La Generazione Peggiore è davvero la nostra?

La chiamano la Generazione Y, quella nata tra gli anni Ottanta e i Duemila. Quella che ha imparato a “parlare digitale”. Quella che oggi viene rimproverata di essere cresciuta in un benessere che gli sta sbriciolando il cervello.

I Millennials della disoccupazione, degli attacchi di panico, della chat di gruppo e della foto social. Di qualunque epoca storica si faccia parte, però, esistono conflitti a cui non si può sfuggire. Nella società del controllo, dove Google ci ricorda il nostro compleanno e Facebook ci insegue con i ricordi migliori della nostra vita, non abbiamo ancora imparato a vincere la paura. Anzi, sembra quasi che questa coperta di Linus 3.0, questa patina di perfezione richiesta, non faccia altro che ingigantire qualunque problematica agli occhi di è cresciuto nella comodità.

Perfetti o imperfetti, tutti prima o poi dobbiamo confrontarci con l’irrazionale. Quel sentimento che scava dentro di noi una fossa di dubbi sul presente e sul futuro, partorendo domande che ci pietrificano. Chi siamo? Qual è il nostro scopo nella vita?

Perché possiamo nasconderlo in un angolo della nostra mente fino a quando ci fa comodo, ma un giorno moriremo tutti. Non c’è benessere che tenga per sfuggire alla nostra caducità: e la generazione Y forse si affida alla generazione X per chiarirsi un po’ le idee, senza capire che in fondo siamo tutti uguali. Esseri umani apparentemente grandi ma inesorabilmente piccoli di fronte alla vastità dei nostri timori. Possiamo scegliere di provare a controllarli e andare a letto con gli ansiolitici, possiamo annegarci dentro e lasciarci sopraffare, oppure possiamo abbandonarci, affrontarli accogliendoli. Abbandonare i giudizi verso noi stessi o l’idea che qualcun’altro possa salvarci. Quando quel qualcuno, probabilmente, sta a sua volta tentando di salvare se stesso.

Tutte queste riflessioni sono il frutto di un’ora passata al Teatro Abarico, guardando La Generazione Peggiore. In scena Carlotta Sfolgori e Domizia D’Amico lavorano in parallelo, senza mai davvero incrociarsi, ma comunque all’unisono. Figura di collante tra le due storie è Carlo Colella, il loro psicologo. Belli i giochi di luci e ombre, ben scelte le musiche. La regia di Riccardo Merlini lascia lo spettatore turbato, quasi sgomento. Alla fine dello spettacolo è impossibile non restare immobili per qualche secondo, come se colpiti da una freccia al cuore, che non si riesce ad estrarre.

Alessia Pizzi

 

generazione y - generazione peggiore

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