La Ruota delle Meraviglie, il viale dei sogni infranti di Woody Allen

la Ruota delle Meraviglie

Per iniziare, prendiamo le coordinate necessarie. Dove eravamo rimasti con Woody Allen?

Ripartiamo da Irrational Man e poi da Café Society, quindi. Perché Woody Allen non fa “sempre lo stesso film” come molti dicono, ma riparte da suoi temi, personaggi, situazioni – quale grande autore non riparte sempre dagli stessi temi familiari? Si chiama avere una propria poetica – per declinare ogni qualvolta il discorso in forme nuove. E, soprattutto, segue un percorso chiaro.

La sostanza è sempre nera, funerea. Il cinema di Woody Allen dell’ultimo decennio, almeno, non si è mai liberato da quella nube di pessimismo che lo avvolge, diventata sempre più fitta anche per un autore che scrive un film l’anno al fine di non pensare troppo al dover morire. La Ruota delle Meraviglie adesso si colloca a metà strada tra l’inesorabile pessimismo cosmico di Irrational Man, il suo film più cinico, e la malinconia delle scelte sbagliate di Café Society.

Prima di tutto, però, La Ruota delle Meraviglie parte dal teatro, non sottovalutiamo tale aspetto. Per l’impostazione scenografica assolutamente da set teatrale, che il Woody Allen regista abbraccia girando lunghi piani sequenza, o muovendo la macchina attorno ai personaggi, permettendo loro di dominare la scena e sfogare ogni dialogo. E per la scelta chiara di affidarsi al melodramma alla Tennessee Williams. Non solo un’intenzione, ma una scelta sposata appieno e annunciata da un personaggio rompendo la quarta parete. Sì, La Ruota delle Meraviglie è una pièce teatrale camuffata da film in cui non c’è nulla da minimizzare: le urla sono tante, i sentimenti laceranti, la recitazione enfatica, il melodramma alle stelle.

Al suo 47° lungometraggio, forse Woody Allen si è stancato di scegliere le mezze misure.

Non ci chiede di immedesimarci nei personaggi, oramai. Quelli che mette in scena non sono veri personaggi, ma pedine di un gioco più grande, quello in cui tutti noi non abbiamo scampo. Quattro personaggi in cerca di serenità – anzi cinque, se vogliamo aggiungere pure il bambino – i cui sogni e speranze naufragano uno dopo l’altro. Per le scelte che prendono, o talvolta non prendono, esattamente come in Café Society. O per i dubbi etici e le decisioni fatali messe in pratica, come in Match Point. Per l’incapacità di accettare quel pizzico di normalità che il presente offre, come consigliava Basta che Funzioni. Soprattutto, per quel conto aperto con la vita stessa, come in Interiors.

Ginny è una ex attrice fallita che non riesce a raddrizzare la propria vita, passando da un’infedeltà all’altra e sognando cose irrealizzabili. Humpty finge di essere un duro ma è un uomo fragile, un adulto imprigionato nella mediocrità che cerca di farsi forza nelle insicurezze altrui, in questo caso della moglie. Mickey vorrebbe essere uno scrittore, un uomo sicuro e confidente, ma fa il bagnino e approfitta dei sogni delle donne che incontra. Richie è solo un bambino, ma è un piromane ed un ladro in via di definizione. Carolina è l’unica che prova concretamente ad aggiustare la propria via, ma i suoi errori se li crea, non capitano a caso.

Ecco, non cercate figure positive o con possibilità di redenzione in La Ruota delle Meraviglie.

Paradossale che il film nel quale si spezzano definitivamente i sogni nasca da Coney Island, la fonte dei sogni del Woody Allen bambino. Il posto magico, quel luna park sulla spiaggia di Brooklyn dove è cresciuto. E che nella sua visione pessimista totalizzante non ci sia più spazio nemmeno per sognare lo si capisce dalla protagonista: quella sua infatuazione per il cinema, quella sua passione per la recitazione, quel suo amore per i rotocalchi delle grandi star sembra lasciar presagire un nuovo percorso a La Rosa Purpurea del Cairo. Invece, ad andare in scena non è la speranza, ma solo lo sgretolamento di Ginny.

Il cinema non è più rifugio sicuro nel quale scappare dalla vita, ma anticamera del distacco definitivo dalla realtà quotidiana.

Il cinema, semmai, rimane nell’idea, nella pazzesca fotografia del nostro Vittorio Storaro. Non avrei mai pensato che il passaggio al digitale avrebbe giovato così tanto, non solo esteticamente, a Woody Allen. Il modo con cui Storaro illumina i volti dei personaggi richiama alle grandi star glamour del passato. L’uso inebriante ma altalenante dei cambi di luce, invece, esplicita le pieghe delle rispettive fragilità emotive.

Fragilità che contraddistingue Ginny, appunto. Una donna che recita costantemente – la performance manierista e teatrale, talvolta volutamente finta, di Kate Winslet è un sensatissimo gioiello – e prende la vita come un palcoscenico sul quale continuare ad esibirsi, crede alle storie che la sua mente crea, entra in quelle stesse storie sacrificando affetti e matrimoni. Sprofonda in ciò che immagina fino a truccarsi, a pettinarsi, a vestirsi come se fosse in scena, e nel suo delirio colmo di illusioni Ginny diventa una nuova Norma Desmond totalmente estraniata dalla realtà.

I parallelismi con Viale Del Tramonto non sono allora solo nella trama, nell’insensato triangolo amoroso, ma soprattutto nella psicologia. Woody Allen lavora sulle menti decadenti dei suoi protagonisti con mano sicura. Non ha affetto per loro, pertanto nemmeno rimorso, e li usa per ritrarre la disperazione di chi si accorge che i sogni non bastano più per tirare avanti. Norma Desmond è la citazione più facile da fare, ma Allen va fino al finale di “Lungo Viaggio Verso la Notte” di Eugene O’Neill, non a caso citato direttamente durante il film.

Questo approdo definitivo al pessimismo ha un senso, ha un fine?

Difficile trovare qui una risposta, La Ruota delle Meraviglie è volutamente una messa in scena. Una tragedia in tre atti, ancora più irreale rispetto alla vita che atti non ne ha. Forse il senso è allora nella riuscita running gag del bambino piromane. Woody Allen un tempo da bambino, davanti alla ruota panoramica di Coney Island, viveva ed immaginava i propri sogni, ora invece tanti anni dopo, tante esperienze dopo, torna in quello stesso luogo per disegnare un bambino non più divertito dal posto in cui vive, ma estraniato fino a preferire il fuoco. Forse, nel nulla espresso dalla distruzione del fuoco, quel bambino ci vede la disperazione della vita che Woody Allen esprime adesso.

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Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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