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Sherlock 4×01 “Le sei Thatcher”, il detective dal volto umano

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Sherlock 4×01 “Le sei Thatcher”, il detective dal volto umano

Sherlock è tornato.

Ne sentivamo quasi un bisogno fisiologico, perché questa più che una serie tv è un’autentica tortura. Lo è davvero se per vedere le nuove stagioni tocca aspettare sempre due anni (!) e poi ritrovarci davanti appena 3 episodi, certo, lunghi 90 minuti ciascuno, ma pur sempre 3 appuntamenti settimanali e poi via di nuovo.

Ed è davvero una tortura, perché senza si va dritti in astinenza. Per il modo in cui è scritta, recitata e diretta, per l’iconicità dei suoi personaggi e momenti, per lo status cult ormai raggiunto in tutto il mondo quasi fuori dai confini normali della serialità televisiva (in questo senso le lunghe pause hanno giovato alla celebrità della serie, permettendo pure ai due attori protagonisti di diventare nomi notissimi), Sherlock è una botta di adrenalina che inebria lo spettatore e lo coccola illudendolo che sia qui per rimanere.

E l’inizio di di questa 4° stagione di Sherlock è stato davvero tutto quello che i fans accaniti volevano. Si parte dritti da dove eravamo rimasti (quasi facendo un favore a chi non ha colpevolmente recuperato lo splendido speciale natalizio dello scorso anno), si prende il cliffhanger a cui gli spettatori sono stati costretti a pensare per ben due anni e si aggira come nulla fosse, un tratto distintivo degli sceneggiatori che non si mettono mai dietro un angolo, presentano i casi e li accartocciano uno dietro l’altro in una struttura a scatole cinesi, facendo ogni volta pensare che quello sia il soggetto dell’episodio, ed invece poi si sterza ancora.

La prima mezz’ora dell’episodio è purissimo Sherlock, con continui cambi di attenzione, trucchi narrativi a non finire, ritmo serrato e tanto sano divertimento che traspare dalle solite fantastiche prove di Benedict Cumberbatch e Martin Freeman, ormai un duo iconico quasi quanto i caratteri chiamati ad interpretare.

Poi, quando un caso prende finalmente il centro della scena, o meglio le conseguenze di quel caso e ciò che c’è dietro, si svela il vero senso di questo ritorno: non far perdere la bussola solo a noi spettatori, ma cercare di sconvolgere l’intera architrave emotiva della serie. Questo episodio ha sicuramente dei difetti, su tutti la platonica infedeltà di Watson e la risoluzione del caso con la riesumazione di un personaggio inutile da giallo scolastico vecchio stampo, ma sono difetti del tutti secondari di fronte alla forza del compartimento emotivo delle relazioni centrali. La meraviglia di questa serie, forse possibile anche grazie alle famigerate lunghe pause che permettono di lasciar pensare gli autori, è la capacità di evolvere i personaggi senza mai farli snaturare, cosa che tante serie non riescono mai a fare: il nostro Sherlock Holmes è sempre il sociopatico dell’inizio, se possibile ancora più irritante e misantropo col suo cellulare, ma ormai è diventato anche un uomo dal cuore d’oro che conosce benissimo il posto nella propria vita di amici e persone che ha accanto. Non è più un eroe definito dal proprio aspergeriano talento, ma un essere umano a tutto tondo, incastrato da un lato da sentimenti puri di affetto, e dall’altro dall’ossessione e dalla paura di un ritorno di Moriarty che ancora non sa spiegarsi.

E’ una puntata che sicuramente avvicina la serie alle controparti cinematografiche, con scene di autentica azione e di lotta, con spostamenti geografici in luoghi esotici che richiamano i film di spionaggio classici, ma Sherlock rimane esattamente ciò che l’ha resa cult e se possibile migliora di volta in volta, divertendo e stupendo con sceneggiature tra le migliori nel panorama televisivo attuale.

Sherlock è tornato, e seppur per poco, ne vedremo sicuramente delle belle.

 

Emanuele D’Aniello

“Coppèlia: Eppur si danza”, unione fra pensiero tedesco e fantasia italiana

“Coppèlia: Eppur si danza”, unione fra pensiero tedesco e fantasia italiana

La tournée de Lo Schiaccianoci di Amodio/Luzzati, che ha registra a metà tour oltre 20.000 spettatori, è ancora in corso nei grandi teatri italiani, e già Daniele Cipriani Entertainment si lancia in nuove danze.

Se, dunque, il 2016 si chiude felicemente con il balletto natalizio per eccellenza, il 2017 si apre in maniera benaugurante con un’altro amato balletto, sempre in due atti: Coppélia, rivisitato dal coreografo Amedeo Amodio, con le suggestive scenografie di Emanuele Luzzati e Luca Antonucci e i costumi di Luisa Spinatelli.  Nell’ambito dell’impegno di Daniele Cipriani volto al recupero del repertorio italiano del balletto della seconda metà del ‘900, parte infatti una tournée di Coppélia che debutta l’8 gennaio al Teatro Giovanni da Udine, nel capoluogo friulano, e sarà in scena in diverse città italiane fino al 18 febbraio 2017.

Nei ruoli principali una coppia collaudata in palcoscenico e anche nella vita: Anbeta Toromani e Alessandro Macario; albanese lei (già prima ballerina al Teatro dell’Opera di Tirana e notissima al grande pubblico televisivo in Italia), napoletano lui (attualmente primo ballerino al Teatro San Carlo di Napoli). Con loro, il corpo di ballo e i solisti della Daniele Cipriani Entertainment.

Lo spettacolo coincide con due importanti anniversari: i 10 anni dalla scomparsa di Emanuele Luzzati che ha fatto risplendere le scene italiane e del mondo con i colori della sua tavolozza e l’arcobaleno della sua fantasia, e il bicentenario della pubblicazione (1817) de Der Sandmann di E.T.A. Hoffmann da cui fu tratto il balletto Coppélia (1870). Questo addolcì la trama della novella sovrannaturale, allorché la versione di Amodio – creato nel 1995 per l’Aterballetto – ne riscopre le tinte fosche e sulfuree. La storia, attualizzata e ambientata negli Studios hollywoodiani, ci viene restituita in termini di archetipi e metateatro. Anticipa Amodio: “Lo spettacolo è come un set dove si provano diverse scene del film. In scena entrano anche altre mitiche figure cinematografiche, Dracula, Frankenstein e Charlot, oltre a suggestioni ed atmosfere che arrivano da Ginger Rogers e Fred Astaire, Gary Cooper a Marlon Brando”.

Operazione analoga a quella che Amodio fece con il suddetto Lo Schiaccianoci, altra rivisitazione di un balletto di repertorio basato su una novella di Hoffmann, anch’essa frutto di una feconda collaborazione con Luzzati e con il produttore Daniele Cipriani. E’ calzante qui ripetere quanto già affermato a proposito di Schiaccianoci, ovvero che la Coppélia di Amodio/Luzzati è un esempio dell’alchimia artistica che si compie quando alla robustezza del pensiero tedesco si uniscono anche la fantasia e l’estro italiani (con in più la raffinatezza francese di cui profuma la partitura di Léo Delibes). A quest’ultima, così spumeggiante (pur con sottili accenti allo zolfo, come s’addice al racconto “dark” di Hoffmann), vengono aggiunti inserimenti di Giuseppe Calì. Le luci sono di Marco Policastro.

Come le immaginifiche scene e costumi de Lo Schiaccianoci di Amodio/Luzzati, anche questo importante allestimento di Coppélia è stato recuperato da Daniele Cipriani, salvato dal deterioramento, restaurato e riportato in vita. “Mantenere in vita la danza in Italia, e in particolare la danza italiana, è il maggior obiettivo che mi prefiggo in un momento nero in cui corpi di ballo italiani storici hanno cessato di esistere ed altri sono minacciati di chiusura”, spiega Daniele Cipriani “In questo momento c’è un tragico esodo di giovani talenti italiani costretti a trasferirsi all’estero in cerca di lavoro; queste produzioni offrono ai nostri ballerini la possibilità di lavoro in Italia.

Daniele Cipriani Entertainment è la seconda produzione a livello nazionale riconosciuta dal Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo ed è orgoglioso di far lavorare decine di talentuosi ballerini italiani e personale tecnico, nonché di offrire spettacoli di pregio, affinché il pubblico italiano non debba dipendere da allestimenti scadenti proposti dalle compagnie di giro, ma non sempre di qualità. A questo proposito, anticipo anche la ripresa di Carmen, un altro importante balletto di Amedeo Amodio con scene e costumi di Luisa Spinatelli. Debutta il 4 marzo al Teatro Sociale di Trenta: protagonista l’étoile Eleonora Abbagnato, contornata da eccellenti ballerini”.

La vedova Van Gogh. Come una donna rese immortale l’artista

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Un libro che scopre il ruolo fondamentale di una donna nella scoperta di Vincent Van Gogh, necessario per conoscere il successo post mortem dell’artista.

29 luglio 1890, Parigi, Francia. E’ sera e in una modesta casa del popolare quartiere di Pigalle aleggia un’aria di disperazione, di puro, autentico dramma. Vincent Van Gogh, dopo un’agonia di tre giorni dal tentativo di suicidio, è morto.

Theo, il fratello minore, è devastato, non accetta quella notizia, non crede possibile che Vincent non ci sia più, che quel loro legame sia stato definitivamente interrotto. Da quel giorno ferale Theo inizierà lentamente a morire.

In quella stessa identica giornata Johanna Van Gogh-Bonger, la moglie di Theo, la cognata di Vincent, comincia a scrivere un diario. Lo terminerà tre anni dopo. Quel giorno, in quella casa parigina con quelle pagine intime scritte da una donna, fino allora semplice comparsa, inizierà una incredibile avventura.

Che Theo abbia avuto un peso specifico nella crescita artistica del fratello è cosa assai nota. Fu lui, infatti, a convincere il timido e titubante Vincent a trasferirsi a Parigi, facendogli vedere il coloratissimo mondo degli impressionisti; e fu sempre lui ad aiutarlo moralmente ed economicamente.

Molto meno conosciuto è, invece, il ruolo determinante, per certi aspetti fondamentale, di Johanna nella fortuna post mortem dell’autore della Notte stellata che, in vita, aveva venduto soltanto due tele, ricevendo solo pesanti critiche e trovando sempre porte chiuse.

A far conoscere questa pagina misconosciuta nella biografia di Vincent Van Gogh contribuisce in modo determinante il bel libro di Camilo Sanchez.

Opera prima del giornalista argentino, La Vedova Van Gogh, edito in Italia da Marcos Y Marcos, è un lungo lavoro di assemblaggio di fonti, fra cui il diario di Johanna e l’infinito epistolario dei due fratelli Van Gogh, e di brani di pura invenzione che fanno del testo un saggio ma anche un bellissimo romanzo, che ci riporta nella Parigi di fine secolo, dove la cultura era di casa e la si respirava ovunque, anche in certi caffè all’aperto dove i camerieri lasciavano “sui tavolini foglietti colorati per assecondare l’impulso di scrivere”.

La vedova Van Gogh è però, se non soprattutto, il racconto di come una giovane donna abbia potuto spendersi, praticamente da sola e con un figlio da crescere, per rendere immortale un pittore che nessuno apprezzava, con la tenacia tipica degli olandesi, era nata ad Amsterdam il 4 ottobre 1862, e con la forza unica delle donne in un mondo ancora completamente dominato dagli uomini. Lasciata Parigi e tornata nella natia Olanda, Johanna iniziò a conoscere attraverso i tanti quadri ma principalmente le infinite lettere, la complessa personalità del cognato ma anche quella del marito.

E sono proprio le centinaia di lettere, che Theo aveva raccolto per anni legandole con nastri colorati, a rendere speciale il libro di Sanchez. Perché Johanna scioglierà quei nastri, leggerà avidamente quelle lettere, scandagliando l’anima di Vincent e scoprendo non solo un pittore ma anche un poeta, un uomo che “scrive come dipinge”.

La vedova Van Gogh è un libro di cui oggettivamente, nell’empireo dei molteplici testi sul pittore olandese, si sentiva il bisogno, perché fa luce sul ruolo di una donna straordinaria che nel giro di pochi mesi, dal suo ritorno in Olanda, fu in grado di allestire le prime mostre su Van Gogh, scegliendo le tele giuste, in questo avvalendosi anche dei preziosi consigli che lo stesso Vincent aveva lasciato nelle lettere, allacciando i contatti con le persone giuste, superando innumerevoli difficoltà e facendo suo il motto di un’altra donna, Lucia Tower: “non essere timorosa, non pretendere il successo immediato, poiché quello vero richiede tempo”.

Johanna, iniziando a scrivere il suo diario, cominciò a conoscere Vincent Van Gogh regalandolo al mondo intero.

Leggendo ed amando questo bellissimo libro noi, imperituri amanti di Van Gogh, verseremo il tributo, seppur tardivo, a una donna senza la quale, forse, il mondo unico e colorato del pittore olandese sarebbe rimasto per sempre nel buio di una notte senza stelle.

Maurizio Carvigno

Quattro chiacchiere sui vini italiani: Il Barolo

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Quattro chiacchiere sui vini italiani: Il Barolo

Probabilmente il più elegante di tutti i vini italiani, con la sua regalità ammalia i degustatori esperti seducendo sempre nuovi appassionati.

Definito “re dei vini e vino dei re” il Barolo è il primattore dell’eccellenza enologica nazionale. Le sue vicende affondano le radici nella storia d’Italia e deve il suo nome all’omonimo comune Piemontese. La famiglia Falletti Marchesi di Barolo, ne inizia la produzione agli inizi del XIX secolo. Fu la marchesa Juliette Colbert, donna straordinaria, a farne dono personale a Carlo Alberto di Savoia. Quest’ultimo, impressionato dall’eleganza del vino ne fece immediatamente avviare la produzione nella tenuta di Verduno.

Fondamentate per il Barolo anche il Conte di Cavour che grazie ad un enologo francese, sull’impronta dei  vini di Bordeaux,  lo rese  più secco decretandone così il successo internazionale. L’istituzione della DOC nel 1966,  aggiunge al primo areale di coltivazione altri dieci comuni definendo l’attuale il territorio di produzione. La DOCG del 1980 ne sancisce definitivamente l’ingresso tra i vini più importanti del mondo.

Negli anni novanta ci pensano i “Barolo boys” ad accendere i riflettori sulle Langhe Piemontesi. Così definiti dal NY Times, sono le giovani generazioni di produttori in contrasto con la tradizione più radicata. Senza voler sconvolgere l’equilibrio del territorio introducono innovazioni nei metodi produttivi, la cui più significativa è forse l’utilizzo della barrique. Più piccola rispetto alla tradizionale botte grande, è causa di un vero e proprio scontro epocale tra vecchio e nuovo.

Un dibattito che chiama ad esprimersi il mondo intero della comunicazione enoica. Nel 2014 esce addirittura un film a riassumere la storia di questo fenomeno che rivoluziona il rapporto tra le nuove leve dei produttori e la loro terra. L’espressione del movimento è l’associazione A.S.D. Barolo Boys, squadra di calcio che abbina allo sport la promozione culturale delle Langhe.

Vino di razza superiore compete con le perle dell’enologia mondiale mietendo successi su tutte le  guide di settore

Dopo il grande fermento oggi le due scuole di pensiero convivono e il risultato da sempre vini meravigliosi. E’ unicamente il Nebbiolo a dar vita al Barolo, stupendo vitigno in grado di concepire grandi vini, ma che solo a questo territorio regala la sua massima espressione. Ad oggi le cantine che lo producono sono protagoniste assolute di ogni guida e classifica che riguardi il vino.

Fare nomi è sempre limitativo, però sui migliori quasi tutti sono sempre d’accordo. Indicando Giacomo Conterno, Cavallotto, Giuseppe Mascarello, Bartolo Mascarello, Renato Ratti, non si teme di indignare nessuno. Così come suggerendo le bottiglie di Lorenzo Accomasso, Giuseppe Rinaldi, Giacomo Fenocchio e Elio Grasso.

Durante l’elevazione in legno il Barolo sviluppa un bouquet olfattivo austero ma di grande finezza ed eleganza. Il gioco sui toni dei frutti rossi, sentori di viola e spezie si arricchisce di tante incredibili sfumature olfattive. Si abbina a piatti di grande struttura, ma soprattutto e magnificamente ai tagli nobili di carne.

Arrosti, brasati e stufati, dalla cacciagione al capretto, dall’agnello al cinghiale fino allo stracotto d’asino. Si accosta con successo ai cibi aromatizzati al tartufo e ai formaggi stagionati dal sapore intenso e a pasta dura. Ottimo col Parmigiano Reggiano e il Grana Padano, il Castelmagno ed il Bra. Non sfigura nemmeno nel fine pasto abbinato con i dolci di pasticceria secca tipici del territorio. Dalle Paste di Meliga, tipici frollini Piemontesi, agli Albesi al Barolo osando anche  l’accostamento sui  Marrons glacès.

La ricetta che più rappresenta il Barolo è certamente il brasato. Un classico omaggiato da diversi chef tra i quali Luca Montersino, ed eseguito utilizzando carne bovina di razza Fassona piemontese in cottura lentissima nel vino stesso.

Bruno Fulco

La sfida immortale e senza vincitore di Bernini e Borromini

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La sfida immortale e senza vincitore di Bernini e Borromini

Bellezze di Roma ha organizzato per sabato 7 gennaio 2017 alle ore 11:00 una passeggiata sulla rivalità di Gian Lorenzo Bernini e Francesco Borromini.

Ci sono nomi davanti ai quali bisogna solo inginocchiarsi, nomi che vogliono dire genialità assoluta. Il XVII secolo romano è stato segnato dalla lotta di due grandi artisti, lotta senza vincitori, perché lo sono entrambi allo stesso livello: Gian Lorenzo Bernini da un lato e Francesco Borromini dall’altro.

Il primo, napoletano di nascita ma di padre toscano, fu il più grande scultore del ‘600 romano, ma anche: architetto, urbanista, pittore, scenografo e commediografo.

Personalità esuberante, che non amava essere criticata, ebbe una vita avventurosa e piena di passione e passò attraverso numerosi papi. Il secondo, nato nel Canton Ticino, era una personalità più tormentata, depressa, antipatica.

Francesco Borromini fece solo l’architetto, ma le sue opere, così intellettuali e cariche di simboli, ancora oggi sono senza tempo.

La loro rivalità, fatta di dispetti, ripicche ma anche di tanti miti oggigiorno da sfatare, sarà oggetto di una visita organizzata da Bellezze di Roma sabato 7 gennaio 2016 alle ore 11:00.

bernini e borromini

Ci lasceremo incantare tutti insieme dalla magia di monumenti come la Fontana dei Quattro Fiumi, opera che Bernini fece per quel Papa, Innocenzo X, che non lo amava, ma anche quella di Sant’Ivo alla Sapienza, capolavoro borrominiano senza limiti, dove la sua cupola elicoidale sembra voler raggiungere il più alto dei cieli e le sue 111 stelle ci parlano della Trinità.

Parleremo del celebre Elefantino del Bernini e del perché si trova in tale posizione, ma anche della storia travagliata del Palazzo di Propaganda Fide, quando Borromini, nel creare l’interna Cappella dei Re Magi, crea una volta con dei costoloni che ricordano il fascio della stella cometa.

Ma parleremo delle loro personalità, dei dispetti che si fecero dalle finestre, dei loro amori, della loro morte e del perché e chi ha iniziato tale rivalità.

Ma soprattutto parleremo di Roma e delle sue magie, che vanno oltre a quelle di Bernini e Borromini, che non finiscono mai di stupirci per tutti i tesori che questa città ci offre.

Per prenotarsi (ricordiamo la prenotazione è obbligatoria) bisogna scrivere a bellezzediroma2@gmail.com con l’oggetto BERNINI e dovrete indicare gentilmente: il numero delle persone, un vostro recapito telefonico e la presenza di ragazzi. Riceverete via mail le informazioni circa il costo della visita ed il luogo e orario dell’appuntamento.

Come al solito, vi aspetto a braccia e cuore apertissimi.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(La foto di copertina è di Adrian Fletcher mentre la seconda è tratta da Wikipedia)

 

La gioia del Concerto di Capodanno dal Teatro La Fenice di Venezia

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La gioia del Concerto di Capodanno dal Teatro La Fenice di Venezia

Il Teatro La Fenice di Venezia ha organizzato un concerto di capodanno dedicato a Ludwig van Beethoven e brani tratti da famose opere liriche.

A molti questo concerto non piace, perché dicono che sembra una brutta copia di quello classico da Vienna. Io penso che ascoltare la musica non sia mai banale ed è per questo, che da quando lo hanno creato, cioè nel 2004, io ascolto sempre quando mi è possibile, insieme ovviamente a quello da Vienna, il Concerto di Capodanno dal Teatro La Fenice di Venezia.

Il concerto si presenta diviso in due parti: la prima è dedicata al grande repertorio sinfonico, la seconda a quello operistico. Purtroppo la RAI non trasmette la prima parte, e quindi non possiamo fare la recensione della Sinfonia n.7 in la maggiore op. 92 di Ludwig van Beethoven, che ha aperto l’edizione 2017. Un vero e proprio peccato, anche perché, a mio avviso, sin dalla prima note mi è sembrato il migliore dei concerti di capodanno veneziani che ho sentito.

Assegnerei la palma assoluta al direttore Fabio Luisi, gloria nazionale, che, come tutti i nostri pupilli, lavora molto all’estero, soprattutto al Met ma anche a Zurigo, dove è direttore musicale dell’Opernhaus, il quale ha fatto risplendere lo smalto dell’Orchestra ed il Coro del Teatro la Fenice (tutti quanti bravissimi) con accenti graffianti nel coro della Traviata Di Madride noi siamo mattadori, capolavoro verdiano assoluto, come nel Fuoco di Gioia dell’Otello del genio bussetano, ma anche la brillantezza e vivacità della spumeggiante ouverture dall’opera Un giorno di regno, sempre di Giuseppe Verdi.

Molto belli anche i momenti sinfonici con Benjamin Britten ed il suo Valzer e la Marcia dalle Matinées MUsicales, rielaborazioni di brani di Gioacchino Rossini. Il bis ormai solito del Va’ pensiero è stato il momento apicale, mentre nel Brindisi della Traviata, a dire il vero, vi era un poco di pesantezza, ma si tratta veramente di un peccato veniale.

teatro la fenice di venezia
                                                                    Rosa Feola

Veniamo ai due solisti: il soprano era Rosa Feola, dotata di una bellissima voce e molto spirito. Dopo delle incertezze in Qui la voce sua soave e la seguente cabaletta Vien, diletto, è in ciel la luna da I puritani di Vincenzo Bellini, dove qualche nota non era intonata, mi è piaciuta molto la sua interpretazione sbarazzina ed ammaliante de Quel guardo il cavaliere, la cavatina di Norina dal Don Pasquale di Gaetano Donizetti, aria in cui il personaggio mette in luce le sue doti di seduttrice.

teatro la fenice di venezia
                                                               John Osborn

Lo stesso dicasi per il tenore John Osborn, da me sentito per ben quattro volte a Roma. Nella prima aria, Questa o quella dal Rigoletto di Giuseppe Verdi, la sua voce era troppo scura per rendere bene l’aspetto libertino del Duca di Mantova, mentre ci ha lasciato senza parola in Ah, mes amis da La fille du regiment di Donizetti, l’aria dei nove do di petto, lui ne ha aggiunti altri ed erano tutti luminosissimi ed il pubblico gli ha tributato un trionfo.

Vi erano delle coreografie molto interessanti con ballerini del Corpo di Ballo del Teatro alla Scala di Milano.

Un grande successo, meritatissimo per tutti.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(La foto di copertina con il Maestro Fabio Luisi è di Barbara Luisi, la foto di Rosa Feola è di Todd Rosenberg e la foto di John Osborn è stata estratta dal sito Opera Online)

Londra: la forza lavoro è donna e indossa l’hijab

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Londra: la forza lavoro è donna e indossa l’hijab

A Londra thijab rionfa il hijab in tutte le sue versioni. Mentre in Italia ci affanniamo con i soliti sofismi sull’intimità delle culture altrui, sulla realtà celata dietro all’immagine, qui crolla miseramente ogni posizione ideologica.

La verità è che la forza lavoro circolante nella City è donna e veste in hijab.

I soliti polemici parleranno di sottomissione chic, come lessi tempo fa su un editoriale de Il Foglio, ma il pragmatismo dei londinesi non concede spazio alle speculazioni sociologiche e mediatiche dei nostri esperti. Tanto più che proprio enfatizzando determinati comportamenti sociali si indirizza il pensiero delle masse e questo mi rende diffidente verso i detrattori del “burkini“.

La verità è che mi sono sentita a mio agio a farmi consigliare il colore del rossetto da questa ragazza da non subire nessun impatto emotivo.

Le donne in questione, in maggioranza giovani, svolgono tutti gli impieghi comuni che muovono l’economia e i servizi di una città immensa e cosmopolita come questa. Un esercito di cameriere, impiegate, commesse di grandi magazzini, giornaliste abbigliate in tutte le versioni del velo islamico nelle sue diverse tipologie e impreziosito in alcuni casi da vere fashioniste.hijab

Eppure il british style rimane inossidabile nella sua particolarissima atmosfera natalizia, fiero di resistere nei secoli e per nulla intimorito dall’umanità circostante.

Attentissime ai particolari scoperti del viso le nostre “hijabiste” fanno uso del maquillage più alla moda: un sapiente contourig del viso, ciglia finte, smoky eyes, un trucco sofisticatissimo che rivela una femminilità intensa e definita. Si relazionano con competenza, affabilità, naturalezza.

Trattiamo sul prezzo, chiedo consiglio sulle taglie. Nella grande catena di abbigliamento Primark sono l’ottanta per cento delle lavoranti e tutte al di sotto dei 30 anni.

Sinceramente, penso alla nostra Italia dal grande cuore che fa di tutto un grande plastico da portare in televisione, sviscera situazioni e organizza crociate ma non consentirebbe mai una donna in hihijab jab di partecipare alla vita economica del paese.

Si solleverebbero dibattiti lunghissimo su crocifissi nelle scuole e presepi e sul pericolo del ritorno del felice Saladino, su quello che avviene nelle loro case, sull’interpretazione ortodossa o liberale del Corano e sull’Iran, sulla democrazia oscurata dagli ayatollah.

Penso in un attimo che la civilissima Europa ha un tasso di femminicidi vergognosamente elevato e che addirittura i Paesi come Danimarca e Norvegia hanno una percentuale di omicidi nei confronti delle donne più alto che in Italia.

E allora l’aiuto concreto alle donne, qualsiasi sia il loro retaggio, va dato coinvolgendole nella vita sociale, senza limitazioni aprioristiche, in modo che possano sviluppare gli strumenti per operare con una coscienza autonoma ed essere libere dal bisogno. Per me la libertà è quella che appare agli occhi con naturalezza, senza celata presunzione di innocenza o colpevolezza: rischierei la paralisi del pensiero.

Antonella Rizzo

“Un’ora di tranquillità” con Massimo Ghini

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“Un’ora di tranquillità” con Massimo Ghini

La commedia al Teatro Quirino insegna il valore dei piccoli momenti di felicità, anche quando la vita ci sferra dei colpi bassi.

Vi è mai capitato di trovare per caso un oggetto per voi preziosissimo gironzolando per i mercatini? Qualcosa che non vi aspettavate di trovare, qualcosa che non cercavate in quel preciso momento, ma che desideravate da sempre?

Me Myself and I, questo il titolo dell’album jazz che Michel vuole assolutamente ascoltare nella sua “ora di tranquillità”.

Cammina per le vie di Parigi felice, con il suo vinile in mano: ha l’entusiasmo di un bambino che ha appena acquistato il suo nuovo giocattolo preferito. Rientra a casa e prova a condividere l’emozione con la moglie ma, come spesso accade per le gioie personali, viene sminuito dall’ascoltatrice.

C’è qualcosa che turba Nathalie. Un segreto. Ma a Michel non importa, lui vuole solo ascoltare la musica.

un'ora di tranquillità massimo ghini

La sua tranquillità verrà minata durante tutto lo spettacolo da una serie di imprevisti che gli impediranno di concedersi questo piccolo momento intimo.

Oltre alla moglie, interpretata dalla bravissima Galatea Ranzi, entrano nel quadretto anche il figlio metallaro Sebastien (Alessandro Giuggoli)  meglio noto come “Fucking Rat” – e una serie di personaggi legati al protagonista per varie motivazioni.

C’è il simpatico Leo (Luca Scaparrone), vicino di casa che bussa a Michel perché il suo operaio Pavel (Claudio Bigagli) sta letteralmente distruggendo le tubature del palazzo.

C’è Elsa (Marta Zoffoli), la migliore amica di Nathalie, che vuole confessare il suo love affair con Michel.

E poi c’è Pierre (Massimo Ciavarro), il migliore amico di Michel innamorato da sempre di Nathalie.

L’intreccio della commedia è divertente e accattivante.

Massimo Ghini domina il palco per quasi due ore con magistrale eleganza. Non perde una battuta, non perde mai tono né vigore durante la performance.

Tiene viva l’attenzione dall’inizio alla fine, regalando al personaggio del drammaturgo francese Florian Zellen la genuina comicità tipica della commedia all’italiana.

L’attore è supportato da un cast preparato, versatile e che sa stare al passo del vaudeville.

I costumi di Silvia Frattolillo sono davvero notevoli, specialmente quelli delle donne. Degna di elogio è anche la scenografia moderna di una casa quasi futuristica, a cui si aggiunge un tocco classico non indifferente: una finestra gigante da cui si intravede la Torre Eiffel calda e luminosa, in contrasto con i toni dell’azzurro e del bianco che sono sul palco.

Infine, una riflessione anche sul significato.

Dietro una commedia apparentemente semplice si nasconde un messaggio tutt’altro che superficiale: la felicità è quella delle piccole cose, delle passioni personali.

Non importa quali gravi segreti, quali terribili situazioni si presentano di fronte agli occhi di Michel. Lui vuole solo ascoltare il suo album. Pretende il suo momento di libertà, è totalmente distaccato dai problemi della vita.

La vera felicità risiede in un’ora di tranquillità passata con se stessi.  Me, Myself and I.

 

Alessia Pizzi

Le campane trionfali di Notre Dame de Paris a Roma

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Le campane trionfali di Notre Dame de Paris a Roma

Prosegue l’ondata inarrestabile dei successi di Notre Dame de Paris di Riccardo Cocciante, in scena ora al Palalottomatica di Roma fino al 6 gennaio

Ci sono date importanti per tutti noi, ed una di queste è il 1998. Esattamente il 16 settembre 1998 andava in scena al Palazzo dei Congressi di Parigi la prima di Notre Dame de Paris, opera popolare ispirata al celebre romanzo di Victor Hugo con le musiche di Riccardo Cocciante e testi di Luc Plamondon. Il 14 marzo 2002 debuttò la versione italiana, con i testi curati da Pasquale Panella, presso il compianto Granteatro di Roma, costruito proprio per l’occasione ed ora non più attivo.

Notre Dame de Paris in breve

La storia narra della tragica vicenda dell’amore disperato tra la bella zingara Esmeralda e Quasimodo, il campanaro gobbo di Notre Dame de Paris. Della bella ragazza è innamorato anche Frollo, arcidiacono della cattedrale, ma Esmeralda ha occhi solo per Febo, il bel capitano delle guardie di Parigi. Per convincerla a diventare sua, Frollo ferisce Febo mentre è in compagnia della ragazza, cosicché, quando Esmeralda viene accusata di prostituzione, lussuria e tentato omicidio, Frollo potrà concederle la libertà solo se lei si farà sua. Questo non accade, perché la ragazza viene liberata grazie all’azione di Quasimodo. La condanna è però inarrestabile: Frollo, accecato dalla gelosia, manda comunque a morte la ragazza. Febo non fa assolutamente niente per evitare la condanna in quanto vuole sposare la sua vera e ricca fidanzata Fiordaliso. Esmeralda muore, sotto gli occhi disperati di Quasimodo, il quale, dopo aver ucciso in un impeto d’ira il suo padre putativo Frollo, si ricongiunge alla sua amata in un abbraccio eterno e mortale.

Cocciante imperdibile

La musica di Riccardo Cocciante ti prende, ti emoziona; appena senti quest’opera la vorresti risentire subito (infatti era la mia terza volta a teatro, dopo che ho letteralmente rovinato il cd). Canzoni come Il tempo delle cattedrali, Bella, Vivere per amare, ma soprattutto l’ultimo straziante addio di Quasimodo alla sua amata, Balla mia Esmeralda, sono entrate nel cuore di tutti noi. Non potevo perdere allora l’occasione di andare a risentire questo capolavoro, ora che è in scena al Palalottomatica di Roma dal 28 dicembre 2016 al 6 gennaio 2017, e la mia recensione si riferisce alla sera della prima. Tutto il pubblico cantava, piangeva, eravamo tutti fratelli.

E poi l’emozione di risentire una parte del cast originario, quel cast che nel 2003 ci affascinò con la diretta televisiva dall’Arena di Verona. E così abbiamo ritrovato il fenomenale Vittorio Matteucci, un Frollo dalla voce torrenziale, enorme e sempre scenicamente credibile come il Gringoire, poeta e narratore esterno della storia. Matteo Setti. Giò di Tonno nei panni di Quasimodo ha fatto di nuovo sentire la sua voce tonante ma sempre molto espressiva, cercando di eliminare quell’effetto “voce rauca” fatto apposta per caratterizzare meglio la deformità solo fisica del personaggio, che dava un po’ fastidio. Lola Ponce è un’Esmeralda vocalmente un poco debole, ma lei caratterizza il personaggio con una grande passione, bellezza (caratteristica anche fisica dell’artista) e con talmente tanta voglia di vivere che strappa enormi consensi. Ricordavo più squillante Graziano Galatone come Febo, ma il suo personaggio è sempre estremamente curato. Molto bravi anche le due new entries: Tania Tuccinardi come Fiordaliso e Leonardo Di Minno come Clopin, re degli zingari.

Una serata memorabile, che porterò sempre nel mio cuore, con il pubblico che cantava a squarciagola durante il bis! E come non potevamo lasciarvi con Matteo Setti e il suo Tempo della Cattedrali!

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto tratte dal sito DanzaDance)

 

“La mia casa”, due serate con Daniele Silvestri all’Auditorium

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“La mia casa”, due serate con Daniele Silvestri all’Auditorium

All’Auditorium Parco della Musica nella prestigiosa sala Santa Cecilia, Daniele Silvestri si è esibito per celebrare il successo di “Acrobati in tour”, un progetto live che ha fatto tappa in 26 città italiane, concludendosi proprio a Roma con le ultime due date nella sua città natale

Un successo strepitoso, la sala Santa Cecilia piena, l’apertura della galleria numero 8, quella alle spalle del palco con 400 posti in più, per creare uno spirito ancora più famigliare (ospiti eccezionali di questo settore gli ex compagni di liceo) tanto amato da Daniele con il palco al centro della sala.

Tre ore di entusiasmante concerto iniziato con Daniele e la band in giacca di paillettes nera molto chic e raffinati, “La verità” da suo ultimo album Acrobati, ”Marzo 3039” dall’album Prima di essere uomo del 1995, divertente e scanzonato ironizza sulla lunghezza di questa serata: “siamo come a casa di amici, chiameremo la protezione civile per farci portare coperte e viveri, a seconda dei casi perché resteremo qui fino a tarda notte” e ancora avanti con un altro brano “Quali alibi” perché “molte parole vengono fuori in questo momento”.

E poi “la canzone di adesso è quella con cui abbiamo dato il titolo a queste due serate, perché questa è la nostra casa, quindi benvenuti con “La mia casa” dall’album Acrobati”.

Fa caldo, Daniele si spoglia, in realtà cambia solo look, ma un appaluso di ragazzine, e non solo, investe la sala “la mia casa sono le parole la mia casa è dove mi sento più protetto e mi sento meglio, scrivo parole perché non so disegnare, non so fare belle foto, allora per esprimermi uso le parole con le quali si possono fare degli esperimenti, come questo: entrare come una telecamera nella vita di una persona, in questo caso una donna con una pistola in mano, non sappiamo cosa accade prima o dopo, tutto il resto ce lo mettete voi, se volete” e inizia a cantare “Monolocale”.

Era lì con una pistola \ usala, usala, ora è quello si\ è quello che lei spera \ spera ma non spara ancora \ ma fai così, mi raccomando

\fai così, diceva\ e intanto lui nemmeno tornava\ che poi non era neanche quello\ no, non era\ era niente, era solo\una vita.

Per alleggerire, dice lui, ma in realtà la serata è molto calda e allegra, un brano dell’album S.C.O.T.C.H. del 2011 “Ma che discorsi”. Continua il percorso all’indietro nel tempo “In questa canzone spero abbiate il bisogno impellente di partecipare, di cantare con me anche se molti di voi non erano nati”, ma questo è un altro discorso “Le cose che abbiamo in comune” dell’album Prima di essere uomo del 1995. Video

Si cambia atmosfera e ancora il look, come sulle montagne russe, suona e canta anche alcuni pezzi fatti una volta sola, tra questi è un pezzo che viene da lontano agli inizi degli anni ’80 attorno a me c’era ancora il Funky, scritto nella sua stanzetta “L’uomo precedente” dall’album Daniele Silvestri 1994 e siccome è una serata casalinga ci sono tanti amici e “c’è anche la mia mamma in sala, che ogni volta alla fine di un concerto mi dice perché non ho fatto una canzone in particolare perché è stata cantata con una voce molto più bella della mia (Mina), perciò perdonatemi, adesso ci provo, questa è per la mia mamma: Il secondo da sinistra.

Cambio di maglietta, gilet nero e cappello “Il mio nemico” dall’album Unò Dué del 2002 canzoni contro la guerra.

Dopo un anno passato in giro queste due date sono solo per noi, senza ospiti, c’è un’eccezione, è una a parte di noi, un invitato speciale: Fabio Rondarini il nostro nuovo Acrobata, e batterista. Ma ad accompagnare Daniele in questi 31 concerti del tour che si concluderà con la seconda data sempre all’Auditorium il 9 gennaio 2017, anche Gianluca Misiti (tastiere), Gabriele Lazzarotti (basso) Duilio Galioto (tastiere), Sebastiano De Gennaro (percussioni e vibrafono), Piero Monterisi (batteria), Daniele Fiaschi (chitarre) e Marco Santoro (fiati e coro).

In questa storia, nella quale Daniele ci ha preso per mano e portato lontano non solo geograficamente ma anche nel tempo dai primi del ‘900 ai giorni nostri con un susseguirsi di emozioni e passione un regalo post natalizio, possiamo solo dire: bentornato a casa Daniele!

 

 Sara Cacciarini

Passengers, amore disperato nello spazio

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Passengers, amore disperato nello spazio

Non c’è niente da fare, non c’è niente da obiettare, non ci sono intenzioni originali dei registi o produttori che tengano, i film sono tutta una questione di aspettative e percezioni soggettive.

Che poi non è chiaro che tipo di aspettative o idee si possono avere su un film come Passengers, un qualcosa già presentato in partenza come una banale love story nello spazio, però non si può mai accontentare chiunque. Specie con un prodotto che, va premesso, non è affatto un gran film e certamente non passerà alla storia.

Passengers indubbiamente poteva essere altro, poteva funzionare di più, ma poteva anche funzionare meno. Quello che abbiamo davanti e quindi ci rimane è un discreto film di intrattenimento che non annoia troppo (qualità fondamentale), semmai coinvolge in alcuni punti e cerca il più possibile di conquistare i cuori degli spettatori con la sua storia d’amore centrale per nascondere i molti lati ridicoli della vicenda.

E’ un film da popcorn, non ci si può lamentare troppo.

Eppure è doveroso dire in sede di analisi che col cinema si può sempre fare e osare di più, soprattutto con un genere ambizioso e largamente allegorico come la fantascienza. Perché il film infatti fino al terzo atto sta in piedi e addirittura affascina, col dramma della solitudine umana e l’incredibile dubbio amletico di cosa fare per superare quello stato, se coinvolgere un’altra persona pur sapendo di condannarla a morte oppure no. E’ un dubbio esistenziale e filosofico non da poco, anzi, il problema è che Passengers non è certo il film adatto ad affrontarlo (e diciamolo, le mediocri doti recitative di Chris Pratt non sono le migliori e più complete per trasmetterlo) e ad un certo punto lo molla del tutto per tornare ad abbracciare la sua natura da blockbuster. Questa è la macabra storia di un uomo che impazzisce e trascina con sé una donna, ma il film ce li fa passare per piccioncini il cui sentimento resiste a tutto. Eppure, eccoci qui tornare all’assunto di partenza, il film potrebbe essere solo una pura avventura spaziale adrenalinica che non dovrebbe perdere tempo in quesiti più grandi che sa di non poter affrontare a dovere, e regalarci quindi solo azione.

Il punto è che Passengers non accontenta nessuno, o forse non scontenta del tutto nessuno. Forse in mano ad un vero regista sarebbe stato diverso, o forse farlo così è sempre stata l’intenzione iniziale, e allora quindi va vissuto per quello che è, due ore di un innocuo film d’intrattenimento da vedere, gustare e poi dimenticare senza danno un attimo dopo.

 

Emanuele D’Aniello

Verdi risorgimentale, sacro e patriottico: il “Nabucco”

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Verdi risorgimentale, sacro e patriottico: il “Nabucco”

Attraverso la rubrica #CantaCheTePassa andremo oggi alla scoperta del terzo titolo verdiano, un’opera capitale: il “Nabucco”.

Oggi, con la rubrica #CantaCheTePassa, andremo alla scoperta di un titolo che è must per gli appassionati della lirica: il “Nabucco“, un’opera ricca di temi molto lirici ma anche marce sfrenate e grandi cori, come il famoso Va’ pensiero.

Trama

L’opera, su libretto di Temistocle Solera, debuttò al Teatro alla Scala con successo il 9 marzo 1842. Era un periodo particolare per Giuseppe Verdi. La sua seconda opera, Un giorno di regno, di cui parlammo la settimana scorsa, fu un insuccesso clamoroso; da persona estremamente esigente non riusciva più a trovare un titolo adatto. Raccontò egli stesso nel 1879 come nacque il Nabucco, o meglio il Nabucodonosor, ma il nome non veniva mai esteso su di un unico verso ed è rimasto “Nabucco”: “Rincasai e con un gesto quasi violento gettai il manoscritto sul tavolo, fermandomi ritto in piedi davanti. Il fascicolo cadendo sul tavolo stesso si era aperto: senza saper come, i miei occhi fissano la pagina che stava là innanzi, e mi si affaccia questo verso: Va’ pensiero sull’ali dorate”. Nonostante ciò non ne era convinto. L’impresario Bartolomeo Merelli gli ficcò il libretto in tasca e Giuseppe Verdi iniziò allora la composizione.

nabucco

La storia narra delle invasioni babilonesi attuate dal re babilonese Nabucco. Il gran sacerdote degli Ebrei, Zaccaria, per scongiurare la condanna del suo popolo, ha rapito Fenena, la figlia di Nabucco, della quale è innamorato Ismaele, giovane ebreo. Di lui è però innamorata anche Abigaille, schiava babilonese di potere che si finge figlia di Nabucco. All’ingresso di costui nella Città Santa, Ismaele, in un impeto d’amore, libera Fenena ed incautamente consente la distruzione del tempio. Gli Ebrei sono perduti, Nabucco, nel suo delirio d’onnipotenza, maltratta tutti, soprattutto sua figlia, diventata ormai ebrea, Ma al suo detto: “non son più re, son Dio“, un fulmine divino lo colpisce sulla testa. Durante la disperazione di tutti Abigaille ne approfitta per prendere il potere, far prigioniero Nabucco, schiavizzare e mandare a morte tutti gli ebrei, facendo firmare il decreto al delirante Nabucco, il quale sigla senza leggere il documento. Egli, quando viene a sapere che sua figlia sta per essere condannata a morte, capisce che può risolvere tutti i suoi problemi affidandosi al Dio degli Ebrei; egli gli darà la forza per combattere e liberare tutti gli Ebrei. Da Nabucco stesso sappiamo che Dio ha fatto in modo che Abigaille bevesse del veleno. La donna morente viene a chiedere perdono a Fenena e Ismaele. Alla fine, quando ella morirà, Nabucco sarà incoronato Re degli Ebrei dallo stesso Zaccaria.

https://www.youtube.com/watch?v=dNWq2nEkNhc

Stile

Il periodo in cui Giuseppe Verdi compone quest’opera è particolare: è quello dei movimenti indipendentisti. Ricordiamo le famose espressioni VIVA V.E.R.D.I, che però volevano dire Viva Vittorio Emanuele Re d’Italia. Lo stile dell’opera verdiana sicuramente guarda molti a quegli anni ruggenti, ma è un’opera d’amore, dai grandi temi religiosi. Forse più che in tutte le altre opere, i momenti delicati lasciano il passo a passaggi di una forza tellurica incredibile, come nell’aria Dio di Giuda di Nabucco del terzo atto e tutta la cabaletta successiva O prodi miei, dove però Giuseppe Verdi fa qualche cosa di particolare; toglie la ripetizione della stessa cabaletta e fa entrare direttamente il coro, perché il teatro lo richiede. Per lui l’importante era l’azione teatrale. Per capire la forza di questa composizione, vi proponiamo lo storico video della prova orchestrale della cabaletta effettuata nel 1986 per l’inaugurazione della Stagione della Scala con Riccardo Muti alla sua prima prova da direttore musicale del teatro meneghino.

Il capolavoro verdiano è uno dei “re” delle arene, ed ecco infatti la nostra recensione per lo spettacolo alle Terme di Caracalla curato da Federico Grazzini nel 2015. In disco le edizioni non si contano, ma ve ne posso consigliare almeno due: quella registrata nel 1982 dal compianto maestro Giuseppe Sinopoli con il Coro e l’Orchestra della Deutsche Oper Berlin, un’edizione dai tratti molto delicati ed intimi, con grandissimi cantanti come Piero Cappuccilli, immenso baritono, come Nabucco e la “regina del do” Ghena Dimitrova, furente Abigaille, ma anche l’edizione diretta da Riccardo Muti nel 1978 con la Philharmonia Orchestra e l’Ambrosian Opera Chorus, dove, nonostante la presenza di cantanti come Matteo Manuguerra, baritono dalla voce enorme, come Nabucco, Renata Scotto, violenta Abigaille, e l’immenso Nicolaj Ghiaurov come Zaccaria, è l’orchestra che colpisce. Non vi è più l’intimismo di Sinopoli ma una violenza tellurica, garibaldina, con stacchi velocissimi, che però ben si addicono al Nabucco, ma tutto con grande calore (il Va’ pensiero di quest’edizione è, per me, senza pari).

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di copertina ©2016 Metropolitan Opera mentre la seconda foto è di Silvia Lelli per il Teatro dell’Opera di Roma)

Oceania: Chi l’ha visto (il principe azzurro)?

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Oceania: Chi l’ha visto (il principe azzurro)?

I tempi passano e le protagoniste Disney si evolvono: da Biancaneve a Vaiana ne abbiamo fatta di strada.

C’era una volta Ariel, la Sirenetta che voleva vivere sulla terra. Era il 1988 e la Disney regalava un’inedita versione della favola di Andersen al piccolo e grande pubblico di tutto il mondo.

Nel 2016, con Oceania,  il nuovissimo classico Disney, torna protagonista il mare, ma dal punto di vista di chi lo solca.

Vaiana ha sedici anni, come Ariel. Ha i capelli ricci e lunghi e la pelle color cappuccino. Un giorno governerà la sua isola, sita nell’Oceano Pacifico, dopo suo padre e suo nonno. La sua vita scorre tranquilla ma – come Ariel – Vaiana contiene a stento una sfrenata curiosità, un’insaziabile voglia di andare oltre il confine. In questo caso si tratta del Rif, la barriera corallina che il suo popolo non vuole più valicare.

Sarà la necessità a spingere la protagonista a mettersi contro tutti per realizzare il suo sogno e diventare una grande navigatrice. Torna così il tema della “cattiva figlia”, quella che non viene compresa dal padre, come era Ariel e come era stata anche Mulan.

Ciò che però contraddistingue Vaiana dalle due “colleghe” è che la sua voglia di evolversi non è mai legata all’amore, se non quello per se stessa e il proprio popolo. Sia Ariel che Mulan, invece, alla fine incontrano un partner.

Vaiana è libera: tra un momento di coraggio e uno di debolezza intraprende il suo percorso personale per diventare un grande capo.

Per questo motivo è la migliore “non principessa” Disney di sempre. Una principessa Disney moderna!

Il richiamo più forte arriva dall’acqua, dall’Oceano. Non a caso in lingua originale la ragazza si chiama Moana, “oceano” e dà il titolo al cartone stesso (Vaiana vuole dire “acqua di grotta” invece). Se vi state chiedendo il perché del cambio nome potete sorridere pensando alle associazioni con la pornostar Moana Pozzi. Nulla da togliere a Vaiana ma, considerando l’importanza dell’oceano nel cartone, chiamarla “acqua di grotta” potrebbe risultare un po’ riduttivo. Anche se forse è solo un cavillo.

Nel corso del viaggio appare il co-protagonista Maui, simpatico semidio e mentore della ragazza, in cui ritroviamo molte affinità con Hercules, tanto nella grafica quanto nel tipo di humour. Lui stesso, incarnando la voce del luogo comune, dirà a Vaiana:

If you wear a dress and have an animal sidekick, you’re a princess. You are not a way finder. You will never be a way finder

Ma alla fine dei giochi Vaiana è qui per ereditare la tradizione e rinnovarla, come la migliore degli emulatori. E suo padre, come anche Maui, dovranno ricredersi.

Disney_PrincipesseCon i tempi, dicevamo, le principesse cambiano. Perché il pubblico è cambiato.

Non è più pronto ad accogliere trasognato una fanciulla in difficoltà, nata per essere salvata da un condottiero senza paura. Se già la frizzante Belle aveva dato i primi segni di scalpitamento nel lontano 1991, rifiutando il gradasso Gaston che giudicava la sua passione per la lettura, arrivati a Vaiana non possiamo che essere fieri di questa evoluzione.

Le protagoniste Disney di oggi sono ragazze alla ricerca di loro stesse.

I castelli incantati sono diventati orizzonti da scoprire, le matrigne sono mostri da sconfiggere con le proprie forze, le fate turchine sono le nonne piene di consigli e la vita è una grande avventura che non si corona con un matrimonio arrangiato in due giorni.

E i principi azzurri? Beh, quelli non sono stati nemmeno rimpiazzati.

Fatevi due conti.

Alessia Pizzi

“La Buona Novella” a teatro con le musiche di De André

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“La Buona Novella” a teatro con le musiche di De André

La vita dura degli emigranti raccontato in “La Buona Novella – Anno Hominum 2016”, in scena al Teatro Ambra con le canzoni di Fabrizio De André.

Natale è una festa di speranza, di gioia. È la festa dei bambini; i nostri figli, nipoti, cuginetti scartano i regali. Noi tutti brindiamo e mangiamo fino a sentirci male. Ma Natale è anche una festa molto triste: fa freddo, piove, le persone sole soffrono ancora di più la solitudine, nonostante 2016 anni fa, in una fredda grotta di Betlemme, con il solo calore di una madre, di un padre, di un bue e di un asinello nacque la speranza. Speranza che, però, oggi, è solo un lusso per alcuni.

Lo spettacolo La Buona Novella – Anno Hominum 2016, in scena dal 18 dicembre 2016 all’8 gennaio 2017 al Teatro Ambra alla Garbatella di Roma, parla proprio di questo. (La nostra recensione si basa sulla recita del 26 dicembre 2016).

la buona novella

Nella terra devastata della Giordania, le donne tentano di ribellarsi allo stato islamico. Una di esse, Maria, nonostante la difesa della sorella, viene venduta da un mercante di schiavi ad un uomo, un falegname di nome Giuseppe, un brav’uomo, che sente solo una forte solitudine dopo la morte della moglie.

Egli tratta Maria come sua figlia e lei viene accolta dai figli di Giuseppe, Aida e Omar, come una vera sorella. Durante una notte, spietata e crudele, un amico di Omar, Amir, abusa di Maria, lasciandola incinta di una bambina di nome Gesù. Tutta la famiglia sente il bisogno di dover cambiare vita. Dalla Siria, dove abitano, viaggiano e s’imbarcano verso l’Italia. Un crudele destino, misto a cattiveria umana, farà sì che Giuseppe muore durante il viaggio.

Maria si ritrova con i suoi due fratelli acquisiti ed una bambina da crescere, ed una vita di stenti, in un paese ormai diffidente e non più accogliente come le tradizioni hanno tramandato. Gesù cresce, per guadagnarsi da vivere lavora nei campi per due euro l’ora.

Ma ecco che la sua voglia di giustizia la spinge verso un piano pericoloso: organizzare con due suoi amici conosciuti nei campi, Dimaco e Tito, una rapina all’Olgiata. Dopo la morte di uno dei amici durante la rapina, Gesù e l’altro “ladrone” rimanente saranno imputati in un processo di cui non vedremo mai la fine. Ma il perno di tutto è sempre lei, Maria, che regge il peso delle vite a lei più care.

la buona novella

Lo spettacolo, con i testi di Martina Cesaretti e Valter Casini, il quale cura anche la regia, è estremamente attuale.

Le storie di Maria, di Omar, di Aida, di Gesù, di Dimaco, di Tito e di Giuseppe sono storie estremamente vive, e sono rese ancora più tali dalle bellissime canzoni de “La Buona Novella“, storico album del 1970 di Fabrizio De André, qui con gli arrangiamenti della PFM. Esso racconta delle vicende di Maria, di Giuseppe e di Gesù da un punto di vista molto umano più che divino, le loro passioni negate. Il dolore di Maria sotto la croce del figlio è un dolore umano, infatti come dice nelle Tre Madri: “Non fossi stato figlio di Dio t’avrei ancora per figlio mio“.

Gli anni ’70 erano gli anni delle contestazioni giovanili più significative del Novecento ed ecco la risposta di Fabrizio De André a chi chiedeva il perché, proprio in quel periodo, della necessità di raccontare vicende che conosciamo da bambini e la spiegazione della canzoni, fatta in maniera più alta della mia, durante lo storico concerto al Teatro Brancaccio di Roma nel 1998.

https://www.youtube.com/watch?v=b7v7cCCMmlA

La storia si addice perfettamente alla vicenda della nostra Maria. Ella porta su di sé il destino di tutti (come esattamente la Vergine è stata costretta a fare). Ma il suo dolore è quello di una vita negata, di una dignità non rispettata e costantemente calpestata. Maria è donna fra le donne, è simbolo e sinonimo delle donne maltrattate, violentate, uccise nel fisico e nell’animo in tutte le società del mondo. Maria è una persona trattata con diffidenza da una società che ha paura del diverso, lo rifiuta, lo oltraggia e poi va a festeggiare il Natale, non ricordandosi che Maria e Giuseppe subirono tanti anni fa lo stesso trattamento.

Questo bellissimo spettacolo, reso ancora più bello dalla bravura di tutti i performer, sia come attori, come cantanti e musicisti, ci serve per capire che il mondo non finisce con i nostri confini, va al di là delle nostre tavole imbandite, e siamo tutti fratelli. Dobbiamo fare in modo che le notizie, come quella della vicenda di Maria, ci smuovano qualcosa dentro l’anima e che non siano più freddi sottotitoli di un telegiornale o che, peggio ancora, diventino un’ abitudine, talmente alta è la loro frequenza.

Marco Rossi

@marco_rossi88

Foto di Stelvio Peti

 

Le Case Romane del Celio e il Clivo di Scauro

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Case Romane del Celio. Una Roma Sotterranea che non ti aspetti

Roma ha molte attrattive e ancora di più sono i siti ed i luoghi da visitare in grado di illustrare tutta la sua storia millenaria. Ma le sorprese che l’Urbe è in grado di rivelare nel suo sottosuolo, sono forse ancora più straordinarie. Tra le visite imperdibili della Roma sotterranea, non può mancare quella alle cosiddette Case Romane del Celio!

Il clivo di Scauro

Esattamente al di sotto dell’antica Basilica dei Santi Giovanni e Paolo, sorta sul Celio, uno dei mitici sette colli su cui Roma fu fondata, si trovano una serie di importanti strutture abitative dalla storia secolare. Già la strada che fiancheggia l’ingresso all’area archeologica, il Clivo di Scauro, è un vero spettacolo: una breve e piccola via, un tempo interamente coperta e sormontata da una serie di archi su cui si affacciavano, da una parte e dall’altra, una serie di alte insulae – i caseggiati a più piani tipici dell’antica Roma –  con numerose botteghe a pianterreno. Varcando l’ingresso del sito – oggi musealizzato – si possono ammirare i primi vani, corrispondenti proprio alle antiche botteghe, munite di retrobottega ed adibiti a magazzino per le merci.

 

Proseguendo nella visita, si noterà come questa insula con botteghe si affacciasse, verso l’interno, su un’altra stradina su cui si apriva una domus privata, cioè una casa di proprietà privata grande e lussuosa, nata per ospitare una sola famiglia benestante, munita in realtà anche di un complesso termale, posto però ad un livello inferiore rispetto al piano di calpestio delle botteghe.

Queste due differenti abitazioni durante il III secolo d.C. furono unificate in un’unica grande struttura abitativa molto più estesa, in cui il ricco proprietario viveva a pian terreno, affittando invece gli appartamenti posti ai livelli superiori del caseggiato. Ecco quindi che le pareti della casa iniziarono ad essere sontuosamente decorate da delicate pitture, così come i pavimenti con raffinati mosaici. Tra gli affreschi più importanti, vi sono certamente quelli della Sala dei Geni, le cui mura presentano festoni di fiori e frutta sorretti da Geni alati, con graziosi amorini ritratti mentre vendemmiano. Anche la parete di fondo del Ninfeo presenta ricche sorprese: si riconosce infatti molto verosimilmente il racconto del mito di Proserpina che ritorna dall’Ade, raffigurata tra Cerere e Bacco.

 

Qualcosa di particolare però accadde nel IV secolo d.C., quando ci fu un cambio di proprietà con conseguenti modifiche: nella Sala dell’Orante infatti, l’affresco in parete mostra un personaggio ritratto a braccia aperte in atteggiamento di preghiera, che secondo molti studiosi, diviene il principale indizio dell’uso dell’ambiente da parte di una famiglia cristiana. Poco più avanti si può raggiungere il punto più “sacro” delle Case, cioè la Confessio: ricavato a metà della scala che conduceva ai piani superiori dell’insula, questo piccolo vano presenta, all’interno di una nicchia in parete, preziose decorazioni pittoriche di epoca cristiana, databili alla seconda metà del IV secolo d.C. Queste raffigurazioni sono chiaramente legate alla vita dei santi Giovanni e Paolo: tradizione vuole infatti che i due fratelli, soldati romani, abbiamo qui abitato.  E sono proprio questi gli ambienti in cui Giovanni e Paolo furono uccisi e sepolti, subendo il martirio per la loro fede cristiana. La passio dei due santi racconta inoltre che, poco dopo la loro morte, furono qui giustiziati anche Crispo, Crispiniano e Benedetta, tre coraggiosi cristiani che si erano recati a pregare sulla tomba dei due fratelli e per questo rappresentati insieme a loro.

 

Proprio questa tragica ma importante vicenda legata al martirio dei primi cristiani, collega di fatto queste antiche abitazioni di epoca romana alla loro successiva trasformazione in vera e propria basilica, la cui costruzione fu avviata già nel V secolo d.C.

Prima di proseguire la visita nella Basilica superiore, due sono le sale assolutamente da non perdere. La prima è il delizioso Antiquarium posto alla fine del percorso, un piccolo ma interessante museo in cui poter ammirare tutti i reperti rinvenuti durante gli scavi delle Case Romane; la seconda invece è l’Oratorio verso l’uscita. Un piccolo ambiente di epoca medioevale in cui è possibile ammirare una rara rappresentazione della crocifissione con il Cristo vestito, seguendo cioè quella che era la moda orientale! E’ proprio per questa lunga ed affascinante storia che le Case Romane del Celio diventano una tappa assolutamente consigliata durante un viaggio nell’Urbe per visitare e conoscere una piccola, ma importante parte dell’immensa Roma Sotterranea.

Autore: L’Asino d’Oro Associazione Culturale

 

Urban Human di Andrea Capanna. L’emergere del muro-immagine

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L’emergere del muro-immagine. I “profili” urbani e umani di Andrea Capanna

Ultimissimi giorni di Urban Human: personale dell’artista Andrea Capanna, curata da Gianluca Marziani, alla galleria 28 Piazza di Pietra, Roma.

urban human andrea capanna
Due dipinti della serie Urban.

Andrea Capanna, classe 1969, presenta nei due piani della galleria sita al n. 28 di Piazza di Pietra, alcune opere appartenenti a due diverse serie  che danno il titolo all’esibizione.

La serie Urban ha come soggetto Roma, presentata attraverso edifici antichi e moderni: dal Tempio di Minerva Medica, a Porta Maggiore, fino alle sopraelevate della Tangenziale Est e il Gazometro di Ostiense.

La serie Human è composta invece da nudi e ritratti (e anche un autoritratto), spesso visti di profilo, evocando così un’antica formula ritrattistica.

urban human andrea capanna
Due dipinti della serie Human.

Una pittura segnata sul piano iconografico e stilistico da Roma (dove l’artista è nato e dove ha studiato all’Accademia di Belle Arti), con una sensibilità quasi ‘archeologica’ o forse ‘antropologica’, verso un’etnologia della vita urbana (interessate che l’artista abbia conseguito anche una laurea in Antropologia nel 2008 alla Sapienza).

urban human andrea capanna
Particolare di uno dei dipinti di Capanna

Primo aspetto di continuità tra le due serie è la tecnica, estremamente personale. Capanna lavora per sottrazione attraverso stratificazioni di cemento, calce, sabbia e intonaco su tavola.

I vari strati sono depositati e dipinti, e poi riscoperti attraverso l’impiego della carta vetrata, delle spatole e delle spazzole di acciaio. Il risultato è un palinsesto, dove le tracce materiali non sono annullate dalla figura rappresentata: contribuiscono a formarla senza che la realtà materiale del dipinto-muro sia rimossa dalla nostra esperienza.

Vediamo il muro, ma vediamo anche il soggetto raffigurato nel muro (vedere-in è il termine coniato dal filosofo britannico Richard Wollheim per descrivere una simile modalità percettiva).

Dunque è il muro che si fa immagine e la rappresentazione emergere attraverso macchie, tracce, residui.

Se ne ha una chiara impressione osservando ad esempio un reticolato disordinato di linee che nella serie Urban costituisce la rete elettrica dei cavi dei tram romani; le stesse linee nella serie Human, restano invece accidenti materiali che articolano lo spazio del piano pittorico senza però essere assorbite in un qualche tipo di rappresentazione.

urban human andrea capanna
La Tangenziale nella serie Urban.

«Il mio lavoro sui “muri” è un percorso di ricerca delle infinite opportunità tecniche, concettuali ed estetiche che offre questa superficie. Su di essa si deposita la memoria di una storia, si stratifica il vissuto di un corpo che mostra e rivela» ha affermato Capanna.

I muri cittadini raccontano le loro storie, su di essi si depositano i segni del tempo (dei tempi): degradi, restauri, manomissioni, innesti, abusi, riqualificazioni. Tracce che sono però indizi di una storia più grande, quella della città, altro esempio di palinsesto che si trasforma giorno dopo giorno. Rappresentare una città è ritrarne il profilo. Così come i muri urbani, anche il ritratto del corpo umano è un depositario di una storia, sedimentazioni della vita.

Il dipinto Vanessa della serie Human

È soprattutto nel caso della serie Human – per ovvie ragioni di simpatizzazione dello spettatore con la figura umana –  che il senso dell’immagine-muro irrompe con forza. Le figure umane di Capanna hanno la peculiarità di non guardarci, anche quando non sono di profilo: a loro della nostra presenza proprio non interessa. Non richiedono un dialogo “umano” con noi (mai così vera le sensazione di parlare con un muro!).

Questi corpi diventano, o sono, superfici osservabili e iscrivibili, anch’essi parte della logica del muro-immagini. Sono dunque nuovamente i muri a parlarci a loro modo, e lo fanno attraverso i loro mille occhi – macchie, segni, ferite. Ci parlano certamente anche degli edifici e dei corpi rappresentati, attraverso quelle condizioni che li accomuna, ma lo fanno nel loro linguaggio, quello del muro-immagine … un linguaggio fatto di tracce, pure e semplici tracce.

Daniele Di Cola

Le opere saranno esposte fino al 31 dicembre 2016.

Informazioni:

28 Piazza di Pietra

Palazzo Ferrini-Cini

Piazza di pietra 28

00186 Roma

Orario di apertura: dal lunedì al sabato 11-13.00/17.00-20.00 e su appuntamento. Lunedì mattina chiuso.

Mail/Telephone
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Buon Natale a tutti… proprio tutti

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Buon Natale a tutti… proprio tutti

Natale è felicità e gioia, non solo belle parole. Un pensiero a chi pensiero non ha, a coloro che meritano, che valgono e di cui spesso ci dimentichiamo.

Questa domenica è il giorno di Natale!

Bel periodo vero? I mercatini, gli addobbi, le strade cariche di luci lampeggianti, gente che cammina carica di buste. I bambini improvvisamente si sentono marcati a vista e, prima di scrivere delle celebri letterine che andranno ad un misterioso signore anziano che regala cose fantastiche ai bambini buoni, iniziano ad essere allegri e obbedienti. Le famiglie ne approfittano per riprendere i contatti, aggiornarsi dei mesi passati e poter rendere effettivo il celebre proverbio “Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi”.

Alcuni si chiudono nella religione, nella contemplazione; o nelle mode, nelle filosofie, negli idealismi ‘anti-sistema’. Il Natale però ogni anno purtroppo è diverso da quello che ci immaginiamo. Presi d’allegria e offuscati dalla smania di non pensare, ci dimentichiamo spesso della nostra ipocrisia. E’ giusto perciò augurare a tutti un ‘Buon Natale’.

Buona Natale a chi lavora per gli altri e si dimentica di se stesso. Ai medici, gli infermieri, i poliziotti, i pompieri, cuochi, camerieri, hostess e mille altri che permetteranno di sentirci più al sicuro e coccolati. A coloro che hanno paura per il prossimo anno, per scadenze di contratti, problemi familiari, fine di realtà lavorative o, perché no, percorsi di studio.

Buon Natale ai coerenti e a chi si impegna. A chi ogni giorno, malgrado mille e mille sfide, si alza e non si arrende. Dai piccoli che devono fare da padre o madre ai propri genitori agli anziani che devono ricominciare a farlo. Buon Natale a chi ama e a chi vuole essere amato. A chi lo cerca su Internet, a chi nel suo passato, a chi esclusivamente nel domani. A chi crede nel bene delle persone, a chi si fida e a chi vuole fare semplicemente un piacere.

Buon Natale agli uomini che rispettano e alle donne che si fanno rispettare. A chi crede che l’amore non abbia niente a che vedere con le mani o la violenza. A chi, per avere una relazione, non usa il ricatto, l’acido o le minacce. Buon Natale ai bambini che, come affermava Dante, sono, insieme alle stelle e ai fiori, una possibile testimonianza del Paradiso e che, con la loro purezza, ci ricordano quanto le cose siano più semplici di come le vediamo. A coloro che ci provano e anche a coloro che ci hanno provato.

Buon Natale a chi non c’ha la testa per pensarci. A chi piange, a chi ha perso tutto e a chi ha paura di seguitare a perdere. Buon Natale a chi spera che le parole di John Lennon “War is over” diventino una filosofia e non solo un’utopia. A chi, oggi come ieri e domani, sente un fischio e poi un boato, che conducono a distruzione, sangue e lacrime.

Buon Natale a chi crede che il potere non sia un lusso, ma una responsabilità. A chi rispetta le regole e insegna, non impone, come ci si deve comportare. A chi, avendo fatto un’effettiva scalata faticosa, fa in modo quotidianamente che altri non debbano subire le stesse cose. A chi crede nel lavoro, nella meritocrazia e nella giusta ricompensa. Da chi compra, da chi cerca di guadagnarsi un sogno con le proprie forze a chi si prodiga in prima persona affinché questi lo facciano.

Buon Natale alle scuole, alle biblioteche, ai teatri, ai cinema, ai laboratori, alle gallerie e a tutti quei luoghi, sacri a chi crea e usa l’immaginazione, che aiutano il mondo a dare una migliore definizione di ‘infinito’.

Buon Natale a chi Natale non lo festeggia, perché è solo un giorno come un altro.

Buon Natale a coloro che cercano un sogno. A coloro che vengono scacciati, respinti, picchiati e derisi. A coloro che, loro malgrado, dimostrando che la Storia si ripete. Molti di loro non sanno, infatti, di un’antica leggenda racconta che, durante questo periodo dell’anno, un uomo dovette far partorire la sua donna in una stalla, mentre il potere si logorava sul come essere più potente. La storia di questa coppia, di una fede diversa per quei giorni antichi, è ancora il soggetto di molte poesie che i bambini dicono, in piedi su una sedia, questi giorni di festa. Non solo. In molte case, anche dove i bambini non dicono più filastrocche, viene dato uno spazio a questa coppia, scacciata da tutti, il cui frutto ha, indubbiamente, per credenti o meno, cambiato il mondo.

E’ triste sapere che oggi, passati più di 2000 anni, esiste ancora gente che, malgrado vada nei suoi templi tutti i giorni, si riempia la casa di figure divine e sorrida nel vedere i bambini raccontare quelle parole di amore e fratellanza, in molti paesi, ha scacciato, caccia e caccerà un’altra coppia che, potrebbe, cambiare nuovamente le sorti del mondo lasciando ancora quella stalla come unico riparo: auguriamoci che il prossimo lo possano passare al caldo, comodi e accolti.

Francesco Fario

Live Gospel Concert dei Chicago High Spirits a Roma!

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Live Gospel Concert dei Chicago High Spirits a Roma!

VITALA FESTIVAL 5° edizione presenta i Chicago High Spirits in concerto al Teatro San Genesio di Roma

LIVE GOSPEL CONCERT
Teatro San Genesio Via Podgora, 1 – Roma (Piazza Mazzini)
Lunedì 9 GENNAIO 2017 ore 21.00

Charlie Cannon, voce
Joy Garrison, voce
Kevin Ettienne, voce
Fatimah Provillon, voce
Davide Pistoni, piano e voce

Il Vitala Festival inaugura il nuovo anno con un concerto tra i più attesi e richiesti dal pubblico della rassegna, il Live Gospel Concert dei Chicago High Spirits, che si esibiranno al Teatro San Genesio lunedì 9 gennaio 2017 alle ore 21,00 con una nuova formazione che unisce l’esperienza e il talento dei membri storici alla versatile fusione armoniosa dei nuovi artisti.

Questi magnifici interpreti condurranno il pubblico all’essenza della musica Spiritual e Gospel Song con un repertorio variegato e brillanti esecuzioni. Si distinguono infatti per la loro superba armonia e per la potenza vocale. Il costante impegno dei componenti è alla base dei successi ottenuti in tutto il mondo che li ha portati a collaborare con solisti di fama internazionale come Ramazzotti, Bocelli, Zucchero, Crawford, Amii Stewart, Baglioni, Ricciarelli, Gasdia. Importanti le loro partecipazioni ai Concerti in Vaticano per il Papa in Mondovisione e al Giubileo degli artisti entrambi. Una serata emozionante per cominciare il nuovo anno con grande energia!

Il Vitala Festival, organizzato da Fabiana De Rose in collaborazione con il Teatro San Genesio, è una rassegna di natura filantropica con lo scopo di promuovere e sostenere musicisti, cantanti, artisti del settore musicale e delle arti visive, che presenta un calendario articolato (da Settembre 2016 a Giugno 2017) e variegato per genere e composizione dei gruppi musicali che verranno ospitati. Ringraziamo il pubblico che segue la rassegna per il gentile sostegno e rinnovato interesse per questa nuova edizione del festival.

Il programma completo del festival al link http://www.teatrosangenesio.it/concerti.html
Pagina Facebook https://www.facebook.com/vitalafestival/

|INGRESSO CONCERTO:
Intero 15€ (include primo drink al bar del foyer); Ridotto 13€ (studenti/bambini).
Info/prenotazioni: 347-8248661; wonderwallenter@gmail.com
Si consiglia la prenotazione.

|DALLE 20.00 sarà disponibile un SERVIZIO BUFFET pre-concerto:

|Con il gentile sostegno di:
Verde Bistrot – via Ermete Zacconi 37; info@verdebistrot.it; www.verdebistrot.it
Nanna Papera – catering per feste, cene, pranzi ed Eventi; nanna.papera.ab@gmail.com
Noi Salon – www.noisalon.com

Esce Sentimentale-Jugend, quarto cd della band italiana Klimt 1918

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Esce Sentimentale-Jugend, quarto cd della band italiana Klimt 1918

Una ricerca tenace ma che risulta artificiosa e disorientante.

Sentimentale-Jugend –  da dicembre in Europa e USA

Formatasi a Roma nel 1999 da un’idea dei fratelli Marco e Paolo Soellner, completano la loro formazione con il bassista Davide Pessola e il chitarrista Francesco Tumbarello. Grazie al loro demo autoprodotto Secession Makes Post-Modern Music, ottengono un contratto con l’etichetta indipendente My Kingdom Music, con cui pubblicheranno il loro primo full-lenght Undressed Momento.

Nel 2004 firmano un nuovo contratto con l’etichetta tedesca Prophecy Production e nel 2005 pubblicano Dopoguerra, a cui segue il loro primo tour europeo.

Dopo una serie di rimpiazzi di chitarristi, nel 2006 entra a far ufficialmente parte del gruppo Francesco Conte e nel 2008 esce Just in Case We’ll Never Meet Again (Soundtrack for the Cassette Generation).

Ed eccoci, infine, all’uscita dell’ultimo lavoro Sentimentale-Jugend.

sentimentale jugend klimt 1918
Cover di “Sentimentale-Jugend” dei Klimt 1918

Partiamo subito dicendo che si tratta di una band difficilmente ascrivibile ad un genere preciso, dal momento che le loro sonorità spaziano senza remore dallo shoegaze al metal (non a caso, il gruppo nasce sulle ceneri degli Another Day, band death metal dei fratelli Soellner), facendo leva su una forte componente indie-rock venata di richiami elettronici, new wave e sperimentali. Nella scena underground europea hanno raggiunto un notevole successo grazie ai lavori precedenti ma oggi ci occuperemo quasi esclusivamente della nuova uscita.

Sentimentale-Jugend, concept album bipartito, “Sentimentale” da una parte e “Jugend” dall’altra, lato A più più lento e riflessivo, lato B più duro e “sporco”.

Non è difficile distinguere i continui riferimenti all’ambiente germanofono: il nome della band, che unisce quello del pittore austriaco Gustav Klimt e la data della fine della Prima Guerra Mondiale, gli ambienti evocativi in stile Einstürzende Neubauten, il nome del cd stesso che riporta la parola tedesca “Jugend” (gioventù, adolescenza), solo per citarne alcune. Tutto questo contribuisce a far emergere una palese ricerca, sia storica sia musicale, per non parlare di tutte quelle recensioni più che positive, che parlano dei lavori dei Klimt 1918 come di ottime, se non superbe, dimostrazioni di ricerca e applicazione, che non hanno perso lo smalto nel corso della loro evoluzione.

Che dire? Le premesse fanno presagire un’opera in grado di deliziare gli ascoltatori in eterno. Non resta, dunque, che premere play.

Ed è qui che, personalmente, mi trovo spiazzata.

sentimentale jugend klimt 1918

Ho ascoltato in loop Sentimentale-Jugend per due giorni, ho approfondito andandomi a cercare i lavori precedenti e tutto quello che ho ottenuto è stato un forte contrasto interiore. Mi piacerebbe poter dire che questo contrasto sia stato evocato dalle canzoni o dalle sonorità del cd, un piacevole effetto collaterale di una musica magistralmente costruita sotto ogni minimo punto di vista, ma purtroppo non è stato così.

Il mio spiazzamento è dovuto principalmente dalla grande aspettativa che era stata inevitabilmente creata attorno a questo album apparentemente strabiliante e che si è infranta all’ascolto finale.

Innanzitutto, l’ipotetica ripartizione Sentimentale/Jugend non si avverte in modo netto. Nonostante l’ascolto ripetuto, ho avuto bisogno di leggere descrizioni dettagliate dedicate ad ogni singolo brano solo per distinguerli l’uno dall’altro.

Gli intenti sperimentali e le contaminazioni relative ai generi più disparati tanto declamati si mischiano in un groviglio continuo di suoni troppo fusi tra di loro, come se ogni strumento svolgesse il ruolo di mera comparsa e non quello di solista. L’impressione più forte che ho avuto è stata quella dello stesso suono talmente reiterato fino allo stremo che non mi ha lasciato niente di veramente solido a cui fare riferimento.

Inoltre, ho letto di numerosissime influenze di artisti precedenti, dagli U2 ai Joy Division, dai Cure al David Bowie del periodo berlinese, contaminazioni di grunge, new wave, cieli di piombo, noise, doom inglese e tantissimi altri nomi e definizioni che hanno contribuito ad aumentare il mio disorientamento, con l’impressione che si facesse “tanto rumore per nulla”, tanto per completare il parco citazioni, privo ancora di riferimenti shakespeariani.

Un’immagine dal booklet di Sentimentale-Jugend

Tutto questo mi porta automaticamente a pensare a due eventuali soluzioni:

  • nel primo caso, i Klimt 1918 hanno creato qualcosa di poco preciso, con intenti vaghi, impossibile da incasellare in quanto personale ed estremamente sperimentale. Trovo che sia una scelta assolutamente legittima, sono dell’idea che il più delle volte la musica vada semplicemente ascoltata e non compresa ed etichettata, ma allora sarebbe necessario usare terminologie essenziali e argomenti solidi su cui poi l’ascoltatore farà in modo di costruirsi personalmente i propri fronzoli. Prodigarsi in intenti metafisici, condendoli inutilmente di terminologie altisonanti e fenomeni storico-sociali fa perdere di vista la strada verso una ricerca autentica che dovrebbe offrire a chi ascolta gli spunti per interpretare personalmente il lavoro dell’artista. La ricerca personale, infatti, finirebbe per essere inevitabilmente guidata in modo straziante dopo che le era stato promesso di fluire liberamente;
  • nel secondo caso, i Klimt 1918 si sono veramente serviti di tutti i generi e gli autori suddetti per dare vita al proprio stile e alle proprie sonorità, senza rendersi conto delle stonature, delle contraddizioni di fondo e degli intenti discordanti delle diverse tipologie musicali. Hanno aggiunto senza calibrare, hanno allungato i tempi dei brani promettendo qualcosa che finisce per essere giusto intravisto da lontano o, in certi casi, neanche lontanamente compreso. Il risultato finisce per essere irrimediabilmente inafferrabile, stavolta con tutte le belle premesse impomatate e artificiose che promettono solo in parte le bellezze decantate.

In conclusione, qualunque sia la strada intrapresa dai Klimt 1918, Sentimentale-Jugend è un album in cui si avvertono forti contrasti, grande ricerca e ottime intenzioni, un lavoro in cui, purtroppo, si avvertono in modo preponderante le numerose contaminazioni, che finiscono per rimanere solo comparse in ripetizione ciclica su uno sfondo estremamente variegato.

L’intento del disco rimane sfuggente e privo di risposta, in un ambiente fatto di pregevoli e numerosissime presenze ma in cui manca l’elemento portante. Una specie di festa di compleanno in cui manchi il festeggiato.

Tuni Laurenti

Arriva il bando di Dominio Pubblico rivolto a tutti gli artisti!

Arriva il bando di Dominio Pubblico rivolto a tutti gli artisti!

Dominio Pubblico – la città agli Under25: la caccia è aperta! Under25 vi stiamo cercando!

Artisti #Under25 si è finalmente concluso per voi il tempo di nascondervi, perché saremo noi a farvi uscire allo scoperto!
Da poco è stato pubblicato sul blog di Dominio Pubblico la città agli Under25 il bando per partecipare alla quarta edizione del festival multidisciplinare inserito nel progetto di formazione Dominio Pubblico.
Siamo alla ricerca di giovani artisti, che abbiano proposte valide nei campi del teatro, della danza, della musica, del cinema e delle arti visive – tra cui fumetti e streetart – , da inserire nella programmazione del festival Dominio Pubblico la città agli Under25, che si terrà dal 30 Maggio al 4 Giugno 2017 presso il Teatro Argot Studio, il Teatro dell’ Orologio e il Teatro India, grazie alla collaborazione con il Teatro di Roma .

Partecipa al bando

 http://dominiopubblicoilblog.tumblr.com/

A breve disponibile anche su

http://www.dominiopubblicoteatro.it

Iscriviti e entra a far parte dello Staff Under25!

“Dominio Pubblico” è un progetto di formazione rivolto a ragazz* under 25 che vogliano sperimentarsi in un percorso da spettatori attivi finalizzato alla produzione, promozione e organizzazione di un festival multidisciplinare. Giunto alla sua IV edizione, nasce nel 2014 dall’incontro delle direzioni artistiche di Kilowatt Festival, Teatro Argot Studio e Teatro dell’Orologio, durante lo stesso anno, inoltre, viene riconosciuto come realtà promozionale dal MiBACT – Ministero dei beni e delle attività culturali e del turismo.

Da dicembre 2016 a maggio 2017 i ragazz* aderenti avranno la possibilità di cimentarsi con tutti gli ambiti relativi alla realizzazione di un festival artistico.

A partire dalla selezione da parte di tutto il gruppo – direzione artistica del festival – dei progetti candidati al bando, ogni partecipante potrà occuparsi di aspetti come organizzazione, logistica, promozione, ufficio stampa, partnership, grafica, tecnica, amministrazione, in base ai propri interessi.

http://www.dominiopubblicoteatro.it/dominiopubblico.html

#dominiopubblico #tuttiblu #DPU25

The Night Of 1×08, la sentenza dell’anima

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The Night Of 1×08, la sentenza dell’anima

La vita, in effetti, è spessissimo costruita da una lunga concatenazione di coincidenze, fortunate o meno. Casi fortuiti quindi, che eludono le grandi domande della vita, non ci danno alcuna risposta alla nostra esistenza, ma in qualche modo ci spingono avanti. Quasi per inerzia.

Questo è ciò che capita alla fine al protagonista. Sì, scopriamo che Naz è innocente dell’omicidio della giovane Andrea, ma la sua innocenza non è quella che salta fuori nel processo, non è ciò che lo scagiona, e quindi agli occhi di tanta gente, ma soprattutto dentro sé stesso, non saprà mai di esserlo veramente. Dopotutto lo avevo sottolineato anche la scorsa volta, Naz è innocente del caso al centro della trama, ma puntata dopo puntata, esperienza dopo esperienza, diventa sempre più colpevole di altre cose, pur rimanendo sempre una vittima di ciò che lo circonda.

The Night Of è stato questo, un legal drama e un racconto carcerario in cui, al centro di tutto, c’era il viaggio nei cambiamenti umani dovuti all’ambiente e alla società. Lo testimonia anche la scelta strutturale di questo episodio finale: pur lungo ben 90 minuti, come nella tradizione dei migliori finali delle serie HBO il grande avvenimento che risolve l’intreccio non avviene alla fine, ma quasi a metà, in modo che ci sia il tempo per creare un lungo epilogo e mostrare le conseguenze ed i cambiamenti avvenuti nei personaggi.

The Night Of si chiude con un altro sensazionale episodio, ovviamente densissimo, in cui tutti i protagonisti escono fuori diversi da come li avevamo conosciuti. Il detective Box non ha solo cambiato lo status lavorativo andando in pensione, ma da meticoloso e solerte poliziotto è diventato un uomo ossessionato dalla necessità di riparare ai proprio errori; Chandra da ragazza è diventata adulta, ma purtroppo per lei è passata attraverso un fatale errore di inesperienza che le è costato caro; Naz non è più il timido ragazzo dell’inizio, ma un uomo duro che sa come farsi rispettare in mezzo alla strada, anche se ciò gli costa l’essenza della propria morale e della propria anima; John Stone paradossalmente è rimasto un avvocato piccolo e vessato da tutti nonostante un’arringa finale clamorosa, ma ha imparato a convivere con sé stesso, con le proprie fobie, con le proprie paranoie, col proprio talento nascosto e persino con la propria sfortuna.

The Night Of non è stato una certo una serie rivoluzionaria, e comunque non ha mai voluto esserlo, semmai ha mostrato un acutissimo ritratto, tremendamente realista, dell’eterna sfida tra uomo e sistema, una continua sconfitta per il primo. In tale cupezza, ha comunque evidenziato l’importanza dei rapporti interpersonali, che scaturiscano da un semplice “grazie” o dall’affetto di un gatto, e con grande costruzione scenica, grande scrittura e grande recitazione, è stato l’ennesima conferma dell’alto livello della serialità tv.

 

Emanuele D’Aniello

Cinque Canzoni di Natale alternative in playlist

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Qualche suggerimento per una colonna sonora alternativa ma di qualità, che ci accompagni nel clima natalizio evitando le solite canzoni che si ascoltano ovunque a Natale.

Se anche voi siete stanchi di sentire Mariah Carrey che ci confida che tutto quello che desidera per Natale siamo noi (ok, forse “you” non è proprio riferito a noi, però…), se purtroppo siete consapevoli che, con buona pace a John Lennon, a Natale la guerra non finisce se lo volete e, infine, se vi sentite in colpa perché a Natale “si può fare di più ma voi non avete concluso nulla esattamente come il resto dell’anno, questo è l’articolo che fa per voi!

Di seguito troverete cinque canzoni natalizie di grandi artisti, per ascoltare qualcosa di diverso senza rinunciare alla magica atmosfera di questo periodo!

La playlist su Spotify

“Christmas Light”- Coldplay (2010)

La voce di Chris Martin, con il suo pianoforte protagonista, ci accompagna tra le vie londinesi illuminate per le festività. Ma ci racconta anche un dolore e un litigio tra due innamorati, ricordandoci che non è davvero Natale se non puoi trascorrerlo con chi ami.

E sono proprio le luci di Natale a dare conforto e speranza: forse lei tornerà e ogni problema sarà svanito.

“Christmas (Baby please come home)”- U2 (1987)

Il brano originario è del 1963 di Darlene Love ed è stato inciso e reinterpretato da tantissimi artisti. La versione degli U2 è sicuramente una delle più riuscite ed è contenuta all’interno dell’album “A Very Special Christmas”, compilation natalizia di beneficenza piena di rivisitazioni di grandi classici da parte di superstar come Madonna o Whitney Houston.

Il tema è quello tipico del ritorno a casa di una persona amata per festeggiare insieme il Natale, ma l’atmosfera che Bono e compagni riescono a creare, un po’ dark ma allo stesso tempo positiva, è decisamente unica!

“That’s Christmas to me”- Pentatonix (2014)

Il fuoco che scoppietta nel camino, i bambini che giocano tra la neve, mamma e papà che si baciano sotto al vischio…questo è il Natale per i Pentatonix.

Una semplicità che amano trasmettere anche con la musica, senza strumenti, solo con le loro voci che si fondono in un clima magico e suggestivo!

“Don’t shoot me Santa”- The Killers (2007)

Completamente diversa la storia che ci raccontano i The Killers in questo video. Brandon Flowers, leader della band, è stato legato a una sedia da Babbo Natale che vuole ucciderlo (non dimentichiamoci che Brandon è un “killer” e merita la sua punizione!). Ma fortunatamente mentre “Santa”  è indaffarato a scavare la fossa per la sua vittima, arrivano gli altri Killers. Travestiti da abeti nani, salvano Brandon e scappano da Babbo Natale, rubandogli anche la macchina!

“Baffo Natale”- Elio e le storie tese feat Jovanotti (2005)

Infine una canzone tutta italiana, in cui Elio impersona un cliente in ritardo costretto a comprare un regalo all’ultimo momento e Jovanotti invece il negoziante che ha fatto parte dei Via Verdi (forse anche con una leggera ironia sul consumismo tipico del Natale: “Posto che il problema principale è procurarsi dei regali non importa cosa prendi l’importante è che li prendi”).

Una chicca per l’orecchio più sensibile:

Il coro dei ritornelli è ispirato alle celebri “Happy Christmas (War Is Over)” e “Do they know it’s Christmas”, mentre l’assolo di tastiera è una citazione di “Tu Scendi Dalle Stelle”!

E per questo 2019 Valeria de Bari ha integrato questo breve elenco con altri brani per un Natale rock.

Sul canale Spotify di CulturaMente troverete la playlist aggiornata con artisti importanti come i Ramones, gli Smashing Pumpkins, i Kinks e i No Doubt. Buon ascolto!

Francesca Papa

La playlist classica di Natale

Se invece hai voglia della solita playlist natalizia, ascolta questa!

Il vino per le feste: come bere bene senza accendere un mutuo

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Vino per le feste low cost: è possibile bere bere senza spendere troppo?

Nell’Italia del vino per bere ottimamente a Natale basta solo il piccolo sforzo di entrare in enoteca e lasciarsi condurre tra le tante proposte possibili.

Tempo di festività, è quindi meglio attrezzarsi per tempo evitando di raccattare qualche bottiglia a casaccio sui banchi della GDO.  Anche perché l’impegno profuso per realizzare i menù di queste giornate merita come premio un calice di adeguato livello.

Un bicchiere di qualità completa e nobilita il pasto rendendolo memorabile, effetto che con qualche accorgimento non è così difficile da ottenere. Certo bisogna essere disposti ad un piccolo sforzo ma non stiamo parlando di impegnare un rene per acquistare bottiglie ricercate. Non serve nemmeno diventare sommelier in due giorni, perché non è un requisito necessario per bere bene e c’è chi può farlo per voi con molto piacere.

Almeno una volta l’anno si può abbandonare l’anonimato enoico del supermercato per varcare la soglia di un’enoteca. A molti solo l’idea mette ansia ma è un retaggio sbagliato, provocato da quella comunicazione che stupidamente ha elevato il vino a cosa per pochi eletti. In realtà l’enoteca è un posto accogliente dove non cercano a prescindere di rifilarvi la bottiglia più costosa.

Chi ci lavora è spesso un appassionato di vino che dispensa suggerimenti  adeguati alle vostre possibilità e senza forzature. Si scoprirà che è possibile procurarsi soddisfazioni da una bottiglia di vino anche intorno ai dieci euro o poco più. E’ poco? E’ troppo? Chi può dirlo. Per saperlo basta pensare a quanto avete speso per tutto quel magnifico pesce o per il taglio pregiato di carne da mettere in tavola per fare bella figura. Il vino andrebbe pensato allo stesso modo, adeguatamente. Anche se poi non è una regola fissa, tanto che mortadella e champagne a braccetto non sfigurano per niente.

Il primo pensiero degli acquisti va subito al brindisi, che sia di inizio o fine pasto. Questi sono forse i prodotti per cui vale la pena spendere qualche euro di più. Sono la copertina o i titoli di coda del menù a cui avete dedicato tanta cura e meritano maggiore attenzione. Fortunatamente sono diverse le opzioni che ci vengono in aiuto. Gli spumanti metodo classico di Franciacorta sono una di queste.

I prodotti di entrata delle Cantine Berlucchi, Contadi Castaldi, Lantieri fanno sicuramente la loro figura sulla tavola. Ottime scelte anche nella Doc Trento, con le Aziende Cesarini Sforza, Casata Monfort e Altemasi. In alternativa si può anche dare un’occhiata ai prodotti dellOltrepò Pavese. Le tipologie più apprezzate sono il Brut e il Pas dosè o nature, caratterizzato dal residuo zuccherino pressoché nullo. Ma attenti all’insidia del dolce o si corre il rischio di rovinare tutto. Proposti per anni e ancora oggi con panettone e pandoro, rappresentano uno degli abbinamenti più sbagliati in assoluto. Con i tipici dolci natalizi molto meglio la dolcezza di un bel Moscato d’Asti, come il Saracco oppure in versione spumante come il  Ca d Gal. Vini tra l’altro più economici e ingiustamente sottovalutati, ma non dagli americani che ne sono grandi consumatori.

Per rossi e bianchi possiamo abbassare la spesa rimanendo tranquillamente nel buon bere e trovare ottime soluzioni in ogni territorio. Vini versatili come un Chianti Classico Badia a Coltibuono, un Montepulciano d’Abruzzo Torre dei Beati, sono sempre graditi. Oppure si può pescare in puglia tra i vini della Cooperativa San Marzano, non c’è che da scegliere. Prodotti differenti da impiegare a seconda della struttura più o meno solida dei piatti, che in enoteca sapranno sicuramente suggerirvi. Analogamente per i bianchi molteplici le possibilità, dai vini del Lazio di Donato Giangirolami al Verdicchio di Matelica Collestefano. Ma anche i vini dell’Irpinia come il Fiano di Avellino di Vadiaperti. Tutte ottime soluzioni che danno un occhio al prezzo e uno alla qualità.

Ma il valore di tutti questi nomi è soltanto simbolico perché il grande segreto sta nel territorio italiano. La ricchezza enologica del paese infatti, produce una quantità di vini autoctoni spesso impossibili da trovare nella gdo. Possiamo incontrarli in enoteca, dimenticando le denominazioni più blasonate e scoprendoli spesso sorprendenti, anche nel prezzo. Quindi alla fine il suggerimento è solo uno, quello di scegliere un’enoteca e farsi guidare concedendo un po’di fiducia a chi può suggerirvi vini che a volte non avete nemmeno mai sentito pronunciare. In cambio oltre a qualche buona bottiglia si avrà la consapevolezza che bere bene è alla portata di tutti, se non sempre almeno nelle grandi occasioni.

Bruno Fulco

E se cercate altri vini perfetti per Natale…

Vino per Natale: le migliori bottiglie da regalare o bere durante le Feste

Se vuoi diventare edito iscriviti al… Premio InediTO di Torino!

Se vuoi diventare edito iscriviti al… Premio InediTO di Torino!

XVI Edizione 2017

 Premio InediTO: POESIA | NARRATIVA | TEATRO | CINEMA | MUSICA

È stato pubblicato il bando, che scadrà il 31 gennaio 2017, della XVI edizione del Premio InediTO – Colline di Torino, concorso letterario punto di riferimento in Italia tra quelli dedicati alle opere inedite in lingua italiana a tema libero, organizzato dall’Associazione Il Camaleonte di Chieri (TO). Il premio si pone l’obiettivo di scoprire e valorizzare nuovi autori più o meno esordienti ed è l’unico nel suo genere a rivolgersi a tutte le forme di scrittura (narrativa, poesia, teatro, cinema e musica), dando la possibilità ai vincitori, grazie a un ricco montepremi (aumentato a 6.500 euro senza incidere sulla quota d’iscrizione), di essere ospitati in festival e rassegne; di promuovere le loro opere attraverso reading teatrali, produzioni cinematografiche, diffusioni radiofoniche e, relativamente alle sezioni Poesia, Narrativa-Romanzo e Narrativa-Racconto, di pubblicarle attraverso il coinvolgimento di editori qualificati e della neo casa editrice Il Camaleonte Edizioni collegata al premio. In questi anni hanno aderito alla pubblicazione, tra gli altri, gli editori Ladolfi, Raffaelli, La Vita Felice, Anordest, Fernandel e CartaCanta (mentre sono stati interessati, tra gli altri, Giunti, Sperling & Kupfer, Longanesi, Neri Pozza, Sellerio, Marcos y Marcos, Adelphi, Bompiani, Del Vecchio, Einaudi, Mondadori, Minimum Fax).
Il prestigio del concorso talent scout e traghettatore verso il mondo dell’editoria è cresciuto di anno in anno, testimoniato dal numero sempre crescente di iscritti da tutta Italia e dall’estero (Usa, Europa, Australia, Asia), dalla qualità delle opere premiate, dal riscontro dei media e dalle personalità che hanno ricoperto il ruolo di presidenti e di membri della giuria (tra i quali Umberto Piersanti, Luca Bianchini, Paola Mastrocola, Andrea Bajani, Davide Ferrario e Morgan). Il Premio è diretto da Valerio Vigliaturo, presidente dell’associazione Il Camaleonte, mentre faranno parte della giuria presieduta dal poeta e scrittore Davide Rondoni: Alessandro Defilippi, Michele Di Mauro, Valter Malosti, Antonio Vandoni, Zibba, Davide Longo, Elena Varvello, Gianluca e Massimiliano De Serio, Matteo Bernardini, Valentina Diana, Gianfranco Lauretano, e i vincitori della scorsa edizione.
InediTO è inserito da diversi anni nell’ambito della manifestazione Il Maggio dei libri promossa dal Centro per il Libro e la Lettura del Ministero per i Beni e le Attività Culturali e ottiene il contributo della Regione Piemonte e della Città di Chieri, il patrocinio della Città Metropolitana di Torino, delle città di Torino, Moncalieri, Chivasso, e per la prima volta di Alba (CN), creando un ponte tra le colline torinesi e le Langhe diventate di recente patrimonio UNESCO. Mentre è sostenuto dalla Fondazione CRT, da Legacoop Piemonte, e riceve il patrocinio della Camera di Commercio Torino nonché la sponsorizzazione di Aurora Penne per il premio speciale “InediTO Young”. I partner del concorso sono il M.E.I. (Meeting delle Etichette Indipendenti) di Faenza, la Film Commission Torino Piemonte, le Biblioteche Civiche Torinesi, il Centro di Poesia Contemporanea di Bologna, il portale www.bookingpiemonte.it, i festival letterari I luoghi delle parole di Chivasso (TO) e Parole Spalancate di Genova, il portale di lettura in streaming gratuita «Yeerida» e l’agenzia L’Altoparlante. Media partner sono le riviste «Leggere Tutti», «Torino Magazine», «News Spettacolo», la web radio «RadioLibri», l’emittente «Radio GRP» e il giornale online «Quotidiano Piemontese». Inoltre, InediTO è gemellato con il concorso letterario U.G.I. (Unione Genitori Italiani contro il tumore dei bambini, cui sarà devoluto parte del ricavato delle iscrizioni).
La premiazione si terrà a maggio in occasione del Salone del Libro di Torino, a Casa Martini di Pessione-Chieri, storica sede della Martini & Rossi, e nelle città aderenti all’iniziativa, con il coinvolgimento di ospiti illustri (tra i quali hanno partecipato nelle scorse edizioni Franco Branciaroli, Alessandro Haber, Francesco Baccini, Rita Marcotulli, Arturo Brachetti, Giorgio Conte, David Riondino, Laura Curino, Marc Augè, Red Ronnie, Andrea Vitali).

Premio InediTO – Colline di Torino

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