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Un’eccezionale Diane Kruger ci accompagna “oltre la notte” del dolore più grande

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L’ultimo film del regista tedesco Fatih Akin, “Oltre la notte”, nelle sale dal 15 marzo, è un viaggio impegnativo attraverso il lutto e l’orrore.

In tempi di terrorismo di variegata natura e rigurgiti nazi-fascisti in tutta Europa, la storia che ci racconta “Oltre la notte” è alquanto attuale.

Il film si apre con un matrimonio in carcere. Il detenuto Nuri, turco di etnia curda, pregiudicato per spaccio di droga, sposa la tedesca Katja.

Passano gli anni e li vediamo vivere e lavorare onestamente nell’Amburgo multietnica, con il loro bambino, Rocco.

Ma la vita di Katja (Diane Kruger) viene improvvisamente sconvolta. Il marito e il figlioletto vengono uccisi nell’esplosione di una bomba.

Quando la informano e Katja si accascia a terra, il suo grido porta silenzio e vuoto intorno a lei. Come si vive il giorno dopo che ti sono stati portati via figlio e compagno? Il giorno in cui realizzi che il tuo mondo non c’è più?

Il sostegno di amici e familiari non le basta per affrontare i demoni del lutto e andare avanti. Il vuoto doloroso Katja cerca di colmarlo con la droga. Allo stesso tempo, allontana madre e sorella. Va alla ricerca della solitudine, per immergersi completamente in questo vuoto.

Vi riemerge soltanto quando gli inquirenti possono scoprire chi ha ucciso i suoi affetti più cari. Lei vuole giustizia, vuole che si trovino gli assassini e le ragioni di quelle morti insensate. È convinta che si tratti di un attentato di matrice razzista e neo-nazista. E ha ragione.

Danilo, avvocato e miglior amico di Nuri, rappresenterà Katja nel processo finale contro i due sospetti: una giovane coppia appartenente a un’organizzazione neonazista.

“Oltre la notte” ha vinto il Golden Globe come Miglior Film Straniero il 7 gennaio 2018.

 

L’elemento forte del film è l’interpretazione di Diane Kruger, che per “Oltre la notte” ha meritato il premio per la Migliore Interpretazione Femminile al Festival di Cannes 2017.

Diane Krüger recita in modo commovente, da brividi, soprattutto nelle scene iniziali in cui affronta tutte le fasi del suo incommensurabile dolore.  Riesce a farci immedesimare quasi completamente. Se ne percepiscono le emozioni. In alcune scene, ci è sembrato quasi di sentire quel che sentiva lei. Sorprende che l’intensità dell’interpretazione di Kruger risulti evidente anche vedendo il film doppiato. In realtà, tutto il dolore, lo sgomento, la rabbia, la disperazione sono veicolati attraverso il corpo, gli sguardi, i gesti.

Anche la regia di Fatih Akin è, in questo senso, molto efficace. Nelle scene con Katja le inquadrature sono molto ravvicinate, spesso dei primi piani. Questo aiuta lo spettatore ad entrare in empatia con il personaggio.

Anche gli espedienti narrativi aiutano a mantenere viva l’attenzione in “Oltre la notte”. I flashback che raccontano la vita della protagonista con marito e figlio prima della tragedia sono realizzati come video amatoriali familiari. Così si capisce sempre di più la frattura nella vita di Katja , felice prima, disperata dopo.

“Oltre la notte”, poi, è diviso in tre parti, che sono quasi tre film diversi: “la famiglia”, “la giustizia”, “il mare”.

La prima parte è il film drammatico che narra appunto il percorso di dolore di Katja. La seconda affronta, invece, il processo ai colpevoli dell’attentato ed è quindi una sorta di “legal movie” alla tedesca, un genere che non ci risulta molto praticato nel cinema europeo. La terza parte, “Il mare”, è il thriller e forse è quella meno riuscita del film, nonostante all’inizio Akin sembri riuscire a trasmetterci la giusta tensione.

Non sveleremo il finale, che è sicuramente un po’ un colpo di scena. Ma confessiamo che non ci ha convinto vedere la protagonista ritrovare identità e vitalità, ma soccombere comunque alla disperazione. Una scelta contraddittoria di Akin che non abbiamo condiviso, quasi a voler sorprendere il pubblico e, allo stesso tempo, giustificarne la parte più istintiva.

Stefania Fiducia

Fred Vargas: il morso delle paure ancestrali

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Possiamo scorgere le paure umane nelle righe di un romanzo? Che significato ha il morso di un ragno? Vargas torna con un mistero davvero noir.

Amato da molti, quasi un amico che torna protagonista de Il morso della reclusa, il commissario Adamsberg riesce ancora a far scapicollare qualcuno in libreria, mentre non soddisfa le esigenze di altri, che definiscono noioso lo stile narrativo della scrittrice francese. Vediamo come, ancora una volta, il nostro spalatore di nuvole riesce a farsi spazio nella mente umana e nelle sue paure più profonde.

Siamo in Francia, a Nimes, e alcuni uomini muoiono a causa del morso di un ragno, la reclusa, che inietta un veleno necrotico sotto la pelle, trasformando i tessuti in cellule morte. Le vittime sono  uomini anziani che, da ragazzi sono stati parte della “banda delle recluse”, commettendo crimini orrendi prima proprio utilizzando i terribili aracnidi poi passando agli stupri. Ma perché scomodare le recluse, brutti ragni ad otto zampe che in Europa non sono poi così diffusi?fred vargas ultimo libro

Definita per molto tempo come minore, inferiore ai grandi classici, la letteratura gotica fa di nuovo capolino tra le righe di un testo attuale, pubblicato in Francia nel 2017 e arrivato in Italia nel 2018.

Siamo lontani dalle trame dei primi romanzi Gotici, non ci sono fanciulle braccate come nel Castello di Otranto, personaggi maschili violenti come ne Il Monaco o creature mostruose come vampiri o non morti e neanche l’enfasi su paesaggi lugubri e minacciosi, ma questa forma letteraria trova ancora oggi nuovi modi per mostrare le paure umane.

Il Gotico nasce sul finire di un’epoca, quella Illuminista, che aveva osannato i valori della razionalità e dell’equilibrio e rivela come la natura umana sia intrisa invece di irrazionalità, paure profonde, inquietudini e lati oscuri, che necessitano di emergere.

La riserva di immagini appartenente a questo mondo è rimasta quindi un terreno fertile per l’esplorazione letteraria, poiché si connette e riesce ad esprimere aspetti psicologici profondi e spesso inesplorati, in questo caso le paure.

Sigmund Freud afferma: “Ogni fobia risale a un’angoscia infantile e ne è la continuazione, anche quando ha un altro contenuto e deve quindi essere diversamente denominata”.

Secondo la Psicologia la paura è un’emozione primaria, utile alla crescita, in quanto serve ad attivare reazioni che difendono dal pericolo, ma essa può diventare distruttiva quando non costituisce più la normale reazione ad un determinato contesto, ma rimane profondamente insediata nella nostra mente senza che sappiamo più da dove provenga.

Questo meccanismo di conservazione di una paura nella nostra memoria consente che alcune paure vengano trasmesse, attraverso la genetica, il comportamento, l’educazione, la cultura e il mondo sociale e diventino un corredo sociale a cui ogni nuovo bambino si espone nascendo.

Ciò di cui parlo ha a che vedere con l’origine di numerose fobie: ragni, aghi, insetti, serpenti, malattie sessuali, stupri, contaminazioni. Sembrano nascere da meccanismi diversi, ma hanno in comune il timore profondo, atavico, che qualcosa di esterno possa intaccare la nostra barriera protettiva, la pelle, e contaminarci fino anche ad ucciderci.

Cosi come la figura del Vampiro nel mondo Gotico allora, la reclusa oggi rappresenta il terrore che qualcosa di sporco e infetto, distruttivo, possa invaderci e trasformare la nostra natura, degenerarla.

Così anche il veleno necrotico di un ragno può prendere nella mente lo stesso significato di uno stupro, un liquido seminale non voluto che invade il corpo: il morso come la penetrazione.

 

fred vargas ultimo libro
La paura del morso, degli aghi così come della penetrazione violenta sono paure ataviche, ancestrali connesse al timore molto profondo di essere aggrediti, invasi, disgregati.

 

Riporto un dialogo dal testo da Il morso della reclusa forse maggiormente esplicativo delle mie parole e concludo dicendo soltanto che mai, nella mia formazione, ho trovato una fonte così preziosa per lo studio della natura umana, e delle sue paure, come i romanzi, in particolare di quelli noir.

«Ma oggi, Voisenet? Ai nostri tempi? Chi crederebbe ancora a queste cose?»
«’I nostri tempi’, commissario? Ma quali tempi? Civilizzati? Razionali? Pacificati? I nostri tempi sono la nostra preistoria, sono il nostro Medioevo. L’uomo non è cambiato di una virgola. E soprattutto nei suoi pensieri primari». E oserei dire nelle paure. 

 

Silvia Cipolli

Prog On: il grande progressive approda a FIM 2018!

Sabato 2 giugno a Milano un evento imperdibile per i fan del prog: Anekdoten, La Fabbrica dell’Assoluto, Hollowscene e Prowlers dal vivo all’Auditorium Testori in occasione della nuova Fiera della Musica.

Dopo avervi raccontato il contest per i deejay non possiamo dimenticare il grande evento prog che animerà la Fiera Internazionale della Musica 2018. Un appuntamento speciale per gli amanti del grande rock progressivo internazionale.

 

PROG ON

19.00: Apertura ed entrata pubblico

20.00: FIM Rock Contest

20.15: The Prowlers

20.45: Hollowscene

21.45: La Fabbrica dell’Assoluto

22.45: Anekdoten

Prenotazione 1° settore: euro 30.00

Prenotazione 2° settore: euro 25.00

Prenotazione 3° settore: euro 20.00

 

Primo a essere reso noto tra gli eventi del FIM 2018, il cui programma completo verrà presto pubblicato su CulturaMente, Prog On si pone in continuità con le numerose iniziative dedicate alla cultura progressive-rock che FIM ha sposato dalla sua nascita.

Merito dell’attenzione e della dedizione che Black Widow Records, etichetta specializzata apprezzata e sostenuta in tutto il mondo, rivolge da anni al genere. E’ proprio della label genovese la direzione artistica di Prog On, unico evento a pagamento del FIM 2018: l’Auditorium Testori diventerà un  “salotto prog”, con posti a sedere da prenotare per gustare nel migliore dei modi i gruppi presenti.

Quattro le formazioni che animeranno la serata all’Auditorium Testori. Entrata del pubblico alle ore 19.00, breve esibizione della band vincitrice del FIM Rock Contest 2018 e poi si darà il via all’evento con una formazione di lungo corso: i Prowlers. Attivi dalla metà degli anni ’80 e sempre in prima fila nel revival del rock progressivo, i bergamaschi Prowlers, sempre guidati dal tastierista Alfio Costa, apriranno lo show alle 20.15 con un set dedicato alla loro storia, con un’attenzione particolare al recente ultimo disco Navigli Riflessi, pubblicato alla fine del 2017.

A seguire due formazioni diverse ma complementari nella ricerca di una propria rilettura del genere progressivo.

Alle 20.45 tocca ai milanesi Hollowscene, la nuova incarnazione dei Banaau. Nati nel 1990, sciolti nel ’93 e tornati in pista nel 2015 con il nuovo disco The Burial (ben recepito dalla critica italiana ed estera), nel 2018 in occasione del nuovo disco in arrivo cambiano nome in Hollowscene, pronti per la pubblicazione di un nuovo ambizioso album dedicato al Coriolano di Shakespeare e a un rock sinfonico di ispirazione letteraria. Alle 21.45, direttamente da Roma La Fabbrica dell’Assoluto: una delle più promettenti giovani rock band italiane, attiva dal 2013 e autrice di un sorprendente album d’esordio. 1984: l’ultimo uomo d’Europa (uscito nel 2015) ha subito riscosso il plauso della stampa internazionale.

Gran finale con gli Anekdoten! La storica band svedese, una delle artefici della rinascita del prog-rock dagli anni ’90, torna in Italia con un atteso live che restituirà al pubblico del FIM la magia, il magnetismo e il carisma dei dischi amatissimi dai cultori e non solo. Gli Anekdoten nascono nel 1991 e hanno sei album all’attivo, a partire dal glorioso Vemod del 1993, fino all’ultimo Until All The Ghosts Are Gone, risalente al 2015: il quartetto guidato da Niklas Barker predilige sonorità elettriche, misteriose e avvincenti, ideali per gli amanti di King Crimson e Pink Floyd.

Info e prenotazioni:

http://www.fimstore.it/prog-on

FIM Fiera:

http://www.fimfiera.it/

Synpress44 Ufficio stampa:

http://www.synpress44.com/

Paola Guagliumi e l’arte spiegata ai truzzi (nella loro lingua)

Storica dell’arte e guida turistica, Paola Guagliumi è una romana doc.

Crede vivamente che cultura e umorismo debbano andare a braccetto. Proprio per questo motivo, nel 2012, inventa un blog, che in pochissimo tempo diventa uno dei più cliccati del web. L’obiettivo è quello di coinvolgere un pubblico più ampio, dei non addetti al mestiere o dei super appassionati. Un pubblico dunque che davanti ad un’opera di arte contemporanea esclamerebbe: “Ma che è sta robba? La so fa pur’io!”. I tamarri, i coatti o – come li chiama lei – i truzzi sono il target di riferimento!

E come fare a coinvolgere un pubblico che apparentemente sembra così lontano dall’arte?

Attraverso la loro lingua. “L’arte spiegata ai truzzi” infatti è un blog in romanesco o meglio in romanaccio. Paola non usa il dialetto romano tipico di una volta bensì, la calata, lo slang. L’approccio è simpatico, leggero, ovviamente non nei contenuti ma solo nella comunicazione; una comunicazione semplice e chiara: “Il Vittoriano è na cofana che pare a pubbricità der detersivo, bianco che più bianco nun se po’”. Paola in pochi mesi diventa punto di riferimento di truzzi e non solo. Gli studenti di storia dell’arte che cercano opere sul web si sono imbattuti sul suo blog, amanti dell’arte antica e incuriositi dall’arte contemporanea e così via.

Criticata aspramente dai puristi del dialetto romano, “L’arte spiegato ai truzzi” diventa un blog audio. Sì, avete capito bene!

Ad ogni quadro corrisponde un audio, così nelle nostre pause caffè possiamo farci un po’ di cultura storica e artistica divertendoci! Ma chiediamo a lei più nel dettaglio da cosa è nata questa intuizione.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=yfUMVMjcUZo]

Sei laureata in storia dell’arte e dopo aver insegnato hai iniziato a fare la guida turistica. Come è nata l’idea del blog “L’arte spiegata ai truzzi (nella loro lingua)” e soprattutto chi sono i truzzi?

L’idea è nata un po’ per gioco. Mentre ero alla National Gallery a Londra. Passeggiando nelle sale mi sono imbattuta in una scolaresca della mia città, Roma. Alcuni degli studenti erano praticamente sdraiati sui divanetti e visibilmente provati. Esprimevano nel dialettale idioma natio il fervente desiderio di “annassene, professorè”. Sappiamo che non è facile interessare questi giovani “truzzi” all’arte. E ho pensato: “Sarebbe possibile trovare un modo e un linguaggio per catturare la loro attenzione e accendere il loro interesse?”. E ho aperto questo blog, in cui spiegavo, in romanaccio ed in maniera breve e semplice, opere d’arte di varie epoche. Cercando di agganciarmi al vissuto di un pubblico truzzo ideale. “Truzzo” è parola italica, che si può declinare ragionevolmente in “coatto”, “zarro”, “tamarro” e così via.

Avresti mai pensato di ottenere tutto questo seguito?

Mai e poi mai. Il blog è diventato virale contro ogni mia previsione. È nata anche una pagina Facebook e ho creato perfino un canale Youtube di accompagnamento. Il successo mi ha preso alla sprovvista, ma ovviamente mi ha fatto piacere.

Essendo molto esposta sul web, hai mai riscontrato critiche proprio dai suddetti truzzi?

Non proprio. Credo che i truzzi davvero irriducibili non si prendano nemmeno la briga di criticare. Se qualcosa non li interessa la ignorano. Chi critica si sente comunque coinvolto, quindi si apre già un principio di dialogo. Ma non ci sono state così tante reazioni negative quante me ne sarei aspettata. La critica più aspra, ad esempio, è inaspettatamente venuta dai puristi del dialetto romanesco. Il mio romanaccio era stata una scelta strumentale.

Il centro del blog non era il dialetto romanesco. Ma alcuni poeti dialettali si sono scagliati contro questo mio linguaggio impuro, “sbajato”, che non rispettava le regole del romanesco codificato. Si dice “propio”! mi facevano notare: ma tu ascolti il ragazzino per strada, lui ormai dice “popo”, e io così trascrivo. Tuttavia non mi sono persa d’animo, anzi è stata l’occasione di riflettere, su questo mio uso e specialmente sulla grafia, che ho regolarizzato e uniformato proprio in seguito alle critiche ricevute.

La storia dell’arte è considerata una materia alta e molti critici sono soliti parlare con un linguaggio molto complicato e pieno di orpelli (a parer mio). Hai mai avuto l’occasione di confrontarti con loro? Cosa pensano del tuo modo di spiegare l’arte?

Per quanto ne so io, il mondo accademico non si è mostrato ostile al mio esperimento. Anzi, ho ricevuto manifestazioni di interesse e sostegno da istituzioni museali, critici, associazioni culturali. Credo che, se lo scopo è farsi capire e non farsi belli, il linguaggio che si usa deve essere sempre adeguato al destinatario del nostro discorso. Un linguaggio complesso e articolato è adatto e doveroso se chi ascolta è in grado di comprenderlo. Ma se abbiamo intenzione di parlare al truzzo, non possiamo parlare in modo aulico o ipertecnico, o avremo come unico risultato quello di perdere questo ascoltatore, forse per sempre. Se crediamo che anche il truzzo, o semplicemente la persona inesperta, abbia diritto a fruire di un bene così prezioso come l’arte, allora dobbiamo di necessità imparare a farci capire. Solo dopo aver costruito le fondamenta, possiamo pensare al tetto

Sapresti farci un esempio dell’artista che, a parer tuo, e il più truzzo e uno di uno che reputi invece il meno truzzo?

Ci sono stati artisti dallo stile di vita o dai comportamenti truzzi. Pensiamo a Caravaggio, il tipico ragazzo che non vorresti uscisse con tua figlia, per capirci. Ma questo non rende la sua arte meno sublime. Ci sono artisti che hanno avuto vite morigerate e una raffinatissima educazione. Altri che vengono dalla strada o che erano autodidatti, ma né l’unica condizione né l’altra garantiscono di per sé la bontà o meno dell’opera artistica. Poi ci sono gli artisti colti che vogliono tornare ad essere truzzi. I “primitivisti” che cercano di recuperare la spontaneità liberandosi dalle sovrastrutture culturali, e c’è da chiedersi se ciò sia davvero possibile. Ma forse l’arte in sé non è mai truzza, ossia se è truzza non è arte.

Quando hai aperto il blog, quale è stata la prima opera di cui hai parlato e perché hai scelto quella?

Ho scelto “La Deposizione” di Caravaggio dei Musei Vaticani. È un quadro molto potente e come primo approccio volevo presentare  un artista e un tema in cui il truzzo potesse più facilmente riconoscersi. Gesù è raffigurato come uno qualunque, un poraccio “coi piedi zozzi” . La sua famiglia gli sta intorno, disperata su un fundo nero. È una scena che potrebbe svolgersi nella periferia romana, uno dei tanti “poveri Cristi” morto ammazzato.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=U7V5Gkz_jk4]

Successivamente al blog hai scritto un libro. Da cosa nasce questa necessità?

Ho un amore totale per i libri, quelli di carta. Quando Mimesis mi ha proposto di tirar fuori un libro dal blog ho accettato subito. Si tratta di una selezione di schede già uscite online, più qualche inedito. Lo considero l’incoronamento di questa esperienza durata sei anni. E’ stato anche un modo di portare questa esperienza verso un pubblico diverso, quello che entra più facilmente in libreria piuttosto che in un sito web.

Quando fai la guida turistica usi sempre il dialetto romanesco?

Mai. Anche perché lavoro con turisti di lingua inglese, in particolare americani. Uso il romaesco con parsimonia, come i piatti in una batteria. Ma il tono colloquiale, l’ironia, la chiarezza espositiva, la sintesi, l’attualizzazione per collegarsi al vissuto e alle precomprensioni di chi ascolta, sì, tutto questo resta e a questo tendo. In quasi vent’anni di professione ho visto che funziona.

Per carità, signora mia, a noi sto dialetto romanesco ce piace tanto, ma l’artri…cioè…e resto de l’Itaglia che pensa?

Hai ragione! Ho usato il romanesco perché sono romana. Perché volevo dare veridicità alla lingua, e anche perché, diciamocelo, “er romanaccio fa ride”. Però mi sono resa conto subito che leggere il romanesco non è facile. Questo non soltanto per i non romani, in quanto dialetto (o gergo) è lingua principalmente orale. D’altra parte mi piaceva l’idea di scrivere i testi (e non, ad esempio, di recitarli). Rispetto all’ascolto, la lettura è un’operazione che favorisce, anche nella sua relativa lentezza, la riflessione. Alla fine, tuttavia proprio per venire incontro alle difficoltà summenzionate, Ho creato il canale Youtube. Nei video l’immagine dell’opera è accompagnata dalla “lettura” delle spiegazioni relative, per cui l’audio si pone come sussidio alla lettura.

Quali sono i tuoi progetti futuri?

Chi lo sa. Scrivo sempre, ma per ora non c’è nulla di serio in pentola. Mi concentro sul mio lavoro di guida turistica a favore dei truzzi statunitensi. Ma non temete, prima o poi mi farò venire in mente qualche altra idea balzana e ci si rincontrerà in rete o in libreria.

Alessandra Forastieri

LaRiZon, nuovo singolo: un mix esplosivo che strizza l’occhio al prog

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Con “Inside the Cage” la band alt-rock di Palermo capitanata da Riccardo Manieri e Laura Brucato segna una meta importante nel percorso artistico avviato nel lontano 2013.

“Inside The Cage” rappresenta il punto di arrivo di una riuscitissima sperimentazione in cui le sonorità distorte dei LaRiZon si fondono perfettamente tra loro, senza deviare in contaminazioni banali o azzardate. Manieri si cimenta con un testo articolato su una linea vocale ricca di escursioni dinamiche, da cui emerge il forte ricorso al pitch shifter e una generosa dose di compressore. Predomina poi la scena un denso tappeto di synth che lascia trasparire una magistrale padronanza nell’uso di pad e controller da parte della Brucato.

Un sapiente ma equilibrato mix di rock ed elettronica, arrangiamenti spaziali e costruzioni ritmiche di pregio, oltre a un groove incalzante intervallato dai opportuni momenti di respiro, rendono “Inside the Cage” un brano accattivante dal sapore decisamente prog.

Colpisce il ritornello adrenalinico, in grado di offrire una carica ritmica in evoluzione grazie all’uso di loops, delay e grungelizer.

Unico neo osservabile: il brano pecca un po’ sul fronte della scrittura. Si nota infatti una carenza compositiva che cozza con lo studio meticoloso del design acustico. Suggeriamo pertanto ai LaRiZon di lavorare di più sui passaggi armonici per rendere più fluidi ed intriganti gli scambi modali fra le varie sezioni, nonostante siamo certi che non mancheranno occasioni!

Di seguito riportiamo anche il parere tecnico di Stefano Pontani, compositore, chitarrista affermato e produttore di band di successo quali Matilda Mothers Project, Ezra Winston e VuMeters:

“Buona la ricerca dei suoni, con soluzioni di arrangiamento ad alta energia. Il tutto in un contesto elettronico di livello dove i synth spadroneggiano.”

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I LaRiZon mostrano dunque di avere le carte in regola per affermare il loro stile nel panorama musicale italiano, anche grazie all’ingresso di nuovi strumentisti. In conclusione, non resta che attendere l’imminente uscita del video ufficiale!  Profilo Twitter della band

 

Composizione: 5.5/10
Tecnica: 7.5/10
Arrangiamento: 8/10
Parere dell’esperto: 6.5/10
Giudizio complessivo: 6.9/10

 

Riccardo Marini

L’esperienza dell’umano con “Confini di pelle” di Maurizio Valtieri

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L’arte è un’esperienza che conserva il contenuto cambiando l’involucro. E Maurizio Valtieri in Confini di pelle, il suo ultimo libro per le Edizioni Croce, è un maestro.

Maurizio Valtieri è docente presso il dipartimento di italianistica del Pantheon Institute di Roma, in programmi per Penn State University e Tulane University. Ha anche tenuto corsi per Woodbury University e Kenyon University. Inizia a scrivere in qualità di autore teatrale e l’opera più significativa è Solitudini, Luigi Tenco e Dalida. Ha pubblicato i romanzi 120 L’albero dei rosari per Diamond.
Confini di pelle è un’antologia di racconti, un genere letterario che prediligo particolarmente. Mi piace perché resiste alle seduzioni del mercato, si preserva nella sua eleganza incorruttibile. Le case editrici purtroppo temono questo genere letterario come se i precedenti di Poe, Kipling, Cechov, Katherine Mansfield, Maupassant non bastassero a convincere il pubblico. Le Edizioni Croce, con il loro catalogo di alta qualità, non si lasciano fortunamente intimorire e cedono il passo alla Letteratura vera.
Perchè il racconto ha le caratteristiche giuste per essere una lettura amabile e per valutare le reali potenzialità di un autore? Perchè, come nel caso di Valtieri, le storie sono concentrate in un piccolo spazio come le radici di un bonsai, e la vita come la morte riescono ad avere delle caratteristiche antitetiche pur convivendo l’una accanto all’altra.
In Confini di pelle viene filtrata la parte buia della nostra epoca attraverso una narrazione struggente, a tratti imbarazzante per la crudezza della verità. Storie di oggi e di ieri, con l’unico discrimine di un’umanità che avrebbe dovuto sviluppare una consapevolezza maggiore dal ripetersi del dramma.

E invece la trama si svolge sempre lungo l’aggressività degli istinti primitivi, di uomini rimasti intrappolati nel ruolo di cacciatori, macellai, boia sociali.

La pelle si incontra con altra pelle provocando effetti caustici, ustioni invece di carezze e conforto. Storie lucide, narrate con una musicalità letteraria che riesce ad attutire l’impatto con il disagio giovanile e sociale in genere. I temi sono quelli tristemente noti alle cronache quotidiane: bullismo, violenza, omofobia, fuga da inferni di ogni genere.

Sono destini che rimangono intrappolati nei confini stessi della loro pelle, materia che si riconosce dai profili indistinti, stagliati sul fondo; materia intercambiabile in quanto interprete di un ruolo gregario. Così è l’umanità che vive ai margini del proprio sentirsi vivo, capace di rallentare il metabolismo fino allo stato antalgico di coma profondo: sentirsi strappare gli organi senza provare dolore.

confini di pelleMa qualsiasi artificio letterario ha vita scialba se non sostenuto dalla scrittura dell’autore. Valtieri conosce la lingua del teatro che rappresenta un banco di prova delle personali concezioni linguistiche, una scrittura lirica e realista, dagli spaccati intimi alla Elsa Morante.

Ricorre nelle tematiche preferite dello scrittore la sensibilità verso le coloriture più cupe della psicologia sessuale di tutti gli orientamenti, un discorso originale quanto profondo.

L’attenzione è rivolta infatti a una visione vagamente antropologica dei sessi, feroce nel meccanismo di prevaricazione poichè aderente a un funzionamento mentale originariamente diverso. Prima che subentri la consapevolezza culturale è in funzione lo stile relazionale dettato da una libido differenziata che l’homo sapiens dirotta, in un secondo tempo, verso l’esercizio del potere.
Valtieri è un osservatore implacabile della realtà, minuzioso e sofisticato. Tuttavia si tratta di una scrittura fluida la sua, mai ossessiva ed egocentrica. Possiede il dono della conoscenza, sa indagare le esistenze altrui e ne carpisce la verità dai piccoli segni, persino dai silenzi; a grande distanza dalle passioni borghesi consumate da tempo preferisce la contemplazione, elegante e con un velo di sarcasmo.
Se desiderate una buona lettura, acquistatelo.
Confini di pelle di Maurizio Valtieri
Prefazione di Antonio Veneziani
Edizioni Croce
pp. 124
ISBN 9788864023182
Antonella Rizzo

“Across the Universe”: sei personaggi in cerca di una direzione

Across the Universe, regia di Michela Sarno, andrà in scena il 9/10/16/17 marzo alle ore 21 e l’11 e 18 marzo alle ore 17. Il palco sarà quello del centro di formazione Latitudine Teatro di Latina.

Ha un sapore molto “beatlesiano” il titolo dello spettacolo diretto da Michela Sarno che andrà in scena per due week-end consecutivi (dal 9 all’11 e dal 16 al 18 marzo). I punti di connessione non mancano. In quella che John Lennon definì la sua canzone più riuscita è chiaro l’interesse del gruppo per la meditazione trascendentale. Si tratta di una serie di tecniche di pensiero che permetterebbero un migliore sviluppo delle potenzialità dell’individuo. Proprio per questo, nel ritornello della canzone viene ripetuto un mantra di ringraziamento al maestro che tradotto in italiano sarebbe: “grazie ti saluto maestro divino”. La possibilità di cambiamento e la presenza di una divinità non ben identificata sono temi presenti nello spettacolo che andrà in scena sul palco di Latitudine Teatro a Latina.

Siamo in un deserto dove sei personaggi sono accampati ormai da tempo. Abbiamo un marito e una moglie, due sorelle di cui una è ermafrodita, un prete e un’aspirante santa. Non dovrebbero essere lì. Sono partiti con i loro cari con l’obiettivo di trovare un altro posto, migliore, più ricco. Una sorta di terra promessa. Poi sono stati sorpresi da un terremoto e hanno perso figli e genitori. Incapaci di scegliere una direzione, questi personaggi non sono solo immobili fisicamente, ma anche emotivamente. Non riescono a lasciar andare il passato. Hanno a disposizione un telefono con cui riescono a comunicare con i loro morti e anche con Dio. E nella noia delle giornate che si susseguono sempre uguali, rischiano di essere mangiati dal deserto stesso.

Una nuova scossa di terremoto annuncia l’arrivo di un personaggio alquanto bizzarro: Rubens.

Si presenta come un mercante che scappa da sua moglie, ovvero la morte. In realtà, Rubens è una sorta di divinità incarnata. Prima di ricongiungersi con la Natura, aiuterà i personaggi ad accettare le loro perdite e a dare un nuovo senso alle loro vite. Un “maestro divino” che permette il cambiamento e lo sviluppo di quelle potenzialità rimaste sepolte sotto il dolore.

L’accettazione della perdita e del dolore è qualcosa che fa parte della quotidianità e in cui tutti possiamo identificarci.

Ciò che rende originale la storia sono tutti gli aspetti surreali e grotteschi presenti. Il grottesco, in particolare modo, si riflette anche nel linguaggio, un italiano colloquiale e sgrammaticato. Un modo di parlare semplice che riflette la mancanza di ordine e il peso della sofferenza di questi personaggi. Ci sono molti elementi simbolici, ma non si tratta di un simbolismo astratto e di difficile comprensione, anzi. C’è una forte trasparenza dei significati poiché sono tutte immagini tratte dal nostro bagaglio umano. Quello più basilare e, allo stesso tempo, quello che più ci rende tali.

L’impianto scenico è semplice e quasi del tutto spoglio. Non c’è molto. D’altra parte, siamo in un deserto. Siamo in un luogo che è un non-luogo.

La storia è affidata completamente alle relazioni tra i personaggi. Ai loro dialoghi, ai loro scontri, ai momenti di incontro. Across the Universe si concentra molto sugli esseri umani e sul loro essere persone. L’idea del divino che ci viene presentata non è tanto riconducibile agli aspetti di una o più religioni. Il Dio/Rubens è un elemento naturale, una possibilità offerta dall’universo. Ha a che fare con la speranza nel futuro, nelle proprie capacità di migliorarsi e di aiutarsi. Ognuno può poi trovarci i significati che preferisce e vedere nella rappresentazione divina ciò in cui crede.

Nelle scene si alternano momenti di forte drammaticità con battute divertenti, assurde, ironiche. Proprio come succede nella vita, dove si riesce a trovare una certa leggerezza anche nei momenti più critici.

Across The Universe vuole essere proprio questo. Una storia di riflessione sul dolore e sulla sua accettazione. Una storia che metta lo spettatore di fronte a un’umanità perduta e violenta in grado di redimersi e di sopravvivere, grazie alla speranza. Un’altra produzione meritevole del centro di formazione e produzione teatrale Latitudine Teatro. La realtà fondata e diretta dal regista e attore Stefano Furlan si conferma come una delle più vive, creative e stimolanti di Latina. Proprio per questo, meritano di essere seguiti e conosciuti.

across the universe

Across the Universe

Con: Antonella Capodiferro, Beatrice Viggi, Eleonora Pasquariello, Federica Crisci, Federica Soprani, Flora Bellotti, Jacopo Colabattista, Leonardo Porcelli, Natascia Aquilani, Vittorio Palombi.
Disegno luci: Gianluca Cappelletti
Tecnico di scena: Davide Sfavara
Regia: Michela Sarno

Spettacolo a posti limitati
Biglietti disponibili su
http://www.latitudineteatro.it/show_event.php?event_id=32&share=UHoxY

 

Collaborazioni con la C maiuscola nel nuovo EP dei Ferraniacolor

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Si chiama “Alfabeto Illustrato” ed è il singolo che dona il nome e lancia il prossimo EP  di questo progetto musicale.

Più precisamente verrà rilasciato dai  Ferraniacolor  il 19 marzo per la MaxSound , con la produzione artistica firmata da un’eccellenza: Cristiano Lo Mele, chitarrista e compositore della band Perturbazione.

Proprio ad un altro elemento della band di Rivoli è stata affidata la voce del brano. ma facciamo un passo indietro e capiamo chi sono questi straordinari artisti.

Ferraniacolor infatti è una formazione che nasce dall’esperienza dei Panoramics ed è capitanata da Marco Alfano (tastiere) e Luca Zarrilli (sassofono). Durante gli anni ’80 infatti i Panoramics  producevano musica assieme al compositore newyorkese Peter Gordon (quello della “Lovely Music” per intenderci, collaboratore di Laurie Anderson, David Byrne, Arto Lindsay, Suzanne Vega) e ‘viaggiavano’ con compagni di strada come i Denovo, Avion Travel, Litfiba…

Ferraniacolor

Dunque dove eravamo rimasti?

Ah sì, la voce del brano “Alfabeto Illustrato” è di Tommaso Cerasuolo, cantante dei Perturbazione (la sua intervista rilasciata al nostro sito potete leggerla qui). La presenza dei due “perturbati” è già di per se sinonimo di qualità. Il brano è una bellissima ballad con influenze jazz e quel tocco di musica lounge che dona eleganza e raffinatezza a questo pezzo. Ineccepibile sotto tutti i punti di vista, musica per palati fini che però apre le porte a chi ama influenze pop.

I Ferraniacolor hanno confezionato un prodotto raffinatissimo con collaborazioni illustri alla voce. Infatti in “Alfabeto Illustrato” troviamo non solo il già citato Tommaso Cerasuolo ma anche Gabriella Rinaldi (Zooming on the Zoo, VoxTwister), Eugenio Cesaro, leader della indie band italiana Eugenio in Via Di GioiaSimona Boo (99 Posse e L’Orchestra di Piazza Vittorio)

Una prova di classe che attende solo di essere ascoltata nella sua interezza.

Per ora ci gustiamo la delicatezza di questo brano. Una canzone che con gentilezza e discrezione, sembra volerci accompagnare tra le luci di una mattina, limpida e splendida.

Emiliano Gambelli

Pietro Romano in Sono Romano e si sente, alias un amore e una risata

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Cosa c’è di meglio in questo periodo che ridere?? Niente, le risate devono prevalere sulle lacrime

La risata fa bene al cuore, alla salute e allo spirito. In un mondo dominato dall’odio e dalla cattiveria, si sente ogni giorno il bisogno di ridere. Pietro Romano, con Sono Romano e si sente, one-man show scritto insieme a Gianni Quinto con la collaborazione artistica del grandissimo Gino Landi in scena fino all’11 marzo 2018 al Teatro Anfitrione, coglie perfettamente questo bisogno. E quindi non potevo perdermelo, e sabato 03 marzo ero in teatro a godermi lo spettacolo.

Un attore poliedrico, con una mimica spaventosa e una voce bellissima. Pietro Romano fa traspirare il suo essere attore e il suo amore per la città di Roma. In questo one-man show, aiutato dai bravissimi ragazzi dell’Accademia Internazionale del Musical di Roma, con la cara amica Eleonora Pedini, meravigliosa ballerina, diretti dai maestri Cristina Arrò e Marcopaolo Tucci, e la band formata da Alessandro Decina, Valerio Passi, Enrico Zapicchi e Roberto Colavalle (autore dei commenti musicali), ci racconta la sua vita.

Il rapporto con i grandi

Tutto quanto è trattato con delicatezza ed ironia: i suoi inizi, il rapporto con i grandi del teatro, con il padre capogruppo e i suoi primi approcci al teatro con l’opera lirica. Per chi mi conosce, sa quanto io ami questo genere e sentir parlare di un bambino e dei suoi “incontri” con José Carreras e Montserrat Caballé è stato emozionante.

Chi scrive ha due ricordi bellissimi del grande tenore spagnolo. Il primo è stato un concerto nel 2011 a Piazza di Spagna. Il tenore barcellonese, all’età di 64 anni, letteralmente stregò il pubblico con la magia della sua voce meravigliosa e con il suo senso della parola impressionante. Posso dire con certezza che anche il tempo si era emozionato. C’erano parecchie nuvole, ma poche gocce caddero durante l’esecuzione (l’uragano si scatenò alla fine). Il secondo e ultimo ricordo è stato invece un più recente concerto a Caracalla (non quello storico de I tre Tenori purtroppo), quando Carreras cantò tra le altre cose un Arrivederci Roma da cadere in ginocchio.

Un grande attore, una grande squadra

Pietro Romano ci ha portato nel suo mondo sulle ali del sorriso, aiutato da tutta l’equipe artistica, ma anche dallo staff tecnico. In primis la insuperabile Barbara Lauretta (assistente alla regia e direttore di scena). La scenografia, complessa e dominata da un meccanismo che creava una sorta di doppio fondo nel palco per la band, è stata curata magistralmente da Maurizio Manzi. I costumi scintillanti e perfetti  sono stati curati da Ernesto Guglielmi, così come le luci splendide curate da Pasquale Citera, Fabio Massimo Forzato e Fabrizio Pucci e il service di Stefano Di Sturco. Ottima l’organizzazione dei carissimi Valentino Fanelli e Loredana Corrao che, insieme a Eleonora Leoni, ha curato anche l’ufficio per il pubblico, e l’ufficio stampa di Melina Cavallaro.

Andateci e godrete come dei matti!! Del resto “siamo tutti romani“, no???….. E si sente!!

Lo spettacolo inoltre è dedicato alla memoria del grande attore Renato Merlino e sono presenti in sala anche i clown dottori della Magicaburla Onlus.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto presa dalla pagina Facebook Pietro Romano – FanPage (PietroRomanOfficial) e trailer curato da Dimitris Katramados)

Effimero e Materia, Bitume Photofest a Lecce fino al 31 Marzo

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Giovedi 1 Marzo si è aperta la sessione invernale del Bitume Photofest, fino al 31 Marzo, nell’ ex convitto Palmieri a Lecce.

Fino al 31 Marzo 2018, presso gli spazi dell’Ex Convitto Palmieri a Lecce, si terrà l’appuntamento invernale di BITUME PHOTOFEST. L’evento a cura dell’Associazione Positivo Diretto, si incentra sul tema Effimero e Materia. Mostre, talk e libri per appassionati di arte, fotografia e Oriente.

Da tempo l’Associazione Positivo Diretto propone nel Salento una riflessione inedita sulla fotografia contemporanea. Da tempo, è diventato riferimento culturale nel Sud Italia per gli addetti ai lavori e non solo; sperimentando nuovi format urbani ed ottenendo anche riconoscimenti europei come best practice.

BITUME PHOTOFEST ha assunto negli anni connotazioni diverse, pur senza perdere di vista il suo primo e specifico obiettivo. Obiettivo raggiunto grazie all’accessibilità della materia fotografica e dei suoi codici di comunicazione culturale più elitari ad una fascia di pubblico sempre più ampia. Eleggendo, in questo modo,  il contesto urbano a spazio espositivo e allenando visivamente lo sguardo a leggere progetti e autori contemporanei.

Due le sezioni presentate. “Mono no aware”, mostra sul Giappone dal grande fascino storico e culturale. “Photobook Stories: BACK TO SCHOOL”, progetto dedicato a preziosi libri fotografici, formazione e talk.

Gli spazi dell’Ex Convitto Palmieri ospiteranno, per un mese, la raccolta “Mono no aware”. Il viaggio fotografico nel Giappone di fine ‘800 con straordinarie e preziose stampe fotografiche vintage all’albumina, colorate a mano.

I visitatori saranno condotti attraverso il Giappone antico, che proprio all’epoca abbandonava il suo status feudale e si preparava ad una rapida ascesa verso la modernità. Si potranno scoprire storie e curiosità che si celano dietro quella che viene definita la “Scuola di Yokohama” e immergersi nel fascino di un Paese che per la prima volta a quel tempo varcava i propri confini per offrire agli occhi dell’Occidente le sue bellezze e le sue tipicità.

La finestra sull’Oriente continuerà, sempre negli spazi dell’Ex Convitto Palmieri, con uno sguardo al Giappone contemporaneo. “Photobook Stories” è una selezione di libri fotografici in mostra che indaga la nuova generazione di autori orientali, non a caso concepita in spazi attigui a quelli della pubblica Biblioteca Bernardini.

Turbamenti e contraddizioni della società giapponese contemporanea si raccontano in oggetti-libro di rara bellezza. Casi editoriali fortunati prima ancora che progetti fotografici, per celebrare uno degli elementi più venerati dalla cultura orientale, la carta. I visitatori avranno la possibilità di sfogliare queste preziose edizioni e di condividere riflessioni e spunti critici con il personale specializzato sempre presente in sala.

La sezione fotografica e performativa del progetto è sostenuta da: Assessorato Regionale all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese, Provincia di Lecce, Istituto di Culture Mediterranee della Provincia di Lecce, Polo Biblio Museale di Lecce e Biblioteca Nicola Bernardini.

La sezione fotografica e performativa del progetto è sostenuta da: Assessorato Regionale all’Industria Turistica e Culturale della Regione Puglia, Teatro Pubblico Pugliese, Provincia di Lecce, Istituto di Culture Mediterranee della Provincia di Lecce, Polo Biblio Museale di Lecce e Biblioteca Nicola Bernardini.

Mentre, le attività legate alla sezione “BACK TO SCHOOL: Photobook Stories”, cioè all’editoria e alla formazione, sono cofinanziate dal programma “Lecce Città del Libro 2017” e dal Settore Programmazione Strategica e Comunitaria, Cultura e Turismo del Comune di Lecce.

 

BITUME PHOTOFEST, EFFIMERO E MATERIA
Lecce, Ex Convitto Palmieri

1 – 31 Marzo 2018

Ingresso libero

www.bitumephotofest.it

Storia di un oggetto violentato o di una donna bugiarda

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Una ragazza viene portata in una villa con la scusa di fare un colloquio di lavoro, dopodiché viene picchiata, minacciata di morte e violentata da quattro uomini, tre dei quali si fanno trovare in casa pronti all’uso. Nudi e dotati di bastone. Il quartetto, dopo la denuncia, conferma la violenza, per poi ritrattare, asserendo che la ragazza avrebbe concordato di essere pagata per le prestazioni. Tuttavia, in tribunale, gli imputati affermano di non aver remunerato la ragazza perché insoddisfatti del rapporto sessuale. Nel frattempo gli avvocati difensori lasciano intendere, tra una citazione letteraria e l’altra, che la diciottenne li ha provocati oppure che era consenziente. È l’avvocata della vittima che fa la differenza: una donna che parla per le donne, che chiede giustizia, non risarcimenti. Il finale? Un anno o due di carcere per i quattro aggressori e un risarcimento economico per la vittima.

“Io non voglio parlare di Fiorella, secondo me è umiliare venire qui a dire «non è una puttana». Una donna ha il diritto di essere quello che vuole, senza bisogno di difensori. Io non sono il difensore della donna Fiorella. Io sono l’accusatore di un certo modo di fare processi per violenza.” Tina Lagostena Bassi

Leggendo il giornale, potrebbe essere la notizia del giorno. Donne che denunciano quando non si vergognano di farlo. E vergognarsi è lecito in un mondo che ti addita come una poco di buono se qualcuno ti mette le mani addosso. È il mondo delle gonne troppo corte, dell’inaffidabilità femminile. Il mondo dove la donna è ancora un oggetto sessuale alla mercé di uomini senz’anima. Persino la madre di uno degli aggressori afferma che è colpa delle donne, che sono le donne a fare schifo. Gli uomini tradiscono perché provocati dalle donne.

Questo pensiero svilisce uomo e donna rendendo l’uno una bestia incontrollabile, l’altra una preda volontaria.

Correva l’anno 1979 quando la RAI mandò in onda il documentario Processo per Stupro raccontando la storia di Fiorella. All’epoca la violenza sessuale era ancora un reato alla moralità pubblica: solo vent’anni dopo sarebbe diventato un crimine contro la persona. Fino al 26 marzo Renato Chiocchia fa rivivere l’orrore al pubblico dell’Eliseo OFF. In scena Clara Galante, Enzo Provenzano, Tullio Sorrentino, Francesco Lande e Simona Muzzi ricostruiscono l’aula di tribunale per regalare 50 minuti di riflessione su una questione ancora troppo attuale. Proprio per questo credo che si possa fare di più per lo spettacolo. Ho trovato l’interpretazione un po’ sottotono ed è un peccato visto che gli spettatori fanno parte della scena, come giuria muta che porterà a casa la propria sentenza. In teoria un allestimento di questo tipo dovrebbe consentire un pieno coinvolgimento da parte di chi osserva. Alla fine ciò accade, ma più in virtù della tematica. Una tematica che merita di essere trattata.

 

Alessia Pizzi

 

La casa del comandante, la scoperta archeologica nei cantieri della Metro C

Nel corso dei lavori di completamento della stazione Metro C – Amba Aradam gli archeologi hanno rinvenuto i resti di altri due edifici adiacenti al dormitorio della caserma romana emersa nella primavera del 2016.

Pur avendo una loro funzione specifica, i nuovi ritrovamenti si presentano come parte integrante del complesso militare per le seguenti caratteristiche: formano due ali al dormitorio e appaiono costruite in età adrianea (inizi del II secolo d.C.), contemporaneamente all’alloggio dei soldati. Le nuove scoperte sono avvenute a 12 metri di profondità, si dispongono a una quota più bassa di circa 3 metri rispetto al resto della caserma, e seguono l’orografia della zona, declinante verso nord in direzione del fiume che scorreva ai piedi delle (non ancora costruite) Mura Aureliane.

L’ala est si configura come un edificio rettangolare di circa 300 mq, che prosegue oltre la paratia nord della stazione, limite dello scavo: vi si accede da un’ampia area all’aperto, per mezzo di gradini che immettono in un corridoio con pavimento in opus spicatum (mattoncini disposti a spina di pesce). In questa area sono stati rinvenuti 14 ambienti, che si dispongono attorno ad un cortile centrale con fontana e vasche, anch’esso con l’opera spicata a terra. I pavimenti sono di buona fattura in opus sectile a quadrati di marmo bianco e ardesia grigia, a mosaico (anche figurato) o in cocciopesto, mentre le pareti sono decorate con intonaci dipinti o bianchi.

Uno degli ambienti doveva essere riscaldato, vista la presenza di suspensurae (pile di mattoni che formavano un’intercapedine al di sotto del pavimento per il passaggio di aria calda).

Sia i pavimenti che i rivestimenti parietali sono stati rifatti più volte, con l’intento, evidentemente, di mantenere in buono stato l’edificio, nonostante le diverse  ristrutturazioni interne, che nel tempo ne hanno modificato la forma e le dimensioni degli ambienti, nonché le aperture di passaggio. Nell’ultima fase di vita quest’ala della caserma è stata dotata di una scala per salire al piano superiore, probabilmente un accesso ad uffici o al dormitorio dei soldati, posto appunto più in alto.
Dal momento che è da escludere l’eventualità che un privato cittadino potesse costruire la sua domus a contatto con un edificio militare di proprietà imperiale, l’ipotesi allo studio, a scavo ancora in corso, è che si tratti dell’abitazione del comandante della caserma.

Anche l’ala ovest, simmetrica alla precedente, era più ampia di quanto messo in luce e proseguiva oltre la paratia occidentale della stazione.

Si tratta di un’area di servizio, con pavimenti in opera spicata, vasche e sottostanti complesse canalizzazioni idriche. Quest’ala, attraverso una soglia in blocchi di travertino, era in comunicazione con un tracciato viario in basoli ad andamento est-ovest. Probabilmente accoglieva merci da stoccare, forse temporaneamente.
Di particolare importanza è il rinvenimento di elementi lignei: sia resti delle cassaforme utilizzate per edificare le fondazioni dei muri (tavole e ritti ritrovati ancora in situ sulle fondazioni), sia elementi di carpenteria (tavole, travi, travetti) accatastati o buttati al fondo di fosse.

Il rinvenimento di elementi lignei è molto raro per Roma: gli scavi per la Metro C, grazie alla loro profondità, ne hanno recentemente permesso alcuni rilevanti ritrovamenti.

I due nuovi edifici, come il dormitorio dei soldati, sono stati abbandonati e messi fuori uso intenzionalmente: i muri rasati a un’altezza massima di 1,5 metri, gli ambienti spoliati e interrati. Questo radicale e massiccio intervento, databile a poco dopo la metà del III secolo d.C., può essere messo in relazione con la costruzione delle vicine Mura Aureliane (271-275 d.C.), che doveva prevedere la dismissione degli edifici esterni e prossimi, possibile riparo o nascondiglio per eventuali nemici.

Le indagini archeologiche nella stazione Amba Aradam della Linea C si sono svolte nei mesi di novembre-dicembre 2015 e, dopo una battuta d’arresto, sono riprese nel marzo 2016 e sono tuttora in corso.

Nel 2016 la Soprintendenza ha presentato il ritrovamento di un lungo edificio militare con corridoio centrale e stanzette affrontate, destinato ad alloggio dei soldati. Le novità di questo ultimo anno, le due ali della caserma, aggiungono un nuovo elemento di conoscenza del complesso militare. L’importanza della scoperta si deve alla complessità e allo stato di conservazione dei castra, nonché alla loro posizione, che integra la cintura di edifici militari rinvenuta tra Laterano e Celio: i Castra Priora Equitum Singularium rinvenuti in via Tasso, i Castra Nova Equitum Singularium che si trovano sotto la basilica di San Giovanni in Laterano, i Castra Peregrina al di sotto della chiesa di Santo Stefano Rotondo e la statio della V Coorte dei Vigili presso la chiesa di Santa Maria in Domnica.

Si tratta di un vero e proprio quartiere militare, edificato soprattutto nell’età traianea (inizi del II secolo d.C.). Malgrado siano citati in numerose fonti letterarie ed epigrafiche, non di tutti i castra di Roma sono stati trovati dei resti: la caserma di Amba Aradam potrebbe proprio far parte di questi ultimi.

Redazione CulturaMente

“Il ragazzo selvaggio”, la disabilità che spaventa

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La diversità, specie quella dei cosiddetti disabili, spesso ci spaventa e, invece, dovrebbe rassicurarci, perché alla fine dei giochi potremmo semplicemente riconoscerci in colui che giudichiamo diverso.

Se io, confrontandomi con un handicappato, scoprissi che la diversità non è tale da annullare la possibile identificazione, potrei avere timore di riconoscermi in lui.

«Uscimmo e lo vedemmo che si spogliava e, nudo come un verme, si arrampicava su un albero. Saltò da un albero all’altro come una scimmia o come un acrobata. Itard gli diceva di scendere, ma fu più convincente l’offerta di mele di un giardiniere. Così, sceso il sauvage dagli alberi, Itard se lo prese accanto e si avviò verso casa».
Così ha inizio l’esperimento sul ragazzo selvaggio che il celebre dottor Jean Marc Gaspard Itard, medico molto apprezzato nella Francia di inizio Ottocento e convinto sostenitore di idee rivoluzionarie circa l’educazione giovanile, spera di portare a termine occupandosi del suo sauvage.

Il selvaggio, in realtà, è un ragazzo abbandonato in tenera età che un gruppo di cacciatori aveva ritrovato in una foresta e che inizialmente nella civile Parigi era stato esposto per la pruriginosa curiosità della gente. Itard è convinto di poterlo educare. È sicuro, al contrario degli esimi colleghi della Société des Observateurs de l’Homme, che Victor, questo il nome che il medico sceglie per il selvaggio, possa imparare a parlare, diventando un uomo diventare un uomo normale, in tutto e per tutto.

Da questo celebre caso che divise e appassionò la Francia, prende spunto il famoso pedagogista Andrea Canevaro per il suo ultimo saggio dal titolo Il ragazzo selvaggio. Handicap, identità, educazione. 

Temi non nuovi e già più volte trattati, in passato, dallo studioso, professore emerito presso l’Università di Bologna, da molti ritenuto il padre in Italia della cosiddetta pedagogia speciale e da sempre impegnato sul tema dell’inclusione sociale, con particolare attenzione ai temi legati alla disabilità.

Edito da EDB (EDIZIONI DEHONIANE BOLOGNA) Il ragazzo selvaggio è una riflessione a 360° sull’universo dell’handicap, sul ruolo dei medici, degli educatori, delle strutture destinate ai disabili, dei genitori e dei parenti e, naturalmente, di loro, quelli che spesso e volentieri definiamo troppo frettolosamente, e non senza una vena di ipocrisia, handicappati.

Canevaro, in questo saggio di poco meno di 150 pagine, affronta il rapporto esistente fra disabilità, identità ed educazione. Tre ambiti sapientemente sviscerati dal pedagogista che ha come stella polare, in tutto il libro, il tema dell’identità dell’handicappato che, come lo stesso Canevaro sostiene, «esige certamente la possibilità di essere completamente se stesso» opportunità che spesso non viene concessa a quelli che definiamo diversi e questo per supponenza, paura, ignoranza ma anche eccessive certezze.

D’altra parte Marcel Proust, che Canevaro cita nel suo bel saggio, vedeva «nelle identità identificazioni transitorie che di fatto sono il riflesso di convenzioni sociali, immaginazioni personali, pregiudizi razziali, serie, gruppi e nazioni, al cui fondo sta una bêtise, un divenire-animale, tanto più vero quanto più involontario, irriflesso, organico e non psicologico o intellettuale».

Un libro utile per tutti, specie per coloro che non hanno mai avuto un reale contatto con l’universo della disabilità.

Menzione particolare per il capitolo che lo studioso genovese dedica a come un handicappato diventi adulto, quando, cioè, esce dallo stadio giovanile, trovandosi al cospetto del mondo, del futuro. Un passaggio che, spesso, atterrisce i familiari del disabile e comunque tutti coloro che gli gravitano intorno.

Fino a quando, infatti, il disabile è protetto dalla famiglia, la diversità mette meno paura ma quando questi preme per varcare la soglia, per entrare in tutto e per tutto in quello che Canevaro definisce lo “stadio definitivo” allora la disabilità inizia a far paura. Entrare nel mondo adulto significa accostarsi al temuto tema della sessualità, della riproduzione che spaventa spesso più noi “sani.”
«La «capacità di riprodurre» è un fantasma che fa paura ai non handicappati, e li induce a negare a volte i più piccoli indizi di una sessualità che, non riuscendo ad affermarsi, non può neanche proporsi di maturare e divenire adulta».

Attraverso la lettura del Ragazzo selvaggio molti tabù cadono, come foglie spazzate via da una lieve brezza, ma anche molte facili banalità vengono meno e che quel mondo che ci spaventa, perché di fatto lo conosciamo poco, ci può apparire meno distante, perché «la diversità» come ha ricordato il pedagogista francese Henry Wallon «non fa che riflettere, nei suoi vari aspetti, l’identità fondamentale.»

 

Maurizio Carvigno

“Caravaggio, L’anima e il sangue”, nuove date per un grande successo nazionale

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Nexo Digital ha proposto al cinema a febbraio il docufilm su Caravaggio – L’anima e il sangue, con grande successo. Nuove date si aggiungono allora al calendario: appuntamento a marzo.

Dal 19 al 21 febbraio Nexo Digital ha presentato al cinema un viaggio senza precedenti nel mondo e nella vita di Caravaggio, offrendo un’esperienza cinematografica emozionale, inquieta e quasi “tattile” della vita, le opere e i tormenti del grande artista italiano. Caravaggio – L’anima e il sangue è una delle prime produzioni in Italia realizzate in 8K, impreziosita dalla voce di Manuel Agnelli nei panni del protagonista.

Dai creatori di ‘Firenze e gli Uffizi’ e ‘Raffaello, il Principe delle Arti’, prodotto da Sky e Magnitudo Film, Caravaggio è dedicato ad uno degli artisti più controversi e amati al mondo: Michelangelo Merisi.

La mostra di Milano, visitatissima, testimonia di un interesse rinnovato e sempre presente per l’artista. Il docufilm è un viaggio tra le opere (rese benissimo visivamente, quasi in 3D) e i tormenti di Caravaggio, artista geniale e contraddittorio, che più di ogni altro ha raccolto in sé luci e ombre, genio e sregolatezza.

caravaggio anima e sangue

Grazie al film viaggiamo tra i luoghi simbolo della sua vita: Milano, Firenze, Roma, Napoli e Malta. Il film ha ottenuto il Riconoscimento del MIBACT – Direzione Generale Cinema, il Patrocinio del Comune di Milano ed è stato realizzato in collaborazione con Palazzo Reale e con Vatican Media (già Centro Televisivo Vaticano) e con il supporto di Malta, che ancora oggi custodisce dei capolavori di Caravaggio.

La contemporaneità dell’animo di Caravaggio viene restituita nel film da scene fotografiche e simboliche ambientate in un contesto contemporaneo ed essenziale. L’artista e il suo tormento vengono resi in chiave moderna, artistica, ma mai disturbante.

Il documentario d’arte più visto al cinema in Italia

Il film ha portato al cinema, in soli tre giorni di programmazione, quasi 130 mila spettatori, raccogliendo 1.200.000 euro al botteghino. Così, L’anima e il sangue è diventato il documentario d’arte più visto al cinema in Italia. Il risultato è pari a quello di un film d’animazione come Loving Vincent (candidato agli Oscar nella categoria ‘miglior film di animazione’) .

In moltissime sale si è registrato il sold out. Per questo Sky e Nexo Digital hanno annunciato la replica in contemporanea nazionale in programma per il 27 e 28 marzo.

Nel frattempo, vi ricordiamo che il prossimo appuntamento con l’arte al cinema è fissato con Toni Servillo: Hitler contro Picasso e gli altri. L’ossessione nazista per l’arte.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=wSHW6ASSocM]

Valeria Martalò

Nebbiolo nel Cuore a Roma per la V edizione

L’Agenzia Riserva Grande promuove la V edizione dell’Evento dedicato esclusivamente al Nebbiolo nelle sue varie declinazioni.

Dopo il successo delle prime quattro edizioni di Nebbiolo nel Cuore, vogliamo ancora rivolgere la nostra attenzione al Nebbiolo nelle sue più alte espressioni: il Barolo e il Barbaresco, il Roero, il Gattinara e Ghemme, Il Boca e il Lessona, il Bramaterra e il Carema… fino alla Valtellina e alle altre piccole realtà sparse sul nostro territorio. Il nome che abbiamo dato all’evento dimostra chiaramente la forte identità del nobile vitigno.

Banchi di Assaggio, Seminari e Laboratori

L’Evento proposto vuole essere una promozione culturale del Nebbiolo e delle sue terre di elezione. Il territorio italiano del vino che più di ogni altro è legato ai vari terroirs che lo caratterizzano, e che da sempre, è un esempio di come il territorio può e deve essere valorizzato.

Attraverso i banchi di assaggio e i seminari potremo valutare, infatti, la diversa declinazione territoriale. Grande importanza verrà data proprio ai seminari di degustazione (nostro punto di forza), che vogliono approfondire il terroir unico del Nebbiolo. Alle prime edizioni dell’evento abbiamo avuto la partecipazione di circa 450 aderenti tra operatori ed appassionati, nei vari seminari proposti.

PROGRAMMA

Sabato 10 marzo 2018

•ore 14:00 Apertura banchi di assaggio

•ore 16:00 Seminario. Le Zone e i terroirs del nebbiolo delle Langhe. Orizzontale dell’annata 2010 dei maggiori cru provenienti dai diversi territori delle Langhe: Barbaresco, Barolo e Roero. A cura di Marco Cum

•ore 19:00 Chiusura dei banchi di assaggio

•ore 20:30 Cena con i Produttori (adesione libera con prenotazione obbligatoria)

Domenica 11 marzo 2018

•ore 11:00 Apertura banchi di assaggio

•ore 15:00 Seminario. Verticale Storica di Valtellina superiore riserva di Balgera Paolo.

A cura di Marco Cum e Paolo Balgera.

•ore 17:30 Seminario. Nebbiolo a confronto in blind tasting. Comparazione di nebbioli provenienti dai vari territori.

A cura di Andrea Petrini.

•ore 19:00 Chiusura dei banchi di assaggio

I Vini in degustazione:

ALTO PIEMONTE

Castello Conti, Boca

Pietro Cassina, Lessona

Poderi Ai Valloni, Boca

Tenute Sella, Lessona

Tiziano Mazzoni, Ghemme

BAROLO

Anselma Giacomo, Serralunga D’Alba

Aurelio Settimo, La Morra

Batasiolo, La Morra

Borgogno Serio e Battista

Bosco Agostino

Bruna Grimaldi, Grinzane Cavour

Burzi Alberto, La Morra

Cà Brusà, Monforte D’Alba

Cascina Carrà, Monforte D’Alba

Cascina Fontana, Monforte D’Alba

Marengo Mauro, Novello

Mascarello Giuseppe, Castiglione Falletto

Monchiero F.lli, Castiglione Falletto

Morra Diego, Verduno

Poderi Marcarini, La Morra

Raineri, Novello

Rocche Costamagna, La Morra

Rossello, Castiglione Falletto

Palladino, Serralunga D’Alba

Poderi Gianni Gagliardo, La Morra

Sordo Giovanni, Castiglione Falletto

BARBARESCO

Busso Piero, Neive

Manera F.lli, Barbaresco

Marinacci Manuel, Alba

Massimo Penna Viticoltore, Alba

Punset, Neive

Varaldo Rino, Barbaresco

CASTIGLIONE TINELLA

Icardi

SANTO STEFANO BELBO

La Tribuleira

ROERO

Antica Cascina Dei Conti Di Roero, Vezza D’Alba

Cantina Monpissan, Canale

Palazzo Rosso, Alba

VALLE D’AOSTA

Piantagrossa, Donnas

VALTELLINA

Balgera, Chiuro

Gianatti Giorgio, Montagna in Valtellina

Le Strie, Ponte In Valtellina

 

eventi@riservagrande.com

www.riservagrande.com

tel 339.6231232

L’Allegoria della Pittura di Vermeer: analisi dell’opera

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Quante volte avete immaginato di entrare negli atelier dei vostri artisti preferiti per scoprirne i segreti, oppure solamente per osservarli immersi nel loro lavoro. Jan Vermeer con questo suo meraviglioso dipinto offre la possibilità di immergersi nel suo studio permettendoci di realizzare un autentico tuffo nel passato.

L’infuso d’arte di oggi è “L’arte della pittura”, conosciuto anche come “L’allegoria della pittura”, uno dei grandi capolavori di Vermeer, eseguito tra il 1666 ed il 1668 e conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna.

Potete visionarlo qui.

L’artista originario di Delft ci apre le porte del suo studio dandoci l’occasione di osservarlo mentre è immerso nel processo creativo. Un viaggio nella storia dell’arte e nell’Olanda di fine 600 che ci consente di entrare in intimità con il pittore stesso.

Cosa sta succedendo nel dipinto?

Ci troviamo all’interno di una stanza ampia e molto luminosa descritta con estrema cura di particolari con tende sontuose, mobili ed arredi probabilmente di proprietà dello stesso Vermeer. Siamo proprio all’interno della sua casa a Delft.

Particolarmente sullo sfondo notiamo una dettagliata cartina geografica. Quest’ultima è un oggetto ricorrente nella pittura dell’artista olandese, che si dedicò frequentemente alla raffigurazione minuziosa di mappamondi e carte geografiche.

La nostra attenzione è però catturata dalla modella. Questa rivolge lo sguardo timidamente verso il basso, la testa è cinta dalla corona di alloro, mentre tiene un libro nella mano sinistra e una tromba nella destra. Con questi simboli iconografici la fanciulla diventa una rappresentazione allegorica di Clio, musa della poesia epica e della storia.

Ma cos’è che ci fa entrare nell’opera?

La porta dello studio è semiaperta e la bellissima tenda di broccato sembra essere stata scostata appositamente per noi. Ci sentiamo chiamati a entrare, come se lo stesso Vermeer ci avesse invitati nell’intimità del suo lavoro. Non ci resta quindi che oltrepassare la soglia per osservare direttamente con i nostri occhi l’artista immerso nella propria creazione.

Infatti al centro della scena vediamo Vermeer stesso. Si è raffigurato di spalle mentre sta ritraendo una giovane donna che ha tutta l’aria di essere una delle servette di casa travestita apposta per mettersi in posa. Tutto il dipinto è avvolto da un alone di mistero a partire dallo stesso protagonista che non si mostra chiaramente all’osservatore. Noi non possiamo vederlo in faccia, eppure siamo ipnotizzati dalla sua figura che – nonostante sia nascosta frontalmente – ci da tutta l’impressione di essere concentrata nella propria opera.

Vermeer realizza in realtà una messa in scena trasformando il suo stesso studio in una scenografia teatrale in cui sia lui che la ragazza recitano una parte ben precisa. È in questo momento che capiamo il vero soggetto dell’opera, non l’autoritratto del pittore nel suo atelier, ma l’allegoria della pittura.

Due parole sullo stile…

L’aspetto più importante del quadro è sicuramente l’eccezionale qualità della luce, una delle caratteristiche più famose dei quadri di Vermeer.

Ogni lumeggiatura, ogni sfumatura di colore è studiata minuziosamente dal pittore per creare un effetto sorprendente di luce reale che investe l’ambiente raffigurato rendendo la rappresentazione molto più realistica. È proprio questa sua straordinaria capacità di restituire agli occhi una luce visibile e materiale che fece di Vermeer uno degli artisti più apprezzati del suo tempo.

L’artista che ritrae se stesso al lavoro è un tema molto frequente nella pittura del Seicento, basta solo citare “Las Meninas” di Velazquez. In questo caso è però il più talentuoso pittore olandese del Seicento a mostrarci i retroscena del lavoro di un pittore. Questo dipinto rappresenta uno dei più sublimi e poetici capolavori dell’artista olandese, venendo considerato dalla critica come un sorta di testamento artistico dello stesso Vermeer.

Anche per oggi l’Infuso d’arte è terminato. Con questo freddo ne stiamo mettendo in caldo tanti altri per voi per accompagnarvi verso la tanto attesa primavera!

Martina Patrizi

“La Lettera d’amore di Jan Vermeer”: spiegazione del quadro

It’s Your Time: il primo contest per deejay al FIM 2018 è già sold out

In quanto mediapartner del FIM 2018 siamo felici di annunciare che il concorso indetto per premiare il miglior deejay emergente ha già raggiunto il numero massimo di partecipanti. Vi aspettiamo a Milano il 2 giugno per la performance e la premiazione con Federica Minia.

It’s Your Time: il primo contest per deejay al FIM 2018!

L’edizione 2018 del FIM sta bruciando le tappe e sfidando il tempo: non è ancora stato diramato il programma definitivo e ufficiale e It’s Your Time, il primo contest dedicato ai deejay organizzato dal FIM con il supporto di Pioneer DJ e Wimpy Music, ha già raggiunto il numero massimo di partecipanti. Un sold out che rilancia l’interesse e la curiosità verso FIM – Fiera della Musica 2018, in programma a Milano in Piazza Città di Lombardia e Auditorium Testori, per la prima volta a ingresso gratuito, dal 31 maggio al 3 giugno 2018.

Che cos’è It’s Your Time?

Si tratta del primo concorso nazionale di sequenza mixata aperto ai deejay emergenti della scena EDM italiana: It’s Your Time ricerca nuovi talenti tra i deejay italiani e premia il “Miglior Deejay Emergente”, quello che creerà la migliore sequenza mixata dal vivo (composta da almeno cinque pezzi in cinque minuti), durante la serata del 2 giugno in Piazza Città di Lombardia a Milano. Il vincitore riceverà il FIM Award 2018 “Miglior Deejay Emergente”, i primi tre classificati riceveranno i premi messi in palio da Pioneer DJ (cuffie per dj e utili accessori). Non bisogna dimenticare che anche i contest per FIM sono inseriti all’interno di una logica precisa, quella della valorizzazione delle professioni musicali: il mondo dei deejay e del clubbing non è soltanto sinonimo di divertimento poiché coinvolge professionalità e tecnologie diverse, oltre ad avere ricadute economiche e sviluppi artistici di notevole rilevanza, con un ruolo determinante nella filiera della musica, ambiente al quale FIM dedica da sempre il proprio lavoro.

Il 2 giugno dalle 20.00 alle 24.00 si esibiranno trentadue giovani deejay emergenti (tra cui tre “giovanissimi” under 12), con la presentazione di Federica Minia. I partecipanti suoneranno su una consolle Pioneer al top della gamma: Pioneer DJ, marchio leader del settore, è il principale supporter del contest e sarà presente anche tra gli espositori attraverso Wimpy Music, il primo Pioneer DJ Store d’Italia con sede a Milano. L’evento sarà ripreso in streaming e sarà visibile free in chiaro sul sito del FIM e sulla App del FIM. Sono previsti ospiti. Non mancheranno le sorprese.

Synpress44 Ufficio stampa

Tokyo Ghoul, arriva al cinema il live action di uno dei manga più amati

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Nexo Digital ci porta ancora una volta nel mondo e nella cultura giapponesi: questa volta con Tokyo Ghoul, live action del 2017 tratto da uno dei manga più amati e venduti in tutto il mondo.

Al cinema solo il 6 e il 7 marzo 2018, Tokyo Ghoul è un appuntamento da non perdere. Sia che siate appassionati del manga e dell’anime, sia che non sappiate nemmeno di cosa stiamo parlando, il film è un cult da conoscere, se non altro per identificare correttamente i cosplayer quando andiamo a una fiera del fumetto.

Il live action è basato sul popolarissimo manga di Sui Ishida, che ha venduto quasi 30 milioni di copie in tutto il mondo. Tokyo Ghoul è stato anche il ventisettesimo manga più venduto in Giappone nel 2013, ottenendo un successo strepitoso nel resto del mondo.

Il 6 e7 marzo la stagione degli Anime al Cinema di Nexo Digital prosegue dunque con il film Kentaro Hagiwara, che condurrà gli spettatori in una Tokyo contemporanea non troppo dissimile dalla realtà, dove la vita scorre serena nonostante la minaccia dei ghoul. Si tratta di creature simili in tutto e per tutto a noi, ma che non possono nutrirsi di altro che di carne umana.

A metà tra il mondo dei ghoul e quello degli umani

Ken Kaneki, un giovane universitario timido e tranquillo, viene adescato e poi aggredito da una ghoul, Rize. Per un caso, o forse per mano di qualcuno, la caduta di alcune travi d’acciaio travolge lui e la sua carnefice. Ken, in fin di vita e incosciente, viene salvato grazie al trapianto degli organi di Rize e da allora la sua vita cambia totalmente: assumendo le caratteristiche biologiche dei ghoul, diventerà incapace di nutrirsi di cibo normale e ne sperimenta la fame devastanteMezzo umano e mezzo ghoul, Ken si trova tra due mondi, e dovrà decidere presto da che parte stare.

Il live action, prossimamente nei cinema italiani, racconta l’inizio della storia di Ken, che nel manga è raccontata in ben 14 volumetti. La saga annovera anche due serie anime e diversi videogiochi.

Sconsigliamo la visione del film ai deboli di cuore e di stomaco: le scene non lasciano di certo nulla all’immaginazione…

 

Valeria Martalò

Vincitori degli Oscar 2018: quali film vedere?

Il premio Oscar è considerato uno dei più prestigiosi riconoscimenti nel mondo della cinematografia.

Ogni anno film, attori, registi, sceneggiatori e tecnici del mondo della ‘Settima Arte’ vengono nominati per ricevere questa gratificazione. Quella di quest’anno è stata la 90° edizione. Diamo quindi un breve sguardo agli Oscar 2018 per ricapitolare la situazione: nomination annunciate lo scorso 23 gennaio, la sera del 4 marzo sono stati proclamati i vincitori.

Se non avete ancora visto questi film vi lasciamo le nostre recensioni, così potete farvi un’idea!

 

Miglior film
La forma dell’acqua di Guillermo del Toro
Chiamami col tuo nome di Luca Guadagnino
Dunkirk  di Christopher Nolan
Il filo nascosto di Paul Thomas Anderson
Lady Bird di Greta Gerwig
L’ora più buia di Joe Wright
The Post di Steven Spielberg
Scappa – Get Out di Jordan Peele
Tre manifesti a Ebbing, Missouri di Martin McDonagh

 

Migliore regia
Guillermo del Toro per La forma dell’acqua
Paul Thomas Anderson per Il filo nascosto
Greta Gerwig per Lady Bird
Christopher Nolan per Dunkirk
Jordan Peele per Scappa – Get Out

 

Migliore attore protagonista
Gary Oldman per L’ora più buia
Timothée Chalamet per Chiamami col tuo nome
Daniel Day-Lewis per Il filo nascosto
Daniel Kaluuya per Scappa – Get Out
Denzel Washington per Roman J. Israel, Esq.

 

Migliore attrice protagonista
Frances McDormand per Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Sally Hawkins per La forma dell’acqua
Margot Robbie per Tonya
Saoirse Ronan per Lady Bird
Meryl Streep per The Post

 

Migliore attore non protagonista
Sam Rockwell per Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Willem Dafoe per Un sogno chiamato Florida
Woody Harrelson per Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Richard Jenkins per La forma dell’acqua
Christopher Plummer per Tutti i soldi del mondo

 

Migliore attrice non protagonista
Allison Janney per Tonya
Mary J. Blige per Mudbound
Lesley Manville per Il filo nascosto
Laurie Metcalf per Lady Bird
Octavia Spencer per La forma dell’acqua

 

Migliore sceneggiatura originale
Jordan Peele per Scappa – Get Out
Guillermo del Toro e Vanessa Taylor per La forma dell’acqua
Greta Gerwig per Lady Bird
Emily V. Gordon e Kumail Nanjiani – The Big Sick per Il matrimonio si può evitare… l’amore no
Martin McDonagh per Tre manifesti a Ebbing, Missouri

 

Migliore sceneggiatura non originale
James Ivory per Chiamami col tuo nome
Scott Frank, James Mangold e Michael Green per Logan – The Wolverine
Scott Neustadter e Michael H. Weber per The Disaster Artist
Dee Rees e Virgil Williams per Mudbound
Aaron Sorkin per Molly’s Game

 

Miglior film straniero
Una donna fantastica, regia di Sebastián Lelio (Cile)
Corpo e anima, regia di Ildikó Enyedi (Ungheria)
L’insulto, regia di Ziad Doueiri (Libano)
Loveless, regia di Andrej Zvjagincev (Russia)
The Square, regia di Ruben Östlund (Svezia)

 

Miglior film d’animazione
Coco, regia di Lee Unkrich e Adrian Molina
Baby Boss, regia di Tom McGrath
The Breadwinner, regia di Nora Twomey
Ferdinand, regia di Carlos Saldanha
Loving Vincent, regia di Dorota Kobiela e Hugh Welchman

 

Migliore fotografia
Roger A. Deakins per Blade Runner 2049
Bruno Delbonnel per L’ora più buia
Hoyte Van Hoytema per Dunkirk
Rachel Morrison per Mudbound
Dan Laustsen per La forma dell’acqua

 

Miglior montaggio
Lee Smith per Dunkirk
Jon Gregory per Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Paul Machliss e Jonathan Amos per Baby Driver – Il genio della fuga
Tatiana S. Riegel per Tonya
Sidney Wolinsky per La forma dell’acqua

 

Migliore scenografia
Paul D. Austerberry, Shane Vieau e Jeff Melvin per La forma dell’acqua
Nathan Crowley e Gary Fettis per Dunkirk
Dennis Gassner e Alessandra Querzola per Blade Runner 2049
Sarah Greenwood e Katie Spencer per La bella e la bestia
Sarah Greenwood e Katie Spencer per L’ora più buia

 

Migliore colonna sonora
Alexandre Desplat per La forma dell’acqua
Carter Burwell per Tre manifesti a Ebbing, Missouri
Jonny Greenwood per Il filo nascosto
John Williams per Star Wars: Gli ultimi Jedi
Hans Zimmer per Dunkirk

 

Migliore canzone
Remember Me (musica e testi di Kristen Anderson-Lopez e Robert Lopez) – Coco
Mighty River (musica e testi di Mary J. Blige, Raphael Saadiq e Taura Stinson) – Mudbound
Mystery of Love (musica e testi di Sufjan Stevens) – Chiamami col tuo nome
Stand Up For Something (musica di Diane Warren, testi di Diane Warren e Lonnie Lynn) – Marcia per la libertà
This is Me (musica e testi di Benj Pasek e Justin Paul) – The Greatest Showman

 

Migliori effetti speciali
John Nelson, Gerd Nefzer, Paul Lambert e Richard R. Hoover per Blade Runner 2049
Joe Letteri, Daniel Barrett, Dan Lemmon e Joel Whist per The War – Il pianeta delle scimmie
Ben Morris, Mike Mulholland, Neal Scanlan e Chris Corbould per Star Wars: Gli ultimi Jedi
Stephen Rosenbaum, Jeff White, Scott Benza e Mike Meinardus per Kong: Skull Island
Christopher Townsend, Guy Williams, Jonathan Fawkner e Dan Sudick per Guardiani della Galassia Vol. 2

 

Miglior sonoro
Mark Weingarten, Gregg Landaker e Gary A. Rizzo per Dunkirk
Ron Bartlett, Doug Hemphill e Mac Ruth per Blade Runner 2049
Christian Cooke, Brad Zoern e Glen Gauthier per La forma dell’acqua
David Parker, Michael Semanick, Ren Klyce e Stuart Wilson per Star Wars: Gli ultimi Jedi
Julian Slater, Tim Cavagin e Mary H. Ellis per Baby Driver – Il genio della fuga

 

Miglior montaggio sonoro
Richard King e Alex Gibson per Dunkirk
Mark Mangini e Theo Green per Blade Runner 2049
Nathan Robitaille e Nelson Ferreira per La forma dell’acqua
Julian Slater per Baby Driver – Il genio della fuga
Matthew Wood e Ren Klyce per Star Wars: Gli ultimi Jedi

 

Migliori costumi
Mark Bridges per Il filo nascosto
Consolata Boyle per Vittoria e Abdul
Jacqueline Durran per La bella e la bestia
Jacqueline Durran per L’ora più buia
Luis Sequeira per La forma dell’acqua

 

Miglior trucco e acconciatura
Kazuhiro Tsuji, David Malinowski e Lucy Sibbick per L’ora più buia
Daniel Phillips e Lou Sheppard per Vittoria e Abdul
Arjen Tuiten per Wonder

 

Miglior documentario
Icarus, regia di Bryan Fogel
Abacus: Small Enough to Jail, regia di Steve James
Last Man in Aleppo, regia di Firas Fayyad
Strong Island, regia di Yance Ford
Visages Villages, regia di Agnès Varda e JR

 

Miglior cortometraggio documentario
Heaven is a Traffic Jam on the 405, regia di Frank Stiefel
Edith+Eddie, regia di Laura Checkoway e Thomas Lee Wright
Heroin(e), regia di Elaine McMillion Sheldon e Kerrin Sheldon
Knife Skills, regia di Thomas Lennon
Traffic Stop, regia di Kate Davis e David Heilbroner

 

Miglior cortometraggio
The Silent Child, regia di Chris Overton e Rachel Shenton
DeKalb Elementary, regia di Reed Van Dyk
The Eleven o’Clock, regia di Derin Seale e Josh Lawson
My Nephew Emmett, regia di Kevin Wilson, Jr.
Watu Wote/All of Us, regia di Katja Benrath e Tobias Rosen

 

Miglior cortometraggio d’animazione
Dear Basketball, regia di Glen Keane e Kobe Bryant
Garden Party, regia di Victor Caire e Gabriel Grapperon
Lou, regia di Dave Mullins e Dana Murray
Negative Space, regia di Max Portner e Ru Kuwahata
Revolting Rhymes, regia di Jakob Schuh e Jan Lachauer

 

Redazione Culturamente

“I sotterranei di Notre Dame”, un thriller raccontato da una storica

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Un grande thriller scritto da una storica di valore che al medioevo ha dedicato anni di studio.

Una trama avvincente fra personaggi imparati sui libri di scuola e che ora rivivono in un romanzo che si legge davvero d’un fiato. Un medico infallibile e misterioso, Arnaldo il Catalano che possiede qualcosa da cui dipende la salvezza della Francia. Un bandito, forse non del tutto umano, perché ha in corpo la rabbia di un dannato e la sua faccia appartiene al regno delle ombre. Un re, Filippo IV di Francia, detto il Bello ma anche l’Alfiere di Cristo. L’atleta della fede, l’uomo più potente al mondo, nipote di Luigi IX, il re santo.

Ma anche una bella e affascinante regina, Giovanna di Navarra, sempre più costretta nelle maglie di un ruolo pubblico e secondario, stanca di essere sottomessa all’interminabile ridda di obblighi, cerimonie, scadenze, vili compromessi e umilianti controlli. E, infine, il sommo poeta, si proprio lui, Durante di Alaghiero Alaghieri, meglio noto come Dante Alighieri.

Sono solo alcuni dei tanti riuscitissimi personaggi che animano I sotterranei di Notre Dame, edito da Newton Compton, e scritto da Barbara Frale, una delle nostre migliori storiche autrice di saggi di rilevanza, molti dei quali legati al mondo dei Templari, al mistero della Sindone ma anche a Celestino V, il papa del gran rifiuto, la cui vicenda è stata ricostruita dalla Frale in un fortunato saggio per i tipi della Utet prefato da Franco Cardini, con cui ha proficuamente collaborato come consulente storica, per la serie I Medici. Master of Florence di recente trasmessa dalla RAI.

Per la Frale non si tratta di un esordio.

Già in passato, infatti, si era cimentata con il mondo della narrativa. Ha scritto apprezzati romanzi come La lingua segreta degli Dei, edito da Mondadori. Qui si narrano le avvincenti peripezie legate alla ricerca di un tesoro inestimabile di cui si parla in un antico papiro.
Parigi, anno domini 1301. Nella più grande metropoli d’Europa, dove i contrasti sono stridenti, si celano segreti irriferibili, sedimentati nei sotterranei della più misteriosa fra tutte le chiese: Notre-Dame.

Cosa si nasconde nell’ipogeo di quella cattedrale che secoli dopo Victor Hugo eternò per sempre nel suo romanzo più bello? Perché è così importante che il cerusico Arnaldo il Catalano, che ha vaticinato che dai sotterranei di Notre Dame l’Anticristo invaderà la terra, torni quanto prima a Parigi? Che ruolo riveste Dante Alighieri, che in quei turbinosi anni sta perfezionando il suo capolavoro, la Divina Commedia? È davvero a rischio la monarchia francese, minacciata dalle sottili trame del demonio?

Domande che si affollano sullo sfondo di un Europa segnata dalla lotta senza tregua fra poteri.

Da una parte la chiesa, rappresentata dall’ambizioso papa Bonifacio VIII e dall’altra la Francia, guidata dal serafico e taumaturgico Filippo IV, protagonisti di confitto che toccherà vette imprevedibili come nel famoso schiaffo di Anagni.

In un periodo in cui medicina e alchimia si confondono, sapere e superstizione si scontrano, si snoda la trama straordinariamente avvincente de I sotterranei di Notre dame, un romanzo scritto con il rigore della storia ma anche con la fervida fantasia tipica della narrativa, con continui colpi di scena, senza eccessi di banalità o inopportune cadute di stile.

La Frale ci porta con mano ferma per le vie dei sobborghi di Parigi. Tra file «di case lunghe e striminzite, cresciute l’una a ridosso dell’altra come brutte sorelle» e nel cuore della città, sull’isola della Senna, dove si staglia potente e misteriosa la grande cattedrale, fra strade eleganti su cui si affacciano belle case, abbellite da dettagli in pietra chiara. Ma la Frale ci conduce anche a Roma, alla corte dell’ambizioso pontefice Bonifacio VIII; e a Firenze, la città dei Medici, in un viaggio nel medioevo che non delude mai il lettore, attraverso una efficace caratterizzazione dei diversi personaggi che si muovono fra fantasia e realtà.

Un libro che, per usare le parole del grande Umberto Eco, si legge davvero di gusto.

I sotterranei di Notre Dame rappresenta un riuscito tentativo di raccontare la storia attraverso gli strumenti della fantasia, il sogno inconscio di ogni storico.

 

Maurizio Carvigno

Le opere d’arte viventi di Liliana Di Marco

Avete mai visto una musa in carne e ossa? La fotografa Liliana Di Marco ha deciso di omaggiare la bellezza femminile immortalando donne reali in pose artistiche ispirate ai grandi quadri della storia dell’arte. Cinquanta modelle per cinquanta scatti, questo il progetto “Women in Art – Donne nell’Arte“.

Quante donne abbiamo osservato sulle pareti dei musei e sui libri di storia dell’arte chiedendoci se il pittore avesse davvero colto l’anima della sua modella? La Gioconda, La Dama con l’Ermellino, La Ragazza con l’orecchino di perla. Sono solo alcuni dei più famosi ritratti di donne, ma la bellezza femminile è da secoli musa ispiratrice del genio artistico.

In questo frangente, se di recente l’attenzione si è concentrata sulla rivalutazione delle artiste dimenticate dalla Storia, si rivela altrettanto interessante chi tenta di riscattare il ruolo di musa, arricchendolo di nuove sfumature. Liliana Di Marco, fotografa dall’animo eclettico e cosmopolita, ha deciso di dare nuova luce alle schiera delle muse che popolano l’immaginario comune fotografando donne reali in pose che ricordano quadri famosi. Un’esaltazione della forma femminile, privata degli standard e dell’omologazione di cui spesso oggi è vittima nella fotografia commerciale.

Afferma Liliana:

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]È alla forma della donna che l’artista consegna il giudizio estetico dell’arte. Citando Botero “credo che il volume sia una forma per esprimere la sensualità”. Attraverso forme e volume vorrei esprimere un’emozione: il progetto fotografico Donne nell’Arte vuole dare nuova luce a questa femminilità preziosa e sensuale.[/dt_quote]

In alcuni casi è stato il quadro a scegliere la musa, in altri le modelle hanno avanzato le loro proposte, suggerendo ritratti e artisti di loro gradimento. Liliana ha scovato le sue modelle nel mondo curvy grazie ad un casting per il calendario di Beautifulcurvy. Tutte hanno posato a titolo gratuito, partecipando a questo magnifico lavoro corale.

Dietro gli scatti di Women in Art c’è un attento studio dell’opera d’arte originale, dalla storia alla composizione, a cui si aggiunge un intenso lavoro per abiti, make up e setting:

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Tutto viene realizzato artigianalmente dalle sarte specializzate in abiti d’epoca, che hanno creato i vestiti su misura (Maria Rosa Spina e Claudia Cardona), dalla bravissima Mua del Progetto Silvia Gerzeli e dalle altre collaboratrici che hanno studiato make up e acconciature, dando un tocco “contemporaneo” per assecondare la mia personale visione. Le modelle hanno posato su precise indicazioni: tutto era studiato nel dettaglio, anche il movimento di un mignolo, con l’aiuto di assistenti fotografi, come Lele Tetto, e dei tecnici per creare le luci giuste per delle opere d’arte.  Infine c’è la post-produzione, dove sono stata affiancata da professionisti del settore per la parte più tecnica.[/dt_quote]

Attualmente Liliana sta stampando le sue opere. La sua speranza è quella di pubblicare un libro fotografico e di realizzare entro la prossima primavera la prima mostra a Roma, per poi portarla in altre città d’Italia e del mondo.

Un “progetto ambizioso” lo definisce la fotografa, che si è emozionata alla vista delle sue “amate opere d’arte viventi”.

Si sente così l’artista che emula con gli strumenti moderni il genio del passato, regalando a capolavori senza tempo inedite interpretazioni e suggestioni.

Alessia Pizzi

 [dt_quote type=”blockquote” font_size=”big” animation=”none” background=”plain”]

Credits:
Foto Lily Di Marco
Ass. ph.Emanuele Tetto
Models:  Klea Kapi, Alice Adorni, Aura Del Frate, Raffaella Cremonesi, Valeria Verrico, Daniela Cannucciari, Laura Bonfanti, Dianina Bernardo
Mua: Silvia Gerzeli , ass. Mua Ilaria Girolami
Post Produzione: Effetti Visivi di Pietro Piacenti
Sartoria Maria Rosa Spina

[/dt_quote]

“Se il tempo fosse un gambero”, al Teatro Albertino si ride di gusto

Confrontarsi con un classico della commedia teatrale musicale italiana non è semplice, specie quando questa si chiama Se il tempo fosse un gambero, ma la Compagnia del Teatro Albertino ci è riuscita e perfettamente.

Nata diversi anni fa da un’idea di Giancarlo Monaco, con lo scopo di aggregare intorno alla magia del teatro ragazzi e ragazze, la Compagnia del Teatro Albertino, composta da attori non professionisti è, nel corso del tempo, cresciuta in numero e successi, portando in scena ogni volta spettacoli sempre più belli. Da Sister Act a Sette spose per Sette fratelli, passando per il bellissimo Aggiungi un posto a Tavola  e molti altri.

Quest’anno è stata la volta di Se il tempo fosse un gambero, la fortunata commedia musicale che debuttò al Sistina di Roma il 23 dicembre 1986, con nel cast, oltre a uno strepitoso Enrico Montesano, anche una bravissima e debuttante Nancy Brilly.
In scena al Teatro Albertino di Roma dal 9 febbraio scorso, Se il tempo fosse un gambero, diretto da Giancarlo Monaco, è stato un autentico successo, confermato da oltre mille spettatori, che hanno riempito il piccolo teatro romano per dieci repliche consecutive.

La trama della commedia, scritta da Iaia Fiastri e Bernardino Zapponi, su soggetto di Pietro Garinei, è piuttosto nota. Un maldestro diavolo, che deve assolutamente riscattarsi difronte a Satana per una carriera diabolica non proprio fra le migliori, adesca con l’inganno un’ignara e docile vecchina, l’ottantenne e nubile Adelina che, proprio il giorno del suo compleanno, ha espresso il desiderio di tornare indietro nel tempo. Adelina vorrebbe tornare al 1958, nella versione originale è il 1928, per poter riconquistare il principe polacco Amedeo Poniatowskij, le cui avance, a quel tempo, aveva respinto con sonori schiaffoni. Il diavolo riporta indietro Adelina in cambio della sua anima, ma qualcosa nei disegni diabolici non va proprio per il verso giusto e l’amore, alla fine, ci metterà fatalmente lo zampino.

Lo spettacolo fin dal suo musicalissimo incipit è godibilissimo.

Bellissime le scenografie che ricostruiscono un Roma popolana, così come i riuscitissimi costumi, senza dimenticare le canzoni perfettamente cantate, tutte rigorosamente dal vivo e i numerosi balletti che animano la scena.

Nota di merito, poi, per tutti gli attori, nessuno escluso, che calcano il palcoscenico per oltre due ore facendo ridere e di gusto il pubblico in sala.

Proprio il divertimento degli spettatori è il premio migliore per lo sforzo di tutti coloro che hanno preso parte a uno spettacolo non semplice da portare in scena e che ha visto l’intero gruppo impegnato dallo scorso ottobre con prove sempre più serrate, nonostante impegni familiari, lavorativi e personali.

Recitare e cantare al tempo stesso non è affatto semplice, specie per chi non lo fa per professione, ma il risultato finale è certamente fra i migliori.
Ciò che emerge, vedendo Se il tempo fosse un gambero, è il perfetto connubio che anima tutti i componenti della compagnia, il segreto del teatro, specie quello amatoriale.

Come nelle migliori favole anche per la Compagnia del Teatro Albertino è arrivato, dulcis in fundo, la sorpresa finale.

Domenica 25 febbraio, in occasione dell’ultima replica dello spettacolo, ad applaudire in sala i ragazzi della compagnia c’era uno spettatore d’eccezione: Enzo Garinei. L’attore e noto doppiatore ma anche fratello di Pietro che nel 1986 firmò la regia di Se il tempo fosse un gambero, al termine del musical si è voluto complimentare con tutti i membri della compagnia per l’ottima riuscita di una pietra miliare della commedia musicale italiana.

 

Maurizio Carvigno

Intervista a Tommaso Cerasuolo, voce dei Perturbazione

Sette album all’attivo, centinaia di concerti e tante tante parole preziose usate come mezzo di comunicazione.

I Perturbazione sono una band che non necessita di presentazioni. Nati a Rivoli agli inizi degli anni ’90, sono un gruppo in continua evoluzione sonora e che mette la qualità del proprio lavoro al centro di tutto. Ascoltando i loro dischi uno dietro l’altro vi sembrerà di entrare nelle loro storie. Canzoni davanti allo specchio, suonate pianissimo/fortissimo che raccontano anche del nostro tempo rubato. Gioco con i titoli dei loro album per presentarli e magari incuriosirvi se non li conoscete.

I tantissimi live in giro per l’Italia, le loro collaborazioni artistiche e il continuo mettersi alla prova in ambiti artistici oltre la musica, fanno di loro una delle band più “complete” nel nostro paese.

Tommaso Cerasuolo, con la solita gentilezza che lo contraddistingue, ha accettato di rispondere ad alcune domande. Ne è nata questa bella chiacchierata tra passato, presente e futuro.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=lpFxmTvpJrM]

Perturbazione: quasi 30 anni sopra e sotto i palchi. Cosa significa per te?

Beh dai, messa così fa impressione! Nel senso che quando abbiamo inventato il gruppo negli ultimi anni del liceo non sapevamo proprio suonare niente, ma proprio niente! C’è voluta la prima quindicina d’anni per trovare il nostro suono, in effetti… Comunque credo che la risposta sia: non lo so, non so cosa significhi per me esattamente, ci sono troppe emozioni diverse concentrate nella nostra storia, non riesco a trovare una risposta sola. Forse questo è il mistero che ci permette di continuare.

Il vostro gruppo da fuori è sempre sembrata una famiglia. Come tale ha dovuto passare dei momenti difficili tra cui due importanti abbandoni. Come si superano?

Non si superano, immagino… Più o meno la regola è: hai avuto tutto il tempo di capire che quel momento sarebbe arrivato, a noi non è mai capitato che qualcuno di punto in bianco se ne andasse, le separazioni sono state anche più di due. Nonostante i forti legami, nei gruppi succede, gli anni cambiano equilibri ed energie, di solito ci si compensa a vicenda, qualche volta ci si stanca al punto tale che si capisce che la cosa migliore è andarsene per strade separate. Dopo è meglio, anche se la strada per arrivarci è faticosa. Comunque chi è stato con te in un rapporto artistico così lungo, anche se non suoni più insieme, te lo porti dentro, che ti piaccia o no, più o meno come con l’amore. Ecco perché scrivo che certe cose non è questione di superarle, semplicemente accadono.

Avete pubblicato sette album in studio. Ognuno di loro “ferma” un periodo come una fotografia. La prossima che foto sarà?

Una foto sul disincanto e sul suo contrario.

È da poco finito Sanremo. Voi siete stati grandi protagonisti nel 2014 con il brano “l’unica”. Sesto posto e premio sala stampa. Che esperienza è stata?

Forte, elettrizzante, ubriacante: arrivarci come un gruppo per noi è stato come la gita delle medie. Ci siamo divertiti molto, nonostante lo stress e un po’ di fifa: poi la canzone è andata avanti da sola, noi siamo rimasti a guardarla dalla banchina del treno facendo ‘ciao’ con la manina. Vogliamo molto bene a ‘L’Unica’, ma ho la sensazione che riguardo al mezzo televisivo, noi semplicemente non buchiamo. Non fraintendermi, abbiamo i nostri talenti. Ma la faccia da schiaffi televisiva non è uno di quelli.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=BO-62OJATiU]

Sanremo è una kermesse che fa sempre discutere. Solitamente un po’ di tutto ma quest’anno è riuscita a far parlare nuovamente di musica grazie a Claudio Baglioni. Quali sono state le vostre impressioni?

Un Festival piacevole, anche se in realtà a me non importa troppo che Sanremo sia ‘bello’, anzi, un po’ lo guardiamo per affacciarci tutti su uno strano rito italiano che ci mette di fronte molto spesso al peggio di noi, qualche volta al meglio. Quest’anno c’erano diverse canzoni buone, e questo è già un buon risultato.

Agosto resta una delle vostre canzoni più famose. Tra i vostri brani qual è quello che ancora oggi ti emoziona?

Sono molti, difficile stilare una lista. ‘Agosto’ non ci stanca mai, è sempre un’esperienza empatica cantarla in pubblico. Amo molto cantare dal vivo la canzone che dà il titolo al nostro ultimo disco: ‘Le storie che ci raccontiamo’. Mi piace sempre cantare ‘I baci vietati’. In generale, cambiare la scaletta man mano nei tour e riscoprire qualche vecchia canzone che non canti da un po’ è sempre un piacere. Ma alcune appassiscono col tempo, è strano, secondo me quando fai un disco hai bisogno di farlo in quel modo lì, ma mica capisci tutto bene, tante cose non ti sono ancora chiare, le capirai solo col tempo, e anche coll’energia che certe canzoni sono in grado di sprigionare dal vivo, o al contrario di ‘smontarsi’, come un soufflé venuto male. E’ una cosa magica, la musica, nel senso proprio del mistero, credo, è un po’ come la fede, per me.

Trentenni è un brano estremamente significativo. Io ho la certezza che le donne siano al centro del processo creativo nel pensiero “maschile” in qualsiasi arte. La tua musa è?

Non ce n’è una sola, direi che ‘L’Unica’ è molto onesta come dichiarazione, in questo senso. Ma concordo con te: le creature di sesso femminile sono quasi sempre al centro del mio pensiero, c’è poco da fare!

Musica X è stato un album che ha segnato un cambiamento di stile. È stato un passaggio naturale?

Per me lo è stato: arrivavamo da un disco nato da tantissime direzioni artistiche diverse, molto eterogeneo nella sua natura, ‘Del nostro tempo rubato’ era proprio la nostra macedonia mista, così alla fine di quei due anni di tour dopo i tre che c’erano voluti per scriverlo e registrarlo, era chiaro che avessimo voglia di imboccare una direzione precisa rispetto alle molteplici che avevamo solo abbozzato in ‘DNTR’: così l’idea di suono che era in nuce in ‘Istruzioni per l’uso’ o ‘Cimiterotica’ è stata quella che più ci incuriosiva ed elettrizzava, il resto è venuto da sé.
Mi piace anche molto la corrispondenza tra uno dei temi narrativi più importanti del disco, ovvero l’omologazione, è il suono dei Perturbazione che da suonato ed elettro acustico si faceva più elettronico, campionato, in un certo senso come l’omologazione di se stesso.

Musica, cinema e teatro. Che esperienza è stata Dracula – Rock Shadow Opera?

Gotica! A parte le battute, molto divertente, a tratti estenuante per me che recitavo pure, anche se la mia formazione teatrale è quanto di più dilettantesco si possa immaginare,e tuttavia il palco lo conosciamo e c’erano le canzoni, quindi mi son fatto coraggio e sono stato molto aiutato. A livello musicale, scrivere per altre forme di espressione artistica, contaminarsi, è un lavoro che arricchisce tantissimo, si imparano un mucchio di cose nuove, sulla tua capacità espressiva, sui registri, sia narrativi che tecnici…

Siamo arrivati alla fine di questa intervista. Ti va di lasciarci con una news?

Stiamo lavorando con la dovuta cura a un nuovo disco, abbiamo già scritto molte canzoni e abbiamo un’idea precisa del suono, di come vogliamo produrlo, dei temi narrativi che tratterà e del modo in cui vorremmo poi metterlo in scena.
Dobbiamo ancora capire con chi riusciremo a lavorarlo, etichetta, comunicazione, ecc, lungo travaglio, questa parte (non siamo più con Mescal dall’autunno del 2016), quindi con un po’ di fortuna speriamo di uscire in autunno, chissà, tutto da capire, altrimenti con l’inizio del 2019.
Bonne chance, come dicono i cugini qui oltre le Alpi.

Bonne chance a voi da parte nostra allora. Con la certezza che i Perturbazione saranno ancora a lungo “le storie che ci raccontiamo”.

 

Emiliano Gambelli

DOIT Festival: il Teatro OFF sboccia con la primavera romana

Il DOIT Festival | Drammaturgie Oltre il Teatro che intraprende una nuova sfida all’interno del panorama teatrale romano, da giovedì 15 marzo e fino al 27 marzo e dal 3 al 15 aprile 2018 presso l’Ar.Ma Teatro di Roma.

Per noi di CulturaMente non è Primavera finché non inizia il DOIT festival: Teatro di narrazione e di impegno civile, drammaturgie originali, anteprime nazionali, adattamenti teatrali di racconti e fiabe della letteratura italiana e internazionale, performance multi-lingue e spettacoli che gettano uno sguardo profondo, e a tratti dissacrante, su temi esistenziali e sociali della quotidianità e della nostra Storia.

Arrivati alla quarta edizione, non possiamo che essere felici di partecipare ancora una volta in veste di mediapartner, presenziando anche come giuria al concorso di drammaturgia contemporanea L’ARTIGOGOLO, il #teatrodaleggere.

Autoprodotto dall’Associazione culturale ChiPiùNeArt, senza finanziamenti, il festival è ideato e curato da Angela Telesca e Cecilia Bernabei per promuovere nuovi drammaturghi e compagnie indipendenti provenienti da tutta Italia, intercettare proposte creative di qualità nelle realtà “periferiche” che trovano sempre meno luoghi di accoglienza e valorizzare la simbiosi tra messinscena e scrittura per il teatro.

In programma una proposta, non solo teatrale, ma più ampiamente culturale e letteraria con otto spettacoli in concorso, tre eventi fuori concorso, incontri con le compagnie aperti al pubblico e alla critica e presentazioni editoriali dei testi vincitori dell’ARTIGOGOLO 2017 e del DOIT Festival 2017, editi dalla ChiPiùNeArt Edizioni, all’interno della collana teatrale Le Nebulose.

Ogni sera al pubblico sarà proposta un’occasione di confronto con la critica e le compagnie durante i dibattiti dopo lo spettacolo e ciascuno spettatore potrà esprimere un giudizio insieme alla giuria di esperti. Particolare riguardo è assegnato ai giovani spettatori ai quali sono riservati abbonamenti ridotti e la possibilità di entrare a far parte della Giuria Giovane, che decreterà un premio speciale assegnato ad uno degli spettacoli in concorso.

Di seguito il programma completo. Noi ci saremo, e voi?

15-16 marzo | ore 20.45

QUESTA È CASA MIA

drammaturgia | regia Alessandro Blasioli

con Alessandro Blasioli

supervisione artistica Giancarlo Fares

disegno luci Viviana Simone

scene Alessandro Blasioli, Andrea Frau

Miglior Interprete Maschile Premio NUOVOImaie – Festival Dominio Pubblico, Roma – 2017

Miglior Corto teatrale – Festival Inventaria, Roma – 2016

Mediante la tecnica del Teatro di Narrazione e l’utilizzo di una scenografia scarna sono raccontati, attraverso gli occhi del giovane Paolo, i momenti successivi al sisma dell’Aquila e le scelte dello Stato per farvi fronte: gli hotel della costa, le tendopoli ed il progetto C.A.S.E., il Movimento delle Carriole, le New Town. Un punto di vista nuovo che avvicina il pubblico alla realtà aquilana, evidente vittima dell’inefficienza della macchina statale, prima ancora che della Natura.

Uno spettacolo di Alessandro Blasioli | ABRUZZO

17 marzo ore 20.45 | 18 marzo ore 17.30 | EVENTO OSPITE

REGINE SORELLE

drammaturgia | regia Mirko di Martino

con Titti Nuzzolese

Un monologo di teatro brillante che racconta le vite parallele di Maria Antonietta e Maria Carolina d’Asburgo utilizzando una chiave pop, moderna e colorata, divertente e giocosa, con un pizzico di nostalgia per un mondo irrimediabilmente scomparso. Il destino regale attendeva le due giovanissime sorelle. Due figure di donne eccezionali che scoprirono troppo tardi il vero significato del loro ruolo di regine. Intorno ad esse si muove una folla numerosissima di personaggi pittoreschi e intriganti, famosi e sconosciuti.

Produzione Teatro dell’Osso | CAMPANIA

20-21 marzo | ore 20.45

STAND BY ME. NOTTI D’AGOSTO

drammaturgia | regia Flavia Martino

con Gabriele Namio, Alessandra Barbonetti

Luca e Alice si conoscono da sempre: sono andati a scuola insieme e anche adesso condividono lo stesso gruppo di amici, il loro tempo libero, i loro pomeriggi fuori dagli impegni di lavoro e di studio, anche nelle calde notti d’agosto, quando la città apparentemente è vuota. Poi accade l’inaspettato e i due, per mettersi in salvo, sono costretti a nascondersi in una cantina e attendere che il peggio passi. Ma non sempre il peggio è quello che pensiamo.

Produzione Associazione Culturale Pensagramma | LAZIO

22-23 marzo | ore 20.45

APLOD

il video di un gattino puccioso può cambiarti la vita

drammaturgia Rodolfo Ciulla

con Federico Antonello, Michele Fedele, Matteo Giacotto, Giacomo Vigentini

regia collettiva Rodolfo Ciulla, Michele Fedele, Matteo Giacotto, Giacomo Vigentini

voce Dalila Reas

disegno luci Giuseppe Musmarra

scenografie | costumi Sara Scodro

La Poa Officina Creativa

Spettacolo vincitore del bando “Giovani Direzioni 2017” del Centro Teatrale MaMiMò

Teatro dell’Orologio di Reggio Emilia

Spettacolo vincitore “Inserire titolo” promosso da OfmCompany di San Mauro Torinese

Come è possibile che nella società attuale l’aspirazione ad essere uno Youtuber sia diventata un’alternativa così allettante? Realizzare video è davvero il metodo più efficace per fare carriera e ottenere una stabilità economica? Il protagonista di Aplod viene licenziato e, spinto dal peso delle bollette e dell’affitto da pagare e stufo di vivere una vita quasi ai margini della società, decide di aprire un’associazione criminale dedita a produrre video pirata da caricare in rete per ricavarne un mucchio di quattrini.

Produzione Fartagnan Teatro | EMILIA ROMAGNA

24 marzo ore 20.45 | 25 marzo ore 17.30 | EVENTO OSPITE

ALFREDINO | L’ITALIA IN FONDO A UN POZZO

drammaturgia Fabio Banfo

con Fabio Banfo

regia Serena Piazza

Vincitore del DOIT Festival 2017: la nostra recensione

Menzione speciale Migliore Drammaturgia DOIT Festival 2017

Spettacolo e presentazione del volume Alfredino. L’Italia in fondo a un pozzo edito da ChiPiùNeArt

Lo spettacolo è il racconto della tragica vicenda del piccolo Alfredo Rampi, precipitato a trentasei metri di profondità nel pozzo di Vermicino, e dei tentativi di salvarlo nelle trentasei ore successive. Una storia che ha sconvolto il paese nel 1981, con la prima diretta no-stop a coprire un caso di cronaca, un evento mediatico che doveva documentare una storia a lieto fine e che si è trasformato in uno shock collettivo nazionale. Una storia fatta di improvvisazione, coraggio, cialtroneria, conflitti tra poteri.

Produzione Effetto Morgana | LOMBARDIA

26-27 marzo | ore 20.45

I RAN AND GOT TIRED

ispirato all’opera di Daniil Charms

regia Magnus Errboe

con Vita Malahova, Aude Lorrillard

Musiche Alberto Barberis, Aude Lorrillard

Spettacolo multi-lingua che porta alla luce la lotta di un artista e l’assoluta necessità di combattere per le proprie convinzioni. I Patom Theatre crea un mondo poetico attraverso l’espressione fisica, la musica e le intense immagini. Grazie ai due personaggi sconcertanti e surreali, la figura del Poeta e della Donna – musa, ombra, amore?- I Ran and Got Tired mette in mostra l’assurdità dell’esistenza di quest’autore e la tragedia della sua condizione: quella di un artista che si è sempre scontrato contro il potere e la censura, senza rassegnarsi mai.

Una produzione I Patom Theatre | PIEMONTE

03-04 aprile | ore 20.45

LE CITTÀ INVISIBILI

regia Ivan Vincenzo Cozzi

drammaturgia Isabella Moroni

con Alessandro Vantini, Roberta Lionetti, Brunella Petrini, Mariachiara Vigoriti

musiche originali Tito Rinesi

scenografie Cristiano Cascelli

costumi Marco Berrettoni Carrara con il supporto dell’atelier di Marina Sciarelli

disegno luci | suono Nino Mallia

Sonorità evocative, rumori di mercato e di carovane, cori classici e armonie contemporanee accompagnano le città e i dialoghi fra Marco Polo e Kublai Kan che s’attardano fra segreti, iperboli, prospettive ingannevoli, mentre attorno prende forma qualcosa di nuovo, la città perfetta. Il viaggiatore veneziano è interpretato da tre donne che rappresentano tre età, tre fasi della vita, tre provenienze, a loro volta mescolate dalle tappe dei loro viaggi interiori e fisici.

Produzione Argillateatri | LAZIO

05-06 aprile | ore 20.45

DOMANI I GIORNALI NON USCIRANNO

breve dramma per aeroporti

drammaturgia Veronica Raimo

regia Emilio Barone | Massimiliano Ferrari

con Alessandra Chieli

visuals Elisabeth Mladenov

musiche originali Toni Virgillito

La nostra recensione

Una donna ha appena perso la coincidenza per il suo volo e non sa quando potrà imbarcarsi sul prossimo. Sono mesi che si sta preparando a questa partenza: vuole essere perfetta per raggiungere l’uomo che la sta aspettando. Si troverà di fronte a elefanti nella stanza, gatti di Schrödinger, astinenza da nicotina e ai migliori dubbi della sua vita. Nell’infinito tempo dell’attesa avrà finalmente modo di perdere tutto ciò che l’ha portata fin lì, a cominciare dalla sua perfezione.

Coproduzione Compagnia Barone Chieli Ferrari -Teatro Studio Uno | LAZIO

07 aprile ore 20.45 | 08 aprile ore 17.30 | EVENTO OSPITE

RANCORERABBIA

primo movimento: vivisezione

Drammaturgia | regia Sofia Bolognini

musiche Dario Costa

coreografia | danzatore | performer Antonio Bissiri

Premio L’Artigogolo 2017 – sezione Drammaturghi in Azione

Spettacolo e presentazione del volume RancoreRabbia edito da ChiPiùNeArt S.r.l.s.

Si tratta di un primo studio, un lavoro sul Rancore come movimento che sprofonda, come limite che pesa sugli organi interni, un’impotenza generazionale che diventa autolesionismo. È un viaggio nella metropoli popolata di animali metafisici, la lotta senza eroi che si combatte negli inferi con la speranza di rievocare il fantasma – o lo zombie – della Rivoluzione. È il tentativo di raccontare questo viaggio attraverso una grammatica mista, la danza con la musica che decostruiscono la parola, o meglio agiscono su di essa chirurgicamente, sezionando e vivisezionando nel tentativo di scoprire dove conduce realmente.

Produzione bologninicosta | LAZIO

10-11 aprile | ore 20.45

TI SI MOJ ZIVOT

Tu sei la mia vita

drammaturgia | regia Alessandro Veronese

con Alessandro Veronese

Ti si moj zivot è il racconto di una guerra. Una guerra che si è combattuta pochi anni fa, vicinissima nel tempo e nello spazio. Una guerra atroce, che ha visto fratelli uccidere fratelli, frantumando l’unità di una nazione, frantumando vite, sogni, speranze. Durante la narrazione si incontrano personaggi differenti che sono rimasti schiacciati sotto il peso delle macerie, strutturali e morali, senza davvero capire cosa stesse accadendo. Sullo sfondo, quasi in controluce, le Olimpiadi invernali di Sarajevo del 1984 e i mondiali di calcio del 1990.

Produzione Fenice dei Rifiuti | LOMBARDIA

12-13 aprile | ore 20.45

TÁLIA SI È ADDORMENTATA

regia Francesco Petti

con Cinzia Antifona, Valentina Greco, Francesca Pica

musiche Francesco Petti

scene e costumi Domenico Latronico

Il lavoro è incentrato su una delle versioni più antiche de La bella addormentata che ne Lo cunto de li cunti, da cui lo spettacolo è tratto, è intitolata Sole, Luna e Tàlia. Nella messa in scena vi è un continuo scambio di ruoli tra le tre attrici, un meccanismo da giostra, un espediente teatrale che cela il compito più profondo della fiaba e del teatro ovvero di essere uno specchio per chi legge, ascolta, guarda, viaggiando tra figure misteriose, fosche peripezie, storie d’amore, loschi tranelli e buffi servitori.

Produzione PolisPapin e Ygramul Teatro | LAZIO

14 aprile | ore 18.00 | ingresso libero

APERITIVO CON L’EDITORE

Presentazione del volume Marmellata d’arance di Anna e Rosalia Messina

Vincitore del Premio L’Artigogolo 2017 | scrittori per il teatro | categoria drammaturghi esordienti

Oltre alla presentazione dell’opera vincitrice dell’Artigogolo 2017, pubblicata all’interno della collana Le Nebulose, edita da ChiPiùNeArt S.r.l.s., saranno presenti altri autori che dialogheranno col pubblico e leggeranno stralci delle loro opere.

Tra gli ospiti: Maria Pia Brunelleso, poetessa, Livio Curatela, scrittore, Alma Daddario, drammaturga, Adele Costanzo, Direttore Editoriale ChiPiùNeArt, Cecilia Bernabei, curatrice della collana Le Nebulose.

Gran festa per il quinto compleanno dell’associazione ChiPiùNeArt con giochi letterari e piccolo rinfresco offerto dalla Direzione Artistica del DOIT Festival e L’Artigogolo.

15 aprile | ore 17.00 | ingresso libero

CERIMONIA DI PREMIAZIONE

Premiazione dei vincitori e dei menzionati | DOIT Festival, Drammaturgie Oltre Il Teatro, IV edizione 2018. Presenzierà la giuria.

Premiazione dei vincitori e dei menzionati | L’ARTIGOGOLO – scrittori per il teatro, concorso di scrittura drammaturgica, IV edizione 2018. Presenzierà Massimo Gazzè Riccardi.

Al termine un piccolo rinfresco offerto dalla Direzione Artistica del DOIT Festival e L’ARTIGOGOLO.

La Giuria del DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro

Adele Costanzo – scrittrice, direttore editoriale ChiPiùNeArt Edizioni

Pietro Dattola – drammaturgo, regista, direttore del Festival Inventaria

Antonio Mazzuca – editore e caporedattore Teatro Roma della rivista Gufetto Magazine

Daniele Rizzo – fondatore e direttore della rivista culturale Persinsala

Emiliano Russo – regista, diplomato presso Accademia D’arte Drammatica “Silvio D’Amico”, drammaturgo, vincitore del Premio Migliore Regia DOIT Festival 2016

Adriano Sgobba – critico teatrale e caporedattore della rivista Recensito, tutor del Master in Critica Giornalistica presso Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”

Silvia Siravo – attrice, diplomata presso l’Accademia D’arte Drammatica “Silvio D’Amico”

Docenti di scuole romane e organizzatori di progetti teatrali e culturali: Elena D’Elia, Maria Pia Iannotta e Rossella Rossi

La Giuria L’ARTIGOGOLO – scrittori per il teatro

Massimo Gazzé Riccardi – membro onorario della giuria, Vicepresidente del Comité Européen des Journalistes, Presidente del network Arene di Roma

Giorgia Buttarazzi – filologa, insegnante, operatrice culturale

Adele Costanzo – scrittrice, Direttore Editoriale ChiPiùNeArt S.r.l.s.

Alma Daddario – giornalista, drammaturga, membro onorario dell’Accademia dei Sepolti, membro della giuria del premio teatrale “Ombra della Sera” per il Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra

Carla Di Donato – drammaturga, danzatrice, Dottore di ricerca in “Teatro ed Arti dello Spettacolo” presso l’Università La Sorbonne Nouvelle/Paris 3 e l’Università di Roma Tre

Maria Stella Di Nardo – sceneggiatrice ed editor

Samuel Dossi – regista, drammaturgo, attore, Direttore Artistico del Teatro Il Moscerino di Pinerolo (TO)

Francesca Faiella – insegnante, organizzatrice di eventi culturali e teatrali

Simona Lacapruccia – insegnante, event manager, direttore organizzativo DOIT Festival

Ottavia Orticello – attrice, diplomata presso l’Accademia Nazionale D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”

Annalisa Pagliuso – insegnante, dottore di ricerca in linguistica

Alessia Pizzi – filologa, giornalista pubblicista, fondatrice e direttrice del portale d’informazione “CulturaMente”

Giovanna Alma Ripolo – docente di filosofia e storia, Presidente dell’Associazione culturale “MediterrArte”

Angela Telesca – specializzata in storia del teatro e delle arti performative, Tecnico Esperto dell’Organizzazione degli Eventi Culturali, Ufficio Stampa Associazione ChiPiùNeArt, Direttore Artistico DOIT Festival

Edoardo Siravo – attore, regista, doppiatore, docente dell’Accademia d’Arte Drammatica della Calabria e del C.C.C.D.S. Conservatorio Teatrale

DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro www.doitfestival.eu

in collaborazione con

L’ARTIGOGOLO – scrittori per il teatro www.artigogolo.eu

Ar.MaTeatro | Via Ruggero di Lauria, 22 – Roma (Metro A Cipro)

Per info e prenotazioni: 06 3974 4093 Email: info@capsaservice.it

Biglietti: 12 euro intero; 10 euro ridotto; 8 euro studenti

Abbonamenti a partire da 32 euro

Direzione artistica DOIT Festival

Angela Telesca – angela.telesca@chipiuneart.it Cecilia Bernabei – cecilia.bernabei@chipiuneart.it

Direzione organizzativa DOIT Festival Simona Lacapruccia – simona.lacapruccia@chipiuneart.it

Ufficio stampa ChiPiùNeArt ufficiostampa@chipiuneart.it,

Grafica e webmaster ChiPIùNeArt Walter Mirabile – walter.mirabile@chipiuneart.it

Si ringraziano i mediapartner

CulturaMente | Gufetto Magazine | Missioni Teatrali | Persinsala | Recensito

i Teatri della Rete DOIT Festival

Teatro Il Moscerino (Pinerolo – TO) | Ar.MaTeatro (Roma)|

Teatro Studio Uno (Roma) | Teatro Trastevere (Roma) |

TRAM Teatro Ricerca Arte Musica (Napoli) | Teatro dei Limoni (Foggia)