Eneide: “È l’amore della donna che fa l’uomo”

“Il fatale regalo di Minerva, io non mi fido dei greci anche quando fanno i doni” 

Sibilla Cumana

Virgilio in questa frase riassume tutta la tragedia dell’Eneide, ultima della “Trilogia del mito” messa in scena al Teatro Quirino.

Una prospettiva diversa, vista dagli occhi di noi donne, un percorso che accompagna lo spettatore in un sogno magico, dalla Sibilla Cumana (Giulia Innocenti), alla moglie di Enea Creusa (Francesca Golia) fino alla mitologica Didone (Nadia Kobout). La maestria di Matteo Tarasco ha accompagnato lo spettatore nelle tre serate dedicate ciascuna a un poema: Iliade, Odissea ed Eneide. Il testo danza tra le tre protagoniste, alcune parole sono “rubate” a Virgilio dalla traduzione di Cesare Vivaldi poi arrangiata dal regista. Altri tratti provengono da Ovidio, Heroides (25 a.C.), collezione di lettere d’amore che Ovidio immagina delle amanti degli eroi. Per Didone i testi sono del grande drammaturgo Christopher Marlowe, Didone, regina di Cartagine (1586), mentre alcuni inserimenti sono di una poetessa americana degli anni ‘40, Elizabeth Smart, Sulle fiumane della Grand Central Station mi sono seduta e ho pianto (1945). Il testo di Creusa, che è la più dimenticata tra le eroine, è tratto dal secondo canto dell’Eneide.

Creusa
Le musiche elaborate e scelte da Riccardo Benassi, sono di Craig Armstrong, Brian Eno e del greco Vangelis, a cui si devono alcune celebri colonne sonore: Momenti di gloria, Blade Runner, Missing e Antartica.
La danza dei testi delle tre donne si srotola nella trama. Si inizia con la Sibilla cumana, che nel poema ha il ruolo di veggente e guida di Enea nell’Oltretomba, una figura leggendaria: Apollo, innamoratosi di lei, le offrì qualsiasi cosa purché diventasse la sua sacerdotessa; così lei chiese l’immortalità scordandosi di chiedere la giovinezza e consumandosi ogni giorno di più nella vecchiaia, fino a diventare un esiguo piccolo corpo. 

Enea m’implora di accompagnarlo negli Inferi a trovare il padre morto. Gli dico di portare con sè il ramo d’oro per tornare dagli Inferi entrando nei Campi Elisi, riposo dei poeti sacri.

Didone
Poi arriva Creusa,la moglie che Enea ha perduto fuggendo da Troia in fiamme:

Io c’ero, ho visto 10 anni di guerra, io c’ero! Enea ha già vestito le armi e riempio di gemiti la casa, accanto c’è Ascanio, una lingua di fuoco ci avvolge, Enea comincia a correre verso Achille, Cassandra predice l’imminente destino. Enea si risveglia dal sonno di soprassalto ed io lo consolo, ha visto un angelo, di Ettore che ci parla è il vento fatale, strage di questa notte e il supremo cavallo vomita gente armata.


Infine Didone,che si uccise con la spada che Enea le aveva donato quando lui l’abbandonò, dopo essere stato accolto come naufrago e amato nella sua Cartagine:

Ho pianto con te e per te per il triste destino della ora nostra. Bastava una tua mano per fare la mia felicità. Il giorno dopo che ti conobbi andammo a caccia nel bosco, da allora, il primo bacio nella grotta, il tuo amore fa ciò che gli piace dentro di me, un solo tuo bacio mi ha resa immortale.

Lo spettacolo è magico, sembra di essere in un sogno nel quale le tre protagoniste danzano versi vestite di porpora (bellissimi i costumi di Chiara Aversano), la lentezza voluta dal regista per dare più effetto alle parole e alla musica porta intensamente lo spettatore tra gli Inferi, le fiamme e l’abbandono di Enea, che sotto l’ègida del destino non poteva fare altro che non sottrarsi alla propria sorte.

Sara Cacciarini


Foto di Matteo Nardone

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