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Il 3 luglio torna a Roma Bererosa, grande evento dedicato ai rosati Italiani

Dall’Alto Adige alla Puglia, passando per Lombardia, Abruzzo e Calabria, in degustazione i migliori fermi e spumanti dello Stivale abbinati allo street food. Spazio anche agli oli di Ercole Olivario.

Il 3 luglio Roma si tinge di rosa con le migliori etichette dello Stivale. Torna infatti Bererosa, il grande festival capitolino dedicato ai rosati italiani che per il settimo anno consecutivo porta a Palazzo Brancaccio produzioni top e nuove proposte per una serata nel segno della qualità e della convivialità. Dall’Alto Adige alla Puglia, passando per Lombardia, Abruzzo e Calabria, saranno oltre 60 le aziende e centinaia i vini, sia fermi che bollicine, da degustare anche in abbinamento allo street food. Obiettivo dell’evento targato Cucina & Vini è promuovere i territori e le declinazioni di questa variegata categoria, che negli ultimi anni impazza tra i wine lover e spopola nelle enoteche, registrando una richiesta crescente anche in vista dell’estate.

“I dati forniti dall’osservatorio francese sul mercato dei rosati, gestito da Civp e France Agrimer – dichiara Francesco D’Agostino, direttore responsabile di Cucina & Vini – confermano un aumento di consumo a livello mondiale, che tra il 2002 e il 2016 si è tradotto in 24 milioni di ettolitri, quindi oltre 10,6% dei consumi mondiali di vini fermi. La stessa società IWSC – International Wine & Spirit Competition ha previsto tra il 2016 e il 2021 un’ulteriore crescita del 7% del mercato dei vini rosé. Ciò significa che siamo di fronte ad una fase di continua espansione che però non trova ancora piena corrispondenza in Italia, malgrado quello dei rosati sia ormai un settore alla ribalta”.

Se da una parte, infatti, il nostro Paese nel 2010 ha raggiunto un picco produttivo superando i 5 milioni di ettolitri, dall’altra ha ridotto da quel momento la sua presenza nel mercato mondiale dei vini entry level, calando in sei anni a soli 2,3 milioni di ettolitri. Senza contare, che dentro i confini nazionali il rosé copre appena il 4% dei consumi, contro il 32% della Francia, il 14% degli Usa e l’8% della Germania.

“In questo senso – aggiunge D’Agostino –  Bererosa intende quindi proporsi come luogo d’incontro privilegiato per gli appassionati romani e non solo, che negli ultimi due anni sono soprattutto under 30 con la voglia di seguire le tendenze del momento, e allo stesso tempo come importante vetrina per valorizzare le tante espressioni en rose dei territori vitivinicoli italiani, lontano dalle zone produttive dove il rosato si beve per cultura e tradizione. Un intento, quello della promozione, che tra l’altro è in linea con il recente protocollo d’intesa firmato dai cinque Consorzi di Tutela per avviare una cabina di regia unica a favore della diffusione della cultura del rosé con le sue varie identità”.

A fare da cornice all’appuntamento, giunto alla settima edizione, sarà dunque il suggestivo Palazzo Brancaccio, una location d’eccezione a due passi dal Colosseo che si prepara ad aprire i battenti dei suoi ampi saloni barocchi e del bellissimo giardino con banchi d’assaggio e postazioni dedicate al cibo di strada. Non mancheranno, inoltre, gli oli dell’Ercole Olivario, il prestigioso concorso nazionale dedicato alle eccellenze olivicole italiane che partecipa per il secondo anno consecutivo.

Quattro, in particolare, le proposte gastronomiche di Bererosa 2018:

– Il Maritozzo Rosso – Edoardo Fraioli propone svariate versioni del maritozzo romano tutte in chiave gourmet;
– Megliofresco Pescheria – Arturo & Mary, coppia nella vita e nel lavoro, presentano le loro selezioni di crudi, tra cui le ostriche, e una vasta scelta di piatti cotti;
– Meraviglie in Pasta – Il laboratorio di pasta fresca di Zagarolo propone la sue creazioni nella versione fritta (al momento);
– Sandro Tomei Selezioni Gastronomiche – Pizza e mortadella, hot dog, taglieri di salumi e formaggi sono le bontà selezionate da Sandro Tomei.

Anche quest’anno, infine, prosegue il sodalizio tra Cucina & Vini e i partner tecnici Diam Bouchage (azienda di punta nella produzione di tappi tecnici in sughero) e ORO Caffè (torrefazione udinese specializzata nella selezione, tostatura e miscelatura per singole origini dei migliori caffè del mondo). Ci sarà anche il team di cosaporto.it, il nuovissimo Quality Delivery dedicato alle eccellenze della Capitale (da settembre in arrivo anche a Milano).

Sul sito dell’evento la lista completa di tutte le Aziende partecipanti.

Bererosa n. 7 – martedì 3 luglio 2018
Roma, Palazzo Brancaccio – Viale del Monte Oppio, 7
Ingresso addetti ai lavori: ore 15.00
Ingresso al pubblico: ore 16.00

Costo biglietto: € 15 (include calice e sacca porta bicchiere)
Ingresso ridotto per sommelier: € 10 (previa esibizione tessera associativa)

www.cucinaevini.it/bererosa-2018/

Parte la rassegna cinematografica estiva “Ridere all’italiana”

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Arriva a  Minturno e Scauri dal 28 giugno al 28 luglio una nuova rassegna cinematografica.

Il Comune di Minturno non possiede un cinema né un’arena estiva da diversi decenni. Parte da questa mancanza la rassegna cinematografica estiva “Ridere all’italiana”, dedicata alla commedia e ai film che hanno fatto la storia del nostro cinema. L’evento, con il patrocinio del Comune di Minturno, è organizzato dalle associazioni Emmequadro e Il Sogno di Ulisse, che hanno deciso di unire gli sforzi al fine di dare a cittadini e turisti una serie di appuntamenti culturali di qualità.

Si comincia giovedì 28 giugno, alle ore 21,30, presso Piazza San Pietro a Minturno, con la proiezione della versione restaurata del capolavoro di Dino Risi “Il Sorpasso”, divenuto un vero e proprio cult movie italiano grazie anche alla grandissima interpretazione di Vittorio Gassman e Jean-Louis Trintignant.

commedia italiana da vedereIl giorno di Ferragosto due occasionali amici, uno studente universitario un po’ timido e un quarantenne immaturo, passano assieme la giornata spostandosi con l’auto.

Le ore passano veloci in un susseguirsi di episodi tragicomici, fino all’epilogo inatteso e drammatico. Un’intuizione geniale è all’origine del film, che può essere definito un road movie: il confronto di due generazioni nel territorio neutro di una giornata di vacanza. La complementarietà dei caratteri dei due protagonisti è un supporto dalle solide basi. La sceneggiatura di Ettore Scola, Dino Risi e Ruggero Maccari è in perfetto equilibrio tra la commedia all’italiana e il dramma sociale, questo appena accennato con alcune allarmanti sequenze disseminate nel film e concluso nell’impietoso finale. “Il Sorpasso”, al suo apparire quasi snobbato dalla critica, si è ritagliato col tempo uno spazio che appartiene di diritto alle grandi memorie del cinema centenario.

I prossimi appuntamenti della rassegna “Ridere all’italiana” sono: “Il medico della mutua” (1968) di Luigi Zampa, con Alberto Sordi (giovedì 12 luglio, Parco Recillo); “I soliti ignoti” (1958) di Mario Monicelli, con Vittorio Gassman, Marcello Mastroianni, Renato Salvatori, Totò (giovedì 12 luglio, Piazza San Pietro); “Febbre da cavallo” (1976) di Steno, con Gigi Proietti, Enrico Montesano, Francesco De Rosa, Catherine Spaak, Mario Carotenuto, Adolfo Celi (sabato 28 luglio, Parco Recillo).

Asinitas e Narikontho: voci di donne che superano i confini

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Un gruppo di donne ha sempre qualcosa da raccontare.

Alcune narrano pettegolezzi, altre problemi di lavoro. Alcune non si stancano mai di parlare di cosmetica o abbigliamento. Molte, però, raccontano storie. Ricordi di vita, d’infanzia, d’amore; ma anche capaci di far crescere, con una morale nascosta. Fiabe. Sogni. Le stesse che narrano le donne di Narikontho – Voci oltre i confini, spettacolo andato in scena al Teatro India di Roma, diretto da Emanuela Ponzano.

In uno spazio sospeso tra il reale e l’onirico, un gruppo di 30 donne, di età e povenienze differenti, ci raccontano i passaggi del femminile attraverso le fiabe. Lo spettacolo è un susseguirsi di immagini archetipiche, di suggestioni poetiche, di sussurrata o furiosa coralità, attraverso il linguaggio dei corpi, della narrazione, dei canti, ma anche del teatro d’ombra, e dell’immagine.

Il prgetto nasce dall’Asinitas Onlus, che ha istituito una forma di teatro comunitario.

Questo, per chi non lo conoscesse, è un forma di recitazione che punta all’integrazione e al lavoro sociale. Così, seguendo questa strada, gli spettatori seguono Alice in un personale ‘paese’, dove non tutto però ha a che fare con ‘delle meraviglie’. Ci sono streghe, incantesimi, bambole che danno forza, balli rituali, ombre che spiegano e conducono in altri mondi. Viaggi e ricordi, dove le fiabe si mischiano ai sogni. Mondi in cui si incontrano il cappellaio matto, la donna ragno, le sirene e la matrigna.

Racconti però che ci descrivono anche una realtà difficile da digerire. Storie di chi ha perso presto l’infanzia, di chi è stato costretto a doverci rinunciare. Storie di bambine diventate presto spose; donne spaventate e distrutte per via di destini assurdi. Omicidi, fughe e, soprattutto, la scoperta che la descriminazione sessuale, purtroppo, non ha bandiera, colore o cultura.

Uno spettacolo utopistico, distante dai canoni standard.

Danza, canto, musica e movimento immergono il pubblico in quel messaggio caro non solo alle attrici, non solo alla regista e ai componenti dell’Asinitas, ma a tutti noi che ancora crediamo alle favole e le ascoltiamo: cioè che l’Orco esiste ma può essere sconfitto, se ci si crede veramente.

 

Francesco Fario

Maturità? Non resta che affidarsi a un santo

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Pozioni magiche, ricette contro l’ansia, tecniche mnemoniche garantite, consigli della nonna, tutto pur di superare la maturità. Non resta che affidarsi a un santo.

Gli scritti, comunque siano andati, ormai sono solo un ricordo ma l’esame di maturità non è certo finito. Le tracce di italiano, la versione di latino al classico, il temuto Tacito, o le altre prove sono ormai alle spalle, con buona pace di rimpianti e rimorsi.

Ma la maturità non ha ancora smesso di incutere terrore e come una specie di novello It affila le unghie con i temutissimi esami orali. La prova per eccellenza, quella che non si dimenticherà più. Pochi minuti per convincere la commissione che si è preparati, anzi, meglio, “maturi”.
E allora in previsione dell’ennesima prova da superare, prima delle meritate e salvifiche vacanze, un aiuto inaspettato potrebbe arrivare da un paesino in provincia di Ancona: Osimo.
In questo paese, a pochi chilometri da località marine note come Numana e Sirolo, si trovano nell’omonima chiesa le spoglie mortali di San Giuseppe da Copertino, nato il 17 giugno 1603 e canonizzato da papa Clemente XIII nel 1767.
Questo santo, che morì a Osimo il 18 settembre 1663, oltre a essere il patrono del paesino delle Marche, è anche quello degli aviatori, il santo dei voli, in virtù della sua capacità di levitare.

Secondo le agiografie Giuseppe da Copertino era in grado, durante gli stati di estasi, di volare. Una dote che lo mise in grossa difficoltà, al punto da essere convocato dal temutissimo tribunale del Sant’Uffizio con l’accusa di abuso di credulità popolare. Un’imputazione che però cadde e il futuro santo fu assolto con formula piena.

Ma vi chiederete cosa c’entri San Giuseppe da Copertino con gli esami di maturità? Un attimo, non correte, un poco di pazienza.

San Giuseppe da Copertino, oltre a proteggere gli aviatori, è da sempre anche il protettore degli studenti, per cui orecchie ben aperte, inizia il nostro racconto.

Giuseppe fin da piccolo ebbe un rapporto molto difficile con i libri, lo studio, la scuola. Non si trattava di svogliatezza, l’impegno il piccolo Giuseppe lo metteva, ma sembrava tutto tempo perso. Tanto leggeva, tanto dimenticava.
Insomma una situazione a molti familiare.
Ogni nozione sembrava volare via e quei libri, sui cui spendeva tempo prezioso, diventavano montagne troppo alte da scalare. I suoi insegnanti, davanti alle sue ripetute scene mute, erano soliti consigliargli di andare a zappare.

«Sei asino» gli ripetevano, ma Giuseppe era “capa tosta” e lo dimostrò.

Il suo desiderio era quello di diventare sacerdote, ma per farlo era necessario studiare e superare degli esami, uno scoglio, però, non semplice da affrontare.
Dopo numerose porte chiuse in faccia, finalmente si aprirono quelle del convento dei Minori conventuali della Grottella, una località vicino a Copertino. Fu accolto come laico e, visto che non eccelleva nello studio, gli fu affidato l’incarico di stalliere con annesso soprannome di “fratel asino”.
Ma Giuseppe era uno testardo e fra lui e il sogno di arrivare al sacerdozio c’era l’ostacolo dei libri, dello studio.
Nel 1627 dovette affrontare l’esame per ricevere il diaconato. Avrebbe dovuto leggere, cantare e commentare un brano del Vangelo. Fra Giuseppe studiò anche di notte, pur di passare l’esame.
La fortuna o l’imprevedibilità del disegno divino aiutarono il futuro santo.

Il vescovo aprì la Bibbia a caso e sottopose a Giuseppe proprio il brano evangelico che conosceva meglio.

Fu un successo, tanto da ricevere i complimenti dell’ecclesiastico, con buona pace di coloro che lo chiamavano “fratel asino”.

Lo stellone, o altro, accompagnò ancora Giuseppe. Il giorno dell’esame per ricevere il sacerdozio il futuro protettore degli studenti era l’ultimo di cinque esaminandi. I primi quattro andarono benissimo. Arrivò il suo turno.

Lingua felpata, salivazione azzerata, cuore simile alla sveglia della nonna e la paura di non farcela.

Stava per iniziare l’esame ma avvenne l’incredibile. Il vescovo, che avrebbe dovuto esaminare Giuseppe, improvvisamente lasciò la sala.

La spiegazione? Un’improvvisa urgenza.

Per questo l’eminenza decise, visto che i primi quattro candidati erano stati brillantissimi, di promuovere pure Giuseppe. Questi, insomma, passò l’esame senza sostenerlo.

Il sogno di tutti gli studenti.

Pensare che l’intera commissione il giorno degli orali sia richiamata da un’improvvisa ambasciata è difficile da crederlo, ma chissà, nella vita, in fin dei conti, tutto è possibile.
Insomma nelle notti insonni che precederanno l’ultimo atto della nostra maturità, fra una tisana rilassante e il consiglio di una vecchia zia, un pensiero a “fratel asino” diventato, incredibilmente, il protettore degli studenti non sarebbe male.

Tanto, come diceva il grande Eduardo De Filippo, gli esami non finiscono mai!

 

Maurizio Carvigno

 

Molto fumo e poca carne con Il Sacrificio del Cervo Sacro

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È sempre facile, ma anche non correttissimo, giudicare un film in base a quello che non è, rispetto a ciò che è. Ma possiamo anche non essere corretti a tutti i costi, se Lanthimos non è corretto in primis.

Se lui ci ingolosisce con un tipo di cinema, con tanti richiami anche alti, e poi ci offre altro. Possiamo essere cattivi alunni se il maestro ci presenta una lezione così così. E se Yorgos Lanthimos sguazza nella perversione di divertirsi col sadismo spicciolo, allora noi ci sentiamo per una volta autorizzati a lasciarci andare alla perversione etica e scorretta di giudicare il film in base alle aspettative e ciò che poteva essere.

Sicuramente poteva essere un buon film Il Sacrificio del Cervo Sacro, partiamo dalle cose facili, come detto. Ma, appunto, non lo è.

Non lo è non per chissà quale problematica o difetto di così oscura lettura. Semplicemente non lo è perché Lanthimos si è divertito a martoriare gli spettatori ed il suo stesso approccio cinematografico. Si è fatto conoscere come un Von Trier greco con l’incredibile Dogtooth. Si è imposto come moderno Buñuel con l’anticonvenzionale The Lobster. E qui, avvicinandosi al nume tutelare di Haneke, ha smarrito goffamente la via. Anzi, per usare i miti della sua terra, nel suo labirinto non è riuscito a seguire il filo di Arianna.

Perché un filo da seguire, una canonica ancora di salvezza, c’era e c’è sempre. Quell’ironia grottesca e graffiante, nascosta in Dogtooth e architrave in The Lobster, che ci fa davvero credere a ciò che vediamo. Ce lo fa vivere, perché lo umanizza e rende normale, accettabile persino il surreale.

Qui no, niente. Zero totale. Non si scherza in Il Sacrificio del Cervo Sacro, si è tutti seri, è tutto serio, serissimo, serioso. Lanthimos in realtà si diverte, perché con la storia di un necessario impensabile sacrificio che parte da Ifigenia e arriva a La Scelta di Sophie, passando per Abramo e Isacco, il regista greco vuole soltanto provocarci e metterci il più a disagio possibile.

Una scelta innaturale è al centro di Il Sacrificio del Cervo Sacro. Una scelta dolorosa, terribile, per cui nell’ipotetica immedesimazione dovremo struggerci, spaventarci, torturarci. Provare empatia insomma, la chiave di tutta l’arte. L’approccio di Lanthimos invece, così freddo, gelido, così volutamente asettico e respingente, non ci permette mai di provare un briciolo d’empatia. Gli attori, fatti recitare in maniera robotica, chiusa, inumana, sembrano davvero attori (se non pezzi di legno) che recitano e non personaggi grazie ai quali riusciamo a sospendere l’incredulità per due ore.

Se non c’è empatia, un film che si basa totalmente su una scelta emotiva, il cui punto d’approdo è il momento di massimo struggimento interiore, è un film morto. L’interiore non può mai improvvisamente sostituire l’esteriore se non è stato costruito.

Inquieta Il Sacrificio del Cervo Sacro, indubbiamente, ma non mette mai veramente a disagio perché non stacchiamo mai la mente. Ci accorgiamo di vedere un film, realizziamo di sentire attori che recitano, notiamo un regista che segue un canovaccio.

Se fossimo a scuola, diremmo che Lanthimos “è bravo ma non si applica”. Si impegna a far vedere quanto sia capace, sicuramente, ma quello lo avevamo già capito. Semmai, è Lanthimos a dover capire che la confezione, e la premessa, non bastano per essere davvero coraggiosi, sollevare qualcosa, lasciare qualcosa. Il suo Il Sacrificio del Cervo Sacro è un film sterile, e forse è la cosa peggiore per un film.

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Emanuele D’Aniello

Luigi “Grechi” De Gregori lancia “Una canzone al mese”

Non poteva che scegliere il 21 giugno, giorno in cui si celebra la Festa della Musica, Luigi “Grechi” De Gregori per dare il via al suo nuovo progetto artistico.

A partire da oggi, infatti, ogni 21 del mese l’artista propone “Una canzone al mese” sul suo sito web rinnovato e aggiornato (www.luigigrechi.it).

Da oggi in anteprima audio (non scaricabile) il brano “Dublino” eseguito dal duo “Le Mondane”, nel cui disco d’esordio è incluso il brano (con Luigi che canta una strofa), un gruppo giovane con una gloriosa canzone firmata dai DG Brothers per celebrare la Festa della Musica.

E già cresce l’attesa per il brano che il 21 luglio verrà proposto da Luigi “Grechi” De Gregori, per ora basta il titolo, “Tangos e Mangos”, il resto si scoprirà tra un mese esatto!

Luigi “Grechi” De Gregori nasce musicalmente alla fine degli anni sessanta al Folkstudio di Roma, il mitico locale di Trastevere che fu in quel periodo l’approdo di tutta una generazione musicale d’avanguardia (ci capitarono, fra gli altri, Odetta e Bob Dylan). Del tutto disinteressato alle mode e inguaribilmente attratto dalla musica dal vivo più che dalle sale di registrazione dobbiamo attendere qualche anno per la pubblicazione del suo primo album Accusato di libertà” (PDU 1975). E di libertà Grechi dimostrava veramente di intendersene parecchio: lo troviamo infatti in quegli anni a suonare in giro per festival alternativi e radio libere, locali e cantine: si dice, anche, a leggere i Tarocchi ai passanti e a viaggiare su giù per l’Italia, l’Irlanda, gli Stati Uniti. A Milano fa anche il bibliotecario, come già suo padre e suo nonno, ma questo non gli impedisce di continuare a suonare e ad incidere brani corrosivi e spiazzanti come “Elogio del tabacco” “Il mio cappotto”, splendidi esempi di discografia non allineata che, seppur lontanissimi dalla hit parade cominciano a procurargli stima e attenzione da parte di un pubblico di nicchia dal palato fine.

Verso la fine degli anni ottanta lo troviamo con qualche disco in più all’attivo e con l’attività di bibliotecario ormai alle spalle.

È di questo periodo “Il Bandito e il Campione”, brano portato al successo dal fratello Francesco De Gregori (Grechi, per chi non lo sapesse, è un “nom de plume”), grazie al quale Luigi Grechi si aggiudica a Sanremo la Targa Tenco nel 1993 come miglior canzone dell’anno.Sull’onda di questo successo si snodano “Girardengo e altre storie“, “Cosivalavita“, “Pastore di Nuvole” ed infine “Angeli e Fantasmi“.  L’accusa di libertà continua a pendere sul suo capo. Partecipa a due tour italiani con i poeti della beat generation accompagnando con la sua chitarra Lawrence Ferlinghetti e Martin Matz, continua ad esibirsi su e giù per l’Italia fra festival, teatri di provincia e circoli culturali…Ha recentemente pubblicato una compilation delle sue canzoni, “Tutto quel che ho 2003-2013”, e la sua ultima impresa è stata la traduzione di “La ballata di Woody Guthrie”, un graphic novel di Nick Hayes uscito quest’anno e dedicato alla vita del grande folksinger.

Roma è de tutti. L’ultimo disco di Luca Barbarossa

Si conclude a Roma, nella sede naturale, il tour teatrale Roma è de tutti di Luca Barbarossa. Tour che il cantante ha portato in giro per l’Italia dalla scorsa primavera e che avrà un’appendice estiva nelle principali località balneari italiane.

Il prossimo 29 giugno alla Cavea dell’Auditorium Parco della Musica di Roma, Luca Barbarossa saluterà la sua Roma con l’ultima tappa del tour teatrale Roma è de tutti.
Iniziato a Bari lo scorso 16 marzo, il tour ha toccato diversi teatri italiani raccogliendo i consensi della critica e principalmente i favori del pubblico.
Il progetto musicale prende il nome dall’ultimo lavoro discografico di Luca Barbarossa, Roma è de tutti, pubblicato lo scorso 9 febbraio per l’etichetta Margutta 86 srl. Undici le tracce che compongono l’album, undici pezzi che sono un lungo omaggio alla città di Roma, città in cui Barbarossa è nato il 15 aprile 1961.

Ad aprire il disco è Passame er sale, il singolo che Barbarossa ha presentato con successo alla scorsa edizione del festival di Sanremo.

Classificatasi al settimo posto alla kermesse canora più importante d’Italia, Passame er sale racconta la storia di una coppia, partendo da una richiesta comune, scontata, come quella di passare il sale. Un disco di inediti, con l’eccezione di Via da Roma, canzone scritta in collaborazione con il grande regista Luigi Magni, che nelle sue pellicole eternò il volto della capitale.

Tanti i pezzi belli, a partire da Roma è de tutti, il title track cantato con Fiorella Mannoia.

Particolarmente intensa è anche la struggente Madur (morte accidentale di un romano). Brano che racconta la storia di un ragazzo di colore, nato nel multietnico quartiere romano di Centocelle e ucciso dal cieco odio del razzismo. Un pezzo forte che Barbarossa  esegue insieme ad Alessandro Mannarino, conosciuto anni fa a Radio2 Social Club e considerato ormai una sorta di fratello minore.
Molto commovente è anche Se penso a te, testamento musicale di un carcerato “ospite” di Regina Coeli, lo storico penitenziario capitolino.
Ma Roma è de tutti non è solo un disco dai ritmi intensi. Non mancano brani scanzonati come La mota, o La pennica, pezzo che omaggia il tipico e irrinunciabile sonnellino pomeridiano al quale nessun romano viene meno. Divertente è anche La dieta. Canzone diventata un piccolo film, per la regia di Paolo Genovese (famoso per pellicole quali Perfetti sconosciuti o The Place) con Marco Giallini e Anna Foglietta.

Roma è de tutti è un lavoro coraggioso, a partire dalla scelta linguistica.

Tutti gli undici pezzi che compongono l’album sono rigorosamente cantati in romanesco. Una lingua, però, che Barbarossa presenta nella sua veste moderna, scevra da nostalgie letterarie. L’idioma con cui ogni giorno i romani e non comunicano.
Roma è de tutti è un disco che omaggia la citta eterna descrivendola nella sua completezza, nella sua assurda, suggestiva ma anche unica contraddittorietà, fatta di bellezza e dramma.

Ma Roma è di tutti è anche e innanzitutto un bell’esempio di musica. Sul palco, accanto a Luca Barbarossa, artisti quali Maurizio Mariani al basso, Francesco Valente alle chitarre, Alessio Graziani alle tastiere e Piero Monterisi alla batteria.

Non mancheranno nel concerto che andrà in scena il prossimo 29 giugno anche i pezzi storici che hanno segnato la lunga discografia del cantante romano. Fra questi Via Margutta, Portami a Ballare, L’amore rubato e Come dentro un film. E principalmente la celebre Roma spogliata, il primo 45 giri di Luca Barbarossa, pubblicato nel 1981 e presentato alla 31° edizione del Festival di Sanremo. Un pezzo che tutti conoscono, una serenata country per una Roma d’altri tempi.

Una Roma «nascosta sotto il fumo nero dei nostri cannoni.»

Una Roma «ingannata dai suoi tanti amori, dai suoi vecchi fiori.»

Maurizio Carvigno

Generi classici e nuovi: quarta serata alla Basilica di Massenzio

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Il 19 giugno la suggestiva Basilica di Massenzio è stata ancora una volta la cornice del quarto appuntamento di Letterature- Festival internazionale di Roma, ideato e diretto da Maria Ida Gaeta.

La serata, intitolata Generi classici e nuovi, ha ospitato sul palco quattro autori provenienti da diverse parti del mondo, regalando così agli spettatori il piacere di ascoltare testi inediti in lingua originale, in questo caso inglese, italiano, arabo e spagnolo.

Protagonisti, quindi, gli autori con i loro testi: Glenn Cooper, autore del bestseller internazionale La biblioteca dei morti, Marcello Simoni, vincitore del premio Bancarella con Il mercante dei libri maledetti, Khaled Khalifa scrittore siriano, autore dell’Elogio dell’odio e Paul B. Preciado, filosofo e attivista transfemminista, autore di testi di riferimento nella realtà trans e queer d’Europa.

Ogni scrittore ha donato al pubblico un proprio testo inedito, scritto appositamente per la serata. Il tema centrale è stato il fil rouge di tutte le serate del festival, cioè il diritto e il rovescio. Vale a dire, l’inesauribile ambiguità delle parole, la loro malleabilità, la potenzialità, che le rende capaci di rappresentare la realtà così come la vogliamo. Infatti, è attraverso l’arbitrarietà delle parole che scriviamo e viviamo la nostra esistenza.

Cooper legge Wordplay, testo originale con al centro il più grande poeta inglese: Shakespeare. Qui è alle prese con un inquisitore che solleva questioni di lealtà e fede sui suoi testi. Il punto di partenza per riflettere sull’elasticità e sull’arbitrarietà delle parole è stato, per l’autore americano, il caos mediatico delle fake news sotto quello che lui chiama il regime di Trump.

La scelta è ricaduta su Shakespeare per la sua impareggiabile capacità di forgiare le parole ma anche per le dicerie che correvano sul suo conto. Si credeva, infatti, che utilizzasse un linguaggio in codice per trasmettere messaggi segreti e pericolosi, non accettati dalla chiesa anglicana. Cooper, da maestro del thriller, crea una storia suggestiva e al tempo stesso ironica. In questa il poeta inglese appare un astuto manipolatore delle parole, di cui si serve per esprimere l’indicibile sotto la veste della neutralità.

Anche Simoni sfrutta il nome di un grande poeta per scrivere il suo inedito. Il protagonista infatti è Nimrod, gigante incontrato da Dante e Virgilio nel XXXI dell’Inferno, responsabile per eccellenza della confusione linguistica della torre di Babele. Non a caso Babel è il titolo dell’inedito e Nimrod il nome del protagonista del racconto, un monaco amanuense che, non conoscendo il latino e il greco, nel trascrivere le opere interpreta a suo modo quelle parole che altro non sono, per lui, che segni incomprensibili.

Khaled Khalifa, invece, attinge a piene mani al suo bagaglio personale, prettamente autobiografico, per scrivere Come un cieco tasto i muri di Aleppo. Una riflessione dolorosa sulla sua città natale, oggi sventrata e tumefatta. Gli abitanti della città si trovano, così, a parlare una lingua tutta loro per poter sopravvivere in quel luogo, paragonato dallo scrittore a una “barca che viene presa a sassate ogni volta che si avvicina alla riva”.

Una terra sfruttata, maltrattata, in cui ogni giorno chi la ama è costretto a mandare giù un’enorme dose di dolore, sperando che un giorno possa tornare così come era agli occhi dell’autore bambino.

Chiude la serata Paul B. Preciado con un testo brillante e originale, Un appartamento su Urano, con cui invita a riflettere sulla reale insensatezza delle categorie sessuali. Purtroppo, l’uomo figlio del capitalismo è incapace di ragionare in termini diversi da quelli di categoria. Da qui infatti deriva la sua urgenza di etichettare l’affollata realtà che lo circonda. Ma per Preciado le differenze non esistono al di fuori di “un’epistemologia binaria”.

Il sistema sesso-genere non ha motivo di essere. Ogni persona, infatti, è la rappresentazione di una complessità così variopinta che non può essere incastrata, né discriminata. Le parole in questo caso sono accusate di essere portatrici di un vuoto che separa.

Ad accompagnare le letture nella cornice sospesa ed eterna della Basilica di Massenzio è stata H.E.R. con le musiche suonate al violino elettrico.
I prossimi appuntamenti si terranno il 21, il 26, il 28 giugno e l’ultimo il 3 luglio.

Tutti incontri che vogliono valorizzare i testi e le relative riflessioni, facendo emergere con delicatezza e con forza il senso profondo della letteratura: parlare agli uomini gettando in ognuno di loro un seme che può sfamare l’anima.

 

Diletta Maurizi

Intervista a Vera Gheno: cos’è la social-linguistica e perché è così importante

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In occasione degli incontri di Italiano Corretto, la due giorni di Pisa del 25 e 26 maggio 2018, abbiamo avuto modo di intervistare Vera Gheno, una sociolinguista di fama internazionale. Ecco cosa ci ha raccontato sulla lingua che cambia.

Vera è autrice dei libri Guida pratica all’italiano scritto (senza diventare grammarnazi), Franco Cesati Editore, 2016, un manuale di scrittura in ambito professionale, e di Social-linguistica, Franco Cesati Editore, 2017. Si tratta del diario di bordo di vent’anni di frequentazione dei “socialini” da parte di una sociolinguista interessata a capire cosa succeda alla nostra lingua e alla nostra società nella commistione tra vita online e offline.

Ciao Vera, partiamo subito dalle tue esperienze social: come sei arrivata a gestire il profilo Twitter dell’Accademia della Crusca? Come hai deciso di impostare la comunicazione su questo canale?

Io collaboro con l’Accademia da quasi vent’anni. Nel 2012, quando abbiamo aperto i canali social, ero una delle persone che già lavoravano sul sito web dell’Accademia. Insomma, ero nel posto giusto al momento giusto! Tra l’altro, non ero un’assidua utente di Twitter, però frequentavo i social da prima che si chiamassero così, all’incirca dalla fine degli anni Novanta. Quindi, avevo una buona esperienza di social networking e una discreta conoscenza dell’Accademia stessa: ho unito queste due competenze nell’ottica di dare vita a un canale di comunicazione che potesse davvero essere utile alle persone. Non ho mai riflettuto in termini di quantità (di post o di follower), ma di qualità.

Che cos’è la social-linguistica di cui parli nel tuo libro? Pensi che i social abbiano cambiato il nostro modo di comunicare e di recepire i messaggi?

Ho coniato l’espressione social-linguistica partendo dalla mia materia di riferimento: la sociolinguistica. Succintamente, posso spiegare che cosa sia la sociolinguistica dicendo che è una linguistica molto “pratica”, che si occupa di come parlano e scrivono le persone, di perché parlino e scrivano in un certo modo e soprattutto di che cosa racconti agli altri il loro comportamento linguistico. Ormai molti anni fa, mi sono appassionata alla questione delle lingue dei nuovi media e mi sono specializzata su quei temi.

Nel momento in cui ho potuto scrivere un intero libro sulla questione, mi è venuto in mente di battezzare con una parola la sociolinguistica dei social network: da qui nasce la “social-linguistica”. Penso che i social, in qualità di nuovi canali di comunicazione, abbiano sicuramente modificato il nostro modo di comunicare. Intanto, è diventato tecnicamente più facile stabilire e mantenere connessioni con persone anche fisicamente lontane, ma non per questo è diventato più semplice comunicare.

Soprattutto in rete, comunichiamo spesso per iscritto, ma con un’immediatezza che ricorda l’oralità. Questo provoca più di una conseguenza nefasta (per esempio, non si pensa a sufficienza che una cosa scritta su WhatsApp rimane, proprio perché scritta, per un tempo lunghissimo: se offendo una persona tramite messaggino, è diverso che offenderla a voce); oppure, non siamo pazienti quando stiamo attendendo risposta a un nostro messaggio: davanti alla doppia spunta blu, siamo capaci di andare nel panico se l’altro tarda anche solo un po’ a replicare…

vera gheno intervista

Noti una maggiore attenzione, negli ultimi tempi, per la lingua italiana? Se sì, secondo te a cosa è dovuto questo fenomeno?

Premesso che mediamente la conoscenza dell’italiano da parte dei non professionisti è viziata da pregiudizi linguistici e distorsioni di quanto imparato a scuola (esempio: chi scrive “organiziamo” con una z ricordandosi – male – la “regola -zio/-zia”, o chi reputa “se avrei” errore anche in un’interrogativa indiretta), mi pare che ci sia più interesse di una volta per l’italiano e per il suo funzionamento. Io penso che in questo abbia avuto un certo ruolo l’affaire “petaloso“, con l’inattesa e imprevedibile viralizzazione di quel termine inventato da un ragazzino di otto anni, soprattutto sotto forma di hashtag. Ho notato come da allora si faccia molto più caso ai neologismi, o come ci sia più interesse, in generale, per ogni curiosità linguistica. Per me, che ero assieme ad altri nella “stanza dei bottoni” durante la vicenda, questa conseguenza di “petaloso” è estremamente positiva.

Cosa significa, oggi, essere una sociolinguista, e qual è l’aspetto più piacevole o divertente del tuo lavoro?

C’è sempre bisogno di persone che facciano riflessione metalinguistica, dato che la competenza linguistica è trasversale a qualsiasi campo del sapere. In un certo senso, la lingua è alla base di tutto il sapere e della sua trasmissione: essere linguisti, quindi, è improduttivo solo per chi ragiona in termini di longarine prodotte.

Io amo visceralmente il mio lavoro. Amo occuparmi delle parole, della lingua, amo portare le persone a ragionare sull’importanza della competenza linguistica nella vita quotidiana come in quella professionale. Don Milani diceva che il povero sarebbe diventato potente imparando a leggere e scrivere; io penso sempre in questa prospettiva, invitando le persone a usare meglio questo strumento potentissimo che, di fatto, abbiamo tutti a nostra disposizione: la nostra lingua madre.

Cosa vuoi consigliare, infine, a chi desidera parlare e comunicare meglio in italiano?

Ieri ho tenuto un TedX a Montebelluna e ho dato questi tre consigli:

1) Coltivare il dubbio linguistico, perché troppe certezze sono deleterie.

2) Concedersi il lusso di un momento di riflessione prima di dire e scrivere qualunque cosa, perché pentirsene a posteriori è molto meno produttivo.

3) Quando non si è competenti su qualcosa, scegliere la strada del silenzio: non occorre per forza avere sempre un’opinione su tutto.

Sono i miei tre consigli facili facili per vivere meglio, in rete ma non solo. In fondo, l’aspetto di relazione con gli altri è davvero la parte più divertente del mio lavoro. Io la curo così.

Valeria Martalò

Vis presenta Territori DiVini XVIII Edizione della degustazione enosolidale

Anche quest’anno VIS organizza la degustazione che mette il vino al servizio della solidarietà per la Cantina salesiana di Betlemme.

Gustare un vino, entrare in una storia. È quello che accadrà il 6 luglio nella suggestiva cornice del parco delle catacombe di San Callisto sull’Appia Antica a Roma.

L’iniziativa incontrerà anche il pubblico ligure nell’edizione dell’evento, a Genova venerdì 15 giugno. L’appuntamento è alla serata di degustazione enosolidale dei vini prodotti nella cantina salesiana di Cremisan, a Betlemme, anche grazie al  sostengo del VIS.

Un’iniziativa nata per formare giovani, creare lavoro e valorizzare la tradizione locale di coltivare vitigni autoctoni. L’appuntamento sarà anche l’occasione per raccontare le storie e i progetti nascosti dietro a quei sapori. I fondi raccolti attraverso un contributo di solidarietà di 10 euro, serviranno a finanziare le attività del VIS nel mondo a favore di bambini e ragazzi in condizione di povertà.

Il VIS – Volontariato Internazionale per lo Sviluppo è un’organizzazione non governativa  (ONG). Si occupa di cooperazione allo sviluppo e solidarietà internazionale; è un’agenzia educativa che promuove e organizza attività di sensibilizzazione, educazione, formazione per lo sviluppo e la cittadinanza globale.

Ha lo status di organismo consultivo nell’area  dei  diritti umani  riconosciuto dal Consiglio Economico e Sociale delle Nazioni   Unite (ECOSOC). Membro della Fundamental Rights Platform (FRP) dell’Agenzia europea per i diritti fondamentali (FRA).

I vini in degustazione:

Alberto Tiberio, Allée Blue, Antinori, Antonelli, Baglio del Cristo di Campobello, Bellavista Cantine Lupo, Castello Banfi, Clavesana, Colli di Lapio, Cremisan, Di Majo Norante, Fattorie del Cerro, Fattoria Gambellassi, Gambino, Jashi e Marchesani, La Cedraia, La Guardiense, La Piotta, La Pergola, La Source, Lis Neris, Mesa, Moio, Moncaro, Montagner, Moroder, Nina Ananiashvili, Omina Romana, Pievalta, Romanelli, San Michele, San Patrignano, Schawarzbock, Tenuta del Cerro, Terre D’Erce, Terre dei Tosone, Valle Reale,  Venica & Venica, Villa Sandi, Vignuolo, Zanut.

 

Catacombe di San Callisto Via Appia Antica, 78

www.volint.it

“La rotonda dei sogni” nella provincia di Salvatore Ferri

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Salvatore Ferri, giornalista e blogger, è al suo esordio come scrittore con La rotonda dei sogni per le Edizioni Croce di Roma.

Un romanzo che mi ha conquistato per la sua connotazione intimistica e per l’uso sapiente della lingua. L’autore sceglie i modi della grande tradizione letteraria per il suo ingresso nel mondo letterario; uno stile elegante in un contesto narrativo all’apparenza privo di coloriture particolari.

Quello che mi conquista nella lettura è infatti il lavoro di indagine della realtà comune, quotidiana. Il ricorso alla straordinarietà dello sfondo integratore è talvolta conseguente proprio alla poca dimestichezza.

Tutto si svolge in un piccolo paese dove dietro a una normalità apparente si nascondono storie che si intersecano e rimangono al loro posto, tipico della provincia più remota. Un supermercato e un distributore di benzina, ai due lati opposti di una lingua d’asfalto lunga qualche chilometro, erano il biglietto di presentazione per chi giungeva a Coloppo dalla stazione o, in alternativa, dall’uscita della statale.

Un paese di poche anime e altrettante ambizioni, fatto di gente e di storie che s’incrociano e poi si dileguano.scrittori emergenti

Achille Magalini, proprietario di un bar, si prepara a diventare sindaco mettendo da parte i suoi valori; Paolo Roncone, camionista dalla doppia vita, cerca di tirarsi fuori da un ricatto e dalla sua ipocrisia; Renzo Di Virgilio, rampante manager londinese, tornato in paese per far visita alla sorella, si trova a fare i conti con i mutamenti di una realtà che dava per scontata; Fabio Tecci, giovane corrispondente di un giornale locale e guardiano del campetto di calcio, rincorre la tranquillità a qualsiasi prezzo, calpestando sogni e speranze.

Di La rotonda dei sogni il poeta Antonio Veneziani  dice: “Non è certo il primo e sicuramente non sarà neppure l’ultimo romanzo sulla provincia, ma Salvatore Ferri racconta le bassezze e le grandezze di un piccolo centro con una grazia e un cinismo che coinvolgono il lettore tanto da incollarlo alla pagina”.

E ancora Roberto Campagna, giornalista e scrittore: “I personaggi sono tratteggiati tanto bene da risultare indelebili”.

Mentre Giulio Laurenti, scrittore ed editor, afferma: “Circumnavigare l’asfittica provincia italiana girando intorno a esistenze appena sfiorate dal pulsare della vita è ciò che fa Salvatore Ferri in La rotonda dei sogni”.

Salvatore Ferri è nato a Roma nel 1988. Giornalista e blogger, ha collaborato in qualità di corrispondente con diversi quotidiani online scrivendo di politica ed eventi culturali. Lavora come copywriter in un’agenzia di comunicazione creativa e come responsabile dell’Ufficio Stampa e della comunicazione social presso l’Università Mercatorum di Roma. La rotonda dei sogni è il suo primo romanzo.

Antonella Rizzo

Satira e sarcarsmo sulla tv italiana: è arrivata “Heidi”!

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Lo scorso 14 giugno è uscito Heidi di Francesco Muzzopappa, per i tipi di Fazi Editore. Un romanzo tutto satira e ironia che diverte il lettore e lo spinge ad arrivare alla fine del libro nel più breve tempo possibile.

Oltre alla copertina che già incuriosisce di suo, il titolo, Heidi, fa presagire già le note umoristiche che pervaderanno il testo. La domanda giusta e lecita da porsi è: che c’entra Heidi in un romanzo che racconta dei programmi trasmessi in tv?

La protagonista, Chiara, lavora in televisione e si occupa dei casting per i vari format televisivi. Un giorno il suo equilibrio viene sconvolto da una telefonata improvvisa: suo padre, malato di alzheimer, viene espulso dalla casa di riposo in cui si trovava. Sua figlia dovrà, dunque, farsene carico nonostante tra i due non sia mai corso buon sangue.

Lasciamo a voi il gusto di scoprire dettagli divertenti e battute sarcastiche. Non siamo qui per fare spoiler, ma per parlare di un aspetto che ci ha particolarmente colpiti.

L’autore, un uomo, racconta di una protagonista, una donna, facendolo per di più in prima persona. L’aspetto più significativo che illustra la bravura di chi scrive è quello di non scivolare mai in stereotipi triti e ritriti. Chiara è una donna indipendente, ma non scadiamo mai nella macchietta della femminista incallita. Allo stesso tempo, ha molte fragilità, ha bisogno di un supporto, ma nel suo comportamento non c’è traccia di alcun anelito del tanto mitizzato focolare domestico.

La nostra eroina viene raccontata in maniera semplice e lineare. La sua schiettezza e il suo sarcasmo non sono solo i filtri di una quotidianità dura da affrontare, ma anche lo specchio della sua personalità. Da un lato, la forza per affrontare la quotidianità e, dall’altro, la paura del cedimento.

Chiara incontrerà una figura maschile, ma non sarà lui a salvarla.

Non troveremo un San Giorgio che sfida il drago della televisione per salvare la sua principessa. Questo personaggio, Thomas, sarà affascinante, bello, paziente, bravo in cucina, seducente, ma non sarà quel bambolotto pre-confezionato che, con il solo sguardo, incenerisce e atterra lei, Chiara, risolvendole la vita.

Di Pretty Woman, insomma, non ne abbiamo. Grazie a Dio.

Thomas sarà piuttosto una figura con cui confrontarsi, fondamentale per capire i propri limiti, le proprie paure. Ma sarà lei da sola a prendersene carico. Lui sarà semplicemente al suo fianco.

Tutto questo a suo di risate. E sì, perché il sorriso non lascia mai il volto del lettore. Ricco di iperboli e digressioni grottesche, il romanzo scorre piacevolmente e si lascia “fagocitare” grazie ad un lessico e ad una sintassi scorrevole.

Serena Vissani

Arriva finalmente Il Filo Nascosto in home video

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Dal 20 giugno è finalmente disponibile nei negozi, in dvd e blu-ray naturalmente, Il Filo Nascosto in home video.

Anche ad appena quattro mesi dall’uscita al cinema di questo film non se ne può fare a meno. “For the hungry boy” è una delle battute chiave della vicenda, e quelli affamati siamo anche noi. Affamatissimi del cinema di Paul Thomas Anderson, di un’opera che sotto la sua eleganza, la forma perfetta che cerca la somiglianza al classicismo, in realtà nasconde una forte psicologia ed un profondo studio delle pulsioni, degli istinti, dei sentimenti, addirittura delle perversioni.

Le edizioni in dvd e blu-ray, quest’ultima gentilmente concessa a noi dalla Universal Pictures Italia, restituiscono tutta la magia di un film sontuoso. I contenuti extra non deludono, a cominciare da un divertente video che commenta la sfilata che vediamo nel film come se fosse un vero evento televisivo della House of Woodcock, con tanto di telecronaca d’altri tempi. Paul Thomas Anderson poi, col suo commento, ci descrive le prove di scena e gli screen test fatti prima di iniziare le riprese. Due diverse video, uno con una carrellata splendida di foto di scena in esclusiva, un’altra con varie inquadrature e brevi scene tagliate dal prodotto finale, sono accompagnate dalla strabiliante colonna sonora di Jonny Greenwood.

  • Prove di scena – Con commento audio di Paul Thomas Anderson.
  • For the hungry boy – Collezione di scene tagliate, Musica di Johnny Greenwood.
  • House of Woodcock – Lo spettacolo della moda raccontato da Adam Buxton.
  • Dietro le quinte – Fotografie del film di Michael Bauman con versioni della demo dalla colonna sonora di Johnny Greenwood.

Collezionisti o no, davvero non potete farvi mancare questo film se siete dei veri cinefili.

Sarà l’ultimo film interpretato da Daniel Day-Lewis? Non si sa onestamente, ma anche questo è un motivo in più. Un film universale, che parla d’amore ma soprattutto di quanto soffriamo per amare. Tutti sulla Terra conoscono tale sentimento. Con una perfetta qualità audio e video, l’esplorazione dei temi di Il Filo Nascosto in home video è ancora più imperdibile. Un’esperienza unica, davvero.

 .

Emanuele D’Aniello

Roma e le sue chimere: l’arte di Alice Moon tra burlesque e body painting

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Monica Argentino in arte Alice Moon è un’artista romana: pittrice, body painter, performer ed attrice. I suoi progetti contemplano spesso diverse arti. Si definisce una “sperimentatrice”, cercando di rinnovarsi e di trovare nuove strade per esprimersi. Noi di CulturaMente l’abbiamo incontrata per scoprire il suo mondo.

Monica, la tua poliedricità stupisce e affascina. Come avviene questo cambio di pelle e qual è il filo conduttore tra le arti?

Il filo conduttore è senza dubbio la bellezza, non come giudizio estetico ma come ricerca della verita’ e significato dell’esistenza.
Uno dei temi principali della mia arte è l’essere umano con le sue debolezze, contraddizioni, le tensioni tra felicita’ e sofferenza e l’ambivalenza dei sentimenti.

Sento forte il bisogno di canalizzare e di esprimere la complessità delle emozioni che provo come essere umano e di dargli forma e colore attraverso la mia espressione artistica.

Mi ritengo una sperimentatrice, sono una persona curiosa e alla ricerca di stimoli attraverso nuovi mezzi espressivi con i quali cerco di rinnovarmi come persona ma soprattutto come artista.

I miei progetti contemplano spesso molte diverse arti, perchè credo nella diversita’ e nella possibilita’ di crescere mediante il dialogo e le esperienze collettive. La capacita’ di espressione attraverso l’arte e la cultura crea una umanita’ piu’ libera e consapevole.

La tua storia inizia dalla passione per l’arte visiva. Quando hai iniziato a dipingere?

Nasco praticamente autodidatta, dipingo da quando ero molto piccola, alle scuole elementari gia’ vincevo i miei primi riconoscimenti per i migliori disegni. Avevo una inclinazione artistica naturale, spontanea, che crescendo ho coltivato attraverso lo studio e l’esercizio.

Ricordo che quando avevo circa sei o sette anni, ad una fermata di autobus per mano a mia mamma, sotto i miei piedini si era formata una grande pozza d’acqua: la guardai fissa sempre più intensamente e ad un certo punto immaginai di entrarci dentro, alla scoperta di un mondo segreto che nessuno mai aveva visto.

Ecco, la sensazione e l’emozione di quando dipingo e mi esprimo attraverso ogni forma d’arte, è la stessa di quel giorno.

Nell’arte cerco la verità, la denuncia e soprattutto la libertà anche attraverso la bellezza. Dipingere è un mio bisogno, che sia su foglio, su tela o su corpi nudi.

Il colore è senza dubbio il mezzo che mi identifica e che uso per raccontare esternamente ciò che vivo interiormente, perché la pittura è una poesia muta, come diceva Leonardo Da Vinci. Dipingo perché quando sono io in compagnia dei miei colori mi sento utile, necessaria.

Ho seguito un percorso di studi in chimica industriale (ed ecco la mia parte razionale con la quale sono continuamente in lotta) e dopo in grafica illustrativa. La prima mostra collettiva alla quale ho partecipato ancora adolescente, fu Illustrativa 91 appunto nel 1991.

Da allora non mi sono mai fermata, anche se per un periodo della mia vita mi sono dedicata contestualmente all’arte anche ad attivita’ lavorative che interessavano societa’ nell’ambito medico-farmaceutico come addetta alle risorse umane e reponsabile marketing.

Nel tuo tratto artistico è forte la componente femminile e la riscoperta dell’eros come dimensione ludica. Qual è il tuo rapporto con le donne e con il femminino?

Sono una donna molto femminile e sono in empatia con le donne. Mi riconosco pero’ anche dell’energia maschile e sono convinta che in tutti noi alberga almeno in parte sia una componente maschile che una femminile.

Se dovessi rinascere, nascerei altre mille volte donna. Le donne sono il nutrimento della vita, fecondita’ e spirito. Abbiamo l’attitudine alla resilienza, guardando al futuro con positivita’, forse anche per l’istinto naturale alla conservazione della specie.

Abbiamo una marcia in più che a volte non sappiamo usare, restiamo imbrigliate in condizioni, preconcetti, condizionamenti mentali e sentimentali che ci svalorizzano. La nostra forza, secondo me, sono la nostra empatia, la spiccata sensibilità, la predisposizione alla tenerezza e la creatività.

La mia prima mostra personale importante è dedicata interamente alla donna e alle violenze che purtroppo troppo spesso si trova a subire.
Chimera: le forme del male è il titolo della mia personale pittorica e affronta la violenza sulle donne più specificamente in ambito affettivo, la loro dipendenza psicologica con il carnefice, spesso fino alla morte.

La violenza ha forme diverse e diversi volti: da qui il simbolismo con la chimera, il mostro mitologico con le parti del corpo di diversi animali, raffigurante il male in tutte le sue forme.

D’altra parte la chimera è nel linguaggio corrente un’utopia irrealizzabile.

Dal burlesque al body painting, la corporeità ha uno spazio centrale nella tua dialettica artistica. Un corpo esibito con orgoglio e consapevolezza; è forse questa la direzione verso cui tendere per una coscienza femminile che si oppone alla nuova stagione del sessismo?

L’espressione corporea ed il saperlo mostrare con naturalezza rappresenta per me la sua “liberazione”.

In particolare con il mio progetto Body to Art voglio rivendicare il corpo con quella normalità con la quale ognuno dovrebbe viverlo, in modo libero e non volgare. Esprimere attraverso di esso l’arte non solo come forma estetica ma come veicolo di messaggi sociali.

Il progetto artistico consiste nel dipingere corpi nudi di modelle ma anche di persone “anonime”, con corpi e canoni estetici comuni, per provocare reazioni immediate ed emozioni intense, che sperimenta sia l’artista che le persone dipinte e, ovviamente, il pubblico.

E soprattutto legittimare il corpo svincolato dagli stereotipi di bellezza, stigmatizzato dalla nostra societa’ secondo certi ruoli e canoni conformati, riconoscendo l’individuo in quanto tale con un proprio valore e riconoscimento senza distinzione di classi, di colore e di genere.

La tua pittura è onirica e visionaria, esasperata dall’uso dei colori freddi che evocano i toni dell’atmosfera, dell’acqua. Come hai perfezionato la tecnica?

La mia pittura è caratterizzata da una espressivita’ emotiva, parte dall’anima e con il colore e la luce fa prendere forma alle vibrazioni interiori, prediligendo fondere elementi reali con quelli surreali.

Con l’uso alternato di colori freddi e caldi, con la mescolanza delle tinte pastello alle tinte forti, esprimo un mio mondo dove c’e’ tutto questo turbinio contaminato da tante sensazioni.

Sento la pittura come un bisogno di sprimermi e cercare di provare a trasmettere aspetti della condizione umana. L’uso sovradosato del colore è l’elemento di riconoscimento della mia pittura senza dubbio.

Sono una colorista, ovvero parto dal colore per definire le forme e non ho bisogno quasi mai di un disegno preparatorio.

Il colorismo è una modalita’ tecnico pittorica, caratteristica nel passato della scuola veneta, dove appunto le luci ed i colori sono meno vincolati da una forma gia’ delineata in precedenza.

Io l’ho coltivata scoprendola nel mio percorso di studi durante le lezioni di tecniche pittoriche, anche se all’inizio la mia attitudine al disegno mi portava con piu’ facilita’ al figurativo, che ho cercato di tradurre e contaminare con una poetica piu’ espressionista.

Cerco di perfezionarmi ogni giorno, con lo studio, l’esercizio, la ricerca e anche nutrendomi di cio’ che vedo intorno a me espresso dagli altri artisti.

Dipingere un corpo come una tela è un’esperienza esaltante, credo, perché si instaura una forma di relazione intensa tra i due attori nell’atto creativo. Parlaci di questa espressione pittorica a metà tra la performance e la pittura tradizionale.

Le perfomances art fanno parte appunto del mio progetto Body to Art. Sono studiate singolarmente per ogni evento, completamente scandite a tempo di musica che è in sintonia con le immagini visive, dialogando con loro, susseguendosi su di un corpo nudo che diviene una vera e propria opera d’arte in movimento.

Gesti, suoni, colori si fondono per dare vita ad uno scenario che è emozionante tra immagini ed immaginario, interamente dal vivo sotto gli occhi del pubblico presente.

Quello che faccio simbolicamente è cospargere di colori un’anima messa a nudo, perchè solo quando siamo nudi siamo totalmente veri.
Mi esibisco ormai da anni ed il progetto artistico è particolare perchè complicato ed inusuale. Devo eseguire il body painting dal vivo con un tempo a disposizione molto limitato: da venti minuti ad un massimo di un ora.

Siamo abituati a vedere il body painting nei festival o in manifestazioni dove il corpo viene dipinto “dietro le quinte” e con ore di lavoro a diposizione, mentre io lo eseguo in maniera performativa e le mie opere prendono vita all’istante.

Le mie performances sono state apprezzate in luoghi d’arte come il Maam Museo dell’Altro e dell’Altrove di Metropoliz (Rm) in occasione di Arte da Macello a cura di Ignorarte, come in rassegne d’arte accompagnate con l’esposizione delle mie opere pittoriche; ma anche in manifestazioni come The Other side of the Ink-Female Edition all’Hotel Sheraton.

Ho partecipato ad eventi culturali internazionali come la mia partecipazione alla settimana della Cultura francesce insieme all’artista francese Valerie Telesca al Museo di arte contemporanea Galleria Polmone Pulsante di Roma con un omaggio ad Orlan e in altri luoghi.

burlesque roma

Dal corpo interpretato come supporto vivente all’uso giocoso della seduzione ironica del burlesque il tuo mondo ruota intorno a un ideale di Bellezza.

L’idea della bellezza femminile nei millennni ha subito tantissime variazioni: dal corpo asciutto dell’antico Egitto, a quello morbido apprezzato nel Rinascimento, fino ad arrivare a quella piu’ androgena dei nostri giorni.

Questo perche’ la bellezza, pure essendo un concetto sconfinato destinato a rimanere senza una risposta esauriente, è una percezione che varia nel tempo e con l’evoluzione delle culture.

Il mio ideale di bellezza è quella che non sfiorisce e non si trasforma, ovvero la bellezza interiore.
Voglio rappresentare una bellezza più profonda, autentica che non sia solo quella legata ai canoni estetici ma anche e soprattutto all’armonia e al vero.

Ho diretto un corso di burlesque all’Accademia dello Spettacolo di Velletri per ragazze, donne di qualunque eta’ e caratteristiche fisiche. La dote che noi donne dobbiamo imparare e valorizzare, insieme alla sensualita’, che è innata anche se spesso ne siamo inconsapevoli, è l’ironia.

Veder crescere nelle mie allieve il carisma e l’autostima è stata per me la piu’ grande soddisfazione.
Ho conosciuto nel corso degli anni, in questo ambiente, molte donne con tanti percorsi di vita non facili, con problematiche serie come l’anoressia, la bulimia, in generale con la non accettazione del proprio corpo. Hanno trovato aiuto nella “terapia” del burlesque.

Monica, cosa è un erotic lunch?

L’Erotic lunch e’ un pranzo spettacolo o una cena spettacolo in cui drammaturgicamente intrecciate ci sono esperienze multisensoriali con tanti artisti che si esibiscono.

C’è il body painting, il reading, il tango, il burlesque, la clownerie, il canto, e tante altre arti. Il tutto elaborato sapientemente nei particolari, perche l’eros è fatto di particolari.

La narrazione intorno ai cibi afrodisiaci che vengono serviti lega tutte le performances e accompagna il pubblico in questo magico viaggio alla scoperta dei cinque sensi e dell’eros. La drammaturgia è collettiva, mentre la regia ed il progetto sono di Senith.

Sono molto felice di far parte di questa compagnia teatrale; siamo giunti felicemente alla nostra terza edizione. Questo anno portiamo in scena Afrodisia. Io mi esibisco principalmente come body painter, in una performance da me ideata e sviluppata. Si ispira all’autoerotismo con un autopainting, tecnicamente molto difficile e di impatto scenico visivo toccante e suggestivo.

Inoltre nel progetto sono attrice e performer di burlesque. Insomma impegnata ma molto soddisfatta, tanto che per la prossima edizione vorrei anche aggiungere il canto.

Grazie per la tua disponibilità, dove possiamo seguire le tue raffinate performance nei locali capitolini?

Il 29 giugno ed il 19 luglio saro’ a Habicura (Piazzale del Verano, Rm), manifestazione di pittura, poesia, video art, performances con una mia video art e con una performance di body painting sulla parita’ di genere.

Dal 20 al 22 luglio potrete trovarmi al Festival delle arti Ars Ventis a SanVittore con la mia opera pittorica Sospiri di foglie – acrilico e tecnica mista su tela ed una mia performance live ispirata ad essa.

Il 31 luglio esporrò due mie opere alla rassegna d’arte Anima Mundi alla galleria Il Laboratorio (Vicolo del Moro, Trastevere). I curatori sono Sonia Vecchio e Dario Calì. Eseguiro’ una performance di body painting live in linea con le opere e con la rassegna stessa.
Dopo finalmente mi prendero’ qualche giorno di vacanza fino al prossimo evento.

Se volete seguirmi nelle mie attività questi sono i miei link: www.alicemoon.it
www.facebook.com/alice.meraviglie.9
www.facebook.com/alicemoonartista/
www.facebook.com/erotismopittoricomusicale/
https://m.facebook.com/EroticLunch/
https://www.facebook.com/DipingereCreando
Instagram: miss.alicemoon.artist

Ringrazio di cuore te, Antonella, e CulturaMente per questa interessante intervista.

Antonella Rizzo

“Teresa Batista stanca di guerra” diventa esperienza di teatro condiviso

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Il romanzo di Jorge Amado “Teresa Batista stanca di guerra” è diventato lo spettacolo a episodi “Teresa santa, puttana e sposa” e ha chiuso alla grande la stagione del Teatro Studio Uno di Roma.

Avete mai letto i romanzi pieni di sensualità di Jorge Amado? Conoscete e amate in particolare “Teresa Batista stanca di guerra”? Se la risposta è sì, non vi stupirà che certe pagine abbiano ispirato anche il teatro.

Il Teatro Studio Uno di Roma ha prodotto, infatti, “Teresa santa, puttana e sposa”, proprio l’adattamento, scritto da Marco Bilanzone,  di “Teresa Batista stanca di guerra”.

Lo spettacolo è diviso in cinque episodi, andati in scena in momenti diversi nel corso dell’anno : “La fanciulla che sgozzò il caporale con il coltello per tagliare la carne secca”; “La notte in cui Teresa dormì con la morte”; “Il debutto di Teresa al Cabaret Madama Do Re”; “ABC del combattimento tra Teresa e il vaiolo nero”;  “Lo sciopero del canestro”.

Uno degli episodi ve lo abbiamo già raccontato qui, dove Alessia Pizzi ha paragonato questo progetto ad una serie TV. Volendo seguire questo paragone, posso dire che lo scorso sabato ho fatto un vero e proprio binge watching teatrale. Il 16 e 17 giugno, infatti, i cinque episodi sono andati in scena uno dopo l’altro. Una maratona da mezzogiorno alla sera.

Teresa santa, puttana e sposa” è la storia di una bambina nata libera e venduta dagli zii a tredici anni, prostituta e schiava, ballerina e cantante ineguagliabile, moglie devota. Regina delle prostitute infermiere contro il vaiolo nero, amante indomita in eterna attesa, guerriera e protettrice dei più deboli, femminista, santa e figlia del dio della guerra.

Teresa santa, puttana e sposa” è stata un’esperienza bellissima di teatro condiviso e “diffuso”.

Il romanzo “Teresa Batista stanca di guerra” è ambientato nell’entroterra del Brasile. Lo spettacolo teatrale è, invece chiaramente immerso in un’atmosfera italiana, in tutta la sua varietà.

Cominciamo subito col lodare l’allestimento scenico di Francesco Felaco, originale ed accurato. Insieme ai colori dei costumi curati da Federica Centore, Valentina Cardinali, Serena Furiassi ha contribuito a rendere lo spettacolo divertente e mai noioso.

“Teresa santa, puttana e sposa” voleva essere ed è stata un’esperienza – bellissima –  di teatro condiviso. Ma è stato anche un teatro “diffuso”.

È divertente, per uno spettatore, sedersi in scena, come degli avventori del locale Madama Do Re, come fosse parte integrante dello spettacolo. Ci si emoziona a scendere le scale di un seminterrato per assistere al primo capitolo, che inizia entrando in un condominio, con gli abitanti del palazzo multietnico nel quartiere di Torpignattara a Roma che escono o rientrano a casa. Oppure ci si sente degli intrusi, seduti lungo i muri di un salotto a “spiare” la vita di Teresa con il ricco Emiliano.

Teresa Batista stanca di guerraOgni personaggio – e sono tantissimi – parla con un accento dialettale diverso. Gli attori sono quasi tutti sfidati ad interpretare più personaggi con accenti diversi e la sfida di bravura è largamente vinta. L’effetto comico è irresistibile.

Nove attori eccezionali (Nadia Rahman-Caretto, Flavia Germana De Lipsis, Alessandro Di Somma, Mattia Giordano, Jessica Granato, Marco Usai, Riccardo Marotta, Giuseppe Mortelliti, Eleonora Turco) si alternano nel racconto delle varie età di Teresa. Interpretano, personaggi, epoche ed atmosfere di un racconto senza tempo, dove la storia, sfumata nei contorni, diventa impresa eroica, epopea, fiaba popolare.

“Teresa santa, puttana e sposa” è uno spettacolo pieno di vita, coinvolgente nei momenti da commedia, intenso in quelli drammatici.

La protagonista Teresa Battista è un personaggio nelle cui mille sfaccettature l’interprete Nadia Rahman-Caretto si muove perfettamente. Ma è soprattutto un personaggio vitale anche di fronte alla malattia e alla morte, nonostante le mille traversie, violenze, ingiustizie che subisce e attraversa.

D’altronde, come sottolinea a metà spettacolo uno dei personaggi, in vesta di narratore, la vita è strana e ingiusta. Vivendo si ride e si piange. Spesso, nello stesso momento, c’è un motivo per soffrire e uno per festeggiare, esattamente come in “Teresa santa, puttana e sposa”.

Teresa Batista stanca di guerraL’adattamento di Marco Bilanzone non deve essere stato un lavoro facile, considerata la mole del romanzo e la traduzione del testo nei vari dialetti. Il risultato, però, è ottimo, senza sbavature, in perfetto equilibrio tra il registro comico e drammatico.

La regia di Lorenzo Montanini, con l’assistenza di Alessia Giovanna Matrisciano, è riuscita a rendere ogni episodio speciale. Sono riusciti a mettere in scena in maniera poetica ed efficace i momenti d’amore e di sesso, come pure tutto l’orrore delle violenze subite da Teresa, sia nel primo episodio sulla sua infanzia ed adolescenza, sia nell’ultimo con i gesti della polizia sulle prostitute in sciopero. In questo Montanini e Matrisciano hanno valorizzato al meglio le capacità mimiche degli attori.

Il risultato finale sono cinque spettacoli belli e godibili separatamente, sublimi se visti uno dietro l’altro.

Stefania Fiducia

Serra Madre presenta il Country Fest

La speciale iniziativa all’interno di questa affascinante struttura circondata dalla natura, avrà luogo sabato 23 e domenica 24 giugno, dalle 17 in poi.

Un posto meraviglioso nel verde appena fuori città, che restituisce alla collettività il diritto ad un’alimentazione genuina e la consapevolezza del valore della terra. Si tratta di SERRA MADRE, un complesso di serre con mercato annesso, Museo degli strumenti agricoli e spazi adibiti a ristorazione ed eventi.

Tra le iniziative speciali all’interno di questa affascinante struttura, il Country Fest, che avrà luogo sabato 23 e domenica 24 giugno, dalle 17 in poi. In tale ambito sono previsti Markets, Laboratori e Workshops, e tanta musica secondo il concetto Keep Music Alive:

Queste,in sintesi, le iniziative:

MUSICA LIVE: a partire dalle 18.00 fino a Notte Fonda i Giardini Esterni di Serra Madre ospiteranno tanti musicisti per tutti i gusti, tra cui: Munendo, Grasscar, Andrea Orchi, Martina & Joshua, Edo Sparks, Fiorenza Giuli, Mario Colletti, Marco Iachini. Una perfetta combinazione per rilassarsi, cantare e ballare!

FOOD: un’area dedicata interamente allo Street Food per tutti i gusti! Birra di Birradamare Birrificio, gli hamburger di T-Burger Station the TRUCK e i gelati di Cremeria Alpi sono solo alcuni dei food truck che accompagneranno i convenuti per tutta la serata con le loro gustose e sfiziose specialità preparate sul momento!

CULTURA: Sabato 23 giugno alle ore 18.30, nella Sala Conferenze di Serra Madre si terrà la presentazione del libro “Protocollo 3431” di Elena Martinelli.

LAB: spazi interattivi con workshop per adulti:
– Domenica alle 18.30 -> Le mani Impasta – workshop sulla pasta madre
(costo 10 euro)
e dalle 18.00 tanti laboratori per allenare la creatività dei più piccoli presso L’Angolo di CinqueStorie – Libreria per bambini sia sabato che Domenica (costo 10 euro):
– Letture animate con il Kamishibai
– Riciclo Creativo
– Le rose di Munari

MARKET: artisti, artigiani e produttori agricoli selezionati per assaggiare nuovi sapori e scoprire creazioni uniche ed originali. Tra queste angoli incentrati sull’ Aloe Vera e spazi a startup innovative come Greendo
Inoltre il market di Serra Madre sarà aperto fino alle 24.00 con tanta frutta e verdura di stagione appena raccolta.

Via di Macchia Palocco 320, Roma  www.serramadre.it

Roma si veste di note per la Festa della Musica 2018

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Oggi a Roma è Festa della Musica dalle 16.00 alle 24.00, con circa 400 appuntamenti in tutta la città. Tutto grazie ai Municipi e alla collaborazione con il Mibact.

Dopo l’esperienza dello scorso anno, si consolida così lo spirito della Festa della Musica di Roma, in linea con quella lanciata in Francia nel 1982.

Una festa spontanea e gratuita che invita tutti a partecipare e apre alla musica anche in luoghi originali come stazioni ferroviarie, chiese, biblioteche, ospedali. E ancora centri anziani, case di reclusione, scuole, università, teatri, musei, edifici pubblici.

Sarà un’occasione di condivisione e collaborazione per chi vive la città, dal centro alla periferia. Ogni melodia sarà quella giusta per essere ascoltata alla Festa della Musica di Roma.

Quest’anno la Festa della Musica a Roma di giovedì 21 giugno (dalle 16 alle 24) rende omaggio ad un grande artista: Edoardo Vianello. Il cantante, che festeggerà i suoi 80 anni con un concerto in piazza del Campidoglio il prossimo 24 giugno alle 19 dal titolo Quattro venti.

festa della musica

Tutti sono invitati a cantare il 21 giugno alle 21.21 uno dei suoi successi: Vianello si esibirà da un battello sul Tevere che all’orario stabilito si troverà all’altezza di Ponte Garibaldi.

Alcuni eventi della Festa della Musica di Roma potranno essere fruiti anche da persone sorde tramite performance con interpreti LIS. Al Giardino Aldo Tozzetti lo spettacolo Ci vuole cuore per sentire, al Teatro Tor Bella Monaca il Tributo a Pino Daniele.  In piazza del Campidoglio il coro delle ManiBianche e il QuadraCoro, sempre in LIS.

La festa arriva anche alla Casa Circondariale Regina Coeli con il concerto Souvenir de Voyage con brani della tradizione napoletana, all’Ospedale Pediatrico Bambino Gesù con concerti di musica pop e classica; al Centro Sociale Anziani La Torretta dalle 16 con Musica e Balli alla Torre del Quadraro.

In Piazza Recanati il concerto di musica folk Urban Samba con i Musica in cammino gruppo della ASL Roma 2. E alla Parrocchia Santa Maria Consolatrice in via Casal Bertone si svolge alle ore 20 Concerto musicale da parte dei giovani della Parrocchia e del Parroco.

Tra le iniziative delle istituzioni, segnaliamo la giornata di cinema e musica alla Casa del Cinema e le numerose attività nelle Biblioteche di Roma.

Alle ore 21 nella Cavea Auditorium Parco della Musica il concerto Jazz Factory della Saint Louis Big Band con Javier Girotto, a cura della Fondazione Musica per Roma.

La Scuola di Canto Corale eseguirà in diretta La bohème dalle 19 in Piazza Beniamino Gigli, a cura del Teatro dell’Opera di Roma; dalle ore 21 concerto dell’Orchestra mandolinistica romana sulla scalinata del Palazzo delle Esposizioni, a cura dell’Azienda Speciale Palaexpo.

L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia si esibirà alle ore 17 con il concerto Arpe danzanti dell’Ensemble di Arpe della JuniOrchestra  all’Auditorium Parco della Musica. Il Teatro di Roma propone invece al Teatro Biblioteca Quarticciolo alle ore 17.30 la Rustica X Band con Pasquale Innarella.

Ritmi etnici al Teatro India: dalle ore 20.30 l’orchestra estemporanea Drum Circle, il concerto di musica africana Invisibili di Mohamed BA e il concerto Io vengo dal Sud di Nosenzo; al Teatro Argentina dalle ore 22 Suonando sotto il cielo di Roma con la cantante Julie.

Diversi gli eventi proposti da Ambasciate, Accademie e Istituzioni culturali straniere. In collaborazione con Zètema Progetto Cultura, concerti anche negli spazi all’aperto dei Musei Civici.

festa della musica

Anche ATAC aderisce alla Festa della Musica di Roma con un programma di concerti che animeranno le stazioni della metropolitana di Roma – Pigneto Metro C, San Giovanni Metro C, Cavour Metro B. Aperto con esibizioni musicali anche il Polo Museale Atac su via Ostiense.

Sarà possibile seguire la Festa della Musica anche su Facebook, Twitter e Instagram attraverso Cultura Roma. La Festa della Musica di Roma 2018 è promossa da Roma Capitale con la comunicazione di Zètema Progetto Cultura. Aderisce alla Festa della Musica del MiBACT, SIAE – Società Italiana degli Autori ed Editori AIPFM.

Per il programma completo: www.festadellamusicaroma.it

Antonella Rizzo

Italiano Corretto 2018: due giorni di incontri sull’italiano che cambia

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Italiano Corretto è la due giorni di incontri che si tiene a Pisa ormai da tre anni. Abbiamo partecipato all’edizione 2018, la terza: ecco cosa abbiamo capito dell’italiano che cambia!

In un’epoca di globalizzazione, dominata dall’utilizzo pervasivo dei social network e delle nuove tecnologie di comunicazione digitale, la nostra lingua sta evolvendo, come anche le forme che la veicolano. È importante dunque che ci siano incontri come quello di Italiano Corretto (Pisa), dove i professionisti e freelance della parola possono conoscersi e confrontarsi.

Siamo stati a Pisa il 25 e 26 maggio, e abbiamo seguito tre laboratori. Gli incontri e i professionisti erano davvero tantissimi: si va da Vera Gheno, sociolinguista e traduttrice (e che abbiamo anche intervistato), a Carlo Gabardini, attore e autore, fino a Mariarosa Bricchi, storica della lingua italiana ed editor.

C’era anche Massimo Arcangeli, linguista e sociologo della comunicazione. Gli incontri erano tutti rivolti a chi – traduttori, giornalisti, copywriter, scrittori – ha fatto della nostra lingua viva e delle sue evoluzioni uno strumento di lavoro, ma anche a lettori e semplici appassionati. Un’occasione per riflettere insieme, nella splendida cornice della Scuola Normale Superiore di Pisa.

Il lavoro editoriale dall’inizio alla fine

I laboratori erano quasi tutti pratici, e permettevano di toccare con mano, attraverso esercitazioni ed esempi, la quotidianità di chi, a diverso titolo, lavora con le parole. Nel nostro caso, abbiamo seguito per primo il laboratorio di Federica Matteoli, editor e consulente editoriale. Il suo laboratorio era dedicato al trattamento del testo, dal dattiloscritto alla pubblicazione.

Federica, che dirige il service editoriale Fregi e Majuscole di Torino, ci ha spiegato passo passo come funziona la lavorazione editoriale di un testo, da quando arriva il manoscritto in Word dell’autore fino al “visto si stampi”. Abbiamo avuto modo di vedere le norme redazionali di alcune importanti case editrici, e abbiamo constatato come… ognuno abbia le sue regole! Lavorando per più committenti, dunque, è necessaria molta elasticità mentale per rispettare sempre le norme di ogni diversa casa editrice.

Con l’aiuto di Federica abbiamo poi studiato i segni da utilizzare per la correzione bozze, e ci siamo messi alla prova noi stessi su un testo. Alcuni errori e refusi sono davvero infidi: un carattere in corsivo o uno scambio di lettere possono facilmente sfuggire anche al correttore più esperto (vi siete accorti che in questa frase c’è un errore del genere?).

Breve il testo, più lungo il lavoro

Il giorno dopo, abbiamo giocato con le parole e con la lunghezza dei testi. Ci ha aiutato a farlo Valentina Falcinelli, copywriter ed esperta in brand language e tono di voce. Dirige l’agenzia Pennamontata di Roma, e ci ha spiegato come essere efficaci utilizzando meno parole possibile. La scrittura sintetica può sembrare semplice, ma richiede ancora più attenzione e impegno, perché ci chiede di riflettere di più. Quali saranno le parole davvero essenziali per far passare il messaggio? Quale il giusto tono di voce da utilizzare?

Semplicità non significa banalità, anzi, è questa la forma più nobile della scrittura, ci racconta Valentina. Insieme, ci siamo messi alla prova sulla scrittura di testi brevi, sulla semplificazione di testi complessi (e a volte incomprensibili), e sulla redazione di testi creativi. Un laboratorio faticoso ma appassionante!

Come comunicano i nostri politici sui social?

Per ultimo, abbiamo seguito l’interessante seminario di Alessandro Lenci, professore associato di Linguistica a Pisa. Il suo intervento era focalizzato sul linguaggio e la comunicazione nell’era dei social media. Con un bagno di realtà a tratti grottesco, abbiamo analizzato insieme gli interventi sui social network dei principali candidati alle elezioni 2018. Salvini, Renzi, Grasso, Meloni, Di Maio: non mancava nessuno.

Non tutti comunicano nello stesso modo, e non tutti trattano gli stessi argomenti: se per Salvini “immigrazione” è quasi sempre associata alla parola “invasione”, Di Maio parla più spesso di business dei migranti, e Meloni parla di “sostituzione etnica”. Grasso, curiosamente, è stato l’unico a parlare in un suo post di donne, ma scrive sempre in modo troppo prolisso e ipotattico. Renzi utilizza un linguaggio da boy scout… e Berlusconi? Semplicemente non pervenuto: utilizza Facebook solo per annunciare le sue comparsate in TV. E i commenti dei semplici utenti non sono da meno: la comunicazione sui social sta davvero cambiando il modo in cui ci esprimiamo e in cui pensiamo? Il dibattito è ancora in corso.

Torniamo verso Milano con le idee un po’ più chiare su come scrivere e comunicare nella nostra meravigliosa lingua, e con tanti spunti in più.

Valeria Martalò

Un’altra estate. Il nuovo disco di Roby Rossini

Con il nuovo singolo Un’Altra estate il cantautore Roby Rossini torna sulla scena regalando al pubblico un disco dal testo accattivante e belle sonorità.

 

I fan di Roby Rossini attendevano da tempo un nuovo singolo; da sette anni per la precisione, da Ridere e Volare e dall’Lp Pioggia nucleare. E l’attesa non è stata vana.

Dal 28 maggio scorso il cantautore Roby Rossini (già noto per i diversi successi dance tra cui la celebre Tanz bambolina) è tornato sulla scena con un nuovo singolo: Un’altra estate. Il disco, in tutti i digital stores prodotto sulla nuovissima etichetta indipendente romana 2MI records, ha tutti gli ingredienti per diventare una hit della stagione.

Lo abbiamo incontrato qualche giorno fa per parlare di questo nuovo lavoro e di molto altro.

Come è nata Un’altra estate?

È un brano nato dal cuore nella notte di Febbraio 2018, quella in cui​ nevicò a Roma. Ero solo nel mio home studio, una di quelle giornate in cui la malinconia sembra più dura da sopportare. Ho chiuso gli occhi e ho spento le luci delle camere della vita. Sono rimasto solo con la mia anima. Da subito ho notato che stavo percorrendo una strada diversa da quella passata. Davanti a me c’era un nuovo trampolino da cui buttarmi che, seppur rischioso, mi affascinava.

Desideravo tornare a un mondo musicale molto affine alle mie origini. E allora mi sono semplicemente tuffato. A distanza di qualche mese da quella giornata sto cominciando a raccogliere il premio per tanto sforzo fatto. Il mio pubblico, che da sempre mi segue con affetto e sincerità, ha colto la novità del mio lavoro, ripagandomi con uno straordinario entusiasmo, il miglior balsamo per chi fa il mio lavoro.

Quanto c’è di autobiografico nel disco Un’Altra estate?

Moltissimo, direi. Ogni cosa che scrivo ha contenuti autobiografici.​ Metto sempre a disposizione della musica parecchi momenti della mia vita. In particolare ogni centimetro di questo brano è stato studiato per rendere al massimo e con estrema onestà il frame di quel momento. L’amore è fondamentale per tutti e qui è fotografato nel ricordo di una splendida estate passata insieme ad una persona speciale, con la voglia di viverne un’altra altrettanto meravigliosa. Si tratta, credo, di un brano per cuori melodici, con venature nostalgiche ma anche con tanta speranza. Suggerirei di ascoltarlo un po’ con il mood alla Ciavarro dei film degli anni ’80.

C’è una canzone dello tuo repertorio a cui sei particolarmente legato?

Sono estremamente connesso a tutto il mio repertorio, ma, se devo sceglierne una in particolare, opto per Rendez Vous, il follow up di Tanz Bambolina uscito nell’estate 2004. Mi ricorda bei momenti in tour ed un’estate molto importante per la mia vita artistica e personale.

Come è cambiata la tua musica rispetto ai tempi di Tanz bambol​ina?

La musica come la vita è in continua evoluzione. Ci si guarda allo specchio e, pur sentendoci sempre se stessi, ci si accorge che gli anni passano. Per questo bisogna essere sempre pronti a cavalcare le onde del tempo con intelligenza, rispettando il passato ma con un occhio vigile verso il presente e il futuro. Il periodo italodance è ancora in me e sono fiero di continuare a cantare i miei brani dell’epoca nelle versioni originali anche se cerco sempre di rinnovarmi. In tal senso, oltre ai miei nuovi inediti, sto realizzando nuovi arrangiamenti dei miei vecchi brani, privilegiando versioni fra l’acustico e l’elettronico. Spero presto di poter essere pronto per farveli ascoltare e magari cantare live.

Quando non scrivi la tua musica cosa ti piace ascoltare in particolare?

Sono un fan storico della musica dei primi anni Ottanta, quando molti artisti erano convinti di poter inventare un nuovo futuro. In particolare amo il genere definito “Post Punk” che va dal 1978 al 1985. In quegli anni la musica cambiò di netto mischiando il rock con l’elettronica,il pop con i ritmi reggae e la dance. Kraftwerk, Omd, Buggles,Human League, Depeche Mode, Ultravox. Ma anche Soft Cell, Duran Duran, Spandau Ballet, Tears For Fears e moltissimi altri. Apprezzo molto anche la nuova onda Indie italiana.

Impegni per quest’estate?

Sto lavorando su più progetti che vedranno luce da Settembre. Inoltre ho iniziato a provare in sala il repertorio con la band per dei futuri live. Poi c’è la promozione di “Un’altra estate” per la quale prevediamo l’uscita a breve di un pack remix ufficiale.​ Spero di ritagliarmi anche qualche momento tutto per me sotto il sole!

Che cosa ci dobbiamo aspettare per Settembre? 

C’è un nuovo brano scritto e arrangiato insieme a un noto dj nazionale che uscirà sul mercato all’interno di un album e del quale sono particolarmente orgoglioso. Si tratta di un ‘ideale continuazione del periodo italodance di metà anni 2000. È una sorta di appello a chi sente ancora dentro quelle melodie. Sono certo che l’inciso farà cantare come ai bei tempi​. In parallelo sto lavorando a un nuovo singolo e al progetto live acustico che mi sta assorbendo molto.

Roby hai ancora un sogno nel cassetto?

Vivere una vita serena. E’ peraltro l’augurio che posso fare di cuore a tutti i vostri lettori.

Grazie davvero per l’augurio e per il tempo concessoci. Che dire… BUONA ESTATE.

 

Maurizio Carvigno

Trinità dei Monti: quinta scenografica di piazza di Spagna

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Uno dei luoghi simbolo della città di Roma è certamente piazza di Spagna con la sua celebre Barcaccia, la curiosa fontana realizzata da Pietro Bernini.

Ma tutta la sua eleganza si deve alla scenografica ed imponente scalinata che si conclude in alto con la Chiesa della Trinità dei Monti. Questo angolo di Roma, così sapientemente modellato, è il frutto di numerosi interventi realizzati in ben tre secoli: la chiesa nel Cinquecento, la fontana nei Seicento e la scalinata nel Settecento.

La Chiesa della Trinità dei Monti è così chiamata perché svetta in tutta la sua imponenza sopra il Pincio, una delle alture più famose di Roma. Emblema della Francia – come anche in parte la scalinata sottostante impreziosita dallo stemma araldico del Giglio – presenta anche nella sua architettura esterna gli influssi tipici di questa nazione. Fu edificata infatti per volere del re francese Carlo VIII come riconoscimento al fondatore dell’ordine dei Minimi, San Francesco da Paola, che aveva assistito il padre, re Luigi XI, negli ultimi momenti di vita.

 

 

Nel 1495 papa Alessandro VI Borgia autorizzò la costruzione della chiesa e del convento che fu quindi affidato ai Minimi, tutti di origine francese, come prevedeva la regola dello stesso fondatore. La prima pietra venne posta nel 1502 ma i lavori furono più volte interrotti, come per esempio nel 1527 a causa del Sacco di Roma dei Lanzichenecchi, venendo quindi inaugurata quasi un secolo dopo, il 9 Luglio del 1594. La storia travagliata della chiesa non finisce però qui: nel 1798 le truppe francesi si stabilirono nel convento, l’ordine dei Minimi venne disperso ed i suoi membri furono costretti a lasciare la città; nel 1828 invece, chiesa e convento, vennero affidati alla congregazione del Sacro Cuore che si occupava prevalentemente di assistere e dare una buona educazione alle giovani fanciulle; nel 2006 infine il complesso passò sotto la direzione della Fraternità Monastica di Gerusalemme.

A livello artistico, molti furono gli importanti nomi legati alla progettazione e alla realizzazione della chiesa: la facciata arricchita dai due campanili simmetrici – estranei alla tradizione romana ed importati dal nord Europa – fu realizzata da Annibale Lippi e Gregorio Caronica, anche se a lungo il tutto fu attribuito a Giacomo della Porta. Entrando al suo interno, impossibile sarà non rimanere incantati dinnanzi al suo splendore e tra i più importanti capolavori meritano una particolare menzione le due mirabili opere di Daniele da Volterra: la Deposizione della Croce e l’Assunzione.

Una menzione particolare merita anche il convento adiacente, in cui è possibile ammirare alcuni dei più alti esempi di anamorfismo, cioè sapienti e articolati giochi prospettici che, trasposti in pittura, cambiano aspetto e forma a seconda del punto di vista dello spettatore. E’ qui che due abili pittori appartenenti all’ordine dei Minimi, Emmanuel Maignan e Jean François Nicéron, realizzarono nel XVII secolo alcuni affreschi sulle pareti di uno dei corridoi al primo piano del convento. Se li si guarda frontalmente, le pitture rappresentano dei paesaggi, con scene tratte dalla vita di San Francesco da Paola e di San Giovanni Evangelista ma se li si osserva lateralmente raffigurano invece le figure enormi dei due santi!

Davanti alla chiesa e proprio in cima alla scalinata alla fine del Settecento fu posto l’Obelisco Sallustiano, così chiamato perché adornava in epoca antica i lussureggianti Horti di Sallustio, non lontano oggi dalla Stazione Termini. Le sue iscrizioni furono appositamente realizzate in epoca imperiale da maestranze romane, copiando un po’ alla buona i geroglifici incisi sugli altri obelischi originali, rendendo di fatto indecifrabile l’intera iscrizione!

 

 

La scalinata invece fu realizzata tra il 1723 e il 1726, durante il pontificato di papa Innocenzo XIII, su progetto dell’architetto romano Francesco De Sanctis, appositamente per superare il dislivello tra le pendici del Pincio e la sottostante piazza di Spagna. Edificata in bianco travertino, la scalinata è composta da una serie di rampe (undici in tutto), ognuna formata da dodici scalini che si dividono, serpeggiano, si riuniscono, mutando continuamente direzione.  Una serie di balaustre accompagna le rampe, interrompendo il forte dislivello e funzionando da punto di sosta in cui poter godere di un affaccio panoramico incantato. La lunga scalinata, che si adagia sul colle articolandosi in un continuo alternarsi di sporgenze e rientranze, è espressione di una monumentalità tipica del settecento romano, al pari della gloriosa Fontana di Trevi.

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Vinointorno 2018 saluta e da appuntamento alla prossima edizione

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Le presenze registrate nella due giorni di Olevano Romano decretano il successo di Vinointorno, importante appuntamento stagionale del panorama enogastronomico Laziale.

Anche quest’anno il tempo ha provato a rovinare la manifestazione ma ancora una volta non ci è riuscito. L’acquazzone di domenica ha provocato solo un piccolo ritocco del programma senza riuscire a stravolgerne i contenuti. Di fatto per tutto il fine settimana appena concluso, le strade della piccola cittadina Laziale sono state affollate dai fan della manifestazione che ogni anno non mancano questo appuntamento.

Ancora una volta Olevano Romano si offre a tutti i gourmet.

Il motivo di tanto affetto è presto detto, è una festa del food, anzi meglio dire del cibo. Già perché al netto degli anglicismi le produzioni che si incontrano sfilando tra i banchi di Via Roma, rappresentano il meglio della tradizione gastronomica del Lazio insieme a qualche chicca proveniente dalle altre regioni. Prodotti ancora troppo poco conosciuti, piccole aziende artigianali di qualità assoluta e spesso dai prezzi sbalorditivi in positivo.

La manifestazione è stata organizzata da Extrawine insieme alla preziosa collaborazione di Pasquale Pace, per tutti “Il Gourmet Errante”. Riferimento enogastronomico della zona, infaticabile promotore della qualità del suo territorio e custode della tradizione locale. Attraverso la sua attività di degustatore, ha attraversato l’Italia in lungo e in largo esplorando le potenzialità del vigneto nazionale. Molte delle sue esperienze gustative, si sono materializzate tra i banchi del percorso allestito appositamente per la degustazione dei vini.

Tantissime le Aziende presenti.

Circa duecento aziende in totale hanno partecipato con i loro prodotti. Ognuna ben lontana dalla massificazione gustativa ma caratterizzata dalla ricerca di una propria personalità, espressione del territorio di appartenenza. Un orgoglio da condividere con gli appassionati, anche grazie al buon numero di produttori personalmente presenti ad Olevano Romano a spiegare il perché dei loro vini. Manifestazioni del genere contribuiscono alla diffusione di una sana cultura enogastronomica, basata su valori effettivi e ben lontana da trucchi di marketing ed effetti speciali.

Un approccio culturale all’enogastronomia.

Da questo punto di vista il programma ha riservato agli ospiti appuntamenti interessanti già dalla giornata di venerdì, con la presentazione del libro di Massimo Roscia ‘Peste e Corna’ accompagnata dalla degustazione di quattro vini. Come anche quella domenicale dedicata al libro “Vini e terre di Borgogna” di Camillo Favaro e Giampaolo Gravina, abbinata a quattro vini del territorio indagato dalla pubblicazione, grazie a Unicorno distribuzione di Fabio Cagnetti. Per chi si è spinto tra le campagne sui tornanti fino ad Olevano Romano è stato certamente un bel fine settimana.

Oltre ai vini del Lazio tantissime presenze provenienti da tutta l’Italia.

Uno spunto per esplorare il territorio comunale, con le sue cantine, l’offerta di una ristorazione dai sapori immutati della tradizione e l’accoglienza degli agriturismi disseminati sul territorio immerso tra le vigne di Cesanese. A questo vitigno è toccato naturalmente fare gli onori di casa, con le produzioni di tante Aziende in rappresentanza del Cesanese di Olevano Romano. Tra queste Damiano Ciolli, Azienda Agricola Proietti, Riccardi & Reale. Presenti però anche tante belle realtà Aziendali tra quelle del Cesanese del Piglio, con Berucci, Carlo Noro, Pileum.

Poi tanto Lazio ancora, a testimonianza di una viticultura in netta crescita qualitativa. Dai Vini Frascati Docg di Merumalia a quelli di Donato Giangirolami e tanti altri, ma tutto il bel paese è stato degnamente rappresentato. Dal Piemonte con Ceretto, Ettore Germano, Saccoletto e Carussin, al Veneto di Lis Neris. L’ottima batteria del Trentino, con i Cembrani Doc e gli Altoatesini di Baron Longo. La Toscana era presente in forze, ma basta dire Le Potazzine, Montevertine, Monterotondo, oppure ricordare la splendida Vernaccia di San Giminiano di Il Colombaio di Santa Chiara  per rendere l’idea.

Non solo vino ma perle gastronomiche di grande qualità.

Poi tutto il resto dell’Italia da Marisa Cuomo ad Elena Fucci, impossibile menzionarli tutti e già così si è fatto un grande torto a molti. Analogamente per il cibo molteplici sono state le possibilità di deliziare il palato. Dai Babà di Agresti alla salsiccia di Monte San Biagio, le conserve dell’Azienda Agricola Ottaviani e i salumi e formaggi di Fracassa o della Norcineria Rocchi solo per citarne qualcuno. Sapori difficilmente reperibili nella quotidianità. La bellezza delle cose semplici che è ormai il segno distintivo di Vinointorno.

Bruno Fulco

Un tema, quattro inediti: ecco cosa aspettarsi dalla serata di LETTERATURE

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Stasera alle ore 21, alla Basilica di Massenzio, la quarta serata di LETTERATURE Festival Internazionale di Roma, ideato e diretto da Maria Ida Gaeta.

Il quarto appuntamento di LETTERATURE, intitolato Generi classici e nuovi, si preannuncia un incontro interessante e dal sapore fortemente internazionale. Gli spettatori sentiranno diverse lingue avvicendarsi sul palco: dall’inglese all’arabo fino ad arrivare allo spagnolo.

Protagonisti della serata saranno, infatti, quattro scrittori provenienti da diverse parti del mondo e che hanno riscosso grande successo di pubblico e di critica. Si tratta di Glenn Cooper, autore del best seller La biblioteca dei morti, Marcello Simoni, bibliotecario e scrittore di thriller di successo come Il mercante di libri maledetti, Khaled Khalifa scrittore siriano dell’Elogio dell’odio e di Paul B.Preciado, filosofo e autore spagnolo diventato un punto di riferimento per l’attivismo trans e queer in Europa grazie a numerose pubblicazioni in merito.

Durante la serata, ciascuno scrittore leggerà al pubblico un testo inedito scritto appositamente per l’occasione. Gli autori si sono lasciati ispirare dal tema del festival, il diritto e il rovescio. Si sono interrogati sull’arbitrarietà e sull’ambiguità del linguaggio. D’altra parte, si sa che le parole possono essere tanto vere quanto ingannevoli e qualsiasi comunicazione umana può essere oggetto di interpretazioni anche fallaci.

Sono inediti diversi in cui ciascun autore ha inserito elementi tipici del proprio lavoro come scrittore.

Glenn Cooper ha realizzato un racconto breve il cui protagonista è William Shakespeare. Come non pensare a un poeta nel momento in cui si parla di parole e del loro uso? Ed è normale che si scelga quella che è una delle figure più rappresentative della letteratura mondiale. Un uomo così abile nel lavorare con le parole e sui loro significati da diventare un modello d’ispirazione per tanti altri autori. Ma la scelta di Shakespeare è legata anche alle dicerie che vedevano il bardo usare un linguaggio in codice per parlare dei temi scottanti del proprio tempo, come le questioni religiose. Da maestro del thriller qual è, Cooper si riallaccia a queste voci e ci costruisce una trama accattivante e suggestiva.

Parlando di diritto e di rovescio, anche Simoni ha trovato ispirazione nell’opera di un poeta, il nostro Dante Alighieri.

Il protagonista dell’inedito di Simoni si fa chiamare Nimrod, come il gigante che nell’Inferno dantesco viene punito per aver causato la confusione linguistica. Questo Nimrod è un monaco amanuense che, non conoscendo il greco e il latino, nella trascrizione delle opere, interpreta a modo suo le parole che non comprende.

Khalifa, invece, ha ambientato il racconto nella sua città d’origine: Aleppo.

Per l’autore siriano non è stato affatto semplice confrontarsi con la scrittura di questo testo. Per la prima volta dopo anni ha scelto di raccontare la sua città natale nel presente e non nel passato, dovendo così confrontarsi con la distruzione di luoghi a lui familiari che, per scelta, non vede più da tempo.

Preciado si è dimostrato entusiasta del tema del festival.

Lo ha affrontato da filosofo e attivista qual è. Nel suo testo si parla della lingua dei sogni, una lingua che noi non conosciamo veramente e che nasce spontaneamente. Si passa poi a parlare delle categorie create dal linguaggio e del significato spesso discriminante che è associato ad esse. Infine, ha voluto dare voce a dei corpi che non hanno mai avuto modo di esprimersi.

Ad accompagnare le letture nella fantastica cornice della Basilica di Massenzio ci sarà il violino acustico e elettronico di H.E.R..

letterature festival internazionale di roma
La conferenza stampa di presentazione della serata si è tenuta nella Casa delle Letterature.

I successivi appuntamenti del festival LETTERATURE si terranno il 21, il 26, il 28 giugno e il 3 luglio. Tra questi, vi segnaliamo il penultimo appuntamento che sarà dedicato ai classici e, in particolare alla poesia L’infinito di Giacomo Leopardi che quest’anno compie duecento anni. Durante la serata suonerà la Roma Tre Orchestra diretta da Dario Macellari. Nella serata conclusiva, invece, interverranno i 5 finalisti del Premio Strega 2018 accompagnati dalla musica di Emanuele Frenzilli.

Un incontro che darà modo a chi vorrà esserci di immergersi nella letteratura contemporanea per come è vissuta in diversi paesi del mondo. Vi accorgerete che non c’è poi così tanta differenza.

Federica Crisci

“Giugno” affrescato al Palazzo Schifanoia di Ferrara: spiegazione

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Caldo, stanchezza e voglia di far niente sono tipiche di questo periodo…saltate in macchina per perdervi nella magia del ciclo ferrarese dei mesi!

E siamo a Giugno. Il caldo è già arrivato, l’estate inizia a farsi sentire e la voglia di vacanze…pure! Le sospirate ferie però sono ancora lontane per tutti e al massimo ci si consola con qualche week-end fuori porta. Per questo qui agli Infusi d’Arte abbiamo deciso di darvi qualche idea per una gita della domenica davvero speciale. Siete pronti? Caricate in macchina consorte e figli, allacciate le cinture di sicurezza e rilassatevi. Al navigatore (culturale) ci pensiamo noi!

Il dipinto di oggi è il mese di Giugno affrescato nel Salone dei Mesi a Palazzo Schifanoia di Ferrara dagli artisti dell’Officina ferrarese tra il 1498 e il 1472.

Potete visionarlo qui.

Cosa sta succedendo nella prima scena?

La fascia più in alto ospita il trionfo di Mercurio, dio protettore dei commerci. Lui è rappresentato come statua su un ricco carro trainato da aquile al centro di un mercato ricco e fiorente. Basta notare come tutte le persone intente al commercio siano riccamente vestite. Anche i banchi sono in muratura e non in legno, qui non esiste davvero crisi economica! Mercurio sembra reggere in mano il caduceo (il suo accessorio preferito per smuovere le nuvole) e una viola ma la zona di affresco è rovinata e non permette grandi certezze. Sullo sfondo, in alto a destra, vediamo i resti di due imprese del dio: una giovenca che una volta era una ninfa e il gigante Argo che una volta aveva la testa e che qui è decapitato.

E nella fascia centrale?

La parte centrale invece ci mostra il segno zodiacale del mese e tre figure allegoriche che influenzano i nati nelle tre diverse decadi. Hanno la stessa funzione di nostri “ascendenti”, indicano una caratteristica o un’inclinazione di chi è nato in quel periodo. Se avete amici nati a giugno non vi resta che verificare! Il segno zodiacale è il cancro ed è ben rappresentato dall’aragostona in primo piano. A sinistra vediamo un uomo vestito di foglie che tiene in mano qualcosa che purtroppo è illegibile. Lui è la Follia. Al centro invece c’è una bella donna vestita di bianco e seduta con aria solenne. Ha un lungo bastone in mano, un drappo svolazzante alle sue spalle e un’altre donna davanti. E’ la Giustizia intenta a giudicare un’anima umana. A destra vediamo invece un uomo con le zampe di un grifone che regge in mano quello che sembra un draghetto. Lui è il Furto.

Chi c’è infine nell’ultima scena?

La zona in basso ci mostra Borso d’Este in corteo nella sua città, probabilmente appena nominato Duca di Ferrara. E’ rappresentato in primo piano su un cavallo bianco circondato da cavalieri e ritratto davanti ad un bellissimo portico finemente decorato. Qui un uomo, inginocchiato a terra sulla sinistra, è pronto per rivolgere una supplica al duca. L’abbigliamento ricco delle persone, la presenza di strutture decorate, le numerose barche sul fiume e la torre sullo sfondo ci dicono ancor una volta che questa è una città fiorente sia per i commerci che per la cultura. Il Principale committente delle opere culturali è, manco a dirlo, la famiglia d’Este.

Come nasce questo meraviglioso ciclo di affreschi?

Tutto inizia quando Borso d’Este signore di Ferrara,  chiede a papa Paolo II il titolo di Duca. Sebbene il papa glielo conceda solo nel 1471 i lavori per gli affreschi iniziano già nel 1468. Ai pennelli c’è la cosiddetta Officina ferrarese, un gruppo di artisti formati e sovvenzionati dalla casata estense e che vedeva al suo interno uomini del calibro di Ercole del Cossa e di Cosmè Tura. Il salone ospitava in origine tutti i mesi dell’anno rappresentati con lo stesso schema che abbiamo visto per Giugno: divinità protettrice del mese, segno zodiacale e decani, eventi significativi di quel periodo.

Dopo la cacciata degli Estensi (1598) tutte le pareti vennero ricoperte di calce e gli affreschi scomparirono fino al 1840 quando vennero riscoperti e ripuliti dalla scialbatura. Si conservano soltanto le pareti nord ed est.

Due parole sullo stile…

L’autore del mese di Giugno non è noto…viene chiamato il “Maestro degli occhi spalancati ” per il suo trattamento dei volti. Possiamo però notare come le due scene, nella prima e nella terza fascia, siano impostate diversamente. Il trionfo di Mercurio ha decisamente poca prospettiva, il carro è parallelo allo sfondo e schiaccia tutta scena su un unico piano. Anche le dimensioni delle figure non sono coerenti. Sembra di guardare una cartolina un po’ naif.

 La scena del corteo di Borso d’Este è decisamente diversa. Qui infatti sono chiaramente presenti almeno due piani, il corteo di cavalieri e lo sfondo cittadino, a cui si aggiunge il portico. Questo, oltre a essere perfettamente prospettico, dà profondità anche alla zona centrale del dipinto grazie alla sua posizione laterale. Sembra proprio che le due zone siano state dipinte da due artisti diversi della stessa officina.

Anche questo Infuso d’Arte è finito ma se volete viaggiare ancora con noi vi aspettiamo tre due settimane con un altro infuso freschissimo nel frattempo potete rilassarvi qui.

A presto!

Chiara Marchesi

La V edizione del Lamezia Film Fest istituisce il Premio Paolo Villaggio

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Giunti ormai alla quinta edizione del Lamezia Film Fest, quest’anno la manifestazione diretta da GianLorenzo Franzi impreziosisce il suo programma istituendo il prestigioso Premio Paolo Villaggio.

Ideato dallo stesso direttore artistico del Festival –  che si terrà a Lamezia Terme dal 13 al 17 novembre e che rientra nel progetto Vacantiandu, finanziato dalla Regione Calabria per il triennio 2017-2019 nell’ambito degli interventi tesi a valorizzare i luoghi di interesse storico e archeologico e promosso dall’Associazione teatrale I Vacantusi – in collaborazione con la famiglia del grande attore, il Premio vuole essere non solo un omaggio a uno dei più grandi interpreti della storia del nostro cinema ma anche a uno dei generi che in Italia ha avuto maggior fortuna, la commedia appunto.

Più nello specifico, il premio è dedicato a quella commedia che ha saputo fare sua la lezione della Commedia all’italiana – così come è stata negli anni codificata dalla Trinità Risi-Scola-Monicelli – sapendo, però, aggiornarsi ai nostri tempi e trasfigurando, quindi, la realtà politico-culturale in una comicità grottesca e surreale, seguendo appunto i canoni dettati da Fantozzi.

“Era doveroso ricordare Paolo Villaggio, il suo mondo, la sua caratura d’interprete, la sua poetica e tutto quello che ha significato e significa tutt’oggi per il cinema e non solo” – spiega il direttore Franzì.

Per questo, il premio vuole mettere in evidenza quei film che nascono e crescono declinandosi attraverso una critica sociale, culturale e politica trasfigurata nella comicità surreale, forse più adatta a descrivere il nostro confuso presente.

Premio Paolo VillaggioVillaggio, infatti, è stato uno degli interpreti che più di tutti ha saputo interpretare la dimensione sociale, edificando un personaggio che è stato in grado di creare un vero e proprio universo narrativo e poetico, capace di andare oltre i limite del genere comico ed entrando a far parte anche del lessico comune– il termine “fantozziano” nella Treccani è indicato per la definizione “di persona impacciata e servile con i superiori; anche di accadimento penoso e ridicolo”.

A ricevere il premio saranno quindi un autore e/o attore, che meglio avrà saputo incarnare lo spirito “fantozziano” nella sua produzione artistica, e un film (scelto fra tre nominati) con le stesse caratteristiche. Il nome del vincitore e le nominations saranno annunciati durante la 75a Mostra del Cinema di Venezia.

L’istituzione di questo premio è una scelta che ben conferma la linea artistica che il festival ha dimostrato negli anni precedenti: l’attenzione al cinema di oggi, ma con un occhio sempre vigile verso le grandi lezioni del passato. Una tendenza che meglio si esplicita nell’innovativa sezione COLPO D’OCCHIO, il concorso di cortometraggi internazionale a cui sarà possibile iscriversi a partire dal 15 giugno.

Tra le novità di quest’anno, anche la partnership con Le Strade Del Paesaggio, il celebre Festival del fumetto di Cosenza, che si concretizzerà in diverse iniziative che verranno presto comunicate.

 

Redazione Culturamente