”.
5) “Lasciami andare, madre” di Helga Schneider (Adelphi, 2001)
“Dopo ventisette anni oggi ti rivedo, madre, e mi domando se nel frattempo tu abbia capito quanto male hai fatto ai tuoi figli”. In una stanza d’albergo di Vienna, alle sei di un piovoso mattino, Helga Schneider ricorda quella madre che nel 1943 ha abbandonato due bambini per seguire la sua vocazione e adempiere quella che considerava la sua missione: essere a tempo pieno una SS e lavorare nei campi di concentramento del Führer.
Arkady di Anonima Sette è un viaggio in camion nella notte che però trascura la complessità delle sfere emotive
Roma || Arkady di Anonima Sette, andato in scena il 23 gennaio al Teatro Trastevere, è la storia di un giovane camionista, che non convince per sovraccarico di tematiche. Scritto da Giacomo Sette con regia di Azzurra Lochi, in Arkady troviamo Giulio Clerici (Arkady), Simone Caporossi (padre di Arkady), Alice Giorgi (ragazza), Ana Kusch (entità).
Camionisti
Lo spettacolo nasce da uno studio mostrato in anteprima al Carrozzerie not il 21 aprile 2017. Arkady è il nome del ragazzo di origini moldavo-russe che per non addormentarsi alla guida del suo camion nella tratta Taranto, Cabo de Roca (Portogallo), Le Havre (Francia) parla da solo. Si trova così ad interagire direttamente con i propri ricordi, evocati intorno a lui nelle lunghe fasi di insonnia alla guida o nei più probabili colpi di sonno. Raccontare è l’abilità del nostro Arkady, che avrebbe preferito fare il poeta.
Le dure condizioni di lavoro dei camionisti, in particolare gli incidenti per colpi di sonno, sono un argomento raro per il teatro. È dunque apprezzabile che Giacomo Sette abbia scelto di parlarne. La musica dal vivo di Ana Kusch e il canto di Alice Giorgi sono una sorpresa e danno un dinamismo ben pensato alla narrazione.
Gli attori in scena, però, non riescono a stare nel personaggio. Giulio Clerici sa essere Arkady quando di fatto si presenta come un semplice ragazzo, coetaneo del giovane attore, alle prese timidamente con l’amore. Quando Arkady è un camionista, un uomo che fa un lavoro dagli orari impossibili, costantemente in cabina, con le mani screpolate e spaccate al volante, Giulio Clerici non è più credibile. Non aiuta la scelta drammaturgica di creare un personaggio di origini straniere. Nemmeno analizzarne i retroscena ideologici, i vissuti, in meno di un’ora. Non migliora unirvi una componente fiabesca di lunga durata. Un insieme di topoi narrativi e citazioni.
Ex dissidente sovietico: l’età è tutto
Qualcosa di simile accade a Simone Caporossi, padre di Arkady, un ex dissidente sovietico negli anta inoltrati. Come potrebbe, senza essere comico, un attore di vent’anni interpretare un ex dissidente sovietico oltre i sessanta, questa era una domanda che andava posta in regia molto prima dello spettacolo. Meglio Alice Giorgi e Ana Kusch, non brillanti ma sì nel personaggio.
Non tutti i ruoli sono alla portata di un attore fin dall’inizio della sua carriera. Molti lo saranno quando sarà entrato in una fase matura, dopo decenni. A meno di non voler adottare criteri brechtiani, dadaisti, insomma, d’avanguardia o straniamento, l’età dell’attore conta tanto quanto l’età del personaggio. Se invece questa era l’intenzione, l’effetto non è stato quello sperato.
Celeste Di Porto era una giovane ebrea romana passata alla storia come spietata delatrice di altri ebrei come lei, durante l’occupazione di Roma.
Questa figura, in parte ancora misteriosa, è la protagonista di un intenso spettacolo teatrale – “Celeste” – andato in scena al Teatro Studio Uno di Roma dal 19 al 21 gennaio scorso.
Non si sa molto di Celeste Di Porto. Aveva solo 18 anni quando nel 1943, dopo l’armistizio, Roma venne occupata dai nazisti.
Era una delle più belle ragazze della città, tanto da essere conosciuta all’epoca come “la stella di piazza Giudia”, la piazza vicino al Portico d’Ottavia. Ma Celeste era anche spregiudicata e fatale, tanto da acquistare fama come la “pantera nera” del Ghetto ebraico.
Dopo il rastrellamento del 16 ottobre 1943 ad opera dei tedeschi guidati da Herbert Kappler, Celeste decide di diventare una delatrice, di vendere gli ebrei, i suoi stessi concittadini. Fu, pertanto, una preziosa collaborazionista per la Gestapo e la polizia fascista.
Coloro i quali venivano “salutati” con un cenno della mano venivano subito arrestati. Per ogni “capo”, lei guadagnava cinquemila lire, che fossero donne, bambini o uomini. Solo la sua famiglia doveva essere risparmiata. Ma il padre non riuscì a portare questo enorme peso sulla coscienza. Per la vergogna si consegnò alle SS.
Scritto e diretto da Fabio Pisano, lo spettacolo “Celeste” ha un impianto essenziale.
Ci sono solo tre attori sul palcoscenico: Francesca Borriero, che interpreta Celeste, Roberto Ingenito e Claudio Boschi, che interpretano ogni altro personaggio.
Lo spettacolo è ben recitato. Gli attori non usano quasi nessun oggetto di scena. C’è una grande attenzione ai movimenti del corpo.
Questa essenzialità della scena rispecchia quel “minimo indispensabile” che Celeste può portare con sé , come tutti gli ebrei, nei mesi in cui si nascondono per sfuggire ai rastrellamenti ed agli arresti.
Per Celeste è indispensabile la radio, perché con essa po’ ascoltare la musica. Questo amore per la musica e la spinta a voler difendere i suoi familiari sono gli unici elementi da cui nello spettacolo emerge ancora l’umana sensibilità di Celeste. Nello spettacolo la musica ha un ruolo importante. Molte canzoni d’epoca (anni ’40 del Novecento) vengono eseguite alla chitarra e voce in una versione rivisitata.
L’autore Flavio Pisano ha cercato di scandagliare le possibili motivazioni profonde di Celeste. Ma non ha voluto (e potuto?) trovare giustificazione alla scelta spietata della giovane donna.
Una foto d’epoca di Celeste Di Porto
Celeste si è stancata di fuggire e nascondersi, vuole essere artefice della propria sopravvivenza.
Dice: “Solo io decido, nel bene e nel male … E se sarà male, sarà il male che io potrò dare”. Per giustificarsi Celeste invoca la legge della giungla. Ma sembra quasi del tutto anaffettiva, anche quando cerca di proteggere i genitori e i fratelli. Forse è spinta dallo spirito di sopravvivenza, ma anche dall’avidità.
Sul palcoscenico la Celeste di Flavio Pisano viene imprigionata per una notte al carcere di Regina Coeli, terzo raggio, nella cella numero 306. Per il resto dello spettacolo lei si sentirà sempre dentro quella cella, l’unico luogo in cui sembra essere stata tormentata dai sensi di colpa.
L’espediente narrativo ha una fonte storica. Infatti, sui muri di quella stessa cella numero 306, incisa con un chiodo si legge la scritta: “Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si non arivedo la famija mi è colpa de quella venduta de Celeste Di Porto. Rivendicatemi“. Era la tragica denuncia in poche righe di un povero ragazzo del Ghetto arrestato il 23 marzo 1944 al mattino, poi fucilato alle Fosse Ardeatine. Si guadagnava da vivere combattendo sui ring di terza categoria. Era sposato da poco e aveva una bambina. A denunciarlo era stata Celeste.
Ascoltare la storia di Celeste Di Porto, raccontata senza sconti ma con sensibilità in questo spettacolo, è una buona occasione per fare esercizio di memoria. Per ricordare non solo l’atrocità della Shoah come di ogni altro genocidio perpetrato, ma anche quanto complici e responsabili sono i singoli uomini e le singole donne nelle tragedie della Storia.