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The Square, un santuario di fiducia e altruismo

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The Square, il quadrato, è letteralmente uno spazio nel quale siamo costretti a confrontare noi stessi.

È il nuovo spazio del museo svedese al centro del film di Ruben Ostlund, un’opera d’arte moderna nella quale tutti gli uomini sono uguali, e soprattutto buoni. Il problema è che il mondo non è quadrato, ma tondo. Al di fuori, ovvero nel nostro vero mondo, nel nostro quotidiano, la società in cui viviamo è un continuo masso che cade in un precipizio. Sempre più giù, sempre più velocemente.

Ostlund prosegue la strada iniziata col suo precedente film Forza Maggiore. Anche questa è una satira, anche questa è una dark comedy. The Square, onestamente, fa più ridere, ma risulta ancora più acido e sgradevole; è anche più lungo come durata, ma ha un ritmo ancora più soffocante.

Una serie di paradossi insomma, e proprio questo è il bello. Dopotutto la mira di Ostlund è quella al mondo dell’arte, al direttore di un museo d’arte contemporanea, una persona intelligente e preparata ma vanitosa ed egocentrica, irascibile e astruso. Un simbolo della società borghese, e The Square, uscendo dal suo stesso quadrato, fa calare il velo dell’intera umanità.

La satira di Ostlund è pungente perché porta a fare domande che non vorremmo porci. Ci mostra situazioni che non vorremmo vivere. Mette a disagio, scatena una reazione emotiva, spesso di disgusto, esattamente come la vera arte dovrebbe fare.

Ostlund si diverte, è chiarissimo. In un gioco meta chissà quanto voluto, diventa in pratica lui il borghese vanitoso che dall’alto di non si sa bene cosa provoca da una posizione di finto controllo. Ma la sua corrosiva visione è anche autocritica, e il punto centrale esattamente come nel film precedente è rivolto al mondo maschile. Il suo protagonista, che gira in Tesla ed esulta come un animale sotto scarica di adrenalina, è un tipico ipocrita del suo genere.

Se l’uomo di Forza Maggiore piangeva, quello di The Square sguazza nei vizi e nei difetti. I maschi di Ostlund sono figure arroganti e deboli, incapaci di dominare gli impulsi. E, pur se provano a nasconderlo, sono costantemente spaventati da ciò che li circonda. Terrorizzati, letteralmente, di perdere uno status naturale che non si sono mai meritati. Non a caso il protagonista è messo in scacco, concretamente e moralmente, da un bambino, che ha più coraggio e etica di un adulto.

Si potrebbe addirittura definire la visione di Ostlund come autentica misandria. In realtà l’autore svedese con The Square allarga il raggio d’azione, abbatte il politicamente corretto della società moderna, le ipocrisie e le differenze di classe che ogni giorno erigono muri inutili. Il museo d’arte contemporanea non raffigura, allora, solo l’esilarante presa in giro di un mondo inesplicabile alle masse, ma anche quella chiusura mentale, quella torre d’avorio che fa perdere il contatto con la realtà umana.

The Square non offre soluzioni, naturalmente. Il suo compito è quello di mostrare e forse abbattere muri.

Lo fa con arguta ironia e soprattutto col coraggio di mettere veramente a disagio lo spettatore. In fondo, provare ribrezzo vuol dire che dentro siamo ancora umani, nel migliore dei casi. Nel peggiore, che invece vorremmo abbandonarci gli istinti e quasi invidiamo chi non ha più sovrastrutture mentali o sociali. Come l’uomo scimmia che, nella scena più pazzesca del film capace di trovare una linea di confine bizzarra tra Von Trier e Bunuel, col suo comportamento animalesco prima accentua l’impotenza della società borghese e poi fa esplodere la violenza innata dell’uomo.

È allora è meglio abbandonarsi al caos che già esiste, oppure provare tutti ad entrare nel quadrato e viverlo seriamente?

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Emanuele D’Aniello

Stranger Things 2 si tinge di Resident Evil

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Sarà l’atmosfera anni Ottanta, sarà il gruppetto di piccoli nerd, sarà il ritorno della mitica Winona Ryder, ma la seconda stagione di Strangers Things è stato uno dei ritorni più attesi firmati Netflix.

Trama senza spoiler

Senza regalare spoilers gratuiti a chi deve ancora gustarsi i nuovi episodi, usciti lo scorso 27 ottobre, si può comunque dire cosa è apprezzabile di questa nuovissima stagione, cotta in mangiata in pochissimi giorni.

Rispetto alla prima stagione si delinea di più il personaggio di Will, protagonista indiscusso di queste puntate, come si poteva intuire dall’ultimo episodio del precedente capitolo. Dopo essere stato salvato dal cosiddetto “Sottosopra”, Will aveva infatti sputato nel lavandino del bagno una sorta di parassita per poi fingere di stare bene. In questa stagione, oltre a scoprire il suo legame col Demogorgone, scopriamo anche la sua indole timida e delicata, ma soprattutto il suo forte legame con Mike, ancora scosso per la perdita di Undici.Stranger Things seconda stagione

Trailer

Nel trailer della seconda stagione era stato svelato il ritorno della misteriosa ragazzina dagli straordinari poteri.

Questa stagione racconta qualcosa in più anche sulla sua identità, ma soprattutto sulla sua personalità e sul suo potenziale. Non sarà l’unica presenza femminile, però, del team: ci sarà una new entry altrettanto interessante, che porterà in scena qualcosa in più dei primi amori adolescenziali.

Alcuni fan si sono lamentati dell’ansia di Joyce, mentre il personaggio ha delle sfaccettature davvero interessanti. Joyce non è una mamma eroica, ma senza dubbio è una donna determinata a salvare sempre e comunque suo figlio. Lo stesso vale per l’altro suo figlio, Johnathan, che in questa stagione riuscirà a risolvere le questioni in sospeso con l’algida Nancy.

Stranger Things seconda stagione

Tutti i personaggi vivono una profonda maturazione

Lo stesso Steve, il Re della scuola, nonché fidanzato di Nancy, tirerà fuori lati di sé davvero inediti. E non è l’unico: il capo della polizia, Hopper, si rivelerà il gigante buono della serie tv.

Più in generale la serie è meno nerd della precedente e leggermente più horror. Le tre puntate finali propongono alcuni deliziosi quadretti alla Resident Evil. Gli appassionati della saga ricorderanno sicuramente i cani zombie… E se il braccio è quello di Hopper e la mano è quella di Undici, la mente stavolta è di un nuovo personaggio che si farà amare in cinque secondi.

Come sempre, però, Stranger Things non è solo mondi oscuri e mostri spaventosi. È principalmente una storia che parla di amicizia, ricordando molto il recente film su IT, in cui recita lo stesso Finn Wolfhard peraltro.

Insomma, la seconda stagione è assolutamente promossa.

Alessia Pizzi

Recensione della terza stagione

Stranger Things terza stagione: il sottosopra è tornato

Anticipazioni quarta stagione

Si Muore Tutti Democristiani, la sicurezza prima di tutto

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Non è assolutamente giusto giudicare un film in base al paragone con un altro.

Ma, approcciandomi a Si Muore Tutti Democristiani, avevo forti dubbi pensando ai vari youtubers che hanno provato il salto dal web al grande schermo. Come sempre, quello che funziona in 5 minuti non funziona in 90 o più minuti. Fortunatamente i primi a saperlo sono proprio quelli di Il Terzo Segreto di Satira, e quel rischio non si è affatto replicato.

Possiamo dire che Si Muore Tutti Democristiani è una commedia divertente e soprattutto incredibilmente intelligente, sia in ciò che propone sia per come nasce. A differenza di altri colleghi del web, quelli di Il Terzo Segreto di Satira hanno continuato a fare ciò in cui riescono, hanno avuto la lungimiranza di realizzare una storia semplice e sviluppata in maniera strutturata, e hanno avuto inoltre l’umiltà di affidarsi ad uno sceneggiatore esperto – Ugo Chiti – per sistemare l’ovvia inesperienza. Insomma, hanno capito che fare cinema non è fare sketch sul web, e assolutamente non un gioco.

Soprattutto, hanno tenuto da parte il concept e si sono affidati all’esplorazione dei personaggi.

La storia di Si Muore Tutti Democristiani è estremamente basilare. Come si evince dal titolo, parla del canonico imborghesimento delle persone raggiunta una certa età, la ricerca quasi necessaria della serenità rispetto alle pulsioni, non solo ideologiche, degli anni giovanili. Un’idea che, appunto, sarebbe stata ottima anche per uno sketch di 10 minuti. Ma questa premessa, che alla satira sociale accompagna soprattutto la satira generazionale, riesce a convincere per 90 minuti in maniera perfettamente organica grazie proprio alle storie dei tre protagonisti.

Ognuno ha il proprio momento. Ognuno ha la propria vicenda, i propri dubbi, i propri ricordi. Soprattutto, ognuno ha le proprie motivazioni ed esperienze personali per arrivare alla scelta finale. E anche se non si ha l’età dei personaggi, le loro vicende sono talmente comuni da diventare fantasmi del futuro anche per i più giovani.

E poi, non dimentichiamolo, Si Muore Tutti Democristiani è una commedia che fa ridere. Dovrebbe essere scontato, ma spesso non è così col cinema italiano. Ha le gag giuste nei momenti giusti, sa quando osare con scene addirittura surreali e sa quando fermarsi senza allungare le scene all’infinito. E, nonostante la recitazione non possa essere naturalmente matura, i tre attori non alzano mai il tono sopra le righe. Anzi, mantengono sempre quell’aria familiare, ironica ed empatica.

In sostanza, Si Muore Tutti Democristiani è un film vero, una commedia pensata.

Non sarà il film dell’anno o un capitolo che rivoluzionerà il cinema italiano. Ma qualcosa di rivoluzionario, seppur in maniera paradossale, lo dimostra: capire che invece di strafare talvolta bisogna avere l’umiltà, e l’intelligenza, di cercare l’efficacia con la semplicità. Come ci insegna proprio la morale satirica della vicenda dei tre, dopotutto. La sicurezza viene prima di tutto.

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Emanuele D’Aniello

A Mr Kaos torna Heart Shaped Box: la Skatola e il programma autunnale

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Nel finesettimana del 27-29 ottobre è tornato a calcare le scene di Mr Kaos lo spettacolo voyeuristico “Heart Shaped Box”.

Il testo, scritto interamente da Alessandra Flamini è da essa interpretato insieme con Emanuele Capecelatro. A Mauro Fanoni è affidata la regia. Concepito, come già altre rappresentazioni a firma Flamini e Fanoni, per uno spazio scenico di circa cinque metri quadri, questo format è stato definito uno spettacolo in “skatola”. Recitato per la prima volta a Mr Kaos nel marzo 2016, è stato riproposto al pubblico dell’associazione culturale il 27, 28 e 29 ottobre scorsi.

Heart shaped box si svolge nel camerino di un nightclub.

Sophie è una ballerina. La danza è tutto per lei: fonte di sostentamento e passione innata. Purtroppo deve fare i conti con l’età che avanza. Si accorge di essere una donna e che i proprietari del night potrebbero sostituirla da un momento all’altro con una ragazza più giovane. Da qui il tormento della protagonista rivelato allo sconosciuto (Emanuele Capecelatro) che è stato mandato nel suo camerino. Fra i due inizia un intensissimo scambio di battute. Si parla di vita, passioni, amore e molto altro.

Una commedia intelligente, acuta, basata su equivoci, dialoghi accattivanti e colpi di scena avvincenti.

Solo a metà commedia scopriamo la vera identità del personaggio maschile. Questa, insieme ad altre rivelazioni non fanno altro che tenere l’attenzione dello spettatore al massimo.

Il personaggio di Sophie è complesso. Sulle prime ci risulta ostile, ruvido. Durante lo spettacolo evolve, mostra il lato nascosto e sensibile di sé che a tratti commuove. Le sue ultime battute infine ci sorprendono lasciandoci a bocca aperta. Veniamo travolti dalla sua astuzia e genialità.

Tutto merito di Alessandra Flamini. Brillante commediografa e attrice esplosiva.

Alessandra ha una grande capacità immaginativa: riesce a raccontare storie e personaggi che ci sorprendono, ci divertono e ci attraggono. Inoltre sa creare suspance e colpi di scena che, quando svelati, ci meravigliano ed estasiano. Insieme a Mauro Fanoni, con cui recita la maggior parte delle sue commedie, essi danno vita ogni giorno all’Officina Teatrale Mr Kaos. Mr Kaos è un’associazione culturale in cui Alessandra Flamini e Mauro Fanoni non solo vanno in scena con i loro spettacoli, ma tengono anche laboratori teatrali per grandi e piccini.

Mr Kaos è un luogo di incontro con il teatro in cui sviluppare la creatività e ritrovare armonia con se stessi e con gli altri.

Qualche anno fa i due hanno ideato un nuovo modo di fruire il teatro: le Lacrime di Fernet. Il palcoscenico non c’era. La distanza fra attori e pubblico era annullata. La scena era fra il pubblico i cui posti a sedere erano disposti disordinatamente attorno alla scena. Ciò comportava che ogni spettatore avesse una visione differente da quella di un altro.

Questo format si è evoluto col tempo e Flamini ha ideato quello che è possibile vedere solo a Mr Kaos: la Skatola.

La scena teatrale continua a essere al centro della sala, fra il pubblico, ma sono state alzate quattro pareti. Ha preso vita la Skatola: una stanza di circa cinque metri quadrati con le pareti trasparenti, opache o con delle decorazioni permettono di filtrare lo sguardo all’interno dello spazio scenico.

Attraverso esse lo spettatore può guardare lo spettacolo come fosse un voyeur.

I posti a sedere degli spettacoli a Mr Kaos possono essere fissi, che permettono la fruizione da un unico punto; oppure mobili: durante lo spettacolo è così possibile stare in piedi, cambiare punto di vista, cambiare seduta e decidere da quale angolazione osservare lo spettacolo. In questo consiste la Skatola Un modo di fruire il teatro assolutamente nuovo, divertente e dinamico. Un modo per non essere più spettatori passivi e frontali, ma divenire spettatori-registi ed essere liberi di decidere da dove visualizzare la scena. Il Nuovo voyeurismo teatrale fa sentire il pubblico libero di esprimere le sue preferenze di visione e lo avvicina fisicamente al teatro.

Il consiglio è di dare un’occhiata al cartellone di Mr Kaos qui di seguito e di godervi gli spettacoli qui proposti.

Il prossimo spettacolo in Skatola è Face to Face. Uno spettacolo senza testo. Basato sull’improvvisaizone.

Dal 3 al 5 Novembre – FACE TO FACE
Fermenti presenta Max Vellucci, Simona Pettinari, Emanuele Zazza Ceripa, Nicola De Santis
Uno Spettacolo totalmente improvvisato.

10>19 Novembre – TRE
Lacrime di Fernet presenta Daniele Miglio, Mauro Fanoni e Alessandra Flamini
Una commedia brillante. Più che brillante, illuminante.

24>26 Novembre – CICATRICI
Expresso Teatro presenta Monica Carocci, Raffa Cica, Oriana Pizzuti, Stefania Troiani e Katia Valentini
Teatro Civile per la giornata internazione contro la violenza sulle Donne.

1>3 Dicembre – IL TEMPO E’ FERMO
Piano Zero Teatro presenta Valerio Palozza e Silvia Augusti
Due Anime strette in un abbraccio Eterno.

15>16 Dicembre – IL COSTRUTTORE DI OMBRE
Kaos in Skatola presenta Mauro Fanoni, Alessandra Flamini e Simone S. F.
Una magia Steampunk Vittoriana per adulti e bambini.

Programma autunno 2017 Mr Kaos
Programma autunno 2017 Mr Kaos

Mr Kaos lo trovate a Roma, in via Antonio Dionisi 50, zona Monteverde.

Biglietti:
7€ per i posti blu (fissi)
10€ per i posti rossi (mobili)
Tessera Associativa Annuale €3,00

Gianna Nannini racconta Carla Accardi: Superficie in ceramica

Due artiste a confronto. Due donne che hanno rivoluzionato il mondo dell’arte e della musica. Due donne, conosciute in tutto il mondo, che decidono di unirsi per un progetto unico.

Da un parte Carla Accardi, artista siciliana che ha contribuito alla nascita dell’astrattismo in Italia. Dall’altra Gianna Nannini, cantante e musicista che ha fatto emozionare fiumi di persone con la sue canzoni e la sua voce straordinaria.

“Superficie in ceramica” nasce dall’idea dei galleristi Mario Pieroni e Dora Stiefelmeier di rendere l’arte accessibile a tutti.

Di ritorno da un viaggio a Baku in Arzebaijan Mario Pieroni, entusiasta, si dirige da Carla Accardi. Con foto alla mano, mostra all’artista le bellezze del posto.

Lei rimane affascinata dai colori delle cupole di Baku e decide di fare un pavimento con il verde e il cobalto.

Arzebaijan, Baku
Arzebaijan, Baku

Un pavimento, sì! Perché solo cosi l’arte diventa accessibile a tutti. Ci si può camminare, correre, sostare.

La musica è l’altro elemento fondamentale.

La musica è ascoltata da tutti.

Gianna Nannini crea, per l’occasione, una scultura sonora: “Passi di passaggio”.

La cantante registra i suoi passi nella Piazza Rossa a Mosca, in occasione della presentazione con Michelangelo Pistoletto. Per Carla Accardi, la Nannini ha pensato dapprima ad un suono astratto per accompagnare i segni dell’artista , successivamente l’elemento sonoro viene arricchito dai passi registrati di notte nella piazza rossa. Dal 2007 al 2010 “Superficie in Ceramica” con la sua colonna sonora, sono protagoniste di moltissime personali in Italia e all’estero. Per ciascuna esposizione l’Accardi progetta un diverso allestimento. All’opera pavimentale vengono affiancati dipinti e altre opere in funzione dell’installazione stessa dell’ambiente. Alla fine di Novembre, presso l’Auditorium Parco della Musica di Roma, l’opera viene presentata con un’altra elaborazione sonora. La Nannini incide la propria voce su altre due tracce mixate con la prima registrazione dei passi. L’Accardi per l’occasione presenterà due nuovi dittici.

Superficie in ceramica, Carla Accardi, Gianna Nannini
Superficie in ceramica, Carla Accardi, Gianna Nannini

 

Il segno di Carla Accardi e la voce straordinaria di Gianna Nannini si fondono perfettamente. Ci fanno entrare in una dimensione sublime che coinvolge due mondi che dialogano tra loro: musica e pittura.

Ma allora chiediamo direttamente alla cantante di raccontarci questo progetto e come è nata questa unione:

 A.F. Ti sei laureata in filosofia con una tesi sulle relazioni tra corpo e voce dunque sei sempre stata interessata all’arte e alle performance?

G.N. Si assolutamente sì! E la filosofia è stata fonte di ispirazione per la mia espressione artistica.

A.F.   Qual’è la prima volta che sei entrata in contatto con Carla Accardi?

G.N. Mi ricordo di un incontro in Piazza del Popolo a Roma, poi siamo andate in un ristorante nei pressi di via del Babuino, l’Accardi mi ha colpito per la sua personalità decisa e ironica.

Una donna molto tosta direi, e anche molto simpatica.

A.F. Come è nata l’idea di questo progetto?

G.N. In collaborazione con RAM Radioartemobile di Mario Pieroni, avevo già realizzato un progetto di “scultura vocale” con Michelangelo Pistoletto con il quale abbiamo fatto l’opera “Il Terzo Paradiso Mama”e da qui è anche nata la canzone “MAMA” che è stata inserita nel mio album “Hitstory”.

Quando ho incontrato a Roma Carla Accardi, era nata una sintonia fra di noi e ho pensato che l’idea di sonorizzare il pavimento in ceramica che lei stava realizzando, sarebbe stata una visione aggiunta, cercare una tensione emotiva dei passi su tale superficie per caratterizzarlo nella sua immobilità.

A.F. Come hai concepito l’idea dei passi? È vero che li hai registrati a Mosca di notte?

G.N. I passi sono in parte stati registrati nella Piazza Rossa a Mosca, durante momenti di silenzio nella tarda notte. Successivamente a Londra ho registrato il batterista Thomas Lang e adattato la sequenza fra batteria e passi con dei campioni.

A.F. In qualche occasione di esposizione dell’opera hai aggiunto qualche frammento vocale o fatto dal vivo qualche intervento, ad esempio al debutto nel tuo spazio di Milano Bunkerart nel 2007 o successivamente?

G.N. La parte vocale astratta, in una sorta di inseguimento nei disegni del pavimento è stata fatta successivamente, e si è sentita per la prima volta a Catania.

A.F. Cosa ti colpisce delle opere di Carla?

G.N. Mia Madre amava molto l’Accardi, me l’ ha fatta conoscere lei. A me piace molto la sua opera in bianco e nero, l’ho scoperta solo recentemente col colore. Carla è unica e originale, mi sembra di leggere nelle sue opere un rincorrersi di emozioni imprendibili. Insomma la trovo fantastica, nel senso alto della fantasia.

A.F. Come ti sei trovata a lavorare con questa artista, sia da un punto di vista tecnico?

G.N. Tecnicamente mi ha lasciato esprimere quello che sentivo sulla superficie. E per me è importante dare alla voce un significato con il materiale che ho davanti, il suo pavimento in ceramica mi ha ispirato qualcosa che nasce dai piedi e arriva alle mie corde vocali.

Alessandra Forastieri

Mademoiselle Paradis, la sfortuna ci vede benissimo

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Al mondo c’è chi, purtroppo, non può vedere. E poi c’è chi, soprattutto, non sa vedere.

Essenzialmente, Mademoiselle Paradis tocca tale prospettiva. Racconta la storia dell’omonima nobildonna, una ragazza non vedente ma dall’immenso talento per il pianoforte che alla corte viennese di fine settecento stupì tutti con le sue composizione, le quali oggi, anche tra gli appassionati di musica classica, si ricordano poco.

Non che sia passata inosservata, Mademoiselle Paradis. Probabilmente in quell’epoca, in quel mondo, data la sua condizione ed il suo talento era difficile non accorgersi di lei. Sono gli altri, appunto, quello che non vedevano o facevano finta di non vedere. E così, mentre la giovane pian piano prova a riacquistare la vista, si sforza di distinguere forme, luci e colori, gli altri attorno a lei sono quelli veramente ciechi.

Il conflitto di questo elegante ed intelligente film in costume è tutto qui. Una società che non apre mai gli occhi, che volge lo sguardo dalle differenze di classe, che non riesce a vedere oltre l’etichetta, oltre l’inutile e falsa forma in cui sguazzano, e per cui vanno incontro all’estinzione. Uomini e donne che in nome del’inutile non riesce mai a guardare oltre il proprio naso. Incluso il medico, che per quanto sembri provare un sincero affetto per la protagonista, è comunque più interessante a far bella figura con coloro che lo hanno sempre irriso.

Nel mezzo, una ragazza che non vede con gli occhi ma sa rimanere impressa in altri modi.

Nonostante la costruzione scenica assolutamente impeccabile, e la compostezza quasi algida degli interni, Mademoiselle Paradis è un film dal tormento interiore potentissimo. Ci mette di fronte la consapevolezza di non poter avere tutto dalla vita, estremizzando il concetto nella scelta tra il talento, sfruttato col sacrificio, e la vita normale, ma senza fama o soddisfazione. Cosa scegliere?

Il dubbio è ancora più travolgente grazie alla pazzesca prova di Maria Dragus. Questa giovane attrice romena è davvero impressionante non solo nel mondo esteriore con cui mostra la disabilità, ma soprattutto nella sua forza sentimentale di trasmettere la pesantezza della propria situazione, In ogni singola inquadratura, con lei in scena, il nostro cuore si spezza sempre più di un pezzettino.

Un film semplice ma dal grande impatto, nonostante la sua forma elegantissima. Una storia vera che merita di essere conosciuta, e ci fa interrogare molto più di quanto possiamo immaginare.

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Emanuele D’Aniello

Borg McEnroe, quando lo sport diventa leggenda

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Pur nell’invadenza eccessiva dei biopic al cinema negli ultimi anni, esistono ancora delle storie vere che si scrivono letteralmente da sole.

Borg McEnroe, senza un trattino, senza una virgola, quasi a richiamare fin dal titolo la simbiosi tra i due protagonisti, rientra in questa categoria. Anche se il tennis è uno tra gli sport meno cinematografici in assoluto, è difficile trovare una rivalità così perfetta per essere narrata. Due personaggi che rappresentano l’opposto ma in realtà due lati della stessa medaglia. Un’epoca di trasformazione per il loro sport di cui diventano il simbolo. Un passato generazionale che travalica, appunto, il significato del solo tennis.

Nella rappresentazione dell’uomo di ghiaccio, iper-logico, e del ribelle tutto emozioni, la scrittura dei caratteri ricorda molto Rush. A differenza di quel film, però, Borg McEnroe è ancora più psicologico, ancora più interiore, tutto dedicato alla scoperta di come questi due campioni siano diventati quel che sono in quel preciso momento, perché si sono scontrati. Lo sport è davvero in secondo piano, lasciato all’atto finale, l’esplosione di tutte le emozioni finora vissute in una delle partite più belle di sempre.

Il film infatti sceglie di non raccontare i tanti epici scontri tra i due tennisti. Tralascia anche ciò che è successo dopo il Wimbledon 1980, ovvero altre finali tra i due vinte tutte dal’americano. Non perché il film svedese voglia evitare di raccontare le sconfitte del proprio campione. Ma perché quel match sull’erba inglese del luglio 1980 incapsula fantasticamente, nel dramma sportivo, tutte le montagne russe emotive vissute dai due.

Borg McEnroe è un inusuale biopic sportivo scritto bene, ancor prima che ben realizzato e appassionante.

Riesce ad entrare nella testa dei protagonisti e, senza racconta qualcosa di rivoluzionario, colpisce e coinvolge. Il più grande merito, allora, è proprio aver reso incredibilmente appassionante l’atto finale. Costruito meravigliosamente nella sceneggiatura, il match appare davvero la resa dei conti assoluta non l’uno contro l’altro, ma contro loro stessi. Borg vede dall’altra parte della rete sé stesso, e viceversa McEnroe.

Se il tennis, come detto, è difficile da far rendere al cinema, è esaltante il modo con cui hanno tralasciato l’agonismo per far comprendere la guerra psicologica in campo. Il tennis è uno sport di testa, e proprio nella mente dei due riusciamo ad entrare in quel campo centrale di Wimbledon. Il più grande complimento, non a caso, è aver visto gente durante il film letteralmente tifare uno dei due, oppure impazzire dalla tensione punto dopo punto, per una partita di cui tutti conoscono il risultato. Un match di 37 anni fa.

Lo sport al cinema funziona sempre. Se poi se ne coglie l’essenza e l’importanza nella vita delle persone, diventa indubbiamente il genere più energico e trascinante possibile.

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Emanuele D’Aniello

Mistero a Crooked House: un cast stellare per un classico di Agatha Christie

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Nelle sale italiane dal 31 ottobre, Mistero a Crooked House è la trasposizione dell’omonimo romanzo di Agatha Christie, tradotto in italiano da Mondadori con il titolo È un problema.

Il film, sceneggiato dal Premio Oscar Julian Fellowes (Downton AbbeyGosford Park), ci riporta alle atmosfere gotiche, inglesi e un po’ campagnole della regina del giallo, Agatha Christie. Chi ha passato l’adolescenza a leggere tutti i gialli possibili e immaginabili, a trascorrere il tempo in compagnia di Monsieur Poirot e di Miss Marple, un po’ come me, ha l’impressione di ritrovare dei vecchi amici, questa volta però sullo schermo del cinema e non sulle pagine ingiallite dell’edizione Mondadori del nonno.

Mistero a Crooked House, che forse avete letto con il titolo È un problema, non presenta nessuno dei principali investigatori di Agatha Christie, ma non è per questo meno intrigante. La Christie considerava questo il suo vero capolavoro, nonostante sia oggi meno noto di altri al grande pubblico. Mistero a Crooked House, pubblicato per la prima volta nel 1949, è incentrato su un omicidio che avviene all’interno di un’aristocratica famiglia inglese.

Il film ha dalla sua un cast prestigioso: la pluricandidata all’Oscar Glenn Close (Attrazione FataleLe relazioni pericolose) nel ruolo di Lady Edith; Cristina Hendricks, l’apprezzatissima Joan Holloway della serie Mad Men, è Brenda, moglie del defunto Aristides Leonides.

Nei panni di Magda, attrice e nuora della vittima, Gillian Anderson, l’indimenticabile Dana Scully di The X-FilesMax Irons (PoshWoman in gold) è Charles Hayward, detective privato. Infine l’attore inglese Terence Stamp, diretto nella sua lunga carriera da grandi maestri come Federico Fellini, Pier Paolo Pasolini, Michael Cimino e Oliver Stone, interpreta l’Ispettore capo Taverner.

La colpevole è la giovane moglie?

Siamo in Inghilterra, alla fine degli anni Cinquanta. Il ricco patriarca greco Aristides Leonides muore in circostanze sospette, e l’autopsia parla chiaro: si tratta di avvelenamento. La nipote Sophia decide di chiedere l’intervento dell’investigatore privato Charles Hayward, un tempo suo amante; la ragazza lo invita a trasferirsi a Crooked House, tenuta di famiglia, per indagare sull’omicidio. I sospetti di Charles da subito ricadono su Brenda, seconda e giovane moglie di Aristides e su Laurence Brown, istitutore privato dei fratelli più piccoli di Sophia.

Come in ogni giallo che si rispetti, però, ben presto si scopre che tutti i componenti della famiglia avevano un movente per uccidere Aristides e i loro alibi si rivelano poco convincenti…

D’altronde il patriarca era un vero e proprio “padre-padrone”, un uomo con la mania del controllo che non permetteva a nessun familiare di muoversi senza il suo consenso. Chi sarà l’assassino?

Al film va il merito di aver portato per la prima volta al cinema la trasposizione di uno dei pochissimi romanzi di Agatha Christie che non era ancora approdato sullo schermo, e di aver ricostruito molto fedelmente l’ambientazione anni Cinquanta dell’Inghilterra rurale, nonché l’aplomb dei personaggi. Ciò che gli manca, forse, è un finale degno dei migliori gialli dell’epoca, ma d’altronde il film riproduce pedissequamente gli eventi del libro.

Valeria Martalò

Addio Fottuti Musi Verdi, youtube non è una scuola di cinema

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Giuro, avrei voluto parlare bene di questo film. Ero pronto a difendere ed esaltare il coraggio e la creatività di giovani contro il cinema dei vecchi derelitti italiani. Ero pronto a ridere, e mi sarei voluto davvero tanto ma tanto divertire.

Non è colpa mia se Addio Fottuti Musi Verdi non solo è una delusione, ma soprattutto uno schiaffo al cinema. Un film brutto, realmente pessimo, un’accozzaglia di idee senza capo né coda gestite una peggio dell’altra. La dimostrazione che fare filmati di due minuti sul web e film veri sono due cose appartenenti ad universi lontanissimi. E soprattutto, al netto delle demenzialità narrative e della purissima goffaggine visiva, è una commedia che solo a tratti si ricorda di far ridere.

È difficile capire da dove partire per provare a spiegare le cose che non vanno. Partiamo allora dai The Jackal, capacissimo gruppo comico napoletano che ha sbancato sul web con filmati divertenti di critica relazionale e soprattutto generazionale. Una dimensione in cui hanno divertito, e creato, con una costanza invidiabile. L’idea di sbarcare al cinema nasce proprio da un terreno normale, la difficoltà dei trentenni di trovare lavoro (un tema talmente comune che anche altri youtubers, i The Pills, erano partiti dal medesimo spunto per il loro film).

Vieni da chiedersi perché, allora, Addio Fottuti Musi Verdi voglia diventare improvvisamente una parodia di fantascienza, una vera commedia di genere. Negli ultimissimi anni sono tanti i giovani autori italiani che stanno provando a far rinascere il cinema di genere, con alterne ma spesso convincenti fortune (Gabriele Mainetti, Matteo Rovere, Vincenzo Alfieri per citarne alcuni), ma è davvero difficile da comprendere perché la fantascienza debba spettare ad un gruppo di youtubers senza alcuna base del mestiere. Da un certo punto di vista la scelta è comprensibilissima:. ragazzi a cui è offerta la possibilità di fare un film, e hanno la chance della vita di inserire tutto l’immaginario con cui sono cresciuti. Ragazzi a cui letteralmente viene dato in mano il loro giocattolo preferito.

Fare cinema però non è solo un gioco, soprattutto se a divertirsi sono solo quelli che lo fanno. I quali, oltretutto, non sono capaci di gestire gli aspetti sci-fi a cui tanto tengono, totalmente buttati nel mucchio con povertà assoluta.

Gli aspetti che più funzionano, ovvero l’amicizia tra i protagonisti (Fabio Balsamo vera ancora comica del film) e le difficoltà quotidiane della realtà, sono lasciati a fare da orpello. Un’ironia nel migliore dei casi semplicistica, nel peggiore tremendamente anacronistica, come le gag sui cinesi tutti uguali che ci riportano indietro di 20 o 30 anni.

Soprattutto, una completa noncuranza di aspetti vitali come scrittura e recitazione. Passi la regia scolastica, dopotutto l’origine da videoclip non si può dimenticare dall’oggi al domani. Ma come si può far finta di nulla di fronte ad una recitazione semplicemente fastidiosa? I toni sopra le righe del protagonista Ciro Priello fanno ridere nei filmati di cinque minuti, ma dopo 90 minuti di smorfiette, urlacci, sorrisoni e occhi strabuzzati viene la bava alla bocca. Come si può, in fase di scrittura, non accorgersi che le scene sono estenuanti e le gag vanno quindi a morire? Come si può non notare che il personaggio dell’alieno Brandon non solo non è comico, ma addirittura irritante?

Addio Fottuti Musi Verdi è un film, onestamente, addirittura imperdonabile. Per la totale sufficienza, da un lato, con cui è stato realizzato, e per la bizzarra presunzione, dall’altro lato, di poter stare in piedi con tali gambe e pure inserirsi nel panorama del genere italiano.

Da fan dei The Jackal auguro loro una lunga carriera e spero continuino a divertirci con i loro filmati su youtube. Da amante di cinema, spero con tutto il cuore che alla prossima occasione un produttore qualsiasi ci pensi due volte prima di dare soldi per un film a qualcuno che proviene dagli sketch sul web. I giovani autori italiani vanno lanciati, difesi, sostenuti, meritano ogni occasione possibile, ma avere un’idea di cosa vuol dire fare cinema deve essere sempre il primo tassello.

Dopotutto, quando l’unica cosa positiva di un film è Gigi D’Alessio, qualcosa vorrà pur dire…..

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Emanuele D’Aniello

I cavalli bianchi a Rosmersholm si fanno vedere a qualunque ora

Rebecca West arriva al Teatro Argot Studio con Rosmersholm ed è subito sadismo

Roma, 29 ottobre ‘17 || Un’atmosfera da incubo pervade il Teatro Argot Studio con Rosmersholm, riduzione a cura di Massimo Castri del testo di Ibsen. La regia è di Luca Micheletti, con Federica Fracassi e Luca Micheletti. Lo spettacolo è stato in cartellone dal 24 al 29 ottobre. La compagnia è quella de I Guitti, mentre il loro progetto ha ottenuto il patrocinio dell’Ambasciata di Norvegia in Italia.

Rosmersholm fa parte della rassegna di Dominio Pubblico. Come altri lavori, anche questo è stato programmato dai ragazzi Under25 del progetto, che ne hanno dunque gestito l’aspetto organizzativo di messa in scena. Per l’occasione, la classica gradinata di legno dell’Argot è stata divisa e spostata ai lati, ponendo al centro gli attori senza separazione col pubblico.

Desiderio sessuale insoddisfatto…

È passato un anno dal suicidio di Beata, moglie del pastore Rosmer, gettatasi nelle acque del mulino. Rebecca è una giovane ragazza animata da idee progressiste, arrivata anche lei da un anno nella casa del pastore. Con quest’ultimo ha un rapporto decisamente non platonico e vive di un desiderio sessuale insoddisfatto. Al crescere del debilitante senso di colpa di Rosmer per il suicidio della moglie, veniamo a conoscenza di più oscuri legami tra la tragedia e la nuova arrivata Rebecca.

Il riadattamento applica una saggia riduzione del testo, restringendo la durata ad un’ora e un quarto. Lo spazio è decomposto e minimalista e guadagna  profondità psicologica con il suo costante stato in penombra. Ci sono solo due candelabri e due lampade a cherosene, il cui puzzo denso si mischia col profumo morbosamente dolce dei fiori marcenti sul pavimento. Rimangono due sedie, due grandi tavoli di legno grezzo e una radio.

Più dettagliati i costumi: Rosmer in tenuta da pastore del nord di fine ottocento, rigido e quasi soffocato dal suo stesso cravattino. Rebecca veste invece una grande gonna violacea di stampo vittoriano, le cui tinte richiamano un senso, anche qui, di morte per eccesso di morbosa morbidezza. Le pose dei protagonisti e l’utilizzo degli scarsi oggetti di scena creano un simbolismo visivo parallelo a quello presente nel testo ibseniano – vedi il cavallo bianco, simbolo dei morti, avvistato spesso nella tenuta Rosmer -. La scelta è saggia e pone un elemento di continuità nella totale aspazialità e atemporalità dell’adattamento.

Un viaggio attraverso due menti intrecciate…

Luca Micheletti e Federica Fracassi recitano con eleganza, alla maniera novecentesca. Ricercano entrambi un effetto straniante attraverso il distacco contenuto della parola di fronte al reale e al cuore. Con un sapiente uso dei sottintesi, il dialogo è caricato di un’ironia macabra, che aleggia attorno alle menzogne e mette in risalto le volontà sottese ai comportamenti dei due.

Rosmersholm è così un viaggio attraverso due menti intrecciate. Non per niente è Il gioco della confessione. Una corsa eccitante e sadica. Tuttavia non sempre la recitazione è al livello del testo e il rischio di un calo del ritmo è sempre dietro l’angolo.

Con una scena semplice, Fracassi e Micheletti riescono a riprodurre comunque la forza del testo di Ibsen. Il loro Rosmersholm ha un effetto che un adattamento di grandi dimensioni, col suo approccio filologico e la sua complessità visiva e dunque freddezza, non avrebbe potuto ottenere.

Gabriele Di Donfrancesco

@GabriDDC

La forma della voce, continua il ciclo degli anime al cinema

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La forma della voce, tratto dal manga A Silent Voice di Yoshitoki Ōima, fa parte del ciclo degli anime al cinema di Nexo Digital, che sta riscuotendo sempre più successo.

L’anime La forma della voce, al cinema solo il 24-25 ottobre in Italia, è il nuovo anime giapponese campione di incassi che fa parte del ciclo Nexo Digital, di cui vi abbiamo già parlato in merito a In questo angolo di mondo. Un film coraggioso e poetico di una delle rare registe giapponesi, Naoko Yamada, che vede protagonista Shoko, una ragazzina non udente vittima del bullismo. La storia, che parte ai tempi delle elementari, si svilupperà fino alle superiori, fino alla maggiore età dei protagonisti.

la forma della voce animeUn anime corale che non lascia spazio a semplificazioni o a falsi pietismi: la sordità è mostrata per quello che è, un handicap che spesso isola e rende impossibile comunicare con gli altri. Così vengono anche affrontati altri temi: il bullismo, il suicidio, la depressione.

Quante forme ha il bullismo?

La protagonista è Shoko Nishimiya, una ragazzina non udente, vittima del bullismo del suo compagno Shoya, che anche lui in seguito diventa preda dei suoi compagni di scuola. Il bullo che diventa vittima è forse il personaggio più interessante, dato che in lui possiamo vedere un vero cambiamento, nei rapporti con gli altri e nel proprio comportamento. Il tema del bullismo è trattato da varie sfaccettature e punti di vista: quello della vittima, del bullo, di chi non partecipa ma è ugualmente colpevole, perché sta a guardare e non muove un dito in difesa dei più deboli.

Shoya, diventato a sua volta una vittima, non riesce ad accettare sé stesso, non riesce a perdonarsi per quello che ha fatto in passato e si ritrova da solo. Da bullo incontrastato delle elementari si trasforma in un adolescente schivo e riservato, pauroso e timido: non riesce a guardare gli altri negli occhi e, a suo modo, sviluppa una sua forma di “sordità”, isolandosi da tutto e da tutti e non ascoltando il mondo che lo circonda.

Scritto da Reiko Yoshida, già sceneggiatrice de “La Ricompensa del Gatto” – Studio Ghibli di Hayao Miyazaki, il film è stato diretto da Naoko Yamada presso lo studio Kyoto Animation.

Dopo essersi posizionato come uno dei maggiori incassi della scorsa stagione cinematografica giapponese con oltre 20 milioni di dollari raccolti al botteghino, il film è stato presentato con successo anche al Future Film Festival 2017 e ha esordito due weekend fa in Cina raccogliendo quasi 5 milioni di dollari al box office.

La forma della voce (Koe no Katachi), tratto dall’omonimo manga che Yoshitoki Ōima ha iniziato a scrivere a soli 18 anni, è stato poi pubblicato anche in Italia da Star Comics, che oggi vende tutti gli albi in un elegante box, proprio in occasione dell’uscita al cinema dell’anime. Chi ha letto anche il manga parla di un maggiore approfondimento dei personaggi e delle situazioni: ne consigliamo perciò la lettura, senza dimenticare però di guardare anche l’anime, mirabile per i disegni delicati e luminosissimi.

 

Valeria Martalò

Franca Maranò. Possedere l’arte tra performance e vissuto

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Franca Maranò è la protagonista della retrospettiva curata da Christine Farese Sperken in collaborazione con l’Associazione Culturale Achrome (Nicola Zito, Liliana Tangorra, Vania di Lauro) presso la Galleria Misia Arte.

I suoi lavori impreziosiscono la sobria eleganza dei locali dello spazio espositivo sito nel cuore del centro barese in via Putignani. Qui numerose sono ancora le attività dedite alla vendita e al recupero dell’antiquariato. Si riscopre un passato recente che attraverso l’arte racconta il veemente progresso antropologico degli ultimi anni del’900.

Al vernissage avvenuto giovedì 26 Ottobre, sono intervenuti il critico d’arte Pietro Marino, la curatrice C.F. Sperken docente presso la Cattedra di Storia dell’Arte Contemporanea all’Università Aldo Moro di Bari. Ancora presenti: l’Assessore alla Cultura Silvio Maselli e il presidente del futuro Polo per l’arte e la cultura contemporanea di Bari Massimo Torrigiani.

Si deduce dai loro sentiti interventi quanto sia irrinunciabile l’omaggio alla poliedrica personalità e capacità dell’artista barese (classe 1920) mancata solo due anni fa. Interprete sensibile e appassionata difatti di un “secolo breve” ma tormentato da radicali trasformazioni quale il ‘900. Sono diverse dunque le fasi che articolano il suo percorso di donna e di artista. Mentre mutano i materiali, i periodi ma il suo originale messaggio permane. L’obiettivo è utilizzare l’esperienza umana come canale di trasmissione per la creatività e l’interiorità. Infatti il gesto dell’artista appare come dono e segnale della propria visione del mondo al pubblico.

 Franca Maranò con le sue opere compie un percorso di militanza per e con l’arte.

Molteplici difatti sono le riflessioni che scaturiscono dalle creazioni della Maranò. Emergere in un panorama che vede Bari lontana dai riflettori puntati sulle rivolte culturali che toccano le città d’Italia difatti è un compito difficile e decisivo allo stesso tempo. Portare l’attenzione su temi e realtà che nel meridione sopravvivono radicati e mascherati. Vedi perciò il paradosso gattopardesco della necessità del cambiamento come prerogativa per la stasi.

 L’indipendenza e la classicità secondo Pietro Marino convivono nel genio della Maranò.

La consapevolezza del suo ruolo di donna e artista in un momento storico che bruciava le tappe con irruenza e violenza. Lasciando sgomento chi intorpidito è soggiogato dal contesto politico, culturale, sociale dell’Italia perbenista dell’epoca. Di conseguenza molti non riescono ad evolvere la propria natura spirituale ed intellettuale. Occorre infine adeguarsi all’embrionale processo di globalizzazione che immola chi o cosa non abbia le proprietà per inserirsi in un contesto extra: familiare, provinciale, nazionale.

La disgregazione civile che porterà agli “Anni di Piombo” vede come contraltare una fioritura culturale. La controcultura e l’arte contemporanea ossigenano il Paese.

Franca Maranò in queste circostanze plasma la sua materia d’espressione. Tra gli anni ’50 – ’60  dunque si affida alla ceramica. Simbolo della tradizione artigianale pugliese quindi supera il confronto generazionale con le tecniche di lavorazione dell’innovativo materiale della plastica. Oltre alla ceramica la mente dinamica dell’artista genera un nuovo utilizzo del supporto della tela, scavata da sottili e irregolari incisioni. I solchi conferiscono forma e tridimensionalità, nuove realtà allora per la pittura. La tela dunque si rivela e infine riemerge dagli itinerari tracciati con la punta metallica nel colore spalmato precedentemente. Ancora la tradizione incontra l’innovazione in una dicotomia che rivela l’essenza e l’essenziale.

Gli anni ’70 -’80 vedranno l’affermarsi del movimento femminista che genera nella Maranò nuove ricerche.

Queste dunque occupano l’artista per un decennio con nuovi metodi ma con quelle stesse esigenze comunicative d’immediatezza  e d’immedesimazione. La manifestazione di queste avviene infine attraverso esperienze sensoriali tattili e visive.

I cuciti e gli Abiti MentaliMental

Dal segno dell’incisione in pittura al segno tracciato dal filo. Le tracce lungo l’ordito, sappiamo da Pietro Marino come svelatogli dall’artista, essere parte del vissuto di Franca Maranò. Questo tipo di tessuto era difatti utilizzato dalle suore che tenevano corsi di cucito alle giovani donne e alle bambine. Perciò introvabile, nella sua peculiarità è incontro del sentire sacro nell’austerità e del sentire profano nella memoria di bambina. Mentre il colorante rosso utilizzato per tingere gli Abiti Mentali è il mitico Superiride prodotto dagli ’30 a Prato. La memoria arcaica dei nostri territori perciò si lega ai processi tecnico industriali di respiro nazionale.

Gli Abiti Mentali ricoprono uno specifico segno di “identità comportamentale.”

Citando Franca Maranò. La tecnica del cucito si evolve tra il 1976 e il 1979. Le tele così non sono più dipinte ma sganciate dalle regole comuni ed esposte nude. Sono attraversate da fili colorati di nero, blu, ruggine e approdano infine agli Abiti Mentali.

Il lavoro manuale femminile della tessitura tramanda le immagini legate al focolare, alla sicurezza dei legami familiari. I valori preponderanti nella cultura meridionale.

Qui le creazioni della Maranò nelle vesti di “arte indossata” compongono in assoluto la sperimentazione artistica: colore e forma  adeguati a misura d’uomo. L‘Abito Mentale sfugge il tradizionale compito di coprire il corpo ma lo trasforma. Difatti indossandolo non abitualmente ma casualmente diventa performance. La tela dunque non è più inquadrata e immobile come supporto, prende vita mossa dagli arti del corpo. L’artista e l’opera d’arte confluiscono nello spettatore. Le figure geometriche che decorano gli abiti sono basiche. Il minimalismo li libera da quel valore di ornamento che è annullato. Perciò la funzione dell’opera è universale, una sorta di grembiule che per il breve tempo in cui è posseduto, accomuna gli uomini. Così s’infrangono le diversità di sesso, livello sociale e cultura.

Sempre negli anni ’70 Franca Maranò rende partecipe dei suoi lavori l’alluminio.

Gli allumini sono applicati in lamine. Esautorati dunque della loro apparente entità come materia del progresso e della produzione industriale. Scevri pertanto dalla negatività dell’alienazione del lavoro in fabbrica. L’alluminio diventa supporto per manifestare l’immagine. Questa si presenta allora come prodotto del sensibile e dell’attualità.

È doveroso ricordare il ruolo di Franca Maranò come promotrice dell’arte contemporanea nel territorio pugliese con l’istituzione a Bari nel 1970 della Galleria Centrosei.

Sorge in un’ala del Teatro Petruzzelli grazie al sodalizio fra i sei artisti: Umberto Baldassarre, Mimmo Conenna, Sergio Da Molin, Franca Maranò, Michele Depalma, Vitantonio Russo. Il merito dell’artista, coadiuvata dal marito Nicola De Benedictis, è quello di aver promosso per primi a Bari le novità dell’arte contemporanea. Difatti è nel 1971 in un secondo momento che viene fondata la più famosa Galleria Bonomo da Marilena e Lorenzo Bonomo. Per il processo di sprovincializzazione di Bari quindi l’operato delle due gallerie è vitale. La città dunque si annovera come nuovo porto per il panorama artistico contemporaneo nazionale e internazionale.

Tanti i nomi degli artisti proposti in due decenni dalla Galleria Centrosei. Si ricordano: Sol Lewitt, Mimmo Paladino, Luigi Ontani, Joseph Beuys, Giuseppe Capogrossi, Michele Zaza, Claes Oldenburg.

Tra i movimenti artistici presenti: la Poesia Visiva, la Land Art, l’Arte Povera, la Body Art, l’Arte Concettuale, l’Astrattismo e la pittura figurativa. Approdano inoltre alla Galleria artiste emergenti che compiono le loro ricerche avendo in seguito l’occasione di promuoverne i risultati. Fra loro: la studiosa femminista Mirella Bentivoglio, la poetessa visiva Tomaso Binga(vero nome Bianca Menna), la scultrice Maria Lai, Lucia Romualdi. Ancora: Adele Plotkin, Elisa Montessori, Ketty La Rocca, Renata Boero, Ada Costa, Fiorella Rizzo, Simona Weller, Marisa Albanese.

L’attività della Centrosei prosegue sino alla chiusura nel 1991, grazie alla dedizione di Nicola De Benedictis. Già dopo pochi anni infatti avviene lo scioglimento del nucleo originario degli artisti. Il difficoltoso compito è adempiuto per amore della consorte e per la missione prefissa dalla Galleria.

Sempre il profondo sentimento per la conoscenza e la trasmissione dell’arte porta in seguito De Benedictis a donare l’archivio completo della Galleria all’Università di Bari(Dipartimento Lelia) nel 2010. Grazie a questo generoso gesto dunque oggi è possibile conseguire alla figura di Franca Maranò il doveroso e dignitoso ricordo che le spetta.

L’impegno con e per l’arte di questa artista è stato totalizzante: distante da fumosi riconoscimenti e falsi miti di popolarità.

“Franca Maranò – La magia delle mani. Linee – Punti – Abiti/Corpo.”

26-10-2017/ 2-12-2017

Galleria Misia Arte.

Via Nicolò Putignani, 153

Lunedì: 13,30 – 20. Martedì-Venerdì: mattina 10 – 13; pomeriggio 16 – 20. Ingresso gratuito.

Marilù Piscopello.

Domani i giornali non usciranno: tra Borges e Cortázar

Domani i giornali non usciranno, il nuovo e affascinante lavoro della compagnia Barone/Ferrari/Chieli

Roma 28 ottobre ’17 || Al Teatro Studio Uno è andato in scena Domani i giornali non usciranno, testo di Veronica Raimo per regia di Emilio Barone e Massimiliano Ferrari, con Alessandra Chieli. Lo spettacolo è parte di un progetto in divenire, ma ha già un suo equilibrio.

La compagnia Barone, Chieli e Ferrari aveva portato in scena un trittico dedicato allo scrittore ispanoamericano Cortázar. Nel nuovo lavoro il latinoamerica ritorna nel suo respiro letterario. La storia è quella di una donna di mezza età che si ritrova intrappolata in aeroporto, nella migliore forma di se stessa. Ha perso l’aereo e non c’è posto sui prossimi voli.

Lo spazio si prefigura come una dimensione astratta, che prende forma sul palco tramite strutture mobili che l’attrice compone come specchi e corridoi. È il luogo dove ogni evento casuale, come la scomparsa del proprio passaporto, può finire introiettato in un monologo di riesamina personale.

L’aeroporto è anche l’anticamera alla vita che la protagonista desidera. Dall’altro capo del viaggio ci sarà un amante, il cui rapporto è costruito su una continua volontà di negarsi alla monotonia degli altri amori. L’amante interviene solo nel ricordo o come registrazione esterna.

Distorcere e falsare il reale

In questo avvenire e non avvenire delle cose, una proiezione dai colori accesi, riconosciamo Borges e Cortázar come presenze spirituali del testo. Parlano nella realtà dipinta, nel labirinto dei pensieri e degli eventi, nell’incubo agrodolce che potrebbe anche essere sogno. C’è il gioco tra amanti, codificato per rispondere solo e soltanto al caso, e l’innocenza e l’insicurezza delle persone sole. Non c’è però Márquez. Qui non è la storia a fare il reale meraviglioso, ma la letteratura a distorcere e falsare il reale. Un grande plauso per il gusto che Domani i giornali non usciranno sa esprimere.

Una leggerezza unica attraversa infatti l’intero spettacolo. È nell’analisi che fa di sé la protagonista, vivendo l’aeroporto come camera degli specchi della sua psiche. Permea l’ironia e l’esasperazione degli incidenti surreali che la perseguitano. Le musiche originali di Toni Virgillito riescono inaspettatamente ad essere una base per questa leggerezza, nonostante, ma anche grazie, al loro carattere monotono ed elettronico.

L’impianto audio però divora la voce di Alessandra Chieli, spesso intima in un recitare elegante, posato, ma, a confronto con la musica, sottile sia di forza che di tono. È uno di quei casi in cui l’ecosistema dello spettacolo è messo a rischio da un calcolo tecnico inappropriato.

In conclusione, Domani i giornali non usciranno è un lavoro di gran gusto, essenziale e immerso in un’atmosfera trasognata. Effimero sul momento, complice la natura eterea della psiche messa in scena, finisce però per essere ricordato e rivisto nella mente ancora a distanza di tempo. Segno che sa instillare il suo germe.

Lo spettacolo andrà in scena fino al 5 novembre

(c) foto culturamente.it

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Saturday Church, l’omosessualità rappresentata con toni diversi

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La lotta di un giovane per affermare  la sua natura omosessuale, in un film più leggero ma che non ridimensiona l’importanza dei contenuti.

Di film su questi temi se ne sono già visti diversi, infatti non è nell’originalità dell’argomento in se che va ricercato il valore di questo lavoro. La pellicola inserita nella Selezione “Alice nella città” tratta in modo solo apparentemente più leggero un tema sempre attuale e questo è senz’altro il suo pregio maggiore.

Diretto dall’esordiente Damon Cardasis, Saturday Church racconta le vicende di Ulysses che orfano del padre vive con la madre e la zia Rose. Stereotipo della donna conservatrice, intransigente e ferma rappresentante della morale bigotta. La sua lotta interiore tra il soffocare la sua natura o permettergli di sbocciare, si anima attraversando gli scontati passaggi obbligati. Una doppia vita tra bullismo e pregiudizio, che non può andare oltre l’umiliazione subita dalla zia.

Il percorso che porta all’accettazione della propria omosessualità.

Ulysses prende il coraggio di essere se stesso quando viene in contatto con la comunità Saturday Church, il programma di aiuto per le persone LGBT. Il tema è drammatico ma la sceneggiatura contribuisce a farlo apparire più leggero. Le parti musicali lo alleggeriscono, sempre contenute e misurate. Utilizzate per sottolineare il momento senza grosse concessioni allo spettacolo come avviene nei musical. Persino i testi evitano voli pindarici e fantasiosi per trasmettere l’essenzialità dei messaggi.

Saturday Church si concentra sull’aspetto interiore del protagonista, utilizzando per questo fine tutti gli elementi possibili. Il regista decide di raccontare la storia concentrandosi esclusivamente sul suo disagio. Per questo motivo a differenza di altri film che trattano lo stesso argomento, non c’è bisogno di calcare la mano sugli aspetti tipici che si usano di solito in questi casi. Persino il Bronx di New York appare decisamente meglio di quello che è.

Uno sguardo sul mondo lgbt attaverso il lavoro dei programmi Saturday Church.

Situazioni di violenza sessuale, sangue o altri classici del degrado che si adoperano in storie come questa non trovano spazio in Saturday Church. Le uniche violenze sono quelle morali, le più dolorose, che segnano il protagonista Ulysses interpretato da Luka Kain. Anche lo sguardo sulla prostituzione gay non ha bisogno di immagini forti per trasmettere i suoi contenuti. La caratterizzazione dei personaggi della comunità transgender, più che mostrare il loro disagio in una società che non li accetta si preoccupa di renderne gli animi diversi. Gli stadi  di un percorso che mira con coraggio all’accettazione di se.

Il regista trasmette una visione complessiva dell’ambiente lgbt superando le facili connotazioni trasgressive, per focalizzarsi su un mondo di persone che chiede solo di ritagliarsi un proprio spazio. In questo modo sottolinea il lavoro dei programmi Saturday Church e dei loro operatori, al quale il film presentato nella rassegna Tribeca 2017 è dedicato. Da sottolineare l’uso del linguaggio fotografico, anch’esso funzionale a focalizzare le vicende del protagonista.

Un perfetto utilizzo del linguaggio fotografico.

Le inquadrature mosse evidenziano la sua confusione, l’uso della profondità di campo lo isola sempre dal contesto di una morale sociale che non lo accetta, anzi gli si mostra opposta come nell’immagine in controluce. Certamente un film che non troverà spazio nell’elenco degli imperdibili, ma che si guarda volentieri anche per i suoi meriti. Il tentativo di far luce sul mondo lgbt in maniera delicata concedendo spazio anche ai sentimenti, mostrati con grande sensibilità al di fuori di ogni banalizzazione già vista.

Bruno Fulco

Logan Lucky, i soliti ignoti di Steven Soderbergh

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Non sono mai riuscito a rispondere al quesito sul genere cinematografico perfetto. Probabilmente perché una risposta vera, e che metta d’accordo tutti, non esiste. Ma se dovessi provarci, sono convinto che la commedia è quella che ci va più vicino.

La commedia è il genere che ha tutto, e offre tutto allo spettatore, specialmente in un’occasione: quando non si vergogna. Precisamente, quando non si vergogna di far ridere, di essere leggera, di non prendersi sul serio e, di conseguenza, diventare più profonda di tanti altri film fintamente seriosi. Sto parlando della commedia, ma potrei parlare con le stesse parole di Steven Soderbergh.

Questo è un vero e proprio artista, forse uno dei registi più eclettici, capaci, coraggiosi, sperimentali in circolazione, che però rifiuta tale etichetta. Non per paradossale tracotanza o falsa modestia, ma perché è il primo a non volersi prendere sul serio. Il primo a cui piace la leggerezza, e si diverte a crearla. Un regista che sa cosa il cinema può offrire, in tutte le salse possibili. E soprattutto conosce i propri limiti.

Logan Lucky è, pertanto, il prodotto ideale di Soderbergh, quasi la quintessenza del suo credo cinematografico.

Non poteva che esserlo dopo un breve ritiro dalla regia cinematografica, però sempre ricchissimo grazie ad altri fantastici lavori. E non poteva che ripartire proprio da sé stesso, dopotutto Logan Lucky è una versione di Ocean’s Eleven senza glamour, senza metropoli, senza ammiccamenti. Una commedia sulle rapine, ma in realtà in ritratto ironico quanto profondo sulla famiglia. In barba agli snob, in barba alla critica sociale nel preferire una galleria di personaggi sempliciotti e provinciali, fregandosene della ricerca forzata del sentimentalismo.

Solo lui poteva prendere una scena banalissima, solitamente presa in giro come i concorsi di bellezza per bambini, e trasformarla senza orpelli in uno dei momenti più toccanti del cinema nel 2017.

Soderbergh è questo. Uno che fa funzionare un intero cast, anche attori che recitano contro lo stereotipo come Daniel Craig. Uno che riesce a divertire divertendosi in prima persona, cosa di solito rischiosissima. Un autore che conosce lo zeitgeist pop del momento, e lo trasforma nella scena più esilaranti del film. Uno che scrive macchiette, e gli dà tridimensionalità dirigendoli al limite tra l’idiozia pura e la morale sincera dal cuore d’oro.

Probabilmente Logan Lucky non lo troverete in alcuna top ten dei migliori film a fine anno. Il bello è proprio questo: Soderbergh evita la pompa magna, e intanto dà lezione di cinema a tutti gli altri colleghi. La vera rapina del film è saper quando, e soprattutto come, rubare il talento a tanti altri registi ben più acclamati.

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Emanuele D’Aniello

Denunce ignorate dallo Stato: “Uccisa in attesa di giudizio”

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“Uccisa in attesa di giustizia” è il cortometraggio presentato da Doppia Difesa per condannare l’indifferenza dello Stato nei confronti delle denunce delle donne vittime di violenza.

Uccisa in attesa di giudizio è un cortometraggio presentato da Doppia Difesa in occasione della Festa del Cinema di Roma. Prodotto da Camaleo/Rhino in collaborazione con Mediaset, tratta la tematica tristemente attuale dell’Indifferenza dello Stato rispetto alle denunce di milioni di donne vittime di violenza.

I due attori principali, Ambra Angiolini e Alessio Boni, assieme a Giulia Bongiorno, mettono in scena una realtà dolorosa: la protagonista denuncia il suo compagno per le molestie subite ma, i giudici prendono il suo caso alla leggera. In questo modo, l’uomo è libero di agire liberamente e, alla fine, di uccidere la donna.

Il cortometraggio è un manifesto degli ideali portati avanti da Doppia Difesa. Se prima lo scopo era di spingere le donne a denunciare chi usava violenza contro di loro, il nuovo obiettivo è di spronare lo Stato a prevenire i femminicidi attraverso leggi adeguate e adeguata velocità d’esecuzione delle stesse.

Bisogna considerare le denunce come un “Codice Rosso”. La prevenzione è l’arma più efficace contro la violenza.

Giulia Bongiorno propone di portare le questioni riguardanti la violenza sulle donne a un livello di “Codice Rosso”. Basterebbe, infatti, agire prontamente per scongiurare parecchie tragedie. Basterebbe uscire dalla bolla della frigidità per far si che molte donne non debbano morire per mano di uomini che non sono degni di essere chiamati tali.

A tal proposito sono toccanti le testimonianze di due vittime di quello che Giulia Bongiorno definisce un “tradimento dello Stato”.

La prima a parlare è la mamma di Noemi Durini, la ragazza sedicenne uccisa dal giovane fidanzato. La donna, infatti, aveva presentato diverse denunce, tutte ignorate, prima che sua figlia andasse incontro al suo triste destino. Perfino la denuncia della scomparsa non era stata presa sul serio.

La seconda a testimoniare è Gessica Notaro, sfigurata dall’acido tiratole addosso da colui che un tempo diceva di amarla. Anche lei come la mamma di Noemi non è stata sufficientemente ascoltata e aiutata.

Entrambe avevano denunciato ripetutamente i loro aggressori. Entrambe sono state vittime dell’indifferenza di un sistema troppo indaffarato per poter perdere tempo a sentire le loro grida di sofferenza.

Scopo di Doppia Difesa diviene quello di aprire gli occhi a chi risulta ancora addormentato. Qualcosa deve muoversi, le leggi devono cambiare.

Mentre una brillante Michelle Hunziker, ospite della conferenza, esplicita un sentimento di ansia e di rabbia, Alessio Boni afferma che bisognerebbe sensibilizzare i giovani, riguardo questo delicato argomento. Questo pensiero è largamente condiviso dalla mamma di Noemi che ha deciso di istituire “la Casa di Noemi”. Un’associazione che avrà lo scopo di assistere i giovani e di educarli all’amore e al rispetto.

Dobbiamo unirci e dire basta. La prevenzione è la prima arma per poter combattere e sconfiggere ogni tipo di violenza. Non possiamo lasciare che l’indifferenza continui a mietere vittime.

Simona Valentini

Kemang Wa Lehulere in mostra al Maxxi: “Bird Song”

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L’arte valica i confini e dal Sud Africa arriva al Maxxi di Roma dal 27 Settembre al 26 Novembre 2017.

Deutsche Bank che da oltre trentacinque anni promuove e sostiene l’arte contemporanea, assegna il premio “Artist of the Year” all’artista emergente Kemang Wa Lehulere.

Questo partner d’eccezione che da molto tempo favorisce lo scambio tra le culture mondiali, presenta il progetto “Expanding the Horizon” in cui si inserisce “Bird Song”. La mostra è una rassegna itinerante che testimonia la funzione dell’artista nella società.

Ma andiamo a vederla più da vicino.

Salendo le scale della grande opera architettonica progettata da Zaha Hadid, il Maxxi ci propone una sala interamente dedicata all’artista sudafricano.

A spezzare il silenzio della mostra c’è l’audio di un video Homeless Song 5. Il video affronta temi toccanti: l’espropriazione di terreni e trasferimenti coatti. Kemang si reca a Città del Capo su un distretto collinare Simon’s Town, raso al suolo durante gli anni dell’apartheid.

Questo è il fulcro della mostra.

Temi sociali importanti come quello della politica di segregazione razziale istutuita nel secondo dopoguerra dal governo di etnia bianca del Sudafrica, focalizzano l’attenzione dell’artista. La repressione che da sempre ha caratterizzato il paese natale di Wa Lehulere ci viene mostrata attraverso pittura, installazioni, video e performance.

La mostra è un dialogo tra le sue opere e quelle di Gladys Mgudlandlu. Un’artista autodidatta ormai scomparsa, tra i primi neri ad esporre in una galleria del Sudafrica negli anni ’60.

Ma perchè questa unione? Da dove nasce il bisogno di far interagire le proprie opere con quelle di un altro artista?

Kemang cresce a città del Capo nella stessa città di Gladys. La zia di lui visitò la casa della pittrice e ne ricorda i bei murales.

Da qui parte la sua ricerca.

Kemang vuole riportare alla luce i murales con il fine di ristabilire una connessione tra passato e presente.

Le opere della Mgudlandlu sono quasi tutte incentrate su due immagini ricorrenti: paesaggi e uccelli.  Nasce, dunque, il soprannome “Bird Lady” ed il titolo della mostra “Bird Song”.

Nella sala espositiva del Maxxi vediamo Does this mirror have a memory realizzati dalla zia di Wa Lehulere. Disegni a gesseto che riproducono i suoi ricordi d’infanzia: i murales di Gladys.

Ma non è tutto.

Sempre in questa opera, Kemang cancella dalla lavagna alcune parti di disegno così da farle confrontare con delle gouache colorate della Bird Lady.

Questo è l’incontro tra il presente e il passato.

La modalità narrativa affrontata dall’artista è quella di far interagire la propria storia con quella della sua società.

Regala al visitatore immagini affascinanti che suggeriscono fatti realmente accaduti. L’intento, inoltre, è quello di far luce su temi quali razzismo e ingiustizia che spesso vengono offuscati e ignorati. L’opera che colpisce subito la nostra emotività è Broken wing. Un’opera che pende dal soffitto, come se fossero due grandi ali che richiamano quelle di un uccello, metafora di libertà.

La struttura è composta da vecchi banchi di scuola con incastonate delle protesi dentali create sull’impronta dei denti dell’artista stesso. Le protesi mordono delle piccole Bibbie scritte nella lingua della tribù degli Xhosa.

A tenere il tutto ci sono delle stampelle, elementi ricorrenti nelle opere di Kemang, che indicano una caduta. Ancora una volta il tema affrontato è quello dell’espropriazione delle terre, come ci suggeriscono Carlos Gamerro e Victoria Noorthoorn nel testo nel catalogo.

“Queste opere parlano non solo delle conseguenze del colonialismo in Africa e in Asia, ma si rivolgono a un mondo in cui, gli spostamenti di persone a livello regionale, internazionale e intercontinentale, sono divenuti sempre più difficoltosi. Le uniche soluzioni che i governi sembrano offrire sono i muri più spessi e recinzioni più alte”.

Le “deleted scenes” ossia le “scene cancellate” nella storia del Sudafrica, prendono forza e rivivono attraverso gli elementi e i materiali che compongono le opere. Elementi semplici, legno di scrivanie, lettere scritte ad amici e ad istituzioni pubbliche, disegni in gesso, fino ad arrivare a delle incisioni.

E sono proprio questi disegni a chiudere il ciclo di opere sulla grande parete finale del Maxxi.

Delle incisioni che raffigurano delle mani che mimano la lingua dei segni americana. Kemang lascia a terra i residui del lavoro di cesellatura proprio ad indicare al visitatore il carattere temporaneo della produzione culturale.

“La storia scompare continuamente. Viene e va. E il mio lavoro è una protesta contro il dimenticare”. Kemang Wa Lehulere.

Alessandra Forastieri

Insoliti Sospetti, il remake con un trio che fa invidia

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Si dice che nella vita, se sei fortunato, puoi trovare un paio di amici veri. Quelli che rimangono al tuo fianco fino alla fine. Invecchiate insieme, guardate tutto insieme, fate ogni cosa insieme, ridete e piangete, insieme. Albert era uno di quegli amici per me, non ci sono molti uomini come lui, disposti a rischiare tutto per gli altri, a offrirti una buona parola, o un rene per lamentarsene ogni pio sospinto.[…]

Titolo originale: Going in Style
Regia di: Zach Braff
Attori: Morgan Freeman, Michael Caine, Alan Arkin, Christopher Lloyd
Colonna Sonora: Rob Simonsen
Genere: Commedia
Paese: USA, 2017

https://www.youtube.com/watch?v=Nq2SsmA0Whk

Gallina vecchia fa buon brodo! E’ un detto su cui il poliedrico regista Zack Braff (conosciuto soprattutto per il ruolo di J.D. in Scrubs) ha scommesso con il remake di Vivere alla grande, diretto nel 1979 da Martin Brest. Un Heist movie molto rivisitato, con un cast che vede come protagonisti i tre premi Oscar: Michael Caine (84), Morgan Freeman (79) e Alan Arkin (83).

Siamo impotenti fino a quando non abbiamo più nulla da perdere

A fare da sfondo c’è la storia di tre amici pensionati, Willie, Joe ed Al, stanchi di essere vittime inermi di un meccanismo economico che li ha prosciugati. Pressati dal bisogno di pagare le bollette. Preoccupati per il futuro delle loro famiglie e dinanzi al rischio di perdere la propria casa, questi Robin Hood del 2017 decidono di sovvertire il sistema che li ha abbandonati. Quale modo migliore di rimettersi in gioco se non rapinando la banca che li ha derubati? Un’azione estrema per i tre “aitanti” nonnini, in fondo che hanno da perdere? Una vera e propria sfida contro il sistema.

Nessuna pretesa per un film che ha il solo obiettivo di trasmettere dolcezza ed una sana empatia tra i personaggi e il pubblico, attraverso scene buffe, esilaranti e a volte surreali.

Insoliti Sospetti

Il regista, ha saputo discostarsi dall’opera originale. Nessun film denuncia, ne voglia di raccontare chissà quale realtà. La drammaticità del trama è solo uno sfondo. Nella sua semplicità, il film seppur pecca di una sceneggiatura già rivista, viene salvata da questo Trio che ha segnato Hollywood. A loro va la fortuna della pellicola. Chapeau a Freeman, Arkin e Caine che, nonostante la loro età, sanno dar vita a delle interpretazioni che ancora incantano la macchina da presa.

Attori con un curriculum di tutto rispetto che hanno saputo farci rivivere il sapore della commedia “old school”. Perché in fondo di questo si tratta, di una semplice, ironica e leggera commedia.

Insoliti Sospetti, pur classificandolo come un Heist Movie, è bel lontano dai film classici di questo genere in fondo, non ha la benché minima pretesa di rispettarne i canoni. Anzi, viene avvertita la consapevolezza di assumere tratti non pretenziosi, si ha sola voglia di raccontare la vita di tre amici over 60, forse estremizzandola con una narrativa che per certi versi assume toni assurdi. Ma a conti fatti, è film che piace, scalda il cuore e regala sorrisi.

Ma dove vai se il nonno non ce l’hai?!

Negli ultimi tempi sempre più registi scommettono su commedie geriatriche, spesso con attori che hanno fatto la storia del cinema. Pensiamo al recente film “Le nostre anime di notte” con Jane Fonda e Robert Redford. Ammettiamolo, rivedere dei grandi interpreti in pellicole moderne un po’ ci procura malinconia e desiderio di assaporare il cinema hollywoodiano di un tempo. Una tendenza che il grande pubblico apprezza.

Insoliti Sospetti

L’amicizia oltre la trama

Se si approfondisce lo sguardo sul film, Insoliti Sospetti, è molto di più che una gang di vecchietti che tentano il colpo grosso, è una bellissima lezione di vita, dove l’amicizia vale il rischio, sempre e comunque.

Perché guardarlo?

Insoliti Sospetti

  • Se volete una commedia semplice, che non richiede troppo impegno, questa fa per voi;
  • Per il cast stellare;
  • E poi c’è lui, Christopher Lloyd, l’ Emmett “Doc” Brown di Ritorno al Futuro. Che dire, il suo personaggio è assolutamente fuori di testa cosi come in Ritorno al Futuro, ma in fondo il lupo perde il pelo ma non il vizio!!

Angela Patalano

Una Questione Privata, il cinema è da un’altra parte

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Non ho il minimo dubbio che Una Questione Privata sia un grande libro, un grande romanzo.

Non l’ho mai letto, come avrete capito. Ma tale pensiero mi è venuto vedendo il film omonimo dei fratelli Taviani. Più che pensiero è una convinzione sincera, perché se qualcuno ha deciso di farci una versione cinematografica, non poteva essere brutto quanto quello uscito fuori sotto forma di film.

Per la verità è anche abbastanza lampante. Nel film ci sono diversi momenti, e soprattutto moltissimi dialoghi, di cui si coglie il grande effetto sulla pagina letta e la poca efficacia visiva. Non so se far rivalutare la fonte di partenza sia un pregio o un ulteriore difetto per un film, ma il risultato finale è sinceramente questo.

Il problema di Una Questione Privata non è tanto la bruttezza, c’è sempre di peggio dopotutto ed è anche un giudizio lapidario, rapidissimo, estremamente soggettivo. Ciò che lo affonda è la sua inefficacia, rudimentalità, mancanza di completa creatività o idea filmica. I film dei fratelli non hanno mai brillato per tali aspetti, il loro è un cinema sicuramente semplice e sicuramente realistico. Ma è sempre stato potente e riuscito. Adesso, di fronte ad uno scenario completamente cambiato, totalmente evoluto, anche nel panorama italiano (sembra strano a dirsi), ogni passo indietro pare scavarsi una voragine attorno.

Nel linguaggio, nella resa estetica, nella visione, nella totale mancanza di idee. Una Questione Privata è un film vecchissimo.

Cosa c’è di diverso tra questo e una fiction televisiva? Cosa aggiunge ai racconti dell’epopea partigiana, in quale maniera fa vivere una storia d’amore e dubbio personale? Può essere sufficiente nell’anno del Signore 2017 vedere scene di dialogo basate solo e soltanto su campo e controcampo? Nemmeno la bravura di Luca Marinelli, la sua spontaneità, sono sufficienti a salvare la visione. Soprattutto se poi si trova costretto a dialogare con una collega come Valentina Belle’: alla giovane auguriamo tutto il meglio per la sua carriera, ma almeno qui oltre la recitazione amatoriale non è andata.

Ecco, amatoriale è un aggettivo che si sposa benissimo con l’intera operazione. Non avrei mai pensato di usarlo con autori immensi e dall’esperienza immensa dei Taviani, e lo faccio con dispiacere, ma Una Questione Privata non è cinema. È accontentarsi, è adattare un romanzo senza idee di come farlo o perché farlo, è lasciare la qualità a casa. Non a caso, l’influenza televisiva non è solo nella resa scenica, ma anche dai mantra dei grandi maestri….

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Emanuele D’Aniello

Colapesce è “infedele” alle regole della musica: grazie a Dio

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Ci sono album che quando li ascolti sembrano essere fuori dal coro. Da quell’insieme di voci indistinte e impersonali. Tutte intonate e mai fuori posto.

Mentre scorre il suo nuovo lavoro intitolato Infedele, Colapesce (al secolo Lorenzo Urciullo) si ha la sensazione di sentir sparire quelle voci che ci perseguitano alla radio, nel traffico cittadino, oppure in televisione dove tutto sembra essere una minestra a cui ci stiamo piano piano assuefacendo. Una ricetta impeccabile che però ormai ci provoca nausea e prossima morte cerebrale.

Probabilmente sono eccessivo ma la colpa è degli chef (master? no!) che si ostinano a non volerci cucinare qualcosa di più gustoso. Non hanno paura di rischiare.

Colapesce invece sperimenta e non lo fa solo musicalmente, in una realtà udibile solo nel momento in cui il nostro formato musicale preferito sprigiona note. Lo fa anche nel quotidiano. Per esempio organizzando due ascolti dell’album a Roma, presso la  Sala B di Radio 2 Rai in Via Asiago e l’altro a Milano nell’Auditorium Demetrio Stratos di Radio Popolare.

Colapesce infedele

Praticamente una rarità nell’era del digitale in cui ognuno di noi è troppo preso ad ascoltare la propria musica, nelle proprie cuffie, nel proprio viaggio quotidiano. Un gesto che nella sua semplicità fa riflettere: siamo così presi ad essere “social” chiusi nelle nostre menti che ci scordiamo il gusto di ascoltare un disco in compagnia. Un gesto semplice che sta sparendo piano piano. Così come stanno sparendo i negozi di dischi. Quelli con all’interno la figura del negoziante ha ancora un senso. Senso che per molti equivale a voglia di acquistare da loro piuttosto che nei grandi distributori. A tal proposito Colapesce sarà presente in molti negozi sparsi per l’Italia per presentare “Infedele”

“Ho comprato almeno un disco in quasi ognuno dei negozi dove porteremo Infedele – ha detto Colapesce – e in quelli in cui non è ancora successo è solo perché non ci sono ancora stato”

Amore per la musica, zero regole e vincoli.

Il disco è la sintesi perfetta del suo pensiero. Canzoni che sono figlie di stimoli e suggestioni. Spesso opposte tra loro.

Brani personali come Pantalica, necropoli vicina Solarino, luogo in cui il cantautore è cresciuto. Ti attraverso (brano di cui abbiamo già parlato qui) è un brano che sembra voler spingersi oltre la comprensione umana dell’amore Totale che era stata scelto da Luca Carboni. Colapesce è infatti anche autore di brani altrui e a tal proposito dice:

Il pezzo piacque tanto a tutti e fu  opzionato da Luca Carboni praticamente qualche giorno dopo. Ma questa cosa mi faceva stare male perché me lo sentivo cucito addosso a differenza di altri brani che scrivo come autore, e alla fine decisi di tenerlo.

Il disco è un vero e proprio viaggio e chi meglio di Vasco Da Gama poteva essere a capo di questa spedizione?

Proprio a lui è dedicata la quarta traccia. Una promessa fatta al famoso esploratore portoghese durante un viaggio a Lisbona.

Una cosa che adoro di questo pezzo è la tridimensionalità, una qualità che via via viene meno nelle produzioni italiane, che spesso sono autoreferenziale (produttivamente parlando) e bidimensionali.

 

Colapesce

Il disco alterna diverse atmosfere riflessive. Non sembra esserci mai un vero momento privo di pensiero.

Potrete coglierlo sicuramente in Decadenza e panna, forse il brano più classico del disco. Oppure in Compleanno, dove a discapito del titolo “festoso” (almeno a livello di vocabolo), il pezzo sembra piuttosto essere il celebrare una piccola morte, piuttosto che un giorno di gioia. Quella che sembra essere una marcia funebre iniziale vi darà questa sensazione. Nel brano Maometto a Milano troviamo molto del suo vissuto nel capoluogo lombardo. La spiritualità in una città in cui il tram tram quotidiano sembra non poter collimare, eppure una città piena di palestre in cui praticare yoga in cui si seda, probabilmente, la voglia meramente “cool” d’abbracciare lo spirituale in 2D.
Il disco si chiude con il brano Sospesi  e questa volta mi piace lasciare la chiusa dell’articolo alle parole dell’artista stesso. Questo perché credo fortemente che solo lui possa spiegare al meglio

Un viaggio all’interno della musica che amo, un viaggio dentro la canzone in tutte le sue forme, un caleidoscopio di quello che siamo diventati dalla post adolescenza all’età adulta, quella con le responsabilità e le tasse.Essendo i miei ascolti trasversali e “infedeli” non potevo non inserire un rimando alla mia passione per il jazz e la canzone d’autore italiana degli anni 60.L’ho scritta al piano e io non sono un pianista, ma anche qui come per le altre canzoni esploro, mi metto in gioco e faccio cose che non ho mai fatto prima esperimento su esperimento per avere nuove emozioni, qualcosa di nuovo di diverso, l’eterno fascino della novità, che poi è l’ingrediente che spinge l’infedele all’infedeltà.

Emiliano Gambelli

#MusicaRivista si fa psichedelica grazie a Funkadelic e Herbie Hancock

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La rubrica di questo mese presenta gli album di due artisti che hanno segnato generazioni di artisti grazie al loro sound rivoluzionario ed evocativo, Maggot Brain e Head Hunters.

Ci troviamo agli inizi degli anni ’70. I moti giovanili rivoluzionari che qualche anno prima imperversavano per le strade si erano da poco placati, la cultura hippie era ormai radicata. La morte di Jimi Hendrix e Janis Joplin nello stesso anno rischiava di lasciare un grosso vuoto. Fortunatamente non è stato così. L’enorme onda “pop” (e già, al tempo quella era tutta musica pop!) continuava a propagarsi e influenzare gli artisti più diversi. Tra le innumerevoli perle dell’epoca, però, ho scelto di presentarne due particolarmente preziose: Maggot Brain dei Funkadelic e Head Hunters di Herbie Hancock.

Maggot Brain (1971) – Funkadelic

Questo è uno di quei classici album che non si può fare a meno di ascoltare a ripetizione, consumando vinile o cd che sia. Maggot Brain è semplicemente un miracolo del funk psichedelico, misto a rock e soul.

 A renderlo così speciale è la carica emotiva, l’energia che riesce a infondere nell’ascoltatore. Il suono pieno, ricco passa dalle orecchie al cervello dandoci un assaggio dei gloriosi anni musicali nei quali è nato.

Dall’organico dei Funkadelic, che dopo l’album ha subito grossi cambiamenti, spiccano il leader George Clinton e il lead guitarist Eddie Hazel. Delle sette tracce, invece, a lasciare il segno più evidente sono la title track “Maggot Brain”, una lunga session strumentale, e “Super Stupid”, una canzone vibrante che ha come protagonista un drogato.

Tra i vari artisti ispiratisi al sound e alla psichedelia dell’album c’è addirittura John Frusciante, che nel suo The Empyrean apre con “Before the Beginning”, una sorta di riproposizione di Maggot Brain.

Head Hunters (1973) – Herbie Hancock

Head Hunters
Cover di Head Hunters.

Head Hunters si colloca in uno scenario differente da quello di Maggot Brain. L’album, l’undicesimo di Hancock, è infatti visto come la “svolta jazz” dell’artista. Il pianista di Chicago decise nel ’74 di costruire un super ensemble di musicisti per dar vita ad una sperimentazione Funk-jazz. La scelta si è rivelata non solo vincente ma leggendaria!

A dominare durante tutto l’LP sono ovviamente i synth di Hancock che sono capaci di dare ritmo e al contempo colore alle tracce. Il lavoro di arricchimento del suono degli altri componenti della band rende il tutto raffinato e mind blowing. Alle percussioni abbiamo Harvey Mason, al basso Paul Jackson e Bennie Maupin, che come Hancock si era affermato grazie a Miles Davis.

La track più famosa e incisiva delle quattro appartenenti a Head Hunters è sicuramente la prima, “Chameleon”. È una sessione di quindici minuti circa, durante la quale ai synth di Hancock, che fanno da linea guida, si avviluppano progressivamente tutti gli altri strumenti. Il risultato è una canzone di rara qualità che fonde alla perfezione il funk al jazz.

#MusicaRivista vi dà appuntamento al prossimo mese! Il precedente articolo è disponibile qui.

Gianclaudio Celia

@Gian_Celia

The Deuce 1×02/1×03, il colore verde della solitudine

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Queste due nuove puntate di The Deuce chiariscono la vera natura della serie: mostrare l’abisso della solitudine umana.

Un vuoto che ovviamente si fa sempre più profondo quando l’unica arma a disposizione per colmarlo è l’edonismo, che sia il dedicarsi ai piaceri della carne o invece rincorrere il facile colore verde dei dollari. Ma al tempo stesso, proprio perché questa è una serie che analizza ma non demonizza, capiamo che talvolta l’edonismo può essere la chiave giusta quando è fatto proprio e ribaltato a strumento dell’indipendenza personale.

Prendiamo Abby. Questa giovane ragazza è quasi un surrogato del pubblico, colei che si muove al di fuori di tutto e fa domande. Una ragazza che ha capito benissimo cosa vogliono gli altri e sa usarlo a proprio vantaggio, padrona di sé stessa riuscendo a sfiorare l’oggettificazione senza caderne dentro. E prendiamo poi Candy, forse l’esempio assoluto della solitudine mostrata dalla serie. Barcamenandosi tra “lavoro”, famiglia e indipendenza da ogni pappone, è sicuramente il personaggio più triste ed empatico finora visto. Ma non una che si chiude in sé stessa, semmai una figura che ha capito cosa sfruttare, e ora vede nella finestra del porno le possibilità del domani. E poi naturalmente c’è Vinny, sempre in bilico tra due mondi, ma sempre disposto a cadere per i soldi.

Il lavoro di The Deuce è sensazionale. Prendere il non detto dalle altre serie tv, sfiorare le perversioni, e da qui partire per capire la sincerità umana.

Rimane comunque una serie opaca, come tutti i lavori di David Simon. Enormemente dispersiva, e quella lunga scena in cui moltissimi personaggi si trovano tutti all’inaugurazione del nuovo locale di Vinny è quasi una rarità. Un affresco ancora più emblematico, un microcosmo nel quale vediamo muoversi sentimenti e azioni per rispondere ai nostri quesiti.

Non tutto funziona proprio perché The Deuce non sta ferma e zitta un momento. James Franco è bravissimo, ma il doppio ruolo dei gemelli è piuttosto inutile, e l’interpretazione di Frank non aggiunge nulla alla serie o al ritratto, di riflesso, del fratello Vinny. La storia con la mafia aiuta a capire il movimento e la ricostruzione della New York anni ’70, partendo dalle radici marce, ma rimane troppo diversa dalla narrazione principale. E, naturalmente, non efficace come le storie delle ragazze di strada, quasi come se uscisse da una diversa serie.

Probabilmente The Deuce non aiuterà gli spettatori a capire perché esiste la prostituzione. Ma farà riflettere sulla necessità di (ri)prendere il controllo ognuno della propria vita. O perlomeno, riflettere su cosa vogliamo veramente.

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Emanuele D’Aniello

Insyriated, l’orrore della guerra tre le mura domestiche

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La testimonianza di una condizione drammatica che esaspera gli equilibri e mette in discussione i valori dell’animo umano.

Quante volte ce lo siamo chiesti guardando le immagini dei territori di guerra diffuse in tv. Strade devastate barricate e macerie, il caos. Sullo sfondo palazzi bombardati e semidistrutti, ma ci sarà ancora qualcuno li dentro? Purtroppo oggi sono ancora in molti a vivere così, e Insyriated diretto da Philippe Van Leeuw esplora la quotidianità di questo dramma.

Il film ha il merito di fornire lo spettro completo delle sensazioni e degli stati d’animo, che prova chi è costretto in questa situazione. É girato completamente in interni, fattore che contribuisce a calarsi, per quanto possibile, nella dimensione soffocante di chi convive con la paura costante di essere centrato da una bomba.

Una giornata tra le mura di un appartamento di Damasco in piena guerra.

Anche lo sviluppo della narrazione, contenuto nell’arco temporale di un’intera giornata rende bene il contesto. I personaggi che animano la vicenda vengono scandagliati nelle loro ansie e nei loro movimenti, sempre condizionati dall’angoscia del pericolo imminente. L’ambiente casalingo perde il suo ruolo naturale trasformandosi in rifugio. Porte sprangate e rapidi sguardi tra le fessure di finestre socchiuse, autentica prigionia.

Gli echi delle esplosioni e i cecchini che sparano su ogni cosa che si muova all’esterno opprimono gli animi. Ognuno reagisce a suo modo, ed è in questo gioco di relazioni condizionate dal pericolo che si sviluppa il film. Davanti a situazioni inaspettate, ognuno sarà costretto a mettere in discussione i suoi valori nello sforzo esasperato di sfuggire alla morte. Gli attori sono quasi tutti Siriani scelti tra i rifugiati che hanno dovuto abbandonare il paese, ed è forse perché sentono in maniera particolare la tematica del film, che riescono a dare ai personaggi lo spessore umano più autentico.

Hiam Abbass interpreta magistralmente le angosce di una madre sotto il pericolo delle bombe.

Eccezioni sono Hiam Abbass e Diamand Abou. La prima nel ruolo della madre fornisce una grande interpretazione. Una maschera segnata dal peso che il ruolo di capofamiglia determina in certe situazioni. Consumata dall’impegno continuo nel tenere sotto controllo la situazione, impedendo alla paura di prendere il sopravvento e fornendo contemporaneamente sicurezza agli altri. Da lei dipendono i movimenti di tutte le presenze nella casa, che si spostano da un’ambiente all’altro con l’unico scopo di non destare sospetti all’esterno.

Anche quelli dell’angosciata e fragile domestica Delhani, interpretata in maniera convincente da Juliett Navis. Nell’appartamento si dà ospitalità anche ad una famiglia dello stesso stabile, la cui casa è stata bombardata. Segnale che la solidarietà può resistere anche in situazioni estreme, ma da ricalcolare ad ogni singolo evento. Fattore che spinge a volte le persone verso scelte morali molto dure in nome della sopravvivenza, primo e più forte tra gli istinti umani.

Una sceneggiature di estremo realismo.

Il set appare veramente autentico e riesce  a portare completamente lo spettatore all’interno della vicenda. La tensione è insita nel film, rimane sempre viva e permette di comprendere pienamente la situazione narrata. Un’autenticità che il regista ha curato particolarmente, chiedendo a due colleghi Siriani in esilio di visionare la sceneggiatura, per assicurarsi che il film risultasse il più aderente possibile alla realtà. Risultato che il pubblico ha già premiato decretandolo vincitore nella Sezione Panorama al Festival di Berlino 2017.

Bruno Fulco

VideORLAN e il Technobody di ORLAN in mostra al MACRO

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Le Project room #1 e #2 del MACRO di via Nizza ospitano fino al 3 dicembre una selezione di lavori della body artist ORLAN.

Parte del programma di Contemporaneamente Roma 2017, la mostra sull’artista francese ORLAN: VideORLAN – Technobody ci mostra un’arte sempre più tecnologica e giocabile. A vent’anni dalla sua mostra antologica “ORLAN a Roma 1964-1996”, l’artista francese torna a esporre nella Capitale. La mostra è curata da Alessandra Mammì e realizzata in collaborazione con Villa Medici e con Studio Stefania Miscetti che curò l’antologica del 1996.

ORLAN è una donna che ha scelto di mettere da parte il suo nome per trasformarsi in ORLAN. Quasi un marchio, da scrivere sempre e rigorosamente in stampatello maiuscolo: per essere fuori da ogni cliché.

ORLAN si è costruita anche una nuova identità fisica quando ha deciso di usare il proprio corpo come medium e supporto visuale del suo lavoro.

Una body artist che si è sottoposta ad operazioni chirurgiche per attaccare convenzioni e stereotipi imposti alla figura femminile. Queste l’hanno resa una delle figure più estreme della ricerca contemporanea. Utilizza il suo corpo nelle sue performance e nelle sue sculture come uno strumento di misura della realtà fisica, culturale e antropologica.

Un’artista impegnata che si oppone a qualsiasi forma di dominazione.

Impegno sociale e politico già presenti dalle sue prime opere degli anni Sessanta.

Lavori sempre provocatori e venati da umorismo quelli di ORLAN, in cui esprime il suo punto di vista sovversivo mettendo sovente in discussione i canoni estetici assegnati alle donne nella nostra società.

Le opere più interessanti probabilmente sono le tre sculture/gioco risalenti agli anni ’70 e ’80.

Tutte composte da fotografie raffiguranti ORLAN, sono ritagliate e incollate su un supporto ligneo.

Habillage/déshabillage (1977) è un cartellone composto da caselle a due facce su cui sono incollate fotografie di parti del corpo vestito/nudo dell’artista. Lo spettatore è invitato ad indossare dei guanti bianchi per poter decidere, girando le caselle, quali zone del corpo dell’artista vestire e quali spogliare.

ORLAN, Installation photographique interactive, Déshabillage, habillage, rhabillage, libres et changeants, 1977
ORLAN, Installation photographique interactive, Déshabillage, habillage, rhabillage, libres et changeants, 1977

 

Têtes à claques, jeu de massacre (1977) è un gioco preso a prestito dai lunapark. Lo spettatore ha a disposizione delle palline da lanciare al bersaglio. Questo è costituito da otto fotografie di ORLAN a mezzobusto, ognuna con un’espressione facciale differente. Ogni volta che lo spettatore colpisce una ORLAN la sagoma crolla facendo un rumore. Questi otto bersagli sono incorniciati da quattro sagome del corpo nudo e chino dell’artista.

ORLAN, Installation photographique interactive, Têtes à claques, jeu de massacre, 1977
ORLAN, Installation photographique interactive, Têtes à claques, jeu de massacre, 1977

 

Panoplie de la fille bonne à marier (1981) mostra ancora una volta una fotografia del corpo dell’artista, scontornata e incollato su un supporto. Attorno a questa figurina nuda di ORLAN le tracce di un lanciatore di coltelli. Questi sono conficcati sul supporto su cui la sagoma di ORLAN poggia. Lo spettatore è potenzialmente in grado di “rivestire” l’artista con degli abiti giocattolo. Il reggiseno con le uova fritte alluderebbe alle capacità da brava cuoca della donna in età da marito.

ORLAN, Dressing Of the Bride to Be - Panoplie de la fille bonne à marier, 1981
ORLAN, Dressing Of the Bride to Be – Panoplie de la fille bonne à marier, 1981

 

Queste opere permettono allo spettatore di giocare e interagire col corpo della body artist.

Gioco e corpo sono due elementi che la legano alle avanguardie artistiche del Dada e di Fluxus. Opere per divertire, ma con un occhio sempre puntato alle tematiche sociali.

Ancora gioco e interattività presenti nella sua più recente creazione: Expèrimental mise en jeuun videogioco “al contrario”.

L’artista, stufa dei videogames il cui scopo è la morte del nemico, la violenza e la distruzione, crea un gioco il cui fine è quello di trasformare il caos in rinascita e creazione.

Protagonista del gioco – diviso in tre livelli –  una ORLAN-robot la quale, con l’aiuto dello spettatore che giocherà, dovrà cercare i pezzi del suo corpo per poter ritrovare la sua forma umana.

Nemico della postura umana e poco incline all’interattività, il joystick è stato messo da parte dall’artista per lasciare spazio a degli innovativi braccialetti elettronici. Questi permetterebbero una postura più naturale e un’interattività più profonda fra il corpo umano dello spettatore e il corpo della ORLAN virtuale.

ORLAN, Expèrimental mise en jeu, 2015
ORLAN, Expèrimental mise en jeu, 2015

 

Un invito all’interattività viene anche dalle opere del gruppo Self-hybridations.

Si tratta di fotografie del volto della ORLAN truccato come una maschera dell’Opera di Pechino. Scaricando la App AUGMENT e inquadrando le opere con la fotocamera dello smartphone sarà possibile vedere ORLAN trasformarsi in un avatar in 3D e irrompere sugli schermi dei nostri dispositivi. Partendo dalle maschere dell’Opera di Pechino l’artista vuole comunicare un messaggio politico: contestare le regole del teatro lirico cinese che ancora vieta alle donne di calcare il palcoscenico. I ruoli femminili infatti, sarebbero ancora interpretati dagli uomini.

ORLAN è interessata a restituire al corpo femminile un potere di controllo e occupazione dello spazio.

Ha realizzato questa sua esigenza sia con il gruppo di opere appena descritte; sia mediante le performance dei primi anni.

La sala cinema del MACRO ospita a rotazione vari video prodotti dall’artista. Le registrazioni delle sue performance più famose sono riprodotte da dei tv nelle Project room #1 e #2.

Nei MèsuRages ORLAN usa il proprio corpo come unità di misura femminilazzando la massima pitagorica “l’uomo è misura di tutte le cose”.

E ancora, le performance più estreme: le operazioni chirurgiche riprese in video e a cui ORLAN si è sottoposta.

Operazioni in cui il corpo è divenuto materia per analizzare, contestare e raggiungere “l’ideale di bellezza”.

Ma qual è questo ideale irraggiungibile? Chi lo ha imposto? Domande importanti stimolate da questi lavori radicali ospitati dal corpo dell’artista in prima persona.

 

Francesca Blasi


La mostra VideORLAN – Technobody la trovate al MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma in via Nizza 138.

Dal martedì alla domenica 10:30 – 19:30 (la biglietteria chiude un’ora prima)

Tariffa intera: non residenti a Roma Capitale 9,00€, residenti 8,00€.

Tariffa ridotta: non residenti a Roma Capitale 7,00€, residenti 6,00€.

Biglietto cumulativo MACRO via Nizza + MACRO Testaccio.

Tariffa intera: non residenti a Roma Capitale 11,50€, residenti 10,50€.

Tariffa ridotta: non residenti a Roma Capitale 10,50€, residenti 9,50€.

Per ulteriori informazioni www.museomacro.org