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Lo scrittore non ha fame. L’ultimo romanzo di Maria Letizia Putti

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Lo scrittore non ha fame. L’ultimo romanzo di Maria Letizia Putti

“Sono sbalordita. Farei a meno di andare al lavoro per avere tempo da dedicare alla lettura. C’è un tesoro nelle novelle”.

Una sera come tante in una bella casa di Orvieto, un luogo straordinario dove arte e paesaggio hanno da secoli stretto un’alleanza segreta e infinita. Claudia ha appena finito di leggere i racconti che suo marito, a sua insaputa, ha scritto ed è letteralmente entusiasta. Di libri se ne intende per questo consiglia ad Andrea di far leggere quei racconti a qualche editore e prima di un bacio gli dice semplicemente “pensaci”.

Andrea Visconti, un lavoro alla Biblioteca Nazionale di Roma, una passione per la musica, una bella e numerosa famiglia, a tempo perso scrive, lo fa sul treno, quello che quotidianamente prende per andare e tornare dalla capitale. Sul quel mezzo, che sa di antico e moderno, che attraversa dondolando placido panorami sempre uguali e al tempo stesso magicamente diversi, Andrea, come un attento fotografo, osserva i viaggiatori, scruta i loro volti, indovina le storie che si celano dietro atteggiamenti apparentemente ripetitivi e, infine, scrive, eternando su fogli volanti le sue sensazioni, le sue immagini, le sue verità. Sulle prime l’esortazione di sua moglie a pubblicare quanto scritto, un romanzo e numerosi racconti, rimane confinata nel medesimo cassetto dove sono racchiusi quei fogli sparsi, poi, però, quel cassetto Andrea lo apre e prova a far leggere tutto a un editore, un piccolo ma entusiasta editore, e la sua vita semplicemente cambia.

Così inizia Lo scrittore non ha fame, il bel romanzo, edito da Graphofeel, di Maria Letizia Putti, archeologa e storica dell’arte che da anni vive nella Tuscia meridionale e che aveva già mostrato il suo talento di scrittrice con l’opera d’esordio, Il Passato remoto e la biografia romanzata La signora dei Baci. Luisa Spagnoli, quest’ultimo sempre edito per Graphofeel.

lo scrittore non ha fame
Maria Letizia Putti

 

Con una prosa scorrevole, leggera e accattivante, pagina dopo pagina il sogno impossibile prende forma, i racconti piacciono, ancor più il romanzo e Andrea da viaggiatore pendolare, da innamorato del Jazz, diventa rapidamente uno scrittore di successo, un autore di fama, che sforna successi a raffica e la sua vita cambia, ma con ritmi eccessivi che non riesce a sostenere, a sopportare. La “fama” ha il suo prezzo e Andrea lo scopre a sue spese, rompe equilibri, modifica rapporti consolidati, indirizza scelte, ruba tempo prezioso. La “fama” è un’animale multiforme che spiazza, disarma, sconvolge, travolge e se prima ubriaca, dopo lascia esausto con il solo ricordo di una fastidiosa ebrezza, di infiniti viaggi, di letti d’alberghi sempre diversi e distanti, di un profluvio di parole rilasciate in noiose interviste, di persone amate che rimangono colpevolmente ai margini.

Lo scrittore non ha fame segue il filo di questi cambiamenti, raccontando la storia di Andrea Visconti, che da crisalide diventa improvvisamente farfalla, rendendosi, però, rapidamente conto che volare non è poi sempre bello, specie quando si è costretti a compiere rotte che allontano, che lasciano esausti, che non emozionano. Una tela dipanata con capacità narrativa, in cui si delineano i profili di familiari, colleghi, ed amici e che cerca di rispondere alla semplice e atavica domanda se il successo, la notorietà siano la porta della felicità o, invece, una prigione dorata che, dopo aver abbagliato con l’artefatto luccichio, soffoca, una veste che dopo aver indossato diventa scomoda, e nella quale non ci si sente a proprio agio.

Una prova letteraria convincente per il tema trattato, per lo stile incalzante e intrigante, a partire dall’originale titolo in copertina, per la carrellata di diversi personaggi che fanno da corona al protagonista del romanzo. Un intreccio riuscito che scorre piacevolmente riservando, specie nel finale, un’inattesa sorpresa che è, alla fine dei giochi, la risposta di Andrea Visconti e della sua creatrice alla domanda sul senso ultimo della fama.

Una lettura da consigliare per queste feste, che ha i suoni del crepitio del camino, le note di musiche jazz, il sapore della carne sulla brace, e il colore del vino rosso che colora serate in amicizia intorno alla tavola imbandita a raccontare storie ed emozioni.

 

Maurizio Carvigno

Più Libri Più Liberi: quando l’editore parla al lettore

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Più Libri Più Liberi: quando l’editore parla al lettore

Più Libri Più Liberi 2016: anche quest’anno Roma regala una full immersion nel magico mondo dell’editoria.

Scena di ordinaria quotidianità: una persona entra in libreria e acquista un libro. A volte dopo lunghi minuti di ricerca tra i titoli, altre a colpo diretto.

Cosa ci attrae così tanto di un libro? Il titolo, la copertina, le buone parole di un amico o del recensore di fiducia, l’auctoritas della firma?

più libri più liberi 2016

Prima di raggiungere l’utente un libro si sviluppa e nasce quasi come un bambino: l’editore cerca tra le fonti proposte un testo che abbia un messaggio da comunicare, una penna da esaltare. Tra bozze, revisioni, dialoghi con l’autore e impaginazioni varie, il libro arriva poi al fornitore, sullo scaffale della libreria o sull’e-reader attraverso il web. La missione è sempre la stessa: arrivare ai lettori, ma soprattutto ai non lettori!

 

[dt_highlight color=”” text_color=”” bg_color=””]Quello che la maggior parte del tempo manca tra editore e lettore è proprio la comunicazione. Per questo motivo il primo deve riuscire a intuire cosa possa piacere al secondo.[/dt_highlight]

 

In questa rarissima dialettica un evento come “Più Libri Più Liberi” si rende mediatore indispensabile tra i due attori interessati. Questo è accaduto al Palazzo dei Congressi dal 7 all’11 dicembre 2016. Cinque giornate ormai attesissime dai produttori di libri, dagli autori e dai lettori, che nella Capitale sono diventate un vero cult pre-natalizio. Ce le regala come sempre l’AIE, organizzando oltre mille ore di incontri professionali.

più libri più liberi 2016

Numerosi gli appuntamenti dedicati alla cultura, ai professionisti del settore, ma soprattutto ai ragazzi: tantissimi i laboratori, i workshop, ma soprattutto gli ospiti della quindicesima edizione, tra cui Piero Angela, Andrea Camilleri, Vinicio Capossela, Hanif Kureishi, Nanni Moretti, Michela Murgia, Pif, Giulio Piscitelli, Ferdinando Scianna, Elena Stancanelli, Marco Travaglio,Chiara Valerio, Zerocalcare.

Due sono stati i piani adibiti alla fiera. Gli uni a fianco agli altri i piccoli e medi editori italianihanno raccontato ai presenti le loro novità, le loro ultime uscite. Tantissimi gli stand, variegata l’offerta (dal fumetto alla saggistica, dalla narrativa alla poesia, fino al web marketing).

più libri più liberi 2016

Due giornate sono state dedicate anche agli operatori stranieri con la dodicesima edizione del Fellowship Program e alcune iniziative sono anche uscite dal Palazzo per arrivare nelle aule universitarie con “Più Libri più Idee”, coinvolgendo La Sapienza, Tor Vergata, Roma 3, IED-Istituto Europeo di Design, LUISS e l’Università degli Studi della Tuscia (Viterbo).

Un’iniziativa esclusiva di quest’anno è lo spazio che la Fiera ha dedicato ai periodici culturali, a cura del Cric – Coordinamento Riviste Italiane di Cultura, non solo come spazio espositivo ma anche come luogo di incontro per condividere il sapere su tematiche di ampio respiro, come la libertà religiosa e la pace.

Profumo di carta, ma non solo: anche al web viene dato spazio con #BlogNotes, progetto di web-comunicazione editoriale e letteraria coordinato da Laura Ganzetti, autrice del blog letterario Il tè tostato, e realizzato con l’aiuto di tanti altri blogger.

Profumo di passione, di voglia di condividere. Condividere la propria storia, la fatica di essere una PMI in Italia, lo zelo per quella magica arte di scegliere, produrre e vendere libri.

Gli ingredienti per avere successo c’erano tutti e così è stato per l’edizione 2016.

 

Alessia Pizzi

La compagnia squinternata ma grandiosa di “Rumori fuori scena”

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La compagnia squinternata ma grandiosa di “Rumori fuori scena”

Al Teatro Vittoria di Roma torna, per il 33°anno di repliche, dal 29 novembre 2016 all’11 dicembre 2006 “Rumori fuori scena” di Michael Frayn.

Il compianto e storico regista della Compagnia Attori & Tecnici, Attilio Corsini, disse “Non funzionerà mai qui da noi, è humour inglese”. Ma ciò che la compagnia si propose di portare in scena al Teatro Vittoria di Roma è diventato un vero e proprio cult. Eravamo nel 1982 e proprio sulle assi del palco di questa sala andò in scena la prima italiana di “Rumori fuori scena“, adattamento della commedia “Noises off” di Michael Frayn, scrittore e drammaturgo britannico ancora oggi vivente, dalla quale è stato tratto anche un film con Michael Caine e Christopher Reeve.

Siamo in casa, dove un’anziana governante deve fare mille faccende: rispondere al telefono, preparare delle sardine ma vorrebbe anche riposarsi. Arrivano, come delle furie, un agente immobiliare che dovrebbe vendere la casa e la sua fidanzata Brooke, una delegata dell’ufficio delle imposte, per una scappatella amorosa in segreto perché pensano che non ci sia nessuno, ed anche il padrone di casa, scrittore che sta fingendo di scappare in quanto evasore fiscale, e sua moglie, ed un ladro. Tutti però vengono costantemente fermati da un uomo; egli infatti è il regista e tutti loro sono parte di una squinternata compagnia di attori che deve mettere in scena uno spettacolo. Il primo atto sono le prove, il II atto il dietro le quinte ed il III atto lo spettacolo.

Si ride e si ride di gusto per le numerose gag e così, dopo già averlo visto due volte, volevo vederlo anche una terza, e ciò è avvenuto la sera del 10 dicembre 2016. Chiunque ha avuto l’onore di salire su di un qualsiasi palco si riconosce in questi personaggi dall’aria disillusa. A mio avviso è anche una commedia amara perché i personaggi sono pronti ad assalirsi sempre pur di avere un briciolo di applausi. Il genio di Michael Frayn e la compagnia, con la regia del defunto Attilio Corsini (qui ripresa da Alessandro Pezza) e la traduzione italiana di Filippo Ottoni, illustrano perfettamente il dietro le quinte, l’ansia delle prove, la sensazione di non essere mai in tempo per la prima e tutti gli stereotipi degli attori teatrali.

La compagnia è stata formidabile: Viviana Toniolo, membro storico del cast ed attuale direttrice artistica del Teatro, alla quale Attilio Corsini ha riferito la storica frase da me sopra riportata, è stata una governante eccellente, così come Annalisa Dinola (che vediamo anche in foto) era deliziosa nel ruolo di Brooke, la stralunata fidanzata dell’agente immobiliare (memorabili i suoi continui “Come?” fatti con voce nasale), l’unica del cast (quello della finzione, ovvio) che ci teneva particolarmente alla sua parte, dicendo per forza e sempre tutte le battute, anche quando non servivano, pur litigando con le lenti a contatto e pur sentendo il bisogno di sdraiarsi e fare esercizi particolari di rilassamento in continuamente. Stefano Messina rendeva benissimo l’agitazione ed anche la spocchia del capocomico della compagnia, che doveva interpretare l’agente immobiliare, e Carlo Lizzani, membro permanente della Compagnia Attori & Tecnici dal 1988, era perfetto nel rendere la rabbia e la disperazione del regista, ossessionato dalla paura e dalla certezza di non essere mai pronti e nel dover gestire tutto quell’inferno. Roberto Della Casa, altro attore famoso e membro storico della compagnia, era il simpaticissimo Amedeo, l’interprete del ladro nonché padre di Brooke, attore alcolizzato (memorabili le sue gag per prendere sempre una bottiglia di whiskey e tutti gli altri che lo rincorrevano). Altrettanto spettacolari erano Marco Simeoli, cioè Severino, l’interprete del padrone di casa, attore tormentato da mille dubbi, e Crescenza Guarnieri, l’attrice interprete di sua moglie, colei che veramente cercava di sostenere tutto il cast. Molto bravo anche Sebastiano Colla; il suo personaggio doveva essere macchinista, operatore e attore pronto a sostituirsi in caso di emergenza, e Viviana Picariello come direttrice di scena, colei che doveva correre sempre in soccorso degli attori, anche aspettando un bambino dal regista.

Vorreì menzionare anche la bellezza delle scene di Bruno Garofalo (le gag erano tutte basate sull’apertura e chiusura delle numerose porte), le musiche di Arturo Annecchino, le luci molto belle di Emiliano Baldini e la bravura del vero direttore di scena Valerio Camelin. Da segnalare i bei costumi di Luisa Roberto, le meravigliose foto di Manuela Giusto, l’organizzazione e la segreteria di Silvana Lalli e Vitantonio Lore e la bravura di Alice Fadda all’ufficio stampa (del resto, se è uno spettacolo funziona, è perché funziona il gruppo).

Si ride e si ride tanto. Bravi, bravi, bravi!!

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Manuela Giusto)

 

Another “Brick” in the wall, l’arte del mattoncino di Nathan Sawaya

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Another “Brick” in the wall, l’arte del mattoncino di Nathan Sawaya

Si apre all’Auditorium Parco della Musica di Roma – che per la seconda volta ospita questa mostra internazionale visto il grande successo di pubblico dello scorso anno – “The art of the Brick”, visitabile fino al 26 Febbraio 2017.the art of brick auditorium roma

L’artista, Nathan Sawaya, ha iniziato a costruire coi Lego all’età di 5 anni e non ha più smesso! Anche quando era a New York per studiare legge la sua passione per l’arte e per i Lego non è mai stata accantonata. È stata invece messa da parte la sua carriera di avvocato: alle fusioni e acquisizioni aziendali milionarie Nathan ha preferito “costruirsi” una nuova vita essendo l’unico artista al mondo che esprime la sua creatività attraverso i mattoncini colorati.

La cosa che più stupisce il visitatore attento è l’indicazione, nelle targhette che accompagnano le opere, della quantità di mattoncini impiegati per la creazione di ciascun lavoro. Migliaia di mattoncini formano ognuna delle settanta opere esposte…

Alla mostra potrete vedere non solo sculture in Lego create dall’artista per esprimere i suoi stati d’animo – che ci mostrano una personalità molto sensibile, la cui tematica ricorrente è “la perdita” declinata sia in chiave di perdita delle persone care che dell’amore – ma anche il rifacimento di capolavori dell’antichità e dell’arte contemporanea scomposti coi Lego. Quadri famosi come La notte stellata di Van Gogh o il Ritratto dei coniugi Arnolfini di Van Eyck sono ricostruiti con un medium utilizzato solitamente per divertire i più piccoli e che, sotto le pazienti mani di Nathan Sawaya, riescono ad assumere qualsiasi forma. Un omaggio alla storia dell’arte qthe art of brick auditorium romauindi ma anche una sfida per l’artista che realizza dei quadri bidimensionali attraverso un mezzo che si realizza appieno nella terza dimensione. Sarà possibile anche avvicinarsi alla sua scultura più famosa: Yellow, un torso di uomo che si lacera il petto con le mani per aprirsi al mondo e con esso fondere la sua anima (un fiume di Lego che si riversano nel mondo), catarsi che Nathan ha provato in prima persona e che ha immortalato con la sua arte.

E per chi si chiede come mai Sawaya abbia scelto questo medium per realizzare la sua arte la risposta ce la fornisce direttamente l’artista:

“Amo la forma dei mattoncini e mi diverte farli diventare forme curve nonostante abbiano angoli così netti. Mi piace sapere che ognuno di noi da bambino abbia giocato almeno una volta coi Lego, questo rende i piccoli mattoncini colorati accessibili a tutti”.

Infatti alla fine del percorso espositivo è possibile cimentarsi nel gioco delle costruzioni, mettersi alla prova e, perché no, sentirsi per un po’ come si sente Nathan Sawaya quando crea una delle sue opere.

 

Francesca Blasi

 

I biglietti sono in vendita su Ticketone.it al prezzo:

Intero: 17,50 euro (16,00 euro + 1,50 prev.)

Ridotti (over 65 anni, under 12, militari, cral, media partners, disabili) 13,50 euro (12,00 euro + 1,50 prev.)

Ridotti gruppi (minimo 25 persone) 11 euro (10 euro + 1 d.p.)

Ridotti scuole (minimo 15 alunni) 9 euro (8 euro + 1 d.p.)

Omaggio bambini sotto i 3 anni

Pacchetto famiglia x 3 persone 43,50 euro

Pacchetto famiglia x 4 persone 56,00 euro

Ingresso dal lunedì al giovedì dalle 11,00 alle 19,00

Dal venerdì alla domenica dalle 11,00 alle 21,00

The Night Of 1×04/1×05, presunzione di colpevolezza

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The Night Of 1×04/1×05, presunzione di colpevolezza

I due nuovi episodi di The Night Of confermano, e anzi aumentano, la duplice natura della miniserie: legal drama da un lato e storia carceraria dall’altra. Ma è incredibile come gli sceneggiatori, pur dividendo nettamente le due sottotrame, riescano a mantenere le redini di entrambe e inculcarle negli aspetti umani dei due protagonisti, regalandoci due episodi di incredibile densità ed intensità.

Sono due puntate infatti in cui l’avvocato John Stone, dopo essere scaricato al termine del precedente episodio, ritorna a galla grazie all’aiuto della giovane Chandra, che in realtà è quella che ha più bisogno di aiuto, e inizia una personale investigazione parallela sul caso. Sono due puntate in cui Naz sposa appieno, forse non solo per mera sopravvivenza, la vita carceraria, alleandosi col boss Freddy, rasandosi i capelli e diventando un corriere della droga. Ma soprattutto, sono le puntate in cui Naz, sposando tale scelte, decide di andare faccia a faccia con la propria miseria umana, scoprendo gli istinti che tutti noi coviamo, e in cui Stone deve convivere semplicemente con quella miseria, che sia dovuta al suo disgustoso eczema, ai problemi col figlio oppure alla difficoltà di relazioni umane.

Come detto già nella prima recensione, Stone e Naz sono quasi due reietti della società che si incontrano al posto sbagliato e al momento sbagliato, ma ne traggono insegnamento reciproco. E lo vediamo nel fondamentale momento al termine della 4° puntata. I due episodi in questione infatti sono giocati entrambi sulla scelta di Naz di accettare il patteggiamento, dichiararsi colpevole per impedire il processo e fare in carcere meno anni di quanti ne rischierebbe da una vera giuria. Anche se, eventualmente, non avesse davvero commesso l’omicidio. E’ una scelta fondamentale, le cui conseguenze si ripercuotono poi in tutte le azioni e comportamenti del 5° episodio. E’ una scelta non solo vitale per Naz, perché ovviamente ne segna il futuro immediato, ma soprattutto morale, perché essere colpevole o innocente è decidere anche come vivere con sé stesso. Naz alla fine decide di ribaltare tutto e affrontare il processo dichiarandosi innocente, ma il punto è che lui dentro inizia a sentirsi colpevole: questa è la forza di The Night Of, una serie che ci mostrando come un’indagine, un processo, un’esperienza in carcere, possano totalmente annientare la personalità e trasformare le persone. Al giorno d’oggi nei processi reali, sempre più mediatici, non esiste più la presunzione d’innocenza, ma un’atmosfera di colpevolezza necessaria, ben prima delle sentenze, che finisce per convincere gli stessi protagonisti.

E in tutto ciò John Stone? Beh, la scelta di Naz in un certo senso è anche la sua. Non per quello che accade dopo, perché dichiararsi innocente lo fa tornare in pista, ma per quello che accade prima: Stone consiglia a Naz di accettare il patteggiamento. E’ un momento decisivo per l’intera storia della serie: in una mossa inusuale secondo i cliché televisivi cui siamo abituati, Stone svela il proprio lato umano, se ne frega della propria carriera pur se questa possa guadagnarci da un processo eventuale, e consiglia a Naz di pensare al proprio futuro in maniera pratica. Eludendo la morale, Stone paradossalmente fa la scelta più morale possibile.

Questo insomma è The Night Of, il racconto di due personaggi inusuali e tremendamente emotivi. Stone cerca di liberarsi dal fango della vita, Naz cerca invece di capire come formarla una vita, da colpevole o innocente, basta che sia chiaro. E naturalmente tutto ciò porta delle conseguenze.

 

Emanuele D’Aniello

Concerto di Natale con “Roma Saxophone Quartet”

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Concerto di Natale con “Roma Saxophone Quartet”

Sabato 17 Dicembre ore 18,00 l’Auditorium AIDM di Via Cimone, 150 ROMA vi aspetta con le Musiche di: Ennio Morricone, Astor Piazzolla, George Gershwin, e tanti altri. Ingresso a contributo libero.

[dt_highlight color=”” text_color=”” bg_color=””]Panettoni, pandori e bollicine per scambiarci gli auguri di Buon NATALE![/dt_highlight]

Il Roma Saxophone Quartet si è formato all’interno del biennio della Laurea Specialistica del Conservatorio di Musica “A. Casella” di L’Aquila. I componenti provengono da eterogenee esperienze musicali in qualità di solisti ed informazioni orchestrali che vanno dalla musica classica al jazz, dalla big band alla musica originale per orchestra di fiati.

Si sono perfezionati in corsi e masterclass con personalità musicali di rango internazionale come: Claude Delangle,Nobuya Sugawa….tanto per citarne qualcuno.

Maurizio Schifitto – Sax Soprano

Vincenzo Furgiuele – Sax Contralto

Daniele Dionisi –  Sax Tenore

Marco Ficarra – Sax Baritono

CHI SONO:

Maurizio Schifitto: diplomato in saxofono e clarinetto al conservatorio di Palermo sotto la guida dei Maestri U.Fusco e G.Costa. Vincitore di numerosi concorsi nazionali e internazionali come solista, con gruppi orchestrali e di musica da camera. Titolare della cattedra di Saxofono presso la scuola Media Statale “U.Foscolo” di Roma. È laureato in discipline musicali (Saxofono)presso il Conservatorio di Musica “Santa Cecilia” di Roma. Attualmente insegna saxofono presso il Liceo Musicale Farnesina e Giordano Bruno di Roma.

Daniele Dionisi: inizia lo studio del sax a 8 anni nella banda musicale di Rieti. All’età di 14 anni, frequenta il Conservatorio “A.Casella” di L’Aquila sotto la guida dei M. R.Mauriello e G.Berardini diplomandosi con il massimo dei voti. Ha frequentato numerosi corsi di perfezionamento: (Campus Europeo del Saxofono, Dnevi Saksofona Sloveniji di Novi Gorici). Ha suonato con varie formazioni: Quartetto Euterpe, Universal Four Sax, Rieti Brass Ensemble. Dal 2009 fa parte dell’Orchestra del Conservatorio “A.Casella” di L’Aquila diretta dal M. M.Bufalini. Ha frequentato il Corso di II livello in saxofono laureandosi nel 2015 con il massimo dei voti. Attualmente è in forza presso la Banda Musicale della Guardia di Finanza come sassofono tenore.

Vincenzo Furgiuele: studia Saxofono al Conservatorio “A.Casella” con il M° Semplicino ottenendo la Laurea di II livello nel 2016. Collabora con: Orchestra Fiati Mediterranea, Orchestra Fiati “Suoni d’Aspromonte” svolgendo numerosi concerti e concorsi. Con il Quartetto “Entropia” risulta vincitore dell’audizione presso l’Ismez Onlus che ha portato la formazione ad esibirsi presso i più importanti conservatori del centro-sud Italia. Ha frequentato masterclass con i Maestri: G. Di Bacco, E.Filippetti, G.Berardini, F.Paoletti, J.Girotto, Semplicino, e D.Brutti. Ha vinto il 1° Premio Assoluto al Concorso per Giovani Musicisti e al Concorso Musicale Giovani Interpreti svoltosi a l’Aquila e a Pescara.

Marco Ficarra: nasce a Palermo nel 1983 dove consegue il Diploma in saxofono con il massimo dei voti e la lode, presso il Conservatorio “V.Bellini” con il M° G.Palma. Ha svolto una intensa attività artistica: Orchestra Fiati diretta dal M° Cecere, Ensemble musica contemporanea del Conservatorio di Palermo, Orchestra Saxopera, BigBand “Old Time Jazz”, “Big Bosss Band”. Nel 2006 ha conseguito la Laurea presso l’Università di Palermo abilitandosi all’insegnamento. Ha partecipato a diverse master-class: D.Moretti, E.Watts, B.Wheeler, D.Lieban e F.Moretti. Partecipa al concorso nazionale per esecutori della Banda Musicale della Guardia di Finanza classificandosi fra i primi posti e vincendo il posto di Sax Baritono nel suddetto concorso.

Elisabetta De Wied: una donna speciale al Teatro India

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Elisabetta De Wied: una donna speciale al Teatro India

Il 3 e 4 dicembre 2016 è andato in scena al Teatro India un bellissimo spettacolo su Elisabetta De Wied, regina e scrittrice conosciuta come Carmen Sylva.

La storia non finisce mai di stupirci. Con lo studio e con la voglia di conoscere si incontrano sempre personaggi diversi, complessi ed affascinanti allo stesso tempo. Ed è questa la sensazione che ho provato il 4 dicembre 2016 al Teatro India durante lo spettacolo Elisabetta De Wied: sotto falso nome, con testo, allestimento, luci e regia di Maria Inversi.

La scena era molto sobria: quattro sedie, un faro che creava un fascio luminoso e un’altra luce dietro per la coprotagonista. Ma il personaggio centrale era Elisabetta De Wied, regina consorte di Romania e scrittrice nota con lo pseudonimo di Carmen Sylva.

Le quattro sedie rappresentavano le fasi principali della sua vita, legati dal sottile fascio luminoso del faro, simbolo di quel filo invisibile che è la nostra vita. Elisabetta non è stata una donna qualsiasi. Appassionata, sognatrice, amante dell’arte, era una donna che ancora oggi possiamo considerare a tutto tondo, secondo le parole della stessa regista, “modernissima“.

Sposatacon CarloI di Romaniadi Hohenzollern-Sigmaringen, Elisabetta visse a cavallo tra il XIX e XX secolo, un periodo di transizione molto importante. Era considerata “comunista” per questa sua vicinanza al popolo, al sociale; ella apriva il suo palazzo a grandi artisti, come il compositore romeno George Enescu.

Ovviamente la sua condotta non era ritenuta degna di una regina. Un fatto che creò grave scandalo fu quello che riguardò Elena Vacarescu, poetessa e damigella d’onore della regina, che voleva sposare Ferdinando I di Romania, nipote di Carlo ed erede al trono: questo sposalizio, tra un membro di una dinastia straniera ed una donna romena, era vietato dalla Costituzione del 1866.

Partendo da una testimonianza di un passaggio in Piemonte, Maria Inversi crea un viaggio in Italia, di cui non vi è traccia di Elisabetta con Elena Vacarescu per concedersi, secondo le parola di Maria Inversi, “una fuga da Carlo“. Per la regista, Elisabetta passa in alcuni dei principali centri italiani ma anche a Ronciglione (dove si dovrebbe tenere lo spettacolo), a Vieste (un omaggio alle originipugliesi della regista), sempre spinta dalla voglia di conoscere.
Elisabetta di Wied teatro india

Il bellissimo ritratto che ce ne dà Maria Inversi con la formidabile interpretazione della danzatrice e attrice Valeria Mafera (fenomenale sia nella recitazione che nei movimenti scenici) e con l’aiuto di Tatiana Ciobanu, poetessa moldava che ha tradotto alcune poesie di Carmen Sylva, alias Elisabetta di  Wied, è anche quello di una donna sofferente, di una donna che vuole amare. Ebbe una sola figlia, Maria, morta a pochi anni di età, ed ebbe altri diciotto aborti.

È una donna che ha vissuto il suo mondo contemporaneo ma ha guardato sempre avanti. Dietro il personaggio principale, agiva sul palco una figura inquietante, l’anima, l’alter ego della regina, che discuteva con la stessa in lingue straniere come il francese (a ricordo del fatto che la regina era in polemica con le femministe francesi) e alternava canto a vocalizzi, “come sua voce interiore che copre circa due secoli“. La voce della bravissima Virginia Guidi sottolineava tutti gli aspetti dell’anima della sfortunata regina: l’amore era rievocato da brani come Voi che sapete, l’aria di Cherubino da Le Nozze di Figaro di Mozart; il mare, simbolo del Mar Nero dove la regina trovava la sua calma, era rievocato da La Mer di Charles Trenet e di tanti altri compositori come Gioacchino Rossini, Robert Schuman; e la canzone Io canterò politico di Bruno Lauzi, nella quale Virginia Guidi si è dimostrata anche ottima chitarrista.

Se posso fare un paragone, magari anche inutile, pensavo, quando guardavo questo spettacolo, a un’altra grande figura di donna: la regina Cristina di Svezia. Sono donne a cui dobbiamo tanto ma, a Elisabetta De Wied, abbiamo anche chiesto tanto.

Grazie a tutti di averci fatto conoscere una storia ai più incognita.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Carlo Christian Spano)

Eco di Sirene – il nuovo tour di Carmen Consoli

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Carmen Consoli arriva con il suo nuovo tour Eco di sirene al Teatro Il Celebrazioni il 9 marzo.

Sul palco con la cantante, in punta di plettro con violino e violoncello, rispettivamente Emilia Belfiore e Claudia della Gatta.

Eco di sirene, un nuovo progetto in trio, ma antitetico rispetto al power trio dell’ Abitudine di tornare, è l’evoluzione di uno dei progetti più amati ed originali della Consoli, L’anello mancante (2008), un tour teatrale con il quale ha registrato il tutto esaurito in Italia, in Europa e negli Stati Uniti, dominando la scena sola sul palco con le sue sei chitarre. Come in quel concerto, la musica sarà la tela sulla quale tracciare riflessioni e impressioni personali; qui però i tre strumenti acustici rimanderanno a suggestioni diverse sugli stessi temi musicali e argomenti, dando così corpo all’ambivalenza connaturata al titolo stesso, Eco di sirene.

Una sirena è infatti al tempo stesso un suono d’allarme ed una creatura magica che canta per avvisare del pericolo. Una sirena ama e custodisce, assorda e allerta. Una sirena incanta e seduce. Ma può anche urlare e proteggere. È una mostruosa chimera ed una dolce fanciulla in cerca di un’anima. Eco di sirene è quindi uno spazio nel quale accogliere e dar voce e corpo alle domande sul presente, ai piccoli momenti di gioia quotidiana, alla pluralità di risposte individuali.

Westworld 1×10, “The Bicameral Mind”

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Westworld 1×10, “The Bicameral Mind”

Non c’è dubbio nel dirlo, i lunghi 90 minuti di “The Bicameral Mind” rappresentano uno degli episodi più intensi ed avvincenti mai visti nella storia della tv.

Ma al tempo stesso, anche a causa delle vette raggiunge, è la conferma che questa prima stagione di Westworld, complice anche le altissime aspettative ed ambizioni della vigilia, può archiviarsi tra le più grandi delusioni dell’annata televisiva (e non ci interessa parlare di ascolti o cose simili).

Non è sicuramente un caso che la meta da raggiungere da molti personaggi in questo episodio, e simbolo di un momento molto importante che poi tornerà nel corso dei 90 minuti, sia un labirinto. Westworld lungo dieci puntate è stato essenzialmente questo: un labirinto, un mosaico, un puzzle da comporre e scomporre continuamente, un crogiolo di domande e misteri sempre anteposti alle emozioni e alle caratterizzazioni dei personaggi. Abbiamo seguito i dieci episodi di Westworld per capire cosa diavolo ci fosse dietro, quali fossero le intenzioni, come allineare i vari livelli temporali della narrazioni, ma quasi mai li abbiamo visti perché realmente interessati alla forza della storia o per una connessione empatica con i personaggi.

In questo Westworld ha fallito, rimanendo estremamente fredda e distaccata, e questo episodio finale ne è l’ennesimo esempio.

Tutti i temi cardini della serie erano presenti nella puntata finale, tutte le enormi potenzialità ed interessanti spunti: la possibilità di una vita per le macchine; il raggiungimento della piena consapevolezza umana sul nostro essere; l’importanza della coscienza e nei ricordi nella formazione delle nostre esperienze di vita; l’impossibilità di sapere cosa sia il nostro mondo e cosa c’è oltre unita all’inaffondabile curiosità di scoprirlo; il rapporto tra uomo e Dio, che sia quest’ultimo esistente o creato da noi stessi; il sadismo innato e perpetuo degli essere umani, che giocano a fare gli dei e se cosa potrebbero fare se non ci fossero i recenti delle convenzioni sociali. Maeve che passa tra i corridoi dei laboratori e scopre cosa c’è oltre la sua mente è la metafora più importante vista finora nella serie, quella di cui la serie aveva bisogno ma che mai più ha raggiunto.

Questo lungo elenco è ricco di temi forti, pregni di complessità, estremamente emotivi, toccati dalla serie ma mai veramente espressi perché Westworld era troppo interessata a dipanare una matassa di incastri narrativi avvincenti ma, arrivati al fulcro, inutilmente fini a sé stessi. E come beffa finale, come se gli autori avessero voluto pure loro giocare a fare gli Dei ma con le loro creature, ovvero gli spettatori, anche quest’ultimi si sono ribellati: la maggior parte delle sorprese costruite sono state indovinate e svelate molto presto dal pubblico su internet, rendendo quindi scontato e togliendo ancora più peso emotivo alle rivelazioni di questo finale.

Westworld non è un completo fallimento, anzi, avercene di serie tv così ben fatte, così ben studiate, così ben pensate e così ricche di temi incredibilmente interessanti. Semplicemente, è una serie che dovrebbe cercare un proprio personale labirinto, entrarci e trovare in fondo un necessario cuore.

 

Emanuele D’Aniello

La vita è meravigliosa, il Natale con Frank Capra

“In questo film c’è molto di più di quanto vi abbia messo. Più di quanto vi abbia scritto, più valori di quanti ce ne rendessimo conto e di quanti ce ne aspettassimo. C’è più di ciò che pensavamo di avere. È il film che aspettavo di fare da tutta la vita.”

Titolo: La vita è meravigliosa

Regista: Frank Capra

Sceneggiatura: Frances Goodrich, Albert Hackett, Frank Capra, Jo Swerling, Michael Wilson

Cast Principale: James Stewart, Donna Reed, Lionel Barrymore, Thomas Mitchell, Henrique Travers

Nazione: USA

Anno: 1946

Coperta di pile a portata di mano, tazza di cioccolata fumante, luci soffuse dell’albero di Natale ed ecco che siete pronti per cominciare la visione di quei classici che vi faranno vivere l’atmosfera più magica dell’anno.
Per cominciare, non possiamo far a meno di proporvi una pellicola must di questo periodo, ovvero La vita è meravigliosa di Frank Capra, uno di quei film semplici che fanno commuovere e sentire sulla pelle la gioia natalizia.

Nonostante lo scarso successo alla sua uscita nel 1946, per via dei presunti temi populisti che molti all’epoca percepirono, La vita è meravigliosa è diventato un classico da non perdere, considerato uno dei film più rappresentativi del regista.
Frank Capra prese ispirazione da “The Greatest Gift“, un racconto di Philip Van Doren Stern scritto e pubblicato inizialmente solo in forma privata, straordinariamente come cartolina natalizia da donare ad amici e parenti.
Grazie ad esso, il cineasta decise di raccontare una storia “meravigliosa” per sottolineare quanto ogni persona sia importante a suo modo nel mondo tramite la sua tipica morale cristiana, vista già in altri precedenti lavori. Affiancato da un cast straordinario, composto da James Stewart, Donna Reed , Barrymore Henry e Thomas Mitchell, Capra crea una straordinaria parabola sull’importanza dei legami, sulla speranza e l’altruismo.

Protagonista è George Bailey che, fin da bambino, nutre in sé una gran voglia di viaggiare, di scoprire nuovi mondi e di vivere nuove avventure. Ma il destino non sarà dalla sua parte e si ritroverà costretto a rimanere nella cittadina dove è nato, Bedford Falls. Qui si dedica al prossimo e, soprattutto, alla sua famiglia gestendo, assieme allo zio Billy, la cooperativa edilizia del padre, la “Bailey Costruzioni e Mutui”e facendo sì che questa non cada nelle grinfie dell’avaro e cinico capitalista Henry Potter. Ma alla vigilia di Natale lo zio Billy smarrisce un’ ingente somma di denaro appartenente ai fondi della società che sarebbe servita, appunto, per non farla fallire. George è disperato, non sa cosa fare. Al colmo della rabbia e dello sconforto, dopo aver discusso con la tenera moglie Mary è deciso a suicidarsi gettandosi nel fiume. In suo aiuto arriverà appena in tempo Clarence Odbody, un aspirante angelo che deve ancora ottenere le ali, mostrandogli cosa sarebbe successo se non fosse mai nato. George si rende finalmente conto di quanto sia importante per le persone che ama e ritrova la speranza e la voglia di lottare per difendere ciò che più gli sta a cuore. Torna a casa e scopre quanto gli siano vicini gli amici e i cittadini di Bedford i quali si sono riuniti in casa sua a raccogliere il denaro sufficiente per evitare il fallimento della società. Ed è questo il più bel regalo di Natale che George potesse desiderare.

Un connubio perfetto per un film di Natale che apre i cuori dei più cinici, la cui morale ha l’intenzione di insegnare ad apprezzare ciò che si ha. Grazie all’angelo Clarence, George si rende conto di questo, del fatto che tutti siamo utili a qualcuno anche se la vita, con o senza di noi, prosegue il suo percorso. Una bella e commovente pellicola, piena di ottimismo e voglia di vivere che nasconde, sotto l’apparenza del mero intrattenimento, un’antropologia ricca e profonda.

3 buoni motivi per vedere il film:

– La commovente interpretazione di James Stewart

– Per vivere a pieno la magia del Natale

– Perché è uno dei film più visti del cinema, nessun cinefilo può perderlo

Quando vedere il film:

Ovviamente la vigilia di Natale, con tutta la famiglia e tanti dolci da mangiare. Portate i fazzoletti con voi mi raccomando.

Ilaria Scognamiglio

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Verticale Castello D’Albola il Chianti Classico che attraversa il tempo

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Come invecchia e cosa regala l’effetto del tempo ad un Chianti Classico orgoglio enologico nazionale che attraversa la storia

Il Chianti e parte stessa della cultura Italiana, se ne rintracciano notizie documentate a partire dal 1398. Già 300 anni fa Cosimo III de’ Medici definisce i confini geografici per la sua  zona di produzione attraverso un editto datato 1715. Tra i suoi fans, questo vino può vantare illustri personaggi storici del calibro di Michelangelo, Galilei e Machiavelli, le cui passioni enoiche erano le stesse degli odierni estimatori. All’interno della produzione più ampia del Chianti, la realtà del Chianti Classico è un consorzio che accomuna Firenze e Siena. E’ questa la zona più antica di produzione rappresentata oggi dal simbolo del Gallo Nero, ripreso dalla tradizione popolare tramandata fino ai giorni nostri.

Secondo la leggenda, le due città Toscane si servirono di due cavalieri per stabilire il territorio di proprietà. Partendo dal proprio abitato al canto del gallo, avrebbero segnato i confini territoriali stabilendoli nel loro punto d’incontro. I fiorentini scelsero un gallo nero e per aumentare il loro vantaggio lo sottoposero ad un lungo digiuno, finche la povera bestia stremata dalla fame iniziò a cantare con largo anticipo sulle prime luci dell’alba. Questo permise al rappresentante gigliato di anticipare la partenza rispetto all’antagonista senese, incontrandolo dopo aver attraversato un territorio più esteso a vantaggio di Firenze. Chi invece stabilì il disciplinare di produzione del Chianti Classico fu il Barone Ricasoli, uomo politico del regno D’Italia che nel Castello di Brolio fissò le regole per quello che sarebbe stato uno dei vini più famosi al mondo.

Il Castello D’Albola nella zona di Radda in Chianti, è una delle aziende che attraversa la storia di questa denominazione. Di Albola si ha già traccia negli atti notarili che descrivono le proprietà di Carlo V datati 1010, mentre dei suoi  vigneti si ha notizia nei documenti del Granducato di Toscana datati 1841. Una storia che si intreccia con le vicende della famiglia Acciaiuoli prima e con quella dei Samminiati e dei Pazzi poi, passando tra diverse proprietà fino a confluire nel Gruppo Zonin intorno al 1980.

Negli ultimi trent’anni con il recupero del borgo e la sistemazione di tutto il territorio, la tenuta di Castello D’Albola ha raggiunto il massimo del suo splendore. L’ampliamento del vigneto raggiunge oggi i 150 ettari prevalentemente piantati a Sangiovese, che qui raggiunge anche i 580 metri di quota. A rappresentare l’azienda durante la degustazione il suo enologo Alessandro Gallo, che ha evidenziato come il fattore climatico possa influire nel carattere di questi vini. In particolare l’altezza del vigneto restituisce vini che non trovano nel corpo pieno, nella struttura e nella concentrazione la loro caratteristica principale, ma  lascia esprimere alle uve prevalentemente caratteri di finezza ed eleganza, freschezza e grande bevibilità.

Su questa traccia la degustazione ha indagato otto annate, tra la 2012 e la 1999 in cui la progressione del tempo ha disegnato il suo percorso gusto olfattivo registrando i segni dell’evoluzione sul vino. Tratto comune a tutti i vini è stata l’uniformità del colore, la cui evoluzione verso i toni dell’invecchiamento non è apparsa così evidente e forse, segno che i vini possono ancora sviluppare molto in cantina. Dal punto di vista olfattivo le tipicità dei sentori del Sangiovese si è riproposta, andando a ritroso e alternandosi nelle annate, evidenziando ora la ciliegia e i frutti rossi più piccoli di bosco, ora la viola e il floreale fresco o essiccato. Pienamente rispondenti al palato con un tannino esuberante nella gioventù delle ultime annate, ma mai arrogante e che si è aggraziato nel suo arco temporale in cantina.

Tra quelle  presenti la 2007 è stata la prima a denunciare una sua personalità, ben definita dai fiori rossi   disidratati, le spezie e i ritorni su un frutto più maturo, insieme al tabacco e ai sentori del sottobosco. In bocca il tannino diventa più aggraziato rendendosi meno presente rispetto alle annate più giovani, il gusto è lungo e persistente e la freschezza  indica che il vino può evolvere ancora molti anni in cantina.

Anche la 2004 ha evidenziato nettamente il suo carattere, ritornando sull’ingresso di frutto a bacca nera e mantenendo i toni del sottobosco, spezie dolci e accenni di liquerizia. Il tannino ritorna in presenza ma più raffinato

Infine l’annata 1999 dove il tempo ha inciso in maniera decisa regalando al vino una complessità in cui danzano diversi sentori, dalla liquerizia alle erbe medicinali, le spezie, sentori di legno secco e di bosco e insieme  liquerizia, caffè tostato, accenni balsamici e molto altro ancora. La lunga persistenza si spegne in un piacevole accenno amaricante aggiungendo eleganza al vino. Nel complesso una degustazione dal sapore antico, che richiama alla tradizione più autentica del vino Italiano di cui il Castello d’Albola è una testimonianza che attraversa la storia.

Bruno Fulco

Al Teatro Sistina arriva Vittorio Sgarbi con Caravaggio

Dal 9 all’11 dicembre a Roma!

Di e con Vittorio Sgarbi

Musiche composte da Valentino Corvino violino, elettronica
Immagini elaborate da Tommaso Arosio scenografia e video
Regia e luci Angelo Generali

Caravaggio è doppiamente contemporaneo. È contemporaneo perché c’è, perché viviamo contemporaneamente alle sue opere che continuano a vivere; ed è contemporaneo perché la sensibilità del nostro tempo gli ha restituito tutti i significati e l’importanza della sua opera. Non sono stati il Settecento o l’Ottocento a capire Caravaggio, ma il nostro Novecento. Caravaggio viene riscoperto in un’epoca fortemente improntata ai valori della realtà, del popolo, della lotta di classe. Ogni secolo sceglie i propri artisti. E questo garantisce un’attualizzazione, un’interpretazione di artisti che non sono più del Quattrocento, del Cinquecento e del Seicento ma appartengono al tempo che li capisce, che li interpreta, che li sente contemporanei. Tra questi, nessuno è più vicino a noi, alle nostre paure, ai nostri stupori, alle nostre emozioni, di quanto non sia Caravaggio.
(Vittorio Sgarbi)

Vittorio Sgarbi arriva al Teatro Sistina di Roma da venerdì 9 a domenica 11 dicembre e ci condurrà, attraverso la vita e la pittura rivoluzionaria di Michelangelo Merisi, in uno spettacolo teatrale arricchito dalla musica di Valentino Corvino, e dalle immagini delle opere più rappresentative del pittore lombardo curate dal visual artist Tommaso Arosio. La regia è di Angelo Generali.

Produzione: Promo Music in collaborazione con La Versiliana Festival
Durata: 1 ora e 30 minuti, senza intervallo
Genere: spettacolo di prosa con musica e videoproiezioni
Debutto: Festival La Versiliana. Giovedì 16 Luglio 2015
Via Sistina 129, 00187 Roma

Info e Prenotazioni:

06 4200711 – 392 8567896
prenotazioni@ilsistina.it
www.ticketone.it
www.ilsistina.it
www.facebook.com/teatrosistinaroma
www.twitter.com/teatrosistina

Botteghino

Da martedì a sabato10.00-19.00 orario continuato
Domenica 11.00 – 11.30; 13.00 – 19.00
Lunedì chiuso

Prezzi Biglietti

Poltronissime €49,50
Poltrona e I Galleria €44,00
Seconda Galleria €34,00
Terza Galleria €27,50

Orario Spettacoli

Venerdì 9 e Sabato 10 dicembre ore 21,00
Domenica 11 dicembre ore 17,00

The Walking Dead 7×07: Giusto a Negan poteva piacere Carl

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The Walking Dead 7×07: Giusto a Negan poteva piacere Carl

Inizia uno strano rapporto tra Negan e Carl, e crediamo che a pagarne le conseguenze sarà la piccola Judith.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”left” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]You are my sunshine, my only sunshine / You make me happy when skies are gray / You’ll never know dear, how much I love you…[/dt_quote]

Con questa performance musicale Carl, “ospite di Negan”, ci fa raggelare il sangue. Il cattivone della settima stagione è davvero bravo a giocare con la mente delle persone. Per punire l’agguato di Carl nel suo covo lo ferisce nel profondo chiedendogli di mostrare la sua orbita oculare, che fino a oggi era stata coperta da una benda.

NEGAN: Kid. I ain’t gonna lie. You scare the shit out of me.

Al nostro adolescente folle la spavalderia costa caro, e non solo psicologicamente: Negan decide di seguirlo fino ad Alexandria, dove gioca a fare il paparino di Judith. Temiamo che sia proprio questo il fulcro del prossimo episodio, visto che il promo del finale di metà stagione mostra Rick davvero sconvolto.

Perché pensiamo che ci andrà di mezzo Judith?

Qualche puntata fa abbiamo visto la moglie di Dwight, ora moglie di Negan (insieme a tutte le altre donne presenti nel covo del boss) ricevere dal mentre la notizia di non essere ancora incinta. Visto che Sherry sembra essere la preferita di Negan forse gli è stato chiesto un figlio. Ecco forse da dove deriva la “passione” che Negan ha per Judith.

the walking dead 7x07

 

CARL: If you knew us, if you knew anything, you would kill us. But you can’t.

Scopriamo inoltre l’origine della brutta cicatrice di Dwight, sfigurato da un ferro caldo probabilmente per essersi riavvicinato alla moglie mentre lei era ormai di Negan: lo intuiamo dal fatto che sta stessa sorte spetta al povero Mark, che si è appena macchiato di questa colpa con la sua “ex” ragazza, ormai moglie anche lei del Boss.

the walking dead 7x07

Se siete rimasti sconcertati dalla noia dell’ultimo episodio tutto focalizzato su Tara, non temete. Questa puntata intreccia almeno sei storie.

[dt_list style=”1″ bullet_position=”middle” dividers=”true”][dt_list_item image=””]Rosita si fa costruire un proiettile da Eugene dopo una serie di offese gratuite: vuole vendicare Abraham;[/dt_list_item][dt_list_item image=””]Michonne anche è diretta nel covo di Negan; [/dt_list_item][dt_list_item image=””]Rick è alla ricerca di provviste con Aaron;[/dt_list_item][dt_list_item image=””]Spencer si fa insultare col sorriso da padre Gabriel e ancora lotta per eliminare Rick come leader;[/dt_list_item][dt_list_item image=””]Daryl ha ricevuto gli strumenti per scappare dalla prigione, probabilmente da Jesus.[/dt_list_item]

 

In tutto ciò non sappiamo più nulla nè di Maggie/Sasha né di Morgan/Carol.

AMC, non si fa così.

Siamo arrivati a metà stagione con molti filoni aperti, alcuni davvero poco sviluppati.

 

Alessia Pizzi

https://www.youtube.com/watch?v=3dcrovHC8L0

Territori diVini: il vino che si fa umanitario con VIS

VIS presenta la XV edizione di Territori diVini appuntamento annuale di beneficenza che quest’anno promuove la campagna “Stop Tratta” in Africa

L’Associazione di Volontariato Internazionale per lo Sviluppo così presenta il suo evento:

Questa è la XV edizione di “Territori diVini”  realizzato da VIS con la collaborazione di Fondazione Italiana Sommelier di Roma, Guida  ExtraVoglio, Mediatis Wine in Motion, Beer Fellas e Bancovino.

Quest’anno vogliamo destinare la raccolta fondi di Natale ai nostri progetti in Africa per la Campagna “Stop Tratta”. Stiamo infatti lavorando in 5 paesi dell’Africa Sub-Sahariana (Costa D’Avorio, Ghana, Senegal, Nigeria ed Etiopia), con progetti formativi e di avvio al lavoro per far si che i giovani che vogliono lasciare tutto e tentare il viaggio della speranza verso l’Europa (che spesso si conclude tragicamente già nel deserto o in Libia o nel Mediterraneo), abbiano una alternativa solida ed economica per restare nelle loro terre. www.stoptratta.org

Ma naturalmente continueremo a raccontare della nostra avventura in Palestina e faremo degustare le nuove annate dei nostri vini di Cremisan. L’evento, che come sempre vede la collaborazione della FIS – Fondazione Italiana Sommelier di Roma, si svolgerà il 16 dicembre presso il “Grottino” del Sacro Cuore di Roma, a partire dalle 18.30 fino alle 23.00.

I Sommelier FIS metteranno a disposizione la loro professionalità per farvi degustare oltre 50 vini donati da prestigiose cantine italiane. Come sempre avremo il banco dell’eccellenza e gli Oli della Guida ExtraVogliO. Novità assoluta: un banco dedicato ai vini Siciliani, uno dedicato allo Champagne Dom Coudrom, importato da Mediatis Wine in Motion e un banco dedicato alle Birre artigianali di Beer Fellas.

E non mancheranno le delizie gastronomiche da abbinare alla degustazione di vini. Vi aspettiamo!!!

Per info: l.cristaldi@volint.it – Tel. 06.516291 – www.volint.it

Cantine aderenti

Antinori, Antonelli Baglio del Cristo di Campobello, Barone Pizzini, Cascina Pastori, Cavalieri, Ciarabella, Clavesana, Colosi, Cremisan, Deiana, Di Majo Norante, Dom Coudron, Don Saro, La Guardiense, Fattoria Mantellassi, Ferrari, Gigliotto, Guado al Tasso, I custodi dell’Etna, Jerman, La Source, Mesa, Michele Chiarlo, Moroder, Nino Negri, Panizzi, Pascolo, San Patrignano, Schwarzbock, Signae, Tenuta del Cerro, Terre de la Custodia, Umani Ronchi, Venica & Venica, Villa Sandi, Vigna Flaminia.

L’uomo dal fiore in bocca e non solo secondo Gabriele Lavia

L’uomo dal fiore in bocca secondo Gabriele Lavia

L’interpretazione di Gabriele Lavia che arriva al Teatro Quirino dal titolo “L’uomo dal fiore in bocca… e non solo

Roma | Il 6 dicembre ha debuttato al Teatro Quirino L’uomo dal fiore in bocca nell’adattamento di Gabriele Lavia, con Gabriele Lavia, Michele Demaria e Barbara Alesse, scene di Alessandro Camera. Sarà in scena fino al 18 dicembre.

Sinossi in pillole.

L’uomo dal fiore in bocca è un testo teatrale di Pirandello del 1922, breve e di grande forza espressiva. La scena si svolge di notte. Dopo aver perso il treno, un uomo arriva trafelato ad un bar di una cittadina italiana. Si siede ai tavolini sul marciapiede ed incontra l’Uomo dal fiore in bocca, un personaggio improbabile che discute del piacere dell’osservazione della quotidianità degli altri. Ogni tanto dall’angolo della strada appare sua moglie, che pietosa lo osserva e vorrebbe che tornasse a casa. Non capiamo il perché, finché non ci accorgiamo che i discorsi sulla morte e sul tempo vengono da chi ha un tumore: un fiore in bocca. Ecco allora che Pirandello rinnova la tradizione italiana, che parte da Verga con Mastro Don Gesualdo, di trattare precocemente il tema del cancro.

Scenografia imponente e testo diluito.

Lo spettacolo messo in scena da Gabriele Lavia è però diverso. Il testo è allungato con frammenti di novelle che diluiscono il lavoro originale a scapito del ritmo. Diversamente non si potrebbe fare per raggiungere un’ora e mezza di spettacolo. Eppure L’uomo dal fiore in bocca si presta ad una messa in scena più rapida e incalzante. Il testo troverebbe la sua completezza in mezz’ora, come si può notare da varie rese, tra cui quella di Vittorio Gassmann, di Michele Placido, come persino l’esperimento televisivo della BBC del 1930. L’adattamento di Lavia cerca però atmosfere e suggestioni più lente: il luogo diventa una stazione ferroviaria e l’azione si svolge nella sala d’attesa.

La scenografia è spettacolare: la struttura imponente è art nouveau, con le sue travi di metallo intramezzate da vetrate e la cupola industriale. È stata realizzata nei laboratori del Teatro della Pergola ed è alta nove metri. Al centro c’è un grande orologio senza lancette, mentre dall’altro capo delle vetrate un gioco di luci e suoni assordanti mima il passaggio del treno. La moglie dell’Uomo dal fiore in bocca compare come una sagoma al di là delle finestre. Passeggia sotto la pioggia a dirotto e poggia la mano sul vetro, esprimendo col gesto un amore commovente. L’atmosfera è magica, un po’ noir e nebbiosa. Tra questi due spazi, la sala d’aspetto e la banchina che non vediamo, si svolge l’atto unico.

Cosa colpisce la platea.

La voce di Gabriele Lavia non arriva al pubblico e la scelta di un’interpretazione pacata dei dialoghi non aiuta. L’avventore, o “uomo pacifico”, interpretato da Michele Demaria, è l’unico la cui voce non si fa fatica ad ascoltare. Nonostante il suo ruolo secondario, sale con questa qualità a protagonista. La perdita del ritmo è notevole e la conversazione ha pause molto lunghe; si connota spesso di una pesantezza che Pirandello non prevede. Manca l’ironia pirandelliana. Non è una brutta messa in scena e la recitazione di per sé è superba, ma non adatta al caso. La forza di alcuni dialoghi non arriva affatto ad investire il pubblico. Basterebbero dei microfoni. Si può notare per la sala che molti, rinunciando all’ascolto, dormono.

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Sabato 10 dicembre è di nuovo Musei in Musica a Roma!

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Sabato 10 dicembre si svolge a Roma l’VIII edizione di Musei in Musica
Musei Civici e spazi culturali straordinariamente aperti la sera
dalle 20 alle 2 con mostre ed eventi musicali
Ingresso a 1 euro o completamente gratuito

Dalle 20 alle 2 di notte (ultimo ingresso ore 01.00) i principali Musei Civici e altri importanti spazi culturali della città saranno straordinariamente aperti in orario serale con possibilità di visitare le mostre ospitate e assistere ai numerosi eventi musicali in programma, pagando un biglietto d’ingresso simbolico pari a 1 euro (dove non indicato diversamente).
La manifestazione è promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e organizzata da Zètema Progetto Cultura.
Un’occasione unica per vivere un sabato sera sorprendente tra la musica e l’arte, circondati dalle bellezze artistiche e culturali della città, per conoscere nuovi luoghi o riscoprirli in veste notturna, per lasciarsi coinvolgere da storie suggestive e ammirare dal vivo opere d’arte, per ascoltare ottima musica e visitare mostre che magari non siamo riusciti a visitare in orario ordinario, o semplicemente per passare un sabato sera inconsueto. Il tutto al costo del biglietto di 1 euro o ad ingresso completamente gratuito, dove espressamente previsto.

E’ una bellissima iniziativa per tutti, cittadini e turisti. È un appuntamento che contribuisce ad arricchire la città facendo vivere i luoghi non solo in orari ‘classici’ ma in modo da avvicinare davvero gli spazi alla vita di chi anima questa straordinaria Capitale. I cittadini sono e restano sempre i protagonisti. Per questo dichiara la sindaca di Roma, Virginia Raggianche l’iniziativa di sabato 10 dicembre la festeggeremo con 100 cittadini sorteggiati grazie alla sezione ‘Cittadini in prima fila’ disponibile sul sito di Roma Capitale”.

Ricordiamo che gli eventi di musica e danza in programma presso i Musei Civici sono stati selezionati tramite apposito avviso pubblico Musei in Musica 2016 emanato da Zètema Progetto Cultura.

Musei e altri spazi culturali con ingresso a 1 euro

Tra i principali spazi museali e culturali che apriranno con ingresso a 1 euro ricordiamo:

CENTRALE MONTEMARTINI (Come cani senza padrone. Parola e musica per Pier Paolo Pasolini con Tony Allotta e la Banda Jorona e il concerto Il cantautore necessario di Edoardo De Angelis e Michele Ascolese);

MUSEI CAPITOLINI (concerto Beatles Stories nell’Esedra del Marco Aurelio con il pianista e fisarmonicista Antonello Salis, concerto Archi all’opera! dell’Ensamble Keplero in Sala Pietro da Cortona, e Ballo di corte con esibizioni di balli storici nel Palazzo Nuovo);

MUSEO DELL’ARA PACIS (spettacolo di musica e danza Di corpi e di tempi con Elisa Melis, Yoris Petrillo, Alessandro D’Alessio, e concerto jazz gratuito Let’s face the music and swing. Stjepko Gut meets Daniele Cordisco);

MUSEO EBRAICO DI ROMA (concerto di musica klezmer dell’Orchestra Popolare Romana);

 MACRO (installazioni sonore e esibizioni live Elettrosuoni nel Foyer e nello spazio Area e concerto Per trombone e live electronics nell’Auditorium con Michele Lomuto e Stefano Bassanese);

 MACRO TESTACCIO (Adulto mai – Musiche e parole dalle lettere di Pier Paolo Pasolini con Rossano Baldini e Pierpaolo Ranieri);

 MERCATI DI TRAIANO (Landscapes of sound con Vera Di Lecce);

 PALAZZO DELLE ESPOSIZIONI (installazione A Fragmented World live di Elena Mazzi e Sara Tirelli con musica di Giuseppe Cordaro);

MUSEO DI ROMA IN TRASTEVERE (concerto Alla ricerca dell’accordo perfetto – La linea di congiunzione tra tradizione e futuro con Massimo Zuccaroli, Giovanna De Rubertis, Franco Ventura, Massimo Calabrese, Alessandro Inolti);

 MUSEI DI VILLA TORLONIA (Percussions suggestions al Casino Nobile);

 MUSEO CIVICO DI ZOOLOGIA (concerto Da che parte stai? Musica dal vivo e canzoni popolari dell’altra America con Mariano De Simone, Simone Caffari, Alessandro Garramone, Andrea Verde, Tiziana Lucattini e Fabio Traversa).

L’ACCADEMIA DI FRANCIA VILLA MEDICI aprirà al pubblico in orario serale con ingresso a 1 euro, proponendo la mostra 350 anni di creatività e la playlist musicale a cura di Francesca Verunelli e Alvise Sinivia.

Musei e spazi culturali con ingresso gratuito

L’AUDITORIUM PARCO DELLA MUSICA propone l’apertura serale gratuita dello spazio AuditoriumArte con la mostra di Luca De Angelis “Dropout”, del Museo Archeologico e del Museo Aristaios, con i concerti del New Talents Jazz Ensemble composto da Nicola Tariello, Vittorio Cuculo, Igor Marino, Davide Di Pasquale, Danilo Blaiotta, Stefano Guercilena , Francesco Merenda.
L’ACCADEMIA NAZIONALE DI SANTA CECILIA partecipa a Musei in Musica con eventi musicali gratuiti presso il Museo degli Strumenti Musicali dell’Auditorium Parco della Musica: la prova aperta della JuniOrchestra dell’Accademia nel Foyer antistante il Museo e brevi esibizioni musicali dedicate alle Suite per violoncello solo di Bach, a cura degli allievi dell’Alta Formazione dell’Accademia all’interno del Museo.
La CASA DEL JAZZ ospita i concerti gratuiti di Luca Filastro piano solo e Daniele Tittarelli/ Marco Acquarelli Duo, la CASA DELL’ARCHITETTURA – ACQUARIO ROMANO il concerto Angeli, Pastori e Magi – Natale Italiano con Nando Citarella, Pino Calabrese, Pietro Cernuto, Gabriella Aiello, Cimbalus Ensamble&Equivox.
Alla PROTOMOTECA si terrà lo spettacolo Quanto sei bella Roma con Maria Rosaria Omaggio, l’ensemble Le Vocidoro, Susanna Buffa, Chiara Casarico, Marta Ricci, Stefania Placidi.
L’ISTITUTO SVIZZERO DI ROMA – VILLA MARAINI propone ad ingresso gratuito la mostra La velocità delle immagini e il Mercato di Natale / Independent Music Labels con la partecipazione di etichette indipendenti dalla Svizzera e dall’Italia.

Ingresso gratuito, come di consueto, per l’accesso ai piccoli musei:

MUSEO NAPOLEONICO (concerto Trump et jazz con Michael Supnick, Alessandro Russo, Pierluigi Ausili, Vittorio Pavoncello);

MUSEO DELLA REPUBBLICA ROMANA E DELLA MEMORIA GARIBALDINA (concerto La zuppa di Garibaldi con Clara Graziano, Valentina Ferraiuolo, Teresa Spagnuolo, Flavia Ostini);

MUSEO PIETRO CANONICA A VILLA BORGHESE (spettacolo di musica e danza Materia e simmetrie con Marina Polla De Luca, Luca Gianobbe, Andrea Montori, Daniele Sanna, Riccardo Zelinotti, Chiara Marianetti, Marika Mascoli, Elena Salierno);

MUSEO DELLE MURA (La notte in cui nacquero gli dei, racconti, brani blues e jazz con Emiliano Begni, Cristina Romagni, Raffaella Misiti, Gina Fabiani e Bruno Corazza.);

MUSEO DI SCULTURA ANTICA GIOVANNI BARRACCO (concerto Dal passato al presente – Santa Cecilia Guitar Trio con Massimo Delle Cese, Gianluca Persichetti, Massimo Aureli),

MUSEO CARLO BILOTTI ARANCIERA DI VILLA BORGHESE (concerto Bilotti Soundtrack con musica da film proposta dal trio jazz Enrico Bracco, Andrea Nunzi, Vincenzo Florio).

Aderisce anche quest’anno la SAPIENZA UNIVERSITÀ DI ROMA con l’apertura gratuita del suo Polo Museale accompagnata da visite guidate, canti natalizi internazionali, e concerti di musica classica, blues, etnica.

Mostre ad ingresso ridotto

Saranno straordinariamente aperte di sera con un biglietto ridotto speciale le mostre Edward Hopper (ingresso 10 euro), Guerre Stellari (ingresso 6 euro), Antonio Ligabue (ingresso 6 euro) al COMPLESSO DEL VITTORIANO – ALA BRASINI, la mostra Artemisia Gentileschi e il suo tempo (ingresso 9 euro) al MUSEO DI ROMA PALAZZO BRASCHI e la mostra Picasso Images. Le opere, l’artista, il personaggio al MUSEO DELL’ARA PACIS (ingresso 9 euro).

Contest

Quest’anno avranno la possibilità di esibirsi a Musei in Musica anche giovani cantautori e band emergenti, grazie al contest gratuito X FACTORY promosso in collaborazione con l’Assessorato alla Qualità della vita, Accessibilità, Sport e Politiche Giovanili di Roma Capitale. I giovani artisti tra i 18 e i 29 anni, solisti o band, che entro il 27 novembre hanno inviato un proprio video musicale a Zètema Progetto Cultura sono stati selezionati direttamente dal pubblico tramite i social e si esibiranno sabato 10 dicembre presso lo spazio della FACTORY (MACRO Testaccio – La Pelanda) proponendo dal vivo tre brani originali.

Durante Musei in Musica tutti potranno partecipare al contest su Instagram utilizzando l’hashtag #MUSica16. Gli autori delle tre foto più belle saranno premiati con i biglietti per le mostre nei Musei in Comune.

SHARE’NGO, Mobility Partner di Musei in Musica, nella notte dell’evento, dalle ore 01.00 alle 06.00, riserva il servizio di car sharing elettrico gratuito a tutte le donne registrate al servizio. Per la registrazione www.sharengo.it.

Per il programma aggiornato degli eventi e degli spazi coinvolti www.museiincomuneroma.it

Ricapitolando:

Musei in Musica
Ingresso 1 euro per accedere a ogni museo, salvo che non sia diversamente indicato.
Musei aperti dalle ore 20.00 alle 02.00 (ultimo ingresso alle ore 01.00)
Diretta su Twitter e Instagram con #MUSica16
www.museiincomuneroma.it
Info 060608

Sabina Guzzanti al Teatro Vittoria con “COME NE VENIMMO FUORI”

All’impegno tv – che la vede ideatrice e interprete del “TG PORCO” in onda ogni giovedì in prima serata su La7 all’interno del programma “Piazzapulita” di Corrado Formigli – Sabina Guzzanti sta per affiancare l’impegno “live” del teatro, con lo spettacolo COME NE VENIMMO FUORI (Proiezioni dal futuro).

Scritto e interpretato SABINA GUZZANTI, lo spettacolo è un one-woman show satirico che arriva sul palcoscenico del Teatro Vittoria dal 13 al 18 dicembre, tappa romana di una lunga tournèe nazionale.

Lo spettacolo si svolge in un tempo immaginifico, un futuro finalmente armonico e civile, dove il denaro è tornato ad essere semplicemente un mezzo e non più un fine. E trasporta gli spettatori in un mondo fantastico, dove, perché non si perda la memoria e si scongiuri il pericolo di ripetersi, ogni anno si tiene un discorso celebrativo sulla fine del periodo storico, tristissimo e feroce, che altro non è che il nostro tempo presente: frustrazione, ignoranza, miseria, compensate da ore e ore trascorse a litigare su facebook e a guardare programmi demenziali, guidati da leader e ideologie che rendono uomini e donne incapaci di reagire a innumerevoli angherie.

Nato da approfondite ricerche sul sistema economico post- capitalista o neoliberista su cui l’autrice ha lavorato negli anni scorsi, lo spettacolo affronta questioni complesse e importanti attraverso la comicità e la satira e anche l’interpretazione di una galleria di personaggi contemporanei che mettono il pubblico nella condizione di divertirsi pur riflettendo.

COME NE VENIMMO FUORI

Come afferma Sabina Guzzanti: “Mi interessava studiare i motivi per cui oggi ci troviamo a vivere in un presente tristissimo e feroce. E’ stato impegnativo ma anche illuminante perché mi ha consentito di capire come è stato costruito il sistema. Un sistema che è una prigione, per farci credere che sia impossibile evadere. Ma riuscire a rendersene conto, di fatto, vuol già dire esserne fuori. E questa consapevolezza è già una bella forza”. Tanto che – come sottolinea ancora l’autrice – “scrivere il monologo mi ha dato molto ottimismo”, stato d’animo che ci si augura possa corrispondere – tra divertimento e riflessione – anche degli spettatori.

L’eredità di Gilmore Girls

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Ne abbiamo parlato mentre attendevamo con trepidazione i quattro episodi speciali su Netflix ripercorrendo tutte e sette le stagioni. E poi ancora quando finalmente l’ottava stagione è stata rilasciata: volevamo scoprire il finale tanto atteso firmato dalla creatrice Palladino (ma soprattutto confermare i sospetti sulle famose “4 Final Words”).

Ora che tutto si è concluso (almeno per coloro che hanno finalmente visto tutte le 8 stagioni) è arrivato il momento di trarre le conclusioni. Perché se Gilmore Girls, il nostro “Una mamma per amica”, ha conquistato così tanti fan, un motivo ci sarà. O forse più di uno.

Cosa mi è piaciuto

  • Il riscatto di Emily Gilmore
  • L’idea geniale di Jess
  • Il corto di Kirk e Petal

Cosa non mi è piaciuto:

  • L’eterna indecisione di Lorelai e Rory
  • Troppa Musica e troppe Canzoni
  • La lunghezza degli Episodi

Il Riscatto di Emily Gilmore

Nell’ottava stagione Emily entra a far parte delle team Gilmore Girls creando una sorta di triade. E’ stato assolutamente affascinante vedere lo sviluppo nel tempo di questo personaggio. Da matrona bacchettona, Emily è diventata una donna schietta e libera dalle convenzioni. Quando? Quando Richard, suo marito, è morto. Emily non rinnegherà mai il suo amore per lui, a cui manda un bacio ogni sera prima di dormire, ma lancia un messaggio davvero speciale a tutte le donne, molto più di Lorelai e Rory. Dopo cinquant’anni di matrimonio, dopo aver accantonato una laurea in Storia Moderna per fare la Signora di alta classe come era previsto nelle retrograde famiglie perbene, Emily si libera. Non ha bisogno di un altro uomo. La scena in cui l’amico di famiglia (che Lorelai ritiene il suo nuovo compagno) le dice che non può più portarla al museo per un impegno improvviso è stata assolutamente eloquente. Emily lo congeda in due secondi e al museo ci va da sola. Ma c’è di più. Nonna Gilmore si riscopre, tira fuori la sua cultura e si propone come guida per i bambini nel museo, ritirando fuori i suoi studi.

Lorelai e Rory nel Limbo

Rispetto a Lorelai, eterna bambinona, e a Rory, perennemente indecisa, Emily resta sempre un punto di riferimento. Nel bene e nel male. Devo ammettere che non ho molto da aggiungere sulla coppia madre-figlia perché alla fine Lorelai si sposa dopo 9 anni di convivenza (e per capirlo deve tentare di fare un’escursione nella natura, che ovviamente alla fine non fa), e Rory è ancora in totale balìa di Logan: l’unica decisione intelligente in tutti e quattro gli episodi è quella di lasciarlo definitivamente, anche se credo che nel cuore di molte fan ci sia la speranza che un giorno lui si liberi della sua vita fatta di regole e alleanze matrimoniali per scegliere chi ama davvero, cioè la sua “Scheggia“. E la gravidanza di lei potrebbe essere un’ottima possibilità di riflessione. Nella mia testa rimane un quesito, spero legittimo: Lorelai ha passato una vita a sfidare le convenzioni per poi risolvere una crisi esistenziale chiedendo a Luke di sposarlo? L’unica cosa davvero realistica tra Lorelai e Rory, insomma, sembra la disoccupazione di Rory. Sarebbe stata davvero la prima giornalista che a 30 anni, nel 2016, riusciva a vivere di articoli ben pagati.

Jess e Luke: due certezze

Il Team Jess sarà rimasto molto deluso. Lui è ancora preso da Rory ma lei è tutta presa da Logan. L’influsso positivo del nipote di Luke è evidente anche quando le suggerisce di scrivere il libro sulla sua vita. Non mi stupirebbe se Jess alla fine decidesse di crescere il figlio di Rory, soprattutto se Logan non riuscisse a ribellarsi dalla sua famiglia.

Cosa dire invece di Luke? Luke è una certezza. Dopo anni da burbero sappiamo bene che quando si tratta di Lorelai e Rory diventa un tenerone. Il monologo che fa alla compagna quando crede che lo stia per lasciare è tanto esilarante quanto romantico. Quindi che dire? Lorelai sei una donna fortunata! (Ma quanto ti ci è voluto per capirlo?)

Delusioni e Disappunti

Un po’ triste la fine di Lane, che alla fine resta la ragazza di provincia che a trentanni fa la mamma e non ha alcuna ambizione. Resta assolutamente un personaggio oscurato da Rory, mentre Paris, nonostante le sue nevrosi, alla fine dimostra sempre la sua personalità prorompente.

Deludente la presenza di Sookie, che compare (come Dean) solo nell’ultimo episodio, “Winter”. Ci saremmo aspettati di più da una delle protagoniste della serie e invece possiamo solo contare tutte le torte che ha preparato per il matrimonio di Lorelai. Vogliamo parlare di Christopher poi? La sua presenza, tanto negli anni quanto negli ultimi episodi, è davvero irrilevante. Inoltre la sua figura incarna il futuro di Logan come padre del figlio di Rory. Déjà-vu!

Un piccolo tributo a Petal, il maialino di Kirk. Le sue grida mi hanno fatto sognare.

I quattro episodi finali complessivamente ci rendono malinconici. Ci fanno chiudere finalmente il cerchio, ci indirizzano verso un ipotetico futuro, ma alla fine dei giochi un’ora e mezza di puntata è troppo pensate, soprattutto se infarcita di musical e balletti.

Anche il matrimonio di Lorelai onestamente non mi ha convinto. Sembrava la sigla di un teen drama.

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Insomma “A Year in a Life” era necessario. Era assolutamente indispensabile per dare pace al cuore dei fan. Però forse si poteva fare di più. Emily Gilmore esclusa (non smetterò mai di ripeterlo).

Alessia Pizzi

Lemmi fantastici e come salvarli

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Lemmi fantastici e come salvarli

È ormai una settimana che comincio ad accusare sintomi allergici e tic nervosi senza sapere bene quale sia la loro origine.

L’antistaminico si sta velocemente rivelando inefficace, probabilmente tutto questo è un effetto psicosomatico dovuto a stress e alterazione della percezione realtà-immaginazione.

Solo ora mi rendo conto di cosa si tratti davvero, di quale sia il fattore scatenante che sta mietendo anticorpi, difese immunitarie, globuli bianchi, piastrine, neuroni e chi più ne ha, più ne metta.

Quella parola, quella bella parola che in tanti ultimamente si stanno affannando a utilizzare, che dico, a SFRUTTARE! La vedo scritta ovunque, spacciata come pillola curativa di una febbre che non esiste e che ormai è diventata un blob fagocitante. Dove mi giro, c’è lei. Dove penso di trovare un angolo di serenità, ecco che sbuca col suo sguardo da bestia deflorata della sua dignità per svolgere un lavoro infame.

Perché è questo che è successo: la parola “Referendum” è comparsa troppe volte in quest’ultimo periodo e sta accumulando tutto il lerciume che si deposita tra le fughe di Facebook e Twitter, sta implorando pietà e non vuole più essere maldestramente usata da chiunque per poter garantire diritto di libera espressione. Come quando si ripete continuamente una parola nella propria testa e lentamente si svuota di significato, sta succedendo esattamente questo e il mio corpo cerca di comunicarmelo. Presto la parola succitata diventerà un semplice grumo di lettere che non porterà con sé più alcun senso compiuto, diventerà un mero contenitore, un guscio vuoto di un animale che ormai è diventato materia primaria per un brodo di infima qualità, servito nei peggiori bar di Caracas.

Per questo mi trovo in questo momento a scrivere in difesa di questo povero lemma, di questa fragile ma bicentenaria creatura che esiste esclusivamente in un universo creato a immagine e somiglianza dell’essere umano, di questa povera parola che protrae la sua esistenza dall’epoca in cui tronfi cimieri sormontavano le teste delle guardie romane, ormai schiavizzata impunemente da chiunque si sia sentito in dovere di dare il proprio contributo, per quanto non espressamente richiesto.

Propongo di salvaguardare la veridicità, la credibilità di tale parola lasciandola riposare per qualche giorno senza mai nominarla o, in alternativa, di darle un soprannome che non costituisca in un suo diretto richiamo fonetico, al fine di lasciare che la sua convalescenza prosegua senza intoppi e che, una volta interamente rimessasi in sesto, possa recuperare il suo completo senso compiuto e stimolare al meglio quelle porzioni di cervello relative al rispetto, linguistico e non solo, e alla costruzione corretta di frasi. Lasciamo che essa si riprenda dall’orrore di cui è stata violentemente intrisa e che la sua esistenza torni a proseguire serenamente, al pari di parole come “Calcestruzzo”, “Plafoniera” o “Simmenthal”.

In attesa del suo sfavillante ritorno, chiamiamolo PINA.

La Pina Costituzionale.

Fa schifo, vero? Ma è proprio quello che si ottiene nel momento in cui si arriva a sfibrare un concetto dopo averlo martoriato impunemente e senza ritegno con la scusa di dover esprimere qualcosa che, guarda caso, è già stato detto un numero incalcolabile di volte.

Beccatevi la Pina, adesso.

Questa è una campagna di sensibilizzazione linguistica sull’abuso coatto di parole che il più delle volte non ci competono per via di diversi fattori, quali:

[dt_list style=”1″ bullet_position=”middle” dividers=”true”][dt_list_item image=””]Assente o parziale padronanza del mero significato di tale parola;[/dt_list_item][dt_list_item image=””]Utilizzo improprio di tale parole per via del punto 1;[/dt_list_item][dt_list_item image=””]Bisogno incontrollato di fornire la propria opinione ben lungi dall’aver correttamente compreso il contesto entro cui tale parola malauguratamente compare;[/dt_list_item][dt_list_item image=””]Totale assenza di pensiero coerente dietro ogni pensiero “libero” che includa la Pina.[/dt_list_item]

Tuni Laurenti

Harry Potter in concert: la magia si fa musica

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Harry Potter in concert: la magia si fa musica

L’Orchestra Italiana del Cinema (O.I.C.) regala all’Auditorium Conciliazione di Roma il Cine-Concerto “Harry Potter e la Pietra Filosofale”.

Cosa magica la musica, e per scoprirne i poteri niente poteva essere meglio del maghetto con gli occhiali più amato di tutti i tempi. Stiamo parlando della particolarissima esperienza regalataci dall’ Orchestra Italiana del Cinema il 2,3,4 dicembre all’Auditorium Conciliazione di Roma.. Parte del tour mondiale di cine-concerti lanciato da CineConcerts e Warner Bros lo scorso giugno. Inutile dire che è già sold out in tutti i teatri in cui è stato annunciato. Lo spettacolo consiste nella visione dell’amatissimo film con l’esecuzione dal vivo dell’intera colonna sonora in sincrono con immagini e dialoghi. E ciò che accade è sconvolgente.

harry potter cine-concerto

Che la magia abbia inizio!

Si finisce per distrarsi dal film. Per venire trasportati sull’onda di quelle musiche che tutti conosciamo ma che avevamo relegato al ruolo di contorno ad immagini e azioni. La musica non accompagna il film, la musica è il film. Ed è proprio lei ad attivare i nostri sentimenti, più di qualunque dialogo o immagine. E’ lei che ci fa fremere di curiosità all’ingresso a Diagon Alley. Sempre lei ad inquietarci al sofferto racconto delle origini di Harry. Plana nella sala grande insieme a gufi, dribbla gli avversari con le scope nella partita di Quidditch, cade dal tetto con il povero maldestro Pacioc.

La colonna sonora riconquista finalmente il suo ruolo. Ci si rende conto solo ora che è lei a farci evolvere con il giovane Harry, a farci provare le sue sensazioni. E’ merito suo se ogni volta che vediamo il film siamo noi stessi a partire per Hogwarts. A vincere Voldermort, pardon, Colui-che-non-deve-essere-nominato. Ad essere forti come Harry, dall’alto dei suoi undici anni, è. La musica opera una vera e propria magia rendendo possibile tutto ciò che amiamo. Ci fa sentire a casa in un mondo parallelo.

Non stupisce quindi che il pubblico presente sia quanto mai vario: famiglie, nonni, adolescenti, bambini di tutte le età. Tutti fan del famosissimo maghetto e tutti trascinati da un incredibile entusiasmo che ha reso la serata un evento indimenticabile. Dall’ingresso in sala ai titoli di coda.
E chi pensava che servisse una bacchetta per fare magie ha dovuto ricredersi, è bastato un violino.

Chiara Marchesi

Id Portraits: ritratti senza tempo come muri graffiati

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A partire da martedì 6 dicembre, ore 18:30, un progetto inedito di ritratti su commissione che mescolino archeologia e cultura urbana.

Un ritratto per immortalare il presente, che si ispiri al passato, da tramandare nel futuro. Un progetto affascinante e senza tempo quello promosso dalla titolare di “Galleria 28 Piazza di Pietra” Francesca Anfosso e del curatore Gianluca Marziani, nel contesto della mostra di successo “Urban Human”, la personale di Andrea Capanna visitabile sino al 30 dicembre 2016. A disposizione di curiosi e appassionati di arte è proprio la sua particolarissima tecnica, protagonista della mostra in questione: la stratificazione su base lignea di cemento, calce, sabbia e intonaco, depositati e dipinti per strati, lavorati con carta vetrata, spatole e spazzole di acciaio.

“I volti di Capanna – spiega Gianluca Marziale ribadiscono un’aura e una distanza necessaria, mantenendo così la memoria nel suo habitat flemmatico e pigramente solenne. Materiali semplici e tecniche muscolari danno forma a un ritratto sospeso, al confine tra durezza materica e fluidità cerebrale, in perfetta sintonia con i paesaggi pittorici dell’artista. Il volto come parte umana del paesaggio urbano”.

Tele come muri, muri come opere d’arte. Un approccio inedito che mescola archeologia e cultura urbana. A partire da martedì 6 dicembre, ore 18:30, l’artista sarà a disposizione per la realizzazione di ritratti unici al mondo. Per l’occasione sarà possibile posare per un fotografo, scatto da cui si partirà per la fase creativa e produttiva di Andrea Capanna. Ma sarà anche possibile vedere e farsi ispirare dalle trenta opere esposte, divise in due sezioni: “urban” e “human”.

Id Portraits

I MURI DIVENTANO QUADRI – Nei quadri della serie “Urban”, l’Artista propone Roma come protagonista centrale dello sguardo, rappresentandola secondo scorci suggestivi e inediti, sul filo di una “cementificazione” al contrario che ritrova la complessità del Novecento italiano e reinventa la bellezza cruda dell’essenza archeologica. “Andrea Capanna vive e lavora a Roma. E non poteva essere altrimenti – spiega il Curatore della mostra Gianluca Marziani nel catalogo della mostra – vi basterà un solo quadro per comprendere le origini di un’attitudine mineralizzata, biologicamente e archeologicamente romana. Un’appartenenza, però, senza retorica, in cui Roma non è più solo un soggetto tematico, in cui lo sguardo ragiona dentro la metafisica della rovina con il suo metabolismo incessante. Un viaggio pittorico che “usa” Roma per scrivere la propria storia (l’artista con le sue visioni private) attraverso le propaggini della grande Storia (la Capitale con tutto il suo portato imperiale)”.

IL RUOLO DEL “PROFILO” – Nella sezione “Human”, invece, Capanna riprende il “motivo” del ritratto di profilo, un genere ad oggi poco utilizzato ma largamente diffuso in epoca rinascimentale, nell’antica tradizione dei cammei e nelle monete. “Quei volti sono spesso di profilo – aggiunge Marziani – e ribadiscono un’aura e una distanza necessaria, mantenendo così la memoria nel suo habitat flemmatico e pigramente solenne. Materiali semplici e tecniche muscolari danno forma a un ritratto sospeso, al confine tra durezza materica e fluidità cerebrale, in perfetta sintonia con i paesaggi pittorici dell’artista. Il volto come parte umana del paesaggio urbano…”.

BIOGRAFIA DELL’ARTISTA – Andrea Capanna nasce nel 1969 a Roma, dove vive e lavora. Laureato in Teorie e Pratiche dell’Antropologia presso l’Università La Sapienza, dopo aver frequentato tra il 1994 e il 1996 l’Accademia di Belle Arti di Roma. Tra le sue esposizioni personali, “Muri”, a Roma, nel 2011; “Pittura e fotografia in condominio”, nel 2006; Azzurro Scipioni, nel 2004. Tra quelle collettive, “Insoliti Punti di Vista” nel 2012 e la XV edizione Massenzio Arte nel 2011.

Oceania, il nuovo classico Disney solca le onde

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Oceania, il nuovo classico Disney solca le onde

Che poi, dopo quasi 80 anni di film, non si può chiedere troppo alla Disney, nemmeno in un settore come quello dell’animazione nel quale la creatività dovrebbe dominare sempre. E siamo sinceri, ai film d’animazione che rientrano nel canone ufficiale dei classici Disney si vuole sempre un po’ di bene a prescindere.

Il preambolo è doveroso, perché adesso Oceania non inventa nulla, sfrutta un canovaccio abusatissimo, il viaggio ed il desiderio di conoscere il mondo rompendo le convenzioni, e per tutta la durata del film si limita ad eseguire il compito senza particolari guizzi, né riguardanti la vicenda né riguardanti chissà quali esplorazioni tematiche. Però nonostante tutto, o forse proprio perché siamo come spettatori talmente assuefatti al pilota automatico delle storie Disney che possiamo permetterci di notare altri aspetti, Oceania porta in sé almeno un paio di elementi originali ed importanti.

In primis, l’ambientazione. Oceania ci mostra per la prima volta il paradiso delle isole polinesiane, andando a schiudere lo scrigno della mitologia locale che mai nessuno aveva toccato. Nell’ampio ed importantissimo discorso sulla “diversity” che sta investendo il cinema in questi anni, avere al centro della scena personaggi che appartengono a nazionalità poco visibili, con una protagonista non bianca, è già un piccolo evento. E poi, la protagonista Vaiana è in tutto e per tutto la principessa più femminista di sempre per la casa del topo dalle grandi orecchie: nemmeno Frozen aveva osato tanto, qui Vaiana non solo non ha mai un love interest, nemmeno accennato, ma non lo cerca e non lo trova casualmente, e il suo è un viaggio di consapevolezza e presa di coscienza identitaria in cui l’indipendenza della donna è il fulcro primario. Chissà de la Disney molto poco casualmente aveva immaginato di far coincidere tale messaggio con le elezioni presidenziali americane, ma sappiamo tutti come è andata a finire.

Ormai dal post-Frozen la Disney ha ritrovato e riscoperto la propria formula vincente, rispolverata e ammodernata naturalmente, in cui le risate, le riflessioni e le canzoni vanno insieme a personaggi forti e messaggi adulti. Si poteva indubbiamente fare di più, il discorso ecologista, oltretutto non certo rivoluzionario, è un po’ perso per strada, ma Oceania convince e diverte e segue alla lettera tutto ciò che funziona in un canonico film d’animazione di primo livello. Per una bella serata natalizia al cinema, basta e avanza.

Vuoi saperne di più sulle principesse Disney moderne? Allora leggi il libro che abbiamo recensito!

Un secolo Disney: bye bye principe azzurro!

Emanuele D’Aniello

SOUNDINGS, la musica delle maree

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SOUNDINGS, la musica delle maree

Lucia Romualdi è un’artista concettuale, lavora con la musica colta. L’installazione esposta al MAXXI dal 18 al 20 novembre scorso in collaborazione con Francesco De Gregori è un’ opera sugli spazi e sul tempo.

Il lavoro, per la prima volta presentato a Napoli quest’estate è stato portato al MAXXI, in uno spazio grande e accogliente. Le parti da osservare sono diverse, per aspetto e significato. Dal cerchio luminoso proiettato in terra e sulle pareti, ispirato a Galileo, che Lucia riprende spesso nei suoi lavori, alla musica insieme a De Gregori. Francesco ha riscritto e ricantato “Cardiologia” un brano del 2006, all’interno del quale viene inserito il rumore del vento del proiettore, c’è un vento, e nella musica viene riprodotto, cadenzato a ritmo regolare. L’effetto è stato inserito da De Gregori all’interno del brano musicale per creare una sintonia tra gli elementi, “è venuto a studio ed ha registrato l’aria che usciva dagli apparecchi ” dichiara Lucia. Il proiettore contiene sette frame che con cura lei ha messo nei piccoli telai in plastica, “sono pellicole sviluppate nella camera oscura e stampate su materiale che io scelgo, in particolare questi sono i dati delle maree e i porti dell’Isola di Giava, della Cina e della Corea, ho raccolto i dati ,che sono nei tabulati, di tutti i porti del mondo” ci spiega l’artista. Sono arti visive: le pellicole sono ordinate con una sequenza precisa e con l’intento di mettere la luce in suono, per dare la sensazione dell’allontanamento.

soundings maxxi

I dati delle maree sono particolari, la marea è attrazione a distanza, e Lucia lavora su questo, allontanarsi daè un’ipotesi non è una certezza. Sono 11 i porti e ogni 11 secondi si muove il lavoro, l’installazione; ci sono tre tempi: quello della musica che si muove a ritmo, quello della luce – una sfera con dimensioni diverse proiettate sulla parete – e il terzo, un battello che rappresenta il tempo dell’infanzia, una piattaforma, le onde il mare un viaggio e un hangar da dove partire.

Al centro della stanza c’è una struttura, un ring con una luce al centro, la sensazione è quella di dare un’occhiata del palcoscenico di sinistra, il punto di vista dell’attore: Stage Left, un ‘occhiata obliqua. Noi non sappiamo se siamo attori o pubblico è una visione ambigua e soggettiva.

soundings maxxi

“L’installazione siamo noi, in una piazza, il ring è parte dell’installazione, lo attraversiamo, siamo partiti dalle colonne di ghisa che sorreggono questo teatro che è la vita, un salto verso un palco, un teatro di un palco, un hangar prima della partenza o il palco della musica e anche noi ne facciamo parte” spiega l’artista emozionata e decisamente coinvolta in quest’opera, sua personalissima e accogliente con in sottofondo  “Cardiologia” questa voce come se fosse un vento, dove tutto sparisce.

Sara Cacciarini

Rocky Horror Show al Teatro Sistina di Roma

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Dal 29 novembre al 4 dicembre Show Bees ha il piacere di presentare Rocky Horror Show, il musical rock più amato di sempre in scena al Teatro Sistina di Roma in un tour europeo.

Proseguirà poi come seconda tappa italiana al Teatro Rossetti di Trieste dal 6 al 10 Dicembre. Alla regia, Christopher Luscombe.

Nato nel 1973 ad opera di Richard O’Brien e diretto per la prima volta da Jim Sharaman, The Rocky Horror Show è uno dei musical più riproposti di sempre, che colleziona anno dopo anno un numero sempre più alto di fan sfegatati che continuano a farsi coinvolgere dal suo potere liberatorio e imperituro e dalla colonna sonora rock intramontabile.

Nel 1975, poi, i due artisti proposero un adattamento cinematografico, al cui nome aggiunge la parola Picture, che ne identifica la natura filmica, di cui abbiamo già discusso in passato. La recensione del film la potete trovare qui. L’adattamento cinematografico in italiano prevede solo i sottotitoli e non è mai stato doppiato (e grazie al cielo!) mentre la versione teatrale è interamente in inglese perciò tenetelo bene a mente quando acquistate i biglietti.

rocky horror show teatro sistina

I due novelli fidanzati, Brad e Janet, decidono di fare visita al professore universitario che li fece conoscere e mentre sono in viaggio, in una tipica serata piovosa, finiscono per chiedere aiuto ai bizzarri abitanti di un castello nelle vicinanze a causa di una ruota forata. Finiranno per prendere parte ad una festa assolutamente fuori dalle righe e a un esperimento dello scienziato pazzo – e travestito! – Frank’n’Furter che darà vita a Rocky Horror, un uomo palestrato, abbronzato e biondo, che diventerà il suo nuovo amante. I due fidanzatini, ormai risucchiati nella spirale di follia in cui tutta la situazione sembra essere sprofondata, arriveranno al punto di perdere qualunque tipo di inibizione, dimenticando i costumi perbenisti della loro epoca e prendendo parte allo spettacolo finale.

“Don’t dream it, be it!”, non sognatelo, siatelo! Qualunque cosa sia, non lasciatela fluttuare nei vostri sogni più reconditi, fatela uscire e abbandonatevi ad essa!

Abbiamo a che fare con uno show che, pur essendo nato negli anni ’70, continua a rimanere attuale con il suo messaggio di liberazione e accettazione della propria natura, qualunque essa sia, e una delle sue caratteristiche più peculiari e allo stesso tempo attraenti è la collaborazione del pubblico, che è chiamato a prendere parte allo spettacolo con battute e gesti di rito.

rocky horror show teatro sistina

È sicuramente una cosa fuori dall’ordinario, normalmente il pubblico dovrebbe limitarsi a tacere, ad applaudire tra una scena e l’altra – a volte a non applaudire affatto, per non interrompere momenti salienti che verrebbero coperti dallo scroscio degli applausi– al massimo a chiedere il bis. Specialmente in Italia, è una cosa che non si usa fare (tranne che in certe situazioni o durante festeggiamenti appositamente dedicati) ma se vi capiterà mai di assistere al Rocky Horror Show nel Regno Unito o negli Stati Uniti, sappiate che potreste trovarvi a dividere la sala con spettatori vestiti in biancheria, calze a rete e tacchi stratosferici, armati di pistola ad acqua, manciate di riso e con la strana abitudine di contestare il narratore.

Non è comunque così raro incappare anche in Italia in accaniti fan che sanno già quali battute dire e cosa fare, a seconda delle scene, e non abbiatene a male se salteranno sul posto durante “The Time Warp” o se accenderanno delle luci durante “Over at the Frankenstein Place”, piuttosto imitateli. Questo musical celebra da sempre la gioia di essere pazzi, di darsi al piacere completo e il divertimento è assicurato quando si è chiamati a partecipare insieme agli attori.

Ovviamente, c’è una serie di accorgimenti che anche lo spettatore più veterano deve tenere a mente e non si può assolutamente andare alla cieca altrimenti si finisce per disturbare gli attori e i propri vicini di posto e per fare un’irrimediabile figuraccia.

Riportiamo una Audience Partecipation Guide in italiano (tranne che per il copione, il quale, ci teniamo a ricordarlo, è interamente in inglese e non è mai stato tradotto) che si può trovare tranquillamente su internet e che spiega passo passo come comportarsi sia durante una proiezione pubblica del film sia durante una rappresentazione teatrale. Potete scaricarla qui di seguito Audience Partecipation Guide, cosa dire e fare durante lo spettacolo.

Detto ciò, auguriamo a tutti una buona visione, un buon divertimento e una completa perdita delle inibizioni, almeno durante lo spettacolo!

Tuni Laurenti