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Quattro chiacchiere “metal” con Tomi Fooler, leader degli Skeletoon

Ho avuto il piacere di conoscere Tomi Fooler, il leader degli Skeletoon, ovvero un prodotto italiano D.O.C. in ambito metal. Power metal per essere precisi.

Già perché proprio questo genere regala alla nostra penisola delle grandi soddisfazioni soprattutto su palcoscenici internazionali. La chiaccherata con Tomi è stata divertente e per certi versi sorprendente. Sarà lui stesso a parlare di umiltà da parte dei gruppi che formano la rosa Italiana nel genere. Io mi unisco a lui nel confermarlo avendo avuto la possibilità di interagire con alcuni degli esponenti. Per il resto lascio che sia la nostra chiacchierata a far si che la curiosità vi venga a trovare nel sonno. Magari mentre starete canticchiando qualche brano sentito in radio mille e mille e mille volte…

Ciao Tomi, un piacere averti sulle nostre pagine. Spiega a tutti i nostri lettori chi sono gli Skeletoon?

Ciao Emiliano, il piacere è tutto mio, credimi!
Gli SkeleToon sono la band con cui abbiamo deciso di creare una fusione tra il nostro genere favorito, un Power Metal di stampo tedesco, e temi/scenografie a fondo Nerd. Lo abbiamo messo in piedi perché volevamo dare voce anche a chi solitamente viene considerato lo “sfigato della societàˆ”: è stata chiaramente una scelta autobiografica, come ben sai!!!
Nati quasi per gioco, in poco tempo sono diventati il mio impegno “principale”, ed essendo anche il progetto che mi divertiva di più, non potevo che esserne felicemente coinvolto in pieno.

Qual è un vostro brano che consigliereste a chi vuole approcciare la vostra musica?

Cavolo, bella domanda…vediamo: non è semplice rispondere, perché il mio più grande obiettivo è cercare di dare una identità ad ogni brano, in un modo o nell’altro, e questo finisce per donare ad ogni canzone una aspetto in parte differente…è come se fossero tutte canzoni-sorelle: differenti in qualcosa, ma chiaramente figlie della stessa madre.
Finisco per rispondere con il cuore, dicendo “What I Want”, seconda traccia del nostro debut album: un power metal derivato dall’ influenza Edguy, divertente ed immediato, con uno stacco mid-tempo inserito per far “muovere le teste”. Scelgo questo brano perché tipicamente da Live, ed i concerti dal vivo sono l’aspetto che ci contraddistingue/piace maggiormente.

[youtube https://www.youtube.com/watch?v=Vubx3HyzQK0]

Com’è la situazione attuale per i gruppi metal come voi? Differenze con gli altri paesi?

Ultimamente sento molto parlare di rinascita della scena Underground, e questo chiaramente mi piace. Trovo che la situazione sia florida, siamo circondati da ottime bands e da musicisti bravi, oltre che umili. Dobbiamo sempre tenere a mente che, soprattutto il power ed il prog, sono generi capaci di sfornare eccellenze italiane da decenni, eccellenze che tutto il mondo ci invidia: nonostante i “mostri sacri” siano ancora gli stessi, sono felice di vedere che è pieno di nuove bands e progetti che si stanno affermando sulla scena, nonostante il numero di giovani che iniziano a suonare sia decisamente inferiore rispetto al passato.

Dunque c’è speranza?

Sono molto fiero di come stanno andando le cose in Italia, e credo che ci sia una altissima probabilità che le nuove leve Italiane siano il futuro roseo che tutti noi ci aspettiamo.

L’Italia vanta molte eccellenze in campo vocale, mi permetto di inserirti tra loro (voi tutti che leggete….ascoltate Chasing Time). Eppure è un genere che fatica a decollare.

Addirittura? Guarda, sono d’accordo sul livello dei nostri cantanti, chi mi conosce sa che ho una VENERAZIONE per nomi come Alessandro Conti, Giacomo Voli, Michele Luppi o gli intramontabili Lione, Morby e Tiranti, ma non mi reputo certo “avvicinabile” ai loro livelli! Che sia chiaro, apprezzo che tu lo dica, e mentirei se dicessi che non sono contento di sentirlo, ma le eccellenze sono loro. Riguardo al fatto che il genere non “decolli” , vorrei rispondere con una seconda affermazione: Il genere non viene sostenuto dal grande pubblico nazionale, a differenza di quanto accade all’estero.

Come vivete questa situazione?

Come già detto, siamo pieni di ottimi musicisti Rock e Metal, ma l’Italia li sforna, per poi ascoltare altri generi come (perdona eventuali errori di ortografia , ma mi sono appena andato documentare) la “T-Rap” o “L’Italian-Pop”, relegando i musicisti Metal o Rock in ambiti underground o “di nicchia”. Questo, a pensarci, per noi diventa un po’ triste, è vero, ma personalmente ogni volta che ci rifletto, mi rispondo sempre che un tempo il Rock era il genere “maledetto” e dedicato a chi si riconosceva come “diverso” dalla media. Se anche adesso è così vuol dire che siamo ancora coerenti con i nomi che abbiamo sempre acclamato, e questo è un dato molto positivo.

skeletoon intervista

Sulla vostra pagina è apparsa una diretta in cui avete mostrato ai vostri fan, in anteprima, la copertina del nuovo disco.
So che è un progetto ancora segreto…ma qualche indiscrezione ce la regalate?

…citando Albus Silente in Harry Potter: “è un segreto quindi, ovviamente, già tutti lo sanno!”
A parte gli scherzi, è vero, abbiamo appena divulgato la copertina di “They never say die”, il terzo album degli Skeletoon, il quale sarà un concept dedicato al film “The Goonies”: L’artwork è stato brillantemente curato da Stan Decker (Primal Fear, Judas Priests, Lande), e rispecchia in pieno l’immagine che volevamo per questo disco, una sorta di “salto nel passato”, attraverso le avventure dei “Goonies”, per la caccia al tesoro che ha segnato le nostre infanzie cinematografiche. Siamo in “brodo di giuggiole” anche noi, perché vorremmo urlare ai quattro venti tutte le novità che stanno per uscire, ma dobbiamo resistere, altrimenti che sorpresa sarebbe?

Quindi nessuna chicca da regalarci?

Posso, però, anticiparti questo: ci saranno diversi ospiti, tutti cantanti, e tutti con un proprio ruolo. Inoltre, come per il precedente disco “Ticking clock“, tutti i brani sono stati composti ed arrangiati a 4 mani con Guido Benedetti, grande amico degli SkeleToon e membro fondatore dei nostri beniamini  Trick Or Treat. Guido ha personalmente curato le chitarre ritmiche e gli arrangiamenti del disco insieme a me, e ti posso assicurare che non potrei essere più entusiasta di così“. Al disco ha partecipato anche Alessio Lucatti (Vision Divine/ Deathless Legacy) suonando per noi tastiere e piano assieme alla band!

Come è stata la tua esperienza canora in Re-Animated, il disco dei Trick or Treat in cui riprendono vita le sigle dei cartoni animati?

Un sogno che si avvera. Niente di meno. Stentavo a credere quando Guido ed Alle, lo scorso Ottobre, mi chiesero se mi sarebbe piaciuto duettare con loro su “Robin Hood”. Siamo sulle pagine di una webzine, quindi non posso dire quale sia stata la mia reazione nell’immediato, perchè potrei sembrare volgare, ma credimi sulla parola: …mi è piaciuto!

Mi sembra di capire tu abbia vissuto il tutto con una certa emozione. Lo trovo fantastico!

Ho registrato qualcosa come 200 takes perché non ero mai convinto che il risultato sarebbe stato abbastanza buono per i Trick..ero entrato in un incubo: ero felice e terrorizzato allo stesso tempo!
Alla fine, si è rivelata una esperienza splendida, come al solito quando ci sono i Trick di mezzo, coronata dalla partecipazione come ospite ai loro live per il release party di “Re-Animated“.
Sarò sempre grato ai Trick or Treat per avermi reso parte di un capitolo cosi bello della loro storia, e continuerà a dire che dobbiamo essere orgogliosi di avere questi ragazzi come rappresentanti del Metal Tricolore nel mondo. Li reputo (personalmente) la miglior band Power Metal della scena attuale, band che non ha nulla da invidiare a nomi storici del genere.

Un invito a tutti i nostri lettori ad avvicinarsi agli Skeletoon e più in generale al vostro genere musicale.

Okay, vediamo:
“Hey Ragazzi!! Vi piace fare casino, ma vi vergognate a farlo vedere? Non riuscite a trattenere l’headbanging, ma solo in camera vostra? Siete circondati da Cd Metal, Saghe Fantasy, Fumetti e Film fighissimi, ma le ragazze (o i ragazzi) non vi si filano per niente??? BENE, PURE NOI!!! Vi aspettiamo ad un nostro concerto, cosi potremo fare tutto questo assieme!!!”

…Andava bene?
Scherzi a parte, sono felice di aver passato un po’ di tempo qui con voi, grazie a chi ha avuto la voglia di leggerci fino a qui, e grazie a te per lo spazio che ci hai accordato.
Ci vediamo on Stage!

Che altro dire? Non vi resta che dare ascolto alle sue parole e andare di corsa a cercare la loro musica.

 

Emiliano Gambelli

Italiano da guardare: istantanee della nostra lingua

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Luca Serianni e Lucilla Pizzoli firmano insieme per Carocci Editore un delizioso libretto sulla lingua italiana, sulla sua attuale vitalità e sulla sua travagliata evoluzione storica. Il linguaggio semplice e asciutto del testo conduce il lettore in un viaggio dalla nascita delle lingue romanze alla società digitale.

Storia illustrata della lingua italiana

Nel secolo in cui si è tornati a scrivere moltissimo (pensate alle chat quotidiane) anche chi non ha mai studiato le origini della lingua del sì può usufruire di questa scorrevole pubblicazione per scoprirne segreti e curiosità. Per i veterani, invece, potrebbe trattarsi di un dilettevole ripasso, magari da proporre nelle scuole per impartire qualche interessante nozione di linguistica.

In meno di 200 pagine si piluccano chicchi di storia senza indigestioni, grazie ai costanti esempi proposti per ravvivare la narrazione didascalica. Sapevate che il sardo non è un dialetto ma una lingua? E che la parola autista è retaggio del regime fascista? Ma soprattutto, sapevate che la letteratura è stata fondamentale per la nascita dell’idioma nazionale?

Storia illustrata della lingua italiana

Intensificano l’esperienza di lettura delle belle illustrazioni, che supportano nella comprensione di concetti non facilmente assimilabili se si è alle prime armi con la materia.

La curiosità per lo sviluppo costante dell’italiano, tra oralità e scrittura e tra purismi e contaminazioni, non è rétro e si rende ancora più necessaria nell’era globale, visti i costanti scambi con l’estero. La lingua continua ad essere estrinsecazione della società in cui viene parlata: è toccata da tutti i fenomeni che fagocitano l’esistenza dei parlanti. Per rendersene conto basta pensare ai recenti dibattiti linguistici sulle professioni declinate al femminile o alla nascita di neologismi come femminicidio. Si tratta di riflessioni che testimoniano il dinamismo di una lingua che merita di essere conosciuta e utilizzata nel migliore dei modi.

Dai primi timidissimi passi dell’italiano al suo feroce sviluppo il lettore può sfogliare questo libro come l’album fotografico di una creatura. Che in questo caso speriamo non morirà mai.

 Alessia Pizzi

Facile o non facile: Comelinchiostro e il dilemma della vita

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La vita altro non è che un sentiero. Lo si percorre con la speranza di non trovare intoppi ma, si sa, non è così. Spesse volte però le cose ce le complichiamo noi.

Facile è il nuovo singolo di Comelinchiostro, cantautore di Montefeltro alle prese con il suo primo album da solista: Di che cosa hai paura? Il brano è un ricettacolo di pensieri su cui riflettere e far riflettere. Chi scrive è sempre alle prese con le domande che pone a se stesso. Qui sembra voler proporre anche delle soluzioni.

“Ci scordiamo che nel mondo un lato bello c’è. Vediamo solo quello brutto”

Come dargli torto? Basta accendere un telegiornale qualsiasi, o sfogliare un quotidiano, per rendersi conto che di bello sembra non essercene più. Eppure non è così. Comelinchiostro invita tutti a vedere il bello delle cose, lui sarà li ad aspettarci dall’altra parte dell’arcobaleno.

Immagini semplici che si susseguono e danno al brano una sorta di ambiente da “filastrocca”.

Facile come una principessa di una favola; come i regali di natale e come un fiume con l’acqua limpida. Tutte figure che sembrano quasi “dettate” da un bambino. Il tocco fanciullesco non è soltanto nelle liriche.

Il video è uno splendido disegno in movimento, dove un abile mano disegna prima una pallina che rimbalza, poi una principessa affacciata dalla terrazza del castello. Immagini e musica sembrano mescolarsi andando a formare un’unica narrazione che ci lascia nostalgici. Di tempi in cui si viveva tutto con la spensieratezza e i sogni di chi ancora non vede le difficoltà.

Il brano è contaminato da tanti stili. Sicuramente c’è dell’elettro pop, di certo è intriso di folk e vi accorgerete…avrà anche lui la sua spruzzata di indie.

A volte, nonostante ci ostiniamo a non ammetterlo, le cose sono molto più facili di come sembrano.

Si chiude così il video, con questa scritta in sovrimpressione. Una frase sentita e risentita ma poi alla fine dei conti mai davvero recepita da molti di noi. Ci perdiamo in piccolezze che troppo spesso si trasformano in labirinti. Invece molte volte la vita è facile come una pallina che rimbalza. Lo scopriremo soltanto “rotolando” giorno dopo giorno sul nostro sentiero.

Foto di Lucia Alessandrini

Emiliano Gambelli

“Cristallo”: il cortometraggio per dire no alla violenza sulle donne

Intervista alla regista dell’opera Manuela Tempesta

Disturbante. Questo il primo termine a cui si pensa ogni qualvolta sentiamo al telegiornale una storia di violenza sulle donne o la vediamo narrata all’interno delle tante trasmissioni che trattano questo triste fenomeno divenuto ormai quasi giornaliero.

Spesso la vera difficoltà però sta nel far provare la medesima sensazione anche quando queste vicende vengono portate sul piccolo o grande schermo. Perché il rischio di inciampare in un racconto banale e poco empatico è sempre dietro l’angolo.

Ma se dietro la macchina da presa c’è una donna sensibile, intelligente ed innamorata del suo lavoro non può che prendere vita un lavoro di qualità.

Lei è Manuela Tempesta regista del cortometraggio  “Cristallo”, presentato al Torino Film Festival e finalista a Cortometraggi 2018, che abbiamo intervistato per parlare di questo importante lavoro e sviscerare insieme il caso delle violenze all’interno del mondo del cinema.

Come ha preso vita il progetto “Cristallo”?

L’idea di realizzare “Cristallo” è nata dalla profonda necessità – condivisa con Maria Zuccarelli, Responsabile della Comunicazione di Equilibra – di andare a scavare nei meandri della mente di chi esegue o di chi è vittima di un’aggressione in un rapporto di coppia.

Tra gli obiettivi c’era quello di sottolineare come la violenza maschile sulle donne assumesse molteplici forme e modalità. Sebbene la violenza fisica sia la più facile da riconoscere. Inoltre, sempre insieme a Maria Zuccarelli, volevamo richiamare l’attenzione sulla necessità di denunciare e intervenire quando si riconosce di aver subito mobbing o un’aggressione violenta.

Infine, volevamo aprire un dibattito per spiegare -​ ​attraverso “la visione” del cortometraggio e lo sviluppo di una consapevolezza – a quali conseguenze può portare una violenza fisica o psicologica.

L’unico modo di farlo era, appunto, quello di “mostrare” cosa può accadere nella vita di tutti i giorni attraverso la narrazione di una storia, e cercare di parlarne, soprattutto con i più giovani o con chi è vittima di determinate situazioni.

A questo proposito, ci tengo a sottolineare che il cortometraggio è usato anche come strumento didattico all’interno del progetto “A scuola di rispetto”, promosso sempre da Equilibra, che si propone di combattere la violenza sulle donne partendo dall’educazione dei più giovani, ovvero dei ragazzi che frequentano le scuole medie e superiori, con incontri teorici e pratici nelle aule scolastiche, supportati da psicologi esperti e da insegnanti di arti marziali che insegnano le tecniche di autodifesa.

L’obiettivo principale è quello di preparare i futuri uomini e donne – oggi bombardati più che mai da messaggi e comportamenti volenti- alla Cultura del Rispetto, ma soprattutto a riconoscere i segnali della violenza e a difendersi (quando inevitabile) rivolgendosi alla giusta istituzione, con la piena consapevolezza dei propri diritti.

Quale linea narrativa hai adottato per trattare un argomento molto delicato e troppe volte sottoposto agli spettatori in maniera poco adeguata?

“Cristallo” racconta la storia di due donne: Elena (interpretata da Daphne Scoccia) e la Dottoressa Sofia (interpretata da Giglia Marra) come se fossero due specchi, due sentieri tortuosi che s’intrecciano, per caso, in un Pronto Soccorso, dove le piccole coincidenze strutturano la trama attraverso un viaggio visionario.

Elena è stata aggredita dal suo compagno (interpretato da Simone Amato) ma non ha il coraggio di confessarlo, Sofia lo capisce e prova ad aiutarla…Ma, in realtà, anche Sofia nasconde un segreto, legato proprio ad una situazione di violenza subita tempo prima da un “uomo nero” (interpretato da Giovanni Maria Buzzatti) e che Sofia non riesce a dimenticare.

Attraverso questo cortometraggio volevo mostrare che esiste una strada per uscire da situazioni di violenza, ma occorre trovare il coraggio di denunciare. Infatti, sono ancora troppo poche le donne che decidono di denunciare gli abusi alle autorità competenti.

Dalla survey emerge che solo il 14% ha denunciato alla polizia l’episodio di violenza più grave subito dal partner, percentuale che scende per i casi in cui l’aggressore non era il partner al 13%. In Italia i dati sono del 10% e 13%.

I motivi di questa reticenza sono quasi sempre dovuti ad un senso di vergogna e di imbarazzo. Infatti, le donne che subiscono violenza vivono in simbiosi con un forte disagio psicologico e con la paura delle conseguenze di un’ipotetica denuncia. Di queste “catene”, occorre liberarsi.

Su quale aspetto hai deciso di puntare per riuscire a sensibilizzare le giovani generazioni su questa tematica?

Un meccanismo di riconoscimento nei personaggi e la cura meticolosa della scrittura, così come messa in scena, di una storia che potrebbe capitare a chiunque. Ho avuto anche l’apporto e la collaborazione di artisti importanti che hanno creduto in questo progetto, come Daphne Scoccia (la protagonista del film “Fiore”) ed Ermal Meta, che mi ha permesso di utilizzare la canzone “Vietato Morire”, e Louis Siciliano, che ha realizzato il resto delle musiche.

E poi ho avuto l’onore di collaborare per un giorno con Daniele Ciprì, che ha curato parte della fotografia, ma anche con Erika Manoni, una montatrice che stimo tantissimo, così come stimo Chiara Bondì e Miriam Rizzo, amiche e compagne di lavoro davvero preziose, grandi professioniste.

Un altro aspetto fondamentale è stata la scelta del cast. Oltre a Daphne Scoccia, ho avuto il piacere di lavorare con le bravissime Giglia Marra ed Eleonora Cadeddu, ma anche con Simone Amato (protagonista maschile del corto) e Giovanni Maria Buzzatti, tutti molto sensibili verso il tema della violenza.

[vimeo 243446246 w=640 h=360]

Cristallo_TRAILER from Manuela Tempesta on Vimeo.

Pensi che le istituzioni stiano facendo abbastanza contro questo terribile fenomeno?

Sono d’accordo con chi sostiene che “la violenza sulle donne è una sconfitta per tutti” e che occorre creare un sistema di sostegno fra istituzioni scolastiche, politiche e sociali, in modo tale da non fare sentire più sole le donne in difficoltà.

Purtroppo la violenza sulle donne è un fenomeno costantemente in crescita, anno dopo anno. Dal 2000 ad oggi sono state uccise circa tremila donne. Nel 2016 ci sono stati 121 femminicidi. Se guardiamo alle donne che si rivolgono ai centri antiviolenza, capiamo che il fenomeno è in aumento e che le violenze perpetrate sono, soprattutto, di tipo fisico, economico, psicologico.

In Italia ci sono circa 11 stupri al giorno, le violenze sessuali sono più di duemila l’anno e il responsabile dei maltrattamenti, nel 58% dei casi, è il partner; nel 20% è l’ex partner. Un dato terribile e agghiacciante.

E’ molto importante fare prevenzione nelle scuole e lavorare su una rete di supporto sociale, cercando di “salvaguardare la dignità delle donne”, “creando una vera e propria coscienza” verso un fenomeno che è, davvero, trasversale a tutte le classi e a tutte le età.

Credo che negli ultimi anni, anche grazie ai fondi dell’Unione Europea e alle Regioni, qualche passo in avanti sia stato fatto, almeno per cercare d’informare e di arginare il problema.

Le proposte e le azioni dei centri antiviolenza, delle associazioni e dei progetti nelle scuole sono stati significativi, ma resta ancora molta strada da fare per tamponare una piaga sociale così dolorosa.

Quali azioni credi necessarie per educare ad amare in modo sano?

Oggi che la “famiglia tradizionale” è fortemente disgregata e continua ad attraversare una crisi profonda, credo che la scuola e le istituzioni pubbliche possano fare molto a questo proposito, attraverso non solo l’educazione ma, soprattutto, la trasmissione di tanti valori che mancano o faticano a trovare posto nella società odierna, come il rispetto, l’ascolto, la comprensione, la solidarietà e il sostegno al proprio compagno o compagna.

Nel mondo del cinema la regia “al femminile” subisce il potere della fortissima presenza maschile. Ti è capitato di incontrare difficoltà durante il tuo percorso artistico?

Sì, molte volte. Ho trovato tante porte chiuse, nonostante avessi i titoli per svolgere un determinato lavoro. Ho sempre portato a casa numerosi risultati per i progetti che ho scritto, compresi diversi premi e candidature ai Nastri d’Argento o ai David di Donatello, ma chi agisce scorrettamente, con prepotenza ed arroganza, privilegiando amici, parenti o amanti, è sempre dietro l’angolo.

C’è stato qualche uomo che ti ha “consigliato” di cambiare mestiere?

No, nessuno. Sono sempre stata molto determinata e ho studiato a lungo per poter intraprendere questa professione. Ho sempre amato profondamente scrivere e girare, ho fatto grandi sacrifici per riuscire in questo mestiere, quindi, anche se ci avessero provato, non ci sarebbero riusciti.

Recentemente, le donne del cinema italiano hanno firmato il manifesto “Dissenso Comune” contro le molestie fisiche e psicologiche in campo lavorativo. Come ti poni rispetto alla situazione che si è venuta a creare in questo momento storico?

Credo che sia giusto trovare la forza di denunciare e raccontare tutto alla magistratura. Ho saputo che dopo le denunce fatte da attrici e star dello show business, molte donne sono andate a denunciare le molestie subite. Sono testimonianze importanti, che hanno innescato una catena di altre denunce. La violenza non va mai sottovalutata né ignorata.

Secondo te cosa ostacola le attrici italiane a schierarsi completamente come avvenuto per il movimento americano “Times’s Up”?

Forse la paura di essere inserite nelle liste “di chi è contro” e quindi non essere più chiamate a lavorare in certi circuiti. Spero che tutto cambi.

Cosa riserva il futuro per Manuela Tempesta?

Tanti bei documentari dai temi sociali e spero, finalmente, la realizzazione di un nuovo film a cui sto lavorando da un po’ di tempo.

 

 

Maria Giovanna Tarullo

È arrivato il Broncio: siete pronti a sorridere?

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Da giovedì 1° marzo nelle sale cinematografiche c’è un nuovo film d’animazione: È arrivato il Broncio”.

È arrivato il Broncio è l’adattamento della serie animata “Here Comes The Grump” andata in onda negli Stati Uniti dal 1969 al 1970.

Al centro della storia c’è Terry, un ragazzino timido e riservato che adora trascorrere le vacanze estive nel parco divertimenti della nonna Mary.

È arrivato il Broncio

Oggi però la nonna non c’è più e il parco di divertimento rischia di chiudere per sempre.

Inizia così una super avventura per l’eroe Terry, che si ritroverà catapultato nel colorato regno incantato sopra le nuvole di Groovynham. Qui  un mago brontolone ha eliminato la gioia e i sorrisi dai volti degli abitanti grazie ad un sortilegio: il  Broncio.

Voce Off: Benvenuti nel regno incantato sopra le nuvole, dove un mago brontolone rende tristi tutti gli abitanti.

Per salvare la situazione e tornare a casa Terry dovrà riportare l’allegria e la gioia di vivere nel regno della Principessa Alba andando alla ricerca della chiave di cristallo.

Un film di animazione sicuramente divertente ma dalla trama un po’ scontata. Molti sono i riferimenti ai film di animazione e film fantasy più belli di sempre, ma il bambino non riuscirà a cogliere queste sottigliezze, a parte quando si parla del bacio del vero amore oppure del sortilegio del sonno profondo.

Visto che gli autori sono gli stessi de L’era Glaciale 2 – Il disgelo consiglio di non fare paragoni, sono totalmente diversi.

Mia figlia Mariavittoria non è uscita molto entusiasta dal cinema proprio per la storia che non racconta nulla di nuovo. Ha definito il film divertente ed è stata conquistata dalla sceneggiatura: personaggi psichedelici, alberi di natale che camminano, palloncini parlanti e draghi pasticcioni!

 

Alessandra Bonadies

https://youtube.com/watch?v=zvHMjdU99R0

Come scrivere per il web e vivere felici. Manuale per aspiranti book blogger!

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Alla luce della propria presenza ed esperienza in rete, Giulia Ciarapica, autrice di Book blogger. Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché, illustra gli aspetti principali del suo lavoro, redigendo un vero e proprio manuale per la scrittura sul web.

Lo scorso 8 Febbraio è uscito nelle librerie il primo libro della blogger Giulia Ciarapica, Scrivere di libri in Rete: come, dove, perché, edito da Franco Cesati Editore. Dopo aver calcato i social media per alcuni anni, l’autrice del blog Chez Giulia si ferma per raccogliere i frutti della sua esperienza. Il risultato? Un utile vademecum per chi desidera affacciarsi al mondo della critica letteraria 2.0!

Book blogger è sì un manuale, ma prima ancora un viaggio proposto dell’autrice, un iter possibile da seguire, un viaggio zaino in spalla:

Ecco cosa cercheremo di fare in questo libretto o diario di viaggio, come lo abbiamo definito: dare alcune coordinate di base per poter leggere, analizzare e valutare un testo – sia esso un romanzo, un saggio, un racconto, e per trasformare le nostre idee e i nostri appunti in parole scritte.

Diciamo pure che Ciarapica prende per mano il lettore e lo conduce attraverso un viaggio esotico. Un esotismo tutto nuovo di un luogo tanto facilmente raggiungibile, quanto difficile da padroneggiare nel modo corretto, quello della rete.

Mi si passi il paragone. Potremmo definire la book blogger marchigiana una novella Virgilio che accompagna un inesperto Dante-critico2.0 per il mare magnum della scrittura in rete. Con meno svenimenti e più tweet da parte del lettore!

Il viaggio-esplorazione ben presto si rivela come metafora della comunicazione. L’autrice martella continuamente su alcuni pilastri come la chiarezza e la semplicità di linguaggio, quali mezzi per raggiungere il più ampio pubblico possibile. Scrivere, insomma, significa uscire dimensione individuale e autoreferenziale, per entrare nella prospettiva della divulgazione e del dialogo. Un rapporto orizzontale, tra pari, dove lo scambio di pareri diventa il fulcro e promotore dalla diffusione dei propri contenuti.

Tra le varie tematiche, il saggio dedica molto spazio all’analisi dei canali di diffusione. Il book blogger deve sì esprimere il proprio giudizio critico (la prima parte del libro è interamente dedicata alla validità dei contenuti), ma deve sopratutto comunicarlo e diffonderlo il più possibile. Solo in questo modo, potrà instaurare un rapporto di fiducia con il proprio pubblico di lettori.

La semplicità non è solo protagonista delle indicazioni del manuale, ma anzi, si applica anche nello stile dell’autrice.

Per quanto ci siano concetti o nozioni non esattamente immediati, Giulia non si mette mai in cattedra ma ricorre sempre ad un linguaggio chiaro e lineare. Le pagine scorrono rapidamente, dando al lettore la sensazione di aver divorato il testo.

Giunti alla conclusione, tuttavia, non si avrà l’ impressione di aver fatto “indigestione” di informazioni. La struttura articolata del saggio, infatti, e l’uso ponderato di immagini materiali (si pensi a espressioni come decantare, sfrondare etc…), consentono al lettore di assaporare i contenuti del libro così come farebbe con un buon pezzo di torta. Il modo più concreto ed efficace, insomma, per trasmettere il messaggio.

Serena Vissani

“Stabat Mater”: dare una voce al dolore degli umili

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Il Piccolo Eliseo ospiterà fino a domenica 11 marzo lo spettacolo scritto da Antonio Tarantino, “Stabat Mater. Oratorio per voce sola”. La regia è curata da Giuseppe Marini e in scena c’è la bravissima Maria Paiato.

Stabat Mater è il titolo di una preghiera scritta da Jacopone da Todi nel XIII secolo, incentrata sulla figura della Madonna e sul suo dolore per Passione di Cristo. Ma è anche una composizione sacra di Pergolesi che prese vita nel XVIII secolo in cui, ancora una volta, si esplora la sofferenza di Maria per la morte del figlio. Infine, Stabat Mater è un monologo teatrale scritto da Antonio Tarantino nel 1998. Il testo di Tarantino riprenderà vita fino all’11 marzo sul palco del Piccolo Eliseo. A permetterlo saranno il regista Giuseppe Marini e l’attrice Maria Paiato.

Da quanto detto, è lecito chiedersi se anche la storia dello spettacolo abbia a che fare con la dimensione religiosa. In realtà, l’intento di Tarantino è stato proprio quello di laicizzare le figure sacre, concentrandosi sul lato più umano della vicenda: il rapporto tra madre e figlio. Ma Tarantino va anche oltre, scegliendo come protagonista una donna appartenente agli strati sociali più bassi.

La madre è, infatti, un’ex-prostituta, rimasta incinta di un uomo sposato. Il figlio, un ragazzo intelligente, privo di una guida che si lascerà attrarre dalle idee terroriste.

Intorno a loro diversi personaggi: il padre assente con sua moglie, insegnanti, assistenti sociali, giudici, poliziotti, uomini e donne di chiesa. Ma l’unica presenza che lo spettatore percepisce in scena è quella di Maria Croce, la madre. Tutta la realtà è filtrata attraverso il suo racconto, le sue parole, le sue interpretazioni. Ed è qui che il testo di Tarantino acquista di spessore e grandezza. La lingua del monologo è la nota più originale dello spettacolo. Questo perché riflette la personalità della donna.

È la lingua degli ultimi, dei reietti, degli emarginati, degli scarti e detriti della cosiddetta modernità, che non possiedono neanche più una lingua propria (dunque una propria identità) e approdano a una strana, musicalissima e teatralissima pastura linguistica.

Durante lo spettacolo, Maria passa dalla cadenza meridionale – sua di nascita- a quella settentrionale – acquisita dopo un trasferimento al Nord -. Inoltre, il suo discorso è ricco di termini gergali, turpiloqui, doppi sensi, parole storpiate o malapropismi. Numerosi i riferimenti a luoghi comuni, agli slogan delle pubblicità o al mondo televisivo. I concetti vengono ripetuti più e più volte (l’obesità della moglie del padre, la generosità e l'”essere uomo” del prete, la spregiudicatezza della fidanzata del figlio Maddalena). Molto spesso, Maria si lascia andare a invettive aggressive e volgari nei confronti di persone, luoghi o situazioni. Come scrive sempre Marini: “È il linguaggio di quella marginalità suburbana, dannata, condannata e dimenticata dalla Storia”.

La scenografia è rappresentata da una pedana circolare con uno spazio vuoto al centro.

Maria si muove dentro questo spazio, sulla pedana e al di fuori di essa. Il cerchio è un simbolo sacro, ma l’ambiente così sistemato ricorda anche il circo, lo spazio dove prendono vita le varie esibizioni. E quella di Maria Croce è un’esibizione. Una di quelle che vuole essere comica, ma che nasconde, in maniera neanche troppo velata, una grande tragicità. Gli abiti di Maria sono colorati, esuberanti come lo è lei, del tutto inadatti alla sua condizione o alla sua età. D’altra parte, lei continua a illudersi di essere ancora ciò che era in passato (ma lo sarà mai stata davvero?).

Al centro dello Stabat Mater di Tarantino non c’è tanto il dolore di una madre per la perdita del figlio, quanto il dolore di un’esistenza. Un dolore che nasce soprattutto da motivazioni sociali che finiscono inevitabilmente per influenzare la personalità e il carattere. Lo spettacolo è una botta allo stomaco perché costringe lo spettatore per un’ora e mezza a entrare in un punto di vista, in un modo di essere, in una superficialità così piena di significati altri da far male. Perché, anche se Maria ha dei forti tratti che suscitano il sorriso o anche lo scherno, il mondo che lei racconta è uno violento, aggressivo, volgare, lasciato ai margini. Un mondo dove l’intelligenza fa male, dove non c’è spazio per il pensiero, ma solo per l’azione istintiva.

Eppure si tratta di esseri umani. E la loro tragedia è tanto più grande proprio perché riaperti da queste maschere comiche che non lasciano spazio alla compassione.

Non è uno spettacolo semplice da vedere, complice anche la lunghezza e la mancanza di una vera e propria storia. Eppure, il lavoro di Paiato merita di essere visto e applaudito. L’attrice tiene la scena da sola per un’ora e mezza, riuscendo a restituire alla grande non solo il proprio personaggio, ma anche quelli che popolano la sua realtà e la sua vita. Dà corpo, voce, ritmo e anima allo spettacolo. A ricreare questa realtà e a farcela vivere attraverso le sue parole. E lo fa in maniera veramente ottima.

Il teatro, come molte altre forme artistiche, è una finestra sul mondo o su mondi passati o possibili. Quella di Maria Croce non è una bella realtà su cui affacciarsi e non ci accoglie di certo in maniera benevola. Eppure, di tanto in tanto, è giusto farlo.

Federica Crisci

È giunta l’undicesima ora di Ricciardi

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Roma si tinge di fitti misteri tra architettura e verità nascoste

L’undicesima ora, edita da Fazi, è un libro immancabile per gli amanti dei romanzi gialli. Si tratta della sesta indagine del Commissario Ottavio Ponzetti. Di istanza nel quartiere Parioli di Roma l’ispettore di Polizia, affiancato dal simpatico Iannotta, si troverà ad indagare su una serie di misteriosi eventi che hanno come protagonista un celebre architetto.

L’architetto Paolo Rossi e la sua intrigata vita tra arte e malaffare porterà a risvolti inaspettati. Persino un abitudinario come Ponzetti si ritroverà a prendere un volo per Barcellona, complice il giovane catalano compagno della figlia maggiore. Una permanenza in compagnia dei consuoceri che si mostrerà più proficua del previsto.

L’undicesima ora si conferma una piccola importante impronta italiana nel mondo noir. Nulla a che fare con i gialli svedesi più diretti e calzanti ma la ratifica dell’importanza di leggere un romanzo con citazioni letterarie che impreziosiscono il volume e lo rendono unico nel suo genere. Da Dante a Gaudì passando per i racconti popolari trasteverini viene tracciata una linea di continuità con il processo speculativo dell’indagine.

Forse un po’ troppo incalzante la romanità palesata da Iannotta. Ad esempio un lettore che non vive nella Capitale non potrà comprendere in toto la complessità della fede in Totti. L’importanza di questo personaggio sportivo anche nella quotidianità ha una grande valenza. Un occhio “forestiero” non riuscirà a comprendere e apprezzare può risultare persino tedioso. Ma forse è questa la particolarità del genere.

Curiosi di conoscere meglio il Commissario Ottavio Ponzetti, l’undicesima ora potrebbe essere un buon inizio per andare a ritroso nella lettura.

 

Alessia Aleo

Cinque libri sull’amore per scaldarci dentro e fuori

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Febbraio è associato, nella cultura popolare, al Carnevale e alla festa di San Valentino, entrambe ricorrenze oggetto di dispute fra coloro che le amano e coloro che le detestano.

In particolare la seconda, trasformatasi in un inno al consumismo più che al sentimento, ha dato vita ad accese polemiche ad opera di quanti, in particolare quante, vedono nell’esaltazione dell’amore romantico un retaggio della cultura patriarcale e sessista che condanna le donne a perseguire un’ideale di relazione svilente.

Noi di Cultura al Femminile, consapevoli che un libro sfugge ad etichette e che la lettura è sempre un mezzo di affermazione della libertà, anche quando risponde solo alla sana esigenza di evasione, abbiamo voluto dare spazio a testi, alcuni molto celebri, altri, invece, poco presenti nel panorama editoriale. Spaziando dalla poesia, al romance, allo storico, al romanzo di formazione fino al fantastico, ci siamo voluti concentrare sulla passione intensa, vibrante e totalizzante che consente di riconoscerci tutte e tutti nel rosa di una storia che vira, spesso, al rosso del sangue.

“Romeo e Giulietta” di William Shakespeare – Recensione di Viola Carrara

“Sfoglio e risfoglio le pagine di questa tragedia secolare dal nome inconfondibile e nei suoi versi non trovo altro che promesse, poesie e apprezzamenti che ai nostri giorni non si tradurrebbero in altro modo che col termine smancerie. Eppur si muove, penso.

Ma cosa?

Quel vortice, marea, flusso, incantesimo, goliardia, folle disturbo amoroso che Shakespeare ha tentato di narrare attraverso la dolce Giulietta e il romantico Romeo. E allora mi assale un dubbio: forse, per un attimo, devo lasciar andare questo forte pregiudizio dentro di me per entrare nel flusso amoroso dei teneri amanti impazziti.

Eh sì, perché non puoi piangere d’amore dopo aver scambiato appena due battute ad un ballo. Non puoi preferire la morte alla vita senza di lei, che hai incontrato tre volte in tutto…”

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“Romeo e Giulietta” di W. Shakespeare

“La cercatrice di corallo” di Vanessa Roggeri – Recensione di Emma Fenu

Titolo: La cercatrice di coralli
Autore: Vanessa Roggeri
Edizione: Rizzoli, 2018

“L’opera della Roggeri, presentandosi come una storia d’amore contrastata dalle famiglie, è, in realtà, più propriamente, un romanzo di formazione che descrive il percorso iniziatico che condurrà la protagonista dal mondo di certezze dell’infanzia fino all’età adulta, in cui i sogni e gli ideali si scontrano con i limiti dell’umana natura.

Figlia delle creature deleddiane, canne al vento piegate da un destino avverso che le condanna a scontare le colpe dei padri, la fanciulla è anche sorella di personaggi legati alla simbologia materna dell’isola, dall’Ulisse di Omero al Brunetto di Carlo Varese e all’Arturo di Elsa Morante.

Regina, però, è una donna e, per recidere il cordone ombelicale con la madre, prima che divenga cappio, deve partorire e partorirsi passando da una corallina chiamata Medusa ad una barca chiamata Libertà…”

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“La cercatrice di corallo” di Vanessa Roggeri

“La dolceamara melodia del silenzio” di Marina Litrico – Recensione di Franca Adelaide Amico

Titolo: La dolceamara melodia del silenzio
Autore: Marina Litrico
Edizione: Ilmiolibro, 2014

“Bravissima nel lasciare in sospeso il lettore, nel permettere a quest’ultimo di “costruire” il personaggio, quasi fosse una sua stessa invenzione, Marina Litrico ci racconta una storia d’amore ma che storia d’amore non è solamente…

È una storia sui generis, che implica scelte dolorose, crescita interiore e molta sofferenza. Abbiamo parlato d’amore ma il romanzo di Marina Litrico non appartiene al genere romance; presenta, piuttosto, delle caratteristiche del genere fantastico…”

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“L’Arabesco” di Pitty Duchamp – Recensione di Piera Nascimbene

Titolo: L’arabesco (parte I e II)
Autore: Pitti Duchamp
Edizione: Selfpublishing, 2017

“Situazioni drammatiche aspettano i due giovani che per coronare il loro sogno d’amore dovranno dimostrare forza e pazienza pur lontani l’una dall’altro.
Ad una vicenda amorosa, dolcissima e a tratti dolorosa, si mescola sapientemente la storia di un periodo che non viene molto trattato.
Le imprese risorgimentali sono molto ben documentate e si amalgamo perfettamente con ciò che la fantasia dell’autrice ha partorito.
Tutti i personaggi hanno un loro spessore e quelli meno definiti si ritrovano nella seconda parte del romanzo che ha un valore aggiunto nelle descrizioni ambientali e di costume.
Pur parlando di storia, la narrazione non è mai noiosa o forzata e il tutto è permeato da un senso di attesa sia per gli avvenimenti reali che per la relazione dei due innamorati…”

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http://www.culturalfemminile.com/2018/02/07/larabesco-di-pitty-duchamp/

“L’amore è una sorpresa” di Maria Cristina Sferra – Recensione di Serena Pontoriero

Titolo: L’amore è una sorpresa
Autore: Maria Cristina Sferra
Editore: CreateSpace Indipendent Publishing, 2016

“Maria Cristina Sferra narra le storie di tre donne: tre età differenti, tre esperienze di vita differenti.
Grazie a questa sequenza temporale la lettrice si sente accompagnata e capita, e sicuramente, sorridendo, ripenserà al proprio vissuto. Al primo amore, al primo batticuore, alla prima delusione. Alla scoperta dell’amore maturo, dell’amore che emoziona e che grazie alla sua generosità, data e ricevuta, ci completa. Ed infine, al ricordo di un amore, ad un’esperienza rimasta a metà, seppellita in un angolo remoto di sé e, tuttavia, presente.
Ma le tre storie non si limitano ai racconti delle tre protagoniste…”

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Energia rinnovabile e capitalismo. Riflessione sulla situazione del Portorico al Maxxi

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Un vero e proprio Blackout è quello che viene proposto da Allora & Calzadilla nella Galleria 5 del Maxxi di Roma.

Il duo artistico, composta da Allora (Philadelphia 1974) e Calzadilla (L’Avana 1971), vive e lavora nell’isola di Portorico. Dopo il primo loro incontro avvenuto a Firenze, iniziano sin da subito a sperimentare diversi media: dalla fotografia alla scultura, dalla performance all’installazione video. Con la partecipazione alla Biennale di Venezia nel 2011 ottengono i primi consensi da parte del pubblico. In quell’occasione infatti presentano “Track and Field” un’opera che rappresenta un (vero) carro armato capovolto, su cui era posizionato un tapis roulant da allenamento podistico. Sul tapis roulant un atleta che indossava la maglietta degli U.S.A e che, correndo, metteva in moto i cingoli del carro.

Qualche nostro affezionato lettore sicuramente li ricorderà. Li abbiamo già conosciuti quando abbiamo parlato di Gravity, la mostra al Maxxi in cui il duo artistico partecipa con una video installazione: “The Great Silence”.

E ora è questo stesso spazio espositivo a proporre una personale del duo appositamente creata per il Maxxi. Inaugurata il 16 febbraio, la mostra si concentra sull’analisi sperimentale della drammatica situazione in Portorico. L’isola caraibica infatti nel settembre 2017 viene investita da terrificanti uragani; a peggiorare la situazione sono sicuramente le gravi condizioni economiche del Paese, non incorporato negli Stati Uniti d’America.

Uno dei punti cardine del lavoro di Allora & Calzadilla è la denuncia serrata della sofferenza di Portorico.

Sofferenza prodotta dalla sua marginalità data dall’essere un territorio sotto controllo degli Stati Uniti senza farne parte a pieno titolo. Un racconto, il loro, crudo e alternativo al circuito informativo dominante, perché affrontato da un punto di vista artistico.

Entrando nella Galleria 5, che si sposa perfettamente con l’originalità delle opere esposte, incontriamo “Petrifield Petrol Pump”.

Petrified Petrol Pump, Allora & Calzadilla, Maxxi, Roma
Petrified Petrol Pump, Allora & Calzadilla, Maxxi, Roma

Una pompa di benzina? Esclamerete voi….

Sì!

Una pompa di benzina un po diversa dalle altre, invecchiata, oserei dire.

Per intenderci…

Pietrifild Petrol Pump è dismessa, pietrificata, con in atto processi di sedimentazione. La roccia calcarea contiene fossili. La scelta di rappresentare quest’opera come un materiare in stato di fossilizzazione, ci suggerisce come tutto ciò che noi facciamo nel presente rimarrà nel futuro.

Mi spiego meglio.

Tutti i segni della nostra attività umana, nella nostra attuale era geologica, rimarranno nel tempo. Guardando la pompa di benzina dei due artisti possiamo riflettere sul nostro patrimonio culturale inserito nella storia della Terra.

Un altro aspetto importante per Allora & Calzadilla è quello dell’energia in relazione al capitalismo. Non è un caso, dunque, che l’illuminazione di tutte le opere esposte è garantita da un sistema di energia solare. Nella serie “Solar Catastrophe” gli artisti utilizzano pannelli solari rotti per creare astrazioni geometriche. Oltre ad alludere alla storia dell’arte modernista, si fa riferimento anche alla crisi energetica del mondo contemporaneo.

Solar Catastrophe, Allora & Calzadilla, Maxxi, Roma

Arriviamo nel clou della mostra con l’opera “Blackout” che da il titolo all’intera esposizione.

Nel 2016 esplode un trasformatore elettrico che creò un collasso della rete elettrica di Portorico.

In questo caso il Blackout è ciò che rimane del trasformatore. Frammenti di ceramica, metalli, bobine e trasformatori uniti da una massa di rame. A dare voce all’opera è la composizione di David Lang.

Sì, perchè l’opera è accompagnata da una matrice sonora alla quale si unisce quella di un un gruppo sonoro romano: “Voxnova Italia”.

L’atmosfera è suggestiva.

Pezzi di metallo e altri materiali sembrano prendere vita.

Blackout, Allora & Calzadilla, Maxxi, Roma
Blackout, Allora & Calzadilla, Maxxi, Roma

Il Maxxi ospita anche una serie di video degli artisti; una rassegna che testimonia ancora una volta il loro impegno sociale.

Il risultato è visivamente immediato: una chiara forma di protesta.

Dopo aver visto una moto con una tromba saldata alla marmitta, un tavolo rovesciato che diventa una barca a motore, dei quadri composti da frammenti di pannelli fotovoltaici; possiamo dire che Allora & Calzadilla sono riusciti nel loro intento.

Quello di farci riflettere sulla drammaticità della situazione portoricana, trasformando il Maxxi in un luogo di indagine e di discussione. L’arte è uno dei pochi mezzi per poter ancora…pensare.

Alessandra Forastieri

Jennifer Lawrence dalla Russia con amore: vi presento Red Sparrow

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Mi è venuto un dubbio, anzi, una domanda retorica onestamente. Che gli americani non sappiamo realizzare più spy story degne di questo nome e questo genere?

La scorsa estate Atomica Bionda è stato una delusione. Un film completamente vuoto, nel quale l’azione non era solo il centro di tutto, ma l’unica cosa degna di nota. Adesso, Red Sparrow è ugualmente un film vuoto, ma per motivi opposti. E forse anche più significativi.

Infatti Red Sparrow è un film tremendamente apatico, compassato, privo di una qualunque forma di tensione, e privo di un reale interesse nel tenere il ritmo così basso. Non è un film d’azione, come si potrebbe pensare, ma un film che vorrebbe giocare sulla natura doppiogiochista della spia, e quindi della natura umana come poco velata metafora. Non solo non riesce a reggere tale discorso non dandogli profondità, o un vero senso emotivo, ma spingendo costantemente sul punto anche quando potrebbe evitarlo finisce per insabbiare la storia nella noia.

Forse, il problema di Red Sparrow è quello di prendersi davvero troppo sul serio. E fare di tale serietà la colonna portante della narrazione.

Invece di divertirsi con le vicende di spie che agiscono nel rinnovato scenario globale che non sa più che farsene dello spionaggio classico, il film ha l’ambizione di essere “contemporaneo”. La nostra protagonista non è una spia canonica, ma una spia addestrata ad essere una schiava. Il cuore della storia è una donna circondata da uomini meschini, perversi, violenti, uomini schifosi – non tutti – che pensano sempre e solo ad una cosa – quello tutti – e oggettificano il talento femminile. Il richiamo al movimento #MeToo è lampante, ma Red Sparrow non ha la caratura per reggere tale metafora e diventare film simbolo, così come il regista Francis Lawrence non ha il talento, visivo o autoriale, per far diventare il materiale che ha disposizione qualcosa di diverso.

Jennifer Lawrence è bravissima come sempre, ma il suo talento non basta. Fa i salti mortali per liberarsi da un accento russo robotico, non riuscendosi sempre. La sua completa dedizione anima e corpo – quest’ultimo letterale – al ruolo interpretato Red Sparrow davvero non se lo merita.

Il film è ambizioso, e questo sarebbe pure un bene, ma è meglio sapere cosa fare con l’ambizione. Forse capire cosa si ha tra le mani, non volare troppo in alto, e accettare il genere per quello che offre, è la strada migliore. Avrebbe giovato soprattutto al livello d’attenzione degli spettatori.

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Emanuele D’Aniello

Sheila McKinnon e “Invisible light”: il cambiamento climatico sfida l’umanità

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“Invisible Light”, la mostra multimediale di Sheila McKinnon, è stata esposta fino al 23 febbraio a Roma nella Sala del Cenacolo del Complesso di Vicolo Valdina presso la Camera dei deputati.

In “Invisible light” abbiamo potuto ammirare le fotografie e i video realizzati da Sheila McKinnon. La rinomata fotografa, giornalista e artista multimediale ha origini canadesi, ma ha vissuto la maggior parte della sua vita in Italia.

Guardandola e ascoltandola parlare in occasione dell’inaugurazione della mostra, McKinnon si è rivelata una donna coraggiosa, interessante e determinata. È una combattente. Lotta per l’ambiente, per i diritti delle donne, per quelli dei bambini.

Il tema di questa ultima mostra era il cambiamento climatico, la sfida numero uno per l’umanità nei prossimi decenni.

Le fotografie catturano lo sguardo per i loro colori intensissimi. Sono immagini che dicono tanto proprio con i colori.

Su un monitor viene trasmesso il video “Waiting for life”. Realizzato con sequenze fotografiche molto evocative, spiega il riscaldamento globale e l’inquinamento in modo semplice. La protagonista assoluta delle immagini video e fotografiche è l’acqua.

Alcune foto sono post-prodotte e rieditate con fotomontaggi. Sembrano quasi dei dipinti, piuttosto che delle fotografie. Non sono delle opere fotografiche di tipo classico, quindi potrebbero non piacere a tutti. Ma, in realtà, sono molto potenti ed efficaci per la funzione sociale che svolgono.

Come accennavamo prima, infatti, il lavoro di Sheila McKinnon pone l’attenzione sui diritti delle donne/educazione delle ragazze e sui cambiamenti climatici. Di entrambi i problemi l’artista offre un’originale prospettiva.

Sul primo tema la sua opera sensibilizza gli spettatori sulla dignità e la naturale joie de vivre, “quando documenta le attività eseguite dalle donne e dalle ragazze in paesi in via di sviluppo”.

Invece, “nelle sue immagini riguardanti il clima, Sheila McKinnon espone la bellezza del nostro pianeta (…) legata alla terra, in una tavolozza pittorica di spettacolari colori, disegnando la naturale fenomenologia che sgorga dalla pancia della terra”.

Con la sua fotografia e il suo processo creativo l’artista vuole invitare a una discussione, in tutto il mondo e a vari livelli, sugli effetti del cambiamento climatico sulle popolazioni migranti, sul nostro approvvigionamento di cibo e acqua e sui tanti modi in cui la nostra stessa esistenza è minacciata dal riscaldamento globale.

Novantasette Paesi sono d’accordo su questo e si sono impegnati a partecipare attivamente per invertire il problema.

L’opera di Sheila McKannon e la mostra “Invisible light” sicuramente sono un prezioso contributo alla sensibilizzazione di ogni cittadino. Per questo l’esposizione è stata patrocinata non solo dall’Ambasciata del Canada, ma anche dal Kyoto Club, organizzazione no profit costituita da imprese, enti, associazioni e amministrazioni locali, impegnati nel raggiungimento degli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas-serra assunti con il Protocollo di Kyoto, con le decisioni a livello UE e con l’Accordo di Parigi del dicembre 2015.

Non possiamo che augurarci che il percorso di consapevolezza sul cambiamento climatico si acceleri davvero e porti ad azioni concrete ed efficaci. Il lavoro e l’impegno di artisti come Sheila McKannon nel favorire questo percorso sono benvenuti.

Stefania Fiducia

Il Barone Serramarrocco porta a Roma l’eccellenza dei vini Siciliani

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Una Storia del vino iniziata nel 1660 che arriva ai giorni nostri, tramandando tra le generazioni la passione per il territorio e per la grande enologia internazionale.

Tutto è iniziato esattamente nel 1624 con Don Giovanni Antonio Marrocco y Orioles, Signore di Serramarrocco e Capitano di giustizia di Salemi. Le cronache del tempo riportano le gesta del nobiluomo, distintosi con il suo operato, per aver salvato la popolazione locale dalla minaccia incombente della peste. Per i suoi meriti Filippo IV Re di Spagna e Sicilia, lo insignì del titolo di Barone concedendogli un feudo reale. Una grande estensione territoriale già nota allora per la qualità dei vigneti, da cui provenivano i vini destinati a rifornire le cantine della Real Corte di Sicilia.

Un’Azienda antica dal volto moderno.

A qualche secolo di distanza, il volto di questa realtà è quello di Marco Serramarrocco. Chi però si aspetta lo stereotipo del signorotto di campagna, dall’accento provinciale e pronipote di una nobiltà decaduta, rimarrà certamente deluso. L’attuale proprietario ha il volto di un tranquillo Signore di esperienza internazionale. Un professionista che dopo una carriera nei Lloyd di Londra come broker, ha deciso nel 2001 di ridare vita al fondo. Custode delle radici culturali del territorio è l’ideale trait d’union in grado di traghettare la tradizione vitivinicola nell’attualità del presente.

Nell’incontro avvenuto presso la sede Onav di Roma e affiancato dal delegato Alessandro Brizi, Marco Serramarrocco ha snocciolato episodi tra storia e nobiltà del nostro paese, di cui la sua famiglia è stata testimone e parte attiva. Una di quelle degustazioni in cui si fa palese il valore e l’intimo intreccio del vino, con la cultura italiana e la nostra storia. Attualmente il fondo comprende sessanta ettari, di cui ventidue a vigneto situato alle pendici del monte Erice. Un’ambiente in cui l’escursione termica e il regime delle brezze marine in arrivo dalla costa, fungono da regolatori delle temperature.

La salvaguardia della tradizione in un’ottica di viticultura internazionale.

L’opera di riordino fondiario è avvenuta attraverso l’attenta analisi del terreno eseguendo operazioni di carotaggio. Un metodo di indagine in grado di stabilire le condizioni di impianto migliori per garantire ai vini un profilo di autenticità. Azienda è una parola che poco si addice alla realtà Barone di Serramarrocco, sicuramente più vicina a quella degli Château Francesi, che la famiglia ha avuto modo di frequentare nella sua lunga storia. Un contatto che si intuisce anche nel reimpianto della vigna sul modello di Bordeaux. Sistema che prevede l’alta densità, in grado di sviluppare la competitività tra le piante stimolandole a spingere le radici più in profondità nel terreno. Una condizione di cui hanno bisogno alcuni vitigni per dare il meglio di se. Insieme alla bassa resa applicata su ogni vitigno, a tutto vantaggio della qualità del profilo organolettico.

La vicinanza con questa cultura enologica, si fa evidente nel Serramarrocco, Cabernet Sauvignon 85% e Cabernet Franc 15%, taglio bordolese di riferimento tra quelli Italiani. Oltre alla similitudine con quelli dei cugini d’oltralpe c’è però di più. Le barbatelle della vigna da cui viene prodotto infatti, provengono direttamente da Château Lafite-Rothschild. Circostanza che ha spinto il governo Francese a riconoscere al Serramarrocco una parentela ufficiale con i propri vini, onore concesso solo in un altro caso. Ma a parte questo l’intenzione non è quella di un’imitazione tout court. L’intento è quello di applicare le esperienze transalpine per valorizzare i vitigni locali come Perricone, Nero d’Avola, Grillo e Zibibbo.

Il riconoscimento al territorio della Regione Sicilia.

Oltre all’esperienza ci sono le qualità del territorio che la Regione Sicilia ha voluto tutelare, riconoscendo per primi alla “Vigna di Serramarrocco” la Denominazione di Origine Protetta Erice. Un ambiente dalle condizioni climatiche straordinarie che favorisce la viticultura di qualità. Requisito che permette di limitare al massimo i trattamenti impiegando mano d’opera di provata esperienza. Tipo quella dei viticoltori anziani che praticano la cosiddetta vendemmia negativa, una selezione iniziale che scarta a prescindere i grappoli non ritenuti idonei per conferire al vino un’elevata qualità.

L’attenzione prosegue in cantina dove vengono utilizzati con equilibrio solamente legni francesi di primissima qualità, in grado di accompagnare il vino nella maturazione senza comprometterne la finezza. Aspetto evidenziato anche dalla degustazione che prevedeva cinque vini rossi.

I vini rossi in degustazione.

Il primo all’assaggio è stato il Baglio di Serramarrocco 2016, Nero d’Avola in purezza, in cui si sente la vicinanza del mare che regala una sfumatura salata. Frutto  maturo e nota balsamica, pepe, tabacco dolce e cioccolato in un naso che cambia continuamente. In bocca rimane coerente e agile grazie all’acidità. Il tannino che pur ribadisce la sua presenza, è già abbastanza gradevole e concorre alla piacevole lunghezza finale.

E’ stata poi la volta del Sammarcello 2016 da uve Perricone, localmente detto anche Pignatello. Autoctono Siciliano in passato a rischio estinzione, ma che oggi sta trovando una sua nuova dimensione e di ottime prospettive future. Qui il frutto è più fresco, dalla sfumatura balsamica emergono toni verdi, poi chiude su note di spezie e liquerizia, ma rimane meno complesso del precedente.

Ancora  Nero d’Avola ma di un clone diverso dal precedente, nel Nero di Serramarrocco 2014 dove il territorio si esprime al massimo. Complessità caratterizzata da note di cioccolato all’arancia che poi si distendono in eleganza sul frutto rosso maturo. Poi spezie e liquerizia, in un profilo che sfugge a quello classico del vitigno.

Poi ancora Perricone per il Barone di Serramarrocco 2014 che presente il frutto rosso in diverse declinazioni, introducendo accenni balsamici, cacao e note dolci di spezie e tabacco. Sorso ricco e potente, un vino che ha tutte le carte in regola per evolvere in maniera importante.

Serrarrocco un taglio bordolese di riferimento tra quelli Italiani.

In ultimo il Serramarrocco 2014 di cui sopra. Qui l’impatto balsamico apre la complessità del vino su note fruttate, che cambiano durante la permanenza nel bicchiere lasciando poi la scena alle erbe aromatiche e al tabacco, su un fondo aromatico scuro che richiama la cenere. Grande eleganza che in bocca soffre un po’ la giovinezza, lasciando solo intravedere il grande vino che acidità e tannino gli consentiranno di diventare nell’invecchiamento. Caratteristica da condividere in parte anche con gli altri vini, quasi tutti all’inizio del loro percorso.

Finisce qui una bellissima degustazione, ricca di argomenti e interessanti spunti su territorio, tradizione italiana e capacità di evoluzione dei vini. Per quelli che invece, limitano una degustazione allo sterile elenco di fattori degustativi presenti in un bicchiere, è stata una magnifica occasione per capire che forse dovrebbero occuparsi di approfondire altro.

Bruno Fulco

L’arte non è serva di nessuno

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È prassi consolidata oramai che gli artisti non contemplino più l’”art pour l’art” o comunque un approccio estetico vitale che riesca ad andare oltre il contingente. La creatività sembra relegata esclusivamente oramai a un vettore per frecciatine politicizzate e morale spicciola.

Arte contemporanea? A parte esigue raffinate eccezioni e il costrutto architettonico, assurge sempre più a un trampolino per esasperazioni visive, illusorie, prive di contenuti, con il solo scopo di colpire lo spettatore e di farlo compartecipe dell’horror vacui diffuso.

Altra via percorsa è il sentiero della morale, della retorica e della sensibilizzazione a tematiche sociali, spodestando la musa Arte dal suo trono e deputandola a mero strumento di propaganda.

La letteratura viene sempre più assemblata alla saggistica di bassa lega. Le storie narrate si accomunano, si appiattiscono nel quotidiano, private dell’input immaginifico e di una sintassi ricercata. Il giornalismo depaupera il suo spirito critico per confondersi con gli “ideali” dello schieramento politico che lo ha assoldato come mercenario. Viene svilito ogni accento che rifugga dalla consolidata nenia retorica.

La musica si viralizza e diventa un loop mediatico da talent. Opere classiche attualizzate, volgarizzate, defraudate della loro autenticità. Ovviamente con le dovute eccezioni, ma le arti pian piano si stanno assottigliando e languono.

Dove è il potere dell’immaginazione e della fantasia (prerogativa indiscussa di tutti gli intellettuali, artisti, poeti, dei secoli scorsi)? Mario Praz è uno degli ultimi uomini di cultura a tutto tondo. Linguista, giornalista, critico d’arte con un’unica matrice: la creatività. L’estroso, il bizzarro, il rilascio dei freni inibitori, lo fanno svettare tra la ratio e l’invenzione. L’autorevolezza che dona la cosiddetta sana insaniae.

Contesti storici degenerati, come ad esempio le guerre mondiali, non hanno impoverito l’arte, anzi, dall’art nouveau al funzionalismo, dal futurismo all’esistenzialismo, dal neorealismo alla dodecafonia: ogni ramo ha germogliato fecondo fino alla sterilità lassista del “nostro” contemporaneo.

Il timore degli estremi, l’appeasement post-bellico, la rottura con tutto ciò che è tradizione ha leso, eroso lentamente, inesorabilmente, il tessuto connettivo artistico. Come il partito dell’Uomo Qualunque di Giannini che si è infiltrato nel gap socio-politico, così l’”Arte dell’Uomo Qualunque” rischia il decollo.

Arte è narrazione, espressione immediata, mutuata, celata. E’ contenuto. L’arte è un onere. L’arte è contingente? Ne è sempre al di fuori e allo stesso tempo è onnipresente. È il nostro memento vitae e mori.

Nell’arte coincidono gli opposti: “il bello è il brutto e il brutto è il bello” dixit Macbeth in Shakespeare. La coincidenza tra interno ed esterno esemplare nel Medioevo dovrebbe vigere ancora nella nostra epoca dove il timore ha preso il sopravvento e l’unica cosa a coincidere (ed è drammatico) è il linguaggio scritto e parlato.

L’intento è ripristinare un certo vigore e dignità ad artisti del passato, senza retorica, ma con il rispetto dovuto a contenuti eterni, testimonianze ineludibili di un unicum umano a cui apparteniamo.

Il riappropriarsi della sensazione di andare in un’epoca attraverso un quadro, o una sinfonia, e allo stesso tempo di trovare il nostro contemporaneo in quella dimensione.

Ristabilire i ruoli tra il quotidiano e l’estemporaneo è il monito, entrambi essenziali e vitali. Non confondere il limite tra essi, e bando al politically correct e al buonismo sfrenato.

Un presupposto scenico è la vicenda legata a Bono, frontman della band U2, che recentemente è stato pizzicato per evasione fiscale (né il primo né l’ultimo), e che rivendica diritti e libertà. Ma il focus, a mio avviso, non è la polemica etica o meno. L’onestà non è merce per l’arte.

Benvenuto Cellini è un titano, ma di certo non politically correct, la sua vita non è un esempio di virtù, eppure il suo apporto storico-artistico è immane. Il rischio è che si perda la qualità dell’arte e dell’artista in questo vacuo mare magnum. La singolarità e il “particulare”.

In queste dissertazioni e opere, dove il messaggio ha un passaggio obbligato per la policy e il legame con il contingente è stretto, si obnubila il nomen omen dell’artista.

L’autorità del perfettibile umano non si disvela nel forzato buonismo e nella stentata retorica, ma nel librarsi del proprio individualismo, della propria differenza. Nel differente ritrovare ciò che è originale, nel senso stretto del termine.

L’arte non è serva di nessuno, semmai “umile ancella”, parafrasando le parole dell’Adriana Lecouvreur. La volontà è di viaggiare in questo mondo senza tempo né luogo.

Costanza Marana

Suburra 1930 inaugura la nuova stagione

Dopo il successo della prima stagione, torna “Assaggi di cucina e miscele”, una serie di eventi nel cuore del Rione Monti dedicati alla cucina e ai drink.

Si è conclusa da poco la prima stagione di eventi da Suburra 1930 e già il locale si prepara a ripartire con una nuova proposta. 4 serate dedicate al bere e al mangiare, dal format leggero e accattivante, sia nella formula che nel prezzo. “Assaggi di cucina e miscele” nasce nel 2017 sia per presentare il locale, un piccolo gioiello nascosto nei meandri del quartiere Monti, sia per proporre un nuovo modo di vivere la classica degustazione.

Per questo si fanno largo non piatti, ma assaggi, sia di cucina che di drink, per un aperitivo, un dopocena o, perché no?, per una cena da proseguire scegliendo altri piatti dal menu. Alla base il concetto di potersi muovere con grande libertà in un percorso consigliato che varia di volta in volta, di evento in evento, per un appuntamento al mese, da Febbraio a Maggio.

GLI EVENTI

4 eventi che celebrano la buona cucina e il buon bere, offrendo al pubblico la possibilità di godere della bellezza di Roma in modo ancora inaspettato. Per questa stagione, che comincia in inverno arrivando fino a dare il benvenuto all’estate, sono stati scelti ingredienti della tradizione ma anche contemporanei, “miscelati” fra loro per stupire o far semplicemente riscoprire sapori autentici, che si accostano alla perfezione. 

SUBURRA 1930

Ristorante e cocktail bar ispirato agli anni ’30 nel design e nell’architettura non convenzionale Suburra 1930 prende il nome da Piazza della Suburra. Due piani con cucina a vista e un delizioso dehors esterno su una delle piazzette del Rione Monti, ospitano un locale ricercato e familiare al tempo stesso, dove si fondono tinte scure con colori accesi, marmi, giochi di ombre e inserti color oro.

Lo chef Alessandro Miotto propone un menu dove la scelta, sfiziosa e originale, spazia dai piatti più legati alla tradizione romana fino alle incursioni di profumi speziati e sapori dal mondo. Poi ancora fritti, crudi e marinati di pesce, carne e verdure, cinque variazioni sul tema del baccalà e una ricca offerta “street”, ideale da condividere durante un aperitivo o un dopocena tra amici o da stuzzicare passeggiando tra i suggestivi vicoli del Rione.

Al menu si affianca una carta del “beverage” che sa muoversi tra le etichette disponibili sia alla mescita che in bottiglia e i cocktail “signature” realizzati dai bartender di Suburra 1930, drink pensati per accompagnare i piatti del menu, ma anche per l’aperitivo e per il dopocena. Mauro e Lorenzo, proprietari di Suburra 1930, hanno fatto di questo locale un salotto intimo e conviviale, dove accogliere, come dei veri padroni di casa, sia gli affezionati clienti romani che i turisti in visita nella città. 

Di seguito il programma degli eventi:

Tradizione e Liquori Italiani, 27 febbraio: 3 assaggi salati dalla cucina e un boccone dolce della cultura culinaria romana si accompagnano a 4 drink a base di liquori assolutamente italiani, che fanno parte della tradizione del bere nostrano. Un abbinamento che riscopre piatti e drink in abbinamenti inaspettati.

Cacao nel piatto e Rum, 20 marzo: 3 assaggi salati dalla cucina e un boccone dolce con l’aggiunta di un ingrediente sorprendente e versatile, il cacao, si accompagnano a una variazione di 4 drink a base di Rhum. Uno degli abbinamenti più classici della miscelazione, ma con uno sguardo più aperto su tutta la cucina, dall’antipasto, al dolce.

Baccalà e Gin, 17 aprile: 3 assaggi salati dalla cucina e un boccone dolce, a base di baccalà e gin. Un ingrediente della cucina romana, molto caro al nostro chef (che gli dedica ben quattro variazioni), uno dei protagonisti del bere internazionale: cosa hanno in comune questi due ingredienti? Lo scopriremo in una serata all’ombra del Rione Monti.

Street Food e Fizz, 22 maggio: 3 assaggi salati dalla cucina e un boccone dolce, rigorosamente da strada, si accompagnano a 4 drink in stile Fizz. Proprio nel cuore di Roma, tra i suoi vicoli e piazze, un abbinamento per assaporare la bellezza di mangiare e bere passeggiando, chiacchierando e condividendo il piacere della buona cucina e la bellezza dell’estate che si avvicina.

Il prezzo di ciascun evento è di 18 euro a persona.
Si può partecipare all’evento in qualsiasi momento dalle 18.30 alle 23.00

Piazza della Suburra, 13 – 15
Aperto lun-dom: 18.30 – 2.00
sab-dom: 12.30-15.30

 

Educazione sessuale nella scuola italiana (non pervenuta)

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Laicità Scuola Salute ha  presentato un appello alla politica per avere una Scuola laica, inclusiva e sicura.

Un appello che affronti l’emergenza sanitaria e affettiva della sessualità tra i giovani.

Nel nostro Paese non c’è nessun programma curricolare di educazione alla sessualità e alle differenze: proprio per questo motivo si è costituito il Coordinamento Laicità Scuola Salute. Un coordinamento formato da Agedo, Coordinamento Genitori Democratici, Educare alle Differenze, Famiglie Arcobaleno, Gaycs, Gaynet e Rete Genitori Rainbox.

Il Coordinamento vuole proporre l’insegnamento dell’educazione sessuale all’interno degli obiettivi formativi presenti nelle scuole di ogni ordine e grado, formando appositamente il corpo docente. Inoltre vuole costituire un fondo speciale per sostenere progetti che riguardano l’educazione alla sessualità e alle differenze di genere. Questi progetti saranno finanziati attraverso dei bandi nazionali.

educazione sessuale

Il Coordinamento vuole anche introdurre la distribuzione del preservativo maschile e femminile nelle scuole.

La distribuzione dovrebbe essere fatta con il supporto di una campagna di sensibilizzazione alla contraccezione e alla prevenzione delle Malattie Sessualmente trasmissibili. Sarebbe inoltre prevista una verifica dei libri di testo scelti e una successiva sostituzione nel caso in cui non fossero in linea col progetto P.O.LI.TE. Infine, nelle scuole dovrebbero essere organizzate iniziative e momenti d’incontro. Momenti che siano rispettosi e inclusivi verso tutte le famiglie, che rappresentino e valorizzando la pluralità delle configurazioni familiari.

Dulcis in fundo l’inserimento nelle scuole della celebrazione del World AIDS Day, il 1 dicembre.

 

Alessandra Bonadies

Italiano Corretto, l’evento per i professionisti della parola

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La nostra redazione poteva forse farsi mancare la mediapartnership con Italiano Corretto, l’evento per i professionisti e gli appassionati della parola?

Assolutamente no, specialmente in un periodo storico dove lo scritto è predominante, ma spesso non corretto, a causa del nuovo habitat digitale!

Venerdì 25 e sabato 26 maggio 2018, a Pisa, si rinnova l’appuntamento con Italiano Corretto, evento organizzato e promosso da STL Formazione  di Sabrina Tursi, realtà pisana di lunga esperienza nella formazione per traduttori e interpreti, e da doppioverso, sito-blog dedicato alla traduzione editoriale gestito dalle traduttrici Chiara Rizzo e Barbara Ronca. Un’iniziativa che si propone come occasione per riflettere insieme, con obiettività e rigore professionale ma senza inutili ansie e magari divertendosi anche, sulle sfide e le possibilità presentate dall’italiano che cambia, rivolta agli appassionati della nostra lingua ma in particolar modo ai professionisti e freelance della parola (adattatori, traduttori, correttori di bozze, web writer, insegnanti, redattori, scrittori) che hanno fatto dell’italiano e delle sue inevitabili evoluzioni uno strumento di lavoro.

In un’epoca di globalizzazione dominata dall’utilizzo pervasivo dei social network e delle nuove tecnologie di comunicazione digitale ci si trova spesso in bilico tra il rispetto della norma e la curiosità.

L’italiano sta inesorabilmente mutando, come anche le forme che lo veicolano, e forse è possibile approfittare delle infinite opportunità di sperimentazione offerte da questo mutamento di scenario, senza lasciarsi spaventare o intimidire. Nei primi due anni Italiano Corretto ha coinvolto diversi ospiti, che sono stati chiamati a fornire uno sguardo sull’italiano puntuale ma coraggioso, che desse agli iscritti spunti di riflessione ma anche strumenti effettivi di lavoro. E proprio perché lo scopo è fornire strumenti più che pure riflessioni, con un’impostazione più pratica che didascalica, la terza edizione dell’evento propone una formula radicalmente nuova, strutturata in sette laboratori pratici, della durata di circa tre ore, in cui i partecipanti possano lavorare concretamente ricevendo non solo un’infarinatura teorica sugli argomenti trattati, quanto piuttosto l’opportunità di mettersi alla prova in una sorta di “bottega”, con esempi ed esercizi svolti gomito a gomito con i docenti.

Fiore all’occhiello di questa terza edizione è inoltre la partecipazione della Scuola Normale Superiore di Pisa, che accoglie l’evento nella sua storica sede in Piazza dei Cavalieri.

Venerdì 25 maggio, Federica Matteoli, editor e titolare della società di consulenza editoriale Fregi e Majuscole, prenderà in esame le varie fasi di editing e revisione che dalla produzione di un testo portano alla sua effettiva pubblicazione; la sociolinguista Vera Gheno si concentrerà invece sulla lettura consapevole, base indispensabile da cui partire per l’elaborazione di nuovi contenuti, mentre l’attore e autore Carlo Giuseppe Gabardini approfondirà le tecniche – tra contestualizzazione geografica, generazionale e non solo – che stanno dietro alla scrittura umoristica.

Sabato 26 maggio, la storica della lingua italiana Mariarosa Bricchi ci accompagnerà alla scoperta dell’importanza dell’architettura delle frasi e del testo nel delineare una scrittura (e una traduzione) efficace; la copywriter Valentina Falcinelli, titolare di Pennamontata, ci svelerà i segreti alla base della redazione efficace di microcopy, i contenuti brevi che proprio per la loro necessità di sintesi devono puntare al massimo dell’efficacia e della persuasione; il linguista e sociologo della comunicazione Massimo Arcangeli indagherà le più recenti evoluzioni del lessico e della sintassi, alla ricerca di sfumature e differenze tra il vecchio modello di comunicazione “analogica” e quello, ormai dirompente, della comunicazione “digitale”; l’esperto di linguistica computazionale Alessandro Lenci passerà in rassegna tratti e fenomeni cruciali della vera e propria “rivoluzione” attuata dai social nella comunicazione pubblica, in particolare per quanto riguarda il giornalismo e la politica.

A conclusione dei lavori della seconda giornata, si terrà inoltre un panel finale coordinato da Luca D’Onghia della Scuola Normale di Pisa, in cui i docenti potranno confrontarsi fra loro, con gli iscritti e con il pubblico sugli spunti emersi da tutto il lavorare, da molteplici punti di vista, sulle evoluzioni dell’italiano 3.0.

Posti limitati, iscrizioni aperte fino al 15 maggio.

Fino al 16 aprile è disponibile una tariffa early bird superscontata per un pacchetto di 4 laboratori a scelta.

Tutti i dettagli su: www.italianocorretto.it

Per informazioni: info@italianocorretto.it oppure 347 3972992.

The Crown 2: la regina svela il suo volto

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La regina Elisabetta svela il suo vero volto di donna

The Crown è una maschera. The Crown è una corazza. Nella seconda stagione dell’intrigante serie di stampo storico, originale Netflix, abbiamo apprezzato e conosciuto la vera Elisabetta. Una donna con i suoi alti e bassi. Una donna tormentata che cela sotto il peso della corona il dubbio delle sue responsabilità.

Una quotidianità regale scandita tra pubblico e privato in circostanze che la vedranno punzecchiata dal marito per il suo nuovo taglio di capelli, uditrice dell’infelicità di Jackie Kennedy e testimone della tormentata vita amorosa della vivace sorella Margareth.

La seconda stagione conferma il successo di questa serie televisiva.

Trionfo televisivo sancito anche da una spettatrice speciale. La regina d’Inghilterra, secondo il Sunday Express, avrebbe visionato alcune puntate. Tuttavia, secondo la fonte avrebbe affermato che alcune descrizioni degli eventi siano un po’ troppo drammatizzate ma che nonostante ciò ne sia rimasta piacevolmente colpita.

Netflix, che non dome sugli allori, ha già in cantiere la progettazione e la realizzazione della terza e della quarta serie.

The crown: l’importanza dell'impero britannicoLa superba Claire Foy però lascerà il trono ad Olivia Colmans.

La metaforica abdicazione al nuovo volto è dettata dalla volontà del creatore di far interpretare le differenti fasi della vita dei personaggi ad attori diversi. Siamo dunque curiosi di conoscere il nuovo interprete del duca di Edimburgo e consorte della regina.

The Crown è uno sceneggiato storico che ripete e risplende perfettamente le fasi della vita della Regina Elisabetta II. Nessun dettaglio è lasciato al caso: la fotografia, i costumi, la ricostruzione di Buckingam Palace, delle altre residenze reali e persino l’ubicazione di un soprammobile sono state ponderate per far riecheggiare la maestosità dell’Inghilterra.

Nonostante la Brexit, durante la visione di The Crown, ci si sente quasi un po’ filomonarchici e nostalgici di un’epoca e di una collocazione geografica mai vissuta.

Alessia Aleo

Parte lo Short Lab 2018: intervista a Massimiliano Bruno

Lo Short Lab è pronto a dare inizio alla sua terza edizione.

Dal 27 febbraio al 25 marzo 2018, si alterneranno sul palco del Teatro Cometa Off di Roma più di 60 spettacoli tra corti e monologhi. Ogni sera si esibiranno 4 monologhi e 3 corti. I voti del pubblico e della giuria decreteranno la selezione dei 18 monologhi e 10 semifinalisti. Nell’ultimo week end della rassegna, il 24 e il 25 marzo andranno in scena i 6 monologhi e i 4 corti teatrali finalisti che si contenderanno il titolo di vincitore. Una vetrina prestigiosa per un centinaio di professionisti o aspiranti tali. In occasione di questa rassegna teatrale, abbiamo avuto il piacere di parlare con Massimiliano Bruno: un’opportunità per conoscere non solo il Direttore Artistico dello Short Lab; ma anche uno degli sceneggiatori e registi italiani più produttivi nel nostro Paese, in campo cinematografico, televisivo e, soprattutto, teatrale.

Com’è nata l’idea dello Short Lab?

Short Lab nasce da un’idea avuta insieme a Gianni Curzi, Susan El Sawi e Daniele Coscarella con lo scopo di far avere una vetrina per giovani autori, attori e registi. Inizialmente siamo partiti dai miei laboratori teatrali, poi abbiamo esteso a tutte le compagnie italiane: abbiamo la soddisfazione di avere gruppi dal nord al sud Italia, che hanno la possibilità di avere visibilità e partecipare ad un concorso dove una volta tanto si vince del denaro e non una targa.

Parlando in linea generale ovviamente, quali sono le tematiche più affrontate in questi corti, comprendendo anche quelle non selezionate? Cosa vuole raccontare al pubblico il mondo degli attori?

Noi non abbiamo voluto circoscrivere la creatività ad un genere. Abbiamo cercato di selezionare qualsiasi cosa riguardasse sia la commedia che il dramma o il teatro sperimentale. Un po’ come avviene in altri festival: cerchiamo di proporre corti e monologhi che abbiamo varietà. Si pensi all’anno scorso: vinse un monologo divertente, genere commedia; mentre il secondo classificato è stato sicuramente sperimentale e assolutamente vivo. Lo stesso per i corti. Si passa da spettacoli dal sapore di commedia a sperimentali, politici, sociali, drammatici. L’anno scorso abbiamo avuto, come tematiche, dall’amore fra uomo e donna alla morte di Cucchi. Non ci diamo dei limiti da questo punto di vista.

Short Lab 2018 Massimiliano Bruno

Sicuramente, invece, abbiamo messo dei paletti dal punto di vista della qualità. Abbiamo preteso la lettura del testo, il curriculum degli attori, del regista e dell’autore in modo da farci un’idea sulla proposta. Quest’anno abbiamo messo in più la possibilità di allegare un video, dove il capo-progetto potesse presentare l’idea. In molti casi è stato vitale perché spiegavano, in qualche modo, la messa in scena.

Cosa significano, per Massimiliano Bruno, queste tre parole: ‘selezionare’, ‘dirigere’ e ‘recitare’.

Dirigere è disegnare un proprio sogno: dà modo alla creatività di uscire fuori ed è estremamente divertente. Recitare è un bel passatempo, che faccio spesso nei film per gli amici o quando mi chiama qualcuno: non è più un ‘primo lavoro’. Selezionare dei progetti, secondo me, è una cosa doverosa che deve fare chi, come me, è arrivato a determinati livelli, per dare ai più giovani la possibilità che hanno dato a me quando avevo vent’anni.

Short Lab 2018 Massimiliano Bruno

Lei ha frequentato, nella sua carriera, tanto il teatro quanto il cinema e la televisione. Non credo ci sia un preferito: sarebbe come chiedere a quale genitore si vuole più bene. Bansandosi, però, sulla propria esperienza, cosa possono imparare oggi gli attori esordienti da questi mondi?

Dal teatro si può imparare la disciplina, il farsi le ossa e il farsi crescere il ‘pelo sullo stomaco’ perché lo scambio di energie con il pubblico dal vivo è qualcosa di impagabile: rimane la mia disciplina preferita. Col cinema si può ragionare per figure. Si possono creare delle immagini che possono rimanere come dipinti per sempre: è un modo per arrivare a più persone possibili. La televisione è un buon modo per guadagnare denaro.

 

Francesco Fario

Le aspettative disattese di Breaking Bad 

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Perché non vedere la serie televisiva ideata da Vince Gilligan

Avevo sentito entusiasmanti opinioni in merito a Breaking Bad. Ho letto numerosi articoli di critica che lodavano questo innovativo sceneggiato statunitense. Il copione, la regia e le interpretazioni degli attori principali sono stati più volte oggetto di premiazioni.

Ma le mie aspettative sono state disattese.

Breaking Bad è noioso. Tremendamente noioso. Non si possono aspettare cinque stagioni per avere, finalmente, un po’ di dinamicità.

Per carità, importante lo slogan sotteso che la malattia non è sinonimo di debolezza, ma Walter Hartwell White nonostante l’avvento nel malaffare rimarrà il goffo professore di chimica che cerca di avere carisma. È un egoista, immune ai buoni consigli. È un uomo disgraziato che non riesce ad avere un buon tempismo nelle sue azioni e che vive con la sopita frustrazione di essersi tirato fuori da una società multimiliardaria per assenza di coraggio.

Walter White, il cui alter ego nel mondo del malaffare è Heisenberg, non è altro che un arrampicatore sociale che sfrutta un giovane drogato, e al quanto disturbato, per entrare nella cerchia della droga.

Bryan Cranston, interprete di W.W., ha vinto per sei anni di fila l’Emmy Award per questa interpretazione magistrale. Fortunatamente l’interprete è riuscito a tenere alto il livello di attenzione.

La medio borghesia che cerca nella criminalità il punto di svolta a livello economico? Ecco, per me non è originalità!

Sono certa che starete storcendo il naso alla lettura di queste righe. Ma siate sinceri: quante volte avete sperato che Jesse Pinkman uscisse di scena?

Solo durante la quinta stagione ho provato piacere a vedere Breaking Bad.

Finalmente lo “sveglissimo” cognato poliziotto, Hank Schrader, capisce che il pericolosissimo W.W. possa essere l’uomo con il quale condivide il posto a tavola.

Sommità nella quinta serie.

Ma se non avete il tempo per recuperare la visione di Breaking Bad, guardate solo la prima e l’ultima stagione. Basterà.

Alessia Aleo

Ecco come superare un cult, con James Franco e “The Disaster Artist”

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Ecco come superare un cult con James Franco e The Disaster Artistdal 22 febbraio in Italia.

Il regista dirige e interpreta la tragicomica storia vera dell’aspirante regista e famoso outsider di Hollywood, Tommy Wiseau, artista tanto passionale quanto discutibile.

Non sembrerebbe un bel periodo per James Franco, coinvolto in accuse a sfondo sessuale contemporaneamente al Golden Globe proprio per The Disaster Artist. Il 23 gennaio invece, durante le candidature agli Oscar (in programma per il prossimo 4 marzo), è rimasto fuori nonostante fosse tra i favoriti di questa stagione. Rimane in lizza la candidatura del film come miglior sceneggiatura non originale.

Sono convinta che questo incidente di percorso, che spero si concluda positivamente, porti fortuna agli incassi del film. Tutto sembra ricalcare il copione surreale della pellicola a cui si ispira, The room. 

Cominciamo dal 2003, quando un perfetto e bizzarro sconosciuto decide di produrre, dirigere e interpretare una pellicola sciatta, dalla trama tragicomica e disgraziata, che si rivela un fiasco totale. Il protagonista di questa storia è Tommy Wiseau, che impegna nella realizzazione del suo sogno ben 6 milioni di dollari; sborsandone 5000 al mese nei primi tre anni per la pubblicità nelle strade di Los Angeles.

Infrangendo le regole di Hollywood, si autoproclama deus ex machina della sua creazione: è produttore, regista e protagonista contemporaneamente. La sua stessa vita è avvolta in un’aura di mistero sulle sue origini.

The disaster artistMa il film diventa un cult negli anni successivi, un classico della visione di mezzanotte, un passaparola tra i giovani. Rinasce a nuova vita come un’araba fenice; trova la consacrazione in una realtà parallela all’establishment di Hollywood ma altrettanto potente, quella dell’underground globale.

Wiseau possiede l’energia, la motivazione, una forza espressiva che imbarazza e devasta; sovverte il concetto di eleganza e capacità interpretativa. Il film diventa un fenomeno di enormi proporzioni che attira chiunque, incuriosito dalla bizzarra commistione degli eventi.

Insomma, quasi un’icona punk del grande schermo. Lunghi capelli corvini, l’accento impastato e incollocabile malgrado si dichiari di New Orleans; di lui non si conosce la vera provenienza, probabilmente dell’Est. Incomprensibile è anche il modo in cui riesce ad avere enormi somme di denaro tanto da acquistare tutti i macchinari impiegati nella realizzazione del film.

Arriviamo così al 2013, anno in cui Greg Sestero, co-protagonista di The Room, pubblica The Disaster Artist, un racconto del suo trasferimento a Los Angeles dopo aver conosciuto Wiseau.  Il memoriale spiega i giorni all’inizio della loro amicizia, quando entrambi erano aspiranti attori e vivevano a San Francisco.

Sestero aveva 19 anni quando si conobbero durante una lezione di recitazione. Divennero partner di scena dopo che Wiseau interpretò in modo strampalato uno dei famosi monologhi di Marlon Brando in Un tram chiamato desiderio; rimase subito affascinato dalla sue energia e malgrado il suo modo di recitare sopra le righe decise di seguirlo a Los Angeles.

Prima della pubblicazione da parte di Simon & Schuster, il libro finì nelle mani dello sceneggiatore/regista/produttore James Franco, che si trovava a Vancouver per le riprese di The Interview.

Franco non aveva mai visto The Room, ma si innamorò immediatamente del divertente ed affascinante racconto di Sestero sulla realizzazione del film; su come i due, opposti come personalità, avevano trovato l’amicizia nel mezzo di un vero disastro.

Lo sceneggiatore Michael H. Weber, che ha adattato The Disaster Artist assieme al suo socio di scrittura Scott Neustadter, ha visto nella fallimentare farsa di Wiseau e nelle sue origini misteriose una storia di ispirazione e speranza, frutto della mente di un appassionato.

Una volta completata la sceneggiatura, James Franco si è assegnato il ruolo di Wiseau e subito dopo ha scritturato suo fratello Dave Franco in quello di Greg Sestero, nonostante i due fratelli non siano mai apparsi prima nello stesso film.

Il cast stellare del film vede anche la presenza del collaboratore di lungo corso di Franco, Seth Rogen, Brandon Trost (direttore della fotografia), Dave Franco, Alison Brie, Ari Graynor, Bryan Cranston, Sharon Stone, Melanie Griffith.

Un film pazzesco, convincente, dall’ironia profonda e garbata, una ventata di gran respiro nel cinema americano. The disaster artist si preannuncia come l’incarnazione del nuovo sogno americano, orientato in una visione più sentimentale e rivoluzionaria.

Un messaggio che riequilibra in maniera democratica il concetto dell’estetica moderna: si può tentare un’affermazione personale fuori dai canoni prestabiliti delle leggi del mercato, una via alternativa alle proprie aspirazioni?

E perchè i fruitori dell’arte dovrebbero conformarsi a un criterio di bellezza vincente, drammaticamente fiera, senza le sbavature della quotidianità?

La possibilità di dare vita ai propri sogni esiste, e si attesta su diversi livelli di realtà, mondi che si incontrano, sentimenti che si intrecciano. Danno vita a profondi legami come l’amicizia, nel comune intento di concretizzare le aspirazioni artistiche. Franco/Wiseau compie un lavoro impressionante di immedesimazione del personaggio, sottoponendosi a lunghe sedute di trucco ad opera della bravissima Nana Fischer e dal protesista Andrew Clement.

Riescono a rendere i lineamenti del suo viso spigolosi aumentando la mascella e gli zigomi, conferendogli l’aspetto tenebroso del protagonista che ricorda, in alcune inquadrature, il Brandon Lee de Il corvo.

Rimane un mistero e una speranza il modo in cui delle caratteristiche di oggettiva bruttezza possano essere recepite come un superamento dell’ideale stesso di bellezza tanto da riproporne con la stessa intensità una revisione ironica e scanzonata, piacevole e intelligente.

La risposta è proprio nell’impotenza nel prevedere la propria storia personale, e di come la tenacia e l’aderenza alla propria natura possano costituire elementi vincenti per il successo.

Bella e grandiosa la storia di un’amicizia insolita che si trasforma in un patto di mutuo intervento nel tortuoso cammino verso l’arte. Un film irrinunciabile.

 

Antonella Rizzo

La Basilica di San Clemente: un solo luogo che racconta l’intera storia di Roma

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Una delle visite più suggestive che si possono fare a Roma è alla Basilica di San Clemente, a poca distanza dal Colosseo.

E’ un luogo dal fascino secolare, ricco di storia e pieno di curiosità e continue scoperte. Per gli amanti della Roma sotterranea è quindi una tappa obbligatoria: i suoi resti infatti si spingono fino a ben 20 metri al di sotto dell’attuale livello stradale. Visitare la Basilica di San Clemente vuol dire intraprendere un vero e proprio viaggio in verticale, per andare alla scoperta della lunga storia della città, osservando il suo continuo evolversi durante il corso dei secoli.

La visita inizia all’interno della Basilica fatta costruire da papa Pasquale II nei primi anni del 1100, dedicandola a San Clemente, quarto papa della storia della chiesa. Clemente visse nel II secolo d.C., ai tempi dell’imperatore Traiano. Fu condannato ai lavori forzati e all’esilio in Crimea dove intraprese una vera e propria attività missionaria tra i soldati ed i compagni di prigionia, fatto che gli costò la vita, subendo un feroce martirio: legato ad un’ancora, fu gettato nelle acque del Mar Nero, dove annegò.

Tra le opere più interessanti che si possono ammirare nella chiesa vi sono quelle più antiche, come i mosaici dell’abside, i due amboni per le letture, il candelabro per il cero pasquale e soprattutto la Schola Cantorum, datata al VI secolo d.C. Questa fu salvata e ricostruita dove oggi la vediamo quando il papa decise di edificare una nuova basilica, nel 1100, al di sopra dell’edificio più antico di IV/V secolo d.C.

Con il passare dei secoli, la basilica continuò ad essere impreziosita: straordinaria è la Cappella di Santa Caterina di Alessandria affrescata da Masolino da Panicale nel 1400 o ancora gli interventi barocchi voluti da papa Clemente XI e realizzati da Carlo Fontana.

 

 

Inizia ora la discesa nei sotterranei e il primo livello visitabile è quello corrispondente alla Basilica di IV secolo d.C. che presenta, lungo le sue pareti, importanti affreschi che risalgono al IX e XI secolo, a testimonianza dell’ultima fase di vita, prima del suo interramento per la costruzione della basilica superiore. Nel nartece è possibile ammirare l’affresco del Giudizio Particolare in cui il Cristo benedicente tra gli Arcangeli Michele e Gabriele, Sant’Andrea e San Clemente, giudica i santi Cirillo e Metodio, coloro che trovarono i resti di Clemente e decisero di portarli a Roma per farli deporre nella chiesa a lui dedicata.

Proseguendo nella visita, tra i molti affreschi presenti uno dei più importanti è quello che narra la storia di Sisinnio, il prefetto di Roma che tentò di catturare Clemente ma che, accecato per punizione, scambiò il papa per una colonna, che fece trasportare ai suoi servi, esortandoli con la colorita espressione “Fili de la pute, traite”, tra le più antiche iscrizioni in lingua italiana!

 

Dalla navata sinistra, in cui si trovano monumenti eretti nel Novecento per San Cirillo – noto anche per aver inventato il celebre alfabeto, detto appunto cirillico – è possibile riprendere la discesa nei livelli inferiori. Si giungerà così all’interno di un mitreo datato alla fine del II secolo d.C. e sorto tra le pareti di un’insula romana più antica, realizzata nella seconda metà del I secolo d.C. Il mitreo sorse al primo piano dell’insula ed era costituito da un piccolo vestibolo con soffitto a stucchi, una grande sala con triclinio, in cui è posto al centro l’altare raffigurante Mitra mentre uccide il toro ed una serie di vani più piccoli di servizio o comunque funzionali alla celebrazione dei vari rituali, propri di questa religione dalle origini orientali, che ebbe però molto seguito anche a Roma e in tutto l’Impero.

 

Il livello più antico visitabile è quello corrispondente al pianterreno dell’insula romana dove è possibile attraversare una serie di sale, tutte più o meno della stessa tipologia, che corrispondono alle antiche botteghe, i vani cioè di uso commerciale.

In realtà, al di sotto di questi pavimenti, gli scavi archeologici hanno messo in luce l’esistenza di un’insula ancora più antica, datata all’inizio del I secolo d.C. e distrutta durante l’incendio del 64 d.C., all’epoca dell’imperatore Nerone. Ma le sorprese non finiscono qui: all’interno di uno dei vani delle botteghe, si trova un canale realizzato nel 1937, in cui scorre dell’acqua, convogliata poi nelle tubature sotterranee fino alla Cloaca Maxima! La visita alla Basilica di San Clemente è realmente una scoperta continua!

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Mamma Mia! Il Musical, uno spettacolo esplosivo sulle note degli ABBA

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Mamma Mia! Il Musical torna nei teatri italiani, con enorme entusiasmo e tanta musica!

Scoppiettante e indimenticabile, il musical Mamma Mia! è stato senza dubbio il più importante evento teatrale della stagione, con le coinvolgenti musiche degli ABBA, che dopo decenni continuano a far ballare generazioni intere.

A conquistare ancora una volta il cuore di migliaia di spettatori, è la storia romantica e divertente di Donna, che racconta l’amore maturo accanto a quello giovanile, affrontando numerosi temi come l’amicizia e il rapporto madre figlia, ma soprattutto una commedia che, attraverso le sue protagoniste, esalta la ricerca della felicità che va oltre le convenzioni della società contemporanea.

Dopo quasi 10 anni dal film con Meryl Streep, il musical torna a teatro, concludendo la sua tournèe al Teatro Sistina di Roma, firmato da Massimo Romeo Piparo, autore della regia e dell’adattamento.

Nel cast di questa nuova versione troviamo tre attori molto amati dal grande pubblico e già affermati anche nel Musical: Luca Ward, Paolo Conticini e Sergio Muniz, nei personaggi che nel film vennero interpretati da Stellan Skarsgard, Pierce Brosnan e Colin Firth.

Una scelta sorprendente, invece, si rivela la protagonista Sabrina Marciano, volto poco conosciuto dai più ma che incarna perfettamente il ruolo di Donna, un tempo interpretata da Meryl Streep.

Per un cast di oltre 30 artisti e l’Orchestra dal vivo diretta dal Maestro Emanuele Friello, Mamma Mia! Il Musical continua a conquistare i teatri d’Italia, con una messa in scena colorata e spettacolare, differenziandosi dalla versione minimal inglese.

Uno spettacolo che riesce a coinvolgere il pubblico, facendolo saltare letteralmente dalla sedia al ritmo di canzoni storiche come The Winner Takes It All, Gimme Gimme Gimme, Dancing Queen e la celeberrima Mamma Mia!, hits che ancora oggi sono conosciute più di una generazione.

Mamma Mia! Il Musical è quello che il pubblico italiano stava aspettando, due ore di allegria e spensieratezza con un cast eccezionale.

 

Ilaria Scognamiglio

Il Filo Nascosto, cinquanta sfumature di ossessione

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Sapevo sarebbe arrivato questo momento, quello in cui avrei dovuto parlare di Il Filo Nascosto. Mica facile.

Come si può descrivere e commentare, dopotutto, la perfezione? Con questo non voglio subito dire che il film sia perfetto, un risultato che spesso non è nemmeno positivo. E poi sarebbe una partenza fin troppo esagerata. Per perfetto intendo il mondo col quale Il Filo Nascosto arriva alle cose, le capisce, le approfondisce e le mostra.

Questo è possibile solo quando le persone al comando sono al massimo delle proprie capacità, e soprattutto ne hanno la consapevolezza. Paul Thomas Anderson, raggiunta la piena maturità artistica e personale, è in grado di scriver e dirigere senza separare forma e sostanza, ma anzi mischiandole ripetutamente. Daniel Day-Lewis, per il quale nel corso degli anni sono finiti aggettivi e aneddoti, riesce ancora una volta ad aggiungere sfumature e piccoli impercettibili carichi emotivi alla sua recitazione: prendiamo ogni singolo gesto con le mani, il modo con cui inarca gli occhi dal basso verso l’alto, e soprattutto il modo illuminante con cui sorride. E poi c’è lei, Vicky Krieps, che venuta dal nulla riesce a tenere testa, se non talvolta superare per profondità emozionale, al suo compagno di scena.

Non è un caso che Il Filo Nascosto sia davvero la storia di queste tre figure. Non si uniscono solo forma e sostanza, ma anche finzione e realtà. Il celebrato stilista Reynolds Woodcock è sia Paul Thomas Anderson, un famoso artista che rifiuta le etichette, sia Daniel Day-Lewis, un uomo che ha bisogno dell’assoluta perfezione, tempo e calma per compiere il proprio lavoro. E poi arriva lei, appunto, la donna dal nulla che cambia tutto ciò che prima si pensava di sapere.

Non sto delirando, ma Il Filo Nascosto nasconde molto della saga di 50 Sfumature.

C’è l’ossessione, la mania del controllo, il bisogno del controllo, la necessità di far vedere all’altro che si è forti quando in realtà si è deboli, la scoperta di un sentimento che sconquassa ogni abitudine e regola di vita, l’impellente quanto doloroso motivo di vivere solo in presenza dell’altra persona.

La grandezza del film sta tutta qui, essere tutto sommato semplice ma al tempo stesso diventare enormemente complicato. Addirittura perverso, a tratti. Fili intrecciati, appunto, che si uniscono in unico tessuto, passando di ago in ago, asola in asola, tessuto in tessuto, e si ricamano insieme pur provenendo da stoffe diverse. In questa seconda fase della sua carriera, Il Filo Nascosto è indubbiamente il film più accessibile di Paul Thomas Anderson. Una storia d’amore, una confezione classica, un umorismo trascinante che sbuca fuori quando meno te lo aspetti. E poi proprio lì mette la zampata, quel momento che ti fa pensare a quanto assurdo sia quel sentimento, quella scena che ti fa domandare quanto pazzi ma alla fine infinitamente reali siano i due protagonisti.

Forma e sostanza, finzione e realtà, semplicità e complessità, testa e cuore. Antitesi che Paul Thomas Anderson mette insieme, intrecciando i fili appunto, inclusa quella di un lui e di una lei. Come claustrofobiche sono le scenografie delle case di Woodcock, dei suoi atelier, così sono i suoi abiti, che per quanto bellissimi sembrano soffocare, schiacciando la spontaneità in un oceano di perfezione costruita. E allora claustrofobico è il sentimento, sia quando parte dalla testa pensando che importante sia capire e controllare l’altro, sia quando arriva al cuore sapendo che non ci sono muri che possano fermare le emozioni.

Si concentra tutto sul controllo altrui Il Filo Nascosto. E allora che la domanda che pare uscire è solo una: vale davvero la pena amare?

Se questa è la domanda la risposta è solo una, ovviamente sì. Ma non vuol dire che il film non possa metterci in guardia sulle conseguenze. La complessità di Il Filo Nascosto è proprio quella di parlare costantemente su due piani. La cinica e razionale analisi dei personaggi lascia spazio via via al calore del loro sentimento incontenibile, proprio come la l’ossessione e la ricerca della perfezione di Woodcock – ed ad un certo punto anche di lei – cede di fronte alla realtà interiore. La magia del film, allora, sta nella capacità semplicemente irreale, semplicemente impossibile, di cogliere il non detto. Il non mostrato, quasi quello falsamente provato.

Non siamo in presenza solo di un film intrinsecamente romantico, ma forse del primo film che ha capito, e mostrato, cosa è davvero l’amore. Il non capirsi, prima di tutto. Il non riuscire a comunicare quando e quanto e come si vorrebbe. Il viscerale desiderio di stare con l’altro. L’insolubile dolore che si prova, al tempo stesso, stando con l’altro. Nel gioco delle antitesi su cui è costruito Il Filo Nascosto finisce per rientrare l’amore stesso: il sentimento più meraviglioso che però provoca i dolori più potenti.

Quel sentimento che racchiude il tormento e l’estasi, il bisogno di scappare dall’altro e la necessità di entrare in simbiosi totale con l’altro. Paul Thomas Anderson, non chiedetemi come, riesce a mettere tutto questo film, a far esprimere la sofferenza e l’insofferenza, la necessità di dover cambiare quando si conosce qualcuno e la bellezza del sacrificio. Il travaglio perché l’altra persona non è come si vuole, quando lei sbaglia la cena per lui, oppure lui che non vuole andare a ballare con lei. Le incomprensioni e la passione, Il Filo Nascosto guarda oltre la magia dell’amore per andare alla radice della sua vera essenza. L’emotività dirompente del vero senso dell’amore è nella scena di capodanno, quando entrambi vogliono stare con l’altro ma non ci riescono, e già vedono e capiscono quanto perdersi sia più facile di trovarsi.

Da qui deriva una fame intensa, la vera chiave di tutto.

La fame dell’altro, la fame del desiderio, la fame di provare qualcosa che faccia sentire vivi. Provare qualcosa a tutti i costi, mischiare dolore e bellezza. Mangiarsi costantemente, se stessi e l’altro, mangiarsi il cuore per ciò che si prova e mangiare i sentimenti altrui con i propri. Amare è perverso, è cannibalizzarsi vicendevolmente. Innamorarsi è essere un po’ masochisti, tutto sommato. Ed è necessario. Il film intercetta quel bisogno di nutrirsi l’uno dell’altro, e del sentimento in sé, del quale non si può fare a meno. Un bisogno smisurato che supera tutto.

Vicky Krieps si è nutrita di questa esperienza. Daniel Day-Lewis da sempre si nutre visceralmente dei personaggi che interpreta. Paul Thomas Anderson si nutre dell’arte che crea. E noi, in questo gioco di rimandi, abbiamo bisogno sconfinato di nutrirci del suo strepitoso cinema. Ormai non potremmo onestamente farne a meno.

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Emanuele D’Aniello