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Ss. Cosma e Damiano a Roma: una chiesa con dentro i pagani!

Ss. Cosma e Damiano a Roma: una chiesa con dentro i pagani!

Camminando per via dei fori imperiali, sorpassata la basilica di Massenzio, si arriva ad una basilica poco conosciuta dai romani, ma di grande importanza per il Medioevo. Andiamo indietro fino al periodo ostrogoto, quando Amalasunta, figlia del re Teodorico, donò a Papa Felice IV alcuni edifici situati presso il Foro della Pace: un’aula rettangolare e un tempietto circolare che, secondo la tradizione era stato dedicato da Massenzio a suo figlio Romolo.

Felice IV poté quindi costruire la prima basilica cristiana situata nel cuore della Roma pagana. La scelta del Papa era dettata dalla funzionalità del riutilizzo di edifici, materiali e murature già in piedi, ma assumeva anche l’importanza di un atto politico: la cristianità stava sostituendo la religione pagana. I suoi culti si stavano imponendo in uno spazio che fino a quel momento era stato il simbolo della vita sociale e religiosa dell’antica Roma: i Fori.

La chiesa fu dedicata dal pontefice ai santi medici Cosma e Damiano. Felice IV si occupò anche della decorazione della basilica realizzando nell’abside un meraviglioso mosaico che utilizza lo “schema a sette figure”, una tipologia poi riutilizzata nelle più importanti chiese romane.
RomaTrePerRoma vi invita a scoprire questo luogo in un tranquillo sabato pomeriggio, e a rivalutarne bellezza e importanza.
Vi aspettiamo il 21 gennaio alle ore 15 presso la basilica dei Ss. Cosma e Damiano. Per info e prenotazioni: https://goo.gl/forms/2sSnJie8o4XHnZic2.

Vittoria Artico e Silvia Sarli

Il sessismo linguistico c’è, ma non si vede. Istruzioni per il (dis)uso

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Il sessismo linguistico c’è, ma non si vede. Istruzioni per il (dis)uso

Quando parliamo siamo sessisti senza saperlo, senza volerlo. Questo perché la lingua italiana è dissimmetrica per tradizione e i parlanti non sono stati educati alla differenza.

A ricordarcelo è il quarto tomo della collana “L’Italiano, conoscere e usare una lingua formidabile”, uscita negli ultimi mesi col Venerdì di Repubblica. Si tratta di Sindaca e Sindaco: il linguaggio di genere, a cura di Cecilia Robustelli, docente che collabora con l’Accademia della Crusca (di cui vi invito a leggere il pdf gratuito “Donne, Grammatica e Media”).

Per quanto si voglia credere che la questione sia noiosa, che non ci riguardi, che sia rivolta a quei pochi che capiscono di linguistica, il sessismo nella lingua italiana non solo è una realtà, ma è una realtà latente.

Il dibattito, a differenza di quanto si pensi, non è affatto attuale: abbiamo almeno 20 anni di scontri alle spalle. Chiedetelo ad Alma Sabatini, autrice  de Il sessimo nella lingua italiana, un lavoro pubblicato nel 1987 e patrocinato dalla Commissione nazionale per la realizzazione della parità tra uomo e donna. Il programma del governo Craxi lo presentò raccogliendo i frutti della militanza femminista degli anni Settanta, ma trovò parecchie resistenze negli anni successivi. Ve lo dimostra il fatto che solo ora la faccenda sta assumendo una certa rilevanza.

La tradizione è dura a morire!

Il libricino di Robustelli (e non “della Robustelli”…proseguite con la lettura!) è molto articolato come potete intuire da queste premesse, sia quando racconta la storia, sia quando si addentra in analisi più squisitamente linguistiche. In alcuni casi è complesso da seguire, ma chiunque, sfogliandolo, può comprendere il messaggio che conserva tra le sue ricche pagine.

Si tratta di un garbato invito (in perfetto stile “Crusca”) a riflettere sul proprio linguaggio quotidiano per superare gli usi obsoleti ereditati da una tradizione in cui le donne non sono protagoniste quanto gli uomini a livello sociale e politico.

Proprio per questo motivo vorrei raccontare cosa è successo quando ho iniziato a riportare agli altri quello che leggevo nel libro, a volte semplicemente pourparler, altre per provocare, ma sempre con molta attenzione alle reazioni dei miei interlocutori.

sessismo linguistico accademia della crusca[dt_divider style=”thin” /]

Caso 1: Obiezione, Avvocato!

Parlando del mestiere di scrivere durante un caffè con un amico avvocato sostengo che sia un dovere professionale stare al passo con i tempi in fatto di lessico perché sono proprio i media a influire sul parlato.

La questione di genere esce fuori perché il mio amico è un appassionato di diritti dell’uomo.

Zac!

Ecco il primo errore: si dice diritti della persona!

Lui sorride e mi ricorda che una sua professoressa non faceva altro che ricordare agli studenti quanto la lingua italiana fosse sessista in questo caso… vi basti ricordare anche espressioni quali paternità dell’opera e fratellanza.

Tali espressioni fanno parte del cosiddetto “maschile non marcato”, cioè un uso neutro del genere maschile da applicare anche a esseri femminili. Peccato che il neutro sia un genere rimasto ai greci e ai latini.  Fateci caso quando parlate: riuscireste a evitarlo?

Passiamo poi agli atti. Il mio amico mi rivela che spesso, con grande imbarazzo, lui e i suoi colleghi non sanno come uniformare i testi di fronte alla differenza di genere: trovano scritto “La Rosselletti” (femmina) e “Rosselletti” (maschio).

La comune usanza di mettere l’articolo al femminile esclusivamente di fronte al cognome di una donna fa parte di un uso dissimetrico della lingua e sarebbe da evitare. Per eludere il problema gli avvocati decidono di inserire Signora e Signora, oppure nome e cognome.

Il mio amico aggiunge:

ma tu che scrivi per lavoro non hai paura di risultare “sbagliata” quando scrivi Raggi al posto di La Raggi? O la Poeta al posto di Poetessa?

Più che paura di sembrare ignorante, ho paura che i lettori giungano a conclusioni affrettate senza essere sfiorati dal dubbio che qualcosa debba essere cambiato nel nostro linguaggio. Proprio dal dubbio può nascere una soluzione!

Per concludere, scateno un grande interesse quando dico al mio amico che governante al femminile significa donna delle pulizie e al maschile significa reggente del potere e che dunque c’è una differenza nel significato di alcune parole, a seconda del genere.

Ci avete mai pensato?

Caso 2: la dichiaro Signora Dottore!

Il Presidente della Commissione (anno 2014) mi dichiarò “Signora Dottore” in Filologia Classica, lasciando perplessa me e tutti gli ascoltatori in sede di laurea.

Che confusione!

Il suffisso di Dottoressa viene spesso considerato sessista (anche da Sabatini) perché derivazione di un uso ironico originario della commedia greca; oltre a trattarsi di una desinenza irregolare (visto che dottora, pur non piacendo come termine,  sarebbe il corrispondente naturale di dottore, come sindaco/a, avvocato/a) era malvisto perché significava “donna saccente“. Le due forme sono in lotta dall’Ottocento, tanto che le donne alla fine si facevano chiamare “dottore”.

L’avreste mai detto che dottora era già attestato due secoli fa o l’avreste considerato spiacevole da sentire come sindaca?

Con gli anni il tono sprezzante della desinenza -essa si è smorzato e ha perso anche il significato di “moglie di”. Ad esempio la presidentessa per molto tempo è stata “la moglie del presidente”.

Caso 3: Signorine alla Cassa

Più divertente il caso in cui una mia amica mi chiede scherzando perché viene chiamata signorina dal cassiere del Supermercato.

Le suscito qualche perplessità quando le dico che signorina è inadatto: un suo coetaneo sarebbe stato chiamato signore perché signorino viene utilizzato solo ironicamente.

Da quel momento lo dice a tutti (cassieri, cassiere e non!)

Caso 4: Quando il nome “stona”

La lotta più dura è stata quella con soprano. Curando un articolo di un collaboratore mi suonava strana la scritta il soprano marchigiano Luciana Rossi.

Dall’alba dei tempi si dice il soprano anche per le donne. Del resto il nome è maschile.

La soprano marchigiana Luciana Rossi può comunque essere un’alternativa, nonostante l’uso tradizionale. 

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sessismo linguistico accademia della crusca

Gli antichi insegnano…

Ho fatto mio il motto di Robustelli: Ciò che non si dice non esiste! proprio per spiegare a tutte le persone con cui mi relaziono che alcune parole risultano “brutte” e cacofoniche solo perché non siamo abituati a sentirle.

Se la lingua italiana non basta come esempio pensate che la prima voce letteraria femminile dell’antichità non aveva un nome per descrivere la sua professione. Saffo, per l’Antologia Palatina, era la “decima musa” dopo nove poeti lirici.

La perifrasi non è stata utilizzata con fine galante ma perché la parola poeta declinata al femminile (ποιήτρια) proprio non esisteva.

Sarà attestata per la prima volta (e senza ironia) nelle epigrafi di età ellenistica, cioè molti secoli dopo, quando le donne iniziano ad avere uno spazio pubblico, una mobilità differente e possono vagare come performers per cantare le loro poesie. (Rimando a Le poetesse “virili” dell’antichità.)

Anche gli antichi greci, insomma, sono stati confusi per un bel po’ quando hanno iniziato a vedere che le donne gli rubavano la scena!

Morale della favola?

Si percepisce un forte imbarazzo, una terribile incertezza nel parlato, ma anche una specie di ribrezzo nei confronti di parole che invece presentano uscite naturali.

Nonostante le usanze tradizionali, noi parlanti del presente siamo qui proprio per cambiare questo meccanismo cristallizzato, che fa sembrare strane parole semplicissime declinate al femminile. Primo su tutti Sindaca ( Habemus Sindaco, Sindaca o Sindachessa?) di cui vi lascio una precedente riflessione.

Insomma, come ricorda Robustelli possiamo accettare neologismi come disposofobia e non ministra?

A tal proposito un recente intervento di Sgarbi contro la Presidente (e non presidenta!) Boldrini ha fatto giustamente scattare l’Accademia della Crusca su Twitter.

Per questo motivo resto fermamente convinta del fatto che il libretto di Cecilia Robustelli dovrebbe essere diffuso nelle scuole per sensibilizzare i giovanissimi all’ascolto della diversità linguistica.

Non si tratta di un cambiamento immediato né imposto, ma proprio perché la lingua è in qualche modo estrinsecazione della realtà ci aspettiamo un’evoluzione in positivo per il linguaggio di genere.

sgarbi sessismo linguistico

Non tappatevi le orecchie perché credete sia femminismo fine a se stesso, una lotta contro non si sa quale mulino a vento.

La lingua rende l’essere umano una creatura speciale e i suoi strumenti, le parole, sono importanti.

Usiamole con cura. Senza paura, senza vergogna e con più consapevolezza!

Alessia Pizzi

“Filumena Marturano”, il dramma di una madre e di una donna

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“Filumena Marturano”, il dramma di una madre e di una donna

“E figlie so’ ffiglie!”

Scritta nel 1946, tra le più note e rappresentante, in Italia e nel mondo, la commedia di Eduardo De Filippo non ha bisogno di presentazioni. Come egli stesso disse nel prologo della trasposizione televisiva del 1962: “La storia è conosciuta da quanto fu padrona sulla scena. Per ricordarla? Basta Filumena. Per la morale, basta una battuta“. Una storia che ha ispirato personaggi e film, come Matrimonio all’italiana di Vittorio De Sica; e che ha visto in scena celebri attrici, come la sorella dell’autore (per la quale scrisse originariamente il testo) Titina De Filippo, Regina Bianchi, Isa Danieli, Lina Sastri e Mariangela Melato. Il Teatro Quirino, quest’anno, ha visto nuovamente la commedia in scena, diretta da Liliana Cavani, con Geppy Gleijeses nel ruolo di Domenico e Mariangela D’Abbraccio nei panni di Filumena.

Soffermarsi sulla trama sarebbe superfluo. Si toglierebbe poesia e drammaticità a momenti e battute che solo le capacità sceniche degli attori possono donare. E’ giusto invece soffermarsi sullo spettacolo in questione. La regista, al contrario di quanto detto da molti, è fedelissima al copione originale: gli dà qualche tocco personale, che non guasta. Si capisce subito dall’uso della scenografia.

Come si apre il sipario, ci troviamo in una stanza da letto (e non nel salotto come vorrebbe l’autore). Un bellissimo armadio, con tanto di arredamento dentro (come il buon Visconti avrebbe voluto), un letto, una macchina da cucire di un tempo, una cassapanca, un paravento e un tavolo con un ferro da stiro (ovviamente a carbone), ricoperto da e tante, tante lenzuola, pezze, tovaglie, rigorosamente bianche e ricamate.Qui Filumena si sfogherà davanti a Domenico, la fedele Rosalia e Alfredo, il tirapiedi di lui; e qui farà il celebre monologo del voto alla Madonna delle Rose.

L’arrivo di Diana e del pranzo ci porta invece nel salotto, vera ambientazione dello spettacolo, che non cambierà più. La scena ormai sarà un grande atto unico, non divisa in tre come vorrebbe Eduardo. Qui vedremo cambi in scena a luci spente, l’arrivo dei tre figli, la confessione a Domenico e…le conseguenze del terzo atto.

Lo spettacolo si dimostra all’altezza anche, e soprattutto, dagli attori.

Mimmo Mignemi è un buon Alfredo, che preferisce il dialetto siculo a quello napoletano; mentre Nunzia Schiano è una Rosalia perfetta: il suo tocco è evidente mentre cammina, che parla da sola, come molte donne anziane. I tre figli (Agostino Pannone/Umberto, Gregorio De Paola/Riccardo, Eduardo Scarpetta/Michele) hanno ritmo, esperienza e capacità: la scena della ‘prova del canto’ non è facile, si sa, ma loro riescono alla perfezione, tanto da far ridere il pubblico.

Filumena Marturano 2017

Geppy Gleijeses prende un meritatissimo applauso nel ruolo che fu dell’autore. Ci mostra bene l’evoluzione dell’ uomo che non vuole accettare la sua età e quanto Filumena sia importante per lui. L’uomo che comincia con lo spirito della risata “che non è vera (…) ed è sempre la stessa, chiunque la fa“, fino a dare ragione alla “malafemmina“.

Gleijeses, che a tratti nella parte ricorda un po’ Antonio Casagrande e un po’ Marcello Mastroianni (specie quando scruta i tre ragazzi per cercare se stesso), dona a Domenico quel tocco maturo che non tutti sono riusciti a dare. Mentre molti lo interpretano a disagio durante i preparativi del matrimonio, lui si dimostra ormai rassegnato e forte. Significativa la scena degli occhiali, non presente nello spettacolo: per vedere meglio i bigliettini sui fiori, Domenico tenta di leggerli ad occhi nudi, poi, dopo mille prove, si rassegna alle lenti

Filumena Marturano 2017

Una commovente e meritata ‘standing-ovation’ invece va a Mariangela D’Abbraccio.

Non è la prima volta che interpreta il testo di Eduardo e si vede. Gestisce bene il personaggio: la tiene per mano e le dà la forza, la potenza e la pazienza che Filumena possiede. E’ femminile e sensuale nei confronti di Domenico (i suoi occhi ci spiegano tutto). Se Titina, però, era arrabbiata, la Melato rancorosa e la Bianchi delusa dalla vita, la D’Abbraccio ci mostra una Filumena materna. Il sorriso che dà a Michele quando questo parla dei suoi bambini è degno di una madre e di una nonna che vorrebbe stringerli, come non ha fatto con i suoi.

Filumena Marturano 2017

Ciò che mostra al meglio questo lato è un gesto. Quando parla a Domenico dei figli, spesso si tocca la parte alta del petto.  Lì è situato il medaglione con la banconota, custode di quel materno segreto. Filumena cerca da lì la forza per proseguire, come probabilmente ha fatto per tutti gli anni passati.

Lo spettacolo, per concludere, merita 5 stelle su 5. Non esce di una virgola e dimostra quanto il Teatro non tramonti mai e quanto uno spettacolo, come Filumena Marturano, sia, anche oggi, un testo che debba insegnare ancora molto.

Francesco Fario

Un mondo senza tempo. L’eredità dimenticata di Gödel e Einstein

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Un saggio che “parla” di tempo, di teorie scientifiche rivoluzionarie e di due uomini unici che si conobbero semplicemente camminando.

Sono tanti i motivi che spingono un ignaro lettore che si aggira pigro in libreria a scegliere un libro. Una copertina accattivante, una veste grafica azzeccata, il consiglio di un amico fidato, la recensione di un grande giornalista su un famoso quotidiano, o anche, semplicemente, un titolo.

Un mondo senza tempo è uno di quei libri che si decide di prendere, sfogliare, leggere anche per il titolo, perché oggettivamente si tratta di un titolo bellissimo, che scioglie i legacci della fantasia, perché chiunque di noi, almeno una volta, ha desiderato, magari per un attimo, un mondo senza tempo. Un bellissimo titolo che fa da corollario ad un libro altrettanto bello che, al contrario di quello che si può immaginare, non è un romanzo, bensì un saggio.

Un mondo senza tempo di Palle Yourgrau, professore di filosofia alla Brandeis University di Boston, edito in Italia da il Saggiatore, è il racconto sorprendente del singolare rapporto intercorso fra due geni assoluti del secolo scorso: Kurt Gödel e Albert Einstein.

Matematico di fama mondiale il primo, fisico leggendario il secondo, due uomini diversi praticamente in tutto. Esile, misantropo, ipocondriaco, cultore dei cartoni animati di Walt Disney (in particolare Biancaneve) e azzimato Gödel; robusto, amante della vita, trasandato, costantemente spettinato e golosissimo di gelati Einstein.

Due personalità apparentemente distanti, eppure uniti dalla comune passione per la scienza,per Kant e per il dialogo.

Autunno 1941, Princeton, campus universitario. Mentre l’Europa da due anni soccombeva sotto una nuova e insensata guerra che di lì a poco avrebbe coinvolto anche gli Stati Uniti, due fra i più grandi scienziati di ogni epoca cominciarono a camminare uno accanto all’altro parlando di tutto, cementando, nella quiete dei giardini del prestigioso college americano, giorno dopo giorno, chilometro dopo chilometro, un’amicizia straordinaria e un sodalizio unico.

Differenze che lentamente in quella conoscenza peripatetica lasciarono inevitabilmente spazio al loro mondo più intimo e al loro sconfinato sapere.

Un libro che proietta il lettore, silenzioso spettatore dei due instancabili camminatori, nel complesso universo della scienza, alla scoperta di teorie rivoluzionarie che mutarono per sempre il senso della storia e dell’umanità, con la semplicità di una semplice, infinita passeggiata.

Faremo la conoscenza del signor “Tempo”, un fattore che ha impegnato per secoli e secoli filosofi, scienziati, uomini di cultura in infinite discussioni e che è la colonna sonora di questo sorprendente libro che ha il merito, anche, di ridare la giusta luce all’uomo e allo scienziato Kurt Gödel che “aveva dimostrato per la prima volta nella storia umana, partendo dalle equazioni della relatività, che il viaggio nel tempo non era una fantasia filosofica bensì una possibilità scientifica.

Perché se con il nome di Albert Einstein, almeno distrattamente, abbiamo più o meno familiarizzato nel corso degli anni scolastici, quello, invece, di Gödel è rimasto per i più, un’entità astratta, che, invece, grazie a questo bel saggio ottiene, seppur in modo colpevolmente tardivo, il plauso che merita. Uno scienziato che poteva vantare l’invidiatissimo primato di poter passeggiare e, al tempo stesso, parlare “su un piano di parità con Einstein”, al quale, il padre della teoria della relatività, alla sua morte, lasciò in eredità,  a conferma di quale mente eccelsa fosse, le sue carte, la personale eredità a un grande amico conosciuto in quelle camminate infinite.

Dal 1941 al 1955 questi due uomini straordinari, che decisero, volutamente, di isolarsi in un budello rassicurante e protetto da un mondo che per molti motivi non comprendevano più, scelsero, camminando uno accanto all’altro, come due filosofi antichi, di mettere insieme il loro sapere, la loro vita, le loro incredibili esperienze.

E mentre il mondo conosceva, ancora una volta e in modo se possibile più drammatico, la parte più orrenda dell’uomo in una guerra che mieteva milioni di vittime, nella pace senza tempo di un’università americana, sotto l’ombra di alberi secolari, distante anni luce dagli echi fragorosi delle bombe mortifere, Gödel e Einstein fecero quello che tutti gli esseri viventi, a prescindere dai titoli accademici, dalle scoperte e dallo status sociale, dovrebbero semplicemente fare: parlare. Perché solamente attraverso il dialogo, il confronto, magari anche lo scontro, ma sempre verbale e mai violento, l’umanità cresce, differenziandosi da ogni altra forma di vita sulla terra.

Quando Gödel morì lasciò anch’egli molto in eredità, intere scatole di carte di cui si prese carico John Dawson, che confermarono la massima convinzione di Gödel che la matematica è profondamente legata al mondo reale, perché se così non fosse “la matematica sarebbe solo un ornamento e il mondo reale sarebbe come un brutto corpo senza vestito.

Maurizio Carvigno

Marie Antoinette, il fascino di una Regina vista da Sofia Coppola

“Se non hanno pane, che mangino le brioches!”

Titolo: Marie Antoinette
Regista: Sofia Coppola
Sceneggiatura: Sofia Coppola
Cast Principale: Kirsten Dunst, Jason Schwartzman, Judy Davis, Rip Torn, Asia Argento, Steve Coogan, Rose Byrne, Danny Huston
Nazione: Usa, Francia, Giappone
Anno: 2006

Non sono una fan fedele di Sofia Coppola, molte delle sue pellicole non mi hanno affascinato né colpito, ma Marie Antoinette si. La storia della Regina Maria Antonietta è molto affascinante, restando una delle vite più raccontate nel cinema e nella letteratura. Sofia Coppola ha preso questa storia e l’ha fatta sua, entrando nel profondo di una personalità intrigante, irriverente ma fragile come quella della giovane Marie Antoinette, interpretata favolosamente da Kirsten Dunst.

Ma per spiegarvi ciò che questa pellicola ha di bello dobbiamo partire dalla trama.

Maria-Antonietta, la più giovane figlia della regina d’Austria Maria-Teresa, viene promessa in sposa appena quattordicenne a Luigi XVI, il futuro re di Francia. Nonostante la sua riluttanza, la giovane si trasferisce a Versailles, ma non riuscirà mai a entrare in sintonia con il popolo francese che a mala pena tollera il fatto che lei sia straniera e che sperperi le risorse della Francia; allo scoppio della Rivoluzione, Maria-Antonietta si schiera dalla parte dell’aristocrazia, segnando irrimediabilmente il suo tragico destino.

Cosa fa Sofia Coppola di diverso dai cineasti che già, prima del 2006, avevano raccontato di Maria Antonietta? La regista e sceneggiatrice, con il suo stile anticonformista e provocatorio, lascia fuori dai cancelli di Versailles parte della storia, concentrandosi sull’interiorità dell’affascinante Regina, giovane adolescente con le sue pulsioni, le fragilità e la voglia di adempiere bene al ruolo che le è stato assegnato.  Tra feste costosissime, scarpe e dolci in quantità, indiscrezioni maligne e scappatelle amorose ,ma anche musica moderna e ironia su ciò che abbiamo  imparato dai  libri di Storia, questa Maria Antonietta è diventata un importante tassello nel percorso autoriale della Coppola, incastrandosi perfettamente nel suo percorso da cineasta.

Marie Antoinette è, certamente, un film particolare che, attenzione, potrebbe lasciare perplessi per la forma e la struttura usata per parlare di un personaggio così conosciuto nella Storia. E’ per questo che la pellicola va guardata già con occhi diversi, cercando di godersi il magnifico connubio di classico e moderno, accentuato dall’uso di una colonna sonora che va dal periodo new wave post punk alla musica contemporanea con un pizzico di barocco. Inoltre, nel 2006 il film vinse un Oscar per i migliori costumi. Che sono il secondo protagonista di tutta la pellicola, meravigliosi che danno il tocco estetico che ci voleva per immergersi in quel periodo storico.

3 motivi per vedere il film:

  • La colonna sonora unita a scene ambientate nella seconda metà del ‘700, un’esperienza fantastica.
  • Il cast, capitanato da Kirsten Dunst.
  • Per fare un tuffo nelle meravigliose ambientazioni, da Versailles alla tranquilla e verde campagna francese.

Quando vedere il film:

Marie Antoinette è un film che non stanca mai, quindi guardatelo quando più vi va, senza dimenticare chi l’ha diretto e scritto. Niente facce scandalizzate, please!

Ilaria Scognamiglio

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Sherlock 4×02 “The Lying Detective”, l’inizio della fine

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Sherlock 4×02 “The Lying Detective”, l’inizio della fine

Lo avrete letto più volte, e sinceramente anche io l’ho scritto più volte: Sherlock è un’autentica droga.

Per come è concepita, scritta, girata e recitata, con ritmi vertiginosi, continui cambi di scena e prospettiva, impossibilità di far scemare l’attenzione, dialoghi al fulmicotone e elementi interessanti, questa è una serie davvero additiva. E poi, durante così poco ogni volta, ti manda letteralmente in astinenza.

Eppure, essendo una droga, Sherlock talvolta rischia l’overdose della sua stessa bellezza.

Prendiamo appunto questa 4×02, una puntata che ha tutto per essere uno dei migliori episodi: plot intricato, villain interessante, ostacoli dovuti alla crisi di rapporti tra i due protagonisti. Eppure, c’è parecchio che non funziona: alla fine il villain interpretato da Toby Jones è estremamente caricaturale (nell’aspetto fisico e e nel suo modo di sentirsi crudele), la risoluzione del caso è telefonatissima con almeno un paio di twist fin troppo basilari, e la grande costruzione della ricaduta di Sherlock Holmes nei suoi demoni personali solo un mero strumento narrativo.

C’è quantomeno un gigantesco colpo di scena alla fine dell’episodio, slegato dal resto, ma per giudicarlo dobbiamo ancora aspettare la prossima puntata.

Questa 4×02 soffre quindi la classica situazione del “troppo stroppia”, quando gli autori si specchiano nel proprio talento e ripetono col pilota automatico le loro trovate puntando solo sull’effetto. Non è un caso che quasi sempre in Sherlock la puntata centrale sia quella meno riuscita, probabilmente gli autori dedicano troppo tempo all’introduzione, al fine, e il secondo episodio inevitabilmente diventa un ponte in cui il “case of the week” non ha giusta la costruzione.

Non è una vera accusa, è totalmente concepibile.

E non a caso, anche questo episodio magari meno riuscito è comunque estremamente godibile, estremamente avvincente, estremamente coinvolgente, perché la relazione fondamentale tra i due protagonisti è il motore di tutto, funziona quella e funziona tutto il resto: Benedict Cumberbatch e Martin Freeman sono come sempre magistrali, ed è davvero emotivamente spossante seguire la continua altalena tra Holmes e Watson, una amicizia profondissima che ha sempre una valvola non a posto a causa di problemi sepolti nel passato e nel presente.

E così siamo già all’inizio della fine, abbiamo appena iniziato ad appassionarsi nuovamente e la prossima puntata è nuovamente l’ultima. E attenzione, potrebbe essere davvero per tanti motivi.

 

Emanuele D’Aniello

Esce oggi “Inner Shape”, album di debutto di Bosna Danì

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Esce oggi Inner Shape, album di debutto di Bosna Danì

Una fusione di due generi che trovano in Inner Shape un piacevolissimo equilibrio di sonorità.

Ecco un album che parte con una premessa che potrebbe far alzare più di un sopracciglio: Inner Shape è un incontro tra musica elettronica e acustica. Sinceramente, sono aperta ai crossover più disparati perciò la cosa non mi ha stupito più di tanto, ma preferisco sempre tenere le orecchie aperte e non entusiasmarmi subito per vedere i miei sogni sgretolarsi al secondo minuto. Ma andiamo con ordine.

Inner Shape è l’album di debutto di Bosna Danì, nome d’arte di Daniele Rossi, ed esce oggi per l’etichetta toscana Toys For Kids Records. Dal nome si intuisce la voglia di portare in musica qualcosa che si ha dentro, un sentimentalismo personale che poi finisce per tradursi in una lunga narrazione di stati d’animo diversi.

Dopo vari ascolti, troviamo due linee guida principali:

– la linea cruda, aggressiva e più elettronica, di cui fanno parte le tracce B.O.T., Lovotica e Modern Slaves; sono le tracce in cui si fondono beat elettronici ed effetti digitali che creano estraniamento e visioni quasi spaziali;

– la linea riflessiva e delicata, più acustica, di cui fanno parte Ephemeral, Lucente, Malinconica, Red Moon, Relativity e Supernova; la chitarra solista ha quasi il ruolo da cantastorie che narra di un avvenimento passato, che sia di fronte a un falò o ai piedi del letto di un bambino. Gli effetti sono accompagnamenti che creano la cornice in cui viene narrata la storia.

E poi c’è Blue Gravity.

 Inner Shape bosna danì
“Blue Gravity”, la traccia che più riflette il carattere dell’album “Inner Shape”

Ci tengo a isolarla dalle altre, un po’ perché non aderisce precisamente alle linee guida suddette, un po’ perché l’ho trovata bellissima e volevo darle lo spazio che si merita.

Lenta, quasi sacrale, lo strumento principale ricorda un sitar digitale e il suo intercedere calmo e in linea con gli equilibri karmici un canto religioso orientale rielaborato al computer. Questa è forse la traccia che più di tutte esprime meglio la via di mezzo, il crossover tra elettronico e acustico che all’inizio mi aveva lasciato più diffidente.

Entrambi i generi si fondono in una piacevolissima narrazione fatta di più voci, apparentemente dissonanti ma che invece trovano il loro modo di comunicare senza che l’una prevarichi l’altra e senza appesantimento da parte dell’ascoltatore.

Parliamo, poi, di voci:

solitamente, in un album quasi esclusivamente strumentale, le voci vengono erroneamente utilizzate come “tappabuchi”, per dare corpo a brani che non hanno senso di esistere, senza dire niente e contribuendo spiacevolmente a distrarre l’ascoltatore dalle melodie.

Fortunatamente, in Inner Shape quest’errore grossolano NON è stato commesso. Tutt’altro, vengono utilizzate seppur poco, solo in due brani, con criterio e con una funzione precisa.

Piacevoli i cori in Malinconica, quasi degli strumenti di supporto, perfettamente integrati nel tessuto armonico della composizione. La voce femminile di Red Moon è estremamente delicata e rende il brano una sognante chiacchierata al buio con la Luna.

Ho percepito quest’album come una personalissima traduzione musicale di quei pensieri che finiscono per accumularsi da qualche parte nel cervello e che non trovano mai sfogo, di quelle sfumature emotive che, attraverso l’unione di elementi elettronici e chitarre acustiche, trovano il loro modo di esistere e farsi sentire.

Da una parte il lato crudo e torbido, a volte disarmonico, così come le sensazioni più contorte e inestricabili. Dall’altra quello riflessivo e accogliente, dei ricordi malinconici e dei pensieri notturni.

È un album delicato ed espressivo ma allo stesso tempo in grado di colpire, da sentire a casa, con le cuffie, in totale ritiro personale, quando si prova a spostare la propria visuale al proprio interno e non si capisce bene a chi prestare ascolto, se alle voci che urlano o agli impercettibili sussurri di sottofondo.

Tuni Laurenti

Verdi eroico, rivoluzionario e passionale: Ernani

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Prosegue senza sosta #CantaCheTePassa con il quinto titolo di Giuseppe Verdi, un’opera d’amore e di cappa e spada: Ernani.

Secondo l’opinione di chi scrive, Giuseppe Verdi era conscio dell’importanza della sua quinta opera, Ernani, tratta dall’Hernani di Victor Hugo. Quest’opera, su libretto di Francesco Maria Piave, andò in scena per la prima volta il 9 marzo 1844 al Teatro la Fenice di Venezia, è un’ opera di passaggio.

Trama

Siamo in Spagna nel 1519. Il bandito Ernani, in realtà Don Giovanni d’Aragona, è a capo di una banda con la quale vuole spodestare Don Carlo per vendicarsi dell’uccisione del padre.

Ernani ama Elvira, la nipote di Silva, grande di Spagna, alla quale è stata promessa, e lei lo contraccambia. Di lei è innamorato anche Don Carlo.

La rivolta viene sconfitta ed Ernani chiede ospitalità al vecchio Silva, spacciandosi per pellegrino. Saputo che egli sta per sposare la sua amata, Ernani si rivela per colui che e offre la sua testa come dono di nozze. In quel momento giunge Carlo, alla ricerca del bandito Ernani. Convinto che sia nascosto in casa di Silva, vi è un momento di grande fervore tra i due. Quando egli si è allontanato sul castello, Ernani rivela a Silva che anche Carlo è innamorato di sua nipote. I due stringono un patto per vendicare le loro offese. Ernani dona al vecchio un corno, dicendo “se uno squillo intenderà tosto Ernani morirà“, Silva aiuterà Ernani ma egli dovrà morire appena Silva suonerà il corno.

Subito dopo i congiurati partono per Aquisgrana e giurano vendetta verso il loro nemico. Ma Carlo, ormai nominato re, decreta la loro morte. Solo l’intervento appassionato di Elvira li salverà. Carlo, impietosito, annulla la condanna e permette che Elvira si sposi con il suo amato Ernani. Ma la gioia dura poco. Durante una festa per i preparativi delle nozze, si odono i suoni sinistri di un corno; è Silva, memore del patto stipulato con Ernani. Nonostante le suppliche di Ernani e Elvira, l’anziano personaggio è irremovibile: egli dovrà morire. Ernani, per rispetto verso la promessa fatta e verso il suo onore, si uccide lasciando Elvira nella più completa disperazione.

Stile

Dicevamo in apertura d’articolo che è un’opera di passaggio. Perché questo? Per il motivo che si sentono i tentativi di abbandono della “forma chiusa“, cioè recitativo-aria-cabaletta. Giuseppe Verdi inizia con Ernani a creare un quadro più complesso. S’incomincia a non avere più la sensazione della cesura tra le varie scene; vi è maggiore unitarietà. La musica è, forse, tra le più belle che Verdi abbia composto. Solo il preludio iniziale comincia con una tromba che riprende il tema del giuramento d’Ernani; siamo già in piena tragedia.

La bellezza di questa musica è l’alternarsi di melodie dalla forza prorompente, come il coro del III atto Si ridesti il Leon di Castiglia, a melodie molto liriche, come Vieni meco, sol di rose o la solennità del terzetto finale Ferma, crudele, estinguere.

Verdi attuò delle modifiche per il tenore Nicolaj Ivanov, sostituendo il finale II con la ben più complessa aria Odi il voto e cabaletta Sprezzo la vita.

Spesso viene aggiunta anche la cabaletta Infin che un brando vindice all’aria d’ingresso di Silva Infelice, e tuo credevi. Il pezzo fu aggiunto da Ignazio Marini per una ripresa dell’opera alla Scala nell’autunno del 1844, ma non è un originale.

Ci sono diverse edizioni interessanti: io consiglio l’edizione diretta da Dimitri Mitropoulos al Maggio Musicale Fiorentino con il grande Mario Del Monaco nel ruolo eponimo, Anita Cerquetti come Elvira, Ettore Bastianini come Don Carlo e Boris Christoff come Silvia.

Molto suggestiva è anche quella diretta da Thomas Schippers con Carlo Bergonzi nel ruolo del protagonista, Leontyne Price è Elvira, mentre Mario Sereni e Ezio Flagello sono rispettivamente Don Carlo e Silva.

Nel video sopra linkato troverete una ripresa dell’opera del 1961 al Teatro dell’Opera di Roma sempre con Mario del Monaco, Floriana Cavalli, Cornell Mac Neil e Nicola Rossi-Lemeni; sul podio vi è Gabriele Santini (l’edizione presenta dei tagli e delle pecche soprattutto un’orchestra, ma è molto interessante). Tra le edizioni moderne consiglio quella diretta da Riccardo Muti a Roma nel 2013, della quale abbiamo usato le foto.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Lelli & MasottiTeatro dell’Opera di Roma 2013)

The Asterhystrix e “L’orbita delle vite interrotte”: intervista al duo pop-elettronico

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The Asterhystrix e “L’orbita delle vite interrotte”: intervista al duo pop-elettronico

“L’orbita delle vite interrotte” è l’album di esordio del duo romagnolo The Asterhystrix formato da Davide Raffaelli e Francesco Tognacci. Il disco è uscito lo scorso 30 dicembre ed è stato interamente concepito, scritto e prodotto dalla coppia. È un’interessante creazione pop-elettronica di testi in italiano uniti a chitarre elettriche, tastiere e suoni sintetici.

Il primo ascolto de “L’orbita delle vite interrotte” è un’esperienza coinvolgente che lascia la voglia di sapere di più. Chi sono i The Asterhystrix?  Perché si chiamano così? Cosa vogliono raccontare in questo album? E poi, cosa rappresenta la copertina?

Domande come queste sono all’origine dell’intervista che i The Asterhystrix (seguiteli sulla pagina Facebook) hanno concesso alla redazione di CulturaMente.

Innanzitutto l’Asterhystrix (no, non ha nulla a che fare con i noti guerrieri gallici!) è un animale. Ma è anche una dichiarazione di intenti.

Rappresenta il nostro animale guida, una creatura sconosciuta. È un nome composto da due parole latine. Aster ha diversi significati, ci piaceva l’associazione con l’animale. Due cose che normalmente non vengono accostate, e che una volta messe insieme formano un nuovo individuo. Descrive il nostro intento musicale, mettere insieme una componente più elettronica a delle parti acustiche/elettriche.

Proprio questo animale sconosciuto è il soggetto della copertina del disco. Anche di questo si sono occupati personalmente i The Asterhystrix: l’artwork dell’album è interamente curato da Davide.

The Asterhystrix
L’immagine si basa su un’illustrazione di Niccolò Gualtieri contenuta nel libro Index Testarum Conchyliorum che risale addirittura al 1742!

Le origini

La costituzione ufficiale del duo è recentissima (29 dicembre 2016), ma abbiamo scoperto che la collaborazione musicale dura da diversi anni. Davide e Francesco si sono conosciuti circa dieci anni fa, quando erano membri di una band progressive.

The Asterhystrix
Francesco Tognacci: voce, chitarra, synth, recording;  Davide Raffaelli: tastiere, synth, seconde voci, recording

 

Dal 2012 iniziano a vedersi nell’homestudio allestito da Francesco, lo stesso Biggy Small Studio dove “L’orbita delle vite interrotte” è stato prodotto. La loro ispirazione nasce dall’ascolto dei Radiohead, Depeche Mode, New Order, NIN, che attingono dall’elettronica. Ma anche degli Arcade Fire, Black Rebel Motorcycle Club, Biffy Clyro, molto più strutturati sulle chitarre.

L’orbita delle vite interrotte è una raccolta di storie personali. Un resoconto di episodi frammentari non necessariamente autobiografici, ma che descrivono qualcosa che avrebbe potuto essere.

“L’orbita delle vite interrotte”

È difficile non rispecchiarsi almeno in un verso delle dieci canzoni. I testi sono semplici ma ricercati, così come i suoni. Non è musica da ascoltare in sottofondo o in maniera distratta, ma richiede una adeguata dose di attenzione. L’ascoltatore ideale, dicono, è chi ha voglia di approfondire.

C’è tantissimo lavoro dietro a questi suoni e questi testi, chi se ne accorge potrebbe cominciare a seguirci con interesse.

Una delle tracce del disco che più rimane impressa si intitola “Pianeti”. Sembra raccontare una sorta di giallo in cui si cerca l’assassino della Terra. Si passano in rassegna alibi e moventi degli altri pianeti sospettati finché è Marte a svelare il mistero.

“Terra si tolse la vita da sé. Stremata da un cancro che la dilaniava, non ebbe la forza di combattere oltre”

A questo punto l’ascoltatore è libero di interpretare a suo modo il testo: il male della Terra potrebbe essere l’uomo, l’inquinamento, la malvagità, la tecnologia… Ma qual è il cancro del mondo per i The Asterhystrix?

Ti rispondo la presunzione. C’è sempre qualcuno che sa cosa è meglio per te e per la tua vita e vuole importelo. A volte con la forza, a volte facendo leva sulle tue debolezze o sulla tua ignoranza. Più apertura mentale e meno invidie potrebbero certamente aiutare la Terra a non finire tragicamente come nella canzone.

Attualmente il duo romagnolo sta lavorando alle prove per i primi live ed è alla ricerca di buone occasioni per far ascoltare la loro musica in giro.

The Asterhystrix

Ciao dai The Asterhystrix, ringraziamo tutta la redazione di Culturamente e un saluto a tutti i vostri lettori che invitiamo a scaricare e ad ascoltare il nostro album. Magari con le cuffie. Anche quelle tamarre del Dr. Dre possono andare bene.

Ringraziamo a nostra volta i The Asterhystrix per averci dato l’opportunità di conoscere e ascoltare musica nuova e di qualità (che non guasta mai)!

È possibile ascoltare “L’orbita delle vite interrotte” sulla pagina soundcloud della band.

Francesca Papa

Silence, la ricerca impossibile di Dio

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Silence, la ricerca impossibile di Dio

E’ indubbiamente difficile realizzare un film che si vuol fare, e quindi si è già girato chissà quante volte nella propria testa, da addirittura 30 anni. E’ molto difficile anche se ti chiami Martin Scorsese. E lo è ancora di più se questa storia racchiude, e quasi conclude rappresentando un apice filosofico che difficilmente potrà aggiungere qualcosa, un’intera carriera tematica e poetica cinematografica: la ricerca di significato nella religione, il peccato, la colpa, l’impossibilità dell’innocenza.

Perché idealmente è vero, adesso Silence completa una ipotetica trilogia spirituale iniziata con L’Ultima Tentazione di Cristo e proseguita poi con Kundun, ma tali importanti e personali temi, che rappresentano appunto la visione umana e non solo di Scorsese, hanno sempre inondato tutti i suoi film (basti pensare a Mean Streets e The Departed, solo per citare due esempi).

E non è soprattutto facile realizzare un film simile perché i temi rappresentano quasi la negazione del dinamismo cinematografico (tra l’altro, un marchio di fabbrica del regista): Silence non cerca la spiritualità, semmai raffigura la negazione della stessa, l’inesistenza della stessa, e si interroga sulle cause. I credenti, anche i non cristiani, sono costretti a convivere per sempre, senza alternative, col silenzio di Dio: è questa una punizione divina? E’ forse l’ennesimo test per certificare la forza della fede? O forse è l’ammissione implicita di una non esistenza?

Partendo dall’omonimo romanzo di Shusaku Endo (adattato con estrema fedeltà), e raccontando la storia di due missionari gesuiti che vanno in Giappone all’epoca delle persecuzioni contro i cristiani sotto l’arma dell’apostasia forzata, Scorsese mette in scena in realtà il proprio dramma interiore di fedele, e lo fa sotto le lenti meno spirituali possibili. E’ infatti incredibile pensare come questo film così ampiamente religioso sia approcciato in maniera così controllata, così fredda addirittura, come se il regista ammettesse l’inutilità di cercare certe risposte anche con la testa, anche ragionandoci su. Il silenzio di Dio è uno dei temi essenziali del cinema di Ingmar Bergman, e in questo film rivediamo molto della visione del grande autore svedese: i personaggi di Scorsese si interrogano, ma il loro è quasi un desiderio di conferma, una voglia di liberazione, un superamento della sofferenza interiore.

Silence è un film religioso ma non è un film spirituale, e questa è una differenza importantissima.

silence

Tramite metafore sceniche molto poco velate (la testa che rotola come quella di San Paolo, i denari lanciati al Giuda di turno, le umiliazioni pubbliche a cavallo come via crucis) Scorsese ci presenta, dal punto di vista umano, l’ennesima allegoria di Gesù Cristo: come il figlio di Dio ha dovuto sacrificare la propria versione puramente umana in nome della forma divina, il personaggio del missionario interpretato da Andrew Garfield non vive una vera vita in nome della fede. Tale struggimento, tale cieco annullamento è ancora più potente, più squassante se lo vediamo sotto la luce degli eventi contemporanei, in cui la fede si mischia a fanatismo ed estremismo, in cui le promesse di una vita ultraterrena sono più forti delle possibilità offerte dalla vita presente su questo mondo, in cui il terrorismo di matrice religiosa è la versione degenerata delle persecuzione antiche.

Avrete indubbiamente intuito che Silence è un film complesso e capace di offrire ostici quesiti filosofici che vanno digeriti, quasi impossibili da imbrigliare sotto la forma cinematografica. Non ci si può aspettare certo un film dinamico, e comunque non è certo il ritmo il problema, ma Scorsese fatica a trasformare in un vero film le domande più importanti, a far empatizzare con personaggi e situazioni che vadano oltre la ricerca della vera fede, e non giovano alcuni voice-over fuori posto ed un lungo epilogo quasi dannoso.

Silence è un lavoro molto personale e soffertissimo, in cui la componente meditativa è più importante di ogni sostanza cinematografica. Può piacere o non piacere tale approccio ed i conseguenti risultati, sicuramente lasciano un segno non da poco.

 

Emanuele D’Aniello

Lo spirito magico del valzer di Strauss

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Lo spirito magico del valzer di Strauss

È stata veramente una serata magica quella del 7 gennaio, quando è andato in scena all’Auditorium Parco della Musica il II atto de “Il Pipistrello” di Johann Strauss in forma di concerto.

Il concerto è iniziato con la sua celebre ouverture (che riporta alla scanzonata infanzia trascorsa in compagnia di Tom e Jerry) con l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia in forma smagliante diretta dal maestro spagnolo Gustavo Cimeno in perfetto stile viennese.

Immaginiamo ballerini e ballerine abbracciati in valzer morbidi e sinuosi, abiti eleganti e colorati per le donne, frak per gli uomini, pochi minuti per calare lo spettatore nell’atmosfera, far sentire i profumi dell’epoca.

Neri Marcorè, la voce narrante, introduce il concerto:

“Come sapete il Pipistrello, oltre ad essere un chirottero cordato placentato e un eroe di Gotham City, è anche il titolo di un’operetta di Strauss dall’intreccio piuttosto complicato. E’ una storia ricca di sorprese, intrecci e travestimenti: alla fine del 1800 a Vienna in una festa del Principe Orlofsky, tra i numerosi ospiti c’è il Marchese Von Eseinstein, vittima di uno scherzo che il notaio Falke ha ordito verso di lui, poiché tempo prima lo aveva lasciato alla fine di una festa in strada vestito da Pipistrello. La moglie Rosalinde ha visto il marito uscire di casa per andare a scontare in carcere la colpa di aver schiaffeggiato un pubblico ufficiale. Credendolo in carcere si reca alla festa, ma non è l’unico intruso. C’è anche Olga la cameriera che, non avendo un abito ne ruba uno alla sua padrona Rosalinde, avete capito? A me risulta tutto piuttosto complicato ma vi accompagnerò passo passo lungo quest’operetta”.

In realtà Rosalinde ha un amante, Alfred, il quale prende il posto del marito per non rovinare la loro reputazione.

Il secondo atto:

è una festa, dove s’inneggia alla gioia di vivere. Il Principe Orlofsky, in attesa di mangiare, invita i protagonisti a cantare delle arie scelte a piacimento in tutto il repertorio classico, gli ospiti non se lo fanno ripetere due volte: ognuno è pronto a esibirsi esibendo il brano preferito, magari il proprio cavallo di battaglia.

Inizia Eiseinstein con Rossini, Figaro “largo al factotum della città” dal Barbiere di Siviglia, tiene la scena benissimo, le sue movenze esperte incantano e lo rendono affascinante e accattivante; poi è la volta della moglie Rosalinde con un’aria di Puccini, il “Valzer di Musetta” da La Bohème; Falke con “Scintille, diamant” da Les Contes d’Hoffmann di Offenbach; Orlosky il padrone di casa “Du sollst der kaiser meiner seele sein” da Die Favorite di Robert Stolz, l’imperatore dell’anima; e in ultima Adele che interpreta una finta attrice di nome Olga con l’ambizione di diventare un’attrice e si esibisce con una strepitosa bambola meccanica, bravissima, nella recitazione, con quel vestito “rubato” alla padrona, di un rosa brillante mentre interpreta in maniera trasgressiva con una mimica e un’intonazione perfetta, Les Oiseaux dans la charmille di Jacque Offenbach.

Anche l’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha avuto la sua soddisfazione con la Spanischer Marsch e la Polka Unter Donner und Blitz di Johann Strauss.

Il pipistrello strauss auditorium roma
      Il pipistrello- Accademia di Santa Cecilia

Falke che ha organizzato la beffa ha chiamato anche Adele per partecipare alla festa e proprio lui svelerà l’inganno nel III atto, ma si concluderà in un brindisi con lo Champagne e tante risate.

Il cast è stato assolutamente all’altezza: Markus Werba è stato un Eisentstein dotato da una voce non magari bellissima ma di un grande simpatia e carisma scenico. Memorabile il duetto con la finta dama ungherese (sua moglie Rosalinde) in “Dieser Anstad”, Silvana Dussmann, un’attrice simpatica ed estroversa ma vocalmente non è parsa così efficace.

Molto brave erano Sofia Fomina come Adele e Michaela Selinger nel ruolo di Orlovsky mentre la voce più importante del cast era quella di Jochen Kupfer come Falke. Molto efficace anche Massimo Simeoli come Frank, il direttore delle carceri.

Neri Marcorè ha retto lo spettacolo, raccontandone segreti e misteri, con garbo e simpatia, scherzava con il maestro, giocava con i cantanti, un’interprete vivo e appassionato. Il coro (diretto dal maestro Ciro Visco) e l’orchestra sono stati, a dir poco, eccezionali.

Questo è lo spirito del Capodanno che è arrivato fino a noi dalla Vienna ottocentesca, con leggerezza e allegria.

Sara Cacciarini e Marco Rossi

Walking in New York, in giro per la Grande Mela

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Walking in New York, in giro per la Grande Mela

Passeggiando per New York da Brooklyn ad Harlem attraversando il meltin pot di tipologie umane e contraddizioni che rendono una città unica al mondo.

New York si rivela veramente emozionante per chiunque decide di andare a visitarla. Sorprende la grandissima varietà di tipologie umane che riescono a convivere incarnando lo spirito della città in maniera diversa.  Tutti insieme formano il carattere unico di questa città che riesce a rispecchiare ognuno di loro e in cui ognuno si identifica a suo modo.

L’intento del reportage era di rendere un’idea di questa realtà così varia. Una massa umana che anima questa città h 24 senza fermarsi mai. Un cuore pulsante che ogni giorno influenza cultura e pensieri in ogni parte del mondo, decidendone anche l’economia.

Queste foto volevano anche essere un omaggio a Bruce Gilden che come nessuno ha ritratto New York attraverso le persone. Contributo certamente “indegno” da parte mia al cospetto di un maestro del genere. Fotografo immenso considerato tra i migliori al mondo nella street photography. Purtroppo però, le foto secondo me migliori non possono essere pubblicate. C’è sempre la fastidiosa questione di diritti ed autorizzazioni, che non è stato possibile raccogliere durante le fasi di scatto.

Per un fotografo NY è una fonte inesauribile di situazioni. Addirittura frequentando le differenti zone della città, si ha la percezione di trovarsi in posti totalmente diversi da loro. Questo avviene anche in molte altre metropoli ma NY è diversa, perchè in ogni quartiere si ha comunque la sensazione del forte attaccamento alla città, da tutti quelli che la abitano.

Anche quelli che la odiano in fondo non saprebbero vivere differentemente in un altro posto diverso da li. Dai Queens ad Harlem, dal Green village all’Upper West Side, tutti si sentono comunque Newyorchesi a modo loro. Infinite parti integranti di una metropoli che si nutre del moto incessante di questa moltitudine umana.

Bruno Fulco

«Ha finto per Priapo una zucca»: allusioni sessuali vegetali a Villa Farnesina

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In questo primo articolo della rubrica «Arte a nudo. Tranquilli! Niente di scandaloso» parlerò di un curioso dettaglio della decorazione della loggia con le storie di Amore e Psiche nella Villa Farnesina a Roma.

Gli affreschi furono commissionati a Raffaello e alla sua bottega dal ricco banchiere e mercante senese Agostino Chigi, proprietario della villa, e furono realizzati attorno al 1518 (ma mai conclusi).

Nella volta vi sono varie scene tratte dalla vicenda di Amore e Psiche secondo il racconto di Lucio Apuleio nell’Asino d’oro. I vari episodi sono scanditi da un finto pergolato avvolto da vegetali – fiori, verdure e frutti (alcuni provenienti anche dall’America) – attribuito all’allievo di Raffaello, Giovanni da Udine.

Tra mele, pere, pesche, grappoli d’uva, funghi, cetrioli e melograni, compare una zucca di notevoli dimensioni che penetra un fico.

Questo dettaglio si trova sopra la figura di Mercurio che, secondo il racconto di Apuleio, era stato inviato sulla terra da Venere a cercare Psiche, la donna amata dal figlio Eros. La mano del messaggero degli Dei sembra quasi indicare il dettaglio… che nonostante ciò è rimasto per molto tempo inosservato. E le ragioni sono chiare! La forma dell’ortaggio è esplicitamente fallica e il fico penetrato non può che ricordare l’atto sessuale.

Che non si tratti di un’illusione moderna lo conferma proprio un uomo del Cinquecento: Giorgio Vasari. Nella sua seconda edizione della raccolta di Vite di artisti (1568), Vasari ricorda questo ingegnoso gioco nella biografia di Giovanni da Udine, senza nessuno scandalo ma al contrario lodandolo:

«Sopra la figura d’un Mercurio che vola ha finto per Priapo una zucca, attraversata da vilucchi, che ha per testicoli due petroniani, e vicino al fiore di quella ha finto una ciocca di fichi brogiotti grossi dentro a uno dei quali, aperto e troppo fatto, entra la punta della zucca col fiore; il quale capriccio è espresso con tanta grazia, che non si può alcuno imaginare».

Per Vasari non vi erano dubbi: la zucca era Priapo, la divinità greco-romana solitamente rappresentata in forma itifallica. In questo senso Philippe Morel – il primo storico dell’arte ad affrontare con serietà la questione nel 1985 – ha interpretato il dettaglio della Farnesina.

Raffaello a Villa Farnesina. Tutto l’incanto rinascimentale di Roma

Il recupero dell’antico nella cultura rinascimentale, sia in campo letterario che figurativo, non aveva escluso il vasto mondo greco-romano associato all’eros. La passione per l’Antico aveva riportato in auge gli epigrammi in onore di Priapo, ma aveva anche permesso ad un artista come Francesco Salviati d’ideare un disegno (divenuto un’incisione un secolo dopo) raffigurante un corteo “all’antica” dove ninfe e putti conducono in trionfo un enorme fallo, simile ai feticci votivi antichi, che sta per entrare in un arco trionfale a forma di pudenda femminile.

A volte Priapo, divinità della fertilità, poteva essere associato all’abbondanza e alla rigogliosità dei giardini. Un simbolismo ideale per una loggia come quella della Farnesina che si affacciava sul giardino della villa! Priapo poteva così assumere l’aspetto vegetale.

Si veda ad esempio questo piatto veneziano della metà del Cinquecento dove compare una testa di satiro (figura lussuriosa associata a Priapo) avvolto da frutta e verdura, tra cui non mancano cetrioli e zucchine… Qui la tradizione colta s’incontra con quella burlesca e popolare dei canti carnascialeschi e dei modi di dire. Non vi è nulla di ermetico: ancora oggi siamo abituati a rivolgerci ai genitali parlando di pisello, zucchina, cetriolo, fava e fica.

Nella cultura rinascimentale queste metafore erano soggetti di veri e propri componimenti poetici. Si potrebbe ricordare alcuni sonetti come Frati predicatori e zucche lesse di Burchiello, A voler sempre aver de fichi freschi di Antonio Alamanni, Capitolo in lode dei Fichi di Francesco Maria Molza, solo per citarne alcuni.

All’interno della decorazione della Farnesina questa allusione sessuale era tutt’altro che fuori luogo.

Sembra infatti riassumere tutta la complessa vicenda di Amore e Psiche, svelandone il sotto-testo erotico che ne era stata la causa iniziale, rimandando alla lieta conclusione con il matrimonio tra i due protagonisti.

E proprio la celebrazione del matrimonio era il tema portante della decorazione, forse legata alle nozze del 1519 del ricco Agostino Chigi con Francesca Ordeaschi, con la quale aveva convissuto fin dal 1511 sollevando molto clamore.

Se dalla prima moglie, morta nel 1508, Agostino non aveva avuto figli, Francesca gli aveva invece dato il primogenito maschio Lorenzo Leone, battezzato nel 1518: l’erede destinato a portare avanti le glorie del casato.

Ecco dunque le ragioni storiche e personali di questo dettaglio erotico, burlesco e colto allo stesso tempo, tutt’altro che scandaloso, un simbolo non solo del piacere (in tutte le sue forme) ma un auspicio di prosperità e abbondanza matrimoniale ed economica per la famiglia Chigi.

Daniele Di Cola

Le divinità dai sentimenti umani di Raffaello alla Farnesina: mai far arrabbiare una dea!

Immagine in copertina di pubblico dominio.

I AMsterdam: storia di un capodanno

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I AMsterdam: storia di un capodanno

Gelukkig Nieuwjaar Amsterdam!

Tranquilli, non si tratta di un insulto. È solo il modo di augurare buon anno in olandese, da ricordare per chi sogna di passare la prossima notte di capodanno tra le luci di Amsterdam. Io per lo meno mi sono congedata dal 2016 concedendomi questo lusso.

La Venezia del nord è infatti un’ottima soluzione per trascorrere un capodanno indimenticabile rivelandosi un’inaspettata e piacevolissima sorpresa. Nonostante il clima rigido (freddo, freddo, freddo!) una marea elettrizzata di persone si è ritrovata tra le piazze e le vie della città per inaugurare il nuovo anno.

amsterdam capodanno

Fin dal primo pomeriggio i classici botti di capodanno accompagnano le ore verso la mezzanotte, tra le risate euforiche di persone provenienti da ogni angolo del mondo che qui incasellate nella splendida cornice di Piazza Dam si sono ritrovate a stappare fiumi di spumante.

Il capodanno ad Amsterdam si fa rigorosamente in piazza, la festa è tra i canali, sui ponti, per le stradine, ogni angolo è affollato e la notte è una spirale che gira.

Ti fa divertire, ti fa ubriacare.

amsterdam capodanno

Senza farsi intimidire dalla basse temperature, occorre armarsi di coraggio e nonostante l’alta probabilità di assomigliare all’omino Michelin, affrontare il freddo riscaldandosi con l’euforia contagiosa dell’intera città in festa.

Vedrete che celebrare la mezzanotte tra i fuochi e la confusione di Piazza Dam vi ripagherà con un’esperienza indimenticabile.

Il 2017 è iniziato quindi per me nella capitale olandese, città d’arte dove nacque Rembrandt, famosa per i suoi coffee shop, aperta e tollerante, con le sue legalizzazioni, ecologica, cosmopolita e soprattutto giovane.

Questa per me è stata Amsterdam nei giorni che mi sono ritrovata a trascorrere passeggiando tra i canali, immersa nella sua luce che quasi timidamente sfiora il fiume, le case e le persone confezionandole come un sogno ad occhi aperti.

Il Voldenpark, il parco più famoso della città a pochi passi dalla zona dei musei, è un quadro, un acquarello sfumato con languidi tocchi di luce soffusa, fredda come l’aria mattutina.

Una tappa obbligatoria per gli amanti del verde per concedersi una pausa dalle lunghe passeggiate immersi in un panorama contemplativo.

amsterdam capodanno

Proprio dietro al parco si trovano i due musei più importanti della città, il Van Gogh Museum ed il Rijksmuseum, imprescindibili per chiunque visitasse la capitale olandese.

Al Rijks la visita permette di ammirare con i propri occhi i capolavori dei grandi maestri fiamminghi, le monumentali opere del Rembrandt e la cristallina eleganza dei quadri del Veermer.

Al museo di Van Gogh inutile anticipare la presenza di una collezione eccezionale che racchiude la parabola artistica del geniale pittore esponendo alcuni dei suoi più famosi dipinti ed autoritratti.

amsterdam capodanno

Tuttavia Amsterdam è una città che va vissuta, e dopo il rituale giro degli spazi museali, l’unica cosa più ovvia da fare è quella di esplorare il centro ed i suoi segreti a piedi, in sella ad una bicicletta (per la quale consiglio una guida sportiva), o comodamente trasportati dalla corrente a bordo di uno dei tanti battelli che offrono una visita audio guidata dell’intera città.

Costeggiando i canali e passando tra le sue antiche chiuse è possibile ammirare i numerosi monumenti storici come il teatro dell’opera, la Chiesa Vecchia, la casa di Anna Frank e le insolite bellezze architettoniche tra cui il museo delle scienze omaggio alla città di Renzo Piano.

Solo così si assorbe Amsterdam nell’anima, passando da una sala da thè all’altra per ripararsi dal freddo, contemplando le sue casette a schiera, mezze storte e tutte colorate, affacciandosi dal ponte sul tranquillo percorso del fiume.

Visitate i suoi mercatini delle pulci (il Waterlooplein market per gli amanti del vintage), perdetevi nella vita notturna tra i locali affollati e boccali di Heineken, assaggiate l’originale cucina dutch, fatta di zuppe, burro e carne, un po’ grassa, ma fuori fa freddo ed i sensi di colpa non riscaldano.

amsterdam capodanno

Torno a casa affrontando il nuovo anno portando con me un po’ della serenità che in questi giorni ho trovato tra le luci e la gente di Amsterdam, sperando che porti bene.

Perciò Gelukkig Nieuwjaar, o per intenderci: buon anno!

Martina Patrizi

Si ride di cuore con “Che disastro di commedia” al Teatro Greco

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Si ride di cuore con “Che disastro di commedia” al Teatro Greco

Al Teatro Greco di Roma è in scena dal 6 dicembre 2016 al 22 gennaio 2017 la simpaticissima e gustosissima “Che disastro di commedia”.

La ricetta è semplice: tra gli ingredienti vi sono un’attrice soggetta a svenimenti, una direttrice di scena che deve sostituire gli attori mancanti, una compagnia sgangherata un attore primadonna. Metteteli insieme a cuocere per due ore su di un palco è il risultato è “Che disastro di commedia“.

Il testo, basato sull’inglese Disaster Commedy di Henry Lewis, Jonathan Sayer and Henry Shields, tradotto da Enrico Luttman con la regia di Mark Bell, è in scena dal 6 dicembre 2016 al 22 gennaio 2017 al Teatro Greco di Roma, e non potevamo perderci quest’occasione. La nostra recensione si riferisce alla serata del 4 gennaio 2017.

Una compagnia deve portare in scena un giallo. Siamo in una casa inglese ed il padrone di casa è il morto. Ecco che, durante le indagini, vengono fuori fidanzate fedifraghe, fratelli viscidi e l’immancabile maggiordomo. Ma il successo di questa commedia è proprio vedere in scena una compagnia sgangherata.

Su quel palco è successo di tutto: scenografie che crollavano e attori volutamente ridicoli. I macchinisti dovevano spesso improvvisare tutto: eccoli diventare parte della scenografia, eccoli improvvisare effetti speciali miserande. Sul quel palco è successo di tutto. Memorabile la scena in cui un soppalco crolla, e gli attori recitavano delle gag fantastiche per tentare di reggere il tutto.

che disastro di commedia

Il pubblico si è divertito per due ore, con risate da infarto, è il mio plauso va a tutta la compagnia: Gianluca Ramazzotti, Luca Basile, Marco Zordan, Stefania Autori, Viviana Colais, Yaser Mohamed, Alessandro Marverti e Gabriele Pignotta.

L’importante è far ridere e voi, ragazzi, credetemi, siete riusciti in un piccolo ma grande miracolo: quello del sano divertimento. In un mondo come il nostro, martoriato da violenze di tutti i generi, ridere fa bene al cuore, al cervello ed all’anima.

Marco Rossi

@marco_rossi88

 

The Founder, come ti costruisco l’America

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 The Founder, come ti costruisco l’America

Ogni tanto ci sono film che, importanti o meno, riusciti o meno, totalmente a prescindere dalla qualità (che comunque aiuta sempre, sia chiaro) diventano molto di più di ciò semplicemente raccontano, andando a toccare lo zeitgeist del momento in cui escono.

The Founder è senza ombra di dubbio uno di questi film. E appunto, il fatto che sia anche un buonissimo film aiuta a lasciare un segno profondo del capire l’era che stiamo vivendo.

Lontano dal volerci raccontare una biografia standard dei protagonisti coinvolti, senza cercare la tradizionale e documentaristica ricostruzione della nascita di un’impresa, The Founder diventa fin da subito un character study su un protagonista silenzioso, non visto ma sempre presente: l’America. Chi potrebbe infatti bollare rapidamente il film come “il dietro le quinte sulla nascita di McDonald’s” non ha capito, o forse semplicemente erroneamente snobba, il peso che questo nome ha avuto e tuttora ha in tutto il mondo: non una catena di fast food, non una multinazionale, non un impero, ma un autentico simbolo del capitalismo globale. Quella singolare e sinuosa M riconoscibile in tutto il mondo, presente in tutto il mondo, che anche nei posti più sperduti ti fa mangiare come se non ti fossi mai spostato di un millimetro, nel corso del tempo è diventato un vero e proprio simbolo della globalizzazione e del capitalismo americano, spesso non a caso bersaglio di proteste e rappresaglie di manifestazioni antagoniste.

Più di qualsiasi altro marchio, più di qualsiasi altro monopolio, McDonald’s rappresenta l’industria che è diventata la vera chiesa d’America.

Proprio per questo The Founder, certo, ci racconta la storia spicciola e e basica di come l’imprenditore Ray Kroc ha sottratto ai due fratelli la loro catena di ristoranti, ma soprattutto fa del proprio protagonista lo strumento per raccontare il passaggio dell’America da terra delle opportunità a macchina di profitto senza cuore. In questo discorso, pur essendo due film profondamente differenti qualitativamente e nemmeno paragonabili, The Founder ricorda l’approccio di Il Petroliere: se quel film era una grossa allegoria dei due pilastri su cui l’America è stata fondata, ovvero religione e capitalismo, The Founder il discorso lo rende nettamente esplicito quando il protagonista cita l’unione visiva e sentimentale che ogni cittadino ha davanti uscendo di casa: una bandiera americana, una chiesa, e adesso un ristorante con una M gigantesca.

Patriottismo.

Fede.

Profitto.

 

Tali temi e parole chiave, come facilmente capirete, sono ancora attualissimi. Ma cosa rende, come detto in apertura, The Founder un film ancora più attuale, un film che davvero esce al momento giusto e ci parla dei giorni che stiamo vivendo? Nella sua indagine sull’ambizione sfrenata, nel modo in cui unisce commercio a definizione caratteriale, nell’approccio estremamente nichilista che porta avanti fino all’ultimo secondo, The Founder è il film ideale per aprire le porte all’America di Donald Trump. A tratti non si ha l’impressione che Michael Keaton interpreti Ray Kroc, ma quasi una versione riveduta e corretta dell’era di Trump: luciferino, magnetico, sfrontato, Keaton sforna l’ennesima grande performance della sua rinata carriera e ci regala un personaggio che non si ferma davanti a nulla, divorato dall’ambizione e dalla voglia di possedere. Il suo personaggio – che rappresenti Trump o l’America, fate voi – non è uno sfortunato che cerca di emergere, ha già una moglie, una bella casa, una certezza economica, ma semplicemente non gli basta, è frustrato perché non ha di più, anzi, lui non vuole avere di più, lui vuole avere tutto. E c’è una differenza sostanziale tra le due cose.

The Founder non mette in scena la parabola di un anti-eroe a cui, partendo da una posizione di svantaggio e raggiungendo finalmente la vetta, l’ambizione e la fama danno alla testa, ma coraggiosamente ci mette davanti un autentico villain che passa come un carrarmato su tutto e tutti pur di possedere, pur di avere più degli altri, pur di avere e non lasciare a qualcun altro le briciole. E’ colui che ti guarda dritto negli occhi e ti convince a fare qualcosa perché si sente in diritto di doverlo fare. E’ l’ambizione che fa il passo successivo e diventa egocentrismo, cieca e incontrollabile volontà di possedere anche ciò che non gli apparterrà mai. Sì, è praticamente il viziato miliardario che non contento si candida alla presidenza.

I migliori film sono quelli che superano le proprie intenzione per diventare altro, spesso involontariamente. The Founder getta le radici negli anni ’50 per cercare di capire come l’America stessa sia diventata una multinazionale, e così facendo arriva a catturare l’essenza degli anni che ci aspettano imbevuti di fanatico leaderismo e ferrea determinazione sopra tutto il resto.

L’amaro in bocca rimane, e anche questo è merito e compito del grande cinema.

 

Emanuele D’Aniello

Valerio Mastrandrea in “Migliore”, una parabola amara sulla felicità

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Valerio Mastrandrea in “Migliore”, una parabola amara sulla felicità

Un palco vuoto, al centro un uomo, solo. Solo, con le sue paure, con le sue difficoltà quotidiane, le sue frustrazioni: un debole.

Scritto da Mattia Torre lo spettacolo sarà in scena al Teatro Ambra Jovinelli dal 5 al 22 gennaio. Nonostante il freddo polare di questa notte romana mi sono avventurata in questa sera, deserta per i postumi festivi, incuriosita da questo spettacolo, incuriosita da Valerio.

È uno dei miei attori preferiti, lo ammetto, nella sua semplicità e bravura ne rimango sempre incantata, ma voglio essere obiettiva e critica, non di parte, anche se ciascuno di noi ha delle preferenze. La sala era piena, mi danno un posto in ultima fila, ma va bene, da lì si può vedere il palco e non solo, anche le reazioni degli spettatori, è come stare sul palco ma dall’altra parte.

Inizia lo spettacolo, silenzio, qualche colpo di tosse, qualche brusio delle maschere, arrivano i ritardatari e comincia lui: si presenta in giacca e cravatta, elegante, una luce diretta lo illumina. Alfredo un uomo solo, la musica, un pianoforte e dei violini in sottofondo, inizia a raccontarsi.

Alfredo lavora per una grande azienda americana, si capisce da subito che è l’ultimo, il meno considerato, il più bistrattato, nel tempo libero fa parte di una squallida associazione di 10 membri che vuole vedere il positivo in tutto, organizzano laboratori, adottano alberi di pero e si incontrano in tristissime riunioni. Alfredo fa sport, al parco, ma non riesce a correre più di 15 minuti, a casa è disprezzato dai vicini e dal cane del vicini, soffre d’insonnia e ogni mattina appena riesce finalmente ad addormentarsi, viene svegliato ” per tradizione” dagli operatori dell’AMA che gli citofonano.

Innamorato di Sofia, la figlia del Presidente che definisce “la stronza” destinata al potere, preceduta sempre dalla scia di profumo, non viene ricambiato ma solo “usato” per sbrigare compiti ingrati come riparare la coppa del motore sotto la pioggia.

La svolta:

valerio mastrandrea migliore
Valerio Mastrandrea

In seguito a un incidente da lui causato, viene assolto dal tribunale ma entra in una crisi profonda che lo fa diventare un uomo cattivo: una sera a cena reagisce violentemente a un sopruso, incomincia a difendersi e a urlare, a farsi valere ed è in quel momento che tutti incominciano a “battergli le mani” e improvvisamente la società gli apre le porte, le voci corrono, e i vicini di casa ne parlano, lo rispettano, Sofia s’innamora di lui e la potrà sposare, al parco corre 50, 60, 80 minuti al giorno, dorme otto ore a notte.

Ma è felicità se ottenuta con il cinismo e il disprezzo degli altri? I “perdenti” sono forse più infelici? Il regista lascia lo spettatore con molte domande e riflessioni sui giorni nostri, sul successo e la spregiudicatezza.

Mastrandrea ha recitato bene, fa soffrire quando è debole e lascia un gusto di rivincita quando è prepotente e potente. Nonostante gli imprevisti della Prima (si è rotto il microfono), ha tenuto la scena, si sentiva benissimo anche dall’ultima fila e forse  un’interpretazione senza amplificazione è risultata più vera e decisa, anche se senz’altro più faticosa.

Nel camerino, mentre l’adrenalina scendeva ed entrambi esausti Valerio e Mattia accoglievano gli ospiti e i festeggiamenti degli amici e del pubblico più affezionato, abbiamo chiesto regista quale messaggio voleva dare con quest’opera:

“Direi assai angosciante, una parabola amara, è un sentimento di ambiguità che mi piace molto, nonostante si converta a diventare cattivo poi c’è sempre un riscatto”

Un unico atto, un soffio che lascia un’amarezza di fondo, è forse la parte migliore quella del successo?

Non svelo il finale, che fa riflettere, sottile e delicato, da non perdere.

Sara Cacciarini

 

Al MACRO Rafael Y. Herman e “The Night Illuminates The Night”

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Al MACRO Rafael Y. Herman e “The Night Illuminates The Night”

Dal 25 gennaio al 26 marzo 2017 il MACRO – Museo d’Arte Contemporanea Roma ospita la mostra personale di Rafael Y. Herman dal titolo The Night Illuminates The Night, curata da Giorgia Calò e Stefano Rabolli Pansera, promossa da Roma Capitale, Assessorato alla Crescita culturale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, e patrocinata da: Ambasciata d’Israele in Italia–Ufficio Culturale, IIFCA–Fondazione Italia-Israele per la Cultura e le Arti, AMATA–Amici del Tel Aviv Museum of Art e Cité Internationale des Arts de Paris.

La mostra, nella sede di MACRO Testaccio, si presenta come una grande installazione ambientale in cui dallo spazio buio emergono le opere che si rivelano come epifanie. Nella dialettica fra tenebre e luce, infatti, si sviluppa la poetica di Rafael Y. Herman il cui sguardo rivela un nuovo approccio alla realtà che nasce e si struttura nell’oscurità.

The Night Illuminates The Night si concentra sul lavoro cominciato nel 2010 e completato nel 2016. In questo periodo l’artista ha stabilito un dialogo con i grandi maestri della tradizione occidentale che hanno rappresentato nel corso dei secoli la Terra Santa, pur non avendola mai visitata, ma ispirandosi alle fonti bibliche e letterarie. Rafael Y. Herman ripercorre questa tradizione con il proprio metodo: lo scatto notturno senza ausili elettronici e manipolazioni digitali, che svela ciò che non si vede a occhio nudo.

Come i grandi maestri del passato, anche Herman si è voluto porre nella condizione di non poter vedere il paesaggio, pur trattandosi dei luoghi dove è nato e cresciuto, operando nell’oscurità della notte. In questa condizione di voluta cecità l’artista accede alla realtà in un modo nuovo, mediante lo scatto fotografico notturno e mediante lo sviluppo della pellicola nell’oscurità del laboratorio.

Rafael Y. Herman produce così una realtà “ricreata”, decontaminata da qualunque preconcetto soggettivo, offrendo allo spettatore paesaggi che esistono solo nelle opere stesse. L’artista sviluppa la propria ricerca notturna attraverso la scoperta di tre diversi ambienti: la Foresta della Galilea, i campi dei Monti della Giudea e il Mar Mediterraneo.

Le sue immagini ci invitano a riflettere sull’invisibile o, come l’artista usa definirlo, il “non visto”; sulla differenza che si dischiude fra ciò che è reale e ciò che invece è solo percepito. Il risultato è straordinario nella cromia innaturale, e nelle forme evanescenti che sembrano emergere da un luogo e un tempo altro dove i colori non sono reali, il tempo sembra essere dilatato e le immagini appaiono oscure. O forse abbaglianti.

In occasione della mostra verrà presentato il libro d’artista, edito da Mousse, con testi critici di Giorgia Calò, Stefano Rabolli Pansera, Chiara Vecchiarelli e Arturo Schwarz.

BIOGRAFIA – Rafael Y. Herman nasce nel 1974 a Be’er Sheva, un’antica città nel deserto israeliano del Negev. Inizia a studiare musica classica all’età di sei anni e diventa percussionista. Dopo una permanenza a New York, si iscrive alla Facoltà di Economia e Management dell’Università di Tel Aviv.

Dopo la laurea si trasferisce in America latina, dove compie un lungo viaggio di ricerca in sette paesi: in Paraguay collabora con Amnesty International, studia pittura a Città del Messico e in Cile entra a far parte di una comune di artisti. In questo apprendistato della visione confluiscono tanto le esperienze metropolitane quanto l’incontro con la natura selvaggia. Nel 2003 si trasferisce a Milano e nel 2006 espone a Palazzo Reale il progetto Bereshit-Genesis, applicando un metodo messo a punto da lui stesso: lo scatto notturno senza ausili elettronici e manipolazioni digitali, che svela ciò che non si vede a occhio nudo.

Questa mostra proietta Herman verso una dimensione artistica internazionale. Nel 2012, il ritratto di John Chamberlain realizzato da Herman è scelto dal Guggenheim Museum di New York per la seconda di copertina del libro di Chamberlain “Choices”. Nel 2013 è invitato alla TED Talk per parlare del suo linguaggio artistico con un talk dal titolo “Realtà alternativa”. I suoi lavori recenti evidenziano due temi portanti: la curiosità metafisica e il racconto di ciò che sta oltre; l’indagine sulla luce come elemento fisico protagonista dello spazio-tempo.

Sue opere sono state acquisite da importanti collezioni pubbliche e private, fra le quali di Tel Aviv Museum of Art e Salsali Private Museum di Dubai. Attualmente vive e lavora a Parigi, dove è per la seconda volta artista residente alla Cité Internationale des Arts de Paris. Nel 2015 ha vinto il Praga Fotosfera Award.

Allied, finché lo spionaggio non ci separi

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Allied, finché lo spionaggio non ci separi

Ci sono due film, separati e distinti, dentro Allied.

Due film, due modi di creare storie cinematografiche, che messi insieme si tolgono vicendevolmente mordente, ma sopravvivono uniti per regalarci due ore di un solido e affascinante prodotto d’intrattenimento.

Da un lato infatti, Allied è un vero e proprio film d’amore. Nascosto sotto la spy story, facendosi strada tra le location esotiche e gli scenari di guerra, il film indubbiamente racchiude una metafora della seduzione e dell’impossibilità di fidarsi, fino in fondo, fino all’ultimo, della persona che abbiamo accanto, pur se crediamo di conoscerla meglio di noi stessi. Negli sguardi, nei gesti, persino nei giochi stupidi della prima metà del film Allied dimostra di azzeccare la tematica, servendosi del genere, la spy story appunto in questo caso, per raccontare altro, ovvero un film sul matrimonio.

E poi Allied è anche altro, ovvero un purissimo prodotto commerciale. Non si tratta tanto di spionaggio, non si tratta di guerra, il vero genere del film è quello dell’intrattenimento classico, due ore con popcorn in mano a vedere luoghi stranieri incantevoli, a vivere la tensione, ad appassionarsi alle vere stelle del cinema. C’è un innegabile gusto “old fashioned” da cinema anni ’50 che affascina senza vergogna.

Cosa è quindi, alla fine, Allied? O meglio, cosa rimane? Probabilmente, se fosse stato solo una spy story, non avrebbe avuto un briciolo di attaccamento emotivo nello spettatore. Al tempo stesso, se fosse stato solo la metafora di un amore tormentato, avrebbe rischiato di annoiare senza una sceneggiatura e un regista all’altezza. E quando al timone c’è Robert Zemeckis, un autore cult ma che nell’ultimo decennio ha smarrito molto consistenza, gli aspetti da cinema più commerciale trionfano.

La soluzione, a questo punto, è semplicemente godersi il film per quello che propone sul grande schermo. Indubbiamente avrebbe potuto essere molto di più con un grande regista e con una diversa attenzione ad altri aspetti della storia, ma così abbiamo comunque due ore di intrattenimento e cinema fatto per il gusto di catturare l’immaginazione del pubblico.

 

Emanuele D’Aniello

Le meraviglie assolute del romano Palazzo Doria-Pamphilj

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Le meraviglie assolute del romano Palazzo Doria-Pamphilj

Roma e Lazio x te domenica 8 gennaio 2017 alle ore 11:00 ci porterà alla scoperta di Palazzo Doria-Pamphilj.

Nel 1647 Camillo Pamphilj sposa Olimpia Aldobrandini. La signora Olimpia ebbe in dote in palazzo dal Cardinale Pietro Aldobrandini. Il matrimonio fra i due era osteggiato dal Papa Innocenzo X, e dalla madre, Donna Olimpia Maidalchini, colei che muoveva le fila della famiglia, tesseva intrighi. Era la famosa”Pimpaccia“.

Eppure la loro unione ha dato vita ad un palazzo senza eguali, di una bellezza allucinante.

Stucchi, ori, specchi, affreschi e tende impreziosiscono il palazzo, sede succursale della famiglia Pamphilj rispetto a quella in Piazza Navona (dove risiedevano la madre e lo zio).

Nel 1671 Anna Pamphilj sposa Giovanni Andrea III Doria Landi, ed uno dei suoi eredi, Andrea IV, nel 1763, sancisce l’unione araldica delle due famiglie.

L’unione di questi tre nuclei ha dato vita ad una collezione senza uguali, nella quale campeggiano capolavori assoluti di Tiziano, Giorgio Vasari, Annibale Carracci e la sua celebre lunetta con la Fuga in Egitto e Diego Velazquez con il suo Ritratto di Innocenzo X, ma anche capolavori scultorei di Alessandro Algardi e Gian Lorenzo Bernini, artista osteggiato da Papa Innocenzo X.

palazzo doria-pamphilj

Troviamo anche Filippo Lippi e ben tre opere del Caravaggio ed il suo celebre Riposo durante la fuga in Egitto.

palazzo doria-pamphilj

Allora per voi c’è una visita guidata dell’associazione culturale Roma e Lazio x te ha organizzato per domenica 8 gennaio 2017 alle ore 11:00.

Per informazioni circa la prenotazione obbligatoria, l’orario e il luogo dell’appuntamento ed il costo cliccare qui: Pamphilj.

Come al solito vi aspetto con il cuore e gli occhi aperti, per poter gustare al meglio tanta bellezza.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto estratte dal sito della Galleria Doria-Pamphilj)

“Ammettiamo che l’albero parli”, la nuova opera di Claudio Marrucci

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“Ammettiamo che l’albero parli”, la nuova opera di Claudio Marrucci

Giosuè è uno scrittore psicolabile che uccide la madre in un momento di follia e si rifugia, in preda al dolore, in un mondo parallelo.

Ammettiamo che un poeta decida di scrivere un romanzo con lo stesso approccio stilistico con cui ha sempre composto liriche, che abbandoni censure e cesure del romanziere incentrato sulla narrazione pragmatica e impersonale di certe opere contemporanee.

Solo un poeta infatti può far parlare alberi e indurre la razionalità a capitolare: mi riferisco all’ultima opera di Claudio Marrucci dal titolo Ammettiamo che l’albero parli.

Il volume è pubblicato dalla casa editrice romana Fahrenheit 451, tornata dopo un periodo di assenza editoriale con la neonata collana “Narraitalia” diretta da Antonio Veneziani, illustre esponente della storica scuola romana di poesia.

Marrucci è un giovane e validissimo poeta, traduttore, ispanista che lascia ben sperare nel futuro della letteratura italiana.

La sua opera, frutto di un lavoro lungo e ricercato, appare in realtà come la tessitura di un sogno, l’atto psichico inconscio per eccellenza che si consuma in una piccola frazione di tempo condensando una lunghissima narrazione.

Si parla, anzi si evoca la confessione di una vita nella sua quotidiana illusorietà di dare un senso logico agli atti, ai sentimenti e alla stessa felicità.

Giosuè è uno scrittore psicolabile che uccide la madre in un momento di follia e si rifugia, in preda al dolore, in un mondo parallelo ma realistico dove il trauma di una perdita affettiva lo porterà ad ammettere il suo delitto fino a compiere il gesto estremo del suicidio, in una cella manicomiale.

I due protagonisti (uno è reale ma compromesso dalla follia, l’altro è la sua immagine speculare ed irreale che cerca nella sequenzialità dei legami affettivi il significato della sua perdizione) si confessano in un incessante flusso di pensieri.

Ogni capitolo dedica una parte di esistenza alla sacralità di una dissacrazione ingenua e primitiva, dando nome e corpo alla carne che si alimenta di deliri, di affanni,claudio marrucci ma anche di preziosità varie.

L’autore è un raffinatissimo cultore delle arti e un umanista eccezionale e la spregiudicatezza estetica con cui racconta la sua creatura è così naturale da evocare alcuni dei grandi classici che ricorda nei titoli dei paragrafi. Giosuè-Claudio rappresentano, o sarebbe meglio dire rappresenta, il manifesto intellettuale di Claudio Marrucci.

Se lo scrittore vive di storie dell’anima comuni a tutto il mondo, qui c’è una grande determinazione a racchiudere il mondo dentro il proprio involucro embrionale, esistenzialista ma non autarchico.

Egli ha bisogno dell’altro, della grande Storia, delle radici.

In ogni passo si intravede un rimando alle proprie esperienze, avidamente rubate alla casualità del fato, saldate insieme dalla dimensione patologica di una follia pietosa, teneramente ancorata ai grandi Miti irrisolti: la Madre e la dipendenza dal seno cattivo, il Padre e l’incontinenza della parola, il rifiuto del Verbo.

C’è tutta la migliore letteratura come sfondo integratore del romanzo, l’età classica, le radici ebraiche, l’eresia e la ricchezza filosofica del politeismo.

Questo tributo alla debolezza più grande, la follia, è tenero e appassionato perché il filo che tiene appeso alla dimensione del “disumano” inteso come non convenzionale è fragilissimo e doloroso, e non è rifugio inconsapevole né disprezzo per le regole.

Ed è testimonianza di un male di vivere autentico e tenacemente attaccato al bisogno di certezze la presenza compulsiva dell’Arte in tutte le sue manifestazioni, al centro di un mondo privato barbaramente da ogni morale.

Antonella Rizzo

Ammettiamo che l’albero parli

Autore: Claudio Marrucci

Edizioni Fahrenheit 451

ISBN 788899791025

Euro 13,00

Parenti Serpenti, i valori assoluti della famiglia italiana

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 “Come stai? Stai béne? Son conténta”

Titolo: Parenti Serpenti
Regista: Mario Monicelli
Sceneggiatura: Carmine Amoroso, Suso Cecchi d’Amico, Piero De Bernardi, Mario Monicelli
Cast Principale: Marina Confalone, Cinzia Leone, Tommaso Bianco, Alessandro Haber, Paolo Panelli, Pia Velsi
Nazione: Italia
Anno: 1992

Le feste di Natale, purtroppo, stanno volgendo al termine e con loro tutti i rituali che ne fanno parte. I regali, la famiglia, la ‘tombolata’, i pranzi e le cene che si susseguono sono una lunga serie di ingredienti che compongono le feste di molti. Quanti però vogliono viverle così? Quanti hanno veramente piacere a stare in famiglia? Tutti i sorrisi sono autentici o frutto di schemi sociali? Mario Monicelli, su quest’idea, ha girato nel 1992 la pellicola Parenti Serpenti, divenuto ormai un cult della commedia italiana.

Saverio e Trieste, una coppia di anziani, ospitano per le feste natalizie i loro quattro figli e le corrispettive famiglie. Personaggi stravaganti, isterici, buoni, sensibilii e, a tratti, ridicoli ridono, scherzano, litigano e si confrontano durante i freddi giorni di dicembre, in una casa molto grande e in una serena atmosfera. Durante il pranzo del 25, però, Trieste annuncia ai suoi affettuosi figli la decisione di non voler passare il resto dei giorni in solitudine e volersi trasferire. Dove? Da uno dei figli, ovvio. Quale? “Sarete voi a decidere” e, chi li ospiterà, riceverà anche mezza della loro pensione e l’intestazione della casa.

La notizia genera panico tra le famiglie, che si dimostrano eccellenti a giudicare, accusare e offendere ma non a scegliere. I rancori e le liti, alle spalle degli anziani, portano a galla segreti e confessioni da lungo tempo attese. La paura della gente e, in parte, il rimorso di dare agli anziani un dispiacere frenano sempre più la decisione. Ad un tratto, però, si trova una soluzione che riuscirà ad appianare tutto, senza dare dispiacere ai genitori, che non aizzerà male-lingue e farà in modo che nessuno prenda responsabilità.

Parenti Serpenti è una chiara denuncia alla società italiana e segue lo stile di Monicelli.

Dopo aver giudicato la borghesia (Un borghese piccolo piccolo) la politica (Vogliamo i colonnelli) e i valori patriottici (La grande guerra), il regista romano tocca l’ultimo pilastro della società italiana, cioè la famiglia. La descrive nel suo lato più comune, provinciale, gretto: gli uomini che giocano a carte, vanno a caccia, parlano di calcio e politica; le donne pettegolano, cucinano, parlano di malattie e “vip”. Una famiglia che è costretta ad essere tale, ma che non si sente unita. Pronta a rinfacciare, a seguire cognati, a corteggiarne altri, che fino all’ultimo non ammette la propria natura. Una famiglia che si distrugge a forza d’ipocrisie che, fino alla fine, rimangono in essa e non le permettono di cambiare: si è nascosta, si è scoperta e seguiterà a nascondersi, perché è meglio così.

A salvarsi sono gli anziani e i piccoli.

Saverio e Trieste sono i classici vecchietti di paese: lei bassa e po’ tonda, sorridente e con lo spirito da “mamma chioccia”; lui sempre incollato alla televisione, con la pancetta e, ormai, affetto da una forma di demenza senile. Il piccolo Mauro, narratore della vicenda, è, come sempre nei bambini, la purezza: non vede malizia, né la ridicolaggine (si pensi alla scena di Saverio in grande uniforme da carabiniere). I bambini e gli anziani si dimostrano migliori degli adulti. La scena della ludicità sulla neve ce lo dimostra: adulti che mostrano la loro vera natura di “sempre figli” che giocano e bevono sulla neve, mentre gli anziani li guardano davanti al portone e i giovani li osservano dal balcone.

Parenti Serpenti

La denuncia va anche alla realtà di paese.

In questo piccolo borgo, esistono personaggi che rendono tutti macchiettistico: la venditrice di occhiali con problemi di vista, l’avvocato omosessuale con la bella e invidiata moglie, la ‘donna di mondo’ che aiuta i militari a rendere la leva meno dura e così via. Si arriva poi alla denuncia di quell’istituzione che fa dei valori famigliari un pilastro, cioè la Chiesa. Simbolica la scena della messa della vigilia, dove tutti vanno perché a messa si deve andare, altrimenti la gente parla…Il prete, nella sua omelia, parla di accogliere la parola di Dio, ma, quando i fedeli si apprestano a baciare i piedi della statuetta del piccolo messia, alla fine di ogni bacio, l’ecclesiastico pulisce con un fazzoletto dove i fedeli hanno posato le labbra.

Dal punto di vista tecnico, Parenti Serpenti è molto teatrale, tanto da rispettare le tre unità aristoteliche. Rare e, ai fini della storia, inutili riprese esterne, si concentra tutto nella casa degli anziani, quindi un unico ambiente. L’azione è lineare e rispecchia un’unità di tempo. Teatrale è la formazione degli attori, che coralmente e singolarmente ci mostrano i lati più cinici delle figure familiari. A partire da Paolo Panelli (Saverio) che è stato un nome forte nei teatri dagli anni ’50 fino alla morte; passando per Pia Velsi (Trieste), Alessandro Haber e Cinzia Leone, e terminando con Marina Confalone e Tommaso Bianco, formati nella compagnia di Eduardo De Filippo.

3 motivi per vedere il film:

– Paolo Panelli, durante il suo ultimo sforzo cinematografico

– Cinzia Leone e Marina Confalone, sempre in lotta nel film e nella bravura della gestione dei loro personaggi

– La regia di Monicelli che rappresenta bene, nella scelta dei dialoghi e dell’atmosfera, un distacco tra generazioni

Quando vedere il film:

E’ una commedia grottesca, per cui fa tanto ridere, quanto riflettere. Sicuro non durante il periodo di Natale: fa dubitare anche di chi ci accompagna ogni giorno. “A primavera, se Dio vuole, quando la stagione – e il cuore, aggiungo io – si riscalda“. (cit. del film)

Francesco Fario

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Verdi monumentale e I lombardi alla prima crociata

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Verdi monumentale e I lombardi alla prima crociata

Continua l’avventura di #CantaCheTePassa sempre nel segno di Giuseppe Verdi con un’opera che parla di crociate e d’amore: I lombardi alla prima crociata.

Era l’11 febbraio 1843 ed al Teatro alla Scala debuttava il quarto titolo verdiano: I lombardi alla prima crociata, su libretto di Temistocle Solera, che poi nel 1847 verrà riadattata in una versione francese dal titolo Jérusalem.

Trama

Siamo tra il 1097 ed il 1099; davanti alla Basilica di Sant’Ambrogio Arvino riceve il fratello Pagano per un atto di pubblico perdono. Pagano, infatti, innamorato di Viclinda, che poi divenne moglie di Arvino, tempo addietro lo aggredì. Il suo ritorno preoccupa la stessa Viclinda e sua figlia Giselda; una preoccupazione ragionevole, in quanto Pagano è pieno di odio verso il fratello ed organizza insieme al suo fidato Pirro l’omicidio di Arvino, ma per errore, uccide suo padre.

Sconvolto dal gesto, fugge via, maledetto da tutti. Arvino intanto riceve la notizia di dover partecipare alle crociate a favore dell’esercito cattolico. Sul terreno di guerra, si scopre che sua figlia Giselda è stata fatta prigioniera dall’esercito del nemico Acciano, tiranno d’Antiochia. La ragazza ama ed è amata da Oronte, figlio di Acciano.

L’unione ovviamente non è accettata dal padre Arvino, il quale tenta di ucciderla, ma la sua mano viene fermata da un monaco che vive in una grotta, al quale fanno tutti riferimento. Oronte viene ferito e Giselda lo porta nella grotta del monaco. il giovane si converte e muore, dopo aver combattuto per l’esercito lombardo.

Intanto tutto il popolo, compresa Giselda, incomincia a patire la sete. Sarà la stessa ragazza che, delirante, sognerà il suo Oronte che le mostra le acque del Siloe che li salveranno. Tutto il popolo si salva, tranne il monaco ormai morente. Tra i suoni di festa per la vittoria dei crociati, egli getta la maschera: è Pagano. Arvino lo perdona del suo gesto affinché egli possa morire in pace.

Stile

La musica de I lombardi alla prima crociata dimostra la genialità assoluta di Giuseppe Verdi. Già dal preludio si entra in un clima di terrore assoluto e di paura; si avverte la presenza inquietante di Pagano. Ma è un’opera fatta anche di momenti solenni come il grandioso finale, con il tutto il vigore del primo Verdi, ed altri momenti lirici, come il coro del IV atto O Signore, dal tetto natio, che ricorda il Va’ pensiero composto l’anno precedente, o anche l’aria del II atto di Oronte La mia letizia infondere.

Di edizioni di quest’opera ve ne sono diverse. Uno dei direttori che l’ha affrontata di più è il compianto Lamberto Gardelli, del quale vi consiglio l’edizione con l’Orchestra dell’Opera di Stato Ungherese ed il Coro della Radio e della Televisione Ungherese, con un cast di assoluto rilievo, dove brilla la stella di Sylvia Sass come Griselda; una voce bellissima ed un grande temperamento.

i lombardi alla prima crociata

Ci vediamo la prossima settimana con un titolo cardine: Ernani, ma anche con l’inserto speciale dedicato alla recensione de Il pipistrello di Johann Strauss all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, che troverete lunedì! (Ovviamente i romani sarebbero tenuti ad andarci, vista anche la presenza della voce narrante di Neri Marcoré)

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Prospero CravediTeatro Municipale di Piacenza)

 

Tosca – Appunti musicali dal mondo all’Auditorium di Roma

Tosca – Appunti musicali dal mondo all’Auditorium di Roma

Appunti Musicali Dal Mondo: confini e sconfini del suono della voce

Tosca il 6 gennaio 2017 | Auditorium Parco della musica di Roma | Sala Petrassi h 21

Tosca voce
Giovanna Famulari violoncello, pianoforte e voce
Massimo De Lorenzi chitarre
Matteo di Francesco percussioni e batteria
Carmine Iuvone basso e contrabbasso

La nuova canzone: Il Porto:

E’ online Il Porto, a mesma musica, il nuovo video di Tosca. Scritto da Ermanno Dodaro e Massimo Venturiello, il testo di questa canzone (contenuta nel suo ultimo disco Il suono della voce) riadattato dall’artista portoghese Maria Anadon, arriva oggi sul web. Le immagini sono le istantanee di un anno di concerti dell’artista in giro per il mondo. Si parte dalla Roma di Castel Sant’Angelo per arrivare ad Algeri, passando per Tindari e Tunisi. “Questa canzone è uno specchio della mia curiosità – spiega la cantante – è la melodia del mio pensiero. Il porto è una metafora, come l’inizio di ogni viaggio della vita, di ogni amore, di ogni esperienza. Ecco perché ho pensato di far rappresentare l’inizio di questo mio nuovo periodo artistico a questa canzone. Artista marinara, artista libera – conclude parafrasando un vecchio detto genovese – Popolo marinaro, popolo libero”.

Il concerto all’Auditorium!

La canzone fa parte del repertorio che eseguirà il 6 gennaio. Cantante, artista eclettica, ricercatrice musicale e sperimentatrice, venerdì Tosca torna sul palco dell’Auditorium Parco della musica di Roma per raccontarsi in un concerto-evento con tanti ospiti che, nel suo stesso nome, racchiude il senso dell’unicità della serata. Appunti Musicali dal Mondo: confini e sconfini del suono della voce è un progetto che mette il punto e ripercorre le tappe più significative del suo cammino artistico tra sperimentazioni, ricerca e nuovi arrangiamenti e che per la prima volta riunisce alcuni grandi artisti, nonché suoi eccezionali compagni nelle tappe fondamentali del suo viaggio musicale.

Gli ospiti d’onore:

Tra intrecci sonori, abbracci linguistici, lontananze e assonanze, si alterneranno sul palco: il regista della musica Nicola Piovani che l’ha iniziata alla riscoperta delle radici musicali romane; il grande musicista e cultore musicale Gegè Telesforo, che ha conosciuto ai tempi del suo esordio televisivo a Doc condividendo insieme le tappe più importanti della sua gavetta nella banda di Renzo Arbore; Gabriele Mirabassi, con il quale ha in comune l’amore per la musica brasiliana; Joe Barbieri, da Tosca definito il suo corrispettivo al maschile, autore di alcune delle sue canzoni più significative; Danilo Rea fuoriclasse che con le sue note al pianoforte dipinge ogni canzone; ed infine, l’amico e collaboratore di sempre, Germano Mazzocchetti, sua anima della musica teatrale.

Le sonorità:

Uno spettacolo di suoni e parole, poetico e vibrante, quasi un “racconto in musica” anche grazie al sapiente utilizzo di lingue molto lontane fra loro, che passa da un fado portoghese a la morna, da una canzone libanese a un tradizionale dei matrimoni Yiddish, da una ballata zingara fino ad approdare alle sponde italiane della musica d’autore e popolare, con uno straordinario omaggio alla canzone romana che da tempo Tosca valorizza oltre i confini laziali. “Mi considero una discepola di Gabriella Ferri – racconta – e se faccio questo mestiere lo devo a lei.”

Pezzi rari e melodie introvabili, contaminazioni con altre culture intrecciate alle nostre radici, in una serata che per l’occasione abbraccerà anche canti del Natale dal mondo insieme a grandi classici della tradizione italiana e canzoni dal suo repertorio come Il suono della voce, brano scritto da Ivano Fossati che dà il titolo al suo ultimo album. Il tutto legato da un percorso drammaturgico attraverso le parole di grandi poeti del mondo, creato per l’occasione dal regista Massimo Venturiello.

Parafrasando Pessoa…

“Parafrasando Pessoa – afferma Tosca – ‘in un momento di sbandamento politico e sociale la musica del popolo ti protegge perché ti fa appartenere, se vuoi’. La mia non è una ricerca filologica, ma una ricerca per affinità artistica dove potevo affondare anche le mie radici. È un’avventura nelle molte anime della canzone. Ho scelto brani tra i viaggi che abitualmente faccio due o tre volte all’anno e quelli virtuali che ho compiuto in quasi venti anni di teatro e canzone. Mi sono fatta guidare dall’istinto, dalla bellezza delle canzoni che trovavo e che portavo via con me.”

Il bagaglio d’esperienze:

Attenta, appassionata e rigorosa, capace di trovare il giusto equilibrio tra audacia e misura, intensità interpretativa e genuina teatralità, nel tempo Tosca ha dimostrato di essere sempre meno prevedibile e in costante evoluzione. “La nobile arte della canzone colta va curata, trattata e custodita, come fossero gioielli di famiglia” – dice. E nella sua carriera vissuta tra concerti, teatro e collaborazioni illustri tra cui Ron, Dalla, Buarque, Zero, Morricone, l’artista è rimasta sempre fedele a se stessa; ha forgiato canzoni, lavorando sulla ricerca e sulle emozioni, cercando di trasmettere quel qualcosa in più che solo la musica sa dare.
Un corredo di esperienze disparate, da cui Tosca è riuscita a trarre stimoli sempre nuovi, e che l’hanno resa indiscutibilmente una delle personalità più prismatiche della canzone d’autore italiana, capace di dare vita a differenti “vite artistiche”. Ultima in ordine di tempo, quella di Officina delle arti Pier Paolo Pasolini, innovativo Laboratorio di Alta Formazione del teatro, della canzone e del multimediale, culla di giovani artisti, “un luogo di appartenenza che – conclude – forse può salvare i ragazzi da tante trappole mediatiche. Sono nipote di contadini emigranti, per me la musica e il teatro sono come una terra dove mettere un seme. E aspettare il raccolto… senza passare per OGM di alcun genere…solo tempo, talento e onesta!”

Biglietti 20 euro + diritti di prevendita

Info 06-80241281 www.auditorium.com
TicketOne: https://goo.gl/nfUbRv
www.leavemusic.it
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