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Die Hard: Trappola di Cristallo, un Natale esplosivo

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Titolo: Die Hard Trappola di Cristallo
Regista: John McTiernan
Sceneggiatura: Jeb Stuart, Steven E. de Souza
Cast Principale: Bruce Willis, Alan Rickman, Bonnie Bedelia, Reginald VelJohnson
Nazione: USA
Anno: 1988
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C’è il Natale, la festa con gli addobbi, il freddo, i maglioni colorati, il cibo a non finire, le canzoncine, i buoni sentimenti, i regali. E poi c’è il Natale, la festa in cui a colpi di mitra si affronta un gruppo di terroristi per salvare ostaggi e riunirsi alla propria famiglia.
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Die Hard Trappola di Cristallo è indubbiamente il film natalizio che non ti aspetti, ma rientra a pieno titolo nella categoria, molto più di altri. Non è solo ambientato durante il Natale, ma è un film che ne racchiude da un lato lo spirito, con l’importanza dello stare insieme durante le feste (il protagonista cerca la moglie e nel frattempo si fa un nuovo amico), e dall’altro lato presenta gli aspetti natalizi meno convenzionali che tutti conosciamo: le scocciature, le noie, gli obblighi, i ritardi, la metafora di dover fare di tutto pur di stare insieme. Certo, con parolacce, morti e proiettili a non finire probabilmente non è il film che si sceglie di vedere la sera della vigilia con tutta la famiglia riunita, ma quando alla fine parte “Let It Snow” capiamo che il genere action è quasi un contorno per quello che è in realtà è un “feel good movie” più lampante di tanti altri.
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E poi, cosa più importante, Die Hard è davvero un film perfetto, un cult istantaneo che meritatamente nel corso del tempo ha creato una influenza culturale nel mondo del cinema e non solo, imitato e amato. Nella sua semplicità strutturale, nel suo setting quasi claustrofobico, Die Hard è l’apice del genere action degli anni ’80, e forse uno dei migliori action di sempre, un film avvincente, in cui non c’è un solo attimo sprecato, in cui la tensione si taglia col coltello (grazie anche alla regia di John McTiernan che rende un universo a sé stante ogni piano del grattacielo Nakatomi) e nonostante questo c’è modo per ridere, fare battute passate alla leggenda, approfondire le dinamiche dei personaggi.
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I personaggi, appunto. John McClane e Hans Gruber sono ormai due figure della cultura pop più grandi e più celebri del film stesso.
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John McClane è un poliziotto comune, anzi, forse ancora meno. In un certo senso è un anti-Bond, perché non è un eroe, non agisce con sicurezza o un piano specifico, è sporco, volgare, sarcastico e troppo istintivo. E’ colui che non ti aspetti di veder trionfare in una situazione di tale pericolo, ma d’altro canto è anche l’unico talmente schizzato da poterla portare a compimento. Ed il personaggio si sposa ovviamente benissimo con l’attore, perché il giovane Bruce Willis nel film ha due qualità che pochissimi hanno mai avuto: la fame di lanciarsi definitivamente nel mondo delle stelle del cinema accompagnata da una ineffabile ma visibile dose di menefreghismo per cui “o la va o la spacca”. E’ incredibile pensare come John McClane e il Bruce Willis del 1988 sia simili e perfettamente compatibili.
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Il protagonista però può essere efficace solo messo contro un grandissimo cattivo. Hans Gruber probabilmente è uno dei vertici del genere action e non solo. Elegante, raffinato, acculturato, sardonico, sommesso ma ironico, glaciale ma rabbioso, pieno di una determinazione senza pari, Gruber è l’opposto preciso di McClane e l’epitome del cattivo che si ama odiare. Ovviamente ciò è possibile grazie alla indimenticabile performance di Alan Rickman, il quale tira fuori tutto il proprio magnetismo e senza mai alzare di un tono l’espressività ruba la scena a tutti.
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Die Hard Trappola di Cristallo è uno dei film più incredibili, esaltanti e godibili che il cinema possa offrire, e continua ad intrattenere il pubblico da quasi 30 anni. Racconta la storia di un uomo normale che fa di tutto per raggiungere la moglie e passare insieme le feste, per farlo si libera dei cattivi ed impara dai proprio errori, stringendo pure amicizia con un uomo che non aveva mai visto prima. C’è quasi uno spirito dickensiano nell’avventura di John McClane, dopotutto stare bene insieme e riuscirci a discapito di tutto e tutti arricchendo la propria vita…….non è esattamente questo il Natale?
 
Die Hard Christmas
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3 buoni motivi per vedere il film:

 
– Per riscoprire l’apice del genere action negli anni ’80, un’arte ormai perduta dal cinema odierno.
– Per vedere la nascita della stella di Bruce Willis, uno degli attori più famosi al mondo.
– Per il magnetico carisma del compianto Alan Rickman, nella prova che lo ha lanciato.
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Quando vedere il film?

 
– La sera, durante il periodo delle feste, quando c’è il rischio che qualcuno trasformi in troppo sdolcinato il Natale.
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Emanuele D’Aniello
 

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Sketch comedy di ordinaria follia con I Tripolari

Sketch comedy di ordinaria follia con I Tripolari

Tre personalità, tre poli artistici, umorismo squisitamente romano e tanto divertimento: su Facebook sono arrivate le sketch comedy de I Tripolari!

Erasmo da Rotterdam diceva che le idee migliori non vengono dalla ragione, ma da una lucida, visionaria follia.

Ed è forse proprio dalle nostre incoerenze, dalle nostre piccole manie e fissazioni quotidiane che scaturisce la nostra personalità. Una personalità che non può essere omologata, non può essere definita come un dogma: proprio nella sua multiformità ritrova la bellezza che la contraddistingue.

La follia è quotidiana, fa parte di noi.

Per accettarla senza pregiudizi, per riderci su, per comprendere a pieno le straordinarie contraddizioni dell’essere umano bisogna solo guardarla di buon grado.

Ad aiutarci in questa impresa di sdrammatizzazione (non sempre semplicissima!) arrivano “I Tripolari”, tre ragazzi che uniscono letteralmente “tre poli” di loro interesse – musica, radio e fotografia – per realizzare un progetto insieme.

Cosa ci fanno insieme due speaker radiofonici e un fotografo?

Andrea e Gabriel, classe 1991, conducono insieme una programma radiofonico e sono due appassionati di musica. Quando negli studi della radio arriva Valerio, giovanissimo fotografo, scatta la scintilla: il trio prende forma, piovono idee.

Forti di un travolgente umorismo alla romana, i tre comprendono che le situazioni ironiche in cui si trovano nella quotidianità possono trasformarsi in veri e propri sketch. Forse qualche volta si saranno detti l’un l’altro: ma che sei bipolare?” e da una semplice battuta avranno iniziato a ragionare sulla complessità della natura umana, come spesso accade quando si è tra amici intimi. Quando cade il velo della paura di apparire e si può parlare apertamente di come si è. Senza timore.

“Ognuno di noi ha infinite polarità, ma soffermandoci su quelle che sono più comuni, le possiamo racchiudere in tre: serietà, rabbia e divertimento spensierato.”

Tutto ebbe inizio nella Primavera 2016…

Nascono con questa spontaneità le sceneggiature dei copioni e con la stessa naturalezza vengono realizzati i video che stanno iniziando a circolare su Facebook: un lavoro di squadra a 360º, racconta Valerio.

Si tratta di brevi filmati, della durata di massimo un minuto, che pongono sotto i riflettori la quotidianità, con molta simpatia, come il video sul “Blocco del Traffico”. Proprio nell’immediatezza del video flash riusciamo a immedesimarci per qualche istante e a farci una risata anche sulle situazioni che spesso ci fanno arrabbiare.

Le tre polarità protagoniste di queste pillole di divertimento sono:

[dt_list style=”1″ bullet_position=”middle” dividers=”true”][dt_list_item image=””]Andrea: ipocondriaco a livelli agonistici, scambia un brufolo per il vaiolo. Maniaco della precisione, prova a tenere a bada gli altri due con scarsi risultati. Studioso, studiato, ma anche imbarazzato;[/dt_list_item][dt_list_item image=””]Gabriel: Monoespressivo con sprazzi di incazzature Sgarbiane. Già da piccolo prediligeva Freddy Krueger (n.d.r. Nightmare) a Dodò de “L’albero azzurro”. Sfoga le proprie frustrazioni maggiormente su Valerio, sua preda preferita. “Incazzoso”, ma in fondo dolce, molto in fondo;[/dt_list_item][dt_list_item image=””]Valerio: paffutto, permaloso, un incrocio tra Lino Banfi e il “Libanese”. Invidioso dei capelli degli altri, una volta ce li aveva pure lui. L’eterno pazzo che però custodisce la vera genialità.[/dt_list_item][/dt_list]

Se volete supportare il gruppo potete seguirlo sulla pagina Facebook.

Prestate attenzione, è in arrivo il video di Natale…

Alessia Pizzi

Verdi comico ma “insoddisfacente”: Un giorno di regno

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Verdi comico ma “insoddisfacente”: Un giorno di regno

Continua la rubrica #CantaCheTePassa con la seconda opera di Giuseppe Verdi, un’opera buffa che alla prima fu “insoddisfacente” : Un giorno di regno.

Dopo il felice debutto della settimana scorsa, continua la rubrica #CantaCheTePassa, con le nostre analisi delle opere principali, che ora seguono il filone verdiano. Siamo infatti arrivati al secondo titolo composto dal genio bussetano: Un giorno di regno, un’opera comica ma “insoddisfacente”.

Trama

L’opera, su libretto di Felice Romani, debuttò al Teatro alla Scala il 5 settembre 1840 e fu un vero e proprio fiasco, tant’è che fu ritirata la sera stessa della prima.Fu un periodo difficilissimo per Giuseppe Verdi; erano da poco morti la moglie Margherita ed i due figli Virginia ed Icilio Romano.

L’insuccesso di questa composizione dovette essere sicuramente un ulteriore fardello per quest’uomo provato già da immensi dolori; l’opera fu per loro, ma non per noi, “insoddisfacente”. L’opera riscosse successo cinque anni dopo al Teatro San Benedetto di Venezia con il titolo Il finto Stanislao.

La trama racconta del Cavalier Belfiore che si sostituisce al Re di Polonia Stanislao (atto perseguito per consentire al vero re di combattere in incognito) e si ritrova ospite del Barone di Kelbar. Nel suo castello si dovranno celebrare due matrimoni: quello di sua figlia Giulietta con il Tesoriere Della Rocca, ma ella è innamorata di Edoardo, e quello della Marchesa Del Poggio, nipote del barone e antica amante del Cavalier Belfiore,  con il Conte d’Ivrea. Attraverso un serie di azioni e artifizi, Belfiore riesce a far desistere il tesoriere dal matrimonio con Giulietta, così la ragazza può sposare il suo amato Edoardo, ed alla fine, dopo una missiva inviata dal vero re, Belfiore si rivela per quello che esattamente e può finalmente mettersi insieme definitivamente con la marchesa.

un giorno di regno

Stile

Già si nota, in questo secondo capolavoro verdiano, una delicatezza e raffinatezza che sembrerebbero già caratteristiche di un compositore maturo. Ma, pur guardando molto a Gioacchino Rossini (si notano echi de Il Barbiere di Siviglia), vi è sempre la veemenza ed il furore tipico del primo Verdi, soprattutto nella celebre ouverture, l’unico brano ancora oggi frequentemente eseguito. La musica sottolinea ed accarezza il brio della vicenza, anzi la crea essa stessa. È stato il libretto, molto debole, sicuramente la causa di tanti problemi iniziali.

L’opera, di rara rappresentazione, è stata in tempi recenti (nel 2010, ma l’allestimento venne creato nel 1997 e poi portato in scena a Bologna nel 2001) portata in scena a Parma (ed è questa l’edizione che appare nel video soprastante) con la regia di Pier Luigi Pizzi e la direzione di Donato Renzetti. Il cast vedeva brillare la stella di Anna Caterina Antonacci nel ruolo della Marchesa (vi consiglio di vedere il suo bellissimo spogliarello che parte dal minuto 26:26).

Ma l’edizione che mi sentirei di consigliare è una registrazione datata 1951, la quale presenta delle pecche (l’Orchestra ed il Coro della RAI di Milano non sono proprio eccelsi e vi sono parecchi tagli) ma il direttore, Alfredo Simonetto, è molto vibrante e passionale. Il cast è poi di tutto rispetto, e su tutti rifulgono Renato Capecchi, simpaticissimo Belfiore, Sesto Bruscantini, un vero portento della natura, nel ruolo del Barone e la delicata ma allo stesso tempo passionale Marchesa di Lina Pagliughi.

Vi aspettiamo la prossima settimana con la terza opera di Giuseppe Verdi: il Nabucco!!

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Roberto RicciTeatro Regio di Parma (estratte da GB OPERA MAGAZINE))

La nuova area archeologica del Circo Massimo

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Torna al suo antico splendore uno degli edifici più spettacolari del mondo antico: il Circo Massimo. Ecco qualche curiosità!

Monumento simbolo della Roma antica, il Circo Massimo fu certamente il più imponente e straordinario edificio per spettacoli ad essere mai stato realizzato! E non è difficile crederlo: misura infatti più di 600 metri di lunghezza e circa 140 metri di larghezza, riuscendo ad accogliere al suo interno, nel momento più glorioso, fino a 250.000 persone! Ma come è nato e perché?

La sua stessa posizione, nella valle cioè tra Aventino e Palatino, spiega come mai sia stato importante fin dall’inizio della storia stessa di Roma. Sono questi infatti i colli legati direttamente al mito di fondazione dell’Urbe e quindi a Romolo. Fu qui infatti che si svolse il tragico e noto Ratto delle Sabine e fu lo stesso Re a dedicare in seguito l’area a Conso, un’arcaica divinità che proteggeva i raccolti agricoli, per la quale proprio qui iniziarono a celebrarsi numerose festività. Di fatto quindi, l’importanza della zona crebbe in parallelo con quella della città e furono i Tarquini, gli ultimi Re di Roma, a disporre l’area di primi sedili in legno. Si deve invece a Giulio Cesare la realizzazione di un primo Circo in muratura: un edificio stabile ed imponente, i cui resti – seppur minimi – sono stati messi in luce proprio durante gli ultimi interventi di restauro.

Come è e come era il Circo Massimo

La forma definitiva del Circo Massimo però si deve in larga parte a Traiano: nel 64 d.C. infatti l’edificio aveva subito gravi danni in seguito al celebre incendio scoppiato ai tempi di Nerone – sembra che proprio nel Circo abbia avuto inizio – e quindi si dovette procedere con la sua ricostruzione. Traiano inaugurò il nuovo impianto nel 103 d.C. con una serie di spettacoli memorabili.

 

Ma come era fatto il Circo? Era un edificio di forma grossomodo rettangolare con un lato breve semicircolare, riportato oggi al suo antico splendore. La nuova area archeologica consente infatti di poter passeggiare proprio all’interno dell’emiciclo antico, tra le sue gallerie e nella serie di vani un tempo adibiti a diversi scopi, come latrine, locande, botteghe e perfino uffici per gestire le scommesse dei giochi. E’ qui inoltre ben visibile anche ciò che resta dell’antica strada esterna al Circo, quella quindi calpestata da centinaia e centinaia di romani che giungevano qui per godersi un po’ di sano divertimento.

 

Il lato breve opposto invece, quello verso il Tevere, era destinato ad ospitare i carceres, cioè gli stalli di partenza per carri e cavalli. Sì perché nel Circo Massimo si svolgevano principalmente le gare e le corse dei cavalli, sapientemente condotti da straordinari aurighi, i fantini. Il via alla corsa era dato da un magistrato che da sopra i carceres faceva cadere un fazzoletto. I cavalli venivano poi lanciati al galoppo per compiere ben sette giri intorno alla spina, la lunga e stretta piattaforma posta al centro della pista ed arricchita da numerose strutture, come fontane, obelischi, altari, tempietti con all’inizio e alla fine le celebri metae, piccoli pilastrini piramidali che indicavano il punto di arrivo della gara.

E il pubblico era in visibilio, pronto ad acclamare il proprio beniamino! Come li riconoscevano? Aurighi e cavalli erano fastosamente abbigliati: i fantini indossavano un elmetto protettivo in testa, una veste colorata in base alla squadra di appartenenza (bianca, rossa, verde e azzurra) ed erano muniti di frustino e pugnale; la coda dei cavalli invece veniva attorcigliata in modo da formare un sofisticato chignon, impreziosito da lacci colorati o addirittura pietre preziose.

 

Ma il Circo Massimo non era importante solo per le corse. Si trovava infatti esattamente lungo il percorso delle processioni trionfali che dal Campo Marzio giungevano fin qui, per poi proseguire nel Foro Romano e terminare sul Campidoglio. La processione usciva dal Circo passando esattamente al di sotto dell’Arco di Tito dedicato dal Senato e dal Popolo all’imperatore nell’81 d.C., anno della sua morte, in ricordo della sua impresa più celebre, la conquista di Gerusalemme.

Se è vero che il Circo Massimo fu il più grandioso edificio per spettacoli di Roma, questo non vuol dire che sia stato l’unico in città. Iscrizioni e testi antichi ci informano infatti dell’esistenza di almeno altri due strutture dello stesso genere: il Circo di Nerone – oggi completamente scomparso – costruito nella zona del Vaticano ed il Circo Flaminio, scomparso invece già in epoca romana per fare posto al Teatro di Marcello, iniziato da Giulio Cesare e completato da Ottaviano Augusto. E che i Romani amassero il divertimento, possiamo dirlo, è ormai fatto assodato!

 

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

 

Artemisia Gentileschi: l’arte di essere donna

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Artemisia Gentileschi: l’arte di essere donna

Dal 30 novembre a Roma è possibile ammirare l’arte italiana del XVII secolo con l’imperdibile mostra dedicata ad Artemisia Gentileschi ed il suo tempo.

Artemisia è la protagonista dell’imperdibile evento culturale per tutti gli amanti della pittura seicentesca con uno straordinario allestimento di 100 opere tra pubbliche e private a Palazzo Braschi, Piazza San Pantaleo.

Un’immersione nel patrimonio artistico italiano che ha come protagonista d’eccezione Artemisia Gentileschi, la prima pittrice italiana ad entrare nella storia dell’arte come donna dall’incontestabile capacità artistica.

Artemisia prima di essere pittrice, fu soprattutto una donna. Proprio grazie al suo carattere passionale, inarrestabile, temerario riuscì a raggiungere un successo internazionale affermando se stessa e la propria arte in un mondo dominato da una logica maschilista.

artemisia gentileschi

Un talento che le consentì di essere la prima donna ad entrare nell’Accademia della Arti e del Disegno di Firenze, una forza che le consenti di superare uno stupro, un coraggio che le permise di affrontare l’umiliazione di un processo che la vedeva no vittima ma colpevole, una volontà che l’aiutò a sopportare le violenze fisiche e psicologiche.

artemisia gentileschi

Una storia, quella di Artemisia Gentileschi, che segnò profondamente la sua arte, e che ritroviamo nei numerosi soggetti d’ispirazione mitologica, biblica e storica che hanno come protagoniste eroine femminili. Solo l’esperienza personale di una ragazzina (all’epoca dello stupro aveva 18 anni), vittima della violenza maschile, può spiegare la penetrazione psicologica che domina i quadri di Artemisia.

Il dramma diventa arte.

Tra le sale di Palazzo Braschi troviamo Susanna, nuda e bellissima, con le sue carni bianche e voluttuose, minacciata dalle lussurie di due vecchi giudici. Vediamo Giuditta, sguardo impassibile e carnefice, mentre con una spada decapita il tiranno Oloferne, senza pietà.

Incontriamo Cleopatra nell’atto estremo del suicidio che con la morte scappò al destino, con un serpente sul bianco seno. Nelle sue opere riecheggia la costante rivendicazione di una donna violata nel corpo ed umiliata nello spirito eppure vincitrice.

artemisia gentileschi

Ed ancora Aurora, la Maddalena, Danae. Soggetti ritratti nella loro terrena e femminile bellezza, corpi reali che solo la sensibilità di Artemisia poteva valorizzare oltre l’immaginabile rendendoli eterni, carnali, concreti.

L’unica donna in Italia che abbia mai saputo cosa sia pittura così nel suo famoso saggio, lo storico dell’arte Roberto Longhi descrisse Artemisia Gentileschi riconoscendole il suo valore di artista rivoluzionaria all’interno del panorama artistico italiano, rendendola grande tra i grandi.

Oltre ai famosissimi quadri provenienti da Capodimonte, Firenze, New York e Praga, in esposizione sono presenti dipinti scanditi secondo l’iter cronologico della sua parabola artistica e messi in relazione con opere di altri importanti pittori del suo tempo come Simone Vouet, Giovanni Baglione, Jusepe Ribera, Massimo Stanzione.

La mostra ripercorrendo le tappe del percorso artistico di Artemisia intende valorizzare la voce inedita che i suoi capolavori rappresentarono all’interno del panorama artistico del XVII secolo.

Artemisia Gentileschi superò nell’arte confini mai oltrepassati da donna alcuna, grazie al suo innegabile talento, distinguendosi per lo stile, i colori e ad un uso cosi squisitamente caravaggesco delle ombre che la portò dalla bottega del padre a Roma fino alle grandi corti d’Europa.

Martina Patrizi

Canto di Natale, una lettura che crea l’atmosfera delle feste

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Canto di Natale, una lettura che crea l’atmosfera delle feste

Canto di Natale di Charles Dickens ed è subito magia.

Il Natale, si sa, è innanzitutto tradizione. Si compone di riti sempre uguali, di luoghi magici, di luci e colori, di serenità, di bambini in festa, di regali sotto l’albero, di cibi succulenti, di film commoventi e anche di libri intramontabili.

Uno di questi è, senza dubbio, Canto di Natale di Charles Dickens, uno che il Natale, essendo nato e cresciuto nella miseria, un tema che racconterà spesso e in modo straordinario, lo amava moltissimo, considerandolo, lui che da piccolo non lo aveva mai davvero vissuto, un’esperienza unica, il giorno più bello dell’anno, il centro di un lungo percorso di cambiamento e di speranza. Canto di Natale è un libro tradizionale, un pezzo di quella liturgia natalizia fatta della compenetrazione di sacro e profano, di profumi di arrosti e di incenso, di statuine del presepe e lucine intermittenti dell’albero, di sorrisi e di qualche lacrima.

canto di natale dickens
Nel corso dei decenni è stato raccontato attraverso diversi film, (il primo cortometraggio, A Christmas Carol, è un film muto del 1910 mentre uno degli ultimi, con il medesimo titolo è del 2009 per la regia di Robert Zemeckis, girato in 3D e prodotto dalla Walt Disney con Jim Carrey nei panni del vecchio Scrooge) alcuni cartoni animati e anche dei fumetti, emozionando bambini e adulti con la sua magia, con la sua narrazione semplice e incantata, fatta di spiriti, musiche natalizie, buio e luce.

Eppure questo, che è il più famoso della serie dei Libri di Natale (The Christmas Books) che l’autore di Oliver Twist pubblicò fra il 1843 e il 1848, è il più intenso, il più magico, il più conosciuto.

Un giorno, il migliore dei più bei giorni dell’anno, la vigilia di Natale, il vecchio Scrooge stava lavorando nel suo ufficio.

Cosi, praticamente, comincia, dopo un breve preambolo, il racconto di Dickens. Immerso in un buio quasi assoluto, debolmente rischiarato dalla fiammella di una candela, facciamo la conoscenza dell’unico vero protagonista di Canto di Natale: Ebenezer Scrooge che già dal nome dice molto, moltissimo.

Avido, avaro, scontroso, misantropo, insensibile, anaffettivo, vecchio e perfido. Sembra che ogni accezione negativa sia propria di Scrooge, che anni dopo ispirò al grande fumettista Carl Barks la creazione del taccagno per eccellenza, Zio Paperone.

canto di natale dickens

Per Scrooge nulla conta se non i soldi, ma non per spenderli, ma solo e soltanto per possederli, per il gusto di vederli, di sentirli tintinnare. Tutto il resto non conta, le emozioni, i sentimenti, gli amori, gli abbracci, le parole sono inutili e pericolose distrazioni che fanno perdere tempo, che non fanno lavorare e, dunque, guadagnare.

La vita di questo gretto vecchio scorre lenta e sempre uguale fra parchi pasti, brevi sonni e ore ed ore trascorse al tavolo del lavoro mentre tutto intorno a lui tutto scorre, senza, tuttavia, minimamente cambiarlo.

A nulla è servito, proprio nel giorno della vigilia di Natale, la morte del suo unico socio in affari, quel Jacob Marley che, sette anni dopo la sua silenziosa dipartita, ancora una volta nella notte di Natale, ricomparirà in veste di spettro per avvisare Scrooge che gli conviene cambiare vita, che è assolutamente indispensabile che non faccia il suo stesso errore, che non dedichi tutta la sua esistenza al lavoro, lasciando fuori tutto e tutti. E in quella notte magica, per alcuni santa, in cui il motto è essere, nonostante tutto, più buoni, la vita di Ebenezer Scrooge inizierà a cambiare davvero e comincerà la magia del racconto, di Canto di Natale.

Un libro che si legge in poche ore, ma che lascia una lunga scia di polvere dorata, perché Canto di Natale emoziona e non bisogna essere solo bambini per provare tutto questo.

Se si ha voglia di lasciarsi prendere, afferrare da questo racconto allora la magia avverrà e tutto intorno sparirà. E, allora, saremo lì nella gelida e buia casa di Scrooge, vedremo i tre spiriti del Natale, quello del passato, del presente e del futuro e insieme al vecchio avaro, che al calore di un abbraccio di un amico preferisce l’asettico frusciare di banconote, inizieremo un magico e inarrestabile cambiamento.

Un classico che forse non è stato mai del tutto letto ma che, invece, merita, proprio in giorni come questi di essere letto, assaporato lentamente, facendosi prendere dall’incanto delle straordinarie descrizioni di Dickens e dalla morale del racconto stesso per cui il cambiamento, anche quando sembra impossibile, è, invece, se lo si desidera realmente, a portata di mano.

E allora per il breve tempo della lettura di questo stupendo racconto, lasciamo il Natale consumistico fuori, spegniamo le luci accecanti dello shopping, recuperiamo i nostri ricordi più intimi, quelli di quando eravamo piccoli e questa festa era qualcosa di unico, di assolutamente magico e facciamoci rapire dalle atmosfere dickensiane e torniamo a vedere il Natale con gli occhi di un bambino, perché, come scriveva Antoine De Saint Exupery “tutti i grandi sono stati bambini una volta. Ma pochi se ne ricordano.”

Buon Natale, buone feste e, principalmente, buone emozioni, quelle vere.

canto di natale dickens

Maurizio Carvigno

Nuovo allestimento GNAM. Un incontro alla Sapienza per rimettere in moto il pensiero

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Nuovo allestimento GNAM. Un incontro alla Sapienza per rimettere in moto il pensiero

A due mesi dall’inaugurazione di Time is Out of Joint – il nuovo allestimento/mostra della Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma (ora semplicemente La Galleria Nazionale) – il dibattito sulle radicali scelte curatoriali della nuova direttrice Cristiana Collu è tutt’altro che concluso.

L’allestimento, che coinvolge l’intero museo ma pensato come una mostra che durerà fino al 15 aprile 2018, ha fatto discutere soprattutto per l’abolizione del tradizionale ordinamento cronologico, presentando le opere secondo accostamenti eterogenei.

Di questo e altri aspetti si è discusso nell’incontro pubblico tenuto mercoledì 14 dicembre al Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università La Sapienza, organizzato dai docenti Ilaria Schiaffini e Claudio Zambianchi, ex-membro del comitato scientifico della GNAM, dal quale si è dimesso – insieme alla prof.ssa Jolanda Nigro Covre – per manifestare il suo dissenso.

Gli interventi hanno visto alternarsi: Tiziana D’Acchille (direttrice dell’Accademia di Belle Arti di Roma), Cristiana Perrella (curatrice e critica d’arte), di Antonella Sbrilli (docente di Storia dell’arte contemporanea, Sapienza), Claudio Gamba (docente di storia dell’arte, Accademia di Belle Arti di Sassari), Lida Branchesi (docente di Didattica del museo e del territorio, Sapienza Università di Roma) e Irene Baldriga (presidente dell’Associazione Nazionale Insegnanti di Storia dell’Arte). Numeroso il pubblico, intervenuto attivamente nel dibattito conclusivo.

La sala affollata del MLAC della Sapienza per l’incontro dedicato al nuovo allestimento GNAM.

Tra stroncature forti e interpretazioni più positive, l’incontro ha mostrato le molte sfumature del problema, con il “distacco della ricerca” e senza necessità di assumere una posizione netta o programmatica.

Attraverso il confronto tra le diverse reazione, si sono toccate alcune delle questioni fondamentali sollevate dalle scelte non convenzionali di Cristiana Collu, restituendo in modo efficace una mappatura dell’attuale dibattito critico che ripropongo attraverso quattro punti.

Spazi luminosi e accoglienti… ma opere a rischio.

Positivamente è stato valutato da Perrella l’intervento sull’edificio della GNAM. Sarebbe stata restituita semplicità, purezza e monumentalità all’edificio di Cesare Bazzani; le sale, dominate dal bianco, danno luce e respiro alle opere, favorendone la visione con un effetto piacevole.

Ma, secondo D’Acchille, la scelta di eliminare dall’ingresso del museo la grande opera Passi di Alfredo Pirri (un emblema del precedente allestimento), oggi sostituita con un tappeto d’epoca, avrebbe reso l’ambiente “sottotono”; sebbene per Branchesi si sia così venuto a creare uno spazio aperto a tutti, dove è possibile sedersi e incontrarsi.

La scelta di eliminare molte barriere favorisce il confronto con le opere ma, come sottolineato da Gamba, pone importanti problemi conservativi. Le sculture in cera Medardo Rosso sono senza teche.

Alcune piccole sculture e bozzetti sono esposti, quasi a presa diretta, su un tavolo. La luce è troppo forte per i disegni. Totalmente decontestualizzate le sculture di divinità della serie Torlonia, una volta esposte insieme all’Ercole e Lica di Canova, ora sparse nel museo senza basamento, usate in modo libero, a volte rivolte allo spettatore, a volte verso i dipinti.

L’atto curatoriale rischia così di assumere un valore superiore alla conservazione e alla fruizione, trasformando l’allestimento nella vera opera d’arte.

La Sala delle Colonne della GNAM, nel vecchio allestimento (sopra) e nel nuovo (sotto).

Nuovi percorsi per lo sguardo…  ma poco spazio per la storia del museo. 

La scelta di ridurre il numero di opere d’arte esposte, spostandone molte nei magazzini, ha comportato una selezione che ha escluso importanti capolavori o la produzione d’interi artisti.

Contemporaneamente Collu si è avvalsa invece del prestito di un numero rilevante di opere contemporanee proveniente da gallerie private. In vari interventi, come quello di D’Acchille e Gamba, si è sottolineato come queste scelte non abbiano tenuto conto del ruolo istituzionale del museo, delle peculiarità della sua collezione e della sua stratificazione storica. Un museo parla anche della sua collezione, ha sottolineato Zambianchi.

Ad essere estremamente penalizzato è soprattutto l’Ottocento che costituiva uno dei nuclei centrali della GNAM, ora sottorappresentato. Come ha affermato Branchesi il nuovo allestimento anima il dibattito e la curiosità, evitando così che il museo “musealizzi sé stesso”, che si concentri solo sulla sua storia invece che sulla possibilità di darne nuove letture.

D’altronde, ha puntualizzato, ciò non può avvenire facendo scomparire  intere parti essenziali della storia culturale e artistica nazionale.

I tempi della storia dell’arte vanno ripensati… ma con criterio. 

La possibilità di scardinare l’ordine cronologico tradizione (da manuale) non è un tabù.

È ormai da quasi Cinquant’anni che tra gli storici dell’arte si continua a riflettere sulla fine della storia lineare dell’arte, sulla crisi delle idee di “progresso” ed “evoluzione”, e molte porte sono state aperte sulle questioni dell’anacronismo e delle molteplici temporalità dell’arte e dell’esperienza dello spettatore (non sono totalmente sconosciuti al pubblico italiano autori come G. Kubler, H. Belting, G. Didi-Huberman, D. Freedberg, solo per citarne alcuni).

La messa in discussione della cronologia è dunque un’importante risorsa. Il nuovo ordinamento, a detta di Sbrilli, scardina ad esempio molti preconcetti occidentali che guidano la nostra esperienza spaziale, invitando inoltre a cercare nuovi termini di descrizione e narrazione verbale.

Ad essere oggetto di obiezioni, per D’Acchille e Gamba, è il fatto di aver applicato questa sperimentazione all’intero museo e non solo ad alcune sale. Anche chi non ha rimpianto l’ordine cronologico, ha comunque messo in luce come gli accostamenti delle opere non siano sempre all’altezza delle premesse critiche (Perrella).

Alcuni sono banali, superficiali o poco curati (D’Acchille, Branchesi); altri così sofisticati da non essere facilmente comprensibili (Baldriga). Secondo Zambianchi i confronti puntano solo all’effetto visivo, ma non sono in grado di generare nuovi significati.

Il gruppo Torlonia nel vecchio allestimento (sopra), e nel nuovo (sotto).

Il museo è di tutti… ma che lo sia nel rispetto di tutti. 

L’assenza di apparati didattici lascia libero il visitatore a un’esperienza emozionante, esteticamente esaltante, ma con poco spazio all’approfondimento storico e culturale. Il museo è anche un luogo di diletto, ha ricordato Branchesi, ed è importante attirare maggiormente il pubblico di non specialisti.

Ma l’emozione è sempre un punto di partenza e non di arrivo, ha sottolineato Gamba; la GNAM è ora un luogo dove passeggiare, da attraversare senza sosta (anche perché sono assenti sedie o poltrone), e senza possibilità di approfondimento sulle opere. Gli stessi cartellini sono sintetici e, nota Perrella, non presentano neanche le tecniche e i materiali.

Certo ci possono essere dei vantaggi, come ad esempio lo spingere il visitatore a confrontarsi di più con le opere invece di leggere solo le informazioni riportate.

Ma la scelta provocatoria rischia di essere imposta, senza rispettare i percorsi differenziati che un museo pubblico dovrebbe offrire. Baldriga porta l’esempio dell’impatto sui ragazzi delle scuole superiori: il modo irriverente con cui vengono trattate le opere, sembra connotare l’arte contemporanea come un prodotto bizzarro e libero, suggerendo un’interpretazione banalizzante e totalmente fuorviante.

Senza ulteriori supporti, i confronti rischiano di essere troppo soggettivi e autoreferenziali, ma allo stesso tempo rigidi e vincolanti per il visitatore, hanno evidenziato Gamba e Baldriga. Certamente non è possibile ancora prevedere l’effetto di questa iniziativa sul pubblico e Sbrilli ha invitato a “mettere in pratica” il museo prima di giudicarne i risultati.

L’incontro del MLAC, con le sue voci diversificate, ha risposto alle radicalizzazioni ideologiche: sia contro le nette chiusure prescrittive, sia contro un’idea d’innovazione che – se fatta senza dialogo – sembra voler solo smantellare una lunga tradizione intellettuale.

Daniele Di Cola

Intervista ad Elsa Giordano, autrice di Una Settimana da Favola

Intervista ad Elsa Giordano, autrice di Una Settimana da Favola

Sette favole per i sette giorni della settimana. E’ questo il libro “Una Settimana da Favola – Sette fiabe per sette giorni”, scritto dall’autrice Elsa Giordano, nonna part-time, convinta animalista e amante delle piante, come lei stessa si descrive.

Un volume colmo di valori, dall’amicizia alla speranza, trasmessi attraverso le avventure di simpatici personaggi venuti fuori dall’immaginazione dell’autrice che, dopo aver  piacevolmente intrattenuto bimbi di ogni età leggendo loro le fiabe classiche in una biblioteca, decide di cominciare a scrivere nuove fantastiche storie. Ecco cosa ci ha raccontato!

Come nasce la passione per la scrittura e per le fiabe?

Ho sempre ammirato gli scrittori, essendo un’assidua lettrice rimanevo incantata davanti alla descrizione di una situazione o all’emozione che provavo quando si parlava di sentimenti! A volte, si sa, l’umiltà va a farsi benedire e così sognavo di imitarli! 

Per scrivere racconti per bambini bisogna avere molta immaginazione, lei a cosa si è ispirata per questo suo lavoro?

Ho voluto un po’ sensibilizzare i bimbi verso gli animali, non ce n’è mai abbastanza di amore verso questi nostri amici che non hanno voce ma sono capaci di dare tanto affetto. Poi ci sono due storie puramente fantastiche e lì la mia fantasia è andata a briglia sciolta, fra gli astri e fra le ombre!

Certo dar corpo ad un’ombra è proprio impensabile ma… è  una favola no?

Come mai proprio la scelta di scrivere sette favole come i sette giorni della settimana? 

Scrivere delle fiabe è successo in modo molto naturale: avendo un nipotino, per attrarre la sua attenzione, ho cominciato ad inventare storie… inventa oggi e poi domani ecco che ho raggiunto il numero 7. Ho pensato quindi di abbinarle ai giorni della settimana, per dare un senso a questo numero.  

Lei è una nonna part-time, come si definisce. Suo nipote l’ha aiutata nella stesura di queste storie fantastiche?

Inconsapevolmente il mio nipotino, con le sue domande, mi ha suggerito diverse situazioni!

Ora che ha pubblicato questa raccolta, crede che ci sarà un seguito?

Spero che ci sia un seguito (ne ho già scritta un’altra). Raccontare favole è una sensazione appagante (forse è il lato infantile irrisolto che vuol venire fuori?)

Ha in progetto altri lavoro? Magari…un romanzo?

I romanzi lasciamoli scrivere agli scrittori, quelli veri, io son cresciuta con la Morante, Di Giacomo, Moravia… e vi assicuro è stato un bel crescere!

Il volume “Una settimana da favola – Sette fiabe per sette giorni” sarà presentato il prossimo 21 dicembre, a partire dalle ore 17 presso Bookshop di Explora – Museo dei Bambini, a Roma.

 

Ilaria Scognamiglio

 

Made in Trullo, un docufilm mostra la nascita della street art nel quartiere

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Made in Trullo, un docufilm mostra la nascita della street art nel quartiere

Nella zona sud-ovest di Roma c’è un quartiere popolare compreso fra via della Magliana e via Portuense che prende il nome dalla strada principale che lo attraversa: il Trullo.

Questo – come altri quartieri periferici della Capitale – è stato edificato negli anni ’40 del Novecento, a seguito degli sventramenti Mussoliniani, per accogliere gli abitanti della via dei Fori Imperiali allora in costruzione.

Made in Trullo
      Solo, Nina

Al civico 330 di via del Trullo, nei locali del vecchio cinema “Il Faro” – in disuso da anni – sorge un centro sociale chiamato

Solo, Stelle Cadenti

“Ricomincio dal Faro”. Centro di aggregazione e riferimento culturale del quartiere, al Faro venerdì 16 dicembre è stato proiettato il film documentario indipendente “Made in Trullo” girato proprio fra i lotti della borgata. Il regista Bruno Pace ha documentato la messa in opera degli splendidi lavori di street art eseguiti a partire dal 2014 sui muri delle case popolari del Trullo.

Tutto è iniziato grazie a un gruppo di poeti di zona che scrivendo nell’anonimato hanno trovato il modo per essere liberi di dare spazio alle loro parole. Le loro poesie raccontano storie di sesso, di vita di strada, storie difficili che riescono ad arrivare a tutti perché liberate dalla personalità dell’autore, nascosto dietro pseudonimo. Nata nel maggio 2010, questa cerchia di rimatori che si rifanno alle poesie romanesche di Belli e Trilussa ha fra i suoi esponenti: Er Bestia, Er Quercia, Er Pinto, Marta der terzo lotto, ‘a Gatta Morta, Er Farco e Inumi Laconico. Al gruppo dei sette “Poeti Anonimi der Trullo” si sono aggregati i pittori – anch’essi anonimi e protetti da un nome d’arte – e tutti insieme hanno collaborato alla decorazione dei muri, opere collettive e momento di scambio e partecipazione fra le persone del quartiere.

Diamond, Ancorati

 I Poeti der Trullo sono nati nella periferia sud-ovest della Capitale ma, dicono, potrebbero essere sorti in qualsiasi altra realtà periferica romana. Si definiscono “Metroromantici”, questo neologismo fonde tre elementi alla base della loro poetica: la metropoli (Roma), il Romanticismo Ottocentesco e la metrica. La città è vista da loro come un foglio bianco su cui scrivere versi che alla città sono restituiti, regalati ai passanti. Sui muri del Trullo si possono ammirare, fra le altre, opere di Diamond, MisterCaos e Solo – di cui spicca la Nina piangente accompagnata da una poesia in dialetto che sottolinea il lavoro dei pittori e poeti.

Diversamente dagli altri lavori di street art realizzati altrove a Roma – basti pensare a SanBa (il progetto per San Basilio) e a Tor Marancia – questi non sono stati finanziati e sostenuti delle istituzioni.

Nel documentario Bruno Pace ci presenta la mitica gru, il mezzo con cui i pittori sono riusciti a raggiungere coi loro colori le parti alte dei muri, noleggiata grazie a una colletta fatta dagli abitanti.

Si è trattato quindi di un progetto partito dal basso, voluto dagli abitanti del quartiere e con essi creato giorno dopo giorno. Inoltre, solo in questo angolo di Roma si sono fuse le parole dei poeti ai pennelli dei pittori.

Col suo documentario Bruno Pace ci invita a vedere coi nostri occhi cosa è stato “fatto al Trullo”: un magnifico esperimento culturale che è riuscito a ridare vita alla zona, una periferia che non è più, come fino agli anni ’90, oscura e pericolosa ma colorata e pulsante di cultura.

Fare una passeggiata fra i muri del Trullo è un buon modo per prendersi una pausa dagli anonimi muri della città e perdersi fra i lotti decorati con parole e colori, vi invitiamo a provare.

Francesca Blasi

La classifica dei film di Tim Burton

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Tim Burton è uno dei registi più famosi, leggendari, amati e riconoscibili in circolazione, autore di grandi film cult grazie alla sue poetica anticonvenzionale che ha gettato luce su figure ai margini della società.

Indubbiamente la sua vena artistica non è più ai livelli degli inizi, e forse proprio questa è un’ottima scusa per andare a rivedere e riscoprire TUTTI i suoi film. Ecco la classifica secondo CulturaMente!

18. PLANET OF THE APES (2001)

Le immagini qui sopra le vedete tutti, è questo vi fa capire il livello di baracconata. Lontanissimo dai fasti distopici dell’originale, o dal tono guerrigliero del reboot odierno, il tentativo di remake di Burton è un film sbagliato dal primo all’ultimo secondo.

17. ALICE IN WONDERLAND (2010)

Probabilmente è il film più sproporzionato nell’intera storia del cinema tra incassi ed effettiva qualità. Alice in armatura, Alice innamorata del Cappellaio, quel Cappellaio….fatemelo dimenticare.

16. MISS PEREGRINE E LA CASA DEI BAMBINI SPECIALI (2016)

L’ultima fatica di Burton è un manifesto del suo cinema: ci sono tutte le sue idee, tutta la sua messa in scena (persino la stop motion), tutte le sue tonalità e temi, ma c’è anche soprattutto la totale povertà di creatività raggiunta negli ultimi anni, il manifesto di un regista prigioniero di sé stesso.

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15. BIG EYES (2014)

Big Eyes è un film troppo sopra le righe per essere un biopic standard, e fin troppo normale per essere un prodotto puramente burtoniano. Un contrasto che non può generare nulla di buono.

14. LA SPOSA CADAVERE (2005)

In questa lunga classifica finisco spesso per ripetermi, ma Burton è sempre lo stesso, sceglie sempre quei temi e lo fa anche quando si avvicina al cinema d’animazione. Un film godibile che però non aggiunge una virgola a qualsiasi discorso, e semmai tocca anche un fastidioso autocitazionismo.

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13. DARK SHADOWS (2012)

Dark Shadows è un film che manca totalmente di sostanza, un puro divertissement annegato nei tratti caratteristi del regista. Perlomeno diverte e on annoia, e ha quell’atmosfera scanzonata del film che vorrebbe diventare instant cult senza riuscirci per cui è difficile sparare troppo contro.

12. BIG FISH (2003)

Ecco, forse questo è l’unico film di Burton diverso dai suoi canoni, sia come resa estetica che come direzione convenzionale dell’emotività. In tal caso, lo trovo un film che cade spesso nella forzatura e nel sentimentalismo telefonato.

11. BATMAN (1989)

E’ il film a cui tutti gli appassionati di fumetti devono, perché ha creato e lanciato il genere che va più di moda al momento. Ma è tutto sommato un film molto datato, molto scolastico, quasi stucchevole in molti passaggi superficiali. Almeno ci ha regalato una scenografia espressionista indimenticabile.

10. PEE-WEE’S BIG ADVENTURE (1986)

Il film d’esordio di Burton non è un suo progetto, ma un lavoro messo al servizio del personaggio comico di Paul Reubens. Ne esce fuori comunque una perfetta avventura comica e deliziosa, in cui il regista, creando una versione farsesca di Ladri di Biciclette, inizia a raccontare personaggi ai margini della società.

9. LA FABBRICA DI CIOCCOLATO (2005)

Per molti è stato sacrilego andare a ritoccare e rileggere un film classico e così importante per tante persone, ma il film rappresenta forse l’ultima esplosione di fantasia e creatività di Burton, un racconto dal grande cuore in cui le trovate visive si superano costantemente.

8. MARS ATTACKS! (1996)

Probabilmente il film più divertente sugli alieni mai realizzato in cui Tim Burton si avvale di un cast clamoroso per realizzare una storia esilarante, coinvolgente, incredibilmente ben fatta. L’istrionismo degli attori (su tutti Jack Nicholson qui addirittura in due ruoli) e del regista crea un’atmosfera scanzonata in cui gli alieni sono crudeli e pronti alla distruzione totale ma al tempo stesso si ride a crepapelle. E poi il finale, l’arma che si trova per uccidere gli invasori, è una delle migliori trovate mai pensate.

7. FRANKENWEENIE (2012)

Il film è un remake del cortometraggio in live action dello stesso Burton del 1984, un progetto quindi molto personale a cui ha dedicato grande attenzione: lo dimostra il suo tocco delicato, l’animazione fantastica, i personaggi talmente fuori dalle righe da risultare poi alla fine i più normali in circolazione. Questo, con estrema semplicità, è Burton ai massimi livelli.

6. IL MISTERO DI SLEEPY HOLLOW (1999)

Il mondo visionario di Burton è indubbiamente dark ma mai veramente gotico, perché sempre istrionico ed ironico. Sleepy Hollow è quindi la sua prima vera immersione nel genere, un film avvincente tutto d’atmosfera che pare uscito da un racconto di Poe.

5. SWEENEY TODD (2007)

Il fatto che sia un musical non deve ingannare lo spettatore, perché Sweeney Todd è soprattutto un ritratto horror della follia umana, in cui la ricostruzione magistrale dell’ambiente vittoriano si sposa al gusto puramente burtoniano in un connubio perfetto.

4. BATMAN RETURNS (1992)

Con pieno potere e controllo creativo, libero dalla pressione del primo film e dalla regole commerciali, Tim Burton realizza il miglior film della prima saga di Batman inserendo la storia del cavaliere oscuro nel suo universo fatto di diversità ed estremi: è il confronto tra due reietti della società, due mostri isolati da tutto e tutti, Batman e il Pinguino, il classico freak represso e solo della poetica di Burton. Ai due si aggiunge una scheggia impazzita come Catwoman, un personaggio vestito in latex dall’alto contenuto erotico. Il film trasuda burtonismo da tutti i pori, il look visivo è molto più che dark, ai confini del gotico, ed il regista sguazza nel suo territorio fatto di solitudine ed umiliazione. Violento, a tratti horror, mai più un film di Batman e un film sui supereroi in generale sarà così “strano”.

3. BEETLEJUICE (1988)

All’inizio della carriera è normale ci sia fantasia, creatività, energia, voglia di stupire e soprattutto spezzare le convenzioni del cinema. Beetlejuice nella sua anarchica libertà è tutto questo, una commedia dark come non se ne vedono tutti i giorni.

2. EDWARD MANI DI FORBICE (1990)

Il capolavoro di Tim Burton racchiude tutta la poetica dell’autore e gli elementi che lo hanno reso un regista così amato: una storia semplice quasi banale, in cui però il protagonista è un emarginato dalla società perché diverso, il classico freak burtoniano, un ragazzo che al posto delle mani ha delle forbici. Una vera e propria favole, divertente e piena di sentimento, tenera e spietata quando serve. La strepitosa performance di un giovane Johnny Depp, la creazione di un personaggio unico, fanno di questo film non solo uno dei migliori teen movie di sempre, ma anche un grande racconto morale per dare forza a tutti gli emarginati del mondo.

La recensione

1. ED WOOD (1994)

Ed Wood rimarrà nella storia del cinema come il peggior regista di sempre, autore dei film più brutti e trash mai realizzati, e per paradosso proprio questa sua incapacità e i suoi demeriti lo hanno reso immortale. Ci voleva l’eclettica coppia Tim Burton/Johnny Depp a far diventare la carriera di Ed Wood un’icona, un inno al cinema, alla disperata forza di volontà, all’ostinazione nel portare avanti i propri sogni, nonostante i risultati. Con uno splendido bianco e nero, e delle interpretazioni immense (Martin Landau nei panni di Bela Lugosi vinse uno degli Oscar più meritati mai consegnati), Burton continua con poesia ed eleganza il suo percorso che dà voce a personaggi minori, sconfitti dalla vita, reietti e diversi.

Emanuele D’Aniello

La filmografia di Tim Burton

Raccolti 60.000 di beneficenza con il Festival dell’Amatriciana di Eataly

Raccolti 60.000 di beneficenza al Festival dell’Amatriciana di Eataly

Mercoledì 11 gennaio la consegna simbolica del ricavato al comune di Amatrice.

Oltre 10.000 piatti consumati tra gricia e amatriciana, 15 quintali di pasta, 6 di guanciale, 5 di pecorino e 9 di pomodoro; 1200 bottiglie di vino offerte da 20 cantine e 2 brigate di cucina con 10 ristoranti di Amatrice, 59.322,14 euro il ricavato della manifestazione.

Sono questi i numeri del Festival dell’Amatriciana, evento di solidarietà che si è tenuto a Eataly Roma dal 2 al 4 dicembre, a sostegno della popolazione di Amatrice colpita dal terremoto dello scorso agosto.

festival-amatriciana eataly roma

Un momento ricco di emozioni che ha visto raccogliersi in un unico posto, e per un evento speciale, la comunità di Amatrice.

Moltissimi sono stati infatti i cittadini amatriciani, giunti da ogni parte per salutare gli amici, i parenti e i ristoratori e per rivedersi in un’occasione sì goliardica, ma soprattutto importante per tutta la comunità. Un piccolo riscatto a fronte della grande tragedia subita.

Così il Sindaco di Amatrice, particolarmente vicino ai suoi concittadini anche in questa circostanza, ha commentato il valore dell’evento:

«Ringrazio innanzitutto Eataly, I Borghi più belli d’Italia ed Ecce Italia per aver dato vita a questa bellissima iniziativa. E ringrazio di cuore tutti i ristoratori di Amatrice che per primi hanno dato una grande prova di solidarietà, lavorando tantissimo come volontari per il buon esito della manifestazione e per la loro Amatrice: è esattamente questo lo spirito che esprime il vero senso di appartenenza alla comunità amatriciana».

Anche Oscar Farinetti si dichiara entusiasta per l’ottimo esito del Festival:

«è stato un grande successo. Siamo contenti di avere, nel nostro piccolo, dato una mano ad Amatrice e dimostrato che un momento di convivialità si può trasformare in un dono a chi soffre».

Mercoledì 11 gennaio, alle 18.30 al Centro Congressi di Eataly Roma, si terrà la consegna simbolica del ricavato al Comune di Amatrice, alla presenza del Sindaco Sergio Pirozzi, Oscar Farinetti, il Presidente dei Borghi più belli d’Italia, Fiorello Primi, e il Presidente del Consorzio Ecce Italia, Rocco Corsetti.

Nell’incontro dell’11 gennaio il Sindaco di Amatrice ci racconterà i progetti futuri per la ricostruzione e quello che fino ad ora è stato già fatto.

Piccoli grandi passi per far rinascere la comunità amatriciana più forte e bella di prima.

Un grazie davvero speciale a tutti i cuochi e gli aiuto-cuochi dei ristoranti che hanno partecipato:

Hotel Ristorante Roma

La Lanterna

Ristorante Da Patrizia (ex Caffè Patrizia)

Agriturismo Piccolo Lago

Mari e Monti

La Fattoria

La Conca

Lo Scoiattolo

Il Castagneto

The Night Of 1×06/1×07, colpevole di essere innocente

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The Night Of 1×06/1×07, colpevole di essere innocente

Ma insomma, Naz è colpevole o innocente?

E non vogliamo saperlo solo per risolvere il caso, ma quasi per dare una giustificazione morale alle azioni della nostra vita quotidiana, in cui tutti noi siamo innocenti e colpevoli di qualcosa allo stesso tempo.

In questi due episodi infatti, dedicati largamente all’inizio del processo, all’importanza della giuria, alla facilità con cui tesi e ipotesi possono essere smontate o viste sotto diversa luce in un’aula di tribunale, The Night Of introduce altri possibili sospetti per omicidio in modo che un’altra luce possa ricadere su Naz.

Il nostro protagonista più sembra innocente, a causa delle mancanze di prove certe e dell’ovvio istinto di noi spettatori, più si comporta e si trasforma in colpevole.

E’ un paradigma della condizione umana, o forse l’ennesimo esempio di quanto l’ambiente che ci circonda, ovvero situazioni e persone, sia in grado di distorcere la nostra percezione, persino di noi stessi. Quando la madre di Naz si chiede “ho cresciuto un animale?” non si riferisce tanto alla realtà del ruolo del figlio nell’omicidio, quanto alla possibilità che Naz esca totalmente cambiato da tale esperienza, e pure avendolo cresciuto con tutto l’amore possibile c’è la seria probabilità che i condizionamenti esterni siano più forti dell’affetto umano.

Naz ai nostri occhi è una persona che sta imparando ad essere più violento e freddo di quanto non credesse, ma forse rimane ancora incapace di commettere un efferato omicidio. Una persona così è quindi innocente o colpevole, o forse entrambe? The Night Of ce lo chiede perché sotto il nostro giudizio e lente di valutazione non c’è solo il protagonista, non c’è il caso d’omicidio, ma l’intero sistema giudiziario e mediatico che tritura tutto ciò che passa sotto.

E lo vediamo ugualmente nella vita degli avvocati. Stone, pur con la mente presa dal suo eczema ai piedi, sa che il suo cliente potrebbe anche aver commesso il fattaccio, ma il punto del suo lavoro non è quello, e anzi avere quel dubbio lo mantiene concreto e pragmatico.

La giovane Chandra invece, che anche a causa dell’inesperienza non riesce a creare un vero distacco, esige di sapere la risposta, e anzi se la crea da solo facendo un passo in più del dovuto. E’ colpa sua, o è anche colpa della trasformazione di Naz che coinvolge tutto ciò che ha attorno?

The Night Of in questi due episodi, gettando nella mischia altri possibili sospettati, ha aumentato ancora di più l’asticella della tensione, e tale deflagrazione si riscontra nell’aspetto umano dei personaggi. Tutti, accusa e difesa, hanno qualcosa da perdere o guadagnare dalla sentenza, dalla realtà, dalla ricerca della verità, dai fatti. E quindi l’ultimo prossimo episodio non può che diventare ancora più atteso e snervante.

 

Emanuele D’Aniello

L’estrema libertà di iniziare a leggere libri senza finirli

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L’estrema libertà di iniziare a leggere libri senza finirli

Ogni giorno un lettore cronico si alza e sa che vorrà leggere un libro. Il problema è che a volte, preso dalla passione, ne inizia tanti e non ne finisce nessuno.

Il Profilo

Un lettore cronico ha sempre un libro con sé. Usa tutti i momenti liberi che ha per leggere qualche pagina del testo che lo appassiona.

Un lettore cronico è molto agile: si appende ai pali della metro, si incastra negli angoli della strada, trova ogni posizione possibile pur di riuscire a leggere.

Questi attimi, anche se possono durare una pausa pranzo o qualche fermata di metro, lo rendono felice. Lo rendono felice perché nei momenti rubati al tran tran quotidiano può viaggiare, essere qualcun’altro, fantasticare e riflettere.

In poche parole, evade.

In questo quadro idilliaco c’è qualcosa che può turbare il lettore cronico, più di una persona che urla al telefono sui mezzi pubblici, più di chi vuole interagire mentre lui sta provando a leggere. Questo qualcosa è l’arte di iniziare libri e non finirli.

Personalmente mi sono resa conto di avere dieci libri all’attivo, tra cui saggi letterari e filosofici, racconti, guide di marketing e opere in versi. Dieci libri. Tutti assolutamente validi e interessanti. Otto di loro sono al lato del mio letto e ogni sera, con la loro polverosa presenza, mi ricordano che li sto accantonando, mentre i due restanti sono nella mia borsa. Ora sono solo due perché iniziavo ad avere dolori fisici portandone quattro alla volta.

Il problema di iniziare tanti libri e non finirli è proprio quello di non sapere più quali portare con sé. Siamo talmente viziati, talmente vogliosi di poter leggere quell’esatto capitolo proprio quando ci va che non riusciamo a rinunciare al dolce carico.

Si crea così un circolo vizioso, che nel peggiore dei casi conduce ad una fortissima frustrazione!

Come si finiscono dieci libri?

leggere libri

Senza contare che ovviamente, nel frattempo, se ne continuano ad acquistare altri. L’unica salvezza in questo caso è fare una sorta di fioretto. Il Fioretto del Lettore.

Quello più falso di tutti prevede lo stop all’acquisto di libri finché non si finiscono quelli iniziati. Quello più accettabile impone invece di finire tutti i libri iniziati senza cominciarne altri (continuando a comprare ciò che si vuole).

Perché flagellarsi così tanto per questo dolce vizietto?

In una vita fatta di scadenze, nauseata da lentezze burocratiche e pratiche noiose e ripetitive, abbandonare un libro per qualche tempo, mordere qualche pagina senza continuità non sembra un reato così grave. Sembra piuttosto una piccola trasgressione all’ordine imposto da tutte le attività, quell’attimo di evasione che regala all’essere umano un tenero sapore di libertà.

Chi ci ha insegnato la smania di dover portare tutto a termine? Cominciare dieci libri e finirli quando capita. Nessun dolore. Il libro ci aspetterà senza pretese e non sarà mai geloso degli altri. Non ci chiederà perché abbiamo sfogliato altre pagine al posto delle sue, né perché abbiamo dedicato il nostro tempo a Ovidio invece che Francesco Piccolo.

Possiamo saltare da uno all’altro ed essere comunque noi stessi, ogni giorno diversi.

Ogni giorno avari di vita, di parola scritta, di pensiero.

Alessia Pizzi

I am Bolt, una corsa oltre i limiti più impensabili di un uomo

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I am Bolt, una corsa oltre ai suoi limiti per trovarsi dove non avrebbe mai pensato di arrivare.

Il film in uscita in tutto il mondo il 28 novembre, della Nexodigital ci permette di vedere per la prima volta l’uomo dietro le medaglie e la Tripletta Olimpica.

“La mente umana non dovrebbe mai essere sottovalutata. Alcuni di noi sono nati per fare grandi cose. Per ispirare”.

Per correre, ognuno corre per motivi diversi ma nella storia dell’umanità l’uomo più veloce è Usain Bolt.

Forza fisica, spettacolare velocità, lo spirito umano.

Ha preso dal padre la calma e l’umiltà mentre “la bellezza l’ha presa da me” dichiara la madre Jennifer. Il padre ogni giorno si svegliava e andava alla piantagione di caffè a lavorare, a volte tornava quando era ora di andare a dormire. La disciplina è l’insegnamento di suo padre. Era un figlio che non dava molti problemi, se gli dicevi “non farlo” cercava di non farlo.

“Le cose si sono fatte serie quando un giorno un tipo si è reso conto che lo batteva sempre sui 100m”. racconta Pastor Nugent il primo coach” la prima vincita fu per la merenda”. In Giamaica consiste di riso piselli e pollo fritto. Usain vince e si guadagna il cestino della merenda. Da allora ha dimostrato di avere l’atteggiamento e la disciplina. Vince così i mondiali Junior, diventa lo studente più famoso della Giamaica, prima della gare il padre lo fa arrivare al Campus la mattina alle 4 erano solo loro e il custode. Rigore e disciplina.

Sacrifici, una vita per battere i record per entrare nella storia, il film ci mostra le gare più importanti ma anche l’anima del campione, i pianti le paure e i desideri di divertirsi, i bagni nel ghiaccio, la vita in solitudine negli alberghi solo con il suo coach Mills, NJ il suo migliore amico, sono cresciuti insieme sono stati a scuola insieme e ora è il suo manager. E poi c’è l’allenatore e lo staff. NJ è la persona più importante nella sua vita privata. Assaggia sempre il cibo per verificare che vada bene per Usain. “Il nostro ruolo è metterlo nelle migliori condizioni fisiche per il campionato e una volta fatto questo sarà l’atleta più forte, supremo e sicuro mentalmente forte che vincerà l’oro”.

È l’attuale campione olimpico dei 100m, dei 200m e della staffetta 4X100m, discipline di cui detiene anche i primati mondiali. Nell’ultima olimpiade del 2016 a Rio de Janeiro Brazil raggiunge i 9’’ 81 ai 100m e i 19”78 nei 200m riuscendo così nell’impresa di vincere 100 e 200 metri in tre Olimpiadi consecutive e concludendo la vittoria con la staffetta insieme alla squadra jamaicana.

Sono pochi gli atleti che rimarranno nella storia, Muhammad Ali, Pelé, Michael Jordans e Usain Bolt.

“A un certo punto dopo Rio smetterò con l’atletica…”

sarà vero?

 

Sara Cacciarini

Un capitano, un giocatore, un uomo: Agostino Di Bartolomei

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Un campione di calcio, corretto come pochi, non può uccidersi. Agostino Di Bartolomei lo fece e questo libro cerca di capire le cause di quel gesto.

San Marco di Castellabate, provincia di Salerno, 30 maggio 1994, in una fresca mattina che strizza l’occhio a un’incipiente estate, un colpo di pistola fende l’immobile silenzio di una giornata che assomiglia a tante altre, pigra e assolata ma che si trasforma in un attimo in un’infinita ed incomprensibile tragedia.

Su un terrazzo che guarda il mare su cui s’affaccia quel piccolo paese della costa cilentina, un uomo, che da poche settimane ha compiuto trentanove anni decide di farla finita, sparandosi un colpo di pistola al cuore. Quell’uomo è Agostino Di Bartolomei, per gli sportivi, specie quelli di fede giallorossa, semplicemente Ago.

Impossibile non notare l’incredibile coincidenza fra questo 30 maggio e quello di dieci anni prima, quando nello stadio Olimpico di Roma, la Roma, di cui Di Bartolomei da anni è capitano e leader incontrastato, perse soltanto ai calci di rigore, prima volta nella pluridecennale storia della competizione, la finale della Coppa dei Campioni contro gli inglesi del Liverpool.
Impossibile, ancor di più, credere che un uomo che ha fatto della serietà, della maturità, della correttezza dentro e fuori dal campo di gioco la sua cifra professionale possa essersi suicidato, ancor ci ha creduto il figlio Luca: “papà, io non ho mai creduto e non voglio crederci che in quell’attimo estraneo all’intelletto hai pensato a una sconfitta in quella stupidissima partita di calcio”.

A tentare di capire i motivi di quell’assurdo gesto che gettò nello sconforto un mondo del pallone forse troppo distratto, ci provano, con il libro L’ultima partita. Vittoria e sconfitta di Agostino Di Bartolomei, edito da “Fandango”, due grandi giornalisti: Giovanni Bianconi, già autore di apprezzati saggi sulla storia della Banda della Magliana e da anni firma illustre del Corriere della Sera, e Andrea Salerno che si è occupato, fra l’altro, di Pier Paolo Pasolini e dell’Italia di Berlusconi.

Il saggio si articola su un costante e avvincente ping pong fra la cronaca minuta di quell’incredibile partita di calcio e la vita e la carriera di Di Bartolomei, un artificio letterario che, come in una tragedia teatrale, tiene il lettore letteralmente incollato.
Un libro di sport ma non solo perché una partita di calcio è per molti aspetti metafora esistenziale, con le vittorie, le sconfitte, la necessità di alzarsi nonostante tutto per avere il coraggio di tirare un calcio di rigore, mettendo in conto anche di sbagliare, anche se Ago in quella maledetta notte non sbagliò, perché, prendendo in prestito le parole di De Gregori, “un giocatore lo vedi dal coraggio, dall’altruismo e dalla fantasia,” qualità che Di Bartolomei possedeva in grande abbondanza.

Pagine che ripercorrono la vicenda umana e professionale di Ago, che dai campetti polverosi di un oratorio di Tormarancia, periferia della capitale, arrivò a un passo dal cielo, a undici metri dal trionfo, giocando nel suo stadio, da romano, romanista e capitano, la partita più importante di tutta la sua carriera.

Un uomo forse troppo solitario, magari triste che però vinse sul terreno di gioco senza alla fine essere capace “di ridere dentro un bar”, di gridare aiuto, lui che non urlava mai, a un mondo troppo sordo, rimanendo, come quando giocava, semplicemente in disparte, lasciando che fossero gli altri a parlare, a mettersi in mostra.

Nel libro di Bianconi e Salerno non c’è traccia di giudizio ma solo il timido tentativo di capire, perché dietro una simile decisione rimane sempre e soltanto il fragoroso silenzio di mille impossibili domande.

Maurizio Carvigno

Nightmare Before Christmas, ad ognuno il suo Natale

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“Non sforzarti di capirlo, devi solo immaginarlo!”

Natale per molti significa la fine dell’anno, momento di riflessione. Per alcuni è un momento di preghiera, di riconciliazione con il prossimo. Per altri una semplice scusa per dare sfogo ai propri impulsi mondani. Io divento improvvisamente pigro e ritorno ad essere come quando avevo 10 anni. Ho, come altri, voglia di dolci, coperte e…cartoni animati. Ovviamente i Disney sono al primo posto, ma ce ne sono altri che meritano sempre una serata, sia perché sono speciali sia perché fanno respirare l’atmosfera natalizia. Tra questi c’è (l’ormai) classico del 1993 Nightmare Before Christmas.

Jack Skeletron è il re della Città di Halloween, con i suoi abitanti spaventosi e macabri, ma non cattivi. Jack ha tutto, ma non è felice. Ha un tormento, qualcosa che non riesce a definire, che lo rende insoddisfatto. Una mattina, dopo aver vagato sonnambulo e tormentato di notte, si ritrova in un “posto nuovo (…) mai visto” dove, in cerchio, degli alberi, cavi all’interno, possiedono strane porte con simboli sconosciuti a Jack. Sono poche, ma strane. In realtà quelle porte conducono ad altri mondi dedicati alle festività: una porta a forma di tacchino (simbolo della Festa del Ringraziamento), un’altra ha un cuore (San Valentino), una il quadrifoglio (San Patrizio), un’altra un uovo decorato (Pasqua).

Nightmare Before Christmas

Jack però rimane attratto da una porta con la forma di un albero decorato. La apre e si ritrova nella Città del Natale. Jack ritrova la serenità respirando quell’atmosfera e decide di fare suo il Natale. Torna a casa e racconta ai suoi concittadini il suo progetto. Questi, però, entusiasti, continuano a pensare come abitanti della città del terrore. Jack si sente frustrato e cerca di spiegare cos’è il Natale, non riuscendoci. Per giorni e giorni si dispera, fino a giungere alla conclusione che per realizzarlo occorre solo…farlo. La città di Halloween prova a trasformarsi, ma Jack non sa che solo Babbo Natale può creare lo spirito di quella festa di cui è l’unico autentico rappresentate.

La classifica dei film di Tim Burton

Curiosità filmiche

Nightmare Before Christmas è stato uno dei primi lungometraggi animati ad essere realizzato con la tecnica della stop-motion. Per realizzarlo sono serviti 230 set, divisi in quasi una ventina di studi e un centinaio di operatori. Se aggiungiamo che un secondo di ripresa equivale a 20/25 fotogrammi, è facile capire quanto ci volle a creare il film. La regia è di Henry Selick, non di Tim Burton come molti credono. Quest’ultimo firma soggetto e produzione, poiché finisce in quell’anno Batman – Il ritorno e riprende un progetto in cantiere, Ed Wood. I rimandi alle sue pellicole sono molti: si pensi all’anatra con le ruote del già citato Batman o il gatto del cortometraggio Vincent.

Lo spirito di Tim Burton

Il film è uno dei più grandi esempi della poesia gotica dello sceneggiatore californiano. L’idea di unire la gioia del Natale al brivido di Halloween, pare gli sia venuta vedendo un negozio che cambiava gli addobbi da una festa ad un altra. Nella sua filosofia, Burton ci racconta con questo film quanto ognuno abbia diritto ad essere se stesso. Jack vive un suo sogno, malgrado sia completamente opposto alla sua natura. Così anche gli abitanti che, seppure inutilmente, ci provano. Burton ci insegna che ciò che spaventa non è ciò che è spaventoso. Anche un mostro, uno scheletro, una bambola di pezza possono trovare gioia anche addobbando un albero con pipistrelli e topi. Non è il come fare: tutti sbagliamo. La felicità, o un’idea di essa, può arrivare anche con una nevicata in una città abituata all’erba secca.

3 buoni motivi per vedere il film:

–  le musiche di Danny Elfman, dolcemente malinconiche, create senza leggere la sceneggiatura

–  capire perché è l’unico (se escludiamo quelli metà film e metà cartone) lungometraggio animato ad aver ricevuto una candidatura Oscar per i migliori effetti speciali.

–  immaginare mondi dove sia sempre…festa!

Quando vedere il film?

In prima serata, qualche giorno che preceda la notte di Natale, magari con i bambini. Non solo attenderanno con maggiore ansia l’arrivo dell’anziano donatore, ma avranno meno paura del ‘mostro dell’armadio’.

Francesco Fario

Se poi stare cercando un altro genere di Nightmare

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

The Walking Dead 7×08: Lo sceriffo è tornato

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The Walking Dead 7×08: Lo sceriffo è tornato

Tremate, tremate! Rick ha di nuovo una pistola in mano ed è pronto a fare fuori Negan una volta per tutte nel finale di metà stagione “Hearts still beating”.

L’ultima volta che abbiamo visto l’occhio vibrante di Rick, abbiamo temuto che Negan si fosse portato via la piccola Judith. Ma il finale di metà stagione è stato più positivo del previsto, magari anche un po’ più noioso.

the walking dead 7x08

Cominciamo dall’inizio:

come spesso accade quando Negan è nei paraggi, la gente inizia a sanguinare e a morire.

E’ la volta di Spencer, che prova ad allearsi con lui contro di Rick, sottovalutando molto l’intelligenza del cattivone. Dopo averlo assecondato per un po’ (in perfetto stile Negan) il Boss dei Salvatori tira fuori una coltellaccio e gli apre la pancia, facendogli fuoriuscire le budella.

NEGAN: It’s because you got no guts.

Stavolta Rosita ha di fronte Negan e spara col proiettile che le ha realizzato Eugene. Ovviamente sbaglia il tiro e qualcuno deve pagare. Olivia è il capro espiatorio.

Nel frattempo tornano ad Alexandria anche Rick e Aaron: quest’ultimo viene picchiato dagli scagnozzi del boss. Rick ormai è sull’orlo di una crisi di nervi.

A recuperarlo psicologicamente arriva Michonne: per la prima volta i due si confrontano come una coppia. E’ lei a dargli la forza per ribellarsi a Negan. Altro che Lory, ragazzi.

Così, come nelle migliori favole, Rick raccoglie la sua “famiglia” e si reca a Hilltop da Maggie, dove sono arrivati anche Daryl e Jesus.

Commovente la scena in cui Daryl dà la pistola a Rick. Lo sceriffo è tornato.

DARYL: It ain’t just about getting by here. It’s about getting it all.

Nel promo del prossimo episodio, che purtroppo arriverà solo a gennaio, vediamo Rick intenzionato ad alleare tutti contro Negan: Alexandria, Hilltop e il Regno. Della serie l’unione fa la forza!

Non manca più nessuno/ Solo non si vedono, le Amazzoni folli…. (quelle dell’episodio di Tara).

Non mi è dispiaciuto vedere i protagonisti tutti insieme e pronti ad attaccare. Forse era proprio questo l’intento di AMC quando ha iniziato a proporre episodi non correlati tra loro e tutti concentrati su un personaggio alla volta. Speriamo almeno che finalmente torni in gioco Carol!

Ad ogni modo, cosa può rendere migliore questo Natale senza The Walking Dead?

Ovviamente la gif che sta girando da qualche giorno su Facebook e che ci mostra Lucille tutta in ghingheri per le feste!

 

 

Alessia Pizzi

Verdi drammatico: Oberto, Conte di San Bonifacio

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Verdi drammatico: Oberto, Conte di San Bonifacio

Parte oggi la rubrica dal titolo #CantaCheTePassa, dedicata all’opera lirica. Iniziamo con Giuseppe Verdi ed il suo Oberto, Conte di San Bonifacio.

Finalmente ci siamo decisi a far partire la rubrica dedicata alla riscoperta e alla divulgazione di un genere ormai, purtroppo, sempre più desueto in Italia: l’opera lirica.

Parleremo delle opere principali dei grandi compositori, seguendo l’ordine cronologico e lo sviluppo dello stile degli autori. Vi saranno inserti speciali con cronache di spettacoli operistici.

https://www.youtube.com/watch?v=6aQeI66px4w

Trama

Visto che siamo in terra italiana, apriamo le danze con Giuseppe Verdi. Le sue prime opere (ad esclusione della terza, cioè il Nabucco) sono altamente sconosciute.

La prima in assoluto è Oberto, Conte di San Bonifacio, andata in scena nel 1839 al Teatro alla Scala di Milano con libretto di Antonio Piazza e Temistocle Solera. La storia narra del legame tra Leonora e Riccardo, Conte di Salinguerra, il quale poi s’innamora di Cuniza. Il padre di Leonora, Oberto, Conte di San Bonifacio, giura vendetta. Essi dichiareranno tutta la verità a Cuniza, la quale si schiera totalmente dalla loro parte. Seguirà un duello durante il quale Riccardo ucciderà Oberto. A seguito di questo fatto, Leonora, sentendosi responsabile, si chiude in convento e Riccardo, pentitosi, si autoesilia.

Stile

Subito si nota in quest’opera delle caratteristiche tipiche delle opere verdiane: il taglio subito drammatico ed incisivo, il furore del primo Verdi e la figura del padre.

I suoi padri sono amorevoli, orgogliosi ed anche, come vedremo più avanti, ipocriti, ma è una figura centrale nella sua poetica. Lo stile di quest’opera di un compositore ventiseienne è ancora quello legato alle opere primo-ottocentesche, dominate dalla cosiddetta “forma chiusa”, cioè un pezzo con un principio ed una fine ben preciso. La forma chiusa del primo ottocento prevedeva recitativo, la vera e propria aria (il dispiegamento melodico) e la cosiddetta “cabaletta” (chiusura del pezzo con un tema più allegro, genericamente ripetuto due volte con interventi del coro e variazioni nella seconda parte, dove in genere i cantanti eseguono una puntatura finale, cioè l’acuto, spesso non scritto, ma questo è un argomento che affronteremo più avanti). L’insieme di recitativo, aria e cabaletta si chiama “cavatina“.

Giuseppe Verdi, in questa prima opera, pur rifacendosi a schemi già esistenti, inserendo anche concertati (i pezzi d’assieme spesso in chiusura d’atto) molto balzandosi, dimostra già il suo genio con pezzi dall’accompagnamento molto delicato e puro ed una delle romanze più belle per tenore, l’aria del pentimento di Riccardo, Ciel, che feci, dove domina un’altro aspetto tipico verdiano, la “parola scenica“. Lui sarà tormentato, durante tutta la sua esistenza, proprio dal dramma. La musica doveva servire l’azione. Ed ecco, in quest’opera, i primordi del genio bussetano.

oberto

Performance

L’opera viene di rado rappresentata ma ci sono casi di grandi cantanti che l’hanno messa in repertorio, come nel video da noi messo sopra con un grande giovane basso nel ruolo di Oberto dal nome di Ildar Abrazakov, dotato di una voce morbida e vellutata, in un’esecuzione dal vivo a Bilbao del 2007 con un giovane ma vigoroso direttore, Yves Abel, ascolto che consiglio vivamente per apprendere il talento di questo mostro che tutto il mondo c’invidia.

Vi aspetto giovedì prossimo con la prima opera gioiosa di Verdi, Un giorno di regno, scritta mentre stava morendo la moglie Margherita, dopo che nel 1838 ebbero già perso i figli Virginia ed Icilio Romano.

Marco Rossi

@marco_rossi88

 

(La foto di copertina  è tratta da www.giuseppeverdi.it mentre la seconda foto è di Federico Buscarino e rappresenta lo spettacolo curato da Pier’ Alli al Teatro degli Arcimboldi di Milano nel 2001)

Vini da Scoprire, il libro che mancava alla comunicazione del vino

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Vini da Scoprire, il libro che mancava alla comunicazione del vino

Segnali di vita  per l’editoria del settore enoico con “Vini da Scoprire” il libro che riporta al centro il vino spogliandolo da ogni status.

Il vino travalicando se stesso, la sua cultura e i suoi contenuti ha incarnato spesso e volentieri luoghi comuni e sentimenti diversi, dalla noia di chi non sa che fare, a chi crede che occuparsi di vino declamando etichette e annate a memoria sia un’attività per elevarsi al di sopra delle masse.

Strizzando l’occhio a questi “nuovi esperti” l’editoria ha prodotto per anni e in grande quantità, una moltitudine di tomi e volumi patinati, semplici operazioni commerciali strabordanti di foto ad effetto ma spesso povere di contenuti.

In tempi recenti però alcuni libri hanno indicato qualche piccolo segnale di cambiamento, evidenziando l’esigenza di ritrovare col vino un rapporto autentico per viverlo nella sua semplicità, fatta di emozioni, sensazioni e strettamente legata alla sua natura di espressione del lavoro umano.vini da scoprire

In questo contesto Vini Da Scoprire, edito da Giunti e nato dalla collaborazione del trio Castagno, Gravina, Rizzari, rischia di essere un vero e proprio spartiacque tra vecchia e nuova comunicazione del vino, specialmente nel momento in cui anche le classiche guide cartacee segnano il passo. Strumenti ormai troppo poco interattivi e statici, condannati dall’evoluzione dei nuovi media ad un lento ma inesorabilmente declino.

Vini da Scoprire è un libro che non parla dei “soliti noti” le grandi bottiglie della nostra meravigliosa viticultura, ma ne indaga un aspetto altrettanto straordinario rivelandola attraverso le storie, le passioni, il carattere e il lavoro di 120 vignaioli.

Il libro presenta un vino per ognuno di loro, spesso sconosciuto ai più ma di ottimo rapporto qualità prezzo e che in molti casi sentiremo nominare in futuro. E’ un lavoro che parla di territorio, di come i produttori lo interpretano filtrandolo attraverso la loro dimensione umana. Il lettore ha così la possibilità di percepire nettamente come il vino e il suo produttore sono un tutt’uno culturale. Tante storie di vita tutte diverse, personalità autentiche come i loro vini che ne rappresentano la naturale estensione.

Rispetto ai libri che scoraggiano l’approccio di molti appassionati, Vini Da Scoprire rappresenta un’inversione di tendenza. L’uso limitato di termini tecnici dispensati con parsimonia, scongiura l’effetto “vorrei ma non posso” e abbattendo le distanze tra lettore e vino, crea curiosità e spinge all’approfondimento.

Castagno, Gravina e Rizzari autorevoli firme della critica enologica italiana, restituiscono il vino alla portata di tutti, al suo ruolo naturale di patrimonio comune vista l’importanza culturale che riveste per l’Italia. Lo fanno utilizzando una scrittura in cui si rintracciano gli echi dei grandi giornalisti e scrittori del passato, per cui era imprescindibile parlare di vino senza parlare di uomini, storie e territori.

Qui le descrizioni dei caratteri del vino non rimangono sterili tappeti di parole, ma ne disegnano in maniera comprensibile il carattere sotto il profilo emozionale per viverlo nella sua intimità. Liberi dall’influenza dell’etichetta è proprio l’emozione uno dei fili conduttori a cui aggrapparsi senza preconcetti, nella misura in cui anche il vino sfuso recupera la sua dignità.

In egual misura il libro si rivolge a quanti sono già confidenti intimi del vino. Per loro c’è l’occasione di conoscere vitigni autoctoni e territori che difficilmente si incontrano alle degustazioni, così come tradizioni e metodi praticati nelle diverse viticulture locali.

Soprattutto però c’è la possibilità di fare una lettura serena e ludica, in alternativa ai troppi testi classici che possono rivelarsi esageratamente tecnici per alcuni momenti. Si può scegliere di spaziare tra i vini seguendo l’impaginazione del libro, oppure vagare tra un territorio e un altro o tra bianchi e rossi, ma anche aprire a caso e regalarsi qualche minuto di tranquillità, preferibilmente con un buon bicchiere in accompagnamento. In ottica natalizia, per chiunque abbia a che fare con un wine lovers in qualsiasi stadio evolutivo, potrebbe essere un’ottima idea regalo da mettere sotto l’albero.

Bruno Fulco

The Vampire Diaries 8×07: Natale col vampiro

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The Vampire Diaries 8×07: Natale col vampiro

Siamo arrivati all’ultimo episodio prima della pausa natalizia: The next time I hurt somebody, it could be you. Damon e Stefan sono pronti ad uccidere per Cade.

Natale 1917. Stefan ha la barba e uccide una famiglia che dorme in tende avvolte dalla neve.

Natale 2016. The Ripper is back.

Ecco cosa voleva Cade da lui!

L’accordo è questo: un anno al servizio di Cade con la missione di condurre al male le anime buone. Così, dopo una tragicomica cena di Natale in famiglia, Stefan bacia Caroline sotto al vischio e poi se ne va col fratello. E’ interessante scoprire che Stefan non ricordava affatto lo sterminio a Monteray del 1917: Seline aveva infatti cancellato i suoi ricordi perché si era resa conto che nel cuore dell’assassino (che voleva dare in pasto a Cade) c’era solo sofferenza e non crudeltà. La domanda dunque nasce spontanea: ora che Stefan ha spento la sua umanità e sta per tornare il killer che aveva “rimosso” di essere, sarà in grado di tornare dalla sua Caroline alla fine del periodo pattuito?

Ma facciamo un passo indietro: questo Natale con i Vampiri è davvero esilarante!

CAROLINE: “Well, Damon’s alive, as you can see. Bonnie and Enzo are late. And Stefan’s dead! Merry Christmas. I’ve got gifts.”

La frase riassume alla perfezione la serata:

[dt_list style=”1″ bullet_position=”middle” dividers=”true”][dt_list_item image=””]Damon è risorto nonostante Alaric l’abbia ucciso nello scorso episodio;[/dt_list_item][dt_list_item image=””]Bonnie ed Enzo stanno a letto tutto il giorno come sempre;[/dt_list_item][dt_list style=”1″ bullet_position=”middle” dividers=”true”][dt_list_item image=””]Damon ha ucciso momentaneamente il fratello.[/dt_list_item]

 

the vampire diaries 8x07

Le gemelle, le uniche davvero felici di festeggiare il Natale, hanno un legame magico con Seline: la sirena, ormai redenta, decide di liberarle da questo vincolo psicologico che le portava a chiedere di lei in continuazione.

La sorellina Sybil, invece, fa una brutta fine per il momento: Caroline regala a Damon il ciondolo di Elena, ma quando lui lo dà alla sirena per Natale vede riaffiorare il ricordo della sua amata e strappa letteralmente il cuore a Sybil!

Dopo questa chicca dobbiamo assolutamente ammettere che la bionda ci piace di più senza Stefan: sembra avere più risorse quando è sola. E sola sarà davvero, visto che oltre al tenebroso, perderà anche le sue figlie. Infatti Alaric sta per lasciare Mystic Falls.

 

Alessia Pizzi

https://www.youtube.com/watch?v=cCdLHqIVtBY

 

Eötvös “ Senza sangue” dal romanzo di Baricco: non è per tutti

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Eötvös “ Senza sangue” dal romanzo di Baricco: non è per tutti

Ho comprato il libro di Baricco e l’ho letto prima di ascoltare l’opera, non avrebbe avuto senso scrivere di qualcosa che non conosco

Il libro mi ha emozionato, conquistato e reso felice nello stesso momento. Una storia di amore, di vendetta e di giustizia. Da donna ne sono rimasta affascinata e riconosciuta nella parte bambina che è in me.

Bellissimo è un diminutivo grazioso e vuoto. Ambientato durante una guerra civile, crudele e spietata, quattro giovani uomini entrano in una fazenda e sterminano brutalmente il padre e il fratello della protagonista, una bambina, Nina, nascosta in una botola “rannicchiata sul fianco, le mani nascoste tra le cosce, la testa leggermente piegata in avanti, verso le ginocchia” viene salvata da Pedro Cantos, uno dei nemici.

Passano quarant’anni ed è da qui che parte l’opera di Peter Eötvös. La donna va a cercare l’uomo, l’unico sopravvissuto agli altri assassini morti misteriosamente, si percepisce la vendetta, nella musica il tempo viene scandito prepotentemente, si attende l’epilogo finale. Ma la donna dopo averlo torturato verbalmente rivangando tutto il suo passato e la sua vita di donna dai tanti nomi lo perdona offrendosi a lui in una camera d’albergo.

Nulla è più forte di quell’istinto a tornare dove ci hanno spezzato, e a replicare quell’istante per anni […] chiuse gli occhi e si addormentò”. Forse la scelta “sbagliata” di Eötvös è stata nel mezzosoprano (Sonia Ganassi) bravissima interprete ma non calzante per timbro in quest’opera dai toni molto forti, risultava sottovoce dove anche il baritono (Russel Braun) aveva difficoltà nell’uscire fuori.

Le critiche del pubblico sono state queste, legate all’abitudine di ascoltare brani noti senza la modestia di provare a studiare e capirne di nuovi. Ben accette le novità difficili e stimolanti, un azzardo nel programma si Santa Cecilia che forse ha riscontrato pochi adepti ma ne ha stimolati altri.

D’altronde in conferenza stampa lo stesso direttore ha dichiarato che con l’Orchestra Nazionale di Santa Cecilia vi è una maggiore sensibilità e comprensione, ma anche sicuramente un rischio maggiore rispetto alle città dove è stato presentato precedentemente (New York, Amburgo) dove a causa della lingua il testo è raramente compreso. Nel libretto inoltre, scritto da Mari Mezei, moglie del direttore, viene cambiata la cronologia degli eventi, incomincia con l’incontro tra i due personaggi (alla fine) per poi raccontare i fatti precedenti e riprendere l’incontro con il finale che viene lasciato sospeso nell’opera, senza conoscere la trama non si possono percepire questi giochi temporali dell’opera, perdendo il senso del tutto.

Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia- Prove generali (©Musacchio & Ianniello

Baricco sul libro e la sua forma creativa: – Perché ambientato durante una guerra civile? Perché è molto affascinante ed è la guerra più atroce, tra fratelli, non avevo in mente da nessuna in particolare, ho usati nomi ispanici per ragioni musicali, ma non c’è un riferimento in particolare, perché in un certo modo le guerre civili sono tutte uguali.

La musicalità del testo l’ha nella testa prima di scrivere un libro? Mi hanno fatto notare che anche quando parlo utilizzo suoni onomatopeici tipo “Tac” non mi sono mai accorto di questo “Tac”, la musicalità è istintiva non la programmo, è il mio modo di utilizzare il corpo, è ritmo, ci sono archi di energia caricata e scaricata “Zuuc”, “Toc”, “Zuuc” scrivo molto con il corpo perché la gente legga con il corpo, è una scrittura fisica.

Sara Cacciarini

Fuga da Reuma Park, il “worst of” di Aldo, Giovanni e Giacomo

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Fuga da Reuma Park, il “worst of” di Aldo, Giovanni e Giacomo

Partiamo da una premessa: non si può non volere bene ad Aldo, Giovanni e Giacomo, soprattutto per chi come me è nato nella secondo metà degli anni ’80 e quindi è quasi cresciuto con la loro comicità, e ha potuto gustarsi al cinema quella perla di “Tre Uomini e una Gamba“, probabilmente una delle ultime vere grandi commedie italiane.

Ma la comicità purtroppo è una delle poche arti che ha una data di scadenza, perché la creatività si esaurisce ed è spesso superata da altri stili e sempre nuove visioni di come far ridere.

Aldo, Giovanni e Giacomo probabilmente la loro data di scadenza l’hanno superata da un bel pezzo, complice l’età, complice la nascita di nuove voci comiche, complice il cambio di gusto del pubblico, complice anche l’impossibilità fisiologica di far ridere come riuscivano 20 anni fa circa. Ciò non vuol dire che siano ora obbligati al pensionamento, tutt’altro, ma solo capire di dover cambiare qualcosa: il punto è che il trio, invece di andare avanti, ha scelto di andare terribilmente indietro.

Fuga da Reuma Park nasce come celebrazione dei 25 anni di carriera insieme, e diventa quindi il film più meta della loro filmografia, in cui interpretano letteralmente sé stessi nel futuro, si autocitano più volte ed inseriscono piccoli camei dei loro personaggi più popolari. Il film che quindi è a tutti gli effetti una celebrazione del loro successo, diventa invece lo specchio di una comicità che fu e non c’è più, e in un certo senso la certificazione dell’esaurirsi della loro vena artistica.

Il trio ha sempre avuto una marcia in più rispetto ad altri comici cimentatisi nel cinema perché hanno scritto storie, autentiche sceneggiature, senza mai abbandonarsi agli sketch e alla banale parodia. E anche quando i loro film hanno iniziato ad essere meno riusciti, la risata la strappavano sempre grazie alla dinamica tra i tre. Fuga da Reuma Park è invece, oltre ad essere banalmente un brutto film, è soprattutto un film che non fa ridere: non ha una sceneggiatura, non funzionano le brevi vignette, la dinamica tra di loro è stantia, il linguaggio ormai scontato, ed il totale abbandono ad un comicità surreale e visiva davvero fallimentare, ridicolo. E le celebrazioni inserite forzatamente nel film sono un vero autogol: i vecchi famosissimi sketch vorrebbero suscitare l’effetto nostalgia, invece suscitano solo tristezza perché è lampante lo stacco tra l’esilarante passato ed un presente in declino. Quando il film torna alla realtà è quasi traumatico.

Ecco, forse l’aggettivo giusto per descrivere Fuga da Reuma Park è proprio questo: traumatico. Non sono affatto contento di essere così duro con Aldo, Giovanni e Giacomo, perché come detto in apertura devo a loro tantissime grasse ed intelligenti risate della mia formazione, ma è davvero traumatico per un fan constatare come il genio comico possa affievolirsi, sparire e diventare il peggior nemico di sé stesso.

 

Emanuele D’Aniello

L’incantesimo infranto del Tristano e Isotta di Wagner a Roma

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Il Teatro dell’Opera di Roma ha aperto la Stagione 2016/ 2017 con il Tristano e Isotta di Richard Wagner con una, purtroppo, deludente produzione.

Il Tristano e Isotta di Richard Wagner è un’opera di alchimia. Andata per la prima volta in scena a Monaco di Baviera nel 1865, narra la storia d’amore tra Tristano e Isotta. La storia inizia su di una nave che sta raggiungendo le coste della Cornovaglia dall’Irlanda. Su di essa vi è Isotta, prigioniera, che Tristano sta portando a suo zio, Re Marke, per farla diventare sua sposa. Essa era la promessa sposa di Morold, il quale, avendo tormentato la Cornovaglia con tributi molto pesante, viene ucciso da Tristano. Per vendicarsi di tutte le sopraffazioni, essendo un’esperta di arti magiche, Isotta prepara un filtro velenoso per Tristano ma la sua ancella, Brangania, mossa da umana pietà, lo cambia con un filtro d’amore. L’attrazione sarà fatale, in quanto Re Marke scoprirà il tradimento del nipote grazie a Melot, infido amico di Tristano e segretamente innamorato di Isotta, il quale ferirà lo stesso Tristano durante il duello, a seguito del quale Tristano muore ed Isotta decide di morire accanto al suo amato, con Re Marke venuto a perdonare i due amanti avendo scoperto la storia del filtro.

Il Tristano e Isotta è un’opera di magia, dove l’azione non è quasi mai presente, ma è tutto legato al sentimento, con delle bellissime e lunghissime scene e duetti (il duetto d’amore del secondo atto dura circa quaranta minuti e l’opera dura più di cinque ore) ed ha fatto il Teatro dell’Opera di Roma a riportarla sulle scene per l’inaugurazione della Stagione 2016/2017 dal 27 novembre all’11 dicembre 2016 (la recensione si riferisce alla serata del 9 dicembre), dopo dieci anni di assenza . Ma purtroppo l’incantesimo si è infranto, possiamo proprio dirlo, sugli scogli.

Ad onor del vero sono un neofita wagneriano, avendo sentito dal vivo solo L’oro del Reno in forma di concerto all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia tre anni fa, ma purtroppo questa produzione è stata, a mio avviso, deludente su tanti punti.

La parte positiva è stata la prova magnifica dell’Orchestra e del Coro (nei suoi pochi interventi) del Teatro dell’Opera di Roma guidati da un formidabile Daniele Gatti, il quale, aiutato dal maestro del coro Roberto Gabbiani, è stato attentissimo a tutti i dettagli, vigoroso e passionale ma anche delicatissimo nel sottolineare il fatale amore dei due protagonisti.

Il cast lasciava molto a desiderare.

Isotta era il soprano inglese Rachel Nicolls, la quale aveva una buona voce, ma con tendenza ad affaticarsi in alto, mentre Andreas Schager, il tenore austriaco che interpretava Tristano, ha retto bene i primi due atti per poi calare nell’ultimo, causa forse anche la stanchezza.

Molto deludente era Michelle Breedt come Brangania, voce tutta chiusa in gola, non udibile. Un poco più sonoro ma sempre ingolato era il Kurwenal, amico e sodale di Tristano, di Brett Polegano.

Il basso canadese John Relyea era il Re Marke. Una bella voce, sicuramente la più penetrante di tutto il cast, ma con una tendenza pure lui a ingolare. Mi è parso, però, l’attore più convincente.

Molti bravi e sonori erano il Melot di Andrew Rees, il pastore di Gregory Bonfatti, il timoniere di Gianfranco Montresor ed il giovane marinaio di Rainer Trost.

Lo spettacolo di Pierre Audi, coprodotto con il Théâtre des Champs-Élysées di Parigi e De Nationale Opera di Amsterdam, non è stato certamente di aiuto. Non è stato il minimalismo la cosa peggiore o il presunto intimismo, di fatto già preesistente nella musica (aspetto che sarebbe stato voluto, secondo quanto detto dal regista, da Daniele Gatti sia per sottolineare l’aspetto delicato dell’opera ma anche adatto  al piccolo spazio del teatro parigino), ma ridurre la nave a pochi pannelli semoventi, gli alberi del bosco del II atto ridatti a sagome (complici le scene di Christof Hetzer) ha annullato l’effetto grandioso dell’opera. I costumi, sempre di Hetzer, erano decisamente poco felici (Re Marke non può essere vestito con un cappotto ed una sciarpa simili a quelli indossati dai clochard) e le luci di Jean Kalman erano alquanto spettrali e spesso non aiutavano i protagonisti nella recitazione. Il sole creato con un faro sul fondale del palco era anche fastidioso alla vista. A tutto ciò si sono dovuti aggiungere elementi delle vera e propria regia a mio avviso non congruenti, come una parte del grande duetto tra i due protagonisti fatta dandosi la schiena. Un momento molto intenso è stato il finale, come il famoso Liebestod di Isotta, riapparsa in scena come un’anima dopo la morte e tutti i protagonisti dell’opera morti in scena.

Insomma, è stata un’occasione in parte sprecata.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Yasuko Kageyama)

Van Gogh Alive – The Experience a Roma

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Van Gogh Alive – The Experience a Roma

Dal 25 ottobre presso lo spazio di Palazzo degli Esami a Roma la mostra multimediale Van Gogh Alive-The Experience.

Non so nulla per certo, ma la vista delle stelle mi fa sognare –  Vincent Van Gogh

Van Gogh Alive - The Experience a Roma

La mostra è un percorso “sensoriale” attraverso la vita, le opere e le inquietudini del grande pittore olandese. Inizia con una serie di autoritratti dell’artista e una riproduzione reale in 3D del dipinto “La camera di Vincent ad Arles” in Francia, 1888 olio su tela, dove si era trasferito.

L’effetto è bello, l’immersione nella stanza così scombinata e distorta, la prospettiva confusa danno un senso d’inquietudine e di movimento, un preludio della follia del pittore. Proseguendo la mostra una serie di riproduzioni su carta spiegano la vita dell’artista e anticipano quella che sarà la parte centrale e più emozionante del percorso: l’Alive dove lo spettatore verrà calato – attraverso la sensibilizzazione di tutti i sensi – nei più celebri quadri di Vincent van Gogh.

L’effetto è senz’altro spettacolare, la possibilità di sedersi su enormi cuscini per terra rende il susseguirsi delle immagini ipnotiche, anche se, un quadro vero emana sempre quel fremito di sudore e fatica, emozioni che nessuna proiezione per quanto fedele e impressionante possa effondere.

Van Gogh Alive - The Experience a Roma
Tra di essi particolarmente suggestivi due dei capolavori del maestro: il primo Iris, olio su tela,1889, il primo dipinto ad essere realizzato dopo un mese dal ricovero volontario in manicomio (l’ospedale psichiatrico di Saint Paul-de-Mausole a Saint-Rémy-de-Provence): l’autore soffriva di depressione e follia o forse semplicemente di genio creativo. Nel dipinto si può ammirare l’uso dei contorni neri negli Iris, la cui ispirazione è tratta dalle stampe giapponesi ukiyo, che più volte hanno coinvolto la pittura di Vincent. Il secondo, Il ramo di mandorlo in fiore, olio su tela 1889, creato in occasione della nascita del nipote, figlio del tanto amato fratello Theo. Il legame tra i due fratelli è sempre stato molto forte, tanto da far chiamare il nuovo nato Vincent. Probabilmente una delle creazioni migliori in uno dei pochi momenti di serenità dell’artista, prima di uccidersi con un colpo di pistola in un campo nel 1890.

“Non si può essere al polo e all’equatore allo stesso tempo. Devi scegliere la tua linea, come spero di fare anche io e probabilmente la mia sarà il colore”

Dal 25 ottobre nella mostra multimendiale, prodotta da Ninetynine e Grande Exhibitions, si può ammirare la nuova tecnologia Sensory4 un sistema unico che incorpora oltre quaranta proiettori ad alta definizione più un suono surround per immergere lo spettatore nei quadri del più grande post impressionista del XIX secolo accompagnato dalle musiche di Vivaldi.

 

Sara Cacciarini