“Stabat Mater”: dare una voce al dolore degli umili

Il Piccolo Eliseo ospiterà fino a domenica 11 marzo lo spettacolo scritto da Antonio Tarantino, “Stabat Mater. Oratorio per voce sola”. La regia è curata da Giuseppe Marini e in scena c’è la bravissima Maria Paiato.

Stabat Mater è il titolo di una preghiera scritta da Jacopone da Todi nel XIII secolo, incentrata sulla figura della Madonna e sul suo dolore per Passione di Cristo. Ma è anche una composizione sacra di Pergolesi che prese vita nel XVIII secolo in cui, ancora una volta, si esplora la sofferenza di Maria per la morte del figlio. Infine, Stabat Mater è un monologo teatrale scritto da Antonio Tarantino nel 1998. Il testo di Tarantino riprenderà vita fino all’11 marzo sul palco del Piccolo Eliseo. A permetterlo saranno il regista Giuseppe Marini e l’attrice Maria Paiato.

Da quanto detto, è lecito chiedersi se anche la storia dello spettacolo abbia a che fare con la dimensione religiosa. In realtà, l’intento di Tarantino è stato proprio quello di laicizzare le figure sacre, concentrandosi sul lato più umano della vicenda: il rapporto tra madre e figlio. Ma Tarantino va anche oltre, scegliendo come protagonista una donna appartenente agli strati sociali più bassi.

La madre è, infatti, un’ex-prostituta, rimasta incinta di un uomo sposato. Il figlio, un ragazzo intelligente, privo di una guida che si lascerà attrarre dalle idee terroriste.

Intorno a loro diversi personaggi: il padre assente con sua moglie, insegnanti, assistenti sociali, giudici, poliziotti, uomini e donne di chiesa. Ma l’unica presenza che lo spettatore percepisce in scena è quella di Maria Croce, la madre. Tutta la realtà è filtrata attraverso il suo racconto, le sue parole, le sue interpretazioni. Ed è qui che il testo di Tarantino acquista di spessore e grandezza. La lingua del monologo è la nota più originale dello spettacolo. Questo perché riflette la personalità della donna.

È la lingua degli ultimi, dei reietti, degli emarginati, degli scarti e detriti della cosiddetta modernità, che non possiedono neanche più una lingua propria (dunque una propria identità) e approdano a una strana, musicalissima e teatralissima pastura linguistica.

Durante lo spettacolo, Maria passa dalla cadenza meridionale – sua di nascita- a quella settentrionale – acquisita dopo un trasferimento al Nord -. Inoltre, il suo discorso è ricco di termini gergali, turpiloqui, doppi sensi, parole storpiate o malapropismi. Numerosi i riferimenti a luoghi comuni, agli slogan delle pubblicità o al mondo televisivo. I concetti vengono ripetuti più e più volte (l’obesità della moglie del padre, la generosità e l'”essere uomo” del prete, la spregiudicatezza della fidanzata del figlio Maddalena). Molto spesso, Maria si lascia andare a invettive aggressive e volgari nei confronti di persone, luoghi o situazioni. Come scrive sempre Marini: “È il linguaggio di quella marginalità suburbana, dannata, condannata e dimenticata dalla Storia”.

La scenografia è rappresentata da una pedana circolare con uno spazio vuoto al centro.

Maria si muove dentro questo spazio, sulla pedana e al di fuori di essa. Il cerchio è un simbolo sacro, ma l’ambiente così sistemato ricorda anche il circo, lo spazio dove prendono vita le varie esibizioni. E quella di Maria Croce è un’esibizione. Una di quelle che vuole essere comica, ma che nasconde, in maniera neanche troppo velata, una grande tragicità. Gli abiti di Maria sono colorati, esuberanti come lo è lei, del tutto inadatti alla sua condizione o alla sua età. D’altra parte, lei continua a illudersi di essere ancora ciò che era in passato (ma lo sarà mai stata davvero?).

Al centro dello Stabat Mater di Tarantino non c’è tanto il dolore di una madre per la perdita del figlio, quanto il dolore di un’esistenza. Un dolore che nasce soprattutto da motivazioni sociali che finiscono inevitabilmente per influenzare la personalità e il carattere. Lo spettacolo è una botta allo stomaco perché costringe lo spettatore per un’ora e mezza a entrare in un punto di vista, in un modo di essere, in una superficialità così piena di significati altri da far male. Perché, anche se Maria ha dei forti tratti che suscitano il sorriso o anche lo scherno, il mondo che lei racconta è uno violento, aggressivo, volgare, lasciato ai margini. Un mondo dove l’intelligenza fa male, dove non c’è spazio per il pensiero, ma solo per l’azione istintiva.

Eppure si tratta di esseri umani. E la loro tragedia è tanto più grande proprio perché riaperti da queste maschere comiche che non lasciano spazio alla compassione.

Non è uno spettacolo semplice da vedere, complice anche la lunghezza e la mancanza di una vera e propria storia. Eppure, il lavoro di Paiato merita di essere visto e applaudito. L’attrice tiene la scena da sola per un’ora e mezza, riuscendo a restituire alla grande non solo il proprio personaggio, ma anche quelli che popolano la sua realtà e la sua vita. Dà corpo, voce, ritmo e anima allo spettacolo. A ricreare questa realtà e a farcela vivere attraverso le sue parole. E lo fa in maniera veramente ottima.

Il teatro, come molte altre forme artistiche, è una finestra sul mondo o su mondi passati o possibili. Quella di Maria Croce non è una bella realtà su cui affacciarsi e non ci accoglie di certo in maniera benevola. Eppure, di tanto in tanto, è giusto farlo.

Federica Crisci

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