Lorenzo Lotto e la sua Annunciazione innovativa

lorenzo lotto
Sailko [CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)]

Il pittore Lorenzo Lotto (1480-1557), come un ossimoro, svetta con la sua arte, retro, verso il passato e, al medesimo tempo, valica le soglie di una concezione moderna stilistica.

Il legame con ciò che ci appartiene e che fonda, erge la nostra consapevolezza è ricoperto da una dolce patina, che nell’anticamera natalizia si rinsalda e rinfocola gli animi. Ogni elemento è ravvisato nel ricordo, nel familiare, nella consuetudine.

L’artista si staglia quale insigne espressione di un rinascimento maturo, seppure mutuato in uno stilema metaforico alquanto originale per forma e contenuti. La sua poetica verte su una dialettica tra antico e moderno, in una piattaforma scenica di giochi e rimandi che evocano stati di coscienza atemporali.

Le opere sono immerse in un fluido misterico in cui l’atmosfera è suggestiva, sospesa in uno spazio immaginifico, senza tempo né luogo. L’habitat scenografico delle sue tele è la trama della memoria, con i suoi nodi, le asperità, celati dal velo di una dolce malinconia.

I soggetti prediletti sono le tematiche bibliche, dense di allusioni e sillogismi filosofici. Il patto con il passato è stilato in vece di una continuità del moderno.

La ritrattistica è un nucleo operistico a sé che serba l’intento di suffragare “un’etica del simbolo”. Ogni “particulare” è un vettore verso un significato allegorico. Le conoscenze dell’artista spaziano dall’ermeneutica all’alchimia.

In questa sede l’intenzione è di presentare la “sua” Annunciazione (1534 ca.) che fornisce una delle interpretazioni più contraddittorie della tematica in questione.

Lorenzo Lotto l’ha eseguita per la Chiesa di S. Maria dei Mercanti a Recanati, è tuttora conservata al Museo Civico in loco. L’impianto compositivo sovverte tutti i parametri consolidati. Gli “usi e costumi” iconografici deputano la figura dell’Arcangelo Gabriele alla sinistra della Vergine, mentre Lotto la colloca a latere destro.

La Madonna mostra le spalle a quest’ultimo ponendosi in diretto contatto con lo spettatore e, in una posa sui generis, con le mani alzate, esasperando il moto di timore che la pervade.

L’ingenuità del colorito purpureo che imperversa per l’emozione sulle gote, rubiconde, restituisce un’imago di Maria, umana, avvezza alle passioni e alle paure comuni, la sua tenera età e le sue incertezze. È in ginocchio, non è seduta, come appare di consuetudine. L’habitus è popolare, una veste rubino sfrangiata, frugale. Il rosso a stigma della Passione.

Stupisce la “terrestrità” dell’angelo, non concepito al solito nel suo essere etereo, ma come un’entità intesa nella sua essenza terrena che “obumbravit”. Inginocchiato con lo sguardo fermo, acceso, dalla corporeità imponente, porta seco il giglio simbolo dell’espressione della purezza di Cristo.

Il topos dell’hortus conclusus è contemplato nella perfezione del giardino attiguo sullo sfondo che dialoga con il “perfettibile” umano raffigurato.

L’imprevisto scenico di un gatto che corre, colto dalla sorpresa dell’avvento dell’angelo, desta nello spettatore un singulto. “Volgarizza” l’assetto scenico nella sua prosaicità, donando una rusticità, densa di un’ingenuità primitiva.

Viene stigmatizzata una scena di genere del quotidiano che esula dall’iconografia consueta dell’Annunciazione, dall’impianto prospettico a quello spaziale, distorto, instabile.

L’imprinting fiammingo si percepisce nel realismo della scenografia, nell’acribia dei particolari e nella simmetria degli oggetti appesi, mentre nello sfondo si può notare l’eco leonardesco.

Di stampo neoplatonico, che per l’esasperazione scenica quasi sfiora il grottesco, è l’entrata di Dio dall’arcata, di rosso vestito.

Un’innovativa “Annunciazione”, questa di Lorenzo Lotto, che contempla la dottrina, ma la rivisita in una chiave allegorica, esulando da una certa retorica, di stile e contenuti.

Costanza Marana

Foto: Sailko [CC BY 3.0 (https://creativecommons.org/licenses/by/3.0)]

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