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“Mariti e mogli”, raffinato racconto della vita insoddisfatta delle coppie

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Al Teatro Quirino di Roma sarà in scena fino al 17 dicembre 2017 l’adattamento di Monica Guerritore di “Mariti e mogli” di Woody Allen.

Il film scritto e diretto da Woody Allen, “Mariti e mogli”, è la storia di due coppie di amici. Judy e Gabe una sera ricevono a cena Sally e Jack, i quali annunciano con nonchalance la loro separazione. L’unica che si rivela quasi sconvolta dalla decisione è Judy, che non si spiega la tranquillità dei suoi amici di fronte alla fine del loro matrimonio.

Si scoprirà presto che ha ragione Judy, perché la separazione si rivelerà dolorosissima e tutt’altro che serena. Costringerà anche lei stessa e suo marito Gabe ad interrogarsi sulla solidità e felicità della loro unione.

Monica Guerritore dirige il suo adattamento della sceneggiatura del film, al Teatro Quirino di Roma, fino al 17 dicembre. Il risultato complessivo è elegante e raffinato.

Gli attori sono tutti bravissimi nelle loro interpretazioni; i dialoghi sono rimasti brillanti e in perfetto stile Allen; gli intermezzi musicali tra Louis Armostrong ed Etta James, in cui i personaggi ballano, si integrano molto bene nella messa in scena.

Guerritore sceglie di rispettare le unità di tempo e di luogo. Tutti i personaggi sono riuniti in una sala da ballo dall’aspetto irresistibilmente vintage, quando inizia a piovere a dirotto. Lì trascorreranno l’intera notte. Anche se la scena resterà immutata, la sala da ballo svolgere le funzioni di una sala d’attesa, di un ristorante, “di un luogo della mente”, come sostiene Monica Guerritore.

L’artista tiene per sé il personaggio di Sally e lascia quello dell’amica Judy a Francesca Reggiani. Due attrici molto diverse tra loro, completamente a proprio agio nelle loro ruoli complementari.

Monica Guerritore è perfetta in ogni scena, esteticamente splendida ed emotivamente coinvolgente. Francesca Reggiani riesce ad essere profonda e divertente come dovrebbe essere Judy, l’unica che alla fine dei giochi ha il coraggio del cambiamento vero.

Come disse lo stesso Woody Allen, i personaggi di “Mariti e Mogli” vivono in un “girotondo di piccole anime che girano e girano intrappolate nell’insoddisfazione cronica di una banale vita borghese”.

I più insoddisfatti, ma incapaci di cambiare davvero, sembrano i personaggi maschili. Innanzitutto, l’uomo d’affari Jack, qui interpretato dal travolgente Ferdinando Maddaloni, che prima lascia la moglie concorde, poi scappa via anche dall’amante.

Sono altrettanto smaniosi ma resistenti al cambiamento l’amico professore universitario Gabe (Cristian Giammarini), l’attraente Michael (Enzo Curcurù) e l’impiegato Paul (Angelo Zampieri).

Anche i personaggi femminili “secondari” sono ben delineati e le attrici danno prova di essere all’altezza. Malvina Ruggiano convince nel ruolo della giovane e determinata Rain, scrittrice allieva di Gabe. Lucilla Minnini è spumeggiante al punto giusto in quello di Sammy, l’amante sexy e poco intellettuale di Jack. A lei, in un certo senso, il compito di dare una svolta alla trama e innescare il movimento dei personaggi.

Ma non sono soltanto la bravura degli interpreti e la regia di Guerritore a rendere tanto godibile la versione teatrale di “Mariti e mogli”.

Le scene di Giovanni Licheri e Alida Cappellini e le luci curate da Paolo Meglio donano a tutto l’impianto un’atmosfera intima e affascinante. Quando parte la musica che fa ballare gli attori in scena, tutto appare in perfetta armonia. Viene quasi voglia di salire sul palcoscenico per vivere un po’ in quell’ambiente.

A fine spettacolo si esce dalla sala con la consapevolezza di aver assistito ad un pezzo di vero Teatro.

Stefania Fiducia

The Big Lebowski Art Collection: un omaggio al grande film del 1998

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Il progetto della neonata casa editrice Edizioni del Frisco, dedicato al film The Big Lebowski, è basato sulla disponibilità degli artisti a partecipare a un atto d’amore.

Un film, quello dei fratelli Coen, che è diventato leggenda, e che ha spinto ben 67 artisti da 20 Stati del mondo a omaggiarlo. Come racconta Francesco Ciaponi di Edizioni del Frisco, “la storia di questo libro è una storia fantastica, quasi leggendaria, e racconta di un progetto nato piccolo piccolo e diventato grande grande”.

L’intervista

Ma partiamo dall’inizio, con una domanda fondamentale rivolta a Francesco: come hai deciso di aprire una tua casa editrice, qual è la tua storia? Perché una decisione così controcorrente, in un periodo in cui l’editoria – ci dicono – è ormai morta?

La decisione di aprire una casa editrice nasce chiaramente da lontano, da quando per la precisione avevo circa 18 anni e ho iniziato ad interessarmi al mondo dell’editoria e della stampa. Mi sono laureato poi con una tesi sulla stampa underground italiana degli anni sessanta e settanta, che tra qualche mese pubblicherò in una seconda edizione riveduta e dal design, diciamo così, originale.

Da sempre quindi mi occupo di questi temi e il passo verso la scommessa in prima persona è stato quasi naturale, anche se ci è voluto del tempo per trovare il coraggio, visto che la giusta dose di follia mi ha sempre accompagnato.

Adesso siamo qui, la casa editrice sta lavorando a pochi libri ma sempre di qualità, provando a essere un po’ fuori dalle righe, ci proviamo insomma…

Davvero hai visto The Big Lebowski per tre volte di fila? Cosa c’è di così speciale in questo film? Spiegalo a tutti i giovani che ancora non l’hanno visto!

Intanto devo dire a chi non lo ha mai visto che li invidio, e non poco perché ancora hanno da scoprire e quella è la condizione che reputo la migliore, quella che di poco precede la sorpresa è proprio il migliore degli attimi che riesco ad immaginare.

L’essere speciale è nel DNA del film, non nella crosta. Non sono le interpretazioni, non è la storia, non è cioè la tecnica cinematografica. Per quanto mi riguarda l’aspetto che (sì, tutto vero) mi ha tenuto al cinema 3 volte consecutive, fu proprio una sensazione… quella cioè che quella pellicola fosse stata fatta per me, solo per me. Poi con il tempo ho scoperto che questo sentimento era condiviso con tanti, tanti altri e quindi significa che forse, dopotutto, quel certo modo di prendere la vita del Drugo, così rilassato e semplice, fa piacere a molte persone e anzi, forse è necessario a molte persone.

Un’adesione spontanea, fluviale

È stato difficile raccogliere così tante adesioni al progetto? Come avete selezionato gli artisti? Come mai proprio una art collection?

Le adesioni al libro sono giunte spontanee, fluviali, continue. In pratica, per farmi capire, il materiale è giunto tutto in un solo mese, aprile 2017 e, anche dopo la scadenza indicata, sono continuate ad arrivare mail e lavori che mi chiedevano di inserire nel volume due.

La selezione non c’è stata, ho deciso su consiglio anche di mia moglie, di inserire tutto quello che sarebbe arrivato. È stata una decisione quasi naturale, più il materiale aumentava e più mi attirava l’idea di mostrare in quanti e quali modi, stili, forme, poteva essere rappresentato un unico soggetto. In questo caso il film Il Grande Lebowski.

Una domanda “scomoda”: qual è l’illustrazione che ti piace di più, o quella che meglio ti rappresenta?

Scomoda davvero, perché è un po’ come chiedere la canzone preferita; ogni giorno, ogni ora ho una canzone preferita ed è sempre differente. Diciamo che quella di Lil Tuffy che ha creato un gigposter per un immaginario concerto degli Autobahn è sia esteticamente pulito come piace a me, sia, e forse soprattutto, ricercato dal punto di vista del soggetto visto che solo chi conosce bene il film sa riconoscere il nome della band e ricondurla ad alcuni personaggi specifici.

Un lavoro che mi ha subito colpito e che avrei voluto realizzare io è quello di Concepciòn Studios, un designer californiano che lavora per i Red Hot Chili Pepper e Lady Gaga e che ha creato una grafica totalmente differente dal resto dei lavori, con un Drugo che cammina in uno sfondo piatto con un elemento geometrico che irrompe sopra di lui. Lo considero originale, elegante e soprattutto molto innovativo. Diciamo che non è rimasto intrappolato dall’immagine del Drugo e, anzi, lo ha declinato secondo il suo stile. Bello.

Cosa ci aspetta in futuro?

Puoi darci qualche anticipazione succosa sulle prossime pubblicazioni della tua casa editrice?

Con le Edizioni del Frisco sto lavorando a 2 progetti.

La seconda edizione del mio libro “Underground: ascesa e declino di un’altra editoria” in cui racconto la storia della stampa underground italiana dal 1966 al 1977. Una sorta di viaggio fra personaggi, proteste, musica, illustrazione e, chiaramente, prodotti editoriali di cui la maggior parte delle persone non sa niente ma che, ogni qual volta li ho mostrati, hanno fatto sgranare gli occhi per bellezza, innovazione e originalità.

L’altro progetto riguarda la biografia di un famoso attore americano, che tutti amano e che da poco ha compiuto 80 anni. Sarà un piccolo libro in cui diversi illustratori accompagneranno le fasi della sua vita che, a mio avviso, riesce ad essere ancora più interessante della sua eccezionale carriera.

Dal punto di vista digitale, sto lavorando ad un progetto con cui promuovere i prodotti editoriali indipendenti: magazine, libri, fumetti e simili per cui, se qualcuno ama questo mondo e ha materiale da promuovere, ci scriva, stiamo proprio pensando a voi!

Valeria Martalò

Il 29 dicembre torna Black Mirror su Netflix

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Black Mirror, la serie originale Netflix diretta da Chiarlie Brooker, sta per tornare con la quarta stagione.

Vincitrice del premio EmmyBlack Mirror 4 sarà disponibile su Netflix a partire da Venerdì 29 Dicembre in tutti i Paesi in cui il servizio è attivo.

Tra gli innumerevoli interpreti, la serie vede tra i protagonisti Jesse Plemons, Rosemarie DeWitt, Jimmi Simpson, Cristin Milioti, Aldis Hodge, Maxine Peake, Andrea Riseborough, Letitia Wright e Michaela Coel. 

Come registi dei nuovi sei episodi troviamo Jodie Foster, Toby Haynes, John Hillcoat, Colm McCarthy, Tim Van Patten e David Slade.

Sinossi

Black Mirror è una serie TV antologica che scava all’interno del nostro disagio collettivo nei confronti del mondo moderno, ogni singolo episodio è un racconto tagliente, ricco di suspense, che esplora i temi della tecno-paranoia contemporanea arrivando a conclusioni indimenticabili – e molto spesso inquietanti. Senza dubbio, la tecnologia ha trasformato tutti gli aspetti delle nostre vite. In ogni casa, su ogni scrivania, in ogni mano troviamo uno schermo al plasma, un monitor, uno smartphone –Black Mirror riflette la nostra esistenza nel XXI così com’è.

La serie TV è scritta e creata da Charlie Brooker, che è anche produttore esecutivo insieme ad Annabel Jones.

 Maggiori informazioni su netflix.com/blackmirror.

https://www.youtube.com/watch?v=3kysje4J05w

La Ruota delle Meraviglie, il viale dei sogni infranti di Woody Allen

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Per iniziare, prendiamo le coordinate necessarie. Dove eravamo rimasti con Woody Allen?

Ripartiamo da Irrational Man e poi da Café Society, quindi. Perché Woody Allen non fa “sempre lo stesso film” come molti dicono, ma riparte da suoi temi, personaggi, situazioni – quale grande autore non riparte sempre dagli stessi temi familiari? Si chiama avere una propria poetica – per declinare ogni qualvolta il discorso in forme nuove. E, soprattutto, segue un percorso chiaro.

La sostanza è sempre nera, funerea. Il cinema di Woody Allen dell’ultimo decennio, almeno, non si è mai liberato da quella nube di pessimismo che lo avvolge, diventata sempre più fitta anche per un autore che scrive un film l’anno al fine di non pensare troppo al dover morire. La Ruota delle Meraviglie adesso si colloca a metà strada tra l’inesorabile pessimismo cosmico di Irrational Man, il suo film più cinico, e la malinconia delle scelte sbagliate di Café Society.

Prima di tutto, però, La Ruota delle Meraviglie parte dal teatro, non sottovalutiamo tale aspetto. Per l’impostazione scenografica assolutamente da set teatrale, che il Woody Allen regista abbraccia girando lunghi piani sequenza, o muovendo la macchina attorno ai personaggi, permettendo loro di dominare la scena e sfogare ogni dialogo. E per la scelta chiara di affidarsi al melodramma alla Tennessee Williams. Non solo un’intenzione, ma una scelta sposata appieno e annunciata da un personaggio rompendo la quarta parete. Sì, La Ruota delle Meraviglie è una pièce teatrale camuffata da film in cui non c’è nulla da minimizzare: le urla sono tante, i sentimenti laceranti, la recitazione enfatica, il melodramma alle stelle.

Al suo 47° lungometraggio, forse Woody Allen si è stancato di scegliere le mezze misure.

Non ci chiede di immedesimarci nei personaggi, oramai. Quelli che mette in scena non sono veri personaggi, ma pedine di un gioco più grande, quello in cui tutti noi non abbiamo scampo. Quattro personaggi in cerca di serenità – anzi cinque, se vogliamo aggiungere pure il bambino – i cui sogni e speranze naufragano uno dopo l’altro. Per le scelte che prendono, o talvolta non prendono, esattamente come in Café Society. O per i dubbi etici e le decisioni fatali messe in pratica, come in Match Point. Per l’incapacità di accettare quel pizzico di normalità che il presente offre, come consigliava Basta che Funzioni. Soprattutto, per quel conto aperto con la vita stessa, come in Interiors.

Ginny è una ex attrice fallita che non riesce a raddrizzare la propria vita, passando da un’infedeltà all’altra e sognando cose irrealizzabili. Humpty finge di essere un duro ma è un uomo fragile, un adulto imprigionato nella mediocrità che cerca di farsi forza nelle insicurezze altrui, in questo caso della moglie. Mickey vorrebbe essere uno scrittore, un uomo sicuro e confidente, ma fa il bagnino e approfitta dei sogni delle donne che incontra. Richie è solo un bambino, ma è un piromane ed un ladro in via di definizione. Carolina è l’unica che prova concretamente ad aggiustare la propria via, ma i suoi errori se li crea, non capitano a caso.

Ecco, non cercate figure positive o con possibilità di redenzione in La Ruota delle Meraviglie.

Paradossale che il film nel quale si spezzano definitivamente i sogni nasca da Coney Island, la fonte dei sogni del Woody Allen bambino. Il posto magico, quel luna park sulla spiaggia di Brooklyn dove è cresciuto. E che nella sua visione pessimista totalizzante non ci sia più spazio nemmeno per sognare lo si capisce dalla protagonista: quella sua infatuazione per il cinema, quella sua passione per la recitazione, quel suo amore per i rotocalchi delle grandi star sembra lasciar presagire un nuovo percorso a La Rosa Purpurea del Cairo. Invece, ad andare in scena non è la speranza, ma solo lo sgretolamento di Ginny.

Il cinema non è più rifugio sicuro nel quale scappare dalla vita, ma anticamera del distacco definitivo dalla realtà quotidiana.

Il cinema, semmai, rimane nell’idea, nella pazzesca fotografia del nostro Vittorio Storaro. Non avrei mai pensato che il passaggio al digitale avrebbe giovato così tanto, non solo esteticamente, a Woody Allen. Il modo con cui Storaro illumina i volti dei personaggi richiama alle grandi star glamour del passato. L’uso inebriante ma altalenante dei cambi di luce, invece, esplicita le pieghe delle rispettive fragilità emotive.

Fragilità che contraddistingue Ginny, appunto. Una donna che recita costantemente – la performance manierista e teatrale, talvolta volutamente finta, di Kate Winslet è un sensatissimo gioiello – e prende la vita come un palcoscenico sul quale continuare ad esibirsi, crede alle storie che la sua mente crea, entra in quelle stesse storie sacrificando affetti e matrimoni. Sprofonda in ciò che immagina fino a truccarsi, a pettinarsi, a vestirsi come se fosse in scena, e nel suo delirio colmo di illusioni Ginny diventa una nuova Norma Desmond totalmente estraniata dalla realtà.

I parallelismi con Viale Del Tramonto non sono allora solo nella trama, nell’insensato triangolo amoroso, ma soprattutto nella psicologia. Woody Allen lavora sulle menti decadenti dei suoi protagonisti con mano sicura. Non ha affetto per loro, pertanto nemmeno rimorso, e li usa per ritrarre la disperazione di chi si accorge che i sogni non bastano più per tirare avanti. Norma Desmond è la citazione più facile da fare, ma Allen va fino al finale di “Lungo Viaggio Verso la Notte” di Eugene O’Neill, non a caso citato direttamente durante il film.

Questo approdo definitivo al pessimismo ha un senso, ha un fine?

Difficile trovare qui una risposta, La Ruota delle Meraviglie è volutamente una messa in scena. Una tragedia in tre atti, ancora più irreale rispetto alla vita che atti non ne ha. Forse il senso è allora nella riuscita running gag del bambino piromane. Woody Allen un tempo da bambino, davanti alla ruota panoramica di Coney Island, viveva ed immaginava i propri sogni, ora invece tanti anni dopo, tante esperienze dopo, torna in quello stesso luogo per disegnare un bambino non più divertito dal posto in cui vive, ma estraniato fino a preferire il fuoco. Forse, nel nulla espresso dalla distruzione del fuoco, quel bambino ci vede la disperazione della vita che Woody Allen esprime adesso.

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Emanuele D’Aniello

Branding Love, la prima serie della Sapienza: intervista ai creatori

A gennaio il mondo degli studenti vivrà una novità significativa: una webseries interamente realizzata da studenti.

Parliamo di Branding Love, una sitcom composta da 7 episodi di 10 minuti ciascuno, con la collaborazione dalla Sapienza, il famoso primo ateneo romano, e realizzata interamente da studenti del corso di arte, scienza e spettacolo. Branding Love è la storia di quattro studenti di economia (Luca, Treccani, Chimbo e Alessio) che si trovano casualmente davanti all’impresa di dover realizzare una campagna marketing per la loro università, la quale varrà loro come tirocinio ma, nel caso non riuscissero a portarla a termine, gli verrà impedito di laurearsi dal professor Cardinali, la mente del progetto. In ogni episodio le teorie di marketing si fondono agli insegnamenti per la vita sentimentale dei protagonisti.

Per celebrare l’arrivo di questa speciale sitcom abbiamo intervistato non una, ma ben due persone legate al progetto. Alessandro Marzullo, creatore e showrunner della serie, e Camilla Crisciotti, del team di registi e disegnatrice degli storyboard dei vari episodi.

Partiamo dalle cose ovvie: come è nata l’idea di Branding Love? E soprattutto, con quali intenzioni e quali obiettivi?

Alessandro. L’idea di fare una serie nasce da una piccola apertura del team di comunicazione della Sapienza, su cui ci siamo tuffati allargandola, facendola diventare voragine. Eravamo un team di qualche persona che ha messo su una writers room sperimentale dentro l’università, quella che poi è diventata Flickmates Studio, che ha prodotto la serie. Non avevamo soldi, mezzi o conoscenze per farci produrre qualcosa. Le sitcom si basano soprattutto sulla scrittura, con la quale siamo riusciti a creare un prodotto sostenibile anche nelle nostre condizioni. Dovevamo ambientare il tutto nel contesto studentesco, allora abbiamo deciso di non mettere affatto esami, che qualcun altro ha già fatto bene in passato. La scelta di parlare di branding è una provocazione se contestualizzata in Italia, ancor di più se proviene dall’università pubblica. Poi ci abbiamo buttato l’amore accanto perché accresce la provocazione e questo contrasto fa comunque ridere. I nostri obiettivi erano e sono talmente tanti che non potrei riassumerli in questa intervista. Posso dirti che dal punto di vista produttivo è stato un successo, data l’approvazione della Sapienza, fatto storico, e l’investimento di tantissime persone fisiche e giuridiche, tra cui aziende di grosso calibro internazionali, anche in fase di progetto. Colgo l’occasione per fare i complimenti a Nicholas Fiorentino, Giorgia Russo, Valerio Chicca e Giulio Rossi, che sono stati con me i creatori della serie e hanno permesso tutto questo.

Camilla. L’intenzione più stimolante è stata quella di poter fare qualcosa con un gruppo di coetanei, qualcosa di veramente concreto nato interamente da noi ragazzi, un’opportunità per fare vera pratica dopo aver studiato. La Sapienza ci ha dato la possibilità di girare nei luoghi della facoltà, e siamo riusciti a fare tutto da soli con poco aiuto esterno: ci siamo divisi in vari dipartimenti, chi per la regia, chi per la sceneggiatura, poi la produzione, la fotografia, i social, e l’aspetto importante della scenografia immaginando fin da subito di voler creare un set molto stilizzato da finto set di una sitcom classica. E l’obiettivo va oltre la fine delle riprese stesse: abbiamo creato per ogni personaggio un profilo social, facebook e instagram, incoraggiando ogni attore a fare cose simili al personaggio che interpreta per pubblicarle e condividerle.

Come avete trovato i vari attori? Avete cercato i vari interpreti in base ai personaggi in mente, oppure i vari personaggi sono stati modellati sulle caratteristiche del cast?

Alessandro. Quando scrivevo le stesure delle puntate con il team di sceneggiatori, io che sono lo showrunner, avevo già in mente a chi affidare i ruoli chiave. Mi sono confrontato coi colleghi e ci siamo trovati d’accordo. Solo un ruolo è stato cambiato in corsa, quello di Chimbo. Non è semplice fare un cast per una serie senza budget, con 17 giorni di riprese, dove 6 personaggi sono protagonisti di tutte le puntate. Stimoli e fiducia sono il requisito fondamentale in casi come questo. In realtà non conoscevo personalmente gli attori, nel senso che non eravamo affatto amici, ma conoscenti, di cui ho sempre avuto stima. Tutti hanno stili diversi e storie di formazione diverse, il che a mio avviso ha permesso di creare un buon mix di energie sul set. Tra i ruoli chiave Cuoricino è stato l’ultimo ad essere assegnato, dato che non riuscivamo a trovare un’attrice adatta, allora abbiamo ridotto la parte. Avremmo voluto più personaggi femminili, ma le ragazze attrici in Italia si mettono davvero poco in gioco, stanno troppo a piangere e a giocare di fare le star di Hollywood. Poi dal nulla è arrivata Maristella Burchietti che ha sconvolto i nostri piani e ha effettivamente dato tanto al personaggio, che già dal nome si presenta come didascalico (volutamente). Tutti gli attori ci hanno dato tantissimo, già nei mesi di prove ci hanno dato conferma che sceglierli è stato azzeccato. Ricordo inoltre che Riccardo Giacomini (Treccani) ha lavorato con me successivamente a Looped Love, prodotto da Leblon communication, short film con Diane Fleri che ho presentato al festival di Roma lo scorso novembre. Lavoro spesso con il suo trio comico Due e mezzo, di cui fa parte Matteo Montaperto (Chimbo). Poi lo dirà il pubblico guardando la serie se il cast funziona o meno, questo sarà l’unico banco di prova che conta davvero.

Camilla. Abbiamo fatto molte prove prima di girare, e abbiamo lasciato la possibilità agli attori di fare molta improvvisazione per farli entrare bene nei personaggi. Tutti i cinque protagonisti erano già abbastanza caratterizzati in fase di scrittura, ognuno particolare a modo suo, soprattutto Luca che doveva sembrare il classico protagonista da sitcom. Ma alcuni elementi sono nati proprio con gli attori: proprio Luca ha spesso le mani in tasca, e questa cosa è nata da chi lo interpreta, mentre Mia è cambiata in corso d’opera grazie alle caratteristiche della sua attrice.

branding love
disegno di Camilla Crisciotti

 

Leggo cinque nomi tra i registi e cinque nomi tra gli sceneggiatori: come è stato lavorare in un team ed amalgamare le idee di tutti?

Camilla. Dietro c’è una produzione molto lunga, partita nel dicembre 2016 quando abbiamo iniziato a parlare della serie, con le prime riunioni in cui ognuno liberamente poteva proporre cosa fare per aiutare il progetto, io stessa mi sono dedicata alla regia dopo aver fatto anche un provino per recitare. Ci siamo sempre confrontati su tutto, per decidere le varie inquadrature fatte durante le riprese abbiamo prima preparato shootling list e io ho curato gli storyboard con oltre 300 disegni. Abbiamo girato in tempi brevi, gli interni in una settimana, gli esterni in due settimane, dovevamo sempre sapere già come fare col minor numero di inquadrature possibili. Tutto questo è possibile solo con un forte lavoro di squadra.

Alessandro. È stato bellissimo. Che non significa facile o tutto rose e fiori. Lavorare in 20 per un anno, quasi tutti alla prima esperienza, tutti ragazzi italiani cresciuti con il concetto dell autore: è stato necessario ridimensionarsi sin da subito per poter arrivare in fondo. L’80% di noi l’ha fatto e ancora oggi stiamo raccogliendo i frutti con Branding Love, ma poi con una crescita professionale che attualmente ci ha portato a lavorare su progetti più grandi di una web serie. In realtà sui nuovi progetti abbiamo già allargato la famiglia, crescere, sotto tutti i punti di vista, è la cosa che ci interessa di più. In questo senso Branding Love è stato il nostro minimo prodotto fattibile e devo dire che come minimo, sta raggiungendo livelli elevati. Concludo dicendo che solo in team, col rispetto dei ruoli, si fanno le cose grandi ed è questo il discorso che portiamo avanti con Flickmates Studio. Per questo ringrazio tutti i ragazzi di Branding Love, che mi hanno permesso di condividere e portare avanti questa filosofia di lavoro e di accrescere questa cultura professionale.

Chi approccia la realizzazione di una web series ha sicuramente un immaginario ben presente. Ci sono citazioni o influenze particolari in Branding Love?

AlessandroBranding Love è pop. Qualsiasi influenza che non compromettesse i limiti di autocensura che ci siamo imposti, dato il contesto pubblico universitario in cui la serie è ambientata e distribuita, sono stati inseriti senza nessun timore di peccato di non originalità, anzi, ci abbiamo scherzato su e abbiamo rincarato la dose ogni volta che è stato possibile. Vi basterà vederla per rendervene conto. Ci sono tante decisioni forti, dalla scenografia, ai costumi, dal tono generale della serie alle singole battute e le risate fuori campo, insomma, Branding Love è un mondo con le sue regole, che non passerà di certo inosservato, nel bene o nel male.

Camilla. L’influenza è quella delle sitcom americane più conosciute e amate. Prima di girare abbiamo riguardato tutti gli episodi di How I Met Your Mother, ci sembrava l’esempio migliore, ed è servito anche Sing Street per avere in mente il percorso di conquista di una ragazza.

branding love
disegno di Camilla Crisciotti

 

Branding Love è la prima serie ufficiale dell’università Sapienza, quindi in conclusione chiedo: il ruolo dell’università in questo progetto quale è stato? E soprattutto, cosa significa per te l’esperienza universitaria?

Camilla. Naturalmente la Sapienza è stata importantissima, non solo per la possibilità data di girare in facoltà, ma soprattutto perché ci ha incoraggiato nel progetto, ci ha aiutato nella ricerca delle locations, nella pubblicità del merchandising, nella distribuzione del risultato finale attraverso i canali social. L’esperienza quindi non può che essere significativa e positiva, abbiamo creato un bel gruppo di lavoro e la possibilità di poter partire da qui, andare avanti ed affrontare nuovi progetti.

Alessandro. La Sapienza è la ragione per cui è nata Branding Love. È stata pensata per lei e realizzata con e da i suoi studenti. Le istituzioni poi le fanno le persone e se hai gli studenti giusti e professori giusti si possono creare questi prodotti incredibili come mai visto prima nella storia. È l’ateneo più grande d’Europa, più di duecentomila iscritti. Li dentro si può fare di tutto, basta solo unire le forze. Quindi, che ruolo ha avuto la Sapienza nella serie? La Sapienza siamo noi, gli studenti, i professori, chi la vive, questo è tutto.

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Ringraziamo Alessandro e Camilla per la loro disponibilità, e vi vediamo appuntamento al più presto con Branding Love. Ecco dove seguirla:

facebookhttps://www.facebook.com/brandinglovee/
twitterhttps://twitter.com/brandinglovee
instagramhttps://www.instagram.com/branding.love/
youtubehttps://www.youtube.com/channel/UCGlgC4wJYpXFVvsChmvPs8A/videos
campagna crowdfundinghttps://www.produzionidalbasso.com/project/branding-love/

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Emanuele D’Aniello

Navigli di Milano: il cinema Bianchini si trasferisce su un battello!

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Un’esperienza di cinema diversa: guardare un film navigando su un battello lungo i Navigli di Milano. Lo propone il Cinema Bianchini, con una programmazione d’eccezione!

Arrivo alla fermata stabilita, davanti al bar Vista Darsena, in una serata freddissima, come solo Milano sa essere a fine novembre. Ci sono altre persone ad aspettare lì con me alle 19.30, quasi tutte coppie, d’altronde l’esperienza promessa è più che mai romantica.

Puntuale, arriva il battello del Cinema Bianchini, un cinema navigante che propone la visione di un film lungo i Navigli. La mia scelta è caduta su Perfetti sconosciuti, ma il cartellone è ricco: si va dal GGG a Midnight in Paris, da Basta che funzioni a Indivisibili. Il battello, come promesso, è riscaldato e accogliente; i posti sono pochi ma comodi, distribuiti anche sui laterali.

Cinema Bianchini a MilanoVeniamo accolti da una calda tisana alle erbe, accompagnata da un amaretto; lo staff è gentile e cordiale. Inizia il film e cominciamo a muoverci, sebbene lentamente, lungo il Naviglio. La navigazione però non si svolge per tutta la durata del film: la maggior parte del tempo la passiamo fermi in un punto del Naviglio, circondati dalle luci della città di Milano che comincia ad addobbarsi a festa per il Natale.

Una gita romantica e intima

L’atmosfera è intima, il battello è pieno ma non siamo tantissimi, e pian piano cominciamo a conoscerci. C’è la coppia di anziani che ride a ogni battuta, i due giovani che non smettono di scambiarsi effusioni, le amiche che si godono la calda tisana.

La scelta del film ha sicuramente anche avuto il suo peso nel mio giudizio positivo sull’esperienza: Perfetti sconosciuti è davvero una pellicola simpatica, che strappa più di un sorriso! Ma quella del Cinema Bianchini è nel complesso davvero una bella idea, un modo diverso per vivere il cinema e per recuperare film della scorsa stagione. E, perché no, anche per trascorrere una serata romantica con qualcuno lungo i Navigli…

Il costo, 14 euro, non è esagerato, considerando che un cinema classico costa sui 10 euro a Milano. Inoltre con il biglietto viene regalato anche un buono di 12 euro da spendere con UBER, per raggiungere il luogo di partenza del battello, o per tornare a casa. Il Cinema Bianchini ha in programma un film tutte le sere, alle 19.30. Da non perdere!

Valeria Martalò

Gli anni Settanta, ribelli e insoddisfacenti, di Jorg Fauser

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La diapositiva generazionale sviluppata da Jorg Fauser in Materia Prima arriva, finalmente, in Italia

Dopo trentatré anni, grazie alla traduzione di Daria Biagi, realizzata con il contributo del Goethe Institut per L’Orma Editore SRL, finalmente in Italia si avrà la possibilità di conoscere ed apprezzare l’opera di Jorg Fauser, Materia Prima.

Il protagonista dell’opera, Harry Gelb è totalmente immerso nel vorticoso cammino degli anni settanta.

È completamente inabissato in un caleidoscopio volteggiare alla ricerca del senso della vita. Difatti, tra Istanbul, Berlino e Francoforte il suo peregrinare diviene la fonte primaria da cui cerca di trarre ispirazione nella stesura delle sue opere.

Sempre alla ricerca dell’esperienza estrema per poterne muovere il genio creativo che tuttavia procrastina il suo manifestarsi. Questo ritardo, tuttavia, non libera la sua musa. L’ispirazione rimane incatenata tra la routine e la droga, tra la ricerca di estrema perfezione e l’effettiva dichiarazione di bravura da parte degli altri. Si alternano le città, si alternano i volti di donna, si avvicendano le case occupate.  È un tempestoso gioco senza luce. Le rivolte studentesche e le improbabili redazioni giornalistiche diventano un mero contorno. Ma di una cosa si può esser certi: la droga, in tutte le sue accezioni, rimane la costante.

Harry è la traslazione letteraria, l’alter ego, dell’autore stesso che alla ricerca di successo e di case editrici propense alla pubblicazione dei suoi libri, annaspa per emergere.

 Jorg Fauser materia prima

 

“Dall’ago alla penna” è l’articolato e complesso pensiero sviluppato da Fauser nell’opera “Tophane” pubblicata nel 1972 e metaforicamente trasposta in Materia Prima come l’amaro libro, visto e rivisto, corretto e tagliato con tecnica letteraria stilistica del cut-up, Stamboul Blues; è un travaglio continuo, una sofferenza psicofisica che avvinghia il lettore tra le sue righe in una lenta dissoluzione dell’utopia sociale.

Materia Prima di Jorg Fauser è annoverato dalla «Frankfurter Allgemeine Zeitung» tra i romanzi tedeschi più belli del dopoguerra, un ulteriore motivo per concedersi del tempo e dedicarsi alla lettura di quest’opera.

 

Alessia Aleo

La fisica dei supereroi: super libri per super curiosi

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Vi siete mai chiesti come fa Superman a saltare un palazzo di 200 metri? Oppure come fa l’uomo ragno a zompettare da un palazzo all’altro con una ragnatela?

Ebbene, io ne dubito. Non fosse altro per il fatto che se avete realmente messo al primo posto gli effetti de “la fisica dei supereroi” è presumibile pensare che non avete badato alla minuzia, per esempio, del fatto che Flash sia stato colpito da un fulmine e sia entrato in contatto con sostanze radioattive praticamente in simultanea.Ovviamente senza morire.
So cosa state pensando ma no, la velocità tra le lenzuola non è un super potere, nemmeno se vi ha morso un qualche strano insetto.

C’è bisogno che vi scriva: non provatelo a casa? Se invece, come me, siete degli implacabili delfini curiosi questo è il libro che fa per voi.

James Kakalios, l’autore del libro “La fisica dei supereroi” infatti è anche un insegnante di fisica e astronomia all’Università del Minnesota dove tiene, per l’appunto, un seminario così intitolato:

Tutto quello che devo sapere sulla fisica l’ho appreso dai fumetti.

la fisica dei supereroi

Un seminario che a quanto pare è seguito da migliaia di studenti ogni anno.

Idea sicuramente interessante. Un modo per alleggerire con un tema di attuale interesse una materia non sempre digeribile. Così ecco che nel 2005 vede la luce il suo libro.

La fisica dei supereroi (Giulio Einaudi Editore) vuole in qualche modo provare che ciò che è scritto all’interno dei fumetti non contraddice la scienza. Così ecco che leggendo le pagine ci si rende conto che tutto, in qualche modo, ha delle spiegazioni “scientifiche”. Ovviamente per poter spiegare c’è bisogno della fisica e della matematica.

L’autore all’inizio del libro promette solennemente:

Faccio un patto con voi lettori: non userò una matematica più difficile di quella sin qui descritta, purché non vi facciate prendere dal panico nel vedere un’equazione matematica.

Inutile dirvi che dopo poche pagine, vedendo apparire lettere e numeri ingabbiati dentro parentesi e divisi da muri di simboli, io abbia provato un certo senso di panico e smarrimento. Vi ho già detto che non sono bravo con i numeri?

Effettivamente però non c’è da scoraggiarsi per due motivi:

  1. Non dovrete sostenere nessun esame nei prossimi giorni…almeno non di fisica.
  2. La comprensione generale del testo non ne risente.

Il libro è diviso in tre parti: Meccanica, Energia (calore e luce) e fisica moderna.

Abbiamo già affrontato e recensito la materia “fisica” nei libri grazie a Carlo Rovelli (qui) La fisica dei supereroi affronta queste tre macro tematiche dall’interno spiegando passo dopo passo i perché scientifici di tutto ciò che leggete quotidianamente nei fumetti. In particolar modo affronta le due ere principali DC e Marvel ovvero La Golden age e la Silver age. I due più importanti periodi storici del fumetto, tra gli anni ’40 e ’60…che ancora oggi impazza tra i più giovani e non. Sì non siamo più giovani, facciamocene una ragione.

Scoprirete la vera causa che provocò la morte di Gwen Stacy; perchè Flash può correre sulla facciata di un palazzo, come fa Ant-Man a scappare da un sacchetto di carta. Ovviamente si proverà molto e molto altro a riguardo di tanti altri supereroi.

Insomma, avrete un quadro completo di tutto ciò che gli eroi dei fumetti riescono a fare senza sovvertire necessariamente le leggi della fisica.

 

la fisica dei supereroi

Concentrazione e curiosità.

Sono questi i due ingredienti principali per affrontare la lettura de “La fisica dei supereroi” che, seppur venduta come leggera, non è propriamente quella con cui vi coricherete a letto la sera. Perché?

Perché dopo una giornata di lavoro, per noi super normali, la forza di gravità sarà inesorabile e implacabile quando tenteremo di tenere aperte le palpebre.

Emiliano Gambelli

Gomorra: la serie 3×07/3×08, biglietti di sola andata per l’Inferno

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“Io non mi fido nemmeno più di me, Ciro. Ma mi fido di te”

Uno dei punti più oscuri di questa nuova stagione è la rinnovata alleanza tra Ciro e Genny, già iniziata sul finire della scorsa. Vieni da chiedersi perché, dando un senso a ciò che si vede senza sospendere l’incredulità più del necessario, Genny debba riavvicinarsi a Ciro dopo che i due si sono fatti praticamente di tutto, e in maniera letale per entrambi.

C’è un grosso errore di fondo, però, nel porsi tale domanda. Da spettatori intendiamo Ciro e Genny come due personaggi normali, protagonisti sì, ma come gli altri. In realtà, è già da un bel pezzo che i due non sono più ciò che erano all’inizio, o ciò che erano la scorsa stagione. L’impossibilità di uscire dalla spirale di morte del mondo di Gomorra è il tema centrale della serie, già analizzata nelle precedenti recensioni. In questa spirale Ciro e Genny sono pienamente al centro del vortice, e hanno preso posto consapevolmente.

Guardateli come si aggirano in queste due nuove puntate, Ciro e Genny. Come li mostra spesso ai margini dell’inquadrature il regista Claudio Cupellini. Come entrano di soppiatto sulla scena, come escono quasi nel nulla, come parlano silenziosamente, come agiscono nell’ombra. Il centro della ribalta è tutto preso da Enzo: sia come azione, perché lui gestisce il traffico di droga, subisce i primi danni della guerra imminente e decide di rispondere, sia come percorso interiore, perché vive i dubbi morali della leadership, delle conseguenze sulla sua famiglia e soprattutto sulla sua coscienza. Ciro e Genny rimangono ai lati, appaiono quando devono apparire, in maniera sommessa, e spariscono quando hanno detto il necessario.

Ciro e Genny non sono più solo due personaggi, ma due autentici archetipi della morale di Gomorra: la serie. Sono legittimamente diventati due entità, due angeli della morte che si aggirano tra le macerie di ciò che hanno creato.

Macerie che non accennano a ricostruirsi, con una nuova sanguinosa faida alle porte. Ma questa guerra un aspetto diverso, più interessante sembra averlo: quello generazionale. Esattamente come nel molto meno riuscito e meno convincente Suburra: la serie, abbiamo da un lato i clan comandati da gente esperta, anche anziana, il cui potere si è solidificato nel tempo fino ad incrostarsi, fino a farli sentire inscalfibili, e dall’altro lato dei giovani rampanti di strada che sanno nemmeno cosa voglia dire l’odore del sangue, o non gli danno il giusto peso. Come dice giustamente Genny “a 20 anni è più facile sparare che pensare” ed è una considerazione che spaventa.

Vecchi che non si spostano, e giovani che vogliono prendersi il loro turno con la forza. La metafora di Gomorra: la serie non poteva essere meno sottile, ma ugualmente molto efficace. Alla fine, le due generazioni rappresentano due lati della stessa medaglia. Tutti e due non possono vincere ma, paradossalmente, tutti e due possono perdere.

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Emanuele D’Aniello

Paolo Peroso premia una grande pianista: Cristiana Pegoraro

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Paolo Peroso premia una grande pianista: Cristiana Pegoraro.Tra luci e ombre della capitale, al centro di notizie non sempre confortanti, ci sono realtà preziose che confortano e creano ottimismo.

Ripercorriamo quindi la storia del Premio.

Una di queste realtà illumina la zona di Porta Pia, luogo storicamente immune dai movimenti della movida romana, composto nella sua austerità. Tutto questo fino a quando il Colonnello Nunzio Paolucci, direttore del museo storico dei Bersaglieri di Porta Pia,  cerca aiuto dai commercianti della zona.

Paolo Peroso, rappresentante dell’associazione dei commercianti del quartiere accetta l’invito; dopo quattro edizioni i due sono le anime di una forte sinergia tra cittadini e istituzioni.

Peroso è titolare di una gioielleria della zona; erede di una lunga tradizione nell’arte del gioiello e nell’importazione delle pietre preziose.

Anima creativa dell’attività è la sorella Simona Peroso; designer raffinata che realizza splendide creazioni e pezzi unici con materiali d’eccezione.

cristiana pegoraro

Lo spirito di attaccamento del Colonnello  Paolucci e di Paolo Peroso ai grandi valori e l’amore per il territorio li ha ispirati a creare un programma-evento teso a valorizzare il quartiere: Luci della storia su Porta Pia.

Nata come una rassegna musicale per riportare attenzione al Museo storico dei Bersaglieri, sta diventando un attesissimo appuntamento che vede protagonisti dell’arte e della cultura romana darsi appuntamento in questo ameno luogo.

L’intento è di creare momenti di grande intensità artistica valorizzando la grande Storia. Non mancano i momenti di attenzione ai meno fortunati con iniziative di solidarietà concreta; lontana dalle manifestazioni autoreferenziali spacciate per eventi benefici.

Insomma Roma non è solo “la grande bellezza” di Tarantino, ma anche quella autentica e signorile di una città fuori dalle mode.

Il Premio Oltre la breccia, un riconoscimento rivolto ai meritevoli di azioni significative nell’agire per il Bene comune, è stato creato quest’anno per l’edizione 2017 di Luci della storia su Porta Pia da poco conclusa, ed è stato assegnato a una delle pianiste italiane più autorevoli.

Si tratta di Cristiana Pegoraro, pianista ternana dalle grandi capacità tecniche ed interpretative apprezzate in tutto il mondo.

Creativa compositrice, è autrice di numerose trascrizioni per pianoforte tratte dal repertorio operistico italiano, di Tanghi di Piazzolla e delle Danze cubane di Lecuona.

cristiana pegoraroIn occasione del suo concerto alla Carnegie Hall di New York, il 16 novembre 2017 Paolo Peroso, in qualità di ambasciatore dell’evento, ha consegnato a Cristiana Pegoraro il meritato Premio. Durante il concerto è stato dedicato al nostro Paese un vero e proprio viaggio musicale che ha abbracciato con un unico filo conduttore due secoli di musica, dal ‘700 al ‘900.

Sono state presentate le più belle pagine scritte da compositori italiani e stranieri ispirati dall’Italia: da Scarlatti a Beethoven, da Bizet a Piazzolla, e inedite trascrizioni di arie e ouverture di compositori quali Verdi, Puccini e Rossini, a cura della stessa Pegoraro.

L’iniziativa è stata realizzata con il supporto della Rappresentanza Permanente d’Italia presso le Nazioni Unite in occasione del mese di presidenza italiana al Consiglio di Sicurezza dell’ONU.

La pianista, oltre a ricevere il Premio Oltre la Breccia, ha presentato al pubblico statunitense il suo ultimo lavoro discografico Gioacchino Rossini Ouverture – Piano Transcriptions; lavoro appena uscito per l’etichetta Da Vinci Classics.

Auguriamo un futuro sempre più aulico alle Luci della storia su Porta Pia, consapevoli della grandezza delle loro iniziative.

 

Maggiori info su:
http://www.cristianapegoraro.com/ 

Ufficio stampa Luci della Storia su Porta Pia (Premio “Oltre la breccia”): 
Elisabetta Castiglioni

info@elisabettacastiglioni.it

 

 

 

 

Antonella Rizzo

Love Actually, l’amore e i suoi volti nell’atmosfera di Natale

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“If you look for it, I’ve got a sneaky feeling you’ll find that love actually is all around”                                                                                         (Ho la strana sensazione che, se lo cerchi, l’amore davvero è dappertutto)

Titolo originale: Love Actually
Regista: Richard Curtis
Sceneggiatura:  Richard Curtis
Cast Principale: Alan Rickman, Emma Thompson, Hugh Grant, Bill Nighy, Keira Knightley, Colin Firth, Liam Neeson, Laura Linney, Martin Freeman, Andrew Lincoln, Thomas Brodie-Sangster
Nazione: UK – USA
Anno: 2003

 

L’Amore è uno degli ingredienti principali della maggior parte delle forme d’Arte. Racconti, testi teatrali, foto, quadri, poesie e sculture ci raccontano del sentimento più discusso di sempre. La ‘Settima Arte’ non è certo da meno. Quante pellicole ci raccontano storie d’amore? Tante, forse troppe, trattanti storie che ce ne raccontano una sfaccettatura. Alcune di queste, si sa, si svolgono durante il periodo di Natale. Chissà perché… L’atmosfera, il freddo che spinge a coprirsi sotto qualche coperta, i dolci, lo stare insieme: tutte cose che danno calore. Natale per molti, infatti, è una delle feste che più rappresenta l’Amore.

Esiste però un film natalizio che racchiude le varie forme di sentimento amoroso, senza tirare in ballo ‘i miracoli’ e ‘gli angeli’? Certo che sì! È Love Actually-L’amore davvero del 2003 di Richard Curtis.

In una Londra fredda e colorata in attesa del Natale, le storie di molte persone si incrociano e si raccontano, tutte legate da un forte sentimento.

Si parte dalla vecchia ‘rockstar’ Billy Mack (Bill Nighy) che prepara una cover-natalizia di Love Is All Around: canzone che odia e che non perde occasione di offendere, ma che sta avendo un enorme successo. Colonna sonora che si ripeterà anche nei centri commerciali, nelle radio di altri personaggi. Dallo studio di Mark (Andrew Lincoln), fotografo e artista, che ama in silenzio la sposa del suo migliore amico (Keira Knightley) e finge di non sopportarla. Dalla macchina di Jamie (Colin Firth), fuggito in Provenza dopo una bella delusione d’amore, mentre accompagna a casa la domestica portoghese Aurelia, che non parla la sua lingua: una stima che senza capirsi, divrrà sempre più profonda. Dal set di John (Martin Freeman) e Judy, due controfigure di scene di nudo e sesso, che con cautela e rispetto iniziano a conoscersi e parlare di tutto, con innocente semplicità, fino a decidersi a chiedere di uscire.

Love Actually

Dalle radio di Colin, Daniel (Liam Neeson), David (Hugh Grant) Karen (Emma Thompson) e Sarah (Laura Linney).

Il primo è un fattorino che non trova la donna giusta in terra-natìa. Decide perciò di partire per gli States, convinto che le americano non potranno resistere al suo fascino e accento ‘british’. Karen è una casalinga, sposata con Harry (Alan Rickman), contenta della sua vita, finché scoprirà il tradimento di quest’ultimo. David è il fratello di Karen, appena eletto Primo Ministro, dallo spirito impacciato, che si innamorerà ricambiato da Natalie, una dipendente: l’arrivo del presidente americano metterà David in confusione….

Sarah lavora nell’azienda di Harry e ha un fratello con malattie mentali che la chiama di continuo: unico parente che le è rimasto. Lei è pazzamente innamorata di un suo collega da anni. Quando si presenta l’occasione, però, Sarah si sentirà costretta a scegliere tra la sua vita privata e l’assistenza. Daniel invece ha da poco perso la moglie ed è preoccupato per il piccolo figliastro (Thomas Brodie-Sangster) che passa il tempo in silenzio. Quando chiede al giovane spiegazioni, pronto a qualsiasi risposta, questo gli racconta che non sta così per via del destino capitato alla madre (di cui ormai aveva accettato l’inevitabile) ma perché….è innamorato di una sua compagna di scuola. Love Actually

Storie che si incontreranno, che si capiranno, che si influenzeranno, che piano piano vedranno Londra sempre più vicina al giorno di Natale.

Love Actually è una commedia dolce che ci descrive le cose con lo spirito pieanamente inglese. Dal marito che, mentre fa spese con la moglie, compra di corsa un regalo all’amante e il commesso ci mette un’eternità; alla recita di Natale che, per i troppi bambini, mette personaggi quali aragoste e polipi. Si prende di mira tutto. Nighy è la celebrità che si auto-ironizza; Grant è il mondo della Politica, capace di trasformare la ricerca della casa di qualcuno in una campagna elettorale. Ci sono lacrime, amarezza, gioia, semplicità, satira.

Soprattutto però ci sono Amore e Natale.

C’è l’amore come famiglia, l’amore tra amici, l’amore che tramonta,  quello indeciso, a volte sboccia, altre tace.

Love Actually

Il Natale è, come dice la canzone di Billy, come l’Amore, quindi ‘ovunque’. Vediamo i protagonisti circondati da luminarie, da neve, alberi e doni, cappotti e buste di regali, insieriti in party a tema, recite scolastiche, cenoni mancati, case addobbate.

Love Actually è, perciò, un autentico film natalizio sull’Amore.

 

3 motivi per vedere il film:

– Bill Nighy, elegantemente irriverente

– Emma Thompson e il suo sorriso, nella gioia e nel pianto

– la fotografia di Michael Coulter

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Quando vedere il film:
In famiglia o in coppia una sera fredda: è una pellicola che ispira calore, dalla fredda neve ai diversi aspetti del cuore.

 

Ti sei perso le uscite precedenti? Tranquillo, ecco tutto il nostro cineforum!
———-►http://www.culturamente.it/tag/cineforum/

 

Francesco Fario

La risata amara e aspra della guerra in “Storia di Borgata”

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“Storia di Borgata” racconta l’agghiacciante Seconda Guerra Mondiale in un modo che lascia impressionati: la leggerezza… ma non solo.

Delle volte una persona si chiede: si può affrontare un tema delicato e spinoso come la Seconda Guerra Mondiale in tono leggero? La risposta è si, se il risultato è quello ottenuta da “Storia di Borgata“, commedia scritta da Quinto-Romano, in scena al Teatro Anfitrione fino al 10 dicembre 2017.

Siamo nella Roma invasa dai tedeschi, esattamente nel quartiere Testaccio, in casa Vencioni. Ci abitano due fratelli: Checco, nullafacente e dedito solo a passare del tempo con i suoi amici all’osteria, e sua sorella Nina, grande lavoratrice. Per questa loro differenza i battibecchi tra i due sono all’ordine del giorno. Tra i frequentatori della casa vi è Ghituccia, una loro vicina che ama rubacchiare qua e là, probabilente per rivendere. L’arrivo di un ufficiale giudiziario, il Dott. Pecoretti, cambierà le loro vite. Fuori dalla finestra, il mondo sta cambiando. Roma è nel pieno terrore. Nina conserva dentro di sé un segreto, tanto scottante quanto terribile, che porterà alla tragedia finale.

Il dramma epocale della guerra

Storia di Borgata teatro anfitrione

Il dramma epocale della guerra non lascia scampo, non perdona. Eppure la maestria di Pietro Romano, non solo regista ma anche mirabile e impressionante interprete di Checco (l’inchino finale in ginocchio è stato emozionante) e di tutta la sua compagnia (i bravissimi Serena d’Ercole, Marina Vitolo, Diego MigeniVittorio Aparo, Tommaso Moro, Clea Scala Graziano Scarabicchi) è quello di aver trattato il tema con leggerezza, con ironia. Si ride della situazioni varie, ma è una risata fine a sé stessa? Assolutamente no. Dietro quella risata c’è l’orrore di quegli anni.

Un orrore incomprensibile e talmente disumano dal quale ci si può difendere solo con un sorriso. Seduto in sala, sabato 2 dicembre di pomeriggio, pensavo a quanto quel ridere in realtà sottolineasse quella tragedia, ce la facesse presente ancora di più. Lo stesso lo fece già il grande Roberto Benigni (notavo anche la somiglianza fisica impressionante di Pietro Romano con Roberto Benigni) ne La vita è bella (il quale, checché ne dica certa critica, è un capolavoro), quando Guido tenta di non far capire al figlio Giosuè che tragedia immane si presenti davanti ai loro occhi.

Attraverso il ridere pensavo ancora di più a quante lacrime sono state versate, a quante madri hanno perso i loro figli, a quante mogli hanno perso i loro mariti, al “figlio crocifisso sul palo del telegrafo” di Salvatore Quasimodo.

Il fantastico dietro le quinte

Per tutto questo dobbiamo ringraziare tutto lo staff tecnico, in primis Barbara Lauretta, vero e proprio factotum (assistenza alla regia, direzione di scena e segreteria di produzione). La bella scenografia è di Maurizio Manzi, il trucco molto curato è di Viviana de Franco e Isabella Cavallaro, i bellissimi costumi sono di Clara Surro. La musica in questo spettacolo è una componente fondamentale; mi sono piaciuti molto i commenti musicali di Danilo Mosetti e la supervisione alle musiche di Piero Montanari. Fabio Massimo Forzato alla fonica è una sicurezza (gli effetti luci, e non dico niente per sorpresa, erano spettacolari). Ottimo l’ufficio stampa di Federica Rinaudo e l’organizzazione e l’ufficio promozioni di Loredana Corrao (autrice anche del testo della canzone) e da ricordare anche la produzione di Valentino Fanelli.

Storia di borgata è un bellissimo spettacolo da non perdere!

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Adriano di Benedetto tratte dal sito Buonasera Roma)

 

Andrea Chénier alla Scala, il trionfo della passione e della bella musica

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Riccardo Chailly porta al trionfo l’Andrea Chénier di Umberto Giordano, opera inaugurale della stagione 2017/2018 del Teatro alla Scala.

Andrea Chénier è un must per gli amanti d’opera. Il componimento di Umberto Giordano, basato sulla vita dell’omonimo poeta francese, e il libretto di Luigi Illica sono pieni di passione e slancio drammatica. L’opera andò in scena la prima volta nel 1896 proprio al Teatro alla Scala di Milano.

Assente dalle scene meneghine dal 1985, Riccardo Chailly l’ha scelta per inaugurare la stagione 2017/2018. L’opera s’inserisce nei festeggiamenti per i cinquant’anni della morte del grande Victor de Sabata, che ne diresse alla Scala una memorabile edizione nel 1949 con Mario del Monaco, Renata Tebaldi e Paolo Silveri.

La trama

Siamo nella Parigi di piena rivoluzione. In casa della Contessa di Coigny si dà una festa. Ad essa partecipano membri della nobiltà e alcuni personaggi come il poeta Andrea Chénier. Deriso dalle parole della frivola Maddalena, la figlia della contessa, il poeta lancia un monito contro l’ipocrisia di quella società che colpisce sia la ragazza che Carlo Gérard, cameriere della contessa che decide di unirsi ai rivoltosi. Andrea Chénier è tenuto sott’occhio dai rivoluzionari; è ostile ai capi della rivoluzione. La ragazza è rimasta colpita dalle sue parole,ed entrambi si dichiarano amore reciproco.

Ma Maddalena è anche il grande amore di Carlo Gérard, ormai capo dei rivoluzionari. In un duello per difendere la ragazza, Andrea ferisce Carlo. Sarà costui , nella sua gelosia, a scrivere l’atto d’accusa. Mosso da umana pietà dalle parole di Maddalena, intervenuta per difendere il suo amato, durante il processo afferma di aver dichiarato il falso, ma ormai la condanna è decisa. Maddalena, ormai completamente innamorata, decide di corrompere una guardia per poter morire al posto di una ragazza condannata, Idia Legray, accanto al suo uomo. Carlo Gérard va da Robespierre per salvare la vita ai due amanti, ma ormai la ghigliottina è caduta.

Una trama di forti passioni

La musica di Umberto Giordano sottolinea e, attraverso un’orchestrazione delle volte anche molto forte, rende incisivamente la grandiosità della storia. Il maestro Riccardo Chailly la ama tantissimo e si vede. La sua direzione è ricca di raffinatezze nelle scene intime ma è spaventosamente apocalittica nelle grandi accensioni drammatiche. Con lui l’Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala (eccezion fatta per uno scollamento alla fine del primo atto) hanno raggiunto livelli impressionanti.

Questi cantanti

Avesse però avuto lo stesso cast dell’edizione del 1985, da lui stesso diretta, il tutto sarebbe stato ancora più bello. All’epoca cantavano il grande José Carreras, Eva Marton ed il mai troppo compianto Piero Cappuccilli. Il cast del 07 dicembre 2017 (a parte i ruoli minori, che sono stati tutti ben cantanti, con la punta di diamante dell’Incredibile di Carlo Bosi) aveva delle mende vocali.

Che mi perdonino i suoi fan, ma Yusif Eyvazov, tenore azero ma di studi italiano (e si sente dalla dizione scolpita), non mi è mai piaciuto. L’ho sentito una sola volta dal vivo, quando venne lanciato a Roma nel 2014 con la Manon Lescaut di Giacomo Puccini diretta di Riccardo Muti con Anna Netrebko come Manon, e già all’epoca testimoniò i difetti riscontrati pure in questa prima scaligera: timbro caprino (anche se con acuti abbastanza ben impostati), tendente ogni tanto alla stonatura e la recitazione era statica e amorfa. A onor del vero, bisogna pure ammettere che la tensione di un debutto in un teatro così importante il giorno di Sant’Ambrogio avrà avuto la sua responsabilità.

Anna Netrebko (che tra l’altro è la Signora Eyvazov) è la soprano più famosa di oggi. Il suo timbro è bellissimo, adatto ad esprimere la dolcezza di Maddalena anche se tende a gonfiare la voce per renderla più scura e l’intonazione non è sempre stata cristallina. Usare spesso la gola non giova all’emissione (tant’è che la Bersi di Annalisa Stroppa è risultata più sonora della protagonista). Anche l’interprete (vuoi anche l’ansia della prima) non è stata sempre efficace.

Il brivido de La mamma morta

La vetta più alta raggiunta dalla Netrebko è stata la celebre aria La mamma morta dal III atto dell’opera, dove, accompagnato dal suono caldo e vellutato del violoncello solista dell’orchestra di Riccardo Chailly, ha potuto dare il massimo (nonostante l’acuto incerto nel finale del pezzo). È un’aria che spaventa, in quanto fu una delle perle più fulgide di Maria Callas (il pezzo, nell’interpretazione callassiana, è la colonna sonora di una celebre scena del film Philadelphia con Tom Hanks e Denzel Washington).

Il fascino dei cattivi

Luca Salsi è stato un Carlo Gérard roccioso e granitico. È un personaggio bellissimo, ricco di contrasti, pieno di rancore e cattivo ma, allo stesso tempo, vibrante d’amore e buono. Avrei preferito sentire più sfumature a dire il vero, ma la sicurezza timbrica e l’interpretazione scenica (di cui ho avuto prova nelle numerose volte in cui l’ho visto dal vivo a Roma) hanno fatto eccellere il giovane artista parmense, anche se mi permetto di dire questo giovane cantante di far sfogare di più il registro acuto, un po’ troppo coperto, e di fare attenzione all’intonazione.

Ombre e tenebre oscure

Veniamo alla regia, affidata alle mani sapienti di Mario Martone, famoso regista teatrale e cinematografico napoletano (bellissimo il suo film Il giovane favoloso). Il regista ha deciso intelligentemente di non spostare temporalmente l’azione; nella trama vi sono riferimenti storici precisi alla Rivoluzione Francese. La scena del primo atto si è aperta con  i personaggi della festa a Casa di Coigny completamente bloccati. Carlo Gérard si muoveva e tentava di interagire con loro, ma solo la cattiva Contessa lo ha scacciato. Martone ha sottolineato la solitudine dei personaggi; i nobili chiusi nel loro mondo falso e Carlo Gérard nel suo odio. Le scenografie erano montate su meccanismi che permettevano di far ruotare la scena, a favore di un’esecuzione senza sosta musicale tra un atto e l’altro (operazione avvallata da Riccardo Chailly in ottemperanza delle volontà di Giordano. Non è stata nemmeno lasciata la tradizionale pausa dopo le arie per gli applausi). Come dice il regista è una “scena nella scena

La morte incombe

Le bellissime scenografie curate da Margherita Palli, insieme agli splendidi costumi di Ursula Patzak e le coreografie di Daniela Schiavone, ci hanno fatto vivere nell’atmosfera di fine Settecento. Le figure in preghiera dietro Andrea Chénier e Maddalena durante il duetto d’amore finale e le luci volutamente tetre di Pasquale Mari sembravano simboleggiare la morte incombente. Nel III atto Martone e la Palli hanno  inserito degli specchi nei fondali che sembravano ampliare illusoriamente lo spazio scenico, ma Gérard, attraverso loro, si “confronta con sé stesso”. Per Martone sono quindi il riflesso del fallimento stesso della Rivoluzione.

Vi sono state delle trovate registiche non riuscitissime. Quando Maddalena è arrivata in carcere, secondo l’allestimento di Martone, era subito notata da Andrea Chénier. Nella musica di Umberto Giordano vi è invece poco dopo un momento di suspence e di gioia improvvisa, in quanto il poeta vede improvvisamente in carcere la donna amata e poi capirà che moriranno insieme. Anche la carretta finale che portava i condannati alla ghigliottina, posizionata sopra il carcere, è risultata ingombrante e francamente inutile, come brutto è stato l’effetto di Maddalena che si apre il bustino prima della sopracitata La mamma morta.

Degli errori che non hanno intaccato una regia molto intelligente e ben fatta.

Grande successo per tutti con qualche contestazione per il tenore.

Amate l’opera e farete del bene.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Marco Brescia & Rudy Amisano estratte dal sito www.teatroallascala.org)

Lorenzo Lotto e la sua Annunciazione innovativa

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Il pittore Lorenzo Lotto (1480-1557), come un ossimoro, svetta con la sua arte, retro, verso il passato e, al medesimo tempo, valica le soglie di una concezione moderna stilistica.

Il legame con ciò che ci appartiene e che fonda, erge la nostra consapevolezza è ricoperto da una dolce patina, che nell’anticamera natalizia si rinsalda e rinfocola gli animi. Ogni elemento è ravvisato nel ricordo, nel familiare, nella consuetudine.

L’artista si staglia quale insigne espressione di un rinascimento maturo, seppure mutuato in uno stilema metaforico alquanto originale per forma e contenuti. La sua poetica verte su una dialettica tra antico e moderno, in una piattaforma scenica di giochi e rimandi che evocano stati di coscienza atemporali.

Le opere sono immerse in un fluido misterico in cui l’atmosfera è suggestiva, sospesa in uno spazio immaginifico, senza tempo né luogo. L’habitat scenografico delle sue tele è la trama della memoria, con i suoi nodi, le asperità, celati dal velo di una dolce malinconia.

I soggetti prediletti sono le tematiche bibliche, dense di allusioni e sillogismi filosofici. Il patto con il passato è stilato in vece di una continuità del moderno.

La ritrattistica è un nucleo operistico a sé che serba l’intento di suffragare “un’etica del simbolo”. Ogni “particulare” è un vettore verso un significato allegorico. Le conoscenze dell’artista spaziano dall’ermeneutica all’alchimia.

In questa sede l’intenzione è di presentare la “sua” Annunciazione (1534 ca.) che fornisce una delle interpretazioni più contraddittorie della tematica in questione.

Lorenzo Lotto l’ha eseguita per la Chiesa di S. Maria dei Mercanti a Recanati, è tuttora conservata al Museo Civico in loco. L’impianto compositivo sovverte tutti i parametri consolidati. Gli “usi e costumi” iconografici deputano la figura dell’Arcangelo Gabriele alla sinistra della Vergine, mentre Lotto la colloca a latere destro.

La Madonna mostra le spalle a quest’ultimo ponendosi in diretto contatto con lo spettatore e, in una posa sui generis, con le mani alzate, esasperando il moto di timore che la pervade.

L’ingenuità del colorito purpureo che imperversa per l’emozione sulle gote, rubiconde, restituisce un’imago di Maria, umana, avvezza alle passioni e alle paure comuni, la sua tenera età e le sue incertezze. È in ginocchio, non è seduta, come appare di consuetudine. L’habitus è popolare, una veste rubino sfrangiata, frugale. Il rosso a stigma della Passione.

Stupisce la “terrestrità” dell’angelo, non concepito al solito nel suo essere etereo, ma come un’entità intesa nella sua essenza terrena che “obumbravit”. Inginocchiato con lo sguardo fermo, acceso, dalla corporeità imponente, porta seco il giglio simbolo dell’espressione della purezza di Cristo.

Il topos dell’hortus conclusus è contemplato nella perfezione del giardino attiguo sullo sfondo che dialoga con il “perfettibile” umano raffigurato.

L’imprevisto scenico di un gatto che corre, colto dalla sorpresa dell’avvento dell’angelo, desta nello spettatore un singulto. “Volgarizza” l’assetto scenico nella sua prosaicità, donando una rusticità, densa di un’ingenuità primitiva.

Viene stigmatizzata una scena di genere del quotidiano che esula dall’iconografia consueta dell’Annunciazione, dall’impianto prospettico a quello spaziale, distorto, instabile.

L’imprinting fiammingo si percepisce nel realismo della scenografia, nell’acribia dei particolari e nella simmetria degli oggetti appesi, mentre nello sfondo si può notare l’eco leonardesco.

Di stampo neoplatonico, che per l’esasperazione scenica quasi sfiora il grottesco, è l’entrata di Dio dall’arcata, di rosso vestito.

Un’innovativa “Annunciazione”, questa di Lorenzo Lotto, che contempla la dottrina, ma la rivisita in una chiave allegorica, esulando da una certa retorica, di stile e contenuti.

Costanza Marana

Foto: Sailko [CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)]

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Il tour dei Festival Itineranti del Franciacorta chiude con la tappa finale di Roma

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Tante le cantine Franciacorta presenti all’Hotel Cavalieri, nell’appuntamento di dicembre ormai consuetudine per gli appassionati romani.

E’ uno degli eventi più attesi dai fans degli spumanti e come ogni anno è stato un successo. Il grande afflusso di pubblico ha confermato ancora una volta come i Franciacorta siano tra le bollicine preferite dai consumatori. Un successo che viene da lontano, costruito sul duplice binario della comunicazione e della qualità.

Pochi consorzi in Italia possono vantare la presenza capillare del Franciacorta sul territorio nazionale e i festival Itineranti sono solo una di queste iniziative. Le tappe di questo evento dovrebbero essere da esempio per gli operatori di altri consorzi spesso, impegnati in politiche personali e prive di progettualità.

Il Festival Franciacorta oltre alla degustazione, ha dato modo anche di approfondire i temi legati a questo territorio con il seminario “Le diverse espressioni del Franciacorta”. Una realtà che coinvolge 19 comuni, nata nel 1990 con 19 produttori. Oggi le cantine associate sono 117, per 2800 ettari vitati che concorrono alla produzione di Franciacorta Docg.

Il vitigno principe è lo Chardonnay, ma anche le percentuali minori di Pinot Nero e Pinot Grigio, concorrono a determinare il carattere delle singole espressioni produttive.

Nelle sale anche stavolta la massiccia presenza di produttori, ha permesso di conoscere molte di quelle che non sono abitualmente tra le più distribuite nelle enoteche romane. Una piccola rappresentanza se si pensa alle oltre 17 milioni di bottiglie prodotte, ma ampiamente sufficiente per testare le conferme qualitative del territorio.

Grandi nomi icona del Franciacorta nel mondo insieme a realtà meno note al grande pubblico, fianco a fianco con le loro interpretazioni del territorio. Fare nomi è veramente difficile e visto l’elevato livello qualitativo, si può parlare solamente di preferenze personali.

In questo senso da evidenziare gli spumanti versione Saten, come il Soulsatèn di Contadi Castaldi, il Millesimato di Franca Contea e quello di Cantina Boccadoro, insieme agli splendidi Ricci Curbastro e Ziliani.

Tra i Pas Dosè, Nature o Dosage Zéro che dir si voglia, caratterizzati dalla percentuale di zucchero il più vicina possibile allo zero, da ricordare il Freccianera dei F.lli Berlucchi, Castello Bonomi e Mosnel.

Alti livelli anche per le altre tipologie con le cantine Bellavista ed i suoi Brut, Le Marchesine con il Secolo Novo Brut Millesimato 2010, La Montina con il Brut Millesimato 2011.

Le 36 cantine  presenti :  Antica Fratta – Azienda Agricola Fratelli Berlucchi – Barone Pizzini – Bellavista – Berlucchi Guido – Bersi Serlini – Boccadoro  – Bonfadini – Bosio –  Ca’ del Bosco – Ca’ D’Or – Camossi – Cantina Chiara Ziliani – Castel Faglia Monogram – Castello Bonomi Tenute in Franciacorta – Castelveder – Cola Battista – Contadi Castaldi – Corte Aura – Ferghettina – Franca Contea – La Montina – Le Marchesine – Lo Sparviere – Marchesi Antinori Tenuta Montenisa – Marzaghe – Mirabella – Monte Rossa – Mosnel – Quadra – Ricci Curbastro – Solive – Tenuta Ambrosini – Uberti – Ugo Vezzoli – Vezzoli Giuseppe

 

Bruno Fulco

Mostra fotografica Enosis: un viaggio nella mente

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Inaugurazione collettiva fotografica “enosis”a cura di Denise Balistreri con la collaborazione del Consigliere comunale Antonio Montemagno.

catania mostra fotografica

Il 07 Dicembre 2017 ore 19:00 locale Ex Pescheria, Caltagirone sarà inaugurata la collettiva.

Il progetto “Enosis” prende vita nel Marzo 2017 con l’unione e la collaborazione di cinque fotografe tutte appartenenti al corso di specializzazione di fotografia presso l’accademia di Belle arti di Catania.

Un progetto fotografico autonomo e nuovo che trattata argomenti noti della società odierna.

Le dissertazioni immaginifiche raccontano il punto di vista ogni fotografa secondo la propria esperienza e secondo il proprio modo di vedere ed interpretare il linguaggio fotografico.

Temi che raccontano i disturbi di personalità dell’individuo in una società che spinge all’omologazione.

Uniformazione capace di creare profonde crisi interiori che portano alla depressione, l’anoressia, ai disturbi di doppia personalità. Scatti crudi come la realtà che affrontiamo ogni giorno. Spesso queste situazioni si conoscono tuttavia è più facile far finta di nulla.

L’obiettivo delle fotografe in questa collettiva è la volontà di far conoscere gli aspetti più intimi dell’individuo.

Si entra in sordina nella mente del fruitore anche solo per un istante creando un vero e proprio processo di empatia. Il nome della collettiva Enosis è il richiamo al processo di “unione”di tutte le terre della nazione ellenica. Usato per la prima volta per la questione politica di Creta.

E come Creta anche anche le fotografe si sono unite in questa simbiosi espositiva. Non è solo l’unione di cinque stili fotografici differenti bensì l’unione dei nostri Comuni di appartenenza che hanno dato la possibilità di poter far crescere questo progetto sempre di più.

Importante sottolineare come un ruolo strategico, così come nella questione Creta, abbiano avuto metaforicamente i Comuni di appartenenza delle autrici che hanno concesso la possibilità di poter esporre e far conoscere il lavoro. Gli scatti sono stati accolti calorosamente nella cittadina di Ragusa, successivamente verranno esposti a Enna e Maletto.

Esporranno:

Aleo Federica Balistreri Denise, Caltagirone. Luca Giusy, Maletto Mazzucchelli Valentina, Valguarnera caropepe. Russo Leandra, Ragusa.

I Grandi Maestri – 100 anni di fotografia Leica: la rivoluzione nelle immagini

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La storia della fotocamera Leica e la Storia del Novecento sono in mostra nell’Ala Brasini del Complesso del  Vittoriano di Roma fino al 18 febbraio 2018.

È il 1943 e Roma è appena stata occupata dai nazisti. I tedeschi si affrettano ad ordinare alla popolazione la consegna di tutte le armi e di tutte le macchine fotografiche. Un tredicenne, Gianni Berengo Gardin, si rifiuta di obbedire e inizia a produrre i primi scatti con la sua macchina fotografica. Non sappiamo se fosse una Leica, ovvero la fotocamera che oggi è, per il grande fotoreporter italiano, “ciò che la penna è per lo scrittore”.

La mitica Leica è la protagonista indiscussa di un’imperdibile mostra fotografica itinerante,”Augen Auf”, a Roma al Complesso del Vittoriano per l’unica tappa italiana. In giro dal 2015, con l’esposizione la ditta Leica Camera AG festeggia il centenario della fotocamera.

Parliamo di uno strumento rivoluzionario per la storia della fotografia.

Per intenderci: se pensate a Ernesto Che Guevara, non vi viene in mente forse una foto in cui indossa un basco con la stella e uno sguardo fiero? Vi ricordate poi la foto dell’uomo che corre in una Parigi piovosa, con la sua ombra riflessa in una pozzanghera? E quella del marinaio che bacia l’infermiera in Times Square il giorno che si annuncia la fine della seconda guerra mondiale? Cosa hanno in comune queste celeberrime fotografie? Sono tutte state scattate con un macchina Leica. E le potete ammirare tutte alla mostra “I Grandi Maestri – 100 anni di fotografia Leica”.

La “Ur-Leica” (“LEitz Camera”) è messa appunto nel 1914 da Oskar Barnack. Il dipendente della Leitz-Wetzlar ha l’intuizione di inserire la pellicola cinematografica da 35 mm in una macchina compatta e maneggevole. Solo nel 1925 la Leica viene immessa sul mercato.

La Leica era piccola, piatta, economica. “Less is more”. Potevi portarla con te e catturare l’umanità, la vita. Fece della fotografia una parte integrante della vita quotidiana. Consentiva fino a 36 scatti in sequenza e fece nascere il reportage fotografico, ma anche la street photography.

A curare la mostra “I Grandi Maestri – 100 anni di fotografia Leica” c’è Hans-Michael Koetzle, uno dei più rinomati critici della fotografia.

Contrasto e Arthemisia Group hanno permesso la realizzazione a Roma di una mostra con centinaia di foto provenienti da collezioni private. Moltissime sono stampe vintage – ossia originali – scelte proprio per mostrare la capacità tecnica della macchina Leica.

In visita a questa esposizione gli appassionati di fotografia si sentiranno come dei bambini in un negozio di giocattoli o di caramelle.

Ci sono le immagini dei più grandi interpreti internazionali, che hanno fatto della Leica il proprio strumento creativo: dal bianco e nero di Robert Capa, Sebastiao Salgado o Henri Cartier-Bresson, al colore di Fred Herzog e Joel Meyerowitz. Tutto raccolto in 16 sezioni, che intrecciano cronologia e ordine tematico, una più entusiasmante dell’altra.

La mostra si apre con  le teche contenenti modelli di Leica, con pannelli esplicativi molto utili al visitatore interessato agli aspetti tecnici della fotografia. Per i più curiosi c’è anche il registro su cui erano segnate le prime vendite della fotocamera Leica, a dimostrazione della sua rapida diffusione nel mondo.

Tutto è spiegato molto bene dai pannelli che introducono le varie sezioni e le foto più iconiche. Ma se dobbiamo trovare un difetto alla mostra sulla Leica è che le didascalie delle fotografie sono minuscole. Verso la fine, si tende a non provare neanche più a leggerle. Ma forse ciò è voluto, per indurre il visitatore a lasciarsi andare e guardare solo le immagini.

La Leica, arrivata sul mercato, era una nuova macchina fotografica che scattava un nuovo tipo di fotografie: consentiva di uscire in strada di corsa per immortalare un incidente appena visto dalla finestra di casa.

Rendeva possibili nuovi punti di vista:  si poteva scattare finalmente dall’alto verso il basso, o viceversa, inginocchiandosi. Poiché montava lenti focali molto ristrette, dovevi essere molto vicino al soggetto per mettere a fuoco. Ciò imponeva un altro approccio, creava un’interazione maggiore con il soggetto. I francesi hanno riassunto tutti questi elementi nell’espressione “la gymnastique de le regard” (ginnastica dello sguardo), proprio perché il fotografo doveva muoversi tanto per scattare con una Leica.

Le foto in mostra al Vittoriano sono tutte bellissime prove di questa ginnastica. Molte hanno raccontato la storia. Qualcuna – ad esempio quella della bambina vietnamita nuda in fuga dall’attacco al napalm – ha contribuito a cambiarla. E meritano di essere guardate e riguardate più volte.

Come detto in conferenza stampa dalla Signora Karin Rehn-Kaufman, direttore generale delle Leica Galerien International, “le fotografie comunicano istantaneamente. Nei prossimi anni comunicheremo sempre di più con le immagini e sempre meno con le parole. Con una fotografia ci possiamo capire anche se parliamo lingue diverse (…) è bello constatare che ogni essere umano ha dentro di sé un archivio personale di immagini e di sogni (…)”.

Gli ideatori della mostra sul centenario della Leica vogliono dimostrare che la fotografia ha delle regole, anche quando è una vera e propria arte. La loro speranza è che il visitatore impari a guardare le fotografie “con gli occhi ben aperti” e diventi così un/a fotografo/a migliore.

Noi aggiungiamo che sarebbe bello uscire dalla mostra avendo capito – come fece il giovanissimo Gianni Berengo Gardin – che anche una macchina fotografica è un potenziale strumento di libertà e resistenza.

Eyes wide-open, please” alla mostra “I Grandi maestri-110 anni di fotografia Leica”.

Stefania Fiducia

Jane the virgin 4×05-06: barcollo ma non mollo

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4×05 Jane the Heteronormative

Dopo la delusione dei precedenti episodi, Jane the Virgin sembra riprendersi. Sarà il ritorno di Lina o il coming out di Adam, ma qualcosa è cambiato.

Adam e la sua Bisessualità

Scoprire la bisessualità di Adam per Jane non è stato facile. Tutto sembrava andar bene, senza risentimenti, né preoccupazioni, ma in realtà la vediamo, nel corso dell’episodio, sempre più insicura, incuriosita e spaventata. Ha scoperto questo lato di Adam di cui non sa nulla. Situazione che la rende vulnerabile, fino a sentirsi fuori posto.

Tra realtà ed immaginazione le gaf non mancano, eppure Jane non si lascia sovrastare dalla paura e dall’insicurezza, decidendo di affrontarlo. Alla fine, la comunicazione funziona!

Jane the Virgin

Seguire i Solano è come andare sulle montagne russe

Bisogna cadere per potersi rialzare e Rafael lo sa bene. Con l’incidente si è ravveduto, ma non dimentichiamo che lui ha profondamente ferito Jane, ma ci sono legami che superano ogni barriere e difficoltà e questo aspetto del rapporto tra Jane e Rafael funziona.

La scena in cui si chiariscono, l’empatia di Jane, la paura di fare il primo passo sono percepibili allo spettatore.

Jane the Virgin

Dulcis in fundo, Luisa.  Inizio a pensare che i Solano abbiano serie difficoltà psichiche oltre che relazionali. Ma alla fine la famiglia è famiglia e si, sono affettuosi nella scena in cui Luisa fa un passo avanti verso Rafael, cedendogli le quote.

Ovviamente il colpo di scena non poteva mancare

A seguito dell’infermità di Luisa le azioni sono passate nelle mani di Anezka. Il problema però non è Anezka, ma chi sta dietro le sue azioni, ossi a la madre Magda. Si salvi chi può!

Lina è uno di quei personaggi che ti fa sognare e pensare al valore dell’amicizia

Jane the Virgin

 

Da party planner a quasi sfascia matrimoni. Povera Jane, quale compito ingrato che le ha affidato Lina. Ed è vero il detto tra moglie  e marito non mettere dito, soprattutto se la futura sposa è in crisi. Tra malintesi e lacrime, ho apprezzato il significato profondo che danno gli sceneggiatori a questa relazione. Lina  pretendeva che fosse Jane a decidere per lei, temendo di commettere un errore., quando invece  dovremmo lasciare a casa le sovrastrutture e i progetti per renderci conto di chi abbiamo accanto.

La vasectomia NO! Non l’avevo considerato!

Sappiamo già dalla terza stagione che Xo non voleva altri figli, ed ha dovuto fare un grande sforzo per accettare e accogliere (psicologicamente parlando) Baby Michelina. Ma quando  propone a Rogelio di fare la vasectomia, il dramma ha invaso casa De La Vega. Soltanto l’amore smodato per lei gli permetterà di accantonare l’orgoglio.

4×06 Jane the published freaking author!

Jane the Virgin

 

Ricordo ancora nella prima stagione, l’episodio in cui – attraverso un flashback – una diciottenne Jane raccontava ad un, allora, sconosciuto Rafael, il suo sogno. Siamo stati spettatori di  fatiche, sacrifici e momenti di scoraggiamento, fino ad oggi: finalmente la nostra Jane è a tutti gli effetti un’autrice pubblicata.

Contente vero? e sentite questa…

In realtà il libro “Snow Falling” di Jane Gloriana Villanueva è veramente uscito. Potrà essere acquistato in lingua originale su Amazon.

E poi non dimentichiamo la Guest star d’eccezione :la scrittrice di fama mondiale Isabel Allende, che molti conoscono per il  romanzo la Casa degli Spiriti

Jane the Virgin

Tra fantasmi e sensi di colpa

Questa quarta stagione non è delle migliori, tra sceneggiature non sempre convincenti, storyline incomprensibili, dopo sei puntate posso finalmente dire di aver guardato un episodio degno di questa serie.

Non sappiamo se sia solo l’inizio di una nuova direzione, una sorta di varco, un nuovo capitolo ma finalmente un cerchio è stato chiuso: la storia tra Jane e Michael.

Non è un addio, né un arrivederci, Michel farà sempre parte della vita di Jane, è stato il suo più grande amore, suo marito, un amico, un complice e un confidente. Ma Jane sa che la vita va avanti, che il suo amore per lui non cambierà mai. Quello che sarà da questo momento in poi non cambierà quello che è stato. Cosi, attraverso piccoli flashback vediamo lentamente il fantasma di Michael dissolversi per fissarsi definitivamente nel cuore di Jane.

Un episodio che pone fine a risentimenti, paure, ferite ed apre le porte ai nuovi inizi

Anche Rogelio fa i conti con un passato da padre assente. Governato dai sensi di colpa per aver intuito che Xo avesse tenuto il bambino, visto anche la religiosità di Alba, si ritrova a tappare i buchi sfociando nell’eccessività materiale. Sarà Jane a ricordargli che la loro relazione  è presente, ed è nell’oggi che si costruisce.  E mentre Jane si mostra comprensiva, non possiamo dire lo stesso per Xo, la quale, venuta a conoscenza della verità, non l’ha presa proprio bene.

Ahi, ahi, Rogelio. Ci vorrà di più di un grandioso gesto romantico per farti perdonare stavolta…

Jane the Virgin

Il lupo perde il pelo ma non il vizio…Adam!

Che la storyline di Adam pendesse da un filo di una ragnatela era palese e sinceramente la scelta di andar via non mi stupisce. Era palese che prima o poi sarebbe scappato di nuovo. Indubbiamente i motivi possono sembrare buoni, ma la tempistica non è stata delle migliori, ed il mai una gioia si affaccia ancora una volta nella vita di Jane. Era pronta a dirgli ti amo ad ammettere a se stessa che dopo Michael poteva amare un altro uomo.

Jane the Virgin

Colpo di scena: Magda, Anezka e Luisa

Tutti pensavamo che ormai Luisa fosse un caso perso. Prima l’inseminazione, poi la relazione con la nuova compagna del padre non che pluriassassina/psicopatica/criminale, poi l’alcol ed ora le allucinazioni. Ma finalmente scopriamo che no, non si trattava di allucinazioni, era semplicemente un piano messo in atto da Magda e Anezka per consentire a quest’ultima di avere il controllo delle quote sull’hotel. Eppure qualcosa è andato storto, Anezka viene ritrovata impiccata. Suicidio o omicidio?

Da non perdere

  • Finalmente è uscito il primo romanzo di Jane:Snow Falling;
  • il libro è uscito per davvero, speriamo verrà tradotto in Italia;
  • Il cameo di Isabel Allende;
  • La dolcezza con cui Rogelio svela a Xo la sua paura di invecchiare;
  • L’altarino che Anezka ha dedicato a Scott con tanto di Scott-bamboline;
  • I Fash back su Michael, non l’avrei mai detto ma mi manca;
  • Magda

Angela Patalano

Bad Moms 2, non c’era bisogno del cinepanettone americano

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La prima cosa che salta in mente, al termine della visione, è “perché”.

Lo scorso anno, pur senza rivoluzionare la commedia, il primo film fu una rivelazione. Rivelazione commerciale, sicuramente, dato il gran successo al botteghino. Ma soprattutto creativa, perché permetteva ad attrici di essere stupide, e quindi divertenti, quanto gli uomini. Bad Moms divertiva perché troncava i cliché sulle mamme perfette, trasformandole in selvagge. Divertiva perché spalancava le porte delle pari opportunità anche alla comicità demenziale. Avere la versione di Una Notte da Leoni tutta al femminile era quasi un diritto.

Bad Moms 2 adesso, invece, non diverte. Non solo per la sua comicità eccessivamente triviale e volgare, dopotutto siamo abituati anche a peggio qui in Italia. Non diverte perché perde completamente per strada l’irriverenza vera.

Bad Moms 2 è una classica commedia natalizia sui buoni sentimenti. Ci sono alcol, battute volgarissime, richiami sessuali espliciti, ma sono solo specchietti per le allodole. Un film che nasce per mostrare mamme cattive, e punta tutto sul ribaltamento delle aspettative in chiave comica, spostando ora il setting al Natale perde improvvisamente i tratti caratteristici e finisce per essere l’ennesima parabola sui buoni sentimenti.

Non si ride per le battute, non si ride per il tono. Bad Moms 2 spreca persino il talento del suo cast, che raddoppia la presenza delle mamme senza aggiungere alcunché.

Gioca sui luogo comuni, e sempre male. Pertanto, pur avendo a disposizione uno splendido cast tutto al femminile, in cui per una volta davvero i personaggi maschili sono banali e sciatte comparse, fortunatamente, il girl power non esiste. Se il primo film sovvertiva i ruoli, esaltandone quindi al tempo stesso il ruolo della mamma, Bad Moms 2 le riduce a stereotipi ambulanti. Tutte, nessuna esclusa.

Il pubblico merita di meglio. Il pubblico femminile, in particolar modo, merita di meglio. La difesa dell’intrattenimento basso per tutti non regge, perché nello stesso genere ci sono prodotti migliori. A Natale si è tutti più buoni, ma con questo filmetto esserlo nel giudizio è davvero difficile.

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Emanuele D’Aniello

Il viaggio per ritirare “Il premio” diventa una commedia on the road

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Il nuovo film di Alessandro Gassman, “Il premio”, al cinema dal 6 dicembre, vorrebbe insegnare che “la vita non può che essere un gioco di squadra”.

Ne “Il premio” Giovanni Passamonte (Gigi Proietti) è uno scrittore di successo, che deve andare a Stoccolma  a ritirare niente meno che il premio Nobel per la letteratura. Tutto è pronto per il viaggio in auto con il fedele assistente Rinaldo (Rocco Papaleo). Si aggiungeranno, però, anche il figlio Oreste (Alessandro Gassman), per un imprevisto e la figlia Lucrezia (Anna Foglietta), blogger per sfruttare la fama del padre.

Inizia un road movie di famiglia, un percorso denso di imprevisti, ma anche un’occasione unica per affrontare dinamiche insospettabili e conoscersi.

Le dinamiche familiari vengono spesso messe alla prova dalla “diversità” di uno dei componenti della famiglia. In un certo senso anche la genialità è una forma di diversità. E Passamonte è un genio, oltre che un padre un po’ cinico e molto ingombrante.

Alessandro Gassman è un regista accurato e con “Il Premio” si rivela in questa prova anche appassionato. Si vede che ha messo nel film qualcosa del rapporto con il padre Vittorio.

Un perfetto Rocco Papaleo, in un ruolo un po’ inusuale per lui, è il divertentissimo assistente del genio, da lui venerato in maniera indiscussa.

Anna Foglietta è come sempre all’altezza. Seppure sbaglia un film, non sbaglia mai la propria interpretazione.

 “Il premio” è un film pop, colorato e dal gusto europeo in cui un cinico genio scopre con sorpresa che il mondo è ancora vivo.

E veniamo quindi al film: è godibile, piacevole; “pop, colorato e dinamico” come l’ha definito la stessa Foglietta in conferenza stampa. Ma a tratti risulta un po’ forzato.

Gigi Proietti incarna benissimo il ruolo del “bulimico affettivo”, sempre contornato di donne e figli, tutti adoranti. È bravissimo, come sempre, ma molto più convincente nelle espressioni del volto e nei movimenti del corpo, che nelle battute.

Probabilmente è dipeso dalla sceneggiatura dello stesso Alessandro Gassman, insieme a Valter Lupo e Massimiliano Bruno. Nei dialoghi c’è sufficiente equilibrio quantitativo tra il registro malinconico e quello brillante. D’altronde, Lupo e Bruno sono due autori molto diversi e si vede che mentre il primo ha curato il registro malinconico, il secondo si è occupato dell’altro. Il risultato resta gradevole, ma sembra ci sia quasi uno scollamento.

Ci ha colpito, invece, molto positivamente la colonna sonora originale di Maurizio Filardi e Wrongonyou (che recita anche nel film), con la bellissima voce di Matilda De Angelis. Ha un sapore internazionale e contribuisce a far sì che il film non risulti per niente provinciale, spendibile potenzialmente anche all’estero. La stessa trama potrebbe prendere il via da qualsiasi Paese, non solo in Italia. Ha, in effetti, un gusto europeo.

La parte più bella del film è quella ambientata a Copenaghen, quando si uniscono alla combriccola anche il figlio di Oreste, Andrea (Marco Zitelli alias Wrongonyou) e la sua ragazza Britta (Matilda De Angelis). Qui è dove Giovanni Passamonte ritrova un po’ se stesso. Qui è dove il fedele assistente gli dirà: “Maestro, il mondo è ancora vivo” e lui risponderà: “Sorprendentemente!”.

Stefania Fiducia

My Little Pony al cinema con una nuova avventura

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Sono figlia degli anni ’80. Ho fantasticato con i  cavallini colorati della Hasbro e sognato con la serie animata Vola mio mini pony.

Dopo la prima serie tv, nel 1992 arrivò in tv My Little Pony Talesm e nel 2010 l’ultima serie tv: My Little Pony – L’amicizia è magica. A partire dal 6 Dicembre i pony conquisteranno anche le sale cinematografiche con una nuova avventura: My Little Pony – il film.

Negli anni i pony sono stati protagonisti di diversi film e hanno avuto la capacità di trasformarsi continuamente e conquistare intere generazioni. In questa nuova avventura i pony hanno subito tantissime modifiche graficamente.

Le corna dei pony sono più strette e le loro orecchie più appuntite; i loro occhi ora hanno dei punti luccicanti e trasparenti; mia figlia Mariavittoria mi ha fatto notare che c’è anche un’ombra a forma di cuore sotto gli zoccoli; le lingue ora sono rosa e non più arancioni. I Pony hanno fatto un vero e proprio restyling di colori: ora sono veramente pazzeschi.

Questa volta le protagoniste ritornano sul grande schermo per una nuova strepitosa avventura che va oltre i confini di Equestria.

Twilight Sparkle, Pinkie Pie, Applejack, Rainbow Dash, Rarity e Fluttershy decidono di partire. In questo viaggio  incontreranno nuovi amici ma dovranno anche affrontare sfide più grandi di loro. Tutto questo per cercare di salvare il loro magico villaggio dal cattivo e terribile  stregone Re Tornado: Storm King.

Durante questa nuova impresa si uniranno alle sei protagoniste Tempest Shadow, che nella versione italiana è doppiato da Lorella Cuccarini, un pony dal corno spezzato e deluso dal mondo dei pony; Grubber, un riccio soldato e fedele compagno di Tempest Shadow; Princess Skystar e Queen Novo; i pirati comandati da Capitan Celaeno e il gatto  furfante e affascinante Capper.

Durante la proiezione del film si respira il grande valore dell’amicizia e del gruppo, dove l’unione fa veramente la forza. Mariavittoria è stata colpita proprio da questi dettagli e non tanto della magia dei pony. Ha seguito il film facendo attenzione ai comportamenti dei pony, molto probabilmente il tema inizia a starle a cuore.

https://www.youtube.com/watch?v=gav4IbjLtoQ

A parer mio, My Little Pony vi conquisteranno un’altra volta miei cari genitori, quindi avete una scusa buona per portare i vostri bambini al cinema.

Alessandra Bonadies

“Venere con Cerere e Giunone” di Raffaello alla Farnesina: spiegazione

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Essere belle a volte può essere una maledizione, soprattutto se tutto questo fascino offende la vanità di Venere, la più bella di tutte. La favola di Amore e Psiche racconta il prezzo dovuto pagare dalla fanciulla mortale per il suo ineguagliabile splendore, tanto da scatenare l’ira della stessa dea. Ve l’avevo detto che non era proprio una fortuna, ma vediamo come lo dipinse Raffaello..

Nella splendida cornice di villa Farnesina sul Lungotevere Agostino Chigi commissionò a Raffaello di affrescare la volta della loggia al pian terreno. Venne scelto come tema iconografico il mito descritto da Apuleio nell’Asino d’oro, una delle storie d’amore più amate e conosciute del Rinascimento. Il progetto decorativo coinvolse la scuola del pittore urbinate, a cui può attribuirsi l’intera invenzione, ma non l’esecuzione pittorica vera e propria, che spetta invece ai suoi più abili assistenti.

L’infuso di oggi è Venere con Cerere e Giunone, un episodio importante della favola di Amore e Psiche, dipinto in uno dei pennacchi della volta della Farnesina. La loggia venne affrescata nel 1518 dalla bottega di Raffaello divenendo la rappresentazione a Roma del nuovo ideale classico dell’artista.

Potete visionarlo qui.

Cosa sta succedendo nel dipinto?

Venere è venuta a conoscenza che suo figlio, Amore, ha condotto nel suo palazzo reale sul Monte Olimpo una ragazza mortale, Psiche, di cui si è perdutamente innamorato. La dea è indignata dalla scelta del giovane di unirsi ad una donna di rango inferiore e che oltretutto l’ha offesa irrimediabilmente. Infatti la fanciulla è talmente tanto lodata per la sua bellezza da essere adorata sulla terra come se ella stessa fosse una divinità immortale. Che oltraggio a lei, Venere, la dea dell’amore, l’unica e sola a meritare tali onori! Psiche deve essere punita per la sua arroganza e la loro unione ostacolata in ogni modo…

Nell’affresco vediamo la vanitosa divinità che si è rivolta per cercare sostegno da Cerere e Giunone, le quali invece non approvano il suo comportamento capriccioso e volubile rifiutandole l’aiuto richiesto. Prima di andarsene la dea della bellezza si volge verso Giunone che le parla chiaramente con moti molto animati, la bocca è semiaperta e le braccia spiegate. Cerere con il capo cinto dalla corona di spighe intanto osserva con scetticismo la sciocca rabbia di Venere e cerca di mediare tra lei e la stessa moglie di Zeus, che sembra piuttosto agitata dal discorso.

L’incontro tra le tre dee venne raccontato da Apuleio, che rimane la fonte principale per l’ideazione degli affreschi raffaelleschi, dove infatti si legge che la figlia di Uranio, indignata perché le sue offese venivano prese così poco sul serio dalle compagne, voltò le spalle prendendo la via del mare. Difatti Raffaello la immagina proprio nel momento in cui sembra allontanarsi muovendo già il busto e tendendo la gamba sinistra in avanti.

Cos’è che ci fa entrare nel dipinto?

L’invenzione di Raffaello per la loggia di Psiche alla Farnesina è di una chiarezza formale e compositiva senza eguali. Le figure si muovono con gesti e atteggiamenti sensibilmente umani, le divinità celesti sono animate dalle nostra stesse emozioni a cui l’urbinate sa ormai dare la giusta rappresentazione.  I moti dell’animo sono personalizzati, si fanno carne nei volti espressivi e nei movimenti concitati.

Osservando in particolare l’episodio di Venere con Cerere e Giunone riusciamo a calarci profondamente nell’acceso dialogo tra le tre dee. Ci possiamo impersonare in Cerere, con il volto dolce e lo sguardo mite, che delicatamente tenta di placare gli animi delle due potenti divinità. Alza la mano verso Giunone come per fermarla, la vede che si sta evidentemente agitando, infatti la moglie di Zeus non vuole darla vinta a Venere e sembra proprio che le stia spiegando senza mezzi termini l’insensatezza delle sue azioni.

Ma non si rende conto questa smorfiosa che il figlio è soltanto un ragazzo giovane e sensibile alla bellezza femminile? E lei, madre e dea, se la prende tanto per sciocchezze tra fanciulli innamorati.

Venere al contrario non ne vuole sapere, è testarda e cocciuta, le sue ragioni sono giuste e devono essere difese, per cui se ne va, offesa e oltraggiata, in tutta la sua statuaria e incomparabile magnificenza, con i seni nudi ed i lunghi capelli biondi che le ricadono sulla schiena. Si può effettivamente rimanere incantati dalla grazia e delicatezza formale che distingue queste splendide figure immortali.

Due parole sullo stile…

Alla Farnesina Raffaello rinnovò la gioia di vivere e l’amore espressi dal mondo classico alla luce di uno spirito profondamente umano e cristiano. Le sue divinità sono animate da vita propria in un modo assolutamente inedito che esprime una nuova consapevolezza da parte dell’artista di un centro di gravità coincidente con il centro stesso dell’essere umano.

Venere, Cerere e Giunone traggono forma proprio dalla profondità del sentimento che le anima, vediamo nelle loro statuarie figure, immortalate in pose classiche, un nuovo senso di volontà e di determinazione che Raffaello lascia esprimere nella libertà di gesti ed espressioni.

Ai corpi femminili viene conferita una rara delicatezza formale attraverso cui si capisce che l’artista ormai ha conquistato una perfetta padronanza dello stile figurativo dell’arte antica con figure che hanno la pienezza di forme e volumi dei loro modelli classici, ma allo stesso tempo animate da sentimenti sensibilmente umani. Raffaello alla Farnesina ha battezzato gli dei olimpici.

L’infuso d’arte di oggi è terminato, in vista del prossimo appuntamento questa volta non mi resta che augurarvi buone feste! Vi aspettiamo per il prossimo anno, i nostri infusi sono già in caldo per voi…

Martina Patrizi

Mauro Pina lo conferma: questo album l’ho scritto io

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Tre diverse fasi della vita e altrettanti alter-ego dell’artista.

Questa l’idea di base dietro il nuovo disco di Mauro Pina, cantautore, polistrumentista e paroliere classe 1966 nato a Erba (CO) con alle spalle una grande gavetta specialmente in ambito di tribute band.

Grazie al suo tributo ai Beatles infatti, nel 2005, vola a Londra negli studi di Abbey Road per incidere un disco assieme ad altre ventiquattro tribute italiane dei Fab4.

Canzoni scritte in diverse età e racchiuse tutte in un album. A sancire un percorso culminato con il primo disco d’inediti.

Mauro Pina

L’album vede la partecipazione di un personaggio di spicco come Rosalinda Celentano.

Con lei duetta nel brano di apertura Sei fantasticobrano che un segna l’impronta del disco il quale si svilupperà sulla base di un pop godibile senza però rinunciare a mostrare le sue varie sfaccettature. La canzone è probabilmente il momento più alto del disco, tanto che ne è stata incisa anche una versione in inglese: What do you want.

Il disco di Mauro Pina non disdegna influenze rock. Il brano Ora basta è un riuscitissimo esempio. Il disco è un lavoro “comodo”, tipicamente all’italiana. La ballad Momenti fa da apripista a L’uragano che probabilmente sarà apprezzato dagli amanti dei brani classici del repertorio del nostro bel paese.

Inconfondibile è un brano dove il piano forte la fa da padrona. Un ritmo incalzante e una linea di basso chiara ed efficace.

Il disco contiene anche tre brani in lingua inglese.

Sono gli ultimi a cui spetta la chiusura dell’album: What can i Do, Can’t be really so e My Path. L’ultimo dei tre sembra essere un corpo estraneo. Un brano dance che ricorda, purtroppo, Sin with Sebastian.

Fatta eccezione per quest’ultima scelta non compresa dal sottoscritto, il disco è gradevole. Le sonorità sono varie anche se sempre condite da un gusto prettamente italiano.

Veramente ben riusciti gli innesti chitarristici più “hard” in brani come Sei fantastico.

Undici tracce per un lavoro ben fatto, curato e godibile. Nulla di nuovo ma comunque un prodotto di buona qualità che potrà sicuramente piacere a chi ha piacere di ripercorrere luoghi sicuri, lontano da esperimenti e… dalla traccia numero 11!!!

 

Emiliano Gambelli

Tutti pazzi per Sparkle day 2018

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La 16° edizione della più importante guida sugli spumanti Italiani edita da Cucine & Vini, premia con le “5 Sfere” le migliori produzioni dell’anno.

Nell’affollato we di degustazioni romane Sparkle day vince a tavolino con oltre 4000 passaggi, facendo registrare il suo nuovo record di affluenza. All’Excelsior c’erano proprio tutti, dagli appassionati alla stampa di settore, venuti da ogni dove. Anche perché l’occasione di avere a disposizione tutta insieme la migliore produzione spumantistica nazionale, non capita tutti i giorni. Tutti i territori di elezione di questa tipologia sono stati ampiamente rappresentati.

Cucina & Vini ha messo tra i banchi di assaggio, settanta tre le migliori aziende che più si distinguono per questi vini. Oltre trecento le etichette presenti a rappresentare un fenomeno che ha ormai dilagato, affermandosi nel ruolo di traino per le esportazioni di vino italiano nel mondo. Finalmente sdoganate dal ruolo di brindisi festivo le bollicine vengono sempre più impiegate in diverse occasioni e anche a tutto pasto, variante che in alcuni casi rende veramente speciale il mettersi a tavola.

Un fenomeno in continuo aumento che sottolinea l’importanza dello Sparkle Day. Certamente la più importante tra le degustazioni dedicate allo spumante, a cui Cucine & Vini ha riservato anche uno dei suoi prodotti editoriali. L’unica guida veramente esaustiva della spumantistica nazionale, che viene distribuita durante l’evento fino ad esaurimento. Nelle grandi sale erano rappresentate tutte le denominazioni protagoniste del gradimento dei consumatori. Dal Prosecco al Trento Doc, dalla Franciacorta all’Oltrepò Pavese e in ordine sparso tante altre etichette provenienti dalla maggior parte delle regioni Italiane, Lazio compreso.

Nelle sue dichiarazioni Francesco D’Agostino, direttore di Cucina & Vini esprime tutta la sua soddisfazione insieme ad un’attenta analisi della spumantistica italiana: “Anche quest’anno offriamo ai winelover un’imperdibile occasione per conoscere da vicino il fantastico mondo delle bollicine, ma soprattutto trasformiamo Roma per un giorno nella capitale dello sparkling italiano d’eccellenza, un comparto che più di tutti cresce sul fronte della qualità e della quantità. Il sistema Prosecco, ad esempio, viaggia verso il mezzo miliardo di bottiglie, mentre la nuova Garda Spumante Doc prevede di arrivare in tempi brevi a certificare oltre venti milioni di bottiglie così come la Docg Asti con la versione dry, meglio nota come Asti Secco.

Sono vini collocati su una fascia di prezzo simile, perché si tratta di spumanti prodotti col metodo Martinotti, in competizione solo per questo, ma che rappresentano tre espressioni territoriali completamente diverse. E poi ci sono le denominazioni del metodo classico, come Franciacorta, Trento, Oltrepò Pavese e Alta Langa che iniziano a ottenere risultati interessanti anche oltreconfine. Dal 2003 abbiamo assistito a una vera escalation dei consumi totali nel mondo, passati da 1,18 miliardi di litri nel 2003 a 1,54 dieci anni dopo, con un incremento del 40%, mentre il vino fermo nello stesso periodo è cresciuto del 4% (dati Oiv).

Anche sul fronte delle esportazioni, le bollicine italiane registrano grandi performance che, con un po’ di ottimismo, potrebbero chiudere il 2017 con 1,35 miliardi di euro di fatturato e 500 milioni di unità”. Un comparto in continua ascesa dunque, che ancora una volta sottolinea la caratteristica di unicità della viticultura del nostro paese, unica ed irripetibile altrove.

 

La lista delle etichette premiate con le “5 Sfere 2018”:

 

Piemonte

Alta Langa Totocorde Brut 2012 – Giulio Cocchi

Alta Langa Riserva Cuvée 60 mesi Brut 2009 – Gancia

Alta Langa Matteo Giribaldi Brut 2013 – Mario Giribaldi

Roero Arneis Giovanni Negro Dosage Zero 2010 – Angelo Negro

 

Lombardia

Garda Crémant Brut – Costaripa

Lugana Nature Brut 2011 – Perla del Garda

Nature – Monsupello

Pinot 64 Brut 2013 – Calatroni

Franciacorta Satèn Edizione 2013 – Barone Pizzini

Franciacorta Pas Operé Extra Brut Vendemmia 2010 – Bellavista

Franciacorta Boschedor Extra Brut 2011 – Bosio                                                                                                              Franciacorta Riserva Vintage Collection Dosage Zèro Noir 2008 – Cà del Bosco

Franciacorta Riserva Annamaria Clementi Extra Brut 2007 – Cà del Bosco

Franciacorta Riserva Annamaria Clementi Rosé Extra Brut 2007 – Cà del Bosco

Franciacorta Pas Dosé 2012 – Castello di Gussago La Santissima

Franciacorta Pas Dosé 2012 – Cavalleri

Franciacorta Pas Dosé – Corte Aura

Franciacorta Riserva 33 Pas Dosé 2010 – Ferghettina

Franciacorta Rosé Brut 2013 – Ferghettina

Franciacorta Riserva Casa delle Colonne Zero 2010 – Fratelli Berlucchi

Franciacorta Riserva Casa delle Colonne Brut 2010 – Fratelli Berlucchi

Franciacorta ’61 Brut Nature 2010 – Guido Berlucchi

Franciacorta Riserva Palazzo Lana Satèn 2008 – Guido Berlucchi

Franciacorta Rosé Brut 2012 . Le Marchesine

Franciacorta Riserva Dosaggio Zero 2009 – Lo Sparviere

Franciacorta Vintage Brut 2009 – Majolini

Franciacorta Cabochon Brut 2012 – Monte Rossa

Franciacorta Quinque Extra Brut – Uberti

Franciacorta Magnificentia Satèn 2013 – Uberti

Franciacorta Mon Satèn Satèn 2013 – Villa

Franciacorta Emozione Brut 2013 – Villa

Franciacorta Boké Noir Rosé Dosaggio Zero 2013 – Villa

 

Trentino

Trento Domini Nero Brut 2011 – Abate Nero

Trento Riserva Pas Dosé 201 – Balter

Trento Riserva Redor Brut 2009 – Cantina Rotaliana

Trento Riserva Altemasi Graal Brut 2010 – Cavit

Trento Riserva 1673 Extra Brut 2010 – Cesarini Sforza

Trento Riserva Lunelli Extra Brut 2009 – Ferrari

Trento Giulio Ferrari Riserva Del Fondatore Extra Brut 2006 – Ferrari

Trento Riserva Perlé Bianco Brut 2007 – Ferrari

Trento 51,151 Brut – Francesco Moser

Trento Talento Riseva Quore Brut 2010 – Letrari

Trento Talento Riserva del Fondatore 976 Brut 2007 – Letrari

Trento Riserva Brut 2011 – Maso Martis

Trento Riserva Madame Martis Brut 2007 – Maso Martis

Trento Riserva Rosé Extra Brut 2013 – Maso Martis

Trento Riserva Cavaliere Nero Rosé Extra Brut 2010 – Revì

Trento Flavio Rotari Brut 2009 – Rotari

Trento Maso Nero Dosaggio Zero 2012 – Zeni

 

Alto Adige

Alto Adige Pas Dosé 2013 – Haderburg

Alto Adige Riserva Hausmannhof Brut 2007 – Haderburg

Alto Adige Riserva 1919 Extra Brut 2011 – Kettmeir

Alto Adige Talento Cuvée Marianna Extra Brut – Arunda

 

Veneto

Valdobbiadene Prosecco Superiore Rive di Colbertaldo Vigneto Giardino Asciutto 2016 – Adami

Valdobbiadene Sesto Senso Dry 2016 – Andreola

Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Extra Dry 2016 – BiancaVigna

Valdobbiadene Cartizze Superiore Dry 2016 – Col Vetoraz

Conegliano Valdobbiadene Prosecco Superiore Collalto Dry 2016 – Conte Collalto

Valdobbiadene Prosecco Superiore Cruner Dry – Le Colture

Conegliano Valdobbiadene 20.10 Extra Dry 2016 – Le Manzane

Valdobbiadene Prosecco Superiore Particella 68 Brut – Sorelle Bronca

Valdobbiadene Superiore di Cartizze Vigna La Rivetta Brut 2016 – Villa Sandi

Friuli Venezia Giulia Rosé de Noirs Dosage Zero 2014 – Villa Parens

 

Marche

Gran Cuvée Gold Brut 2006 – Velenosi

Umbria

Gran Cuvée Brut 2014 – La Palazzola-Grilli

Abruzzo

Brut . Marramiero

Abruzzo Rosé Brut – Marramiero

Puglia

Brut – d’Araprì

Riserva Nobile Brut 2013 – d’Araprì

Sicilia

Terre Siciliane Gaudensius Blanc de Blancs Brut – Firriato

 

Bruno Fulco