Andrea Chénier alla Scala, il trionfo della passione e della bella musica

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Riccardo Chailly porta al trionfo l’Andrea Chénier di Umberto Giordano, opera inaugurale della stagione 2017/2018 del Teatro alla Scala.

Andrea Chénier è un must per gli amanti d’opera. Il componimento di Umberto Giordano, basato sulla vita dell’omonimo poeta francese, e il libretto di Luigi Illica sono pieni di passione e slancio drammatica. L’opera andò in scena la prima volta nel 1896 proprio al Teatro alla Scala di Milano.

Assente dalle scene meneghine dal 1985, Riccardo Chailly l’ha scelta per inaugurare la stagione 2017/2018. L’opera s’inserisce nei festeggiamenti per i cinquant’anni della morte del grande Victor de Sabata, che ne diresse alla Scala una memorabile edizione nel 1949 con Mario del Monaco, Renata Tebaldi e Paolo Silveri.

La trama

Siamo nella Parigi di piena rivoluzione. In casa della Contessa di Coigny si dà una festa. Ad essa partecipano membri della nobiltà e alcuni personaggi come il poeta Andrea Chénier. Deriso dalle parole della frivola Maddalena, la figlia della contessa, il poeta lancia un monito contro l’ipocrisia di quella società che colpisce sia la ragazza che Carlo Gérard, cameriere della contessa che decide di unirsi ai rivoltosi. Andrea Chénier è tenuto sott’occhio dai rivoluzionari; è ostile ai capi della rivoluzione. La ragazza è rimasta colpita dalle sue parole,ed entrambi si dichiarano amore reciproco.

Ma Maddalena è anche il grande amore di Carlo Gérard, ormai capo dei rivoluzionari. In un duello per difendere la ragazza, Andrea ferisce Carlo. Sarà costui , nella sua gelosia, a scrivere l’atto d’accusa. Mosso da umana pietà dalle parole di Maddalena, intervenuta per difendere il suo amato, durante il processo afferma di aver dichiarato il falso, ma ormai la condanna è decisa. Maddalena, ormai completamente innamorata, decide di corrompere una guardia per poter morire al posto di una ragazza condannata, Idia Legray, accanto al suo uomo. Carlo Gérard va da Robespierre per salvare la vita ai due amanti, ma ormai la ghigliottina è caduta.

Una trama di forti passioni

La musica di Umberto Giordano sottolinea e, attraverso un’orchestrazione delle volte anche molto forte, rende incisivamente la grandiosità della storia. Il maestro Riccardo Chailly la ama tantissimo e si vede. La sua direzione è ricca di raffinatezze nelle scene intime ma è spaventosamente apocalittica nelle grandi accensioni drammatiche. Con lui l’Orchestra e il Coro del Teatro alla Scala (eccezion fatta per uno scollamento alla fine del primo atto) hanno raggiunto livelli impressionanti.

Questi cantanti

Avesse però avuto lo stesso cast dell’edizione del 1985, da lui stesso diretta, il tutto sarebbe stato ancora più bello. All’epoca cantavano il grande José Carreras, Eva Marton ed il mai troppo compianto Piero Cappuccilli. Il cast del 07 dicembre 2017 (a parte i ruoli minori, che sono stati tutti ben cantanti, con la punta di diamante dell’Incredibile di Carlo Bosi) aveva delle mende vocali.

Che mi perdonino i suoi fan, ma Yusif Eyvazov, tenore azero ma di studi italiano (e si sente dalla dizione scolpita), non mi è mai piaciuto. L’ho sentito una sola volta dal vivo, quando venne lanciato a Roma nel 2014 con la Manon Lescaut di Giacomo Puccini diretta di Riccardo Muti con Anna Netrebko come Manon, e già all’epoca testimoniò i difetti riscontrati pure in questa prima scaligera: timbro caprino (anche se con acuti abbastanza ben impostati), tendente ogni tanto alla stonatura e la recitazione era statica e amorfa. A onor del vero, bisogna pure ammettere che la tensione di un debutto in un teatro così importante il giorno di Sant’Ambrogio avrà avuto la sua responsabilità.

Anna Netrebko (che tra l’altro è la Signora Eyvazov) è la soprano più famosa di oggi. Il suo timbro è bellissimo, adatto ad esprimere la dolcezza di Maddalena anche se tende a gonfiare la voce per renderla più scura e l’intonazione non è sempre stata cristallina. Usare spesso la gola non giova all’emissione (tant’è che la Bersi di Annalisa Stroppa è risultata più sonora della protagonista). Anche l’interprete (vuoi anche l’ansia della prima) non è stata sempre efficace.

Il brivido de La mamma morta

La vetta più alta raggiunta dalla Netrebko è stata la celebre aria La mamma morta dal III atto dell’opera, dove, accompagnato dal suono caldo e vellutato del violoncello solista dell’orchestra di Riccardo Chailly, ha potuto dare il massimo (nonostante l’acuto incerto nel finale del pezzo). È un’aria che spaventa, in quanto fu una delle perle più fulgide di Maria Callas (il pezzo, nell’interpretazione callassiana, è la colonna sonora di una celebre scena del film Philadelphia con Tom Hanks e Denzel Washington).

Il fascino dei cattivi

Luca Salsi è stato un Carlo Gérard roccioso e granitico. È un personaggio bellissimo, ricco di contrasti, pieno di rancore e cattivo ma, allo stesso tempo, vibrante d’amore e buono. Avrei preferito sentire più sfumature a dire il vero, ma la sicurezza timbrica e l’interpretazione scenica (di cui ho avuto prova nelle numerose volte in cui l’ho visto dal vivo a Roma) hanno fatto eccellere il giovane artista parmense, anche se mi permetto di dire questo giovane cantante di far sfogare di più il registro acuto, un po’ troppo coperto, e di fare attenzione all’intonazione.

Ombre e tenebre oscure

Veniamo alla regia, affidata alle mani sapienti di Mario Martone, famoso regista teatrale e cinematografico napoletano (bellissimo il suo film Il giovane favoloso). Il regista ha deciso intelligentemente di non spostare temporalmente l’azione; nella trama vi sono riferimenti storici precisi alla Rivoluzione Francese. La scena del primo atto si è aperta con  i personaggi della festa a Casa di Coigny completamente bloccati. Carlo Gérard si muoveva e tentava di interagire con loro, ma solo la cattiva Contessa lo ha scacciato. Martone ha sottolineato la solitudine dei personaggi; i nobili chiusi nel loro mondo falso e Carlo Gérard nel suo odio. Le scenografie erano montate su meccanismi che permettevano di far ruotare la scena, a favore di un’esecuzione senza sosta musicale tra un atto e l’altro (operazione avvallata da Riccardo Chailly in ottemperanza delle volontà di Giordano. Non è stata nemmeno lasciata la tradizionale pausa dopo le arie per gli applausi). Come dice il regista è una “scena nella scena

La morte incombe

Le bellissime scenografie curate da Margherita Palli, insieme agli splendidi costumi di Ursula Patzak e le coreografie di Daniela Schiavone, ci hanno fatto vivere nell’atmosfera di fine Settecento. Le figure in preghiera dietro Andrea Chénier e Maddalena durante il duetto d’amore finale e le luci volutamente tetre di Pasquale Mari sembravano simboleggiare la morte incombente. Nel III atto Martone e la Palli hanno  inserito degli specchi nei fondali che sembravano ampliare illusoriamente lo spazio scenico, ma Gérard, attraverso loro, si “confronta con sé stesso”. Per Martone sono quindi il riflesso del fallimento stesso della Rivoluzione.

Vi sono state delle trovate registiche non riuscitissime. Quando Maddalena è arrivata in carcere, secondo l’allestimento di Martone, era subito notata da Andrea Chénier. Nella musica di Umberto Giordano vi è invece poco dopo un momento di suspence e di gioia improvvisa, in quanto il poeta vede improvvisamente in carcere la donna amata e poi capirà che moriranno insieme. Anche la carretta finale che portava i condannati alla ghigliottina, posizionata sopra il carcere, è risultata ingombrante e francamente inutile, come brutto è stato l’effetto di Maddalena che si apre il bustino prima della sopracitata La mamma morta.

Degli errori che non hanno intaccato una regia molto intelligente e ben fatta.

Grande successo per tutti con qualche contestazione per il tenore.

Amate l’opera e farete del bene.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Marco Brescia & Rudy Amisano estratte dal sito www.teatroallascala.org)

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