Al Teatro Studio Uno la storia di Celeste, pantera nera del ghetto di Roma

Celeste Di Porto Teatro Studio Uno

Celeste Di Porto era una giovane ebrea romana passata alla storia come spietata delatrice di altri ebrei come lei, durante l’occupazione di Roma.

Questa figura, in parte ancora misteriosa, è la protagonista di un intenso spettacolo teatrale – “Celeste” – andato in scena al Teatro Studio Uno di Roma dal 19 al 21 gennaio scorso.

Non si sa molto di Celeste Di Porto. Aveva solo 18 anni quando nel 1943, dopo l’armistizio, Roma venne occupata dai nazisti.

Era una delle più belle ragazze della città, tanto da essere conosciuta all’epoca come “la stella di piazza Giudia”, la piazza vicino al Portico d’Ottavia.
Ma Celeste era anche spregiudicata e fatale, tanto da acquistare fama come la “pantera nera” del Ghetto ebraico.

Dopo il rastrellamento del 16 ottobre 1943 ad opera dei tedeschi guidati da Herbert Kappler, Celeste decide di diventare una delatrice, di vendere gli ebrei, i suoi stessi concittadini. Fu, pertanto, una preziosa collaborazionista per la Gestapo e la polizia fascista.

Coloro i quali venivano “salutati” con un cenno della mano venivano subito arrestati. Per ogni “capo”, lei guadagnava cinquemila lire, che fossero donne, bambini o uomini. Solo la sua famiglia doveva essere risparmiata. Ma il padre non riuscì a portare questo enorme peso sulla coscienza. Per la vergogna si consegnò alle SS.

Scritto e diretto da Fabio Pisano, lo spettacolo “Celeste” ha un impianto essenziale.

Ci sono solo tre attori sul palcoscenico: Francesca Borriero, che interpreta Celeste, Roberto Ingenito e Claudio Boschi, che interpretano ogni altro personaggio.

Lo spettacolo è ben recitato. Gli attori non usano quasi nessun oggetto di scena. C’è una grande attenzione ai movimenti del corpo.

Questa essenzialità della scena rispecchia quel “minimo indispensabile” che Celeste può portare con sé , come tutti gli ebrei, nei mesi in cui si nascondono per sfuggire ai rastrellamenti ed agli arresti.

Per Celeste è indispensabile la radio, perché con essa po’ ascoltare la musica. Questo amore per la musica e la spinta a voler difendere i suoi familiari sono gli unici elementi da cui nello spettacolo emerge ancora l’umana sensibilità di Celeste. Nello spettacolo la musica ha un ruolo importante. Molte canzoni d’epoca (anni ’40 del Novecento) vengono eseguite alla chitarra e voce in una versione rivisitata.

L’autore Flavio Pisano ha cercato di scandagliare le possibili motivazioni profonde di Celeste. Ma non ha voluto (e potuto?) trovare giustificazione alla scelta spietata della giovane donna.

Celeste Di Porto - teatro studio uno
Una foto d’epoca di Celeste Di Porto

Celeste si è stancata di fuggire e nascondersi, vuole essere artefice della propria sopravvivenza.

Dice: “Solo io decido, nel bene e nel male … E se sarà male, sarà il male che io potrò dare”. Per giustificarsi Celeste invoca la legge della giungla. Ma sembra quasi del tutto anaffettiva, anche quando cerca di proteggere i genitori e i fratelli. Forse è spinta dallo spirito di sopravvivenza, ma anche dall’avidità.

Sul palcoscenico la Celeste di Flavio Pisano viene imprigionata per una notte al carcere di Regina Coeli, terzo raggio, nella cella numero 306. Per il resto dello spettacolo lei si sentirà sempre dentro quella cella, l’unico luogo in cui sembra essere stata tormentata dai sensi di colpa.

L’espediente narrativo ha una fonte storica. Infatti, sui muri di quella stessa cella numero 306, incisa con un chiodo si legge la scritta: “Sono Anticoli Lazzaro, detto Bucefalo, pugilatore. Si non arivedo la famija mi è colpa de quella venduta de Celeste Di Porto. Rivendicatemi“. Era la tragica denuncia in poche righe di un povero ragazzo del Ghetto arrestato il 23 marzo 1944 al mattino, poi fucilato alle Fosse Ardeatine.  Si guadagnava da vivere combattendo sui ring di terza categoria. Era sposato da poco e aveva una bambina. A denunciarlo era stata Celeste.

Ascoltare la storia di Celeste Di Porto, raccontata senza sconti ma con sensibilità in questo spettacolo, è una buona occasione per fare esercizio di memoria. Per ricordare non solo l’atrocità della Shoah come di ogni altro genocidio perpetrato, ma anche quanto complici e responsabili sono i singoli uomini e le singole donne nelle tragedie della Storia.

Stefania Fiducia e Maurizio Carvigno

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2 Commenti

  1. Ho assistito alla rappresentazione a Napoli. Al teatro TRAM di Port’Alba.
    E’ affascinante che ragazzi di una età apparentemente lontana dai fatti si immedesimino completamente nella storia che raccontano.
    La raccontano con forza e leggerezza. Meriterebbero senza sfigurare in altri palcoscenici dove dimostrare la loro professionalità e capacità di adattamento minimalista senza che questo appaia: bravi gli attori . Bravo l’autore e il regista dello spettacolo.
    Compimenti. Davvero.

    • Ciao Roberto,
      concordo con te sulla bravura degli interpreti e dell’autore e sul fatto che meriterebbero di far vedere lo spettacolo in molto altri teatri. Hanno fatto un ottimo lavoro, sia nel ricostruire gli eventi storici e metterli in scena, sia nell’immaginare il percorso mentale della protagonista. Cosa non facile. visto che la storia di Celeste Di Porto si intreccia molto ancora con la “leggenda”, non ci sono abbastanza fonti storiche che ci permettano di risalire alle sue motivazioni.
      Stefania

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