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14 film da vedere (e non vedere) a San Valentino

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Un modo per celebrare San Valentino è sicuramente quello di vedersi un bel film in coppia, magari abbracciati.

I film secondo CulturaMente

E allora eccomi qui a consigliare dei bei film romantici, ma pensando il più possibile “fuori dagli schemi”. Qui, non troverete commedie romantiche classiche e iper-abusate, film smielati (Nicholas Sparks vade retro) o troppo convenzionali. Il romanticismo è l’essenza di questi film, ma alcuni potrebbe anche non avere il lieto fine che volete avere in questa giornata.

(500) Giorni insieme

Questa è la storia di un ragazzo che incontra un ragazza, ma non è una storia d’amore. La premessa più doverosa mai sentita, una storia in cui tutto è ribaltato: non la donna, ma qui è l’uomo quello romantico. Lui il sognatore, quello perdutamente innamorato, quello che soffre. Il film stravolge il genere rivoluzionando la commedia romantica, e si serve di uno stile narrativo non lineare, incursione nel musical, tantissime citazioni, uso dei colori per rappresentare lo stato d’animo del protagonista, una colonna sonora magica, la rappresentazione grafica di alcune sequenze e molte altre trovate originali. Un film fresco e originale, ricco di energia, che parla d’amore con incredibile spontaneità. Probabilmente, almeno una volta nella vita, tutti noi siamo stati il Tom Hansen di turno.

Alta Fedeltà

Si può realizzare una lista di film e non includerne uno che parla di liste dall’inizio alla fine? La freschezza e la sincerità del romanzo cult di Nick Hornby sono una base fondamentale da cui partire. il film di Stephen Frears è un divertente mix di commedia e romanticismo, un concentrato di cultura pop che ha conquistato fans in tutto il mondo.

Blue Valentine

Per chi se lo dimenticasse, tra tanti film romantici e momenti strappalacrime, c’è un singolo assioma sempre valido: l’amore fa male. Sempre, spesso e volentieri anche quando è forte e corrisposto. L’opera seconda di Derek Cianfrance è uno struggente film d’attori retto sulle prove strabordanti di Ryan Gosling e Michelle Williams. Un film sul dolore raccontato con stile realistico e tono forte, che può anche respingere taluni spettatori, ricco di sofferenza rabbiosa, che racconta senza filtri la nascita e la fine di una storia come pochi altri sono riusciti a fare.

Casablanca

Uno dei più grandi film di tutti i tempi, sicuramente è riduttivo volerlo rinchiudere in un genere solo. Dopotutto, paradossalmente, il film con i mitici Bogart e Bergman è anche e soprattutto una grande storia romantica d’amore, una delle più grande di sempre. Per chi conosce il film ed il suo strepitoso finale, è anche uno dei più efficaci addii di sempre al cinema, un uomo che aiuta la donna che ama e suo marito, perseguitato politico, a lasciare in aereo la città. Tanto si è scritto e detto su Casablanca, dalla sceneggiatura perfetta ad un Bogart iconico come non mai, di sicuro è un film che va goduto sotto ogni prospettiva ed ogni giorno dell’anno.

Wall-e

Uno dei film d’animazione più sperimentali mai realizzati, un film quasi muto difficilmente vendibile ad un pubblico di soli bambini. La storia di Wall-E, un piccolo robot che vive da solo da secoli sulla Terra ormai invasa dai rifiuti col compito di ripulirla, e del suo incontro con Eve, un robot mandato sul nostro pianeta per vedere se è abitabile nuovamente, è una delle più belle storie romantiche mai portate al cinema. Seguire la routine di Wall-E è commovente, un robot solo in un intero pianeta disabitato che colleziona oggetti, fa amicizia con gli insetti, scruta speranzoso il cielo stellato e guarda il musical Hello Dolly! registrato su una videocassetta, fino a che la sua vita cambia e decide di seguire Eve, pur di non perderla, fin nello spazio profondo.

Io & Annie

Il film di Woody Allen per antonomasia che lo consacra come grande cineasta e gli fa vincere gli Oscar più importanti. Il comico Alvy Singer si è lasciato con Annie e si ritrova ora a raccontare la storia del loro rapporto. Cercando di capire se alla base della rottura ci sono problemi derivati dall’infanzia riviviamo l’evoluzione del loro amore, dalle prime fasi di felicità fino alla definitiva rottura. Un film che ha fatto storia e scuola, il capostipite di milioni di commedie romantiche nevrotiche degli anni seguenti, un manifestato realistico e spietato sulle difficoltà di amare, amarsi e far derivare dall’amore una relazione resistente alle circostanze della vita quotidiana.  

Il lato positivo

Il cinema di David O. Russell da sempre esplora il concetto di famiglia, le sue contraddizioni e la sua unità. Con questo nuovo film il regista raggiunge un nuovo vertice nell’esplorazione della famiglia, puntando i fari sui singoli componenti e sui singoli stati d’animo. Un film fatto di emozioni, sentimenti, idee, figure danneggiate dalla vita ma non per questo depresse o sconfitte: la vita è un misto di gioie e dolori, è tragicomica, e questo film ce lo ricorda col sorriso sulle labbra.

Lei

Tranquilli, per chi ancora avesse dubbi o paure, la risposta la fornisce Spike Jonze. Al cinema esiste ancora l’originalità, e quando è abbinata al cuore e al talento nulla può batterla. Fa impressione pensare che il rapporto tra un uomo e una macchina possa diventare una delle più grandi storie d’amore mai viste al cinema, ma l’abilità di Jonze e il talento degli attori Joaquin Phoenix e Scarlett Johansson (quest’ultima recitando solo con la voce) ci dicono che è davvero possibile. Lei è uno specchio su un futuro ormai prossimo, su una società ormai contemporanea inabile ai rapporti interpersonali, eppure è un grido di speranza e d’amore fortissimo. Delicato, ironico e toccante, Lei possiede quella scintilla che solo i grandi film riescono a comunicare.

Happy Together

Due uomini si amano, e le circostanze attorno a loro sono avverse per far proseguire tale unione. Cosa c’è di più semplice per raccontare una storia d’amore? L’essenza è tutta qui. Il resto lo fa il tocco delicato di Wong Kar-wai, un regista unico che sa comunicare la forza inespressa e recondita dei sentimenti. E’ l’umanità quella che esce fuori da film, la voglia di essere sé stessi e poter vivere ciò che si prova dentro.

Carol

Carol appartiene a quella categoria di film che ti trasporta per due ore in un’altra dimensione, e ti fa credere definitivamente che il cinema sia pura arte, forse la più completa possibile. Un film misurato, fatto di parole non dette, sguardi che raccontano un mondo senza dire nulla, silenzi, emozioni soffocate. Un calore talmente avvolgente da non aver bisogno di morbose sottolineature. Totalmente incentrato sulle due protagoniste, non tanto sulla loro relazione tormentata ma più che altro su quello che comporta in loro stesse amarsi e farlo in quella società. Non ha bisogno di urli, non ha bisogno di rimarcare l’ovvio, Carol ci ricorda che alla fine, soli con noi stessi, conta solo e sempre quello che abbiamo dentro, nel profondo.  

Moonrise Kingdom

Il cinema di Wes Anderson è indigesto a molti e venerato dai suoi fans, ma quando anche lui racconto l’amore puro in maniera così sincera e reale, tutti rimangono colpiti. Il racconto di due adolescenti che scappano da adulti più infantili di loro, spinti da un amour fou inarrestabile e purissimo perché sottratto ad ogni sovrastruttura del mondo circostante, è una perla nella filmografia di Wes Anderson. Forse il suo vertice emotivo, uno spaccato di delicatezza con una tristezza di fondo sempre presente.

Non mi scaricare

E’ difficile trovare un film che mischia così magicamente sentimentalismo alla commedia più adulta e scanzonata, solitamente. Ma il film scritto dal regista Nicholas Stoller e dal protagonista Jason Segel è una gemma fin troppo sottovalutata. Col grande merito di mettere in primo piano la soggettiva dell’uomo in una relazione, il film è ricco di momenti onesti, dolorosi e bizzarri, e non si può smettere di ridere o rimanere emotivamente colpiti.  

Prima dell’alba

Le storie romantiche al cinema non tramonteranno mai, e quando riescono ad essere ancora originali ed interessanti ci vuole a passare alla storia. L’incontro casuale tra una studente francese e un giornalista americano a Vienna è l’occasione per passare 24 ore, prima dell’alba appunto, a confrontarsi ed innamorarsi, sapendo purtroppo che quel sentimento nella vita di tutti i giorni sarebbe stritolato e spento. Un sogno ad occhi aperto che funziona grazie a due personaggi veri, semplici, normalissimi, che danno vita a dialoghi mai banali, un fiume parole in cui tra gli spazi si inserisce un sentimento nascente e ineludibile. I sequel del 2004 e 2013 sono la prova che questo piccolo film è riuscito a lasciare un grande segno nella storia del cinema.

Se mi lasci ti cancello

L’amore, e ancora di più le difficoltà nel coltivarlo e mantenerlo vivo, è stato raccontato miliardi di volte al cinema, sicuramente più di qualsiasi altro sentimento e argomento. Ma la scrittura di Charlie Kaufman e la regia di Michel Gondry dimostrano che ancora oggi, parlando di amore, si può essere originali. Anzi, si può essere folli, coraggiosi, surreali, e più di tutto sinceri e veri. la storia di Joel e Clementine è la storia di miliardi di coppie di innamorati, che per incompatibilità o tanti altri motivi non sono fatti per stare insieme, pur provando un sentimento reciproco inestinguibile. Il film scompone completamente la mente del protagonista (e di conseguenza di chissà quanti spettatori) chiedendosi se davvero vale la pena eliminare i ricordi, anche i più tristi, e se un esperimento del genere possa davvero portare alla felicità. La risposta ovviamente è no. Pur tra scenari onirici, labirinti tortuosi, visioni cerebrali, il sentimento batte sempre il cervello, che sia un fatto positivo o negativo questo non interessa.

Emanuele D’Aniello

Dillo come un poeta: le dichiarazioni d’amore letterarie che rapiscono il cuore

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“Buon san Valentino amore mio!”. Non vi sembra un augurio un po’ banale? Se volete rendervi originali e fare una dichiarazione d’amore che davvero lasci il segno, prendete spunto dal mondo dei poeti e degli scrittori!

Un San Valentino all’insegna dell’overdose di cultura

Le motivazioni di chi non vuole festeggiare san Valentino le conosciamo. Festa che ha solo scopi commerciali, l’amore si festeggia tutti i giorni, c’è casino in giro… Si sa che valori ed emozioni positive devono animarci tutti i giorni dell’anno. Ma non c’è nulla di male nell’avere una ricorrenza che ci permetta di focalizzare la nostra attenzione su quella cosa un tantino di più.

San Valentino è una di queste ricorrenze. Un momento da dedicare alla persona amata, ribadendo tutto l’amore che si prova. Anche se, quando si parla di dichiarazioni d’amore è sempre più difficile non cadere nel banale. Invece del consueto “Buon san Valentino, amore mio!”, quest’anno cercate di sorprendere il/la vostro/a compagno/a prendendo in prestito le parole delle coppie letterarie più belle di sempre. Usate le voci dei poeti! Un po’ come ha fatto Mr Big nel film Sex and the City.

E se non siete molto pratici di coppie letterarie, vi forniamo noi una bella dose di amore letterario!

Dante e Beatrice

Partiamo subito dal padre della letteratura italiana. La sua poesia è riuscita a rendere immortale l’amore adultero tra Paolo e Francesca, regalandoci versi splendidi e rappresentativi della passione che travolge completamente gli amanti. Ma, soprattutto, è riuscito a rendere indimenticabile Beatrice, la giovane ragazza fiorentina di cui è sempre stato innamorato. Al di là di tutti gli studi metaforici, ciò che possiamo condividere con Dante è l’effetto di smarrimento e di estasi provati alla vista della persona amata. Se proprio non volete dedicargli/le Tanto gentile e tanto onesta pare, potete cavarvela con questa frase, breve, ma significativa tratta da La Vita Nova.

Quel ch’ella par quando un poco sorride, non si può dicere nè tenere a mente, si è novo miracolo e gentile”.

Elizabeth Bennet e Mr Darcy

I protagonisti di Orgoglio e Pregiudizio sono forse tra le coppie più conosciute e amate della letteratura mondiale. La loro storia dimostra come non sempre debba esserci il colpo di fulmine e che l’incontro con l’altro può aiutarci a livellare alcuni nostri difetti. La prima dichiarazione dell’uomo non fa altro che indispettire Elizabeth, ma di certo non manca di carica passionale.

Invano ho lottato. Non è servito. I miei sentimenti non possono essere repressi. Dovete permettermi di dirvi con quanto ardore io vi ammiro e vi amo.

Sì: Darcy sta dicendo che ama Elizabeth anche contro la sua volontà. Ma, alla fine, saranno le sue azioni a dimostrare la veridicità del sentimento che già si intuisce in queste parole. Magari, accanto potete usare le parole di un altro Mr Darcy, uno più contemporaneo. Sto parlando del grande amore di Bridget Jones, ovviamente.

Ma il punto è… quello che cerco di dirti… in modo molto confuso… è che, in effetti, probabilmente, malgrado le apparenze… tu mi piaci. Da morire. […] Così come sei.

Jane Eyre e Mr Rochester

Quello raccontato da Charlotte Brontë è una storia d’amore intensa che riesce a sopravvivere al tempo, alla lontananza e a superare anche gli ostacoli più grandi. Inoltre, il sentimento che Jane prova per il suo padrone non le impedisce di mantenersi fedele ai suoi principi e alla sua morale. Un grande esempio di amore solido, sincero, che non aliena dal proprio Io, ma ne permette la piena realizzazione.

Io provo talvolta uno strano sentimento, soprattutto quando mi siete vicina come in questo momento. Mi par di avere nel cuore una corda invisibile, legata forte forte a un’altra simile, collocata nella corrispondente parte del vostro essere. Se un braccio di mare e duecento miglia di terra debbono separarci, temo che questa corda, che ci unisce, si strappi, e che la ferita sanguini internamente.

buon san valentino amore mio

Romeo e Giulietta

Sono probabilmente la coppia di amanti per eccellenza. I due giovani veronesi, nati sotto una cattiva stella, sono il simbolo dell’amore adolescenziale, totale, fulminante. E anche se stiamo parlando di un amore che nella realtà deve necessariamente crescere e maturare, nella finzione è stato il modello d’ispirazione (forse anche inconsapevole) di tante altre coppie. Una su tutte? Bella ed Edward di Twilight, da cui poi si è arrivati ad Anastasia e Mr Grey… ma anche a Babi e Step, se vogliamo. Ma qualsiasi storia per adolescenti ha una coppia alla Romeo e Giulietta. Ovviamente, la poesia è diversa. Ecco perché, per le dichiarazioni di amore, vi consiglio di tornare alla fonte e di attingere a piene mani da Shakespeare. D’altra parte, è Shakespeare! Leggete questo sonetto, per avere un’idea.

Come un imperfetto attore sulla scena
che per paura si discosta dalla sua parte,
o come un essere feroce colmo d’eccessiva furia,
cui l’abbondanza della forza indebolisce il cuore;
così io, per paura e per sfiducia, dimentico di dire
la perfetta cerimonia del rituale dell’amore,
e nella forza stessa del mio amore mi sento svigorire,
sopraffatto dal fardello dello stesso suo potere.
Oh, siano i miei fogli, allora, l’eloquenza
e gli àuguri muti del mio parlante petto,
che chiedono amore e attendono una ricompensa
maggiore che per quella lingua che più e di più ha espresso.
Oh, impara a leggere quel che il silenzioso amore ha scritto;
udir con gli occhi s’addice al fine ingegno dell’amore.

Montale e Mosca

Personalmente, credo che Ho sceso, dandoti il braccio, almeno un milione di scale sia tra le più belle dichiarazioni d’amore che siano mai state scritte in versi. Anche se si parla di una coppia che viene distrutta dall’inevitabile presenza della morte, ciò che viene detto è il risultato di anni d’amore sincero e forte. Si tratta di un legame che migliora la persona, rende la vita più serena, stabile, completa. L’idea di condivisione è molto forte in questa poesia, ed è tra le cose più belle che si possano vivere con il proprio partner.

Ho sceso milioni di scale dandoti il braccio
non già perché con quattr’occhi forse si vede di più.
Con te le ho scese perché sapevo che di noi due
le sole vere pupille, sebbene tanto offuscate,
erano le tue.

Hazel e Augustus

I protagonisti di Colpa delle stelle hanno emozionato tantissimi lettori con la loro storia d’amore segnata dalla malattia di entrambi. Eppure, il forte messaggio che i due lasciano è quanto amare qualcuno e lasciarsi amare, anche per poco tempo, possa avere più valore che vivere una vita intera senza conoscere quel sentimento. Un sentimento spontaneo, naturale, vero. E romantico. Come romantiche sono le dichiarazioni d’amore che i due si scambiano.

Mi hai dato un “per sempre” nei miei giorni contati e non so dirti quanto io ti sia grata per la nostra piccola infinità.

E’ così bella. Non ti stanchi mai di guardarla. Non ti preoccupi se è più intelligente di te: lo sai che lo è. E’ divertente senza mai essere cattiva. Io la amo. Sono così fortunato ad amarla, Van Houten. Non puoi scegliere di essere ferito in questo mondo, vecchio mio, ma hai qualche possibilità di scegliere da chi farti ferire. A me piacciono le mie scelte. Spero che a lei piacciano le sue.

Quest’anno sorprendetelo/la con la voce di un/a poeta o di un/a scrittore/trice.

Quale sarà la vostra alternativa poetica al “Buon san Valentino amore mio?”.

Federica Crisci

 

Jane the Virgin 4×08: Jafael or not Jafael? Parte 1

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Il 13 Ottobre 2014, il canale americano The CW mandò in onda la prima puntata.

Raramente bastano pochi minuti affinché una serie possa catturare la mia attenzione, “Jane the Virgin”  è stata l’eccezione alla regola. Da allora non ho mai smesso di guardarla.

Dalla prima puntata sono ormai trascorsi tre anni, e si sà, mantenere uno standard qualitativo alto per quattro stagioni consecutive è una bella sfida. Per questa ragione ho temuto che fosse arrivato il momento di dover dire addio a Jane e a tutta la gang, ma per fortuna, dopo un inizio burrascoso, noioso, scontato, finalmente ci siamo: Jane è ritornata in quota, ha ingranato la marcia.

Le nuove direzioni artistiche hanno saputo mettere sul piccolo schermo storyline leggere ed intriganti che coinvolgono gli spettatori, non solo da un punto di vista emozionale ma, anche e soprattutto, psicologico, esaltando quelli che sono i cliché di una soap opera venezuelana, fondendoli con il genio creativo degli sceneggiatori hollywoodiani.

Questo mashup ha saputo dare agli ultimi tre episodi quel giusto tono accattivante, sensuale e misterioso che fa esclamare “OMG!!!”, soprattutto se ci si sofferma sulla storyline di Rafael Solano. Quest’uomo dovrebbe  dovrebbe essere dannatamente proibito.

 

Ok ladies, occhi a me. Di questa scena ne parliamo poi, quindi, andiamo con ordine.  Per farmi perdonare faccio una brevissima ricapitolazione:

-Jane decide di mettersi in gioco con Adam che poi la lascia per andare a LA  confermando la mia teoria di Adam tappa buchi;

-Alba si innamora ma davanti alla proposta di matrimonio scappa;

-Rogelio è diventato papà di una bellissima bambina, Baby avuta da Darcy che attualmente è impegnata sentimentalmente con l’antagonista di mr De La vega, Esteban.

– Rafael vive in casa Villanueva e sbam finalmente bacia Jane

– Aneska muore di nuovo, questa volta per davvero.

And, here we go…

4×08 kiss, lies and therapy

 

First of all, Rosario Dowson as The Lawyer

Petra, Petra, Petra in ogni stagione ci deve essere una pecora nera e poverina questo infausto ruolo è toccato all’ex signora Solano. Per quanto si sforzi di trovare il suo porto sicuro non trova pace. Dopo la morte, questa volta reale, della sorella psicopatica ed emotivamente instabile, Anezka,  viene accusata di omicidio, ed indovinate un pò chi è l’avvocato? Rosario Dowson. Per un attimo ho  pensato che si trattasse di uno dei mille travestimenti di Rose. E voi? In ogni caso, questa donna nasconde qualcosa o qualcuno…

Date un Kleenex a Rogelio

Jane The Virgin — “Chapter Seventy-Two” — — Pictured (L-R): Jaime Camil as Rogelio and Andrea Navedo as Xo — Photo: Michael Desmond/The CW — © 2017 The CW Network, LLC All Rights Reserved.

 

Finalmente  Xo e Rogelio vanno in terapia, ma il risultato non è quello sperato.  Rogelio ne esce angosciato ed emotivamente provato, una situazione da cui  Xo tenta invano di scappare. Beh che dire, sicuramente tra i due lui è quello più fragile, d’altronde Rogelio ci piace perchè non è un super uomo e non teme di mostrare la sua fragilità davanti ad una donna.

Anche se rispetto a qualche stagione fa, la loro storyline è stata sostituita da una maggiore attenzione alla vita e all’evoluzione del personaggio interpretato da Jaime Camil (Rogelio de la Vega), ho apprezzato molto, quella, seppur breve, attenzione rivolta a Xo. La quale,rassegnata ad accogliere il peso della crisi del marito, riesce a lasciarsi andare riscoprendo i suoi scheletri e le sue ferite che si portava da anni. E cosi, come in ogni cosa, questa serie, nella sua leggerezza e apparente frivolezza, si riscopre un prodotto televisivo scritto da chi sa far emergere l’essenziale della vita e delle cose.

Matelio e le bugie

Dopo aver deciso di mandare Matelio in una scuola che fa capo ad un altro quartiere, Jane e Rafael convincono il bambino a mentire. I sensi di colpa non tardano ad arrivare e con essi tanti situazioni esilaranti. Amo quando questo bambino e i suoi genitori fanno squadra. Tuttavia, le cose non vanno come speravano e si ritrovano loro stessi ad imparare dai propri errori. Ma se tutto è bene quel che finisce bene, anche per il piccolo Matelio c’è una piccola lezione di vita.

Jane: allora Mateo, avevi ragione, ti abbiamo chiesto di mentire.
Mateo: Ma come? Credevo che mentire fosse sbagliato!
Jane: Lo è la maggior parte delle volte, ma altre volte facciamo una scelta e confrontiamo quello che ci costa quello che ci costa la bugia e quello che ci fa guadagnare.

Rafael Solano: quel mix perfetto tra romanticismo e sensualità

Gli ultimi tre episodi hanno un denominatore comune: Rafael Solano. Un uomo decisamente problematico, dai mille scheletri nell’armadio, ben lontano dall’avere una vita equilibrata. Nonostante il suo essere sentimentalmente instabile sembra abbia finalmente deciso di prendere una direzione. Non so questo quanto durerà visti i precedenti, e sono certa che all’orizzonte ci sono drammi che metteranno in crisi il rapporto, ma per ora godiamoceli cosi come sono.

Rafael: ecco perchè mi trasferisco […]
Jane: Non devi andartene.
Rafael: Devo farlo. Perchè se devo essere sincero, vivo qui anche perchè ci sei tu. Mi hai chiesto di lasciarmi la cosa alle spalle ed ho detto si. E ci riuscirò!!! Ma sarà difficile perchè significa lasciare andare una cosa importante: la possibilità di qualcosa tra noi che è rimasta in me nascosta per molto tempo e non credo di poter riuscire a voltare pagina vivendo con te. 

Non so voi, ma Rafael nella versione romantic mood è meravigliosa. Che dire, Jane sa davvero far emergere il lato migliore di quest’uomo.

E della scena finale?

“And, friends, what can I say? It felt like a telenovela”

 

Sapevamo che questo momento sarebbe arrivato!  Anche se gli sceneggiatori hanno lavorato molto sull’effetto finale, passando da  “Rafael nu me te filo manco de striscio” a una Jane che sembra una sedicenne in preda ad una crisi ormonale, non ho apprezzato molto la loro evoluzione. Durerà questa volta? Ho i miei dubbi.

Angela Patalano

 

 

 

Del leggere e del tradurre: workshop su Virginia Woolf

Parole Migranti in collaborazione con la libreria Virginia & Co di Raffaella Musicò presenta DEL LEGGERE E DEL TRADURRE, Workshop di lettura e di traduzione letteraria con Anna Nadotti Sabato 3 marzo 2018 a Monza.

«Una delle seduzioni del tradurre, allargare i confini della propria identità. Dar forma alla responsabilità che si è assunta nei confronti della traccia dell’altro/a (…) La traduzione è il più intimo atto di lettura («translation as the most intimate act of reading»). Mi affido al testo quando traduco. Il traduttore conquista il permesso di trasgredire alla traccia dell’altro negli angoli più remoti del proprio sé (…). Lo sforzo del traduttore è facilitare l’amore tra l’originale e la sua ombra. Non si tratta solo di sintassi, sinonimi, colore locale. Si tratta di cogliere la retorica dei silenzi tra e intorno alle parole in modo di vedere cosa funziona e quanto».

[Gayatri C. Spivak, The Politics of Translation, in Michèle Barret and Anne Phillips (eds), Destabilizing Theory. Contemporary Feminist Debates, 1993, Polity Press.]

Come si legge un testo letterario? Perché è importante coltivare, affinare e potenziare la lettura quando si traduce?

Sabato 3 marzo si cercherà di rispondere a queste domande sotto la guida esperta di Anna Nadotti che spiegherà come e perché leggere Virginia Woolf.

Il workshop si terrà nella bellissima libreria Virginia & Co di Raffaella Musicò, in via Bergamo angolo via Durini, a Monza.

Durante il workshop si parlerà principalmente de La signora Dalloway e Gita al faro, facendo riferimento alle versioni italiane tradotte da Anna Nadotti per Einaudi. Si parlerà dell’importanza di leggere i classici (soffermandoci soprattutto sui testi di Italo Calvino e Michele Mari) e, in particolare, di leggere Virginia Woolf. Nella seconda parte del corso, poi, Anna Nadotti si soffermerà sulle sue traduzioni per Einaudi.

PROGRAMMA

Ore 10:30 Presentazioni e breve introduzione del workshop

Ore 10:45- 13 Prima parte

Ore 13 – 14 Pausa pranzo

Ore 14-17 Seconda parte

INFORMAZIONI UTILI E ISCRIZIONI

Numero massimo di partecipanti: 15

Per iscriversi, avere ulteriori informazioni riguardo il programma e il costo del workshop è necessario mandare una mail a info@parolemigranti.eu

Black Panther, anche la Marvel scopre il mondo reale

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Wakanda non esiste, questo è chiaro. Come non esiste uno pseudo-paese del terzo mondo che in realtà possiede una tecnologia così avanzata da poter costruire astronavi. Eppure, il mondo che circonda Wakanda esiste eccome.

Un film, non una storiella

È singolare, quanto paradossalmente giusto, che nel canone Marvel a Thor: Ragnarok, forse il punto più esagerato e volutamente ridicolo, sia seguito adesso Black Panther, il cui centro di gravità sono i problemi del mondo reale. Certo, è lampante che rimanere sulla medesima strada di quel Thor, oppure provare a far di più, avrebbe voluto dire chiamare Neri Parenti alla regia. Ma a prescindere dai paragoni Black Panther riesce a smarcarsi autonomamente da tutto il resto. Senza richiami forzati al resto dei personaggi o della storia dell’universo Marvel (fortunatamente), senza camei che avrebbero distratto (menomale), frenando e limitando al massimo l’umorismo infantile a cui questi film ci hanno abituato (grazie al cielo), Black Panther è il primo capitolo del canone Marvel che sembra finalmente un film, e non una storiella innocua fatta per piacere al più ampio numero di persone, e basta.

In America questo film sarà giudicato, indubbiamente ed inevitabilmente, come il trionfo della diversità. Un merito comunque, ci mancherebbe. Un blockbuster con un supereroe africano, circondato da un cast interamente all black, scritto e diretto da un regista afroamericano. Sicuramente è una bellissima novità e un grandioso traguardo. Noi però che stiamo dall’altra parte dell’oceano, e questi problemi non li viviamo in prima persona (anche se ultimamente la cronaca cerca di farsi sentire..), possiamo giudicare il film per altro. Pertanto per noi il trionfo di Black Panther non è la sua inclusività, quanto la sua scelta di avere i piedi per terra. La sua consapevolezza di avere il potere, per quanto questi film vengono visti e incassano, di poter comunicare e raggiungere milioni di persone.

Allora Black Panther è il primissimo film Marvel che abbandona il semplice divertimento e sceglie un tema, finalmente. Ha qualcosa da dire, da indagare, esplorare ponendo addirittura quesiti.

Non lo fa in maniera rivoluzionaria, c’è da premettere. Il film nella struttura e nello svolgimento è un cinefumetto assolutamente classico. Presenta, anzi, un protagonista assolutamente insipido e zero carismatico, e si conclude con l’ennesimo terzo atto confuso da festa del CGI (anche di dubbia qualità estetica, oltretutto). Ma la rivoluzione di Black Panther è ricordarsi il potere sconfinato del cinema come mezzo di propaganda. Nell’universo Marvel, in cui la risata è la norma, l’essere un attimo seri diventa stupefacente.

E così abbiamo un villain enormemente affascinante che uccide senza rimorso, brama la distruzione, manipola e prepara schemi ma al tempo stesso propone come punto di partenza cose giuste. Dall’altra parte abbiamo i buoni, bravissime persone sulle quali si presume vada il nostro appoggio emotivo, che si rivelano essere degli isolazionisti, chiusi all’esterno e rimasti a guardare lo schiavismo e le segregazioni dei fratelli neri. Un conflitto in cui giusto e sbagliato si confondono raccontando problemi del mondo nel quale viviamo quotidianamente, fatto di muri, paura dello straniero, chiusure e menefreghismo. Tutto ciò immerso nei colori, nei costumi, nelle scenografie della cultura africana che danno a tali pensieri un’atmosfera sempre più reale, sempre più veramente umana.

Alla dose di divertimento tipica dei blockbuster, rimasto intatto, la Marvel sostituisce un tentativo di complessità al suo umorismo demenziale. Non solo non è poco, ma è quasi doveroso, un risultato sudatissimo e attesissimo. Per tanti in America Black Panther sarà più di un film, sarà un simbolo: è giusto se ne siano accorti e lo abbiano degnamente sfruttato.

.Emanuele D’Aniello 

Aglianico a Roma: 17/18 febbraio 2018 all’Hotel Radisson Blu

La più grande degustazione di Aglianico per la prima volta a Roma grazie all’Associazione Riserva Grande insieme a Percorsi di Vino e con la collaborazione di Luciano Pignataro.

Per la prima volta a Roma, all’interno delle sale del Radisson Blu Hotel di Roma, attraverso banchi di assaggio e seminari tematici, operatori e appassionati di tutto il mondo potranno scoprire e degustare una delle eccellenze vinicole italiane: l’Aglianico.

Le origini dell’Aglianico sono antichissime, sembra infatti che sia stato introdotto in Italia dai Greci intorno al VII secolo a.C. Non ci sono certezze sulle origini del nome, che potrebbero risalire all’antica città di Elea (Eleanico), sulla costa tirrenica della Campania, o essere più semplicemente una storpiatura della parola Ellenico. Testimonianze storico-letterarie sulla presenza di questo vitigno si trovano in Orazio, che cantò le qualità della sua terra natia Venosa e del suo ottimo vino. Secondo altri, il nome (Elleanico o Ellenico) divenne Aglianico durante la dominazione aragonese nel corso del XV secolo, a causa della doppia “L” pronunciata “gli” nell’uso fonetico spagnolo.

Il vitigno a bacca rossa Aglianico da sempre produce alcuni tra i migliori vini rossi del sud Italia dove ha trovato i migliori terroir in cui esprimersi, e in modo particolare in Campania dove si producono due DOGG (Taurasi e Aglianico del Taburno) e in Basilicata, sui terreni vulcanici del monte Vulture, dove viene prodotto l’Aglianico del Vulture DOCG.

Sabato 17 febbraio, dalle 14 alle 19, e domenica 18 febbraio 2018, dalle 12 alle 19, la manifestazione “Aglianico a Roma” permetterà a tutti di degustare oltre 100 vini presentati da 27 aziende provenienti dai più vocati territori d’elezione.

Due i seminari in programma sabato 17 mentre domenica 18, oltre ad una imperdibile verticale di Taurasi, avremo l’onore di ospitare la presentazione dell’ultimo libro di Luigi Moio (professore ordinario di Enologia all’Università degli Studi di Napoli Federico II).

L’evento è organizzato dall’Agenzia Riserva Grande e da Percorsi Di Vino con la collaborazione di Luciano Pignataro.

Programma  sabato 17 febbraio

•Ore 14:00 – Apertura banchi di assaggio

•Ore 14.30 – Seminario a cura di Luciano Pignataro e Marco Cum: “I Territori dell’Aglianico – doppia orizzontale 2011/2013” con Fortunato Sebastiano e Gennaro Reale (VignaViva Agroenologia). In degustazione alcune tra le zone di maggior diffusione dell’aglianico, lette attraverso i vini prodotti in due annate molto diverse tra loro dal punto di vista climatico. Saranno presenti i vini di: Mustilli per il Sannio, Villa Raiano e Tenuta Cavalier Pepe per l’Irpinia, Casa di Baal per le colline salernitane, Musto Carmelitano e Tenuta I Gelsi per il Vulture. Prenotazione Obbligatoria.

•Ore 17:00 – Seminario a cura di Luciano Pignataro e Andrea Petrini: Verticale storica Aglianico del Taburno “Vigne Cataratte” Azienda Agricola Fontanavecchia. Prenotazione obbligatoria (Annate in degustazione: 1997-1999-2000-2001-2005-2006-2008-2009)

•Ore 19:00 – Chiusura banchi di assaggio

Programma  domenica 18 febbraio

•Ore 12:00 – Apertura banchi di assaggio

•Ore 12:30 – Luigi Moio presenta “Il Respiro del Vino” (Mondadori). Colloquio con Luciano Piagnataro.  Entrata gratuita

•Ore 16:00 – Seminario a cura di Luciano Pignataro e Marco Cum: Verticale storica Taurasi “Contrade di Taurasi”. Prenotazione obbligatoria (Annate in degustazione: 1999-2001-2004-2010 – Cru Vigne D’Alto 2011 – Cru Coste 2011)

•Ore 19:00 – Chiusura banchi di assaggio

La lista completa delle aziende partecipanti è presente sul sito dedicato presenti sul sito dedicato

Ingresso alla manifestazione (non occore prenotazione): costo 20€.  L’ingresso è valido per 1 dei 2 giorni della manifestazione.

Convenzioni:

–  Sommelier 15€ (previa dimostrazione con tesserino valido anno corrente

– Soci Riserva Grande 15€

All’ingresso della manifestazione è richiesta una cauzione di 5€ per il calice di degustazione. Tale cauzione verrà restituita al termine della degustazione, previa restituzione del calice.

Seminari di degustazione:

•Seminario. Le Regioni dell’Aglianico. 40€

•Seminario. Verticale Storica dell’aglianico Vigne Cataratte della Cantina Fontanavecchia. 40€

•Presentazione del libro “Il respiro del vino”. A cura di Luigi Moio. Ingresso gratuito

•Seminario. Verticale storica di Taurasi Contrade di Taurasi della Cantina Lonardo. 40€

-Acquisto di 2 seminari 70€

-Acquisto di 3 seminari 90€

Attenzione: per l’acquisto di più seminari chiedere info a eventi@riservagrande.com

Per accedere ai Seminari occorre la prenotazione obbligatoria.

L’iscrizione ad almeno un seminario comprende l’accesso ai banchi di assaggio.

 Acquisto on-line:

Tramite la pagina SHOP del nostro sito sarà possibile acquistare tutti i seminari e il biglietto di ingresso al prezzo speciale di 16€, fino alle 24:00 di venerdì 16 febbraio 2018.

Gli operatori del settore possono accreditarsi scrivendo a eventi@riservagrande.com

Contatti: 

Tel: 3396231232

eventi@riservagrande.com

giuditta@riservagrande.com

Roma: l’Appia Antica e il Mausoleo di Cecilia Metella

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La “Regina delle vie” di epoca romana non poteva non raccontare storie importanti e particolarmente affascinanti!

L’Appia Antica infatti, nonostante siano ormai passati più di 2.000 anni dalla sua costruzione, mantiene ancora oggi perfettamente intatto il suo fascino senza tempo, grazie alla commistione tra natura e archeologia. La via fu costruita per collegare Roma a Capua – poi estesa sino a Brindisi – e aveva inizio a Porta Capena, accanto al Circo Massimo. Quando le mura cittadine furono ricostruite ed ampliate dall’imperatore Aureliano nel III secolo d.C., la città in questo punto fu dotata di un nuovo ingresso: Porta San Sebastiano. Al suo interno oggi è allestito un piccolo ma interessante museo – ad ingresso gratuito – che racconta l’intera storia delle mura cittadine e permette dall’alto della sua torre di godere di un panorama mozzafiato sull’intera Campagna Romana.

 

mausoleo di cecilia metella

 

Da qui è possibile iniziare la passeggiata lungo l’Appia Antica: si potranno così incontrare numerosi e importanti monumenti, come per esempio la Chiesetta del Quo Vadis, dove secondo la tradizione Gesù sarebbe apparso a Pietro; le Catacombe di San Sebastiano e San Callisto; e ancora la grandiosa villa di Massenziocostruita dall’imperatore, insieme al grande Circo e al Mausoleo dinastico.

Ma caratteristica principale dell’Appia, esattamente come le altre vie consolari della Roma Antica, era quella di essere utilizzata come area di sepoltura, trovandosi al di fuori delle mura urbane: lungo i lati della via infatti sono presenti numerosi e variegati monumenti funebri, tra cui spicca per mole ed imponenza il famoso Mausoleo di Cecilia Metella, divenuto nei secoli il simbolo stesso della via!

Il Mausoleo fu costruito intorno alle seconda metà del I secolo a.C. per contenere le spoglie mortali di Cecilia Metella, una facoltosa matrona romana di cui purtroppo sappiamo ben poco.

Grazie alla targa in marmo, iscritta e posta sulla fronte della tomba, sappiamo che la donna era figlia di Cecilio Metello Cretico – un glorioso generale che conquistò gli onori del trionfo grazie alla sottomissione di Creta – e che era moglie di un certo Crasso, forse figlio del più noto console romano, Marco Licinio Crasso. Le poche informazioni di cui disponiamo sulla vita di Cecilia, lasciano supporre che il glorioso mausoleo, più che alla memoria della donna, fosse in realtà dedicato alla glorificazione della sua famiglia.

Detto questo, abbiamo davanti agli occhi un mausoleo che impressiona per la sua imponente mole e grandezza! Si tratta infatti di una tomba a tumulo, costituita da un alto cilindro circolare rivestito in travertino che poggia su un basamento quadrato. La particolare decorazione che ornava il monumento all’esterno, un fregio con bucrani e ghirlande, valse alla zona la denominazione di Campo di Bove: i bucrani infatti altro non sono che teste di buoi, un elemento decorativo molto in voga tra gli antichi e che andava a sostituire l’usanza di appendere i crani degli animali in cima ai templi! Una volta entrati, un corridoio coperto a volta, conduceva nella camera funeraria, anch’essa di forma circolare e in origine decorata a stucchi.

Molte però sono le trasformazioni che il mausoleo subì durante il corso dei secoli. In epoca medievale, il cilindro venne trasformato in fortezza, iniziando a passare di mano in mano alle più potenti famiglie dell’epoca. Nel 1300 saranno i Caetani – importante famiglia romana salita al potere grazie a papa Bonifacio VIII – a trasformare completamente il mausoleo in un vero e proprio castello con tanto di merlature, camminamento di ronda e mastio, un torrione imponente con cui poter sorvegliare al meglio l’intera area a sud di Roma, posta sotto il loro controllo.  

Uscendo dal mausoleo/castello, si potranno ammirare i resti della deliziosa Chiesetta di San Nicola, datata anch’essa al 1300 ed edificata come cappella palatina del castello, uno dei rari esempi di architettura gotica cistercense presente a Roma!

 

mausoleo di cecilia metella

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Ferdinando Riontino fa una sosta per raccontarci il suo viaggio musicale

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La musica è un mezzo con cui viaggiare. Lo è per chi l’ascolta ma in primis per chi la compone. L’artista infatti potrebbe essere definito l’autista del veicolo su cui ce ne andiamo sognanti in giro per le “vie” della nostra mente.

È uscito il 2 febbraio “Sono in viaggio” il nuovo singolo di Ferdinando Riontino, cantautore che avevamo avuto il piacere di recensire in occasione del suo singolo “Barcollo” (qui). L’argomento è chiaro e l’artista vuole raccontarci di questo suo viaggio musicale. Ferdinando Riontino infatti è il protagonista principale di questa sua esperienza in ambito artistico e con questo pezzo esprime tutte le sue sensazioni raccontandoci, attraverso il suo modo di scrivere semplice ma efficace, quello che accade durante il percorso.

Ferdinando RiontinoSono immagini vivide quelle descritte.

Sembra volersi togliere qualche sassolino dalla scarpa quando dice:

Io non sogno più da tanto ad occhi chiusi come voi. Non mi guardo più dirette alla tv e mi piace anche di più!

Il timbro di Ferdinando Riontino, particolarmente graffiato in questo brano, dona un tocco di genuinità che sembra sempre pervadere i suoi brani. L’intro della canzone per un attimo ti fa credere che a cantare arriverà da un momento all’altro Daniele Groff…ma poi no, arriva lui che ha il potere di strappare sempre un sorriso. Qualità non da poco per un cantautore giovane.

Perchè Ferdinando Riontino fa parte di quella schiera di cantautori che difficilmente non calamita attenzione su di se.

Il suo primo singolo, grazie anche alla presenza nel video di Maria Grazia Cucinotta, ha raggiunto le 100.000 visualizzazioni. Nel bene o nel male è un artista che non lascia indifferenti. I gusti sono ovviamente personali e lui ne abbraccia diversi. Le sonorità sono sempre molto coerenti con le scelte artistiche da lui compiute ma in questo brano si avvicina ancora un po’ di più alle orecchie delicate di chi, ai riff di chitarra, preferisce una sonorità più “famigliare”.

Insomma, Ferdinando Riontino lo si ama o lo si odia? A noi sta particolarmente simpatico e quindi, in attesa che il 21 febbraio esca anche il video di “Sono in viaggio”, vi consigliamo l’ascolto di questo giovane e promettente cantautore.

Emiliano Gambelli

Il Nome della Rosa. Quando un capolavoro si fa teatro

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Un libro che ha appassionato milioni di lettori in tutto il mondo, inserito da Le Monde fra i cento migliori libri del secolo scorso, trasformato in una bellissima pièce teatrale per merito di Leo Muscato e Stefano Massini.

Un vecchio e canuto Adso da Melk (portato in scena da un bravissimo Renato Carpentieri) giunto quasi ai suoi ultimi giorni di vita, narra a un muto amanuense le incredibili, misteriose e torbidi vicende che lui, all’epoca giovane e imberbe novizio, visse accanto al suo maestro, il leggendario Guglielmo da Baskerville, sul finire dell’anno del Signore 1327, in una celebre abbazia benedettina, dell’Italia settentrionale, di cui è saggio tacer il nome.

Cosi ha inizio anche la versione teatrale del Il Nome della Rosa, tratta dall’omino romanzo di Umberto Eco, che Bompiani editò nel 1980 e che divenne uno dei libri più famosi di sempre, tanto da essere tradotto in ben 49 lingue.

La trama è piuttosto nota. Adso da Melk e Guglielmo da Baskerville, giunti nel monastero per partecipare a un importante incontro con la delegazione papale, per conto dell’ordine francescano al quale appartengono, vengono messi a conoscenza dall’abate dell’inspiegabile morte di uno dei monaci, il giovane Adelmo, durante una tremenda bufera di neve. L’abate, preoccupato che l’evento luttuoso possa compromettere l’atteso convegno sull’annosa questione della povertà della chiesa, affida a frate Guglielmo, in passato uno dei più noti inquisitori, l’incarico di svolgere delle indagini per scoprire se veramente sull’abbazia si sia abbattuta la mano violenta dell’Anticristo.

Guglielmo accetta, ma indagherà seguendo la sua sopraffina logica, cercando la verità più fra le pieghe dell’umano che in quelle del maligno.

Confrontarsi con il leggendario romanzo del semiologo bolognese, ma anche con la rilettura cinematografica che fece nel 1986 il regista Jean-Jacques Annaud nell’omonimo film campione di incassi, è certamente impresa ardua ma, alla fine, perfettamente riuscita. Il Nome della Rosa, testo teatrale scritto da Stefano Massini nel 2015, per la regia di Leo Muscato, nonostante l’improba difficoltà, verrebbe da dire, citando gli antichi, “non conviene superare le colonne di Ercole”, è un’opera che convince dall’inizio alla fine. D’altra parte, come afferma lo stesso Muscato, «la struttura stessa del romanzo è di forte matrice teatrale.»

Dai bellissimi testi, spesso direttamente ripresi dal libro di Eco, alla scenografia, che riproduce, ricorrendo spesso alla tecnologia, gli interni della abbazia, che tanto meravigliarono gli spettatori nel film di Annaud, passando, ovviamente, per la convincente recitazione dei tredici attori coinvolti nello spettacolo, da Luca Lazzareschi, nei panni di Guglielmo da Baskerville, a Giovanni Anzaldo, in quelli del giovane Adso, senza dimenticare Eugenio Allegri, che recita superbamente la parte del monaco cieco Jorge da Burgos, uno dei personaggi più riusciti del libro di Eco che, a detta di molti critici, altro non sarebbe stata che una caricatura del poeta argentino Jorge Luis Borges.

il nome della rosa teatro argentina
Una delle scene dello spettacolo

Menzione di merito, ricordando i bellissimi costumi di Silvia Aymonimo, per Franco Ravera, che interpreta il frate cellario Remigio da Varagine, e principalmente per Alfonso Postiglione, superbo nei panni di Salvatore, il frate dolciniano che si esprime con una lingua astrusa e babelica e che nella celebre pellicola del 1986 fu interpretato da Ron Perlman.

Dopo essere stato recentemente in scena a Roma, al Teatro Argentina, la tournée del Nome della Rosa proseguirà con diverse tappe fino a fine marzo, portando la complessa ed affascinante trama concepita da Eco in diverse città fra cui, Padova, Verona, e Venezia, dove, al Goldoni, sarà in cartellone dal 21 al 25 febbraio.

Uno spettacolo per celebrare nel modo migliore, attraverso la sua opera più conosciuta, il genio incontrastato di Umberto Eco a due anni dalla sua scomparsa.

Maurizio Carvigno

La degustazione del Cesanese: il vino di Roma si presenta a casa sua

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Il rosso protagonista della viticultura Laziale gioca in casa lanciando a tutti un invito all’approfondimento.

I vini rossi si sa non sono mai stati il cavallo di battaglia del movimento vitivinicolo laziale, a parte qualche sporadica eccezione sparsa sul territorio. La regione è certamente più vocata per i vini bianchi, che negli ultimi anni stanno recuperando il tempo perduto sulla strada della credibilità.

Il vino rosso di Roma.

C’è però un vitigno che seppur presente da sempre, negli ultimi quindici anni sta guadagnando sempre più l’attenzione degli appassionati del Lazio e non. Anzi a dirla tutta sembra che la curiosità e l’interesse per il Cesanese siano più vivi all’esterno, che in quella che dovrebbe essere per motivi geografici la piazza dove riscuotere il massimo dei consensi.

I motivi sono diversi ed è certo che la piazza romana, la più importante per il mercato del vino italiano e invasa dalle produzioni di tutt’Italia, non abbia reso la vita facile al Cesanese. Altra verità è quella che riguarda la consapevolezza dei produttori. Soltanto in tempi relativamente recenti infatti si sono resi veramente conto della potenzialità di questo vitigno, facendo convergere i loro sforzi nella ricerca della qualità.

Tre denominazioni per un unico vitigno.

Il regno del Cesanese si divide tra il comune di Piglio, unica Docg della regione per i vini rossi, quelli di Affile e Olevano, entrambi Cesanese Doc. Territori contigui ma diversi tra loro così come i vini che il vitigno riesce a dare. Un’interpretazione su cui incide anche la differente regolazione climatica, assicurata dai monti Scalambra e Pila che dominano lo scenario. A raccontarci i loro vini sei produttori, introdotti ed accompagnati da Alessandro Brizi delegato dell’Onav romana che ha ospitato la degustazione.

L’eredità culturale raccolta dai produttori di oggi.

Nei loro interventi sta il valore della tradizione. Una parola spesso usata per meri scopi evocativi, a volte anche fuori luogo, a cui i produttori riescono invece a dare una dimensione reale. Sono gli eredi di quelli che producevano il Cesanese principalmente per il consumo familiare. Oppure destinato al popolo, ai tempi in cui il vino veniva considerato ancora alimento.

La lunga presenza nella viticultura regionale.

Raccontano di un vitigno che l’ampelografia ottocentesca considerava tra i migliori del centro sud. Presenza di cui prima ancora si trovano tracce negli antichi documenti dei monaci Benedettini. Nei loro ricordi le vinificazioni in castagno, essenza arborea del luogo che ora qualcuno sta recuperando. Un modo per valorizzare il territorio con la sua cultura contadina fatta di uomini e lavoro. Grandi botti che grazie ai metodi tradizionali manutentivi, accompagnano il vino nella maturità senza marcarlo.

Nei vini di oggi la memoria del quotidiano di ieri.

Memorie di abitudini quotidiane, come la semplicità di una merenda in cui qualche goccia di vino bagnava il pane con lo zucchero, quando il Cesanese era per molti “il vino dolce di Olevano”. Oggi invece i Cesanese pur con le dovute differenze di territorio, sono vini dal carattere forte dotati di corpo e struttura ma che non risultano pesanti. La grande bevibilità è assicurata dalla ricchezza del sorso, che mantiene quella quota di acidità necessaria al dinamismo del vino.

Il primo a presentarsi al bicchiere è il Bolla di Urbano 2015, Piglio riserva Docg dell’Azienda Pileum, sbuffo alcolico di piccola frutta rossa che precede l’accenno balsamico, le spezie dolci e una leggera sfumatura verde. Succoso e gustoso di frutta al palato, dove l’alcol risulta ben integrato ed il tannino misurato. Nel Romanico 2014 Piglio Docg di Coletti Conti, la frutta si fa più grossa e matura, mentre appare un accenno floreale incorniciato dalla spezie. Il tannino segnala la sua presenza, ma senza disturbare la buona persistenza finale.

Si passa ad Olevano con il Neccio Doc di Pietro Riccardi, realizzato in regime biodinamico e con vinificazione in castagno. Qui a guidare sono i toni floreali, poi raggiunti dalla frutta che introduce le note dolci di tabacco da pipa. Sorso fresco e gustoso, con tannino già piacevole ma che ancora deve evolvere completamente. L’altro rappresentante di Olevano e Damiano Ciolli con il Cirsium Riserva Doc 2014. Bouquet di bella complessità tra frutto, fiore ed erbe aromatiche, quasi medicinali essiccate, spezie e tabacco dolce. In bocca grande equilibrio e bella lunghezza finale.

Ultimo territorio indagato ma solo in ordine temporale è quello di Affile, rappresentato dall’Azienda Formiconi con il Cisinianum Dop 2015, che già nel colore denuncia i caratteri della giovinezza. Vinificato in solo acciaio, oltre ai toni fruttati e poi floreali porta con se accenni balsamici vegetali. In bocca grande freschezza e tannino già piacevole che darà più avanti il meglio di se. L’altro vino di Affile che chiude anche la degustazione, è il Gaiano Doc 2012 della Società Agricola Colline di Affile. Progetto iniziato nel 2003 con l’obiettivo di salvaguardare e custodire i vecchi vigneti della zona, che vede la partecipazione di gran parte degli abitanti del paese.

Un finale che invita ad approfondire.

Tra tutti i vini della batteria di degustazione, è quello che lascia più spazio agli aspetti terziari dimostrando le capacità di invecchiamento del Cesanese. In una bella complessità sullo sfondo del frutto emergono le note balsamiche, il pepe e la liquerizia. In bocca grande equilibrio e freschezza che assicurano la possibilità di un viaggio ancora lungo nel tempo. Con questo vino la degustazione termina in bellezza, lasciando a quanti non lo conoscevano un invito all’approfondimento e solamente certezze per chi lo aveva già incontrato.

Bruno Fulco

Cinquanta sfumature di rosso e la fine del sogno

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Ebbene sì, anche noi di CulturaMente siamo stati alla première romana di 50 sfumature di rosso.

Immagino vi starete chiedendo cosa c’entra 50 sfumature di rosso con la cultura.

La risposta è presto data.

Vogliamo analizzare insieme a voi questo fenomeno editoriale e cinematografico.

La matrice principale che ha canalizzato l’attenzione nel corso della saga, a mio parere, è la classica storia d’amore. Colpa dell’atavico background di Cenerentola e Pretty Woman ci ritroviamo dinnanzi “corsi e ricorsi storici”.

Ecco gli elementi principali per raggiungere la fama:

Adesso collocate il tutto in un contesto lussuoso e lussurioso.

La condizione di ricchezza di questo film può essere anche intesa come un’efferata mancanza di rispetto alla normale condizione umana. Perché, siamo onesti, la maggior parte di noi non parcheggia il jet privato in doppia fila a Tiburtina.

Cinquanta sfumature di rosso rappresenta la fine del sogno di vivere nelle fantastiche dimore della famiglia Grey e di avere tutto quel tempo libero per fare sesso.

Il successo del film è legato alla materialità di vivere un’esistenza lontana dalla normalità.  Non è la stanza rossa a monopolizzare l’attenzione bensì tutte le altre camere. Difatti, sarebbe più opportuno scrivere un pezzo sul design degli interni piuttosto che scardinare il concetto di amore ed eros.

La trama risulta semplice e prevedibile.

Nonostante la volontà di rendere il film avvincente tra inseguimenti ed identità nascoste il tutto risulta monocorde.

Cinquanta Sfumature di Rosso è l’atto conclusivo del fenomeno mondiale che cinematograficamente ha incassato quasi 950 milioni di dollari.

Alessia Aleo


Il Trailer di 50 Sfumature di Rosso

La Universal Pictures presenta – in associazione con Perfect World Pictures – una produzione di Michael De Luca, un film di James Foley: Cinquanta Sfumature di Rosso, con Dakota Johnson, Jamie Dornan, Eric Johnson, Rita Ora, Luke Grimes, Victor Rasuk, Jennifer Ehle e Marcia Gay Harden. La musica del film è di Danny Elfman, e il supervisore musicale è Dana Sano. I costumi di Cinquanta Sfumature di Rosso sono a cura di Shay Cunliffe, e il montaggio è di Richard Francis-Bruce, ACE, Debra Neil-Fisher, ACE. Lo scenografo è Nelson Coates, e il direttore della fotografia è John Schwartzman, ASC. Il dramma è prodotto da Michael De Luca, p.g.a., E L James, p.g.a., Dana Brunetti, p.g.a., Marcus Viscidi, p.g.a. È basato sul romanzo di E L James, ed è tratto da una sceneggiatura di Niall Leonard. Cinquanta Sfumature di Rosso è diretto da James Foley. © 2018 Universal Studios. http://www.cinquantasfumature-ilfilm.it/

La linea verticale: quando parlare di una malattia rivitalizza la fiction italiana

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Grande successo su RaiTre per la storia dello scrittore e regista Mattia Torre.

Sulla tv di Stato si può parlare di malattia senza puntare su pietismo e cadere nella retorica?

Una domanda da rivolgere a colui che è riuscito a farlo addirittura il sabato sera, giorno deputato a buste da aprire e spettacoli di bassa categoria, seppur su un canale di nicchia come Rai Tre.

Lui è Mattia Torre autore del libro autobiografico e regista del film omonimo “La linea verticale” che racconta il suo personale percorso nel reparto di oncologia per sconfiggere un tumore al rene.

Coadiuvato da un cast azzeccatissimo capitanato dal protagonista Valerio Mastandrea, nel ruolo dello stesso Torre, e da dialoghi profondi e allo stesso tempo divertenti, questo prodotto televisivo è riuscito a rivitalizzare l’annoiato pubblico delle fiction italiane.

Non è semplice coinvolgere uno spettatore senza provocare in lui una sensazione di disagio, parlare di una malattia che non guarda in faccia nessuno.

Forse solo chi ha vissuto davvero questa esperienza difficoltosa poteva centrare il segno, focalizzandosi su piccoli particolari che talvolta commuovono e altre strappano un sorriso.

Ogni personaggio è concepito per lasciare un segno, dal chirurgo considerato un Dio della medicina al semplice portantino stanco e frustrato dal suo lavoro.

I complimenti vanno a tutti gli attori con una menzione speciale alla giovane Greta Scarano, nei panni della moglie incinta del protagonista, e al veterano Giorgio Tirabassi unico nel ruolo del paziente con la maniaca passione per la medicina.

Insomma, un atto di coraggio per le reti Rai che, seguendo la moda del binge watching, prima della messa in onda il sabato sera ne hanno testato la validità mettendo a disposizione tutti gli episodi su Rai Play. Quindi, che sia il libro o la serie “La linea verticale” è da non perdere e per questo dobbiamo dire grazie a Mattia Torre per aver avuto il coraggio e la forza di lottare per la vita.

Maria Giovanna Tarullo

I Jamu cantano e ci raccontano le nostre improbabili storie di vita

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Mi capita spesso di gironzolare su internet alla ricerca di cantanti o gruppi sconosciuti alle mie orecchie. Perfetti signor nessuno che possano allietare la mia routine.

Così ecco che un bel pomeriggio mi imbatto negli Jamu. Band milanese di adozione ma che affonda le radici dei suoi quattro componenti nella punta del nostro stivale: la Calabria. I Jamu sono una band Alternative Rock che però fa sue molte influenze musicali. Su tutte il cantautorato classico che è presente sia nelle liriche sia nella composizione melodica dei brani.

Il brano “La tua bellezza” è forse il massimo esempio in tal senso. Una melodia dolcissima si appoggia su un pianoforte che, come uno scrigno, racchiude parole semplici che tutti vorremmo dedicare ad uno dei nostri amori. Magari proprio la ragazza che ogni giorno incontriamo in silenzio e privi del coraggio che ci farebbe esporre.

La voce di Francesco Bonavena non lascia indifferenti.

Un timbro che si amalgama perfettamente alle sonorità della band e che quando arriva a toccare note più alte si carica di energia quasi ad “imprimere” il concetto espresso. Musicista, compositore e cantante. Francesco sembra essere l’anima degli Jamu. Leggendo qua e la qualche intervista si scopre essere uno di quegli artisti “fatti da soli”. Autodidatti. Esistono due scuole di pensiero su questo: chi crede che serva un’istruzione musicale e chi invece pensa che si possano dire delle cose anche solo con la passione. Certo, accompagnata da un gusto e da una scelta stilistica che questa band sembra possedere.

“Inno dissacrato” è la prova di tutto questo. Un testo impegnato, una rabbia espressa e rivolta alle istituzioni. Una sveglia per un popolo, il nostro, che sembra essersi adagiato su di un benessere fittizio. Su un disinteresse nei confronti dello Stato, delle istituzioni e di tutti quegli organi “sornioni” che nel mentre agiscono, purtroppo, comunque.

L’EP che hanno prodotto ha un titolo particolare: improbabili storie di vita.

Come avete letto nel titolo le loro storie possono essere le vostre. Quelle di noi tutti. Fare musica spesso vuol dire avere qualcosa da raccontare, avere voglia di trasmettere e di contagiare. Perché di contagio si parla quando salite in macchina fischiettando una canzone. O quando stesi sul letto osservate il soffitto ripensando ad un accadimento e nella testa, oltre alle immagini sembrano scorrere colonne sonore di un film da voi prodotto.

Non ci sono scuole che insegnano a contagiare. Ci sono uomini in giacca e cravatta che decidono che qualche contagio ci deve essere, questo sì. Però sono due mondi diversi e lontani.

Il brano Zeno Smokes è un chiaro (e divertente) rimando al famoso romanzo di Italo Svevo mentre Milano di notte è il ritratto amaro di una città dalle due facce. Di giorno splendente e ricca e di notte “spacciatrice di soluzioni facili”.

Consiglio l’ascolto e la scoperta di questo gruppo. Così come consiglio la curiosità. Lo so, dovrebbe essere già presente nei nostri filamenti di DNA ma spesso la poniamo in disparte per pigrizia, paura (?) e poca buona volontà. Armatevi di curiosità perché prima o poi la musica vi ripagherà. Magari in un attimo in cui sarete soli con voi stessi e vi verrà a fare improvvisamente compagnia.

 

Emiliano Gambelli

“Il fascismo eterno”: torna in libreria il saggio di Umberto Eco

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Un vecchio scritto che vive di vita nuova.

La Nave di Teseo ha appena ripubblicato uno scritto del poliedrico intellettuale italiano Umberto Eco. Il saggio era originariamente un discorso tenuto il 25 aprile 1995 in un’università americana per celebrare un anniversario della liberazione.

Apparve come Eternal Fascism su The New York Review of Books e fu pubblicato in italia come Totalitarismo fuzzy e Ur-Fascismo e poi come Il fascismo eterno all’interno di Cinque scritti morali.  Le modifiche sono solo lievi. Il contesto originale del discorso è il clima creatosi negli USA in seguito all’attentato di Oklahoma City e la preoccupazione dell’opinione pubblica per organizzazioni militari di estrema destra. Tuttavia, nell’Europa del 2018, le parole di Eco si dimostrano molto attuali.

Un altro fantasma si aggira per l’Europa?

Il saggio si apre con dei ricordi personali di Eco sulla fine della seconda guerra mondiale e con delle riflessioni sul ruolo della Resistenza e della sua memoria in Italia. La memoria è fondamentale per evitare il ripetersi di esperienze tragiche. Molti converranno, però, che è difficile che la storia si ripeta nello stesso identico modo:

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Se pensiamo ancora ai governi totalitari che dominarono l’Europa prima della seconda guerra mondiale, possiamo dire con tranquillità che sarebbe difficile vederli ritornare nella stessa forma in circostanze storiche diverse.[/dt_quote]

Eppure, c’è il rischio che il fascismo ritorni e si manifesti sotto altre forme:

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]”Tuttavia, anche se i regimi politici possono venire rovesciati, e le ideologie criticate e delegittimate, dietro un regime e la sua ideologia c’è sempre un modo di pensare e di sentire, una serie di abitudini culturali, una nebulosa di istinti oscuri e di insondabili pulsioni. C’è dunque ancora un altro fantasma che si aggira per l’Europa (per non parlare di altre parti del mondo)?[/dt_quote]

Cos’è l’Ur-Fascismo o Fascismo eterno.

Il corpo principale del discorso poi consiste nel fare chiarezza su quella serie di caratteristiche e tendenze che secondo l’autore costituiscono l’“Ur-Fascismo”, o il “fascismo eterno”. Vengono elencate 14 di queste caratteristiche, fra cui spiccano:  culto della tradizione, culto dell’azione per l’azione, il rifiuto delle critiche (il disaccordo è tradimento), la paura della differenza, l’ossessione del complotto (e conseguente xenofobia). Non solo, ma anche il rifiuto del pacifismo, visto come collusione col nemico (e la convinzione che la vita sia una guerra permanente), il disprezzo per i deboli, il populismo.

Un monito attualissimo.

Al lettore del 2018, queste parole suoneranno attualissime, di fronte a nuovi picchi di nazionalismi e xenofobia. È facile constatare come l’esperienza del nazismo e del fascismo non possano ripetersi identiche oggi. Bisogna però guardarsi dalle nuove forme in cui si manifesta l’”Ur-Fascismo”. Ed Eco esprime alla perfezione questo monito in chiusura:

 [dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Dobbiamo stare attenti che il senso di queste parole non si dimentichi ancora. L’Ur-Fascismo è ancora intorno a noi, talvolta in abiti civili. Sarebbe così confortevole, per noi, se qualcuno si affacciasse sulla scena del mondo e dicesse: “Voglio riaprire Auschwitz, voglio che le camicie nere sfilino ancora in parata sulle piazze italiane!” Ahimè, la vita non è così facile. L’Ur-Fascismo può ancora tornare sotto le spoglie più innocenti. Il nostro dovere è di smascherarlo e di puntare l’indice su ognuna delle sue nuove forme – ogni giorno, in ogni parte del mondo.Do ancora la parola a Roosevelt: “Oso dire che se la democrazia americana cessasse di progredire come una forza viva, cercando giorno e notte con mezzi pacifici, di migliorare le condizioni dei nostri cittadini, la forza del fascismo crescerà nel nostro paese” (4 novembre 1938). Libertà e liberazione sono un compito che non finisce mai. Che sia questo il nostro motto: “Non dimenticate.”[/dt_quote]

 

Davide Massimo

 

Vittorio Sgarbi e il suo Michelangelo: una riflessione sul bello

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Nella deliziosa cornice del teatro Goldoni di Corinaldo, Vittorio Sgarbi ha intrattenuto la platea per oltre due ore con il suo Michelangelo.

Una lunga lectio, una chiacchierata su uno degli artisti più grandi di sempre: Michelangelo Buonarroti. Architetto, pittore, scultore e poeta, la fama dell’artista fiorentino è stata sin dalle sue prime esperienze artistiche riconosciuta come un modello da imitare. Impostando il suo discorso sul genio indiscusso di Michelangelo, Sgarbi racconta la sua produzione, scultorea e pittorica, in ordine cronologico, sottolineandone le grandiose innovazioni, senza tralasciare rimandi e confronti con produzioni otto-novecentesche.

Nelle Marche che tanto ama, lo studioso indaga l’artista di Caprese. Dalla Pietà, passando per il David e i Prigioni, per il Mosé e per la Volta della Cappella Sistina, per giungere infine al Giudizio Universale e al Non-finito, il genio michelangiolesco diventa motivo di riflessione sull’arte e sul bello.

Michelangelo Vittorio SgarbiL’arte rinascimentale trova fondamento in quella classica e, cogliendone lo splendore, cresce e prospera dalle sue radici.

L’antico si lega al moderno, si avvinghia e si intreccia così saldamente da non consentire di distingue la fine del primo e l’inizio del secondo. Le rovine dell’antico costituisco il basamento di una nuova maniera di concepire l’arte: il terreno fertile su cui far prosperare un fiore raro.

Non sono mancati momenti più o meno tecnici, da storico dell’arte, nozioni pratiche, fondamentali per comprendere a pieno il successo di un’opera sulle altre. La Pietà, ad esempio, perché è così importante rispetto a un’altra opera dello stesso artista? La novità del tema, la geniale ispirazione alla scuola bolognese, l’interpretazione della vergine, il particolare della naturalezza del braccio del Cristo morto. Tutto viene illustrato mirabilmente.

Quello che resta tuttavia nello spettatore, oltre alla mera lezione d’arte, è un senso di malinconia e di incompiutezza. Quella continuità tra antico e moderno, oramai, non c’è più. Alle rovine del passato, fanno seguito le macerie dell’attualità. Il nuovo, il moderno si innesta prepotentemente su quanto lo ha preceduto e disdegnando di prendere (e apprendere) quanto viene dalle epoche precedenti. Un nuovo senza fondamenta, senza continuità, senza amore del bello.

Rottura, mancanza di stabilità, vertigine. Ecco, uscendo da questa lezione-spettacolo, si avverte in cuor proprio un bisogno di un pellegrinaggio metaforico verso uno dei santuari dell’arte italiana.

 

Serena Vissani

MasterChef Italia 7: quando i dolci diventano amari!

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La gara di MasterChef Italia 7 continua! Arriva il momento di misurarsi con la pasticceria, la prova più temuta da tutti i concorrenti dello show. Per la prova in esterna, invece, ci si sposta sulle montagne abruzzesi.

I quattordici aspiranti chef rimasti rientrano nella cucina di MasterChef per compiere un ulteriore passo in avanti verso la finale. In questa nuova puntata, la Mistery Box era formata da soli nove ingredienti. Il decimo doveva essere scelto tra un gruppo di fermentati, illustrato con entusiasmo da Klugmann che ha confessato di amarli molto. I cuochi amatoriali hanno dovuto cucinare un piatto rendendo protagonista il fermentato usando tutti gli altri ingredienti o solo una parte di essi. Una prova tutto sommato tranquilla in cui sono stati premiati il rischio e il sangue freddo. Particolarmente apprezzata è stata la scelta di Alberto di cucinare un piatto vegetariano. Ma è stata Kateryna a convincere in pieno i giudici. Una vera sorpresa, visto che la concorrente ucraina ha passato gran parte della prova indecisa sul da farsi. L’incoraggiamento di Cannavacciuolo e la sua creatività, l’hanno aiutata a trionfare.

Ed ecco che arriva l’Invention test più temuto in tutte le edizioni di MasterChef: la prova di pasticceria.

Per ben sei edizioni, Iginio Massari, ha terrorizzato e lodato i partecipanti al programma con le sue valutazioni. D’altra parte, stiamo parlando di uno dei migliori professionisti italiani del settore. Un uomo che ha unito al talento una ferrea disciplina. La Pasticceria Veneto, da lui aperta nel 1971 a Brescia, è stata dichiarata dal Gambero Rosso la migliore d’Italia per cinque anni di seguito.

Si capisce facilmente perché il suo giudizio sia tanto temuto dai giovani aspiranti chef che non sempre sono abili nel fare dolci come lo sono nelle altre portate. Eppure, dopo aver annunciato la prova di pasticceria, i giudici non hanno chiamato il nome di Massari, ma un altro. La cui iniziale era sempre la “i”. Si tratta di Isabella Potì, giovanissima pastry chef del ristorante Il Bros di Lecce.

Abbiamo deciso di buttare fuori il vecchio e di far spazio al nuovo (così Joe Bastianich ha commentato la presenza di Potì tra i giudici).

La sua particolarità è quella di creare dolci al piatto, ovvero dolci pensati come coronamento di un menù specifico e già nati per l’impiattamento. La Potì crea dolci partendo dal cioccolato, dalla frutta, dai formaggi e anche dalla verdura. Questi quattro ingredienti principali sono stati distribuiti da Kateryna ai suoi compagni. I giudici hanno poi chiesto di preparare tre dolci al piatto. Una mousse, un dolce con pasta frolla e uno con pan di Spagna.

Dopo un’ora dall’inizio della prova, la cucina è stata invasa da una voce che ha tuonato:

Ma quanti errori, ma quanti errori! La Pasticceria è precisione, ragazzi, è precisioni!

masterchef italia 7
L’arrivo di Iginio Massari durante la prova di pasticceria.

 

Ed eccolo lì! Dalla balconata, Iginio Massari tiene d’occhio il lavoro dei concorrenti. Bastianich scherza dicendo che probabilmente è rimasto lì dalla scorsa edizione. Dopo un piccolo siparietto simpatico con i giudici (“Maestro, venga giù”, “Avete già chiamato quella signorina lì, non sono la ruota di scorta io!”), Massari si è aggirato tra i banchi dando consigli e facendo importanti – e pungenti – osservazioni.

Il momento degli assaggi è stato traumatico per molti. Molto triste il momento in cui Davide ha affermato di odiare la pasticceria ed è stato duramente ripreso dai giudici per la mancanza di tatto. Inoltre, sono venute fuori alcune lacune teoriche non proprio perdonabili per degli aspiranti professionisti. La prova è stata molto positiva per Ludovica, la diciannovenne che si è guadagnata le lodi di Massari.

La prova in esterna ha portato gli aspiranti chef in un campo scout in Abruzzo.

Le due brigate guidate da Ludovica e Manuela hanno dovuto preparare il pranzo per il gruppo. Il menù è stato liberamente scelto dalle due squadre, attenendosi al contesto e servendosi del fuoco a legna. La brigata rossa è stata fortemente penalizzata nella scelta dalla mancanza di ingredienti, soprattutto di carne. La brigata di Ludovica, infatti, ha avuto il vantaggio di poter scegliere per prima cosa cucinare, appropriandosi della maggior parte della carne messa a disposizione. Ma ciò che ha giocato a loro sfavore è stata anche la mancanza di comunicazione. Entrambe le squadre hanno più volte cambiato idea sul menù, sia per problemi legati ai mezzi di cottura, sia pensando ai commensali.

Nel frattempo, Joe Bastianich ha passato alcune ore in compagnia degli scout, giocando con loro. Tuttavia, l’entusiasmo iniziale è stato smontato dalle continue sconfitte subite. I commenti arrabbiati di Bastianich fanno ridere non solo i ragazzi, ma anche gli spettatori.

 

masterchef italia 7

Il pressure test ha portato i membri della brigata perdente a sfidarsi per mantenere il loro posto a MasterChef 7.

I giudici hanno suddiviso i concorrenti in due squadre da tre che hanno dovuto cucinare lavorando in silenzio, comunicando solo con lo sguardo e a gesti. Una prova molto significativa che voleva dimostrare come in cucina sia importante ascoltare e parlarsi. I peggiori della prova si sono sfidati tra di loro, preparato delle tapas, piccoli aperitivi da servire agli chef.

Alla fine, Italo è risultato il peggiore e ha dovuto lasciare la cucina di MasterChef. La dipartita del concorrente più discusso di questa stagione non è stato affatto morbida. All’osservazione della Klugmann che l’esperienza dello show avrebbe potuto addolcire alcuni aspetti del suo carattere, l’ex pilota ha risposto con una delle sue massime:

Io sono Italo. Ho 74 anni e mi sono fatto sulla mia pelle e sulle mie spalle e nessuno mi piò insegnare come devo vivere. Io sono già stato quello che voi siete ma non so se voi sarete quello che io sono. Faccio un favore a tutti, mi tolgo dalle palle.

Non proprio un’uscita felice. Fatto sta che ora i concorrenti sono rimasti in dodici e questa sera li vedremo nuovamente sfidarsi per ottenere il titolo più ambito dagli appassionati di cucina.

Federica Crisci

 

 

 

 

Ritratti di Poesia 2018, la poesia dialoga con il tempo

A Roma, il 9 febbraio, la Sala del Tempio di Adriano della Camera di Commercio di Roma, in Piazza di Pietra, ospiterà la dodicesima edizione del tradizionale appuntamento con la poesia promosso dalla Fondazione Terzo Pilastro.

Torna per il dodicesimo anno consecutivo, nella splendida cornice del Tempio di Adriano a Piazza di Pietra, sede della Camera di Commercio di Roma, la manifestazione di poesia contemporanea italiana ed internazionale “Ritratti di Poesia”, ideata nel 2006 dal Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, Presidente della Fondazione Roma che all’epoca promosse l’evento, e realizzata anche quest’anno, parimenti su impulso del Prof. Emanuele, dalla Fondazione Terzo Pilastro – Italia e Mediterraneo. Il 9 febbraio prossimo, dieci ore consecutive, dalla mattina alla sera, saranno dedicate ad incontri, reading, interviste, confronti ed idee, il tutto nel segno del dialogo della poesia con la società, l’arte e le culture del nostro tempo.

Tra i momenti salienti della giornata: la performance canora del soprano svizzero Sabina Meyer, che ci porterà nel mondo dei madrigali di Claudio Monteverdi, padre della musica barocca; l’intervista allo studioso statunitense Robert Polito, che parlerà della poetica di Bob Dylan – cantautore, poeta e scrittore tra i più affermati sulla scena musicale mondiale – tra musica e letteratura; il connubio tra cinema e poesia nell’incontro con Ron Padgett, autore delle poesie scelte dal regista Jim Jarmusch per il personaggio dell’autista di pullman Paterson nell’omonimo film-culto del 2016; l’intervista alla giornalista e poetessa statunitense Eliza Griswold, che racconterà il suo libro-inchiesta (“I am the beggar of the world”) sui landai, le poesie clandestine con cui le donne afghane della tribù Pashtun denunciano la loro condizione.

Ritratti di Poesia 2018

Il Premio Fondazione Terzo Pilastro – Ritratti di Poesia, quest’anno, sarà consegnato dal promotore della manifestazione, Prof. Avv. Emmanuele F. M. Emanuele, alla giornalista, scrittrice e poetessa Donatella Bisutti, unitamente ad un premio speciale alla carriera a Guido Ceronetti, filosofo, poeta e drammaturgo di vasta erudizione e sensibilità umanistica. Per quanto riguarda il contesto internazionale, la Fondazione Terzo Pilastro premia quest’anno la portoghese Ana Luísa Amaral.

Molti i poeti italiani ospiti del consueto spazio “Di penna in penna”, mentre prosegue con successo anche quest’anno il progetto “Caro poeta”, dedicato ai licei romani: ne sono protagonisti Maria Grazia Calandrone, Rosa Pierno e Terry Olivi che incontrano gli studenti delle scuole Visconti, De Sanctis e Machiavelli. In programma anche la consegna del premio nazionale e del premio europeo di “Ritratti di Poesia.140”, per riconoscere la capacità di comporre versi anche nel tempo di Twitter.

La manifestazione è aperta al pubblico con ingresso libero fino a esaurimento dei posti.

 

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Info e Contatti: InventaEventi srl

Tel. 06.98188901 progetti@inventaeventi.com

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Ore 15:17 Attacco al Treno, il testosterone americano di Clint Eastwood

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Avete tutti presente cosa è diventato il cinema di Clint Eastwood, vero? Se nello scorso decennio ha osato raccontare storie progressiste sulla diversità, sulla xenofobia, sull’eutanasia, improvvisamente i suoi lavori sono diventati inni della forza americana, anzi, precisamente manifesti del pensiero conservatore americano.

Non un male a prescindere, naturalmente, ognuno ha le proprie idee. Ma un problema quando tale visione è applicata al cinema. Questo infatti ha voluto dire storie completamente incentrate sulla presunta magnificenza a stelle e strisce e soprattutto approfondimenti tagliati con l’accetta. Via il sottile, via le linee grigie, improvvisamente è tutto bianco o nero.

Quantomeno in American Sniper una qualche emozione nasceva da tale approccio, anche se era quella di voler invadere la Polonia. Ora invece gli effetti in Ore 15:17 Attacco al Treno sono quasi tragicomici, duole dire.

Per spiegare prendo un dettaglio apparentemente irrilevante nell’economia del film, ma enormemente significativo. Un poster nella camera di uno dei personaggi. Il poster di Full Metal Jacket, precisamente.

Quel poster è appeso nella camera di un ragazzino che aspira, da grande, a diventare soldato. Un tredicenne che si eccita quando in tv sente la parola guerra. Un ragazzino che a casa ha pistole e fucili in grande quantità, per giocare o andare a caccia. E, ripeto, ha il poster che è uno dei più grandi inni anti-militaristi mai realizzati.

Non notate anche voi una contraddizione di fondo? O, più banalmente, un fraintendimento ideologico? Come quel ragazzino non capisce le sfumature di quel film, o crede che esalti i suoi valori militari, Eastwood butta al vento ogni possibile sfumatura per mostrare ragazzi perfetti che diventano tali attraverso i loro ideali di amore per la religione, per la guerra, per la patria americana. I tre protagonisti di Ore 15:17 Attacco al Treno non sono eroi perché compiono un gesto eroico salvando effettivamente vite, non sono eroi per caso catapultati al posto sbagliato nel momento giusto, ma sono eroi perché così sono plasmati, quasi figli di quel Destino Manifesto immaginato da una certa parte di America.

Immaginate adesso tale approccio ideologico, così netto e marcato, dentro un film narrativamente sballato.

Perché il grande problema in Ore 15:17 Attacco al Treno non è tanto la propria faziosità, quanto l’incapacità di creare qualcosa di interessante attorno alla tesi centrale. Nel mostrare quindi il tentativo di attacco terroristico sul treno da Amsterdam a Parigi del 21 agosto 2015, nel raccontare l’atto di coraggio e vero eroismo di tre ragazzi americani, il film non riesce a creare altro. La prima parte è una continua serie di luoghi comuni senza un vero approfondimento, la seconda parte è il racconto delle vacanze in Europea dei protagonista senza un qualche senso narrativo. Sfido a trovare scene più inutili di queste.

Paradossalmente, Ore 15:17 Attacco al Treno non è un vero film. Piuttosto, è una singola sequenza a cui, mollemente e sbadatamente, si è provato ad aggiungere altro brodo. Qui però sta l’esperienza di Eastwood. Forse il primo ad essere consapevole di non avere materiale a sufficienza per tirar fuori un film interessante, ha scelto di giocare la carta a sorpresa: facendo interpretare i tre protagonisti ai veri ragazzi che hanno sventato quel tentato attacco – quindi tutto meno che attori capaci – Eastwood è riuscito a far parlare solo di quello, non del film in sé.

E così Ore 15:17 Attacco al Treno non è le vacanze in Europa senza motivo. Non è un ammasso di preghiere. Soprattutto non è più solo la scena in cui dei ragazzini esclamano quanto sia bella la guerra ed il senso di cameratismo che emana, avendo in mano fucili e pistole. No, Ore 15:17 Attacco al Treno è adesso l’esperimento extra-cinematografico di far rivivere in maniera fittizia veri fatti traumatici alle vere persone che li hanno già vissuti.

Una furbata non da poco. E allora abbasso Clint Eastwood, evviva Clint Eastwood.

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Emanuele D’Aniello

Per il romano Moci la vita è tutta una questione di attitudine

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In questi ultimissimi anni, volenti o nolenti, la musica ha preso una piega decisamente Indie… o presunta tale.

Ad entrare in questa scena in costante crescita è Moci. Cantautore romano classe ’97 che ovviamente, per motivi anagrafici, non può vantare un curriculum ricco di esperienze. Sembra però intenzionato ad implementarlo nei prossimi anni.

Moci nuovo singolo

Per cominciare è uscito “Perso”, il nuovo singolo per cui è stato realizzato anche un video.

Sonorità che rimandano inevitabilmente al più famoso Calcutta. Difficile in questo momento storico evitare di sentire continui rimandi musicali ad artisti più noti nel loro campo. Non vuole essere una critica. Seguire l’onda è normale, provare a mettere del proprio non sempre è facile. Così ci si ritrova ad essere paragonati per forza di cose e ascoltando questo pezzo è quello che, aimè, ho fatto anche io.

Spesso mi piace descrivere gli artisti attraverso le loro stesse parole. Per Moci ho deciso di estrapolare questa su affermazione:

Probabilmente è la canzone più sbagliata da far uscire come primo singolo, tutto quello che ho da dire su di me già lo dico là, se faccio altre canzoni potete pure non ascoltarlo il testo, tanto “la mia attitudine” rimane sempre quella

Allo stesso modo mi astengo dal commentarle per non influenzare chi avrà il piacere di ascoltare il brano che è sicuramente un lavoro godibile. Scrivere è per l’appunto raccontare di se stessi e metterci la faccia. In questo senso trovo sempre apprezzabile questo tipo di lavoro su se stessi.

Il video vede protagonista lo stesso Moci e la bella Carolina Mureddu. Alle prese con un Karaoke lui, silenziosa e pensierosa ascoltatrice lei.  Fin qui tutto normale se non fosse che assieme a loro sono presenti altri ragazzi che danno le spalle al cantante e osservano la ragazza, a sua volta al centro dell’attenzione di tutti e unica spettatrice di Moci. A voi l’interpretazione.

Moci è un giovane di belle speranze che ha avuto il coraggio di lasciare le cover e i tributi che imperversano nei locali della capitale iniziando a comporre brani inediti. Il motivo è di quelli nobili: approcciare ragazze.

Eroico a dir poco visto che alle belle parole e alle intriganti melodie bisogna anche augurarsi di fare strada e perché no, provare a vivere di sogni. Renderebbe più appetibili.

I tempi di Happy Days in cui il timido Potsie, abbracciando la chitarra in spiaggia, veniva accerchiato da belle fanciulle sospiranti sembrano essere passati.
Auguriamo comunque a Moci di riuscire nel suo intento e di trovare la sua strada nel mondo della musica.

Emiliano Gambelli

I Primitivi, il film sul calcio che non aspettavate di vedere

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I film d’animazione non sono tutti uguali.

Questa cosa ogni tanto me la ricorda, fortunatamente, la Aardman Animations, la compagnia britannica specializzata in claymation che sarà meno celebrata di Pixar, Dreamworks e compagnia bella, ma talvolta sa essere ugualmente degna di nota e profonda.

Sicuramente, è una delle più creative e votate al puro divertimento. Prendiamo adesso I Primitivi, appunto. Un film su un gruppo di uomini dell’età della pietra si trasforma in un film sullo sport, sul calcio per la precisione, che fonda le proprie radici su Fuga Per La Vittoria. Non è creatività questa?

Non nasconde un sentimento luddista tipicamente british, I Primitivi. Il film infatti, esplorando in chiave ironica e assolutamente surreale il conflitto tra età della pietra e età del bronzo, esplora i rischi dell’assuefazione verso il progresso. Come, in poche parole, bisogna stare attenti, perché non tutta la tecnologia è progresso positivo. In questo, I Primitivi è un film attualissimo. Una storia che ci ricorda come diventare schiavi dell’individualismo sia sbagliato, e sposa il vecchio motto “l’unione fa la forza”. Proprio qui esce fuori lo sport, il calcio, perché al cinema nessuna storia racconta meglio lo spirito di gruppo se non quelle sportive.

Le vicende di sfavoriti, in qualsiasi sport, funzionano sempre, e I Primitivi non dimentica tale ricetta.

Per capire l’importanza basta sottolineare che la regia la prende Nick Park, il dominus della Aardman. E che il modello base del divertente duo composto dal protagonista Doug e il suo animaletto Grugno è chiaramente ispirato alla chimica tra Wallace e Gromit, i portabandiera dell’intera compagnia.

Certo, non tutto funziona a meraviglia. L’umorismo tipicamente british e il messaggio di fondo sono tutti sul campo, ma I Primitivi diverte un pizzico meno rispetto ai precedenti film, e la chiave moralistica appare più marcata rispetto al lecito. Le gag spesso nonsense funzionano meno perché i personaggi non sono approfonditi, ma diventano portatori di qualche simbolismo di troppo.

Un freno sicuramente che non permette a I Primitivi di entrare nel pantheon della Aardman. Ma, al tempo stesso, non impedisce al film di risultare godibile ed intrattenere per tutta la sua durata una fascia di pubblico ampia e indistinta. Ci si aspetta sempre tanto, tantissimo dai creatori di capisaldi dell’animazione come Galline in Fuga, ma ogni tanto accontentarsi semplicemente di un buon film non è certo un male.

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Emanuele D’Aniello

Gravity: arte e scienza immaginano l’universo dopo Einstein al Maxxi

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Gravity è la mostra che dal 2 Dicembre al 29 Aprile sta accogliendo moltissimi visitatori.

Il Maxxi le fa da scenario, in collaborazione con l’Agenzia Spaziale Italiana e l’Istituto Nazionale di fisica Nucleare. Per la prima volta arte e scienza dialogano con disinvoltura, sembrano quasi completarsi; protagoniste di una stessa ricerca, che vuole capire cosa c’è oltre la nostra percezione, oltre il cosmo.

Avete mai pensato alle grandi rivoluzioni scientifiche? A che tipo di arte c’era quando Galilelo Galilei scriveva le sue ricerche?Oppure vi siete mai chiesti quale è stato il passaggio artistico che ha fatto da contorno ad Einstein quando appuntava la teoria della relatività?

Ecco… per scoprirlo continuate a leggere!

A poco più di un secolo dalla formulazione della teoria di Einstein, che ha trasformato radicalmente la cosmologia, la mostra indaga le connessioni tra creazione artistica ed esperimento scientifico. Prima di addentrarci nel vivo dell’esposizione, appena valichiamo la porta del Maxxi siamo subito colpiti dall’opera più imponente e rappresentativa: l’antenna Cassini. La Sonda Cassini infatti, che si trova in sospensione nella hall del Maxxi, accoglie i visitatori dopo vent’anni di viaggio nello spazio. Dopo aver attraversato asteroidi e passando accanto a Venere e a Giove, è stata le nostre orecchie e i nostri occhi per molti lunghi anni. Ci ha raccontato ciò che succedeva ad anni luce di distanza dal nostro pianeta.

Ma non è tutto.

A guardare la Sonda Cassini vi è “Aeroke”, l’installazione di Thomas Saraceno che con grande maestria fa delle sfere molto chiare e luminose in grado di captare suoni impercettibili dispersi nell’atmosfera.

Avvolti in un buio misterioso emergono reperti, installazioni, e simulazioni di esperimenti che dialogano con opere di artisti della portata di Duchamp, Allora e Calzadilla,Thomas Saraceno, Peter Fishli, David Weiss e Laurent Grasso.

Tra gli oggetti storici spiccano il cannocchiale di Galileo Galilei e la sfera armillare del XVII secolo che serviva a studiare le traiettorie dei pianeti. E’ all’interno di questa stanza buia che ci rendiamo realmente conto che siamo nel cosmo. Che ne facciamo parte. Dunque ci soffermiamo ad osservare “163.000 light years” opera di Thomas Saraceno e Giovanni Amelino Camelia tra i più noti fisici al mondo. Una ripresa fissa di un cielo stellato che è un’immagine cristallizzata del passato, ma che, per effetto della velocità della luce sembra il nostro presente. Questa collaborazione ci restituisce dunque, l’immagine della “Grande nube di Magellano”. La galassia, distante dalla terra 163.000 anni luce, fu teatro di violenti fenomeni avvenuti milioni di anni fa.

E non solo.

Saraceno, per coinvolgerci in una visione del cosmo ancor più tangibile, rappresenta la polvere cosmica come un’intricata ragnatela. La riproduzione del suono del ragno, la Nephila Senegalensis, sulla tela, amplificato da dei microfoni, è qualcosa che vi lascerà a bocca aperta!

Ma se sentiamo bene ci rendiamo conto che il suono non è solo quello della ragnatela.

Ma…shhhh…ascoltiamo attentamente…

Notiamo infatti che “Cosmic Concert” è un insieme di vibrazioni, suoni, e segnali visivi che interagiscono tra loro e con i nostri movimenti. Saraceno vuole così inglobare i tre principi fondamentali della mostra: SpazioTempo, Confini, Crisi.

Il tutto corredato da un video che rende visibili le interazioni del pubblico con la polvere cosmica in cui siamo costantemente immersi.

Entrare in questa mostra vuol dire vedere oggetti legati alla scienza come opere d’arte. Artisti che hanno costruito opere d’arte attorno a temi scientifici. Arte e scienza si confondono perchè sono pezzi diversi di uno stesso insieme.

“Arte e scienza sono entrambe attività umane intese ad esplorare le verità del mondo. Del cosmo, infinitamente grande, alla più minuscola entità di ‘materia’ o di ‘organizzazione’ […]. Quando si incontrano, che sia per caso oppure volutamente, si confrontano e si confondono l’una nell’altra e danno vita ad esiti fertili e spesso inaspettati.”

Queste le parole di uno dei curatori della mostra Hou Hanru insieme a Luigia Lonardelli del Maxxi, a Vincenzo Napolano dell’INFN e Andrea Zanini dell’ASi.

Gli spettatori, seguendo il percorso della mostra, potranno essere partecipi di un processo collettivo nel quale aristi e scienziati svolgono un ruolo fondamentale per la società.

Chiunque volesse immergersi in un’atmosfera diversa, coinvolgente e metafisica.

Tutti coloro che volesseo sfatare la tesi cospirazionista di chi nega lo sbarco dell’uomo sulla luna, vista la presenza di polveri lunari.

Chiunque insomma volesse vedere l’affascinante dialogo tra arte e scienza cosa aspetta ad andare al Maxxi a vedere Gravity?

Alessandra Forastieri

Bicicletterario, l’unico Premio letterario al mondo dedicato alla bicicletta

Il 18 settembre scorso ha preso il via la quarta edizione de Il Bicicletterario – Parole in Bicicletta, l’unico Premio letterario al mondo dedicato alla bicicletta in tutti i suoi aspetti.

Un’edizione importante, che segna il superamento della fase più difficile, il traguardo della terza edizione. Tanto più che l’iniziativa ha registrato una continua crescita, raggiungendo ogni angolo d’Italia e superando i confini del Bel Paese più volte. 232, 415, 427: gli autori che hanno partecipato di volta in volta dalla prima – e già fortunata – edizione. L’auspicio è che la tendenza si confermi, che tantissimi altri autori, debuttanti o affermati, si aggiungano al colorato popolo delle due ruote letterarie.

La formula del Premio resta la stessa, a grandi linee, ma ci sono delle belle novità. Innanzitutto, la partecipazione – come sempre – è totalmente gratuita e aperta a tutti. Per le sezioni, si riconfermano quelle della passata edizione, e cioè: poesie/adulti, racconti/adulti, miniracconti/adulti, poesie/ragazzi, racconti/ragazzi, poesie/bambini e racconti/bambini; a queste si aggiunge una nuova sezione, generale, senza distinzione di età: quella degli aforismi sulla bicicletta, sviluppati in una manciata di caratteri, un’unica frase o anche due/tre concatenate a formare un periodo di senso compiuto, che siano originali e inediti, come ogni opera ammessa a partecipare. Dalla parola ‘aforismi’ in poi, qui ad esempio, si contano 220 caratteri.

Ed è proprio questo il limite tassativo da rispettare per dipingere un’impressione che sia palesemente legata alla bicicletta. Questa particolare sezione de Il Bicicletterario ha un suo nome, VelòScriptum: a voi la libera interpretazione. Le frasi originali più belle potrebbero diventare le didascalie di magnifiche cartoline o altro tipo di gadget realizzati in collaborazione tra Il Bicicletterario e il Napoli Bike Festival per promuovere la mobilità sostenibile e l’uso quotidiano della bici. Si riconferma il premio speciale Parthenobike, sempre in partnership con il Napoli Bike Festival, per tutte le opere che avranno riferimenti sociali, culturali, geografici al capoluogo campano e ai suoi dintorni, le quali in ogni caso parteciperanno alle selezioni per i premi ‘istituzionali’ contenuti nel bando: una doppia possibilità, quindi. Discorso del tutto simile per il premio speciale L’Eroica, dedicato agli elaborati ispirati al mondo delle ciclostoriche e del ciclismo d’epoca: saranno anch’esse oggetto di doppia valutazione, grazie al sostegno dell’organizzazione della celeberrima manifestazione.

Ancora, sono stati istituiti ben altri quattro Premi Speciali, frutto di importanti collaborazioni: – Ciaobici – Cicloturismo e dintorni, rivolto ai racconti di viaggio in bici, in partnership con il sito Ciaobici.it; – Borracce di Poesia, grazie al supporto dell’omonimo progetto di Alessandro Ricci, ciclopoeta e giornalista, dedicato a componimenti poetici particolarmente brevi; – Bellelli, con l’appoggio di Bellelli Made in Italy, per opere che tocchino il tema della sicurezza stradale; – Vesuvian Bikes Award, per autori che abbiano residenza in otto comuni dell’area vesuviana, frutto della sinergia con l’U.C.S.A (Ufficio Unico per la Sostenibilità Ambientale).

Nessuno di questi riconoscimenti speciali esclude tuttavia di concorrere per la classifica generale de Il Bicicletterario: ne trovate i criteri di assegnazione nel Supplemento al Bando Ufficiale, appositamente redatto. I premi delle sezioni dei bambini e ragazzi presenti nel bando saranno donati invece da Grand Tour, circuito di ciclostoriche e gravel che ha in progetto, con la collaborazione del Co.S.Mo.S., di coinvolgere vari comuni sparsi per l’Italia, da nord a sud, su grandi eventi dedicati alla bicicletta, ponendo l’accento sulla sicurezza stradale e sulla cultura, soprattutto in ambito scolastico. Riconfermata anche la sezione speciale di Visioni Corte Film Festival per cortometraggi a tema bicicletta, in collaborazione con la Direzione dell’importante manifestazione cinematografica internazionale. Tutto questo, in forma più tecnica e dettagliata, è ben illustrato nel bando della quarta edizione de Il Bicicletterario. Belle e stimolanti anche le novità in Giuria. Prestigiosa e qualificata, è così composta per la IV edizione: Presidente Onorario: EMILIO RIGATTI

(scrittore, educatore, cicloviaggiatore)

Madrina:

Rossella Tempesta (poeta)

Membri (in ordine alfabetico):

Alfonso Artone (scrittore)

Alice Basso (scrittrice, editor, blogger)

Alessio Berti (L’Eroica, Grand Tour)

Gisella Calabrese (direttore artistico Visioni Corte)

Massimo G. Carrese (fantasiologo)

Giordano Cioli (pubblicista, scrittore)

Barbara Fiorio (scrittrice, docente scrittura creativa)

Maria Genovese (autrice e conduttrice radiofonica)

Mariateresa Montaruli (giornalista Io Donna, Ladradibiciclette.it)

Giulietta Pagliaccio (Presidente nazionale FIAB Onlus)

Marco Pastonesi (giornalista sportivo, scrittore)

Fernanda Pessolano (Biblioteca Lucos Cozza, Libri nel Giro)

Guido Rubino (scrittore di biciclette, Cyclinside.it)

Luca Simeone (direttore Napoli Bike Festival)

Vincenzo Sparagna (direttore rivista Frigidaire)

Elena Stramentinoli (giornalista Presa Diretta Rai 3, Sky)

La scadenza per l’invio delle opere – che devono essere inedite – è fissata improrogabilmente per il 18 febbraio 2018, mentre le premiazioni si terranno nel Comune di Minturno (LT) nei primissimi giorni di giugno 2018, come sempre nell’ambito di una grande festa dedicata alla bicicletta in tutti i suoi aspetti. Sulle pagine del sito, www.bicicletterario.blogspot.it, è possibile trovare tutte le informazioni a riguardo, la biografia dei giurati, la pagina dedicata agli artisti che quest’anno mettono a disposizione il proprio talento per contribuire a parte del montepremi (Sualzo e Alessia Sagnotti), i saluti inviati da illustri personaggi e tanto altro.

Partecipare è semplice, oltreché, come già detto, gratuito: basta inviare il proprio scritto a bicicletterario@gmail.com (Segreteria del Premio), secondo le indicazioni presenti nel bando e naturalmente entro la data limite. Di tempo ce n’è, ora bisogna soltanto scrivere… Pedalare, e scrivere, per partecipare all’unico raduno cicloletterario del mondo. Un giro di parole…in bicicletta.

“Oltre la Quarta Parete” con il mito attuale di Alma Daddario

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Si intitola “Oltre la quarta parete” la raccolta di testi teatrali firmata da Alma Daddario, giornalista e scrittrice prolifica, mente acuta e delicata.

Chi meglio di lei per arricchire la collana Le nebulose diretta da Cecilia Bernabei? ChiPiùNeArt Edizioni porta avanti il suo messaggio: il teatro non è fatto solo per essere guardato, ma anche per essere letto. Leggere e scrivere un testo teatrale sono esperienze molto differenti da quelle che interessano la prosa letteraria.

Se ne è discusso all’Enoteca Letteraria di Roma, lo scorso 30 gennaio, in occasione della presentazione delle quattro piéces dell’autrice. Presentazione arricchita non solo dall’intervento della critica e psicologa dell’arte Paola Dei, che ha intervistato Alma, ma anche dalla lettura dei testi, che hanno catapultato i presenti in un’altra dimensione.

alma daddario oltre la quarta parete

Ha aperto le danze il bravissimo Simone Migliorini, che con la sua maestria ha interpretato Pan-crazio, un testo legato al mito di Pan e alle nevrosi della nostra epoca. Un’epoca che ci frammenta e ci lascia smarriti nel labirinto dell’esistenza, spesso privi del salvifico filo di Arianna. Molto interessante, a tal proposito, la riflessione sugli attacchi di panico, uno dei disagi emotivi più comuni del nostro secolo, e sulla paura di avere paura, di perdere il controllo in questo mondo dove ormai si controlla proprio tutto.

L’attenzione del pubblico viene poi catturata dalla sorte di Cassandra, schiava troiana di Agamennone dopo la guerra di Troia, che racconta il dramma della propria esistenza attraverso la voce di Antonietta De Lorenzo. Dulcis in fundo Gabriella Casali ed Edoardo Siravo offrono un assaggio della verve di Matilde di Canossa, una delle figure più importanti del Medioevo italiano.

Cosa si cela dietro la parola di Alma Daddario? Fantasia, autobiografismo? Canti lievi e decisi, voci muliebri e virili. Afferma l’autrice: quando scrivo non sono più una donna o un uomo.

Una frase importante, importantissima, in un secolo dove le scrittrici fanno vibrare le corde vocali senza la paura di essere cancellate o dimenticate dalla storia. È fondamentale ribadire che le professioni non un hanno genere, che non esiste una scrittura maschile e una femminile. Ascoltando le parole di Alma Daddario non esiste una voce parlante identificabile. Esistono solo i personaggi che lei ama tanto e a cui dà vita con estrema sensibilità.

L’espressione della scrittrice si concretizza nel mito lasciando spazio a riflessioni che si inseriscono perfettamente nel nostro presente. La quarta parete, quindi, più che distrutta, viene superata: non ci sono più lontananze tra attore e spettatore, tra scrittore e lettore. Oltre la quarta parete non si raggiungono solo gli spettatori, ma la contemporaneità.

Alessia Pizzi

 

 

“Sogni” del livornese Vittorio Corcos, 1896: spiegazione dell’opera

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Quanti di voi hanno già espresso i buoni propositi per il 2018? Fare la dieta, andare in palestra, magari viaggiare… Ma se uno di questi è quello di arricchirvi con una buona lettura allora lasciatevi ispirare da questa bellissima donna ritratta dal Corcos.

L’opera di oggi è Sogni dipinta dal pittore livornese Vittorio Corcos nel 1896 e conservata presso la Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma. Si tratta un quadro simbolo della Belle époque in cui un’incantevole ragazza, Elena Vecchi, figlia di un amico dell’artista, è rappresentata con piacevole disinvoltura seduta su una panchina con i libri da passeggio.

Potete visionarlo qui.

Cosa vediamo nel dipinto?

L’opera raffigura una giovane molto affascinate, ritratta con grande naturalezza in una posa del tutto inusuale, rispetto ai canoni artistici tradizionali, che rivela tutta la confidenza che il soggetto doveva avere con l’autore. Si diceva infatti che, oltre a essere una musa ispiratrice, fosse amante dell’artista. Elena abbandona la testa su una mano, ha i capelli arruffati e tiene le gambe accavallate in maniera molto spontanea se non disinibita, ma forse poco decorosa secondo la morale dell’epoca. La sicurezza della posa e della modella è tutta rivelata dal suo sguardo, fisso e intenso sull’osservatore, quasi sconvolgente nella sua semplicità.  La ragazza è seduta su una panchina, dove sono poggiati un cappello, in perfetta concordanza con il vestito, e dei libri sovrapposti uno sopra l’altro. Deve essere sicuramente un’avida lettrice, una di quelle donne impetuose che saziano lo spirito con nuove e fantastiche avventure.

Cos’è che ci fa entrare nel dipinto?

Il quadro è un’opera di grande modernità che ci restituisce l’immagine di una donna emancipata e indipendente. E’ il ritratto di una ragazza giovane, elegante, libera che non può che stimolare empatia con l’osservatore contemporaneo, che si ritrova inspiegabilmente attratto dallo sguardo sicuro e deciso della modella fisso su di lui. Gli occhi di Elena, sono occhi che difficilmente passano inosservati, hanno un fascino accattivante e conquistatore, perché sono occhi in grado di attraversare la sensibilità di chi li guarda.

L’opera ritrae una scena di semplice e naturale quotidianità che ha per protagonista una ragazza seduta sopra una panchina dove ha appoggiato dei libri. Potremmo imbatterci nella stessa immagine passeggiando nel parco sotto casa e forse riconosceremmo Elena in una giovane che legge rilassandosi al sole.

Due parole sullo stile…

Corcos fu un vero e proprio maestro del ritratto mondano. Ciò che lo rese ricercatissimo da un pubblico che seppe apprezzare il suo notevole virtuosismo tecnico. Con i Sogni l’artista livornese si distingue per lo straordinario realismo con cui ritrae la giovane Elena: vera e realistica come un’istantanea fotografica. Si tratta di un dipinto che si inserisce totalmente nella cornice di fine Ottocento in quanto la ragazza venne interpretata perfettamente in sintonia con lo spirito della Belle époque, di cui l’intrigante figura sembra esserne l’incarnazione.

L’opera di Corcos è un archetipo del ritratto moderno e contemporaneo, ma anche il simbolo della rinascita femminile, fatta di donne sensuali, indipendenti, ma soprattutto libere. Non posso nascondere inoltre che questo quadro mette voglia di uscire con un bel libro in mano e di sedersi sulla prima panchina illuminata dal sole per concedersi una piacevole pausa relax che gratifichi soprattutto lo spirito.

Anche questo Infuso d’Arte è terminato, nell’attesa seguite il nostro consiglio, il prossimo articolo tra due settimane sarà pronto per voi!

Martina Patrizi