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Alla scoperta de Il lupo cattivo: il secondo album di Lucio Leoni

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Perché siamo stati tutti cattivi una volta nella vita, siamo stati tutti lupo. Il lupo cattivo è uscito il 10 novembre 2017 ed è il secondo album a firma Lucio Leoni.

A voler essere pignoli sarebbe il terzo album del cantautore romano. Il primo album – che esce solo su musicassetta – s’intitola Baracca e Burattini e viene pubblicato nel 2011 sotto lo pseudonimo Bucho. Sarà nel 2015 che l’autore pubblicherà, per la prima volta firmandosi come Lucio Leoni, il lavoro Lorem Ipsum contenente il brano molto noto nel panorama underground romano, A me mi.

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Ma veniamo all’autore e al disco.

Lucio Leoni è un paroliere. Conosce bene la potenza della parola e riesce a piegarla a suo piacere e al piacere di chi lo ascolta. Le parole sono ben scelte non solo per il significato che si portano dietro, ma anche per il suono che producono. Lucio Leoni non è solo un intelligente creatore di testi ben strutturati nella forma e nel significato quindi, ma è anche un grande interprete.

Uno con due polmoni giganti e con una lingua molto sciolta.

Perché il modo in cui Lucio Leoni riversa sull’ascoltatore le parole è inaspettato: un mix fra rap e teatro, anche se l’ago della bilancia pende più per il secondo.

La scelta delle parole giuste è fondamentale per raccontare una storia. La storia che Lucio Leoni ci racconta in questo album è arcinota, è la prima storia che ci viene narrata da piccoli: quella di Cappuccetto Rosso. Il punto di vista utilizzato da Lucio Leoni è però quello insolito del lupo cattivo.

Ci siamo sempre fermati alla nozione base che il lupo sia cattivo. Nessuno si è mai preso la briga di scoprire cosa renda il lupo effettivamente cattivo. E se lo sia effettivamente. È sempre il lupo a pagare le colpe di tutto solo perché ci hanno detto che è cattivo. Ma chi è?

Lucio Leoni ci ragiona sopra e ci da una risposta che è fra le canzoni del disco: il lupo cattivo siamo noi perché “siamo stati tutti cattivi una volta nella vita, siamo stati tutti lupo”. E le storie che narra negli undici brani de Il lupo cattivo raccontano del nostro vivere quotidiano, dell’ansia che ci prende di notte tenendoci svegli, della noia di un rapporto di coppia ormai stanco, dell’amore.

Temi visti sempre dalla prospettiva del lupo.

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È un album in cui ci si rispecchia facilmente.

Ci sono canzoni struggenti come Sigarette che sembrano raccontarci un pezzo della nostra vita in famiglia. Noi da piccoli ad aspettare la befana con ansia; e poi noi cresciuti, affrontare i problemi quotidiani e sapere che alla fine la befana “eri tu con le ciabatte”. Crolla il mistero, rimane la tenerezza.

Ci sono tanti temi importanti in questo album.

La paura di deludere il partner e l’ansia di vivere per l’altro, che ci fa dimenticare anche di respirare, è tratteggiata benissimo in Niente di male.

La consapevolezza di essere umani e quindi imperfetti, soprattutto nel contesto odierno. La precarietà, condizione umana (siamo mortali) e lavorativa, ci dona un mix di ansia e depressione.

Perché non dormi mai sembra un inno agli anni zero.

La pecora nel bosco, brano che apre il disco, è un racconto beffardo della vita di coppia. Nonostante si siano scritte lettere d’amore, Lucio Leoni ci riporta ironicamente con i piedi per terra. Inizia dunque un elenco caustico delle componenti più importanti di un rapporto di coppia.

Leoni cita la noia, il dissidio, il fastidio, l’afa (che ti strusci che è il 7 agosto?) e la classica frase “dove stanno i limoni?”. E la panza! “Che cresce a entrambi gli elementi del duo base perché ti rilassi che non ti devi conquistare, e un giorno prendi un chilo e perdi uno sguardo, prendi un chilo e perdi uno sguardo”… Insomma cose che tutti almeno una volta nella vita abbiamo vissuto, detto o pensato.

L’amore ai tempi del “non ti sopporto più” lo potremmo definire.

Altre due canzoni parlano d’amore in questo album:

Stile libero, il secondo singolo estratto dall’album: una perla, dolce e limpida che merita molti ascolti; e Mapuche, una ninna nanna per un figlio che ancora non c’è e che – si chiede il cantautore traendo le somme da bravo trentenne – veramente bisogna per forza fare? E se poi ti faccio “che ti racconto di questo postaccio?”.

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“Io canto perché mi piace la musica.”

Lucio Leoni riprende le parole, pronunciate al Beat 72 nel novembre del 1966, da Luigi Tenco. Questa affermazione gli calza a pennello.

Le radici culturali di Lucio Leoni si fanno sentire. Il cantautorato italiano, Tenco, De Andrè, Dalla, De Gregori, il teatro canzone, il teatro e la canzone.

La parola, anzi, molte parole.

Lucio Leoni sapientemente le scrive e sapientemente le decanta e le canta. C’è la bellezza del linguaggio, della parola, della comunicazione dietro questo lavoro, ma c’è anche molto divertimento.

Le interiora di Filippo, scritta a quattro mani con Filippo Rea è il primo singolo estratto, un effluvio di parole con cui Lucio gioca, ma “quando lo fa sul serio affonda le mani nelle viscere del senso e rischia la propria vita per davvero; e mette le proprie viscere sul piatto di una tavola imbandita perché poi tutti possano mangiarle e nutrirsi di senso”.

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A suonare il disco ci si sono messi poi musicisti come Lorenzo Lemme (batterie) e Jacopo Ruben Dell’Abate (chitarre elettriche) costituenti il duo indie Le Sigarette; Daniele Borsato (chitarre classiche e acustiche); Filippo Rea (elettronica e tastiere); Giorgio Distante (trombe e produzioni).

Se volete assistere a un live di questo straordinario artista, non potete mancare il 5 aprile 2018 al Teatro Studio Borgna (Auditorium Parco della Musica di Roma) alle ore 21:00.

 

Francesca Blasi

Lorenzo Lotto e la mostra su Giacomo Leopardi a Recanati

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A villa Colloredo Mels, Recanati, sarà in esposizione Lorenzo Lotto dialoga con Giacomo Leopardifino all’8 Aprile. [Prorogata fino al 3 Giugno].

Una mostra che si propone come un dialogo ideale tra il pittore veneziano e il poeta degli Idilli. Sullo sfondo, troviamo una Recanati che ad entrambi ha dato asilo per gran parte della vita.

Il fil rouge che unisce Lotto e Leopardi è finemente colto dalla citazione che intitola l’intera mostra:

“Solo, senza fidel governo et molto inquieto de la mente”

L’affine sensibilità che accomuna i due personaggi è individuata e racchiusa in un’affermazione che mette in luce il loro stato di isolamento e di inquietudine interiore.

La malinconia e l’instabilità d’animo espressa dai quadri di Lotto, sposa perfettamente le opere del poeta recanatese. In un incontro al di sopra del tempo, l’essere umano smarrito e alla ricerca di stabilità dei ritratti del pittore veneziano anticipano la fragilità leopardiana di fronte alla Natura.

Villa Colloredo Mels lorenzo lotto mostra

Gli occhi, il visto e l’intero corpo di certi personaggi di Lotto sono attraversati da una tensione che ne lacera l’animo. Al centro dell’indagine artistica c’è l’uomo, che con le sue fragilità interroga il fruitore dell’opera. Con una tensione quasi disperata, lo sguardo esce dalla tela stessa e lancia un appello estremo al visitatore di passaggio.

Si potrebbe quasi affermare che questo sguardo si sia depositato nell’humus recanatese e abbia profumato l’aria circostante, respirata poi da Leopardi secoli dopo.

Pittura e letteratura si incontrano a Recanati in un abbraccio tra anime inaspettatamente affini. Due vite lontane nello spazio e negli accadimenti ma accomunati da una terra di provincia, lontana dal chiasso delle mode e dai grandi eventi delle rispettive epoche.

Una provincia che, forse, più che esser provincia è un punto di osservazione privilegiato. Un cantuccio protetto dalle angherie della Storia e delle epoche, in cui trovare il tempo di dedicarsi ad uno studio tutto interiore. L’estro, la sensibilità e l’originalità di questi due artisti trovano in Recanati un luogo di riparo dai grandi eventi della Storia.

 

Serena Vissani

Chiamami col tuo nome, il primo amore non si scorda mai

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Partiamo dalla fine. Partiamo dalle lacrime di Elio su quei clamorosi titoli di coda.

Decido di partire da qui per un semplice motivo: vorrei provare a decifrare con voi il senso di quelle lacrime. Lacrime che, se vedete bene, pian piano si trasformano anche in un sorriso. Anzi, soprattutto in un sorriso.

E allora, cosa sono quelle lacrime? Elio è triste per la scelta fatta da Oliver, o per la semplice lontananza? Piange perché ha finalmente capito chi è, cosa prova, come lo prova? Anzi, sorride perché ha finalmente capito chi è, cosa prova, come lo prova? Ha davvero abbracciato e sostituito il dolore seguendo il consiglio del padre?

Le parole del padre, appunto, una scena fondamentale che viene proprio prima di questa finale. Il fulcro emotivo di Chiamami col tuo nome, più che nelle due ore precedenti, più che negli sguardi e nei silenzi di Elio e Oliver, risiede in questi due momenti conclusivi. Un’analisi che va al contrario, questa che sto scrivendo, perché Chiamami col tuo nome è un film che va visto e poi immediatamente rivisto: una volta si osserva, la seconda volta si respira, si vive, si assorbe.

Questo è possibile quando il cinema diventa dimostrazione degli attimi, dei momenti, delle microsensazioni. Il cinema si trasforma, si eleva e diventa atmosfera, puro umore, toccando quella forma artistica per cui è nato ma poi liberandosi per alzarsi verso qualcosa di più: vita, semplice ed incontaminata vita. Non studio e analisi dei momenti vitali, ma sensoriale e palpabile vita.

Chiamami col tuo nome è tutte queste cose ed il contrario di queste cose, allo stesso tempo. Per questo le lacrime di Elio non sono facilmente catalogabili. Per questo Luca Guadagnino continua a cambiare ogni volta registro cinematografico pur rimanendo uguale a sé stesso.

Io sono l’amore era compostezza, ordine, austera rigidità, forma, algida materia di viscontiana memoria. A Bigger Splash era caos, disordine, energia impazzita, un’opera rock che partiva dalla Nouvelle Vague e la triturava in nome della libertà espressiva. Guadagnino riesce con maestria e inusitata spregiudicatezza ad inserire entrambi i registri, assolutamente agli antipodi, in questo nuovo film. Allora Chiamami col tuo nome è dolce e sensuale, timido ed erotico, calmo e tracimante, semplice ed ambizioso. Si parte dalla formalità di James Ivory, che ha scritto la sceneggiatura, e si arriva a respirare Rohmer, che le regole le ha ribaltate.

E allora il film finisce per essere sia un meraviglioso manifesto del cinema LGBT, sia una una storia d’amore che non ha etichette di orientamento sessuale. Il primo amore lo abbiamo vissuto e provato tutti. Ciò che Elio prova, ciò che vive, ciò che lo fa soffrire ed eccitare è comune a tutti. Elio e Oliver non vivono mai come eterosessuali o omosessuali, perché il sentimento e l’amore vanno oltre tutto. Ed ugualmente Chiamami col tuo nome è un’esperienza – non solo un film, appunto – che può e anzi deve appartenere a tutti.

Guadagnino più che un regista è una contraddizione, e proprio questo convince. La perfezione non nasce mai studiata a tavolino, ma sempre quando di mezzo c’è qualcosa che non va. Poteva essere un film respingente Chiamami col tuo nome, con l’ennesima famiglia borghese al centro, con i suoi membri che parlano tre lingue, hanno ancora la servitù, fanno discorsi intellettuali o, spesso e volentieri, passano le giornate a fare letteralmente niente. Ed invece Chiamami col tuo nome ha sia testa sia cuore, e rapisce lo spettatore facendogli dimenticare di assistere ad una storia fittizia. I dettagli, come sempre, fanno la differenza.

C’è un termine in inglese perfetto per descrivere il film: “intoxicating”.

Chiamami col tuo nome diventa aria, ed entra silenziosamente sotto pelle. Fa annusare l’odore dell’estate, quella magica bolla temporale in cui tutto sembra possibile, le preoccupazioni sono lontane e gli adolescenti credono di vivere in un limbo rispetto al resto della vita. Abbraccia, avvolge e non fa prigionieri.

Il discorso del padre di Elio ci racconta anche di rimpianti giovanili, sensazioni andate che tornano a galla. Per una volta, sembra bello poter ricordare qualcosa di non esaltante. Ciò che conta, appunto, è provare qualcosa, far sì che il nostro cuore non batta mai a vuoto. Quei ricordi non stanno solo nella mente, ma rimangono addosso al corpo, quasi si continuano ad annusare. Esattamente come riesce a fare Chiamami col tuo nome, un film che esce fuori dallo schermo e diventa qualcosa di più personale e fortemente vivo.

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Emanuele D’Aniello

Per conoscere Anne Sexton bisogna recarsi al Teatro Argot Studio

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Anne Sexton nel 1967 vinse il Premio Pulitzer per la poesia.

Un animo controverso e incompreso quello di Anne Sexton che oggi, grazie alla magistrale interpretazione di Crescenza Guarnieri, ottiene il riscatto che merita.

È un viaggio nell’escatologia di un inconscio turbato.

Una vita fatta di aspettative e di canoni da rispettare.

Una vita che entra in pieno conflitto con i dettami della società.

L’opera teatrale ‘Tutti i miei cari’ di Francesca Zanni, con la regia di Francesco Zecca, in scena fino al 28 gennaio al Teatro Argot studio di Roma, è la manifestazione dell’introspezione del femmineo. Un testo di incredibile attualità che ha emozionato il pubblico in sala. Un monologo che ha portato persino le lacrime tra le donne dalla prima all’ultima fila e il magone agli uomini che le affiancavano.

Un misto tra risate amare e profonda riflessione che solcano in tutti gli spettatori un profondo senso di inquietudine.

Persino “Amore” non riesce ad essere all’altezza delle sue aspettative. L’amore non basterà a colmare il suo senso di inadeguatezza. Il suo ego si troverà a peregrinare tra più braccia senza mai trovare la felicità.

anne sexton teatro argot studio

Cinquant’anni dopo, in quest’opera, è visibile l’onestà di mettere a nudo Anne Sexton e di rivelare l’empatia celata in quelle donne che costantemente si sentono di dover dimostrare qualcosa a qualcuno. Oggi come ieri, viviamo in una collettività in cui, inevitabilmente, indossiamo una maschera. Questa immagine irreale che costruiamo di noi stessi può essere metaforicamente riposta nelle scarpe rosse, come nel caso della poetessa, oppure può essere un filo di rossetto steso sulle labbra che diviene, in maniera catartica, lo scudo per affrontare con distacco ciò che ci circonda.

Un soliloquio che si dimostra, invece, esser inteso come un coro a più voci senza tempo.

Molto si potrebbe ancora scrivere sulla condizione della donna e sul pensiero avanguardistico, rivoluzionario e indipendente di Anne Sexton ma è giusto concludere con l’auspicio che “Tutti i miei cari” possa replicare in teatro.

Alessia Aleo

Le donne hanno la sindrome di Cassandra (parola di Rebecca Solnit)

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Riflessioni sulla sopraffazione maschile. Dal mansplaining alla violenza di genere.

Inizia con un aneddoto il saggio di Rebecca Solnit. Una sera si ritrova a chiacchierare con un signore che le chiede dei suoi libri. La scrittrice inizia a parlargli dell’ultimo, River of Shadows: Eadweard Muybridge and the Technological Wild West, sull’industrializzazione della vita quotidiana. A quel punto l’uomo le chiede se ha saputo che in quello stesso anno è uscito un libro importantissimo su Muybridge (di cui aveva letto solo il titolo sul New York Times) ignorando il fatto che fosse proprio quello di Rebecca, ma soprattutto ignorando chi glielo stava facendo notare. All’interlocutore sembrava impossibile che l’autrice di quel testo potesse essere… una donna?

Questo esempio divertente spiega perfettamente il titolo del libro “Gli uomini mi spiegano le cose”, tradotto finalmente in italiano e pubblicato da Ponte alle Grazie. Da questo testo pare sia nata l’espressione mansplaining, che definisce l’atteggiamento con cui alcuni uomini spiegano con arroganza le cose alle donne, indipendentemente dal fatto che sappiano o no di cosa stanno parlando.

Dopo l’incipit leggero, il saggio prende delle pieghe molto più crude: arriva a trattare alcuni casi di violenze, menzionando anche la nascita del termine femminicidio in Italia. Solnit, senza girarci troppo intorno, spiega che la dinamica di potere instaurata dal patriarcato emerge in varie situazioni. Ecco perché è facile passare da un aneddoto divertente sul mansplaining alla violenza sulle donne. Seppure in livelli molto differenti, l’intento più o meno inconscio è sempre quello della sopraffazione, del voler far tacere chi non viene ritenuto abbastanza credibile: né quando scrive libri importanti, né quando viene stuprato e denuncia il carnefice.

Le donne, dice Solnit, hanno la sindrome di Cassandra, non vengono credute, come non venivano credute le profezie dalla fanciulla maledetta. Che le donne non siano credibili, del resto, è un preconcetto che ha radici antiche, per questo sono state relegate per secoli al ruolo di “angelo della casa”.

Per scongiurare i fraintendimenti, Rebecca spiega più volte che non tutti gli uomini si comportano così e che ci sono moltissime donne che parlano a sproposito! Con la questione di genere non si può mai generalizzare.

Lo scopo di queste riflessioni è quello di far capire che l’universo femminile è stato fatto tacere con la forza e che alcuni uomini portano avanti questo tipo di mentalità. Per questo motivo è molto interessante il parallelo che si fa con i matrimoni gay che, idealmente, sono più egalitari. L’omosessualità ha sgretolato le basi su cui si reggeva il patriarcato e quindi l’asimmetria sessuale da cui dipendeva l’antico rapporto tra uomo e donna. Si chiede quindi ai lettori di pensare fuori dagli schemi perché la battaglia per l’uguaglianza è lunga.

“Tessere la tela e non esserne imprigionate, creare il mondo, creare la propria vita, decidere il proprio destino, nominare le nonne oltre che i padri, disegnare intrecci e non solo linee rette, essere fabbricatrici oltre che pulitrici, poter cantare e non essere messe a tacere, togliersi il velo e apparire: sono questi gli striscioni che stendo all’aria sui fili per il bucato.”

Gli uomini mi spiegano le cose è un saggio per tutti. Un passo in più per capire che le strade verso la libertà si percorrono insieme. Ma soprattutto che non solo le donne devono acquisire la libertà. La società maschilista ha inciso profondamente anche nell’animo degli uomini ed è ora di lasciarla andare.

Alessia Pizzi

Glorie di Carta, la mostra sugli arazzi Barberini a Roma

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Glorie di Carta è la mostra sugli arazzi Barberini della nota famiglia Romana, sarà presso le Gallerie Nazionali d’Arte Antica di Roma fino al 22 Aprile 2018.

Pensando all’arte del Seicento ci vengono subito in mente le magnifiche sculture, i dipinti e gli affreschi nati dai grandi maestri di quel secolo. Spesso dimentichiamo che fino a non molto tempo fa venivano usati gli arazzi per decorare case e palazzi perché conferivano un tono di importanza alla famiglia che li possedeva.

Gli arazzi si usavano spesso sia con funzione decorativa, per ricoprire le spoglie pareti di Castelli e Palazzi, sia per isolare termicamente le stanze dal freddo inverno. Fungevano anche come degli affreschi mobili usati per diverse occasioni e di cui era responsabile il festarolo.

Nel Seicento l’obiettivo delle famiglie più importanti di Roma era quello di possedere degli arazzi, simboli di lusso e ricchezza, più dei dipinti. Ancora più fasto era conferito dal fatto di possedere un’arazzeria!

La famiglia Barberini decise di fondarne una con il Cardinal Francesco, nipote del Papa.

Per realizzare un arazzo occorreva creare un modello a grandezza naturale su dei cartoni. Successivamente i cartoni erano tagliati per riprodurre fedelmente il disegno nel tessuto.

Fortunatamente molti disegni originali degli arazzi Barberini sono stati ricomposti e conservati e per più di tre secoli hanno abbellito le sale del palazzo. Tali opere monumentali erano create dagli artisti della famiglia romana, in particolare da Pietro da Cortona e i suoi allevi.

Sono state numerosissime le tele prodotte tra cui le 7 più famose: I castelli, Le storie di Costantino, I giochi di putti, I dossali per la Cappella Sistina, La vita di Cristo, Le storie di Apollo e La vita di Urbano VIII.

Delle tele degli arazzi Barberini, tre sono visibili nei cartoni preparatori, accompagnati da due dipinti contemporanei alle tele. Nei due dipinti è possibile vedere papa Urbano VIII e il modo in cui questi arazzi decoravano un tempo i palazzi.

La mostra è un tuffo nel passato dimenticato e nelle glorie di tempi in cui regnava il fasto assieme alle famiglie nobiliari.

 

Ambra Martino

The O.C. e Gossip Girl rivivono nel reboot di Dynasty

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 È l’avvento della nuova era di Dynasty.

dynasty 2017 netflix

I millennials della casata Carrington fanno capolino sul canale The CW e in Italia on demand su Netflix.

Se siete dei nostalgici la nuova serie di Dynasty fa a caso vostro. Non perché i personaggi sono la trasposizione odierna degli anni Ottanta bensì perché le linee dei produttori esecutivi di Gossip Girl, The O.C. e The Carrie Diaries sono ben evidenti.

La nuova serie, sviluppata da Josh Schwartz, Stephanie Savage e Sallie Patrick mette sotto i riflettori i ricchi millennials tra tradimenti e gelosie, incomprensioni legate al sesso e alla sessualità, invidie e droga.

La prima stagione di Dynasty racconta le vicende dei Carrington e della dinastia rivale, i Colby, di origine afroamericana.

Se eravate amanti di Blair Waldorf amerete sicuramente Fallon Carrington e le diatribe con la bellissima e misteriosa matrigna Cristal Flores.

Se intraprendete la visione di questo reboot, ibrido tra il teen drama e il chick lit, abbiate la consapevolezza che vi aspetterà una buona mezz’ora di leggerezza. Nessuna trama troppo complicata o originale ma un ottimo riempitivo.

Gli orpelli principali sono legati alla fotografia. I dialoghi, talvolta, risultano prevedibili.

Dynasty 2017 netflix

Perché vedere Dynasty?

Per sognare una vita nel lusso ma sicuramente per non invidiare tutto ciò che di losco invece ne può esser connesso. Loschi affari, occultamento di prove, mazzette e sentimenti superficiali che celano la primordiale essenza dell’amore.

I potere a discapito dei veri sentimenti.

La famiglia intesa come sinonimo di potenza e non di affetti.

Il reale lascia platealmente spazio al sogno della ricchezza. E allora sintonizziamoci su Netflix per vivere le vite degli altri comodamente davanti lo schermo.

 

Alessia Aleo

Psychosis 4.48 al Palladium: il testamento di Sarah Kane

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Psychosis 4.48 è un’esperienza artistica profonda e incisiva.

Nulla è come prima dopo la visione dell’opera di Sarah Kane, un testamento della sua condizione esistenziale che pone realmente fine alla sua vita terrena.

Sarah Kane è stata una scrittrice e drammaturga britannica. Autrice di cinque testi teatrali, tutti molto controversi per i temi trattati, combatté a lungo con la depressione, che fu la causa della sua morte per suicidio nel 1999.

Il monologo, interpretato medianicamente dalla bravissima Mariateresa Pascale per la regia di Enrico Frattaroli è stato prodotto da NEROLUCE / FLORIAN METATEATRO; in prima assoluta è stato rappresentato lo scorso venerdì 19 al Teatro Palladium, appartenente alla Fondazione Roma Tre.

4.48 PSYCHOSIS reca un sottotitolo che esplica la caratteristica della trasposizione teatrale del testo: in forma di “sinfonia per voce sola”, una messa in concerto di un testamento visionario e sofferto, una lacerata discussione con i fantasmi della psicosi depressiva.

La musica dei suoi versi è pensata in risonanza con le musiche di Gustav Mahler e P. J. Harvey. In scena, protagonista è la poesia stessa, variegata nelle forme liriche, narrative, dialogiche, grafiche della sua scrittura, proiettata in un’apocalisse di parole lapidarie sullo sfondo: un flusso di immagini tratte dalla disposizione grafica del testo, o ad essa ispirate, si attengono al poema.

Scriverlo mi ha uccisa, annota Sarah Kane sul biglietto allegato alla copia di 4.48 Psychosis lasciata a Mal Kenyon, la sua agente letteraria, il giorno del suo suicidio.

Sarah-Kane 4.48 Psychosis teatro palladium

Il suo ultimo dramma, perfezionato fino all’ultimo istante della sua vita, è anche il suo testamento poetico. Una scrittura delirante e ipnotica, dalla struttura ecolalica e densa.

La musica di Mahler rivolge l’addio sui pentagrammi vuoti delle pagine manoscritte dell’Adagissimo; ventisette misure i cui pianissimo conducono la Nona Sinfonia alle soglie del silenzio e che qui si intonano con le parti più liriche del poema, mentre le composizioni indie rock di P. J. Harvey sottolineano i passi più crudi e dissacranti.

Non la musica soltanto è chiamata a fare parte della concertazione. Un flusso di immagini tratte dalla disposizione grafica del testo, o ad essa ispirate, si attengono al poema seguendo le variazioni ritmiche dell’intera partitura verbale e musicale. Parole che rimandano a diagnosi mediche, prescrizioni di farmaci, descrizioni di luoghi dalla inquietante decadenza.

Il regista entra poi in scena, nel momento di sospensione del pensiero, nel ruolo dello psichiatra-demiurgo rivolgendosi all’attrice che replica la sua disperata rabbia fredda, un dolore talmente acuto da sembrare quasi un preludio di speranza. A chi nutre diffidenza o peggio denigrazione per la scrittura della Kane consiglio vivamente quest’opera perchè è nella sua fatica finale, e mortale, che è possibile comprendere il gioco macabro della sua provocazione, l’uso della parola come chiave inferica per rievocare gli incubi dell’Es.

E non si può liquidare semplicisticamente come un’icona del pulp una voce letteraria che sa interpretare il lirismo della disgregazione dell’Io nella forma e nella sostanza. Non c’è medicina a curare le nebbie, gli odori, i sapori inquinati dalle blatte che invadono la stanza buia.

Sarah Kane

La Kane di Psychosis è completamente diversa dagli scritti precedenti, ormai uno spirito fiaccato dalla febbre delle visioni, dalla contemplazione dell’umanità marcescente. Prende alla gola il tentativo d’amare e essere amata ed è la chiave di comprensione di un pensiero formalmente distorto e patologico. Nulla è come prima, e nessuno può dichiararsi fuori dalla ragnatela. Forse è proprio il suo gesto sacrificale, rituale ed estremo ad averci liberato dalle nostre ossessioni.

4.48 PSYCHOSIS 

in forma di “sinfonia per voce sola”

di Enrico FRATTAROLI

con Mariateresa PASCALE

elaborazioni musicali, video, scena e regia di Enrico FRATTAROLI

voce soprano in audio Patrizia POLIA

responsabili tecnici Renato BARATTUCCI, Edoardo DE PICCOLI

assistente alla regia Giorgia SDEI

cura Giulia BASEL

produzione NEROLUCE / FLORIAN METATEATRO

www.enricofrattaroli.eu

www.florianteatro.com

 

Antonella Rizzo

Totò genio. La mostra sul più grande comico italiano

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Un’occasione imperdibile, in quest’anno di celebrazioni, per conoscere appieno ogni sfaccettatura del Principe della risata.

Macchinisti, fuochisti, uomini di fatica, ferrovieri, affini, collaterali, insomma amanti di Totò, e non solo, accorrete in forze perché fino al 18 febbraio, al Museo in Trastevere in Roma, potete vedere probabilmente la più bella e completa mostra su Totò dal titolo, perfetto e icastico, di Totò Genio.

Inaugurata lo scorso 20 ottobre, al primo piano del museo romano, nel popolare quartiere di Trastevere, la mostra, curata da Vincenzo Mollica, grande ammiratore dell’attore napoletano e collezionista di straordinari cimeli e Alessandro Nicosia, rappresenta probabilmente la degna conclusione di quel florilegio di celebrazioni in occasione del cinquantesimo della morte del più grande comico italiano.
Suddivisa in diverse sezioni, attraverso le quali sono perfettamente scandagliate tutte le pagine, private e pubbliche, della vita di Totò, la mostra si pone l’ambizioso e perfettamente riuscito obiettivo di raccontare

«a chi lo ha amato e a chi non lo ha conosciuto abbastanza il Principe e l’attore, l’uomo e la maschera».

Non solo, dunque, il Totò attore di teatro e di cinema, che sono oggettivamente la facce più note di Antonio De Curtis, ma anche le sue canzoni, le sue poesie, il rapporto con gli amatissimi animali, la passione, quasi maniacale, per l’araldica, quella infinita per le donne. Il controverso dialogo con la televisione, che il comico partenopeo, pur frequentando poco, omaggiò, in un suo film nel 1956, Totò lascia e raddoppia, che richiamava la celebre trasmissione di Mike Bongiorno, ma anche il poco noto sodalizio con la pubblicità, che vide Totò prestare più volte il proprio volto, a partire dal 1930, per noti marchi italiani, come la Perugina, la Cinzano e addirittura la Fiat.

mostra totò roma

 

La mostra getta anche la luce su un altro aspetto poco noto della vita professionale di Totò: la pruriginosa attenzione che la censura ebbe nei riguardi dell’attore napoletano.

Può sembrare assurdo, far addirittura sorridere, ma Totò fu uno degli attori italiani più censurati. I suoi spettacoli teatrali e i suoi film furono passati al setaccio della censura che produsse indiscriminati tagli, dal semplice titolo a intere parti di copione. Come nel caso della commedia teatrale Che si sono messi in testa? rivista da Michele Galdieri, che Totò con Anna Magnani portò al Valle di Roma nel 1944 e che vide il titolo originario, per le evidenti allusioni all’occupante tedesco, mutare nel più neutrale Cosa ti sei messo in testa? Ma anche il cinema di Totò non fu immune dagli “interessi” della censura. Emblematico fu il caso di Totò e Carolina, uno dei film più amati dal comico napoletano, che subì ben 82 tagli, neanche fosse un’opera sconcia.
Un viaggio, dunque, attraverso la vita di Totò a 360°. Il tutto supportato da un’infinità di oggetti, dai vestiti originali di scena ai dipinti; dalle fotografie che lo ritraggono in svariate occasione, pubbliche e non agli stralci di servizi giornalistici. Dai copioni alle locandine di tutti i suoi film ai cartelloni teatrali, passando per una fitta carrellata di commenti che di Totò fecero i grandi del suo tempo e non solo, come Vittorio De Sica, Eduardo De Filippo, Aldo Fabrizi, Pierpaolo Pasolini, Dario Fo, Mario Monicelli, Nino Taranto e moltissimi altri.

Una mostra da non perdere, per capire appieno perché, a distanza di cinquant’anni, Totò faccia ancora ridere e tanto e perché fu talmente amato in vita da ricevere ben tre funerali, uno a Roma e due Napoli, dove sfilarono migliaia di persone, il suo amatissimo pubblico, che tributò l’omaggio al Principe della risata.

Totò fu un attore che

 «senza proclami né appartenenze, è stato futurista, cubista, dadaista, astrattista, ermetico, neorealista, pop. La sua lingua e la sua comicità, frutto di un’improvvisazione che si raffinava e si perfezionava nel tempo, erano un’invenzione continua, anarchica, archetipica, le cui radici –la fame, l’amore, il sesso, la risata la malinconia- si perdono nella notte dei tempi e allo stesso tempo profumano dell’elettricità artistica del Novecento.»

Per informazioni su orari e costi: www.museodiromaintrastevere.it

 

Maurizio Carvigno

Cani, ritorni e sole di mezzanotte: continua la sfida di MasterChef

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Tra ciotole per cani e cibo norvegese continua la gara di MasterChef Italia 7.

Tra poche ore si riapriranno le porte della cucina di MasterChef Italia 7. Vedremo i sedici concorrenti rimasti affrontare nuove sfide e fare del loro meglio per conquistare l’ambita vittoria. Ma prima di goderci i nuovi episodi della stagione, ricordiamo i momenti più importanti della scorsa puntata.

La Mistery Box è stata particolarmente originale e gradita dagli amanti dei cani. Gli aspiranti chef hanno dovuto cucinare un piatto per i giudici e uno per quattro ospiti speciali: Teddy,Mohito, Vasco e Tecla. Si tratta di quattro splendidi cani che hanno affiancato Cannavacciuolo, Klugmann, Bastianich e Barbieri nella valutazione della prova. I cani sembrano aver apprezzato i tre migliori piatti selezionati dai giudici. Nonostante lo spuntino, Tecla sembrava particolarmente desiderosa di tornare dietro le quinte. La sua agitazione è stata risentita soprattutto da Barbieri che faticava non poco per tentare di farla sedere, tra le risate degli altri giudici.

La Mistery della scorsa puntata attirava l’attenzione su tema dello spreco. Questa settimana, invece, si è parlato di prova equo-solidale dove, ancora una volta, si chiedeva agli sfidanti di non sprecare nessun ingrediente.

Ma nella cucina di MasterChef la solidarietà è riservata solo agli animali e all’ambiente.

La gara è sempre molto accesa e la concorrenza è molto forte. Emergono le prime antipatie e non mancano i motivi di litigio tra i partecipanti. Battutine sussurrate a denti stretti e scontri diretti sono esenti anche quest’anno. Perché, alla fine, c’è solo un vincitore. Questo rende la competizione sempre più accesa.

L’invention test ha visto il ritorno nella cucina di MasterChef di Valerio Braschi. Il vincitore della sesta edizione del talent show ha portato tre piatti di sua invenzione. Un risotto di mare, dei cappelletti ripieni di pesce e l’anatra con vongole e cranberry. I piatti sono stati divisi tra i concorrenti da Giovanna, la vincitrice della Mistery. L’intento della donna era quello di mettere in difficoltà Ludovica, Marianna e Joayada, da lei ritenute persone poco vere. Ma le tre se la sono cavata molto bene.

MasterChef Italia 7
Da sinistra: Cannavacciuolo e Teddy, Klugmann e Mohito, Bastianich e Vasco, Barbieri e Tecla.

E per la prova in esterna, le cucine di MasterChef si sono spostate in Norvegia. Più precisamente nelle isole Lofoten.

I concorrenti, divisi in tre brigate questa volta, sono andati a pesca. Con il pescato, hanno dovuto cucinare la zuppa di pesce tipica del luogo da far assaggiare ai pescatori norvegesi. Poco dopo, hanno dovuto realizzare un altro piatto tipico del luogo: le polpette di pesce con patate e carote. Le assaggiatrici, questa volta erano le mogli dei pescatori che si sono rivelate delle giudici molto severe.

La brigata perdente ha dovuto affrontare il pressure test sempre elle location norvegese. Il compito regnato era quello di sfilettare uno stoccafisso e di realizzarne un piatto. È stata una prova particolarmente dura. Non solo per il freddo, ma anche per l’orario. I concorrenti hanno continuato a cucinare fino all’una di notte, accompagnati dallo splendido sole di mezzanotte che si può ammirare in quei luoghi.

Come sempre, Bastianich si dimostra un grande intrattenitore. Dopo essere andato alla ricerca della balena nel mare nordico, ha aiutato un pescatore del posto a scegliere quali stoccafissi fossero più adatti alle città della nostra penisola.

Paesaggi meravigliosi e simpatici cani hanno caratterizzato la quinta e la sesta puntata della stagione. Chissà quali altre sfide attenderanno i concorrenti. Noi siamo pronti a lasciarci sorprendere e a farci venire l’acquolina in bocca.

Federica Crisci

I masnadieri falliscono il colpo al Teatro dell’Opera di Roma

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Un titolo come I masnadieri di Giuseppe Verdi, tratto dall’omonima opera di Friedrich Schiller, riscalda sempre gli animi e crea grande curiosità

Il Teatro dell’Opera di Roma continua nel suo percorso di esecuzione di opere rare. Dopo Il Viaggio a Reims, il Fra Diavolo e La Damnation de Faust la scelta è caduta su I masnadieri. SI tratta di un capolavoro del giovane Giuseppe Verdi, andato in scena per la prima volta all’Her Majesty’s Theatre di Londra nel 1847 su libretto di Andrea Maffei tratto dall’omonima opera di Friedrich Schiller, del quale il Maffei si stava occupando della traduzione della sua opera omnia.

La prima e l’ultima esecuzione di questa meraviglia sulle assi del teatro capitolino è stata nel 1972, con un cast da sogno che comprendeva Gianni Raimondi, Ilva Ligabue, Renato Bruson, Boris Christoff e Gianandrea Gavazzeni sul podio.

L’edizione 2018 era molto attesa.

Due parole sulla trama

Carlo ha deciso di abbandonare la casa del padre, in rivolta contro l’autorità paterna. Pentito del suo gesto, vuole farvi ritorno, ma una lettera del padre Massimiliano scritta dal fratello Francesco lo invita a non tornare. Egli allora si mette a capo di un gruppo di masnadieri. In realtà la lettera è falsa ed è stata scritta dal malvagio fratello per impossessarsi dei beni del padre. Egli ordina ad un suo sgherro, Arminio, di travestirsi dal soldato e annunciare al padre la falsa notizia della morte del primogenito.

A tale notizia non solo Massimiliano sviene dal dolore, ma anche Amalia, figlia adottiva del vecchio conte e innamorata di Carlo, rimane sconvolta. La ragazza fugge alla festa che viene organizzata in onore di Francesco e ricorda il suo amato. In quel momento Arminio, pentito del suo gesto, le svela la verità. La sua gioia è frenata dall’arrivo di Francesco, il quale le dichiara il suo amore e tenta di violentarla. Armata di spada, Amalia riesce a sfuggirli e vaga nella foresta.

Rivede il suo amato Carlo e si rinnovano le promesse d’amore. Egli non è felice in quanto il gruppo dei masnadieri è dedito a rapine, stupri e qualsiasi genere di crimini. In quel momento i masnadieri notano uno strano movimento intorno alla torre loro base. È Arminio che porta a mangiare al vecchio Massimiliano, imprigionato da Francesco e condannato a morire di fame. Carlo giura vendetta e insieme ai suo sgherri assalta il castello.

Francesco, frastornato da un sogno in cui si prevedeva una maledizione di Di come una sorta di giudizio finale, riceve la visita del pastore Moser il quale lo informa che ciò che starà per avvenire è una punizione divina contro di lui. Avvertito da Arminio dell’arrivo dei masnadieri, Francesco si prepara alla battaglia. Il castello viene assaltato e Amalia viene fatta prigioniera. Carlo allora non può più nascondersi: racconta la verità su di lui al padre e all’amata. Per correggere i propri errori si consegna alla giustizia dopo aver ucciso Amalia, per non infangarla e per non farla cadere nelle mani dei masnadieri.

La complessità dell’opera

La musica di Giuseppe Verdi e il testo esprimono in maniera molto chiara la complessità psicologica dei vari personaggi. Carlo è un tipico personaggio Sturm und Drang, in rivolta verso un’autorità (quella paterna), come se egli fosse alla ricerca di una nuova società e mentalità (come dice all’inizio nel recitativo Quando io leggo in Plutarco). Egli si mette a capo di un gruppo di delinquenti senza mai esserne convinto, non partecipando mai ad azioni violente, ma vorrebbe tornare dalla famiglia e si vergogna del suo nuovo status.

Lo stesso Francesco, come già sottolinea il maestro Roberto Abbado, è un “uomo fragile“, vinto dalla sua ambizione. Anche la sua deformità fisica provoca in lui un rancore. La musica di Giuseppe Verdi è tetra, grandiosa, cupissima e, soprattutto, descrive perfettamente tutto. In essa si sentono echi del Macbeth dello stesso anno e un anticipo del futuro Trovatore, ma anche un attenzione ai compositori contemporanei (guarda molto a Donizetti del quale vi èuna citazione della famosa aria “Una furtiva lagrima”).

La musica…..

Purtroppo l’esecuzione della prima di ieri sera, 21 gennaio 2018, ha destato non poche perplessità. La palma della vittoria va data all’Orchestra e Coro del Teatro dell’Opera di Roma in forma smagliante diretti da un grandioso Roberto Abbado, attento a sottolineare tutti i preziosismi della scrittura verdiana. Memorabili le prime parti dell’orchestra, come il violoncellista Luca Pincini nel bellissimo assolo nel preludio iniziale scritto per Alfredo Piatti.

Tra i solisti ha brillato la stella della giovane soprano palermitana Roberta Mantegna, una bella vocalità e presenza scenica. Amalia è una delle parti più difficili della storia dell’opera. Il ruolo venne scritto per la soprano Jenny Lind e la Mantegna ha eseguito tutto perfettamente, compresi i fantastici trilli della cabaletta Carlo vive. Unico neo è stata una lieve stonatura nella cadenza della prima aria Lo sguardo avea degli angeli, ma si è trattato veramente di una cosa minuscola per una giovane debuttante in una prima tanto difficile.

Purtroppo le nubi si sono addensate su Stefano Secco come Carlo. La voce del tenore milanese, come già si notò nel Trovatore della stagione precedente, è troppo leggera per Verdi, e quindi spesso si è trovato costretto a forzare la propria vocalità con risultati non soddisfacenti. Il pubblico purtroppo l’ha duramente contestato

Debuttava al Teatro dell’Opera di Roma il baritono polacco Artur Ruciński. Il suo Francesco era cantato con voce torrenziale e lunghi fiati, seppur risultasse spesso ingolato. Notevolissima la presenza scenica.

Il migliore in assoluto è stato Riccardo Zanellato, che ha creato un Massimiliano nobile, forte e malinconico nello stesso tempo. Notevoli Saverio Fiore come Arminio e Pietro Picone come Rolla mentre debole e senescente il Moser di Dario Russo.

……e la regia

Purtroppo lo spettacolo è stata inficiato da una brutta messinscena di Massimo Popolizio, celebre attore ronconiano. Al suo debutto come regista d’opera, l’attore genovese ha deciso di retrodatare l’azione dal Settecento al periodo gotico. L’ambientazione, anche grazie alle tetre luci di Roberto Venturi, le scene di Sergio Tramonti e i bellissimi costumi di Silvia Aymonino, hanno reso bene l’aspetto noir della storia. Massimo Popolizio ha dichiarato di essersi ispirato a prodotti come il Trono di Spade ed aver curato la regia come fosse un fumetto. La contestazione violenta all’allestimento scenico, aspetto che anch’io ho abbracciato, a mio avviso va ricercata in una serie di errori che hanno reso il tutto poco godibile.

La messinscena prevedeva dei video curati da Luca Brinchi e Daniele Spanò nei quali, oltre alle nuvole in bianco e nero, si vedevano spesso due occhi (probabilmente gli occhi di tutti i protagonisti, come fossero una telecamera accesa sugli altri), ma il telo non veniva mai tirato su del tutto. Il risultato era che chi, come il sottoscritto, stava in galleria spesso e volentieri non riusciva a vedere bene lo spettacolo.

I cambi di scena erano troppo visibili. Il protagonista era quasi sempre messo su di un ponte di corazze che, per Popolizio, voleva sottolineare quanto “le relazioni sceniche sono molto più forti se si svolgono su piani diversi“. A mio avviso, duetti d’amore e vari altri pezzi d’assieme non si possono fare se i cantanti sono troppo lontani.

Mi è piaciuto il fatto che, come scritto nelle note, il regista abbia chiesto a tutti gli artisti se i vari movimenti inficiassero le prestazioni canori, ma purtroppo si è notata l’inesperienza in questo campo nello spettacolo.

Lo spettacolo sarà in scena fino al 04 febbraio e v’invito, seppur con le rispettive luci ed ombre, ad andare a vedere quest’immenso capolavoro.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Kasuko KageyamaTeatro dell’Opera di Roma)

Lercio Live: qual è la differenza tra fake news e fictional news?

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Live al Onstage di Castelfidardo (Ancona), Lercio ha tenuto per due ore la platea inchiodata alla sedia. Attingendo al repertorio del Tg, degli Annunci o degli articoli storici di Lercio, lo spettacolo ha portato sotto i riflettori l’importante dibattito sulla fictional news in opposizione alla fake news.

Tutti i giorni sentiamo parlare di analfabetismo funzionale, di notizie false e di bufale del web.

Da manuale, la satira di Lercio è sempre pungente, apartitica e rivolta a tutti. Fa perno sull’eccesso e sul paradosso, toccando temi che vanno dalla politica all’attualità. La breaking news si suddivide in due parti, rispettivamente una in un cui si premette il fatto e un’altra in cui fa seguito la “stoccata” finale. La chiusura, sempre secca e acuta, non lascia spazio alla discussione e la risata sorge sempre nel lettore. La bocca si fa amara a contatto con la cruda realtà dei fatti.

Lercio

La satira degli articoli si fa meno pungente e sfuma più nell’atteggiamento comico-parodico, poiché è privo della sintesi propria dell’aforisma giornalistico. L’articolo di giornale ricalca il genere ricorrendo ad argomenti verosimili o tratti dalla realtà. Questi vengono sviluppati con punte di eccesso, a volte grottesche, giocando, con insistenza sulla ripetizione dei luoghi comuni. L’effetto complessivo è quello dell’assurdo che, anche in questo caso, genererà il riso.

O almeno questo sarebbe l’effetto sperato.

Molto spesso, gli articoli di Lercio vengono presi per attendibili e generano situazioni ai limiti dell’amaro in cui i cosiddetti leoni da tastiera, si scagliano contro queste fictional news con improperi di ogni tipo. La perdita di dignità e di decoro sono nulla a confronto della forma dei commenti stessi. La grammatica, la sintassi e perfino l’ortografia vengono accantonati, nell’impeto d’ira e di indignazione che induce l’utente social ad esprimersi.

Last but not least, Lercio è spunto di riflessione non tanto sullo stato di incompetenza che l’utente medio ha in campo digitale, ma soprattutto sullo stato di degrado del sistema informativo e giornalistico italiano. L’assenza di ricerca sull’attendibilità della fonte o, peggio, la mancata lettura dell’articolo per intero non fanno onore a professionisti del settore, hanno creduto attendibile il giornale satirico.

A questo si aggiunge poi la presenza di notizie o di titoli di cui è difficile comprendere la veridicità. Durante la serata, il pubblico è stato coinvolto nel gioco “è Lercio o non è Lercio”. Ebbene, distinguere notizie vere da quelle inventate non è stato assolutamente semplice! Il titolo ad effetto, assurdo e paradossale, prende il sopravvento sul fine informativo stesso: il criterio dei like predomina indistintamente al punto che è quasi impossibile distinguere un titolo lercio da altri.

Per concludere, possiamo affermare che quello di Lercio è un fenomeno che ha aperto le porte a una riflessione sullo rapporto che la nostra società ha con il web e con il mondo social. Per citare un post di qualche anno fa possiamo dire che:

Lercio è la cartina di tornasole inutilmente sognata da Darwin.

 

Serena Vissani

 

Sangiovese Purosangue: la festa Romana del vitigno più coltivato d’Italia

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Grande affluenza per l’evento di approfondimento del Sangiovese, presentato dall’Enoclub Siena e ormai  ricorrenza annuale per tutti gli appassionati.

Il 2018 segna il settimo anno del matrimonio tra Enoclub Siena  e la capitale ma il rapporto non  sembra conoscere crisi. In questo periodo di tempo il marchio di Sangiovese Purosangue è arrivato a  targare undici eventi. Un punto di riferimento che coinvolge ogni estimatore del Sangiovese, sulla piazza romana e non.

Il week end del Sangiovese a Roma.

Disteso su tutto il fine settimana, l’evento organizzato da Davide Bonucci anche quest’anno ha fornito una vasta panoramica sull’universo produttivo del celebre vitigno Italiano. Le eccellenze del Sangiovese sono considerate da molti appannaggio esclusivo della Toscana, ma anche i territori limitrofi sanno esprimere grandi bottiglie.

E’ innegabile che denominazioni come Brunello di Montalcino, Chianti Classico e le sottozone del Chianti, rappresentino i vertici assoluti nella vinificazione del Sangiovese. Però è altrettanto vero che la viticultura nelle altre parti della Toscana, in Emilia Romagna ed Umbria riesca ad esprimere il vitigno con bottiglie di grandissima qualità. Del resto i territori tra di loro rappresentano un continuum geologico, ed il vitigno è capace di leggerne le differenze esaltandone le peculiarità.

Toscana e Romagna a confronto sul Sangiovese.

Questi ed altri sono stati i contenuti esplorati da Sangiovese Purosangue. Importante il contributo del Seminario – Degustazione sui suoli del Sangiovese: Romagna e Toscana, condotto da Giorgio Melandri e Davide Bonucci. L’altro seminario ha dato invece la possibilità di degustare le vecchie annate prodotte nell’arco temporale tra il 1983-2005, permettendo di approfondire la percezione sulla capacità di evolvere nel tempo per i vini a base Sangiovese.

Circa sessanta le aziende presenti all’evento con un gran numero di etichette, per rappresentare degnamente uno dei capisaldi del patrimonio enologico italiano. Spalla a spalla sui banchi d’assaggio glorie conclamate ed intramontabili insieme ad aziende più giovani ed interessanti, che si sono fatte conoscere al grande pubblico intervenuto. Il livello della degustazione era veramente alto per cui alla fine fare menzioni risulta sempre uno sterile esercizio.

Presenti i grandi campioni del Sangiovese.

Al massimo ci si può soffermare a sottolineare la presenza dei grandi Campioni del Sangiovese che hanno presenziato. Nel lunghissimo banco d’assaggio misto, una grandissima soddisfazione per agli appassionati è stata la possibilità di assaggiare i vini di Aziende come Fèlsina, Villa Pomona, Montevertine, Istine, Fattoria dei Barbi, Castello di Radda, Villa Calcinaia ed altri ancora.

Nei singoli banchi d’assaggio invece molte aziende interessanti, con i produttori pronti ad approfondire la relazione del Sangiovese con il proprio territorio. Tra le altre per la Romagna Tenuta Condè, La Casetta dei Frati, Mutiliana e Villa Papiano, mentre per l’Umbria ha ben figurato la Cantina Ninni di Spoleto. Tornando alla Toscana Col d’Orcia, Le Chiuse, Il Palagio di Panzano, Castello di Volpaia e Tenute Silvio Nardi.

Rocca delle Macie in verticale.

Ha riscosso molti consensi la mini verticale 2011-2014 proposta da Rocca delle Macie di Castellina in Chianti, per il Chianti Classico Gran Selezione Sergio Zingarelli. Una prova d’assaggio che ha mostrato le capacità di evoluzione nel tempo ed il ruolo del tannino, evidenziando la capacità del vino di mantenere il piacevole graffio dell’acidità. Fattore tipico che impedisce ai vini chiantigiani di sedersi sulla morbidezza conservando uno dei suoi tratti caratteristici.

Tra gli assaggi da sottolineare anche i vini di Monterotondo, selezionati da Riserva Grande per una degustazione fuori evento presentata da Andrea Petrini e Marco Cum, insieme al produttore Saverio Basagni. Altra cantina che si è fatta notare è Il Casale di Giglioli di Certaldo, con il suo Chianti anche in versione riserva.

Quando biodinamico non è solo una parola in etichetta.

Gusto rustico, dove il termine è da intendersi come indicatore di autenticità e genuinità. Vini biodinamici con un loro perché, come è anche riscontrabile nei bianchi prodotti dall’Azienda. Intrusi nella festa del Sangiovese ma che con le loro lunghe macerazioni ispirate alla viticultura Georgiana, hanno regalato una sorpresa oltre che uno spunto interessante per i tanti appassionati del genere.

Bruno Fulco

Il canto di Anne-Sophie Mutter all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia

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Anne-Sophie Mutter, grande violinista tedesca, in uno strepitoso concerto all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ci ha insegnato cosa significa recitare con uno strumento

Ci sono Geni e geni, Musicisti e musicisti. Anne-Sophie Mutter, violinista tedesca, appartiene alle prime categorie. Lanciata giovanissima dal grande Herbert von Karajan, ha suonato nelle più grandi sale da concerto del mondo. Il suo concerto romano all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia era imperdibile. Poche volte si è vista la grande Sala Santa Cecilia così gremita di gente come sabato 20 gennaio 2018.

Anne-Sophie Mutter emoziona con il violino

Fisico smagliante da modella, vestito verde meraviglioso, il suono del violino di Anne-Sophie Mutter è stato magico. La sua mano ci ha fatto sognare ed emozionare durante l’esecuzione del Concerto per violino e orchestra di Ludwig van Beethoven, brano composto nel 1806. Come ha detto Oreste Bossini nel programma di sala, il concerto “celebra l’amore coniugale” esaltando “i sentimenti delicati e l’armonia dei cuori“. Proprio quello che ha fatto Anne-Sophie Mutter, tornata a Roma dopo 26 anni. Già eseguito dalla stessa artista per l’accademia nel 1987 con il grande Mstislav Rostropovič sul podio, ha fatto cantare e non solo suonare il suo strumento.

L’artista tedesca ha messo in luce l’anima intima della composizione, con delicati pianissimi emozionanti e vigore interpretativo. La forza del Rondò finale non me la scorderò mai. Altrettanto bella è stata l’esecuzione della cadenza scritta da Fritz KreislerAntonio Pappano, il direttore, era in stato in grazia. Egli ha cantato con la sua violinista. Ha trasformato l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in un delicato tappeto floreale. Attento alla drammaturgia, ha anche richiesto e ottenuto dai suoi musicisti tutti i contrasti tipici beethoveniani.

Al di là della bravura, quello che ha colpito tutto il pubblico è stata anche il totale senso di umiltà di Anne-Sophie Mutter. La signora ha scherzato e dialogato con il primo violino Roberto Gonzàlez-Monjas come fosse un amico

Una vita tormentata

Una serata al calor bianco, travolgente come l’esecuzione di Ein Heldenleben (Una vita d’eroe), poema sinfonico composto nel 1898 da Richard Strauss. Si tratta di un’opera in cui il musicista ha celebrato la sua travagliata vicenda. La sua vita è stata contaminata da eventi storici fondamentali. Infatti proprio nel giorno in cui la composizione fu completata, il 30 luglio 1898, è morto Otto von Bismarck. La nomina a direttore musicale dell’Opera di Corte di Berlino, ottenuta in quell’anno, ha segnato un importante risultato nella sua carriera. In sostanza nella musica riemergono le fatiche che un musicista di talento deve fare sia per farsi conoscere che mettere in luce la verità dell’arte. Richard Strauss ha ritratto il proprio intimo in questo pezzo (la moglie Pauline de Anha è rappresentata nel suo essere femminile nel movimento La compagna dell’eroe).

L’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia e Antonio Pappano, con l’esecuzione eccellente del sopra citato primo violino, hanno dato una prova formidabile della loro bravura. Il maestro, la sua orchestra e Anne-Sophie Mutter sono in viaggio per una tournée in Germania, che sarà trionfale.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Musacchio, Ianniello & Pasqualiniwww.santacecilia.it)

 

Otto motivi per vedere “Altered Carbon”, la fantascienza secondo Netflix

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Sarà disponibile a partire dal prossimo 2 febbraio, Altered Carbon, la prima serie fantascientifica di Netiflix, tratta dal romanzo di Richard K. Morgan.

Con “Altered Carbon”, Netflix esordisce nella produzione di fantascienza. Attinge direttamente al romanzo cyberpunk “Bay City” di Richard K. Morgan. Ovviamente è una storia ambientata nel futuro. Forse è meno ovvio che si tratti di un noir.

Siamo nel 2384 in una società completamente trasformata dalle nuove tecnologie. La coscienza di ogni essere umano viene digitalizzata e immagazzinata in un sopporto posizionato nella spina dorsale. I corpi, invece, sono intercambiabili. Basta assicurarsi di non distruggere il dispositivo alla base del collo e la morte non è più permanente.

Il protagonista,Takeshi Kovacs, è l’unico sopravvissuto di un’élite di guerrieri interstellari, sconfitta durante un’insurrezione contro il nuovo ordine mondiale.

Arrestato, la sua mente rimane letteralmente congelata per secoli, finché il ricchissimo e incredibilmente longevo Laurens Bancroft non gli offre la possibilità di tornare in vita in un nuovo corpo. In cambio, però, Kovacs deve risolvere un caso di omicidio. La vittima è lo stesso Bancroft.

Abbiamo visto “Altered Carbon” in anteprima e possiamo darvi alcuni motivi per cui, a nostro giudizio, vale la pena vederla.

01.   Siete appassionati di fantascienza

In “Altered Carbon” – analogamente a come ha fatto con “Stranger things” e i suoi riferimenti all’horror e agli anni ’80 – Netflix strizza l’occhio agli appassionati di fantascienza, riempiendo gli episodi di riferimenti ai must di sempre. Tanto per cominciare, piove quasi sempre, come nella Los Angeles di Blade Runner.

La “pila corticale”, installata nei bambini fin dal primo anno d’età, vi ricorderà vagamente “Matrix”. Invece i combattimenti al rallentatore ve lo ricorderanno inequivocabilmente.

I cloni umani, prodotti per garantire ai ricchi un corpo di ricambio sempre disponibile, li abbiamo già visti in “The Island”. L’uso della realtà virtuale ed aumentata, consolatorio e risolutivo dei problemi, era incredibile solo fino a “Strange days”.

Noi ci fermiamo qui, ma siamo certi che i più esperti di voi del filone fantascientifico troveranno molti altri richiami.

02.   Siete inclini a riflettere su quanto sarebbe bello o orribile essere immortali

Come già detto, nel 2384 immaginato dallo scrittore Richard K. Morgan, autore del romanzo da cui è tratta la serie, la “morte reale” è un problema superato. Solo chi è sfortunato, incauto, povero o convinto dalla fede religiosa sceglie di accettare la morte naturale. Questo non può che innescare molte riflessioni sull’opportunità della potenziale immortalità. Sicuramente nei personaggi, forse anche negli spettatori.

03.   Vi piacciono le storie distopiche

Avrete capito che “Altered carbon” racconta di una realtà c.d. “distopica“. Negli ultimi anni questo genere di narrazioni sono molto di moda, affascinanti e terrificanti al tempo stesso. Lo dimostra il ritorno in classifica di libri come “1984” di George Orwell o il successo di altre serie tv come “Il racconto dell’ancella“. Anche qui non manca chi tenta di ribellarsi ad una società tanto piena di disvalori, pagandone prezzi altissimi.

04.   Vi divertite ad immaginare le prossime novità tecnologiche.

Come in tutte le storie di fantascienza che si rispettino, anche nella serie “Altered carbon” parte del divertimento è vedere gli oggetti che gli autori hanno immaginato utilizzeremo nel futuro. Anche qui le automobili volano e non ci sono strade. Non si ha neanche paura di dimenticare i telefonini cellulari (ma non sveliamo perché).

05. Vi piacciono i film d’azione 

Come già detto sopra, i richiami a Matrix e a Blade Runner sono evidenti. Non mancano, quindi, agguati e combattimenti, armi ipertecnologiche, personaggi dai riflessi prontissimi, addestramenti spettacolari.

06. Vi piacciono i gialli e i polizieschi

Anche chi non ama particolarmente la fantascienza, ma apprezza il genere crime può trovare pane per i suoi denti. In “Altered carbon” sono presenti tutti gli elementi tipici del noir: l’assassinio non svelato, i tradimenti, la corruzione, la violenza, il mondo della prostituzione.

07. Vi piace Edgar Allan Poe

Questa non ve l’aspettavate, forse. Gli amanti del punto 6, ma anche quelli dell’orrore, non possono perdersi il personaggio di un albergatore. Vi troveranno un chiaro riferimento al mitico scrittore americano, da molti considerato l’iniziatore del genere poliziesco, del giallo psicologico e del racconto dell’orrore, Edgar Allan Poe.

08. Ogni tanto vi chiedete: “ma non mancano un po’ di nudo e di sesso in questa serie tv?”

Se i primi sette motivi non vi convincono abbastanza, vi diremo che i personaggi sono tutti interpretati da attori bellissimi (prevedibile), che hanno accettato di girare nudi immancabili scene “hot”. Insomma, non è “Game of thrones“, ma l’amore e il sesso non mancano neanche qui.

In conclusione, pur non essendo la più originale delle serie tv che abbiamo visto, “Altered Carbon” costituisce un ottimo passatempo

Stefania Fiducia

“Il treno nella neve. La locomotiva” di Monet: spiegazione

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Periodo noioso pieno solo di freddo e neve? Basta guardarsi intorno per scoprire meraviglie nascoste. E Monet lo sapeva bene.

Feste passate e carnevale ancora lontano. Uno di quei periodi noiosi, in cui non sembra esserci altro che la solita routine. Lavoro, fila alla posta, autobus o treno… ho detto treno per caso? Perché l’infuso d’arte di oggi comincia proprio con lui e con una magica atmosfera invernale offerta da un grandissimo della pittura. Curiosi? Allora mettete il cappotto e seguitemi perchè il dipinto di oggi è piuttosto freddino.

Eccolo qua. “Il treno nella neve. La locomotiva” dipinto da Claude Monet nel 1874-75 e oggi conservato al Musèe Marmottan di Parigi. Se non siete nella ville lumière lo trovate ancora a Roma nella mostra su Monet. Quando si dice la fortuna.

Potete visionarlo qui.

Cosa sta succedendo?

Beh niente di che direi. E’ solo la solita fermata del treno in un freddo mattino di maltempo. Non si vede ad un palmo dal naso e i pochi passeggeri hanno aspettato al freddo fino ad adesso. Nessuno penserebbe che sia un momento particolare…tranne Monet! Lui si è dimenticato della fretta, del freddo e dell’alzataccia e sta osservando l’atmosfera. E la fa vedere anche a noi. Ci sembra di essere lì, dietro la staccionata, magari nell’attimo prima di cominciare a correre per salire in vettura. La prima cosa che notiamo sono i due grandi occhi del treno: i fari. Le carrozze si confondono con la nebbia e lo sbuffo di vapore col cielo. Solo dopo notiamo i passeggeri, la staccionata e gli alberi. Siamo stati rapiti dalla stessa magia che aveva visto il caro Claude Monet.

Come riesce a coinvolgerci?

Con qualche “trucchetto” e con  grandissima maestria. Le linee diagonali dei binari e della staccionata arrivano fino al nostro punto di osservazione. E’ questo che ci fa sentire dentro il dipinto, proprio su quella banchina fredda. Fredda davvero perchè Monet non ha idealizzato il momento neanche un po’ e nonostante questo la scena ci appare stupenda, viva. Ma come fa? Semplice (per lui), fa le ombre colorate. Sulla neve così bianca ce ne accorgiamo subito, basta uno sguardo a terra. Dove i passeggeri hanno camminato ci sono dei segni e non sono grigi come ci aspetteremmo ma aranciati! Anche la staccionata proietta a terra una lievissima ombra che però è azzurra. Se avete della neve sottomano affacciatevi e controllate. La neve è tutto tranne che bianca. Una tecnica collaudata in giorni e giorni di prove al gelo e che per l’epoca era una vera rivoluzione.

Due parole sullo stile…

Monet dipinse “il treno nella neve” nella fase di piena maturità artistica. Questo significa che le caratteristiche del suo stile sono visibilissime. La pennellata rapida e poco definita, l’assenza di contorno nelle figure, la fusione degli elementi col paesaggio, l’assenza del colore nero e l’attenzione alla luce. Sì, in questo dipinto c’è proprio tutto.

Anche questo Infuso d’arte è finito, ma se volete un’altra tazza d’arte bella calda ci vediamo qui tra due settimane.

Chiara Marchesi

L’incanto dei quadri di Monet e le sue ninfee

Aventino: il colle di Roma tra leggenda e realtà

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Un itinerario ricco di fascino e storia è quello che ci conduce su uno dei mitici sette colli, protagonista della stessa fondazione di Roma: l’Aventino.

Leggenda vuole che questo fosse il luogo scelto da Remo per edificare una nuova gloriosa città, in contrapposizione al Palatino, scelto invece dal gemello Romolo, che fu però il vincitore della gara di avvistamento degli uccelli e di fatto il fondatore di Roma. Remo venne ucciso e il suo colle rimase per alcuni secoli un luogo periferico. Il suo essere così in origine decentrato, così verdeggiante e ben arroccato, è ciò che di fatto lo rese in principio un rifugio sicuro scelto dai plebei durante la lotta contro i patrizi. Questi ultimi poi lo scelsero come luogo ideale per edificare le loro ville di lusso, accanto ad alcuni importanti templi che qui già sorgevano. Tra gli illustri abitanti del colle, figura lo stesso Traiano prima di diventare imperatore!

Passarono i secoli e il colle subì inevitabili trasformazioni: i templi e le domus romane lasciarono il posto a chiese cristiane, fortezze medievali e cimiteri ebraici, fino alla costruzione di nuovi edifici e giardini tra fine Ottocento ed inizi Novecento. 

Il carattere aristocratico e naturalistico del colle è però rimasto intatto con il passare degli anni.

Ancora oggi infatti, passeggiando in ogni stagione tra le vie dell’Aventino, è possibile sentire quella tranquillità che solo un luogo pieno di fascino e memoria come il nostro colle è in grado di regalare. Ma cosa possiamo visitare?

Sulla sua sommità, si trova piazza dei Cavalieri di Malta, sede del Gran Priorato dei Cavalieri di Malta. L’intera area, magistralmente decorata da obelischi e trionfi militari, fu progettata da Giovanni Battista Piranesi nel 1765.

 

Lo stesso architetto fu incaricato dall’Ordine di restaurare l’intera tenuta – appartenuta un tempo ai Templari – sagomando parte del colle a forma di un gigantesco vascello che, secondo la leggenda, sarebbe pronto a salpare, nel giorno stabilito, verso la Terra Santa. La Villa del Priorato di Malta inoltre è ben famosa ormai per il suo celebre portone: scrutando dal buco della serratura infatti, è possibile ammirare il Cupolone di San Pietro, in un eccezionale gioco prospettico!

Nelle vicinanze della piazza, si possono raggiungere, tutte a breve distanza, ben cinque antiche basiliche cristiane: Santa Balbina, Sant’Anselmo, Santa Prisca – che cela nei suoi sotterranei resti di un antico mitreo romano – Santi Alessio e Bonifacio e Santa SabinaQuest’ultima è forse la più suggestiva: per la sua lunga storia, per la bellezza architettonica e per le opere conservate al suo interno, come le maestose colonne in marmo bianco recuperate dall’antico Tempio di Giunone.

Non mancano però le curiosità.

E’ qui che si trova anche la cosiddetta Pietra del Diavolo: una pietra di basalto nero, rotonda e liscia, posta sopra una graziosa colonnina. Secondo la tradizione sarebbe stata scagliata contro San Domenico in preghiera dal Demonio in persona! Per fortuna la pietra cambiò miracolosamente tragitto, risparmiando il santo e finendo su una lastra che copriva alcune ossa di martiri!

 

San Domenico è in realtà protagonista anche di altri racconti.

Il santo infatti risiedette per un periodo proprio nel convento adiacente alla chiesa, dove ancora oggi è conservata la sua cella, trasformata poi in piccola cappella. E nel giardino, si innalza ancora oggi  un albero di arance amare – o il suo innesto – sotto cui era solito riposare e predicare. Questo spiega perché il vicino Giardino degli Aranci, di recente costruzione, sia un omaggio proprio a questo albero. Da qui si gode di una delle viste più emozionanti sulla città. Ma non solo! Il piccolo parco venne ricavato all’interno di quella che nel Medioevo era la poderosa fortezza della famiglia Frangipane, di cui oggi resta visibile purtroppo solo parte dei muri di cinta.

 

Scendendo a valle, si incontra un altro giardino, aperto però solo in Primavera: è il famoso Roseto Comunale, realizzato nel 1950 per volere del Comune di Roma sul luogo in cui, tra 1645 e 1895, si trovava un antico cimitero ebraico. Questo spiega perché i vialetti che percorrono la parte alta del roseto diano forma ad una gigantesca Menorah e perché ai due ingressi si trova una stele con le Tavole della Legge di Mosè!

 

 

Questo colle ha davvero tutte le caratteristiche per regalare a chi vorrà esplorarlo tutto il gusto della millenaria storia romana, in un fascino senza tempo!

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Il Chianti Classico Ruffino per ripartire dai classici

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Un vino che ha fatto la storia dell’enologia nazionale ed è ancora oggi un modello di riferimento per il Chianti Classico.

Un nuovo anno di degustazioni ha inizio con nuovi consorzi, alleanze tra produttori e tante iniziative che ci aspettano.  Il mondo del vino in qualche modo riesce sempre a sorprenderci con appuntamenti sempre nuovi, ma è bene non dimenticare mai le origini. L’Onav di Roma per questo motivo ha scelto di inaugurare il calendario annuale delle degustazioni, ospitando un’azienda che è essa stessa parte della storia del vino Italiano. In particolare è legata a doppio filo ad uno dei territori produttivi più significativi e amati, tanto in Italia quanto nel mondo.

Una delle prime Aziende della storia del Chianti.

Dire Ruffino è dire Chianti basta pensare che la sua storia si intreccia con la denominazione fin dalle origini. Quando il Barone Ricasoli traccio le linee guida per l’inizio della magnifica storia del Chianti e ancora non c’erano le distinzioni Classico e Selezione, di cui oggi Ruffino fa parte  per ubicazione geografica e qualità. Nel primo disciplinare del 1872 il Barone indicava “Sangioveto, Canajuolo e Malvagia” come uve da impiegare. Con questa formula Ruffino si è cimentata quando la famiglia  ha vinificato per la prima volta il suo Chianti nel 1877.

Il percorso dell’Azienda è andato di pari passo con quello dell’enologia nazionale interpretandone tempi, scelte e cambiamenti. Nel 1883 la troviamo a rappresentare l’Italia al Columbus Day di Chicago, mentre nel 1890 quando la Marchesa Juliette Colbert insieme a Cavour si industriavano per rendere il Barolo, allora dolce, un vino internazionale, Ruffino era già fornitore della Real Casa di Savoia. Incontro celebrato per sempre nel Chianti Classico Ruffino Riserva Ducale, che omaggia nel nome proprio il Duca d’Aosta.

La scelta di imbottigliare nel fiasco.

L’azienda è stata anche tra le prime ad imbottigliare nel celebre fiasco, esportandolo nel nord America. Insieme a questo ha diffuso uno dei simboli più potenti per l’affermazione del Made in Italy in campo enogastronomico a livello mondiale. Testimonial per il bel paese anche all’Expo di St. Louis nel 1904, i vini della famiglia Ruffino hanno rivestito un’importanza fondamentale anche per i migranti nel nuovo mondo. Ad essi ha garantito una continuità con la propria tradizione enologica, rappresentando nel contempo insieme ad altri vini, un veicolo di educazione al gusto per generazioni di Italiani in trasferta e per il mercato d’oltreoceano.

Ancora oggi una grande presenza sul mercato Americano.

Anche oggi è a questi che è dedicato il grosso della produzione, in quanto solo il 10% è distribuito sulla piazza Italiana. L’azienda testimone dei cambiamenti sociali, è stata tra le prime a pensare alla diversificazione delle linee produttive con vini caratterizzati da struttura ed importanza diverse, rivolti ai migranti come alle osterie e alla borghesia. Il merito di Ruffino è da ricercarsi qui e non negli effetti speciali, che tanti vini sembrano promettere oggi. Nel valore della tradizione, termine spesso abusato ma che in questo caso vale veramente la pena spendere.

Cinque  i vini in degustazione.

E’ stato questo anche il filo conduttore su cui il Delegato Onav Alessandro Brizi ha condotto la degustazione, accompagnato da Beppe D’Andrea in rappresentanza dell’Azienda. Cinque i vini nel bicchiere, il primo è un omaggio al lungo percorso Aziendale, dedicato a tutti quelli che hanno contribuito con il loro lavoro allo sviluppo di questo territorio. E’ il Chianti Riserva 2014, un’etichetta degli anni 50 recuperata in occasione dei 140 anni di attività dell’Azienda, che ha sede a Pontassieve  e che durante il suo lungo esercizio si è distribuita in  sette differenti tenute. Nel Chianti Riserva si avverte il frutto rosso maturo e la sfumatura di viola essiccata il lieve tono speziato di pepe e la nota di sottobosco umido. Equilibrato in bocca e di  buona persistenza.

Riserva Ducale gli albori del Chianti Classico.

E’ poi la volta del Chianti Classico Riserva Ducale 2014 uno dei primi Chianti Classico prodotti in assoluto, in cui il frutto è più piccolo e saporito, le spezie assumono i toni dolci accompagnate da un accenno balsamico e dalla terra umida. La grande freschezza in bocca viene accompagnata dal tannino, che denuncia la sua presenza senza essere esuberante. Di buona struttura e persistenza. Un curiosità su questo vino risale agli anni del proibizionismo americano, quando veniva venduto in farmacia agli Italiani come antidepressivo.

A seguire il Chianti Classico Riserva Ducale Oro 2012, oggi anche Gran Selezione, vino che nasce nel 1947 e che viene prodotto solo nelle annate eccellenti. Qui il frutto vira sulla confettura ed appaiono le note di terziarizzazione del cacao. Rimangono i toni speziati e dolci, quelli del legno antico e balsamici. Il più complesso del lotto. In bocca è di grande freschezza con il tannino composto ma presente, il sorso è pieno e appagante anche in lunghezza.

I caratteri riconoscibili della viticultura del territorio.

L’Ultimo Chianti Classico è il Riserva Ducale Oro 2000, che il tempo rende più docile nel bicchiere smorzando di quel tanto tannino e acidità. Al naso prevale la dolcezza sia nel frutto che nelle spezie, avvolte da sfumature balsamiche. In bocca è più rotondo e levigato degli altri, ma senza rinunciare al guizzo tipico di questi vini che non conoscono mai la piena morbidezza. La degustazione si chiude con il Modus 2014, un Toscana Igt prodotto da uve Sangiovese, Cabernet Sauvignon e Merlot. Rispetto agli altri questo è un vino più sornione dal frutto grosso e maturo, speziato di pepe e noce moscata, accompagnata da richiami di tabacco e vegetali. In bocca gustoso ed equilibrato, con gradevole finale leggermente amaricante.

Tornando ai Chianti Classico dell’Azienda Ruffino, la degustazione ha denunciato come questi siano uno stereotipo per la denominazione. Parola che a volte è quasi sinonimo di banalità, ma che qui si veste di importanza per interpretare il valore di un modello di riconoscibilità per i vini del Chianti Classico.

Bruno Fulco

 

Chouchou, la nuova collezione: è subito un must-to-have!

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La nuova collezione Chouchou fall-winter 2017/18 diventa subito virale ed è il must to have per le donne di ogni età. Imitati, imitatissimi, i capi iconici di Silvia Pellegrino sono la soluzione per trasformare una mise anonima in un look speciale.

Dalla brughiera on the road per un nuovo romanticismo metropolitano: i capi Chouchou sono disegnati intorno a un accessorio in infinite combinazioni…Il segreto è un ampio cappuccio in tessuti pregiati che si avvolge attorno alle spalle grazie alla mantella o alla sciarpa che comprende il copricapo. Si può indossare su un tubino, un cappotto lungo, un maglione e molto altro.

A disegnare questo accessorio sul quale è stato fondato un intero brand è una giovane stilista italiana, Silvia Pellegrino, che ho avuto il piacere di intervistare già l’anno scorso per CulturaMente.

Le creazioni di Silvia sono un passepartout per tutte le occasioni; caldissime, lasciando una grande libertà di movimento si modellano con il corpo e la personalità di chi le indossa. La collezione fall/winter di quest’anno è particolarmente indovinata e azzarda colori estremi come l’ottanio e il curry. Una doppia anima, fredda e calda allo stesso tempo, che descrive alla perfezione il carattere della donna d’oggi; risoluta, raffinata e decisa a non rinunciare a nessun aspetto della propria femminilità.

Chouchou couture

Di gran carattere la linea Hollywood, quella che preferisco, dai colori accesi e l’impiego di pelliccia ecologica, adatta a rendere protagonista anche la figura più anonima. Si sposa perfettamente con i cappotti e i vestiti di maglia, la pelle e gli stivali overknee che quest’anno impazzano per le strade metropolitane.

Il cappuccio Chouchou può diventare un prezioso accessorio da sera; magari con le estremità della sciarpa infilate in una cintura preziosa in modo da rendere un abito minimalista degno di una “regina dei ghiacci”, pronte per una serata indimenticabile. Sempre presente poi l’amato tartan, intramontabile nei tessuti di pura lana scozzese, che ha consentito al brand di ottenere riconoscimenti internazionali.

Le creazioni sono state selezionate infatti per la sfilata alla Tartan Fashion Week 2013 di New York: una vetrina del miglior design scozzese, accanto a Harris Tweed e Vivienne Westwood. 

Chouchou couture

Silvia Pellegrino, designer e fondatrice del marchio, ha affinato il suo mestiere presso la Central of Design di Central Saint Martin a Londra e presso l’Amsterdam Fashion Institute. Ha lavorato poi a Los Angeles e nel 2009 si è trasferita a Glasgow, dove nel 2010 è nata l’etichetta Chouchou; nel 2016, la storia continua nella stimolante città di Barcellona. 

La sua nuova collezione è disponbile anche on line: www.chouchoucouture.com/en/

Antonella Rizzo

Rhò sale a “cavallo” tra musica, cinema e visual art

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Esce il 2 febbraio il nuovo album Neon Desert.

Il disco di Rhò, al tempo Rocco Centrella, artista classe ’82, è anticipato dal singolo Black Horse, per cui è stato anche realizzato un video. Proprio questo è il brano che abbiamo avuto il piacere di ascoltare.

Sicuramente l’intero pacchetto, canzone/video, è ben fatto. Produzione del primo e realizzazione del secondo sono due punti forti per professionalità e particolarità. Il video in particolare è una vera e propria “corsa” emozionale. Non solo del cavallo, protagonista indiscusso del pezzo già a partire dal titolo, ma anche dell’ascoltatore.

Il video è stato realizzato completamente in CGI per Rhò dallo studio Creative Nomads che ne firma la regia. Il video nasce da una idea molto semplice: un artwork animato che diventa un’esperienza in cui un cavallo in corsa, riprodotto in 3D, attraversa scenari in evoluzione, bucando un simbolico velo dell’affermazione.

Rhò

Dall’oscurità alla luce, il cavallo nero di Rhò racconta una direzione sonora nuova. Più soul ed elettronica.

L’effetto è assicurato e osservando il video proverete di certo questo tipo di esperienza. Nonostante la sua semplicità le sensazioni che arrivano sono forti e le menti più sensibili potranno sicuramente apprezzare questa corsa leggiadra.

Il brano è pregno di atmosfere scure e calde. Un ritornello che apre invece, rilassando e distendendo la tensione emotiva del pezzo. Per gli amanti della musica elettronica e non solo, il brano di Rhò è sicuramente un ascolto da fare. Più in generale mi sento di consigliare l’ascolto anche degli altri brani del cantante tra cui Footsteps e la bellissima cover del brano Billie Jean di Michael Jackson.

Un’artista che merita sicuramente di essere scoperto e ascoltato e che, nonostante la scelta della lingua inglese (per ovvi motivi di adattamento alla sonorità) potrà unire i gusti di molte categorie di ascoltatori anche apparentemente distanti tra loro.

Emiliano Gambelli

Lato B, un altro genere di storia: la mostra contro la violenza sulle donne

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Negli ultimi mesi del 2017 Spazio Rizzato, presso Marano Vicentino, ha accolto una mostra speciale per supportare la Giornata Internazionale per l’Eliminazione della Violenza contro le Donne.

Due i protagonisti dell’esposizione curata da Alice Traforti, 22 le opere proposte: 20 fotografie inedite scattate da Elisabetta Roncoroni e 2 installazioni realizzate da Joseph Rossi.

LATO B, un altro genere di storia

Il titolo della mostra, intrigante e provocatorio, parla da solo. Si evince con chiarezza la necessità di dare voce a una storia taciuta, come se si trattasse del lato B di una vecchia audiocassetta, ancora tutto da ascoltare. Quest’altro genere, quindi, serve a rendere completa l’esperienza umana che per troppo tempo ha conosciuto un solo coro, generando tra i sessi una serie di tabù, stereotipi, prevaricazioni e rivendicazioni che trovano in questo secolo uno dei terreni più fertili tanto per manifestarsi quanto per essere superati.

Elisabetta fotografa nudi di donne lanciando una sfida alla società dell’apparenza, che vuole corpi perfetti e allo stesso tempo li condanna se troppo scoperti. Quante volte abbiamo sentito dire che una donna stuprata o vittima di femminicidio se l’è cercata perché troppo appariscente?

Joseph, d’altra parte, risponde con un messaggio inclusivo, giocando con luci e parole per suggerire una complementarietà che non può essere più ignorata e che trae le sue origini dalla filosofia classica.

La coppia di artisti, pur manifestando ispirazioni totalmente differenti, canta all’unisono lo stesso invito di apertura, proponendo un confronto volto al superamento di uno degli scismi fondamentali dell’umanità: quello tra universo maschile e femminile.

Avevo un libro fotografico, Manhood, su come gli uomini vivono la virilità in questo momento storico. Alcune mie amiche mi hanno suggerito di non leggerlo in metro perché era pieno di immagini di peni. Questo mi porta a chiedervi: quanto è ancora (paradossalmente) tabù il nudo nella nostra società? 

E.R.: Io credo che le persone siano molto abituate a vedere il corpo femminile nudo. Tuttavia, se una persona, uomo o donna che sia, decide di leggere un libro in cui ci sono figure maschili senza censure, automaticamente viene etichettato come un depravato o, nel caso di un uomo, come omosessuale. Il nudo, purtroppo, rimane ancora un tabù nella società attuale e viene accettato solo per ciò che concerne la pornografia e non l’arte.

J.R. Tabù non è condizione assoluta bensì situazionale. I tabù variano in base alla civiltà ed alle epoche caratterizzando la vita di una determinata società in un preciso momento storico. Quando si parla di società, di quale società si sta parlando? La società contemporanea è un melting-pot di molte culture diverse a volte lontanissime tra loro. Così ciò che a qualcuno apparirà scandaloso ad altri risulterà assolutamente normale.

Il lato A è sempre quello “più gettonato”. Se il lato A della storia contemporanea è la violenza di genere, quale sarebbe il lato B?

E.R.: Voglio pensare al lato B come qualcosa di opposto al lato A. Mi auguro che ci siano ancora tante donne che non hanno paura di mostrare le loro imperfezioni e le loro debolezze davanti agli altri, perché credo che sia giusto educare questa società all’imperfezione naturale e all’accettazione del proprio corpo, senza obbligare le persone ad accettare standard innaturali e che non appartengono alla propria fisionomia.

J.R.: La storia, antica e contemporanea, è segnata da svariate forme di violenza. La violenza di genere è sempre esistita, ora se ne parla. Questo è un passo verso l’accettazione di una minoranza che è destinata ad evolvere per arrivare ad includere “il suo opposto”.  Non più lato A, non più lato B. Accettare il diverso da sé come altro, non come nemico.

La donna è stato lato B per molti secoli, nel senso che è stata considerata secondaria ovviamente. Qual è il messaggio delle vostre esposizioni e come credete possano intersecarsi tra loro?

E.R.: Per quanto mi riguarda la donna è il lato A. A casa ho avuto esempi di donne molto forti che hanno raggiunto i propri scopi con tenacia e perseveranza senza aver bisogno di un uomo. Questo non toglie l’importanza di una figura maschile. Semplicemente, per quanto mi riguarda, la donna è forte ed è un perno attorno a cui gravitano molte cose. Attraverso la mia esposizione, Peaux, ho voluto mostrare tutta la forza del corpo femminile e quanto riesca ad essere meraviglioso nella sua imperfezione. Niente a che fare con l’immagine della donna che ormai siamo abituati a vedere.

JR: Nel caso del trittico neON / neOFF ho voluto rappresentare il concetto Platonico di unità espresso sul “Simposio”.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]“Un tempo gli uomini (in realtà si tratta di ermafroditi, esseri androgini che venivano rappresentati come esseri femminili e dotati di genitali maschili) erano esseri perfetti, non mancavano di nulla e non v’era la distinzione tra uomini e donne. Ma Zeus, invidioso di tale perfezione, li spaccò in due: da allora ognuno di noi è in perenne ricerca della propria metà, trovando la quale torna all’antica perfezione”.[/dt_quote]

Secondo il mito però, gli esseri umani erano una coppia che poteva essere formata da un uomo e una donna ma anche da due donne o due uomini, quindi non era presente nessuna forma di “genere” o meglio, erano presenti tutti. Le parole presentate sono tutte al femminile ma tutte includono anche il maschile. L’uomo è parte, la donna è il tutto.

Da quale necessità è scaturita la vostra opera?

E.R.: La mia opera è scaturita dalla necessità di oppormi a degli standard che violano la libertà di espressione personale e artistica. Ho voluto mostrare il corpo femminile nella sua delicatezza e semplicità. Non tutto il nudo è pornografia e dovrebbe essere possibile esprimere la propria arte senza vincoli di social networks, che ormai utilizziamo quotidianamente, che osannano la pornografia e discriminano gli artisti che ritraggono il corpo.

J.R.: Porre attenzione e condividere un fenomeno tristemente attuale: il femminicidio come forma estrema di violenza di genere. Donne uccise “in quanto donne” in una società patriarcale che ha usato, e continua a usare, il femminicidio come forma di punizione e controllo sociale sulle donne.

Per questa mostra una voce femminile e una voce maschile: quello che dovrebbe accadere anche nella realtà, un’unione delle forze. Alcuni uomini sbuffano alla parola femminicidio, mentre alcune femministe iniziano a proporre soluzioni molto rigide per il rapporto con gli uomini. Secondo voi uomini e donne hanno recepito la necessità di lavorare a quattro mani senza prevaricazioni? Vedete spiragli di luce per una futura condizione di simmetria sessuale?

E.R.: Avevo avuto modo di vedere l’opera di Joseph qualche mese prima rispetto alla mostra lato B. Mi aveva emozionata da subito, soprattutto quando mi è stata spiegata dall’artista stesso. Ho avuto modo di parlargli solo per qualche minuto ma avevo capito che c’era una sensibilità molto grande dietro a quell’installazione. Quando ho saputo che avrebbe esposto con me per una causa così importante, non nego di aver gioito molto. Credo che queste esperienze andrebbero fatte più spesso. È entusiasmante confrontarsi con qualcuno che si impegna per la tua stessa causa, ma la vede in maniera differente e ha modo di insegnarti qualcosa di nuovo. I confronti aprono la mente e aiutano a comprendere diversi punti di vista. E forse è proprio questo che sarebbe utile per gli estremisti, di entrambi i sessi, iniziare ad ascoltare nuove idee, al fine di trovare un punto in comune su cui lavorare. Col tempo, visto che ancora non ci siamo arrivati, ci sarà una simmetria.

J.R.: Contrapporre la violenza del maschilismo ad altra violenza, quella del femminismo, può generare un ulteriore ostacolo all’integrazione. E qui non intendo solo la violenza fisica ma alle infinite forme con cui si presenta. Si deve aspirare ad un equilibrio armonico fra le parti, e per questo, eleviamo il nostro canto ad Eros:

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]“Ad Eros, che nella nostra infelicità attuale ci viene in aiuto facendoci innamorare della persona che ci è più affine; Sarà lui che, se seguiremo gli dèi, ci riporterà alla nostra natura d’un tempo: egli promette di guarire la nostra ferita, di darci gioia e felicità”.[/dt_quote]

Si chiude con Platone lo scambio con due artisti, un uomo e una donna, uniti per sconfiggere con l’arte una delle più gravi forme di prevaricazione del nostro tempo. Chissà se Eros potrà davvero risanare la ferita che il mondo contemporaneo si porta appresso da secoli e riunire le due parti della mela idealizzate dal grande filosofo greco.

Alessia Pizzi

‘L’Operazione’, spirito e realtà nella commedia di Stefano Reali

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Non c’è niente di più comune, in un ospedale, di pazienti che attendono…un’operazione.

Alcuni impiegano poco tempo, soprattutto grazie a conoscenze interne. Altrettanti saltano le file, dopo un congruo accordo con l’amministrazione. Altri (tantissmi altri) no. Attendono mesi per un’operazione semplice che, dopo tutto quel tempo, si trasforma in cose più gravi. Incontrano, poi, in ospedale, persone che vivono situazioni peggiori della propria e capiscono mille altre realtà. Storie da corsia, da camice bianco, raccontate in L’Operazione in scena al Teatro Roma, diretto da Stefano Reali.

Massimo è un giovane ragazzo che decide di farsi una ricostruzione ai legamenti del ginocchio, per giocare meglio a pallone. Grazie a una ‘raccomandazione’ di un suo amico dottore, nonché assistente del primario di Ortopedia, il ragazzo riesce a entrare subito in ospedale, senza attendere molto tempo. Nella stanza con lui c’è Luigi, un uomo che da anni è allettato, impossibilitato nei movimenti delle gambe, che ne ha viste di tutti i colori. Prova a far aprire gli occhi a Massimo su cos’è veramente il mondo ospedaliero. Gli narra storie, aneddoti e segreti di coloro che sono dentro quel reparto che Luigi ormai conosce molto bene: dai pazienti, ai dottori, passando per la caposala Maria e l’infermiere Carlo.

Luigi però non sa che Massimo e il suo amico-dottore sono d’accordo. Quest’ultimo infatti vuole capire perché nella stanza di Luigi, nell’arco di un mese, ci sono state ben 22 rinunce e poi sostituzioni con personalità in lista: l’ospedale crede che Luigi, in combutta con altri dell’ospedale, si venda i posti letto. Il dottore promette all’amico un posto sicuro, a condizione che Massimo lo aiuti a capire quali sono gli intenti del paziente allettato.

Il giovane si trova così tra due fuochi: credere al ‘malato-ammaliatore’ o andare fino in fondo per un posto di lavoro? La verità sarà diversa, lontana dalle previsioni di Massimo.

L’Operazione è uno spettacolo che vide per la prima volta la scena nel 1989.

La scena non era a due atti, ma uno solo; e aveva solo tre personaggi. Nel corso degli anni ha girato l’Europa ed è stata tradotta da alcuni autori (Alan Ayckbourne per citarne uno); diventando anche un film, quale In Barca a Vela Contromano, sempre diretto da Stefano Reali. Lo spettacolo presente al Teatro Roma, in scena fino all’11 febbraio, torna nuovamente a far parlare.

L'Operazione                    L'Operazione                                                                                                                                                                       L'Operazione                        L'Operazione                                                                                                                                          L'Operazione

Il palco questa volta è diviso da cinque attori, un gruppo che tiene bene il ritmo e le battute.

Gabriella Silvestri ci mostra una Maria amareggiata e stanca, ma comunque pronta a combattere, con uno spirito tipicamente romanesco: buona la gestione dell’espressioni del viso. Nicolas Vaporidis interpreta Massimo. È una buona spalla, ma si vede che in lui vige più il cinema che il teatro ancora: qualche movimento di spalle di troppo ce lo fa capire. Plauso invece per Marco Giustini nel ruolo del dottore. Gestisce bene la scena e la voce, ha dei movimenti ben curati e non fa un passo senza terminarlo: ha tecnica e si vede.

Veri mattatori però sono Antonio Catania nel ruolo di Luigi e Maurizio Mattioli in quello di Carlo.

Il primo è il protagonista della pièce ed è impossibile non notarlo, con i suoi non-movimenti degli arti inferiori. Le sue battute ci vengono espresse con una naturalezza di chi non sta di fronte ad un pubblico, ma invece è lì da tempo immemore: proprio come Luigi appunto. La semplice e non banale poliedricità dell’attore mette in seria discussione il pubblico su quale sia la vera natura del personaggio: conseguenza ottenuta grazie alle doti di Catania.

Mattioli gestisce una parte piccola con serena scioltezza, dovuta soprattutto al fatto che ha sempre seguito il testo e ha preso più volte parte ad alcuni rifacimenti. Si diverte e fa divertire, facendo a volte dimenticare coloro che avrebbero ruoli maggiori del suo.

L’Operazione è un testo che ha molto da raccontare, ma non per un pubblico come quello italiano.

La sua ironia non si ferma a denunciare la malasanità o il nipotismo nei ruoli di lavoro. Ci descrive una realtà e delle verità che purtroppo sono radicate nella nostra società come una serie d’infezioni che condurrebbero ad un oggettivo malessere; come un’infezione alle gambe. Bisogna fare finta di niente e permettere che ci distrugga? O combatterlo e rischiare un’amputazione? Non è facile. Specialmente se, ad applaudire, ci sono solo anziani che ridono alle parole pesanti….

Ritmo presente e attori capaci. 3 stelle e mezzo su 5.

 

Francesco Fario

Dieci piccoli indiani… e rimase un grande successo

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In scena al Teatro Quirino-Vittorio Gassman, dal 9 al 21 gennaio, Dieci piccoli indiani… e non ne rimase nessuno, due atti di Agatha Christie, per la regia di Ricard Reguant.

Il sogno di ogni lettore è quello di vedere le storie che amano prendere vita davanti ai loro occhi. La realizzazione di adattamenti teatrali o cinematografici di un libro è sempre motivo di gioia e dubbio. Gioia perché alle parole si uniranno immagini (reali, non frutto dell’immaginazione). Dubbio perché ognuno si è costruito una propria idea del romanzo e non vuole vederla tradita. Così come non vuole che siano tradite le emozioni provate durante la lettura o il cuore del testo. Quando si tratta di una delle storie più amate del secolo scorso, i rischi sono ancora più grandi. Ma più grande potrebbe essere anche il successo.

Dieci piccoli indiani è probabilmente il romanzo più noto della regina del giallo, Agatha Christie. Pubblicato nel 1939, occupa l’undicesimo posto nella classifica dei best-seller con più incassi della storia. Merito di una trama avvincente, della presenza di temi universali, quali la giustizia e il senso di colpa, e di uno stile che incolla il lettore alle pagine tenendolo sempre con il fiato sospeso.

Fu la stessa autrice a volere e a occuparsi della versione teatrale nel 1943, ottenendo un grandissimo successo anche a Broadway.

Oggi, arriva nella capitale il nuovo allestimento dello spettacolo firmato dal regista spagnolo Ricard Reguant che riprende il testo della Christie con una piccola modifica (autorizzata dalla Agatha Christie limited). Questa modifica riguarda il finale, poiché sostituisce al lieto fine, pensato dall’autrice per l’adattamento teatrale, la versione originale presente nel romanzo. In questo modo, la messa in scena risulta ancora di più fedele al libro e lo spettatore può ritrovare in pieno quell’atmosfera di tensione provata nella lettura.

dieci piccoli indiani

La scena si apre sulla sala principale di una dimora di lusso, situata su una piccola isola disabitata e poco collegata con la terraferma. Nonostante l’ambiente sia maestoso, elegante e monocromatico (i colori prevalenti sono il bianco e il nero), lo sguardo viene subito catturato dalla colonna centrale su cui è incisa la poesia dei dieci piccoli indiani (“soldatini” nella versione teatrale). Si tratta di una filastrocca in cui l’infantilità dello stile si mescola con un contenuto piuttosto macabro; si racconta, infatti, della morte di tutti i dieci piccoli indiani, ad uno ad uno, per cause diverse.

Nella villa arrivano dieci persone: otto ospiti e due servitori. Nessuno di loro si conosce, ma tutti sono stati invitati dai misteriosi proprietari della casa che, però, non si presentano all’appuntamento. Improvvisamente, durante la cena, una voce registrata accusa ciascuno dei presenti di aver commesso dei delitti non puniti dalla giustizia. Poco dopo, muore uno degli ospiti. Ed è solo il primo. Inizia una lunga catena di decessi misteriosi che non fanno altro che seguire quanto scritto dalla poesia. Gli ospiti, sconcertati, arrivano a una scioccante deduzione: tra di loro c’è un assassino che ha deciso di erigersi a vendicatore.

Se il primo atto dello spettacolo serve a presentare i singoli personaggi, la situazione e ad entrare nell’atmosfera, il secondo dà il via all’azione.

Uno dopo l’altro si consumano gli omicidi. E mentre il numero dei “piccoli indiani” decresce, aumenta l’inquietudine dello spettatore, frustrato dall’apparente impossibilità di identificare il colpevole. Belle le soluzioni registiche trovate per presentare le uccisioni. Sicuramente vincente l’idea di far ascoltare la filastrocca cantata dalla voce di bambini all’inizio dello spettacolo e al verificarsi di ciascuna morte. D’altra parte, ce lo ha insegnato Dario Argento con Profondo Rosso, non c’è niente di più conturbante di ninna nanne o canzoni cantate dai bambini.

L’infanzia indica allo stesso tempo purezza e immaturità. Quando si è bambini c’è poco controllo, si è più istintivi. L’istinto e l’irrazionalità sono le emozioni che stanno dietro alle azioni dell’assassino/a, animato/a da una malsana ossessione per la giustizia. Il suo spiccato senso morale lo/a porta a giocare con i nervi dei personaggi che, tra sensi di colpa e istinto di sopravvivenza, saranno chiamati a rispondere delle loro azioni passate.

“I dieci piccoli indiani bloccati nell’isola sono vittime o assassini?” si chiede il regista dello spettacolo.

La risposta spontanea per chi guarda è: sono tutte e due le cose. A dispetto di quanto sembrerebbero suggerire le tonalità cromatiche della scena, non si è o bianchi o neri. Non si può parlare solo di “giusto” e “sbagliato”. La giustizia attuata nella villa è crudele nella sua esecuzione. Nonostante i loro crimini, i personaggi che vediamo in scena ci sembrano (e sono) degli esseri umani come tanti altri. Sicuramente non i migliori esempi di virtù e moralità, ma uomini e donne con i loro difetti e le loro contraddizioni.

dieci piccoli indiani

Lo spettacolo di Reguant è tradizionale. I momenti di tensione sono ben costruiti grazie all’aiuto di luci e suono, ma giustamente bilanciati con battute ironiche e comiche che servono a smorzare il tono drammatico. Le interpretazioni degli attori sono notevoli, vere, sentite. Non c’è dubbio che questa rappresentazione classica sia il giusto corrispettivo di un classico del giallo letterario.

Da non perdere e… dopo averlo visto, cercate di non dormire da soli!

 

Federica Crisci

Il mito di Pasifae arriva a teatro rivisitato in chiave moderna

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Scritto e diretto da Johannes Bramante, “Vertenze Politiche su una versione pornografica del mito di Pasifae” ha debuttato in prima nazionale al teatro Carrozzerie n.o.t. di Roma dall’11 al 14 Gennaio.

Nello spettacolo “Vertenze Politiche su una Versione Pornografica del Mito di Pasìfae” la scena è spoglia. La riempiranno i personaggi quasi esclusivamente con la propria presenza scenica.

Le luci sono basse, si sente una voce profonda che si presenta. È il Minotauro, un Minotauro contemporaneo.

Ricorderete probabilmente il brutale mito greco. Al re di Creta, Minosse, viene regalato dal dio del mare, Poseidone, un magnifico toro bianco. Quando, dopo essergli stato favorevole in varie circostanze, Poseidone richiede che il toro gli venga sacrificato, Minosse si rifiuta. Il dio, irato, si vendica con spietata fantasia: fa sì che la moglie del re di Creta, Pasìfae, si innamori perdutamente del toro bianco. La povera regina convince l’architetto di corte, Dedalo, a costruirle una vacca di legno, dentro la quale ella si potrà accovacciare in attesa che la concupiscenza del toro lo porti ad un amplesso con la struttura di legno – e quindi con lei. Cosa che di lì a poco accadrà. Frutto della passione zoofila di Pasìfae sarà, nove mesi dopo, il Minotauro.

In “Vertenze Politiche su una Versione Pornografica del Mito di Pasìfae”, in scena ci sono solo Minosse, Pasifae e Dedalo. Sono il presidente e gli amministratori delegati della Creta Costruzioni SpA”, una società molto italiana.

Stanno aspettando con ansia la comunicazione di un permesso di edificazione. Per il labirinto? No qui siamo a prima che il Minotauro venga concepito. Il progetto in questione riguarda una spa, che dovrebbe sorgere al centro della pineta di Chiassa.

Solo che quel sito è un’area protetta e lì vive l’ultimo esemplare di Toro Bianco, da alcuni considerato addirittura sacro.

Ne seguirà un groviglio di complotti e speculazioni, di lotte esterne ed interne, senza scrupoli né ipocrisia. Il mito, eterno, si compie anche tra cravatte, telefoni e tacchi a spillo.

Questa la trama dello spettacolo “Vertenze politiche su una versione pornografica del mito di Pasifae”, della Compagnia Cuturno 15.

Scritto e diretto da Johannes Bramante, lo spettacolo ha debuttato in prima nazionale al teatro Carrozzerie n.o.t. di Roma dall’11 al 14 Gennaio. Ispirandosi al mito di Pasifae, moglie di Minosse, prova a descrivere e analizzare una società contemporanea feroce e senza scrupoli.

“Vertenze politiche su una versione pornografica del mito di Pasifae” completa la trilogia di Johannes Bramante sul mito, preceduto nella scorsa stagione da “Alkestis 2.1” e “Il Complesso Di Antigone”.

Ambientando il testo ai giorni nostri,  si vuole dimostrare come l’universalità del mito sia insita nell’uomo.

La vertenza è politica perché i tre personaggi prendono coscienza di essere “animali politici”.

Questa versione del mito di Pasìfae è “pornografica” perché  – spiega l’autore – “famelica è la cupidigia, sfrenata la passione per il proprio status sociale. Un mélange di banconote, sesso e la promessa di eterno progresso: questo è il paradiso dei nostri tre protagonisti”.

I dialoghi sono serrati e il testo è piuttosto impegnativo, perché denso. Le quasi due ore di spettacolo sono piene di ritmo e non annoiano neanche un minuto.

Sicuramente il merito va alla bravura degli attori: Guido Targetti (nel ruolo di Dedalo).Francesca Accardi (Pasifae) e Davide Paciolla (Minosse).

mito di pasifae

Come dicevamo, il testo è bello, accattivante e coinvolgente, ma non scevro di difetti.

I primi dieci minuti sono fastidiosamente pieni di parolacce che si lanciano i tre protagonisti in maniera talmente ripetitiva da far risultare la scena forzata e quasi noiosa. I tre protagonisti hanno a disposizione diverse occasioni di monologo che gli attori sanno cogliere benissimo. Peccato, però che alcuni di questi monologhi si rivelino delle invettive sociologiche troppo polemiche, tra l’altro già sentite (ad esempio, sulla “generazione fottuta”).

Non mancano gli insulti e gli epiteti sessisti indirizzati a Pasifae, che tolleriamo giusto perché contestualizzati in un racconto che vuole essere violento, come la mitologia greca d’altronde.

Ma questi sono gli unici difetti che abbiamo trovato in “Vertenze politiche su una versione pornografica del mito di Pasifae”.

Sostanzialmente lo spettacolo è disturbante al punto giusto. Ci auguriamo che trovi spazio per essere rappresentato presto in tutta Italia e raggiunga l’ampio pubblico che si merita.

Stefania Fiducia