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La Casina delle Civette sembra uscita dalle fiabe

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Tutta l’originalità e l’estro della Roma Moderna nella Casina delle Civette: ecco le immagini del luogo incantato.

Per tutti quelli che hanno sempre sognato di poter abitare in una vera e propria casa delle fiabe, la visita alla Casina delle Civette di Roma diventa una tappa imprescindibile. Nonostante sia un po’ distante dal classico circuito di visita della città, è sicuramente un gioiello che vale la pena visitare.

La Casina delle Civette si trova nel cuore del parco di Villa Torlonia, possedimento della ricca famiglia di origini francesi, divenuta assai potente nel Settecento grazie all’istituzione della Banca del Fucino, che possiede ancora oggi e che in passato rese possibile la loro ascesa al potere, fino all’ottenimento del rango nobiliare.

Tra il 1908 e il 1914, il principe Giovanni Torlonia Jr. fece realizzare, all’interno della sua tenuta in via Nomentana, una residenza molto particolare che rispecchiava pienamente la natura curiosa del suo carattere solitario, forse un po’ malinconico, tanto che non si sposò mai e non ebbe eredi.

casina delle civette romaAppena si raggiunge la Casina, si nota subito che l’edificio sembra proprio uno di quelli descritti nelle storie dei fratelli Grimm!

Una vera e propria casa delle fiabe con logge, balconcini, parapetti, arcate e tanti piccoli avancorpi uno addossato all’altro, che sembrano quasi di marzapane!

Il principe, per assicurarsi l’ottima riuscita della residenza, seguì direttamente la sua costruzione, consigliando e dirigendo il lavoro dei tre architetti addetti alla realizzazione: Enrico Gennari, Venuto Venuti e Vincenzo Fasolo.

Se è vero che la Casina fu costruita all’inizio del 1900, è certamente impossibile definirla un edificio di stile Liberty, perché è una classificazione assolutamente riduttiva.

Sono qui presenti infatti tutti gli stili architettonici e decorativi tipici di tutte le differenti fasi susseguitesi durante il corso dei secoli: reperti romani incastonati nelle pareti, mascheroni grotteschi, finestrelle gotiche, loggette rinascimentali.

Ciò che contraddistingue di più la Casina è sicuramente l’immensa fantasia dei suoi costruttori, dimostrata dalla scelta di mescolare non solo gli stili architettonici, ma anche e soprattutto i materiali che portano colore, vivacità e straordinario movimento all’intero edificio.

E il principe Torlonia stupì anche nella scelta del nome: Casina delle Civette. Come mai? Per la presenza ossessiva del tema della civetta ripetuto negli elementi decorativi più disparati. Le civette infatti si trovano sugli stucchi delle facciate, sulle maioliche all’interno delle stanze, sulle colorate vetrate, sulle stoffe da parati e su alcuni oggetti di arredo.

casina delle civette roma

Altra particolarità della Casina è certamente la vivacità dei colori e gioielli indiscussi, protagonisti nella residenza, sono le straordinarie vetrate realizzate dalla bottega di Cesare Picchiarini, abile artigiano detto “Mastro Picchio”. Il Comune di Roma, proprio per la finezza delle vetrate qui realizzate, decise di istituire qui un museo dedicato all’arte della vetrata, esponendo nelle varie sale i numerosi cartoni dei disegni preparatori realizzati dalla bottega del Maestro.

Una straordinaria occasione per comprendere pienamente le difficoltà che gli artigiani dovevano affrontare nel realizzare una vetrata e la loro sofisticata ed elevata preparazione tecnica. Dal disegno preparatorio al taglio e alla preparazione del vetro, fino alla composizione della stessa vetrata: un’arte difficile che proprio con gli esempi della Casina delle Civette presenta alcune delle opere più alte mai realizzate.

Una visita che coinvolgerà tutti i sensi, destando stupore continuo, perché ogni volta che si torna alla Casina delle Civette, si notano sempre particolari nuovi e sensazionali. E regalarsi una visita all’insegna della meraviglia, non è forse lo scopo di un viaggio?

L’Asino d’Oro Associazione Culturale

 

Plethora, la poesia come contemplazione della vita

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Plethora, la poesia come contemplazione della vita

Immaginate la vita come un grande quadro da ammirare: cosa ne farebbe un poeta se non raccontarlo? Antonella Rizzo regala questa sensazione con la silloge poetica Plethora, edita da Nuove Edizioni Aldine.

La penna di Antonella Rizzo l’avevo già apprezzata nel prosimetro di Cleopatra, divina donna d’inferno. Un’opera in cui l’autrice incarna i desideri di un grande profilo storico nel panorama femminile: la bocca della donna contemporaneacopertina plethora antonella rizzo diviene lo sfogo di un’antica regina e trasporta il lettore nell’atmosfera di un passato degno di essere ricordato.

Poi è arrivato il momento di Iratae, la piece teatrale in cui lei e Maria Carla Trapani raccontano l’ingiusta fine di due donne storiche, Marie Madeleine d’Aubray e Olimpia Mancini.

Rizzo torna nel 2016 con una nuova opera, tutta poetica stavolta. Il titolo è “Plethora”, termine che nel suo significato lascia già intuire alcune delle caratteristiche della silloge. “Eccesso”, “Sovrabbondanza” sono i suoi significati e sono anche le caratteristiche, spesso, di una parola poetica alla ricerca di un qualche segno di apprezzamento, che si gonfia e diventa roboante, senza trasmettere poi chissà che.

La poesia firmata Rizzo si schiera contro questa tendenza sfoggiando eleganza, ricercatezza nei vocaboli, profondità di pensiero e, allo stesso tempo, una forte efficacia. L’influsso della cultura latina si fa sentire forte anche stavolta, a partire dal titolo, ovviamente.

Quanto dolore represso nel rassicurante oblio
di una pietraia disposta in cerchio
e chiamata focolare.

Molto interessanti sono i componimenti ecfrastici, quelli che descrivono un’opera d’arte. Tra questi anche uno dedicato a un’opera di Giorgio Ortona, artista recentemente in esposizione al Macro di Roma.

Mi ricordano gli epigrammi delle poetesse ellenistiche, divenute note per il genere. Tali artiste erano solite descrivere una statua o un quadro in forma impersonale, esaltando le virtù della persona rappresentata.  Nel caso di Rizzo, invece, l’esperienza viene fagocitata dall’autrice e raccontata in prima persona.  La descrizione va oltre l’oggettivo.

Potessi mordere gli spigoli
di quel muro di zigomi e pelle
un guanto di vecchia sartoria
farebbe scudo tra me e la mia febbre.

Per un veloce confronto si leggano i versi di Nosside di Locri (Ant. Pal. VI, 354): Anche da lontano appare riconoscibile l’effigie di Sabétide, | piena di forma e maestà. | Abbandonati a contemplarla: ti par di vedervi di lei la saggezza e la dolcezza. | Lode a te, mirabile donna!

Gli influssi comunque sono disparati, come le anche le ispirazioni, antiche e moderne. All’interno della raccolta troviamo anche suggestivi riferimenti alla nenia arbereshe:

Chicchirichì cantò il gallo / Pietro mangiava pane di miglio…
Zia Marianna ne voleva un po’ / e la pancia lo tagliò con il
coltello.

Una costante resta, però: pur cambiando le “corde poetiche” Rizzo continua a sprigionare la forte carica femminile, quasi ancestrale, che contraddistingue tutti i suoi scritti precedenti:

Io sono te
con la costola dellʼuomo
nascosta in una scatola.

Tra i tanti temi, protagonista è anche lo scorrere del tempo:

Torna il mio inverno e so che lʼalbero nudo è più forte
non porta germogli né futili fiori
nelle viscere buie scava caverne
dove è solitario padrone.

e l’ipocrisia della società:

Quanto dolore represso nel rassicurante oblio
di una pietraia disposta in cerchio
e chiamata focolare.

Infine, si parla anche d’amore. Ma quello degli altri, sempre descritto con sapiente sguardo ecfrastico. Come se il sentimento divenisse opera d’arte da contemplare, sublime creazione umana e vivente da raccontare:

Sul tavolo rovescia la Juliette,
dagli accenti tonici mi sembra
che inarchi il corpo con amore
e insieme si chiudono a compasso
frugando labbra da baciare.Se solo potessero parlare…

Con la sua penna di piuma, Rizzo regala emozioni da osservare, condividere, assaporare. Il libro si legge in un secondo, quasi si beve. Come la vita che trasuda dalle parole senza tempo di Plethora.

Alessia Pizzi

 

Quattro chiacchiere sui vini Italiani: Il Prosecco fenomeno da export

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Quattro chiacchiere sui vini Italiani: Il Prosecco fenomeno da export

Il Prosecco è il gigante degli aperitivi e protagonista delle bollicine Italiane nel mondo, ma c’è ancora chi si ostina a chiamarlo prosecchino.

Sono due le regioni a contendersi la paternità del Prosecco, che con i suoi quasi tre milioni di ettolitri risulta essere il vino Italiano più esportato nel mondo.

Le tipologie più note sono quelle Venete di Conegliano e Valdobbiadene, ma le origini di questo vino frizzante o spumante, sono da rintracciarsi in terra friulana. Il nome deriva dal Castello di Mocolano antico luogo di produzione in territorio Triestino, indicato anche come Torre di Prosecco.

Nel tempo il flusso produttivo è scivolato verso il Veneto, tra le colline del trevigiano. Oggi la Doc Prosecco e le Docg Asolo e Valdobbiadene rappresentano il cuore del fenomeno Prosecco. Un successo da record, certificato dal continuo numero di tentativi di contraffazione del marchio e di imitazione del prodotto.

Dal Prosecco Garibaldi circolato in Brasile, al Prošek Croato, passando per il Prosecco Vintage Australiano. I numeri dell’esportazione attestandosi sui 400 milioni di bottiglie annue e in costante crescita, ne certificano lo straordinario successo planetario.

prosecco Popolarità che attraverso diversi riferimenti culturali, accende l’interesse sull’intero territorio. Uno di questi è Il romanzo di Fulvio Ervas “Finché c’è prosecco c’è speranza”.

Giallo ambientato nel mondo del vino a cui le vicende dei protagonisti sono fortemente ancorate. Dal libro è tratto anche l’omonimo film, che il regista coneglianese Antonio Padovan porterà a breve sul grande schermo.

Annunciato alla Biennale di Venezia, le riprese hanno avuto inizio con la vendemmia 2016. L’intenzione è quella di rendere il territorio nel fascino della sua bellezza. Fotografare il tessuto sociale nella sua attualità per liberarlo dagli stereotipi tipicamente veneti.

Il mondo del Prosecco si sviluppa intorno al “Glera”.

E’ questo il vitigno a bacca bianca che deve essere impiegato almeno per l’85% nella produzione del prosecco, con piccolo saldo possibile di altre uve. Originariamente il metodo di vinificazione era sui lieviti, o dal francese “Sur lie”. Consisteva nell’aggiunta di questi ultimi per avviare la rifermentazione direttamente in bottiglia.

I Prosecco così prodotti e definiti “col fondo”, si presentano più torbidi proprio per la presenza dei lieviti esausti e rappresentano una produzione di nicchia. Tra l’altro molto apprezzata dagli enoappassionati.

prosecco

La maggioranza delle uve viene invece vinificata attraverso fermentazione in autoclave con metodo Martinotti, che ne evidenzia il profilo aromatico.

Oltre mille le cantine distribuite sul territorio, arduo l’esercizio di attribuire menzioni di merito ma Miotto, Mionetto, Frozza, Masottina, Malibràn, Andreola, Cirotto, Bortolin, San Martino e Bisol Solighetto possono essere inclusi senza indugio.

Il bouquet olfattivo del Prosecco fine e delicato, riporta a profumi di frutta e fiori freschi. Nelle versioni col fondo si individua anche la fragranza della crosta di pane, tipica della presenza dei lieviti. Il suo impiego ideale è l’aperitivo. Ben si accompagna infatti alle tartine guarnite in diversi modi, dai salumi ai patè.

Ottimo con la maggioranza dei finger food e la pizza con la mortadella. Sulla tavola l’antipasto è la sua portata ideale, specialmente in accompagnamento a pesce, crostacei e molluschi anche in tempura, salmone affumicato, tartare di gamberi.

Si accosta bene anche con primi e secondi di mare delicati, le verdure e i sughi leggeri alle erbe aromatiche.

Il risotto al prosecco è il piatto più popolare tra quelli in cui viene impiegato. Spesso proposto anche in accostamento con altri ingredienti tipo gamberi e pancetta, o come lo ha presentato lo chef Barzetti alla Prova del cuoco, insieme al radicchio l’altro protagonista della zona per un piatto ad alto tasso di tipicità.

Bruno Fulco

Il potere ancestrale della Venere in Pelliccia

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Il potere ancestrale della Venere in Pelliccia

Dal 26 gennaio Sabrina Impacciatore e Valter Malosti sono i protagonisti di Venere In Pelliccia di Davis Ives al Teatro Ambra Jovinelli.

La pièce pluripremiata a Broadway e da cui Roman Polanski ha tratto l’omonimo film è per la prima volta in scena in Italia con Sabrina Impacciatore e Valter Malosti, che ne cura anche la regia.

Il teatro nel teatro, un palco rosso, sopraelevato, si apre il sipario e in scena c’è lui, il regista che alla fine di una giornata di audizioni, è stremato e scontento per non aver trovato l’attrice protagonista di Venere in Pelliccia (tratto dal romanzo di Sacher Masoch, 1870), di cui ha curato l’adattamento: è al telefono ed esprime il suo disappunto.

Suonano alla porta. È lei, Sabrina, Vanda Jordan “ingenua, goffa, volgare e inopportuna” gli chiede di poter fare un’audizione; insiste anche dopo i ripetuti i no, insiste ancora, tra parolacce e insulti racconta le sue peripezie per raggiungere il luogo dell’audizione con “solo” cinque ore di ritardo.

Esausto e impossibilitato ad opporsi all’invadenza della giovane, il regista cede alla sua determinazione quando lei, abile nell’uso dell’arte femminile, lo fa cadere in trappola. Vanda durante il provino si trasforma con una crescente femminilità  – da ragazza scombinata nella seduttrice Wanda Von Dunayev, la protagonista di Venere in Pelliccia. Il rapporto tra attrice e regista muta, si scambiano i ruoli di vittima e carnefice.

Potere, sesso  e seduzione si intrecciano. Il centro è sempre il rapporto di coppia, dove uno prevarica sempre l’altro, ma in un istante può cambiare tutto, è tutto appeso a un filo di seduzione continua.

“L’uomo vuole sempre che una donna sia sensuale,  ma che non lo sia con nessun altro uomo, voi volete che vi diamo piacere ma come possiamo farlo senza affinare le abilità necessarie […] nella nostra società la donna ha potere solo attraverso gli uomini”. 

Sabrina preparatissima, recita un testo lungo e difficile senza una pausa, tutto d’un fiato, intenso e divertente ma anche profondo e brutale.

Ha studiato i quadri dell’ 800, i testi di Masoch, calandosi nella parte e diventando Wanda in ogni sua parte, affrontando argomenti sadomaso, tabù per l’epoca del romanzo, ma forse anche oggi.

Un unico atto, un divano rosso, un palco, un tavolino, una donna e un uomo, non serve altro per fare del buon teatro.

Valter Malosti – coprotagonista importante – viene tuttavia schiacciato dalla personalità di Sabrina, forte e affascinante, anche quando nel finale i ruoli si scambiano. La prima rappresentazione è sempre la più difficile, si percepiva la tensione, forse un po’ veloci le parole e un po’ troppo lunghi i dialoghi per un unico atto, ma sono dettagli di uno spettacolo ben riuscito, un omaggio alle diverse sfaccettature della personalità femminile.

Resta solo una domanda, che noi donne ci siamo poste: “chi è il personal trainer di Sabrina?” non è solo brava, ma perfetta nella sua sensualità in guêpière.

I costumi sono di Massimo Cantini Parrini, premio David di Donatello 2016, e i suoni di G.U.P. Alcaro, premio Ubu 2014. Importante nel continuo scambio dei ruoli il gioco di luci e di ombre di Nicolas Bovey che accentuano  la dominanza di uno o dell’altro personaggio nel continuo scambio dei ruoli.

Da non perdere fino al 5 febbraio questo erotico duello teatrale, che coinvolge lo spettatore con il suo misterioso finale.

Sara Cacciarini

Palazzo Altemps: la mitologia della Bellezza

Palazzo Altemps: la mitologia della Bellezza

Il 5 febbraio 2017 vi aspetta una visita guidata al Museo nazionale Romano con RomaTrePerRoma

Cos’è la Bellezza? Forse una specie di perfetta applicazione di un canone di ritmi, forme e proporzioni.

Storici e archeologi interpretano così le meravigliose sculture create in tempi antichi dai greci prima e dai romani poi. Gli artisti dell’antichità classica hanno dovuto ricercare la bellezza nella perfezione di un canone, applicandola alle figure più perfette che potessero esistere nel loro mondo: gli dei. È infatti nella mitologia che nascono storie di fanciulle bellissime, di dei potenti che lanciano fulmini e saette dall’alto dell’Olimpo o che accompagnano gli uomini in battaglia o durante i viaggi per mare.

A Roma esiste un luogo speciale, uno scrigno di bellezza, in cui è possibile scoprire la perfezione in tante statue sopravvissute al tempo e giunte fino a noi. Si tratta di Palazzo Altemps, un palazzo rinascimentale a due passi da Piazza Navona. Oggi Palazzo Altemps accoglie una delle sedi del Museo Nazionale Romano.

In occasione dell’ingresso gratuito per la prima domenica del mese di febbraio (5.2.17), l’associazione culturale RomaTrePerRoma organizza una visita guidata pomeridiana con appuntamento alle ore 14.30 all’ingresso del museo per scoprire insieme queste meraviglie. Per informazioni e prenotazioni ecco il link adatto: https://goo.gl/forms/rsinTg4KI7v2p49O2

Silvia Sarli

8 donne e un mistero, femminilità e teatro noir uniti per il cinema

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“Ci sono diversi tipi di donne, Augustine”

Tutti noi abbiamo dei film che, senza saperne come, riescono a darci qualcosa ogni volta che li vediamo, anche se è la millesima volta.

Qualcuno ha commedie romantiche, dove a seconda del periodo che sta vivendo, fa più o meno casa ad una frase o ad un dialogo. Altri hanno film di fantascienza, dove gli effetti speciali sono sempre una sorpresa.

Io ho 8 donne e un mistero, una commedia noir, del 2002, firmata dal francese François Ozon. Un film che con i suoi dialoghi, la sua scenografia e, soprattutto, le sue interpreti riesce sempre a lasciarmi una sensuale carezza.

E’ la storia di Marcel, la cui vita è invasa da otto figure femminili: la sorella Pierrette dal passato burrascoso (Fanny Ardant), l’avvenente moglie Gaby (Catherine Deneuve), la bisbetica cognata Augustine (Isabelle Huppert), l’anziana suocera Mamy (Danielle Darrieux), la primogenita figlia modello Suzon (Virginie Ledoyen), la secondogenita ribelle Catherine (Ludivine Sagnier), la sensuale cameriera Louise (Emmanuelle Béart) e la governante di casa Chanel (Firmine Richard).

Una mattina d’inverno Marcel viene trovato assassinato, con le donne presenti in casa. Il telefono è stato staccato, l’auto mano-messa e una tempesta di neve impedisce il passaggio. L’assassino è in casa. E, ipotizza qualcuno, se fosse un’assassina? Tensione, invidia, rabbia e rancori metteranno le donne a svelare misteri e bugie pur di scoprire chi ha ucciso l’unico uomo di casa.

Il film è un inno al mondo della femminilità.

Le sue interpreti sono tutte maschere di un universo vastissimo che spesso ogni donna nasconde in sé: la sincerità (Chanel), il segreto (Cathrine), il finto perbenismo (Suzon), l’ipocrisia (Gaby), la finzione (Mamy), la sensualità (Louise), la solitudine (Augustine) e l’esperienza (Pierrette).

Non c’è argomento che non venga trattato, in questa storia dal gusto anni ’50. Si affronta tanto la maternità quanto l’incesto, il dramma di perdere un genitore e l’esilarante istinto di negare l’ovvio. Si passa dal silenzio di un amore non corrisposto o perduto alla sensualità del rubarlo. Si parla dell’omosessualità, dai suoi aspetti più puri a quelli più proibiti.

Forte, soprattutto, è la volontaria influenza del teatro. Per prima cosa, rispetta le tre unità aristoteliche di tempo, luogo e azione. La gestione dei movimenti, la capacità di soffermarsi sugli sguardi da parte della telecamera sono un’altro indizio.

Uno dei più forti è il colore. Non solo delle luci, che variano dall’occhio di bue agli sfumati, ma anche i costumi. Ognuna ha un colore per essere riconosciuta: tipico escamotage teatrale. Il testo è poetico, allusivo, potente e schietto. Tranne le attrici, non vediamo nessun altro, neanche una comparsa: lo stesso Marcel compare poco e mai in viso.

Il vero momento teatrale è il finale.

8 donne e un mistero

Non facendo assolutamente ‘spoiler’ sul finale di questo giallo, è giusto descrivere la scena. Tutte le protagoniste si trovano una accanto all’altra, dandosi la mano, aspettando un buio sul quale compare la parola ‘fine’.

L’inquadratura (una panoramica oggettiva) che il regista fa ricorda molto il finale di uno spettacolo teatrale. Sembra quasi che davanti a noi ci siano una scena e loro attendano il meritato applauso.

3 motivi per vedere il film:

– E’ un giallo: si ha impazienza di scoprire l’assassino

– Ogni attrice canta una canzone. i testi di alcune sono tratte da canzoni di celebri artisti francesi

– Fanny Ardant, Emmanuelle Béart, Danielle Darrieux, Cathrine Deneuve, Isabelle Huppert, Virgine Ledoyen, Firmine Richard e Ludivine Saigner

Quando vedere il film:

C’è sempre tempo per vedere 8 donne e un mistero.

Francesco Fario

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Sleepless, il giustiziere in nome della famiglia

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Sleepless, il giustiziere in nome della famiglia

Il tenente Downs nella Las Vegas del vizio combatte da solo droga e corruzione, fino a che le sue priorità non cambieranno drasticamente

Sleepless non è certamente una pietra miliare dell’action-thriller.

Bisogna dire però che l’uscita di un film che lascia il segno in questo tipo di cinema è cosa rara. Ma la precisazione non deve scoraggiare perché nel complesso gli elementi che ne fanno un film godibile per i fans del genere ci sono tutti. O almeno abbastanza.

Sullo sfondo di una Las Vegas gaudente droga e corruzione vanno a braccetto ed è qui che va a infilarsi il tenente Downs (Jamie Foxx).

La sua mossa sbagliata causa il coinvolgimento del figlio e allora gli eventi prendono forzatamente tutta un’altra piega. Nonostante le premesse si snodino su un copione rivisto all’infinito la storia tiene.

E data la ripetitività è già un merito per il regista Baran Bo Odar. In suo aiuto certamente lo sviluppo della storia, contenuta in un arco temporale abbastanza limitato. Anche una  buona dose di guizzi  condiscono la sceneggiatura al punto giusto tenendo vivo il film fino alla fine.

sleepless

C’è poi l’interpretazione di Jamie Foxx che impreziosisce tutto il contesto, che per un film del genere è moltissimo. Con lui il tenente Downs non assume i connotati melensi e stucchevoli del solito poliziotto sfigato.

Quello tutto dedito al lavoro che senza accorgersene si distacca dal contesto familiare mandando tutto in malora. Al contrario non è un idealista ma solo uno che fa bene il suo lavoro.

Uno che vorrebbe pensare di più alla sua famiglia ma che invece, incappato in qualcosa più grande di lui, se ne allontana ad ogni passo di più. Foxx rende credibile il personaggio  così come lo è la poliziotta antagonista interpretata da Michelle Monaghan.

A suo agio nel ruolo anche Scott Mc McNayri nei panni dello spietato e un po’ psicotico trafficante di droga. Un po’ meno l’altro cattivo interpretato da Dermot Mulroney.

Forse più a suo agio nei panni del mancato sposo di Fiona Gallagher in Shameless, che come boss dei casinò di Las Vegas. In generale però tutti i personaggi entrano nella storia al momento giusto per generare la tensione necessaria.

sleepless

In generale c’è da apprezzare lo sforzo per evitare che Sleepless cada nel solito cliché.

Pur rimanendo nelle dinamiche di genere, la produzione riesce a mettere sullo schermo una storia i cui protagonisti e gli eventi sembrano ripresi dalle pagine di un quotidiano ma senza eccessi. Per la verità qualcuno ce n’è ma è da considerarsi tra i peccati veniali di questo genere di pellicole.

Da una parte gli inseguimenti in auto con conseguenti crash e macchine rotolanti risultano misurati forse come non mai. Di contro le scene di lotta risultano ancora un po’ troppo esagerate. Se fossero state più corte e con qualche colpo di arti marziali in meno il realismo ne avrebbe certamente guadagnato.

Anche delle solite sedie in testa spaccate in mille pezzi questi film potrebbero ormai fare a meno. Almeno quando si cerca di confezionare un film che vada oltre la mera operazione commerciale. Però c’è da dire che almeno per queste scene in Sleepless sono stati usati alcuni set interessanti, segno dell’impegno della produzione che si intravede in ogni componente del film. Anche nella esatta scelta della lunghezza, quel tanto che basta a prevenire la noia.

Bruno Fulco

Verdi religioso, guerriero e fortemente trascinante: Giovanna d’Arco

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Verdi religioso, guerriero e fortemente trascinante: Giovanna d’Arco

La cavalcata imperterrita di #CantaCheTePassa continua sempre nel segno di Giuseppe Verdi. Oggi parleremo della sua Giovanna d’Arco.

Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi è una di quelle opere che ha dovuto subire l’onta del disprezzo. Andata in scena per la prima volta il 15 febbraio 1845 al Teatro alla Scala su libretto di Temistocle Solera tratto dal dramma di Friedrich Schiller La Pulzella d’Orléans, ha dovuto spesso subire l’onta della critica.

Una delle accuse che fu fatta e quella di non creare una dramma che scorre in maniera lineare. Ritorna la tipica forma chiusa del primo Verdi.

La trama

Nel 1429, a Domremy, Carlo decide di deporre le armi contro il suo rivale inglese, visto che gli apparsa in sogno la Vergine ordinandogli di lasciare le armi e l’elmo in un bosco. Giunto a conoscenza che nel bosco vi era una cappella dedicata alla Vergine, vi si reca. In quel momento la giovane Giovanna d’Arco sta tornando dalla cappella alla sua casa. Essa è rattristata in quanto non può combattere contro gli Inglesi. Le schiere celesti appaiono dicendole che il suo grande sogno sta per avverarsi, ma non dovrà provare nessun affetto terreno. Giovanna corre verso la cappella e trova le armi di Carlo. Impossessatasi di esse si dichiara a Carlo come colei che salverà la Francia.

Giacomo, il padre di Giovanna, crede che il re si sia impossessato di sua figlia tramite le forze infere. Carlo s’innamora man mano di Giovanna ed anche lei incomincia, ma le schiere angeliche le ricordano la sua rinuncia. All’incoronazione di Carlo, Giacomo accusa pubblicamente Giovanna di avere rapporti con il demonio. La ragazza viene arrestata e rinchiusa in una torre. Dopo un colloquio con il padre, egli capisce di aver sbagliato e libera sua figlia, la quale potrà andare a combattere. Giovanna viene ferita a morte e morirà tra la gloria inneggiata dagli spiriti eletti.

Lo stile

giovanna d'arcoÈ un’opera ancora a forme chiuse e non permette un fluire dell’azione, inoltre il libretto di Solera è povero. Venne ripresa alla Scala nel 1858, nel 1865 e poi nel 2015, con lo spettacolo diretto da Riccardo Chailly di cui riportiamo le foto.

Ciò non toglie che vi sia una grande quantità di meravigliosa musica, come il terzetto Pronta son, dotato di una forza prorompente, con l’orchestra che sembra trascinare il pubblico ed i cantanti in battaglia, la dolcissima aria di Giovanna O fatidica foresta, quando lei ricorda del primo incontro con Carlo, o la celeberrima e vigorosa ouverture. L’opera s’inserisce, con il tema dell’amor patrio, nel periodo storico, interessato dalle guerre d’indipendenza. Tra le incisioni storiche consigliamo quella incisa da James Levine Montserrat Caballé, Placido Domingo e Sherrill Milnes.

La presenza del video con la Netrebko è stato voluta per mettere in luce la diversità dei vari maestri nell’affrontare le opere. Il maestro Riccardo Chailly, con il suo cast (Anna Netrebko, Francesco Meli come Carlo e David Cecconi come Giacomo) alla Scala punta su di un maggiore lirismo. Egli tratteggia con grande passione e poesia il dramma umano di Giovanna. Il direttore americano James Levine, nella storica registrazione, ed il suo cast affrontano la partitura con maggior vigore, quel senso “garibaldino” che appartiene al primo Verdi. Due mondi diversi, due modi di concepire un capolavoro ma entrambi interessanti

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Marco Brescia & Rudy AmisanoTeatro alla Scala 2015)

A Roma Sangiovese Purosangue edizione 2017

A Roma Sangiovese Purosangue edizione 2017

Lo storico appuntamento di gennaio sul Sangiovese ancora una volta organizzato dall’EnoClub Siena nelle sale del Radisson Blu Hotel a Roma.

L’Associazione EnoClub Siena rinnova l’appuntamento con il Sangiovese, un evento che ormai si ripete da 6 anni.

Nei giorni  29 – 29 /01 si terrà il decimo evento romano targato Sangiovese Purosangue. Il progetto di valorizzazione del vitigno trova ogni volta nuovi spunti di approfondimento e riflessione, cercando di non banalizzare mai un tema estremamente complesso e importante, affrontando la conoscenza delle molte zone italiane in cui si coltiva.

Partendo dal nucleo del Sangiovese toscano (sempre dettagliato per aree e sottozone, con ulteriori approfondimenti), indagando e confrontando poi anche le altre zone italiane: Romagna, Umbria, Lazio, con le rispettive sottozone e cru.

60 produttori presenti, con un’ampia rappresentanza di produttori di Brunello di Montalcino (18) e Chianti Classico (20).

Attraverso i banchi di assaggio e i seminari potremo valutare la diversa declinazione territoriali (in purezza o con l’apporto di altri autoctoni). Il marchio SANGIOVESE PUROSANGUE, usato in più occasioni per dare un senso di appartenenza e unità all’ampio gruppo di produttori toscani aderenti alle iniziative scorse, diventa un nome unificante attorno al quale cercare di scoprire e valorizzare la qualità in quei produttori italiani che hanno deciso, per vocazione e tradizione, di puntare sul Sangiovese.

Sangiovese Purosangue edizione 2017

La storia di Sangiovese purosangue: Ricordiamo brevemente le date e i temi dei precedenti incontri:

Rosso di Montalcino  2012, Villa Aldobrandeschi;Brunello di Montalcino  Boscolo Hotel, novembre 2012;

Sangiovese Toscano all’Exed Luxury Event Roma, 2013;

Sangiovese d’Italia al Radisson Blu Hotel, edizioni 2013 – 2014 – 2015 – 2016;

Sangiovese Purosangue a Siena, edizioni 2015 – 2016;

Sangiovese d’Italia a Milano 2014;

Il Cortile del Sangiovese nelle edizioni di Wine Town 2012 e 2013.

Avvenimenti che hanno sempre richiamato un pubblico numeroso e ben selezionato, con presenze interessanti: i più importanti operatori, giornalisti, blogger e appassionati.

Programma: Sabato 28 gennaio 2017

ore 14.00 – Apertura banchi di assaggio

ore 15.00  – Seminario-degustazione sulle aree del Sangiovese: Chianti Classico, Volterra, Montepulciano, Umbria. A cura di Marco Cum e Davide Bonucci (euro 35 con ingresso incluso) – Modigliana, l’Appenino alto della Romagna. Degustazione con Giorgio Melandri e Davide Bonucci (ingresso gratuito).

ore 17.30 – Verticali parallele Brunello di Montalcino, Vigna Vecchia vs. La Fornace, Le Ragnaie 2007-2012, con Riccardo Campinoti. A cura di Davide Bonucci (euro 45 con ingresso incluso)

Brunello di Montalcino Vigna Vecchia Le Ragnaie 2007-2008-2009-2010-2011-2012 Brunello di Montalcino La Fornace Le Ragnaie 2007-2008-2010-2011-2012

ore 20.00 – Chiusura banchi di assaggio

Domenica 29 gennaio 2017

ore 12.00 – Apertura banchi di assaggio

ore 19.00 – Chiusura banchi di assaggio

Per l’elenco completo dei produttori e dei vini presenti consultare il sito di EnoClub Siena.

Ingresso euro 20

Ridotto euro 15 (Soci Enoclub Siena, Riserva Grande, sommelier muniti di tessera)

www.radissonblu.it/eshotel-roma

 

Hygge, il metodo danese per vivere felici

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Il metodo danese per vivere felici. Hygge, il segreto di un popolo sereno di Marie Tourell Søderberg

Un libro per conoscere un popolo distante geograficamente e culturalmente che però da decenni risulta il più felice del mondo. 

Quando mi è stato proposto di leggere e poi magari recensire questo libro, inizialmente ho avuto qualche dubbio. Il motivo? Piuttosto semplice, mi lasciava alquanto perplesso il titolo, non volevo si trattasse di uno di quei libri, non ne mancano certo in commercio, che, scritti da improvvisati Guru, dispensano più che consigli veri e propri comandamenti, molto spesso del tutto inapplicabili. Poi, però, in relhygge newton comptonigioso ossequio ai dieci diritti del lettore del grande Pennac, ho accettato la sfida e, alla fine, non ho sbagliato.

Il metodo danese per vivere felici di Marie Tourell Søderberg si è rivelato una scoperta. Bestseller in Inghilterra, da settimane stabilmente in testa alle classifiche dei libri più venduti, in Italia pubblicato da Newton Compton, Il metodo danese per vivere felici suscita simpatia già alla vista, per la copertina morbida, per la grafia chiara, per le tante e belle foto al suo interno, per la giovane età della sua autrice, è nata a Copenaghen nel 1988 e, infine, per i semplici e numerosissimi consigli che fornisce.

L’indicazione, nell’accostarsi a questo libro, è quella di non attendersi formule magiche sulla felicità, purtroppo ad oggi sembrano ancora non esistere, ma quello di farsi prendere dalla semplicità di un popolo, quello danese, da decenni ritenuto il più felice del mondo da appositi rapporti stilati da una specifica agenzia dell’Onu.

Sfogliando questa sorta di manuale si entra, infatti, a contatto con la particolare cultura danese, e in generale del nord Europa, lontana anni luce dalla nostra. Per certi aspetti, si prova, inizialmente, la stessa sensazione di disagio che abbiamo, chi più chi meno, avvertito entrando in uno dei tanti grandi negozi dell’Ikea. Quel loro modo semplice, rustico, decisamente spartano di vivere, sulle prime ci disarma, ci delude, ci spiazza, risultando lontano dai nostri stili barocchi, dalla nostra filosofia di vita, poi, invece, una volta compreso, lentamente ci affascina.

Il metodo danese è un libro singolare, impossibile catalogarlo in un preciso genere, che ruota tutto intorno a una sorta di parolina magica: hygge, di certo impronunciabile e onestamente non facilmente traducibile in italiano ma che, per certi aspetti, è l’essenza della cultura danese. Hygge potrebbe essere tradotto in vari modi, tipo intimità, calore, cordialità, ma forse, più che una a una semplice parola, è più giusto ricorrere a un concetto per cercare di spiegare cosa rappresenti l’hygge per il popolo danese, l’abitudine a trovare la felicità nelle piccole cose, in quelle che molto spesso ignoriamo o, semplicemente, consideriamo poco.

L’Hygge per i connazionali della Sirenetta è come il puffare degli gnomi blu disegnati dal fumettista belga Peyo (nome d’arte di Pierre Culliford) sul finire degli anni Cinquanta. I danesi, così come le piccole creature blu, infilano la parola hygge praticamente ovunque e lo utilizzano non solo come sostantivo, ma anche come verbo e, anche, come un aggettivo. Per cui sarà assolutamente normale che un danese, alla domanda su che cosa stia facendo, risponda serafico sto hyggando o che mangi un toast hygge, beva una birra hygge o che vesta hygge o che, suoni semplicemente in modo hygge. Per capire, dunque, la centralità di questa parola l’autrice, alla fine del suo libro, inserisce un vero e proprio piccolo dizionario che riporta tutta una serie di parole composte dal lemma hygge.

Impareremo, dunque, leggendo questo libro ad arredare una casa in modo hygge, a preparare gustose ricette, ce ne sono diverse (ottima quella dello Snobrød, il tipico pane a treccia danese), in modo hygge, ad affrontare la vita in modo hygge, comprendendo che i bambini, almeno quelli danesi, hyggano che è una meraviglia.

hygge newton compton
Snobrød, il tipico pane danese

Un libro per cercare di capire la cultura di un popolo così apparentemente distante che ha fatto dell’Hygge un valore fondante, al pari della libertà individuale per gli americani o l’ordine per i tedeschi, coniando un motto, direttamente ricavato dalla storia stessa del Regno di Danimarca (una volta molto vasto, comprendeva ampie aree della Svezia, della Norvegia e della Germania e ora, in seguito a numerose guerre, diventato decisamente piccolo) che per i danesi è una sorta di legge universale e che potrebbe e forse dovrebbe esserlo per tutti noi:

“Ciò che è perso all’esterno, verrà conquistato all’interno”

E così hanno fatto, alimentando, davanti all’evidenza, un forte senso di comunità, formando gruppi, associazioni, creando scopi, occasioni per stare insieme, creando un sano nazionalismo, non fondato su presunte e pericolose logiche razziali, ma sul bisogno di costruire un sistema sociale, basato su istruzione gratuita, elevata assistenza sociale, stabilità economica, rispetto per gli altri, attenzione per l’ambiente, cura del particolare, tutte condizioni che stupiscono, in positivo, chiunque visiti la Danimarca.

È normale che con un simile humus, un ideale substrato, l’hygge possa facilmente allignare, creando frutti straordinari.

La lettura di questa sorta di bibbia laica danese, forse, non ci cambierà la vita, non ce la renderà più facile ma ci fornirà alcuni spunti interessanti, avvicinandoci a un popolo sì distante geograficamente e culturalmente ma che, di sicuro, riesce ad affrontare la vita in modo migliore, quasi felicemente e allora che dire… buon hygge a tutti.

Maurizio Carvigno

 

Tutte le nominations dei premi Oscar 2017

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Tutte le nominations dei premi Oscar 2017

Partiamo con i dati di fatto: un paio di sorprese mica male, un titolo italiano presente tra i documentari, 9 film candidati al premio massimo, e La La Land che straccia tutti con 14 nominations (record assoluto nella storia dell’Academy, eguagliati Eva contro Eva e Titanic).

Questo e molto altro nelle nominations per gli Oscar 2017, e di seguito trovate prima l’elenco completo e poi un rapido commento:

 

Miglior film
Arrival
Barriere
Hacksaw Ridge
Il diritto di contare
Hell or High Water
La La Land
Lion
Manchester by the Sea
Moonlight

 

Miglior regia
Barry Jenkins (Moonlight)
Denis Villeneuve (Arrival)
Damien Chazelle (La La Land)
Kenneth Lonergan (Manchester by the Sea)
Mel Gibson (Hacksaw Ridge)

 

Miglior attore protagonista
Andrew Garfield (Hacksaw Ridge)
Casey Affleck (Manchester by the Sea)
Denzel Washington (Barriere)
Ryan Gosling (La La Land)
Viggo Mortensen (Captain Fantastic)

 

Miglior attrice protagonista
Emma Stone (La La Land)
Isabelle Huppert (Elle)
Natalie Portman (Jackie)
Meryl Streep (Florence)
Ruth Negga (Loving)

 

Miglior attore non protagonista
Dev Patel (Lion)
Michael Shannon (Nocturne Animals)
Jeff Bridges (Hell or High Water)
Lucas Hedges (Manchester by the Sea)
Mahershala Ali (Moonlight)

 

Miglior attrice non protagonista
Michelle Williams (Manchester by the Sea)
Naomie Harris (Moonlight)
Nicole Kidman (Lion)
Octavia Spencer (Il Diritto di Contare)
Viola Davis (Barriere)

 

Miglior sceneggiatura originale
Hell or High Water
La La Land
Manchester by the Sea
The Lobster
2oth Century Women

 

Miglior sceneggiatura non originale
Arrival
Barriere
Il Diritto di Contare
Lion
Moonlight

 

Miglior film straniero
A Man Called Ove (Svezia)
Land of Mine (Danimarca)
Tanna (Australia)
The Salesman (Iran)
Toni Erdmann (Germania)

 

Miglior film d’animazione
Kubo and the Two Strings
Oceania
My Life as a Zucchini
The Red Turtle
Zootopia

 

Miglior montaggio
Arrival
Hacksaw Ridge
Hell or High Water
La La Land
Moonlight

 

Miglior fotografia
Arrival
La La Land
Lion
Moonlight
Silence

 

Miglior scenografia
Animali fantastici e dove trovarli
Arrival
Ave, Cesare!
La La Land
Passengers

 

Migliori costumi
Allied
Animali Fantastici e dove trovarli
Florence
Jackie
La La Land

 

Miglior colonna sonora
La La Land
Lion
Moonlight
Passengers
Jackie

 

Miglior canzone
“Audition” (La La Land)
“City of Stars” (La La Land)
“Can’t Stop the Feeling!” (Trolls)
“How Far I’ll Go” (Oceania)
“The Empty Chair” (Jim: The James Foley Story)

 

Migliori effetti speciali
The Jungle Book
Rogue One: A Star Wars Story
Kubo and the Two Strings
Doctor Strange
Deepwater Horizon

 

Miglior sonoro 
Arrival
Hacksaw Ridge
La La Land
Rogue One: A Star Wars Story
13 Hours

 

Miglior montaggio sonoro 
Arrival
Deepwater Horizon
Hacksaw Ridge
La La Land
Sully

 

Miglior trucco e acconciatura
A Man Called Ove
Star Trek Beyond
Suicide Squad

 

Miglior documentario
O.J: Made in America (Ezra Edelman)
I Am Not Your Negro (Raoul Peck)
Life, Animated (Roger Ross Williams)
13th (Ava DuVernay)
Fuocoammare (Gianfranco Rosi)

 

Miglior cortometraggio
La Femme et le TGV
Silent Nights
Sing
Timecode
Ennemis Interieurs

 

Miglior cortometraggio documentario
Extremis
Joe’s Violin
The White Helmets
4.1 Miles
Watani My Homeland

 

Miglior cortometraggio d’animazione
Borrowed Time
Blind Vaysha
Pear, Cider and Cigarettes
Piper
Pearl

 

Iniziamo dai dati conclamati già detti in apertura: credevamo La La Land piacesse così tanto, praticamente tutti pronosticavamo quota 13 candidature, invece con una in più (praticamente la doppia nel sonoro, cosa anche inusuale per un musical) il film di Chazelle ha fatto il record e si conferma il “mostro” della stagione. A parte cataclismi, la sua dovrebbe essere una marcia da qui fino al 26 febbraio. I rivali indubbiamente ci sono, e tanti: si torna a 9 come numero di candidati a migliori film, praticamente tutti quelli possibili e gli stessi già menzionati dalle nominations dei PGA.

Nella regia come immaginabile la cinquina del DGA si replica per 4 su 5 ed a sorpresa rientra Mel Gibson, che molti iniziavano a dare per spacciato: invece il suo film, andato benissimo con le nominations che doveva prendere, è la conferma della rinascita dell’autore australiano.

Nelle 4 categoria attoriali la prima notizia è il tema della “diversity”: dopo l’anno di polemiche di #OscarSoWhite, quest’anno invece, per la quarta volta nella storia, in tutte e quattro le categorie c’è almeno un performer di colore. Il traguardo è tagliato grazie alla nomination a sorpresa di Ruth Negga, è lei in un certo senso a “rubare” il posto a Amy Adams, e quindi è quest’ultima il classico performer, che abbiamo ogni anno, nominato ad ogni premio precedente e poi snobbato dall’Academy. Nella medesima categoria è da sottolineare anche la prima candidatura in carriera per Isabelle Huppert e la 20° per Meryl Streep, record storico tra le attrici. Se poi le due cinquine di attore e attrice non protagonista non hanno riservato palpitazioni, quella di attore non protagonista racchiude l’altra sorpresa di giornata: salta Hugh Grant e rientra un performer di Animali Notturni ma non Aaron Taylor-Johnson nonostante la vittoria del Golden Globe, superato proprio dal collega di set Michael Shannon.

Nelle categorie tecniche troviamo l’unica nomination di Silence, per la fotografia, e poi da evidenziare le sorprese nella colonna sonora con la candidatura di Passengers e soprattutto Jackie. E se Arrival non taglia il traguardo per gli effetti speciali come si poteva immaginare, rientra invece Kubo e la spada magica, il secondo film d’animazione nella storia ad ottenere una simile nomination.

Infine, la nota di gioia e grande soddisfazione patriottica è la candidatura di Fuocoammare per il miglior documentario, l’ennesima testimonianza del livello di consacrazione internazionale raggiunto dai lavori di Gianfranco Rosi.

 

Ricordate che l’appuntamento con gli Oscar è per il 26 febbraio!

 

Una Festa Esagerata…!, Vincenzo Salemme al Teatro Sistina

Una Festa Esagerata…!, Vincenzo Salemme al Teatro Sistina

Risate e commozione per il nuovo spettacolo dell’attore e commediografo napoletano.

Vincenzo Salemme torna a teatro con una vera e propria “Festa Esagerata”, titolo della sua nuova commedia dai toni ironici e frizzanti, un vero e proprio omaggio al suo Maestro Edoardo De Filippo in chiave moderna e un ritratto ironico della piccola borghesia del nostro Paese.

Salemme non delude mai il suo pubblico, divertendolo e facendo da vero e proprio mattatore, accompagnato da attori bravissimi e complementari al suo ruolo. Un ritorno esilarante quello del comico napoletano a Roma, nella cornice del Teatro Sistina, tra le fragorose risate del pubblico e numerosi spunti di riflessione.

Foto di Federico Riva

Ci troviamo a Napoli. La storia narra di una famiglia borghese di oggi, composta da padre, madre e figlia impegnati nell’organizzazione della festa di 18 anni della ragazza. Nulla di più semplice. Peccato che l’imprevisto sia dietro la porta, anzi al piano di sotto. Gennaro Parascandalo (Vincenzo Salemme) deve infatti fare i conti con la morte del vicino di casa, che potrebbe mandare all’aria la festa tanto voluta dalla figlia e dalla moglie arrivista.

Aiutato da Antonio, detto Toni, il nuovo portiere del palazzo (Antonio Guerriero) impegnato nelle elezioni di condominio,  e da un prete (Nicola Acunzo) alternativo “da strada”, Gennaro intraprenderà un’insolita trattativa con la figlia del defunto, situazione che prenderà dei risvolti insoliti e tutti da ridere.

Ancora una volta, Vincenzo Salemme si conferma un bravissimo regista e commediografo capace di regalare in meno di due ore tante risate e riflessioni importanti sulla società di oggi. Attraverso le sue storie e i suoi personaggi, tutti perfettamente delineati e coerenti con il loro ruolo in scena, dona allo spettacolo un ritmo incalzante, serrato e momenti comici perfetti, secondo la migliore tradizione teatrale napoletana.

Insieme a lui, una compagnia con attori di ottimo livello: ricordiamo Teresa Del Vecchio, già veterana dei suoi spettacoli nel ruolo della moglie rampante, Mirea Flavia Stellato, Nicola Acunzo nel ruolo del parroco, Antonella Cioli nelle vesti della condomina del piano di sotto nonchè figlia del defunto, Antonio Guerriero, ovvero l’aspirante portiere sostituto, Sergio D’Auria, Vincenzo Borrino, nei panni del cameriere “finto indiano”, e Giovanni Ribò.

Molto coerente e apprezzato l’omaggio al grande Eduardo. Salemme porta in scena il suo Maestro, che in questo caso diventa il dirimpettaio al quale si rivolge il protagonista Gennaro, parafrasando la celebre “scena del caffè e del professore” dalla grande commedia “Questi fantasmi”.

Sul finale Salemme fa scendere qualche lacrimuccia, con una riflessione sull’ipocrisia e l’assurdità del mondo borghese, scegliendo una meravigliosa e commovente citazione facendo riecheggiare nel teatro la voce del grande Edoardo che chiede ad ognuno di noi: “T’ piac’ o Presep’?”.

Uno spettacolo da vedere assolutamente, fino al 5 febbraio al Teatro Sistina!

Ilaria Scognamiglio

Mezza Galera: 13 artisti, una settimana di reclusione e l’arte che esplode

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Mezza Galera: 13 artisti, una settimana di reclusione e l’arte che esplode

Mezza Galera, a cura di Giorgio de Finis, è il libro che racchiude tutte le opere scaturite fuori da un’insolita esperienza di isolamento, in collaborazione con ArteLiberaTutti.

Francesco Bancheri, Arianna Bonamore, Mauro Cuppone, Giovanni De Angelis, Giorgio de Finis, Massimo De Giovanni, Santino Drago, Martin Figura, Piotr Hanzelewicz, Hans-Hermann Koopmann, Andrea Lanini, Paola Romoli Venturi e Samuele Vesuvia sono stati “richiusi”, dal 2 al 17 agosto, nel carcere di Montefiascone. Il motivo? Un esperimento artistico.

Le emozioni, i vissuti e l’arte che ne è scaturita fuori sono racchiusi in questo libro. La resilienza artistica ha visto i 13 artisti in isolamento, indossando una tuta arancione, costretti a chiedere il permesso per andare in bagno, senza dispositivi connessi. Ognuno doveva arredarsi la propria cella con manufatti artistici di propria scelta, tra pittura, scultura installazioni o azioni performative.

Giorgio de Finis, organizzatore e partecipante di questo esperimento, ha trovato risposta alle sue domande.

Come avrebbero reagito gli artisti alla pena dell’isolamento? In quale forma creativa si sarebbe potuta esprimere l’arte? Sarebbero riusciti ad “evadere” con la mente?

Alcuni hanno trovato difficoltà nell’essere accuditi, una regressione forzata, ma tutti hanno trovato una spinta alla propria creatività, poiché questa è sempre la risposta a uno stimolo, estero o interno che sia.

Ho amato molto, di questo libro, che consiglio con entusiasmo, le immagini, il diario giornaliero e il vissuto dei protagonisti mi ha fatto venire voglia di provare, una serenità e un senso di pace interiore è quello che più spesso mi rimandano le immagini e i commenti degli artisti.

Bellissimo il Jardin des plantes di Arianna Bonamore, ispirato a i 7 girasoli che ogni giorno le hanno portato. Disegnati a pennarello su 36 fogli A3 stropicciati, ridi-stesi e attaccati al muro.

L’Attesa di Giovanni De Angelis, una linea rossa che divide la cella in due parti su cui ha inserito delle immagini non visibili dall’esterno. Entrando lo spettatore può vederle nascoste nelle pieghe del cartoncino dipinto, piccole fotografie che raccontano un sogno.

Are the birds free from the chains of the skyway? La frase di una canzone di Bob Dylan è l’ispirazione per il lavoro di Martin Figura. La sua cella è decorata con 12 anelli geometrici, eseguiti a matita, visibili da diverse prospettive ai quattro angoli della stanza.

Da ogni punto di vista, lo spettatore può vederne alcuni distorti, mentre altri no. E’ stimolato a muoversi nello spazio creando un’interazione dinamica.

Questi sono solo alcuni dei lavori dell’esperienza artistico carceraria. Gli altri 9 si possono esplorare nel libro Mezza Galera.

Sara Cacciarini

Tutto frutto dei suoi seni. La politica erotica di Gabrielle d’Estrées

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Tutto frutto dei suoi seni. La politica erotica di Gabrielle d’Estrées, l’amante del re che voleva diventare regina

In questo secondo articolo della rubrica “Arte a nudo (Tranquilli! Niente di scandaloso)” parleremo di un dipinto francese del XVI secolo, conservato al Louvre.

Il seno di una donna viene toccato e offerto al nostro sguardo. Un gesto “misterioso” che solleva ancora molte domande, gettando luce forse sugli intrighi del mondo elegante e seducente della corte di Enrico IV.

Osserviamo. Una tenda rossa si apre come un sipario e due donne nude si affacciano da una vasca da bagno in cui sono immerse. I capelli sono in ordine, indossano preziosi orecchini e la loro pelle appare morbida e levigata, trattata da bagni profumati o di latte.

I loro intensi sguardi su di noi ci fanno loro complici. Senza imbarazzo, nell’appartamento da bagno di qualche residenza, partecipiamo a un momento di socializzazione. Nessuno scandalo, neanche quando la donna di sinistra con la sua mano tocca elegantemente il capezzolo della figura di destra.

Loro continuano a guardarci, quel gesto è per noi. A dircelo è proprio la donna di destra che, mentre viene toccata, ci offre un anello perfettamente allineato al suo seno. Un capezzolo, offerto come un frutto, come una gemma incastonata in un anello. Il rituale degli sguardi e dei gesti non lascia nulla al caso. Ed ecco allora un dettaglio non secondario:

la tenda alle spalle delle due protagoniste si apre e ci fa intravedere una stanza dove una donna (severamente vestita) è assorta in un lavoro di cucito.

Sfortunatamente di questo olio su tavola (96×125 cm) non abbiamo molte informazioni certe.

Lo stile è elegante, prezioso e artificioso, a metà strada tra naturalismo e idealizzazione, a tratti astratto e arcaico. Tutto sembra confermare il legame con quella che si usa chiamare “Scuola di Fontainebleau”. Sotto Francesco I, a partire dagli anni Trenta del XVI secolo, la reggia di Fontainebleau (vicino a Parigi) divenne la fucina del Rinascimento francese, grazie all’arrivo di artisti italiani come Rosso Fiorentino, il Primaticcio, Nicolò dell’Abate, Luca Penni.

I pittori francesi, a partire da quell’incontro con la Maniera italiana, elaborarono un linguaggio singolare, coltivato per decenni. Il nostro dipinto fu probabilmente realizzato tra il 1594 e il 1599, sotto Enrico IV, da una seconda generazione di artisti della “Scuola”.

Quando il dipinto entrò nella collezione del Louvre nel 1937 il ritratto femminile di destra fu identificato, per corrispondenza con un disegno del museo Condé di Chantilly, con il volto di Gabrielle d’Estrées.

La suggestiva ipotesi non è stata mai abbandonata. Così la figura di sinistra è stata riconosciuta con una delle sorelle di Gabrielle, la Duchessa di Villard o forse la Marescialla di Balagny.

Il genere del ritratto nudo idealizzato o allegorico si era diffuso in Italia nel corso del Cinquecento: lo si ritrova in ambito raffaellesco tanto quanto nella tradizione veneziana.

L’arrivo degli artisti italiani aveva così probabilmente reso noto ai francesi alcuni esempi, come la Fornarina di Raffaello, o altre opere di Giulio Romano e Perin del Vaga. Da qui ebbe origine la moda francese di rappresentare dame e gentildonne seminude, alla toeletta, o trasfigurate in divinità (emblematico il caso di Diana di Poitiers – amante di Enrico II – trasformata in Diana, la dea della caccia).

Il tema del bagno, in concomitanza con la diffusione della moda di avere un “appartamento da bagno”, si sovrapponeva così alla mitologia: la toeletta di Venere, il bagno di Diana alla fonte, o quello delle Ninfe.

Ritroviamo questi temi in dipinti ed incisioni, spesso su modelli italiani. Immagini in cui i corpi femminili interagiscono tra di loro, aprendo anche a un immaginario lesbico che era a disposizione perlopiù di uno sguardo maschile.

Nel nostro dipinto abbiamo dunque una scena quotidiana glorificata come un episodio mitologico, dove un sapiente uso dell’erotismo, del linguaggio del corpo e del gioco omoerotico  cercano di pilotare l’interesse dello spettatore.

Ma con quale intenzione? Quale spettatore?

Alcuni studiosi, come Henri Zerner, hanno preso seriamente l’identificazione di Gabrielle d’Estrées. Figlia di Antoine (generale di artiglieria e governatore dell’Ile-de-France), divenne in breve tempo la favorita del re Enrico IV. La loro relazione iniziò probabilmente dopo un incontro nel 1590. Come copertura Enrico le impose un matrimonio nel 1592 con Nicolas d’Amerval; ma nel 1594 nacque Cesare, futuro duca di Vendôme, il primo di tre figli avuti dal Re. Enrico, sposato già con Margherita di Valois, non aveva avuto da lei un erede e annullò dunque il suo matrimonio. Anche Gabrielle fu costretta a divorziare.

Nel 1599 il Re decise in conclusione di ufficializzare le nozze con Gabrielle, ma poco prima del felice evento la donna morì in circostanze misteriose (che hanno fatto pensare a un complotto). I suoi sogni finirono così, mentre il resto della vicenda è storia da manuale: Enrico sposò Maria de Medici.

Le allusioni matrimoniali nel dipinto sono varie, tra cui chiaramente l’anello.

Ma l’anello viene offerto insieme al seno, che non evoca probabilmente solo i trascorsi erotici dei protagonisti. Come già aveva notato Michel Laclotte, il rimando è anche al tema della maternità, all’allattamento. La donna sullo sfondo sta probabilmente cucendo proprio un corredino da neonato.

Dunque il messaggio è chiaro: il mio corpo e i suoi frutti (l’erede) in cambio delle nozze. Un secondo dipinto potrebbe svelare la vicenda. È infatti probabile che quello del Louvre fosse parte di una serie. In un dipinto conservato proprio a Fontainebleau, due donne al bagno – che sembrano corrispondere sempre a Gabrielle e sua sorella – sono raffigurate nuovamente nude in una vasca da bagno. Gabrielle indica con orgoglio un prezioso oggetto, una collana di perle, forse un dono d’amore.

A interessare è però il secondo piano dove spunta, questa volta, una balia che sta allattando un bambino: si tratta forse del piccolo Cesare? Ecco allora l’ipotesi. I dipinti potrebbero essere stati commissionati dalla stessa Gabrielle (o da una delle sorelle) come una sorta di “invito” rivolto al sovrano, o una celebrazione del successo raggiunto con la nascita dei figli e l’ufficializzazione del legame.

Troviamo così ancora una volta quella fusione di sessualità e aspirazioni dinastiche che avevamo già visto nel simbolismo sessuale “vegetale” di Villa Farnesina di Agostino Chigi.

Nello stesso secolo, in due terre distanti (ma artisticamente connesse) un ricco banchiere e una dama della corte avevano espresso le loro ambizioni sociali – entrambi al termine di relazioni clandestine – attraverso un sottile linguaggio di allusioni all’eros e alla procreazione.

Certo, quella di Gabrielle rimane ancora un’ipotesi tutta da confermare, sebbene – aldilà dei personaggi – il tema matrimoniale sia molto probabile. In tutta questa storia vi è un grande assente, quello sguardo a cui Gabrielle si rivolgeva fuori dal dipinto, il terzo protagonista.

Ecco allora che una miniatura del Louvre sembra rivelare – come uno specchio – l’altro lato dell’opera, il suo fuoriscena.

Le donne al bagno ci sono sempre ma alle loro spalle, a spiarle da dietro una tenda, ecco spuntar fuori Enrico IV, come ce lo ricordano i ritratti del tempo. Mistero svelato?

Daniele Di Cola

La nuova onda indie italiana

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La nuova onda indie italiana

Dai The Giornalisti agli Ex Otago, la nuova onda indie italiana conquista le playlist delle migliori radio nazionali. Ma non era musica “underground”?

Con grande piacere ed estrema curiosità mi sono da mesi affacciato all’ascolto costante di quella che è la cosiddetta “nuova onda indie italiana”.

La mancanza negli anni di buona musica cantautoriale (quella che invece abbondava in Italia fino alla metà degli anni ’90) ha portato step by step ad una disidratazione di tutto il sistema creativo delle sette note. Non che siano mancate le belle canzoni ma sicuramente non si è più visto quel fervore creativo delle band e degli autori che invece proprio negli ultimi mesi sembra stia tornando di gran moda.

Il termine “indie” è identificato ideologicamente a ciò che non è “mainstream”  ma incredibilmente nell’ultimo periodo sembra essere il contrario visto la massiccia presenza di brani all’interno delle playlist delle migliori radio nazionali.

Il primo nome che mi viene in mente è quello dei bravi “The Giornalisti”.Si tratta di una band romana, capitanata dal frontman Tommaso Paradiso, che fa uso di melodie semplici e nazionalpopolari su accordi poco strutturati ed  arrangiamenti con keyboards e synths ottantosi a farla da padroni.

I richiami stilistici agli album di quegli anni degli Stadio, di Antonello Venditti, di Luca Carboni sono evidenti.

Il loro ultimo lavoro “Completamente Sold Out” è davvero  imperdibile per chi si sente con il cuore ancora intrappolato ne “I ragazzi della terza C” o in un film dei Vanzina di quei meravigliosi e spensierati tempi. All’interno da segnalare i brani “Sold out”, “Fine dell’estate”, “Tra la strada e le stelle” e “Gli alberi” oltre ovviamente alla song “Completamente” in heavy rotation attualmente ovunque.

https://www.youtube.com/watch?v=0e7lINz_l2s

Altra band di rilievo sono i genovesi Ex-Otago. Il loro “Marassi” è un album davvero ben realizzato dove spicca un linguaggio diretto e contemporaneo con sonorità e richiami vintage molto evidenti. Brani da evidenziare “I giovani d’oggi” , “Quando sono con te” e la splendida “Cinghiali incazzati” che a dispetto del titolo è una vera bomba da ascoltare.

Diversi poi sono gli artisti da annotare nel personale block notes di Spotify: Lo Stato Sociale con il singolo “amarsi male”, band bolognese di matrice spiccatamente elettropop formata addirittura da tre deejays di Radio Fujiko più altri due musicisti,  Brunori Sas, pseudonimo del cantautore cosentino Dario Brunori di cui consiglio l’ultimo singolo “La verità”  e poi i vari e già conosciuti da tempo  BaustelleCalcutta, Cosmo, Tre allegri ragazzi morti.

Ciò che sta accomunando tutti questi artisti è il fatto di riempire facilmente i palazzetti dello sport invece dei soliti locali underground che una volta erano più identificativi di questo stile di forma artistica mirata ad un pubblico considerato di nicchia.

Tutto questo per dirvi che nulla nella musica è scontato e l’onda segue il vento che cambia. Noi come bravi surfisti dobbiamo solo saperci stare su.

Roby Rossini

Così fan tutte, ossia la “Squola” controversa di Graham Vick

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Così fan tutte, ossia la “Squola” controversa di Graham Vick

#CantaCheTePassa oggi parla del Così fan tutte dell’Opera di Roma, allestito con la controversia regia di Graham Vick e la direzione di Speranza Scappucci.

Così fan tutte, ossia La scuola degli amanti, è un vero e proprio capolavoro di finezza e di seduzione di Wolfgang Amadeus Mozart su libretto di Lorenzo Da Ponte.

È un’opera tutta giocata sui temi della seduzione amorosa, con quel senso di ambiguità sessuale tipico delle opere mozartiane, ed ha fatto bene il Teatro dell’Opera di Roma a riportarla in scena dal 18 gennaio 2017 al 27 gennaio 2017. È un’opera che già due volte abbiamo recensito; una volta all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ed un’altra durante la diretta cinematografica dal Covent Garden.

LA TRAMA DELLO SPETTACOLO

Siamo a Napoli. Ferrando e Guglielmo vengono istigati da Don Alfonso a mettere alla prova la fedeltà delle loro ragazze, le sorelle Dorabella e Fiordiligi. Egli infatti crede che le donne siano infedeli. I due fingono di andare in guerra e si ripresentano a casa delle donne come due ufficiali albanesi. Don Alfonso, con l’aiuto di Despina, cameriera delle due sorelle, organizza il tutto.

Dorabella finisce nelle mani di Guglielmo e Fiordiligi tra quelle di Ferrando. Un canto militare segnala l’arrivo della nave su cui starebbero tornando i due ufficiali. Ferrando e Guglielmo, dismessi i panni degli ufficiali albanesi, si adirano, con finzione, alla vista dei contratti nuziali. Le ragazze confessano e Don Alfonso svela la sua trama. Egli riunirà le due coppie e le nozze si faranno.

Il capolavoro mozartiano è basato sulla seduzione con pezzi magnifici, come Il core vi dono e Fra gli amplessi. Ma vi è anche lo spirito tipico mozartiano, quella voglia di non prendersi troppo serio.

ECCO IL CAST

L’aspetto interessante di questa messinscena è la direzione di Speranza Scappucci, che suona, e molto bene, anche il fortepiano nei recitativi. È rarissimo vedere una donna dirigere, e l’effetto è stato bellissimo. La giovane direttrice romana ha diretto il Così fan tutte con grande delicatezza ma anche con vigore.

Talvolta quest’ultimo era un po’ eccessivo con qualche scollamento tra buca e palco, ma sono stati veramente peccati veniali. Il cast era formato da quasi tutti cantanti italiani.

Chiara Amarù e Vito Priante sono una Dorabella ed un Guglielmo molto spigliati e con grandi e belle voci.

Pietro Spagnoli, che già sentimmo sempre come Don Alfonso a Santa Cecilia, è stato il migliore del cast; una voce morbida ma molto sonora, intonata e interprete attenta ma sempre misurata.

Monica Bacelli invece era una Despina veramente infuocata e con grande voce.

Francesca Dotto è una Fiordiligi molto fine e molto bella, e usa con intelligenza una voce non bella.

A mio avviso non è stato convincente il tenore argentino Juan Francisco Gatell come Ferrando; una voce non bella, nasale e tendente al falsetto.

Molto bene l’Orchestra del nostro teatro, un pò impreciso il coro, però non è facile cantare nella buca d’orchestra.

MA ECCO LA REGIA

così fan tutte

La nota dolente è stata la regia dell’inglese Graham Vick, il quale inaugura la sua collaborazione con teatro romano per l’intera trilogia dapontiana. Nel suo allestimento vi sono degli spunti interessanti e la storia era rispettata senza stravolgerla. Il regista dice che vi è “il diritto delle donne ad essere loro stesse” e su questo sono in parte d’accordo perché anche Ferrando e Guglielmo sono traditori. Poi sempre lo stesso regista dice a salvare i due uomini “dallo smarrimento è solo la scienza, l’osservazione naturalistica tipica del Settecento“.

Per lui Don Alfonso invita a guardare e a rispettare le donne e a studiarle, come fossero “creature in un laboratorio“. Dorabella e Fiordiligi sono “donne nuove“. Graham Vick ha deciso di eliminare il coro per avere un più stretto contatto tra i cantanti in scena e lo spazio teatrale creato per questo spettacolo “riporta a luoghi di studio, alla scuola“.

Ecco questo è il punto critico, perché in un’opera come questa, rappresentare: Don Alfonso come professore e i quattro amanti come quattro adolescenti immaturi, che scrivono addirittura “Dorabellissima” e “Fiordiligi” sul muro, con un grande pannello con il titolo dell’opera, al quale mancava solo la scritta “squola” per rendere al meglio lo stereotipo infantile, Despina vestita da bidella, ha svilito questo capolavoro.

A rendere quest’aspetto ancora più mortifero hanno contribuito in parte le scenografie ed i costumi di Samal Blak e le luci di Giuseppe Di Iorio. Molto bella era il paesaggio lunare del secondo atto.

La conseguenza sono i fischi ai quali io, e mi scusi Signor Vick (ho sentito parlare di Suoi spettacoli meravigliosi), mi sono unito per la prima volta, proprio per il tentativo di rispettare la musica e l’idea mozartiana, almeno secondo la mia opinione.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Yasuko Kageyama Teatro dell’Opera di Roma)

Qua la Zampa!, la vita vista dagli occhi di Bailey

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“Chi non ha avuto un cane non sa cosa significhi essere amato” (Arthur Schopenhauer)

Una frase quanto mai adatta ad un film come “Qua la zampa!”, nuovo lavoro del regista Lasse Hallstrom, conosciuto per i suoi “Hachiko”, “Chocolat”, “Le regole della casa del sidro” e “Il pescatore di sogni” tra i tanti .

Se amate gli animali domestici, Qua la zampa! è di sicuro un film che fa per voi. Da padroncina di un cane, ho sempre delle reazioni particolari quando mi imbatto in pellicole del genere, provo delle emozioni che raramente una persona che non vive con un animale può capire.

Da Lasse Hallstrom è proprio questo che ci si aspetta, grande empatia con i personaggi e molti sentimenti. Il regista è stato in grado di trasportarci nel mondo di Bailey, ispirandosi al romanzo di W.Bruce Cameron “Dalla parte di Bailey”, che guarda il mondo attraverso gli odori e le sensazioni che percepisce intorno a lui, affezionandosi ad Ethan e rimanendogli fedele per tutte le sue vite.

Si, perché Bailey vive diverse vite, partendo dal 1962. Dopo essere scappato da un canile, un bambino di otto anni, Ethan Montgomery, salva il piccolo Bailey ferito e abbandonato. Nonostante le riserve del padre di Ethan, la famiglia adotta il cucciolo, che viene messo completamente sotto la responsabilità di Ethan, che lo nutre, lo fa passeggiare, lo allena e gli insegna anche dei trucchi che non dimenticherà mai. Tra i due si instaura un forte legame e Bailey rimarrà al fianco di Ethan nelle tappe più importanti della sua vita dagli studi, le delusioni sportive, fino al primo amore per la bella Hannah.

Arriva, poi, il momento in cui il ragazzo, ormai cresciuto, deve partire per il college. Non potendo portare Bailey con sé, Ethan è costretto a lasciare il fidato animale a casa con la madre e i nonni. Com’era ovvio accadesse, col passare degli anni Bailey perde il brio e la forza della gioventù, fino a morire tra le braccia del suo padroncino. Ma (e qui sta il bello di questa storia) nel corso degli anni lo spirito di Bailey si reincarna in altri cani, avendo la sensazione di dover trovare uno scopo nella sua vita: un pastore tedesco usato come aiuto dal dipartimento di polizia di Chicago;  un corgi di nome Tino e infine un incrocio tra un pastore australiano e San Bernardo chiamato Buddy. Sorpreso di quanto gli accade, Bailey si sente però ancora il miglior amico di Ethan. Anche se non sa perché la sua anima continui a tornare in vita,Bailey scoprirà che il suo scopo non è solo quello di dare amore e colmare la solitudine dei suoi tanti padroni ma, soprattutto quello di tornare dal suo amato Ethan…

Nonostante le tante lacrime di commozione, “Qua la zampa!” è un film gioioso, ironico e pieno d’amore, quel sentimento puro e semplice che solo un cane riesce a regalare al proprio padrone. La forza di questa pellicola è, sicuramente, la firma indelebile di Lasse Hallstrom, il suo occhio favolistico che rende possibile empatizzare con il nostro protagonista a quattro zampe dalla prima scena.

Una favola quella di Bailey che fa commuovere e fa capire quanto l’anima di un cane sia profonda, completamente dedita alla felicità del proprio padrone.

Ilaria Scognamiglio

Dogman, cane mangia cane e uomo mangia uomo

M il mostro di Dusseldorf, nell’abisso dell’animo umano

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Titolo: M il mostro di Dusseldorf
Regista: Fritz Lang
Sceneggiatura: Frtiz Lang, Thea von Harbou
Cast Principale: Peter Lorre
Nazione: Germania
Anno: 1931

Da anni, da decenni, e chissà per ancora quanto altro tempo, i sociologi si interrogano sul significato viscerale di M il mostro di Dusseldorf e sui motivi che spinsero Fritz Lang ad approcciare un terribile fatto di cronaca in quel modo.

E avete letto bene, ho scritto proprio i sociologici, perché questo film è naturalmente una pietra miliare del cinema espressionista tedesco, una perla in cui tutto funziona ed è da conservare e mostrare nelle migliore scuole di cinema per sempre, ma nasconde in sé, in maniera affatto velata, un malessere umano che va al di là delle quotidiane dicotomie tra persone buone e persone cattive.

Lang parte da un nauseante fatto di cronaca reale, ma naturalmente i grandi autori si impadroniscono sempre delle storie per raccontare altro: thriller noir o caccia al serial al killer, M il mostro di Dusseldorf è ovviamente molto di più. E già quel titolo ce lo dici: una semplice “M”, una banalissima e singola lettera per indicare la semplicità, la banalità e il totale anonimato dietro cui possa celarsi un mostro qualsiasi.

Non a caso, più che domandarsi “chi è il mostro?” come un qualunque giallo, a Lang interessa un’altra domanda: cosa è il mostro?

L’assunto essenziale che Lang ci mette davanti è talmente ovvio da far rabbrividire: davanti a noi c’è sempre e comunque un essere umano, carne e ossa, testa e cuore, sentimenti e paure.

Dire quindi che l’allegoria è dietro l’angolo, è quasi inevitabile adesso. Nel celeberrimo ed inquietante monologo finale del mostro nel film, Lang non rappresenta un uomo mosso da chissà quali spinte esoteriche, sarebbe assurdo, semmai cela la primordiale tendenza umana al peccato. Possiamo interrogarci fino a quando vogliamo, chiedere pareri e pensare a conclusioni, cercare di confutare teorie e tirare fuori persino al teologia, provare a smentire gli assunti opposti per cui “l’uomo nasce buono / nasce cattivo”, ma ciò che conta è che non avremo mai veramente le risposte e la nostra essenza rimarrà sempre misteriosamente tendente a fare le cose sbagliate. Siamo oltre pregi e difetti, siamo oltre bene e male, il punto è che ognuno di noi nasconde un crogiolo di perversioni che celiamo in un angolo recondito, ignoto e profondissimo del nostro animo e del nostro subconscio, a cui magari pensiamo senza accorgersene anche se non avremo mai il coraggio di concretizzarlo.

Alla fine a quel punto siamo arrivati: il mostro è l’uomo. Ma ovviamente c’è di più.

Il nostro disgustoso protagonista, nell’atto finale del film, è catturato e processato da una giuria popolare “finta”, composta proprio da altri criminali: anche qui spiegarvi la metafora è quasi pleonastico. Per Lang la colpa non è solo dell’individuo, ma talvolta il vero mostro è la società stessa in cui viviamo.

Chi deve giudicare tali crimini, e soprattutto come si può farlo? Chi si arroga senza pudore e solo con tanta tracotanza il ruolo di giudice, giuria e boia? Tutti noi siamo mostri, tutti noi uomini comuni, tutti quelli che credono di essere migliori degli altri senza guardare in casa propria.

Se quindi l’analisi del film è al tempo stesso antropologica e sociologica, non può mancare quella storica: M il mostro del Dusseldorf è un film tedesco del 1931, il momento migliore per parlare di mostri. Nel solco del movimento espressionista di quegli anni, movimento che Lang ha praticamente reso immortale, il film accusa di mostruosità la società uscita a pezzi dall’esperienza di Weimar, per poi fare ancora un passo ulteriore. Come i grandi autori sanno fare, come i grandi i film fanno, è l’arte la prima sempre ad anticipare e capire i tempi in cui si vive: nelle gesta del mostro, ma soprattutto in quella balorda mandria di assassini e ladruncoli che si fa giudicante, che si appropria senza capacità e moralità dello stato di diritto, M il mostro di Dusseldorf individua l’affermazione delle persone che disdegnano il prossimo, le persone che credono in un’autorità diversa dalla rappresentanza, le persone che ciecamente giudicano il male usando il male, le persone che andranno a votare l’ascesa di Adolf Hitler e stenderanno tappetti all’avanzata del nazismo.

C’è quindi un motivo valido se ci si continuerà ad interrogare sulle cause e gli effetti di M il mostro di Dusseldorf: da un punto di vista storico, sociale e esistenziale, raramente un film ha saputo con così grande potenza raccontare ed analizzare la pura bestialità del mondo in cui viviamo.

3 motivi per vedere il film:

– La recitazione di Peter Lorre, la forza di dirompente delle sue urla, dei suoi gesti e soprattutto dei suoi occhi così evocativi e comunicativi.

– Imparare a conoscere l’apice di un movimento cinematografico influente ma fin troppo dimenticato, l’espressionismo tedesco degli anni ’30.

– Farsi venire i brividi ogni qualvolta si ascolti, alla radio, in tv, per caso, il fischio de Peer Gynt di Edvard Grieg.

Quando vedere il film:

– La sera, non ci sono dubbi: la forma e la sostanza del cinema di Lang meritano il massimo dell’atmosfera possibile.

Emanuele D’Aniello

Un altro cineforum da scoprire

Marie Antoinette, il fascino di una Regina vista da Sofia Coppola

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Verdi funereo, drammatico e violento: I due Foscari

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Continua l’avventura di #CantaCheTePassa con una delle opere più belle e drammatiche del giovane Giuseppe Verdi: I due Foscari.

È una musica violenta, drammatica, che non lascia adito alla speranza, quella de I due Foscari, opera in tre atti su libretto di Francesco Maria Piave tratto dall’omonima opera di George Byron, andata in scena per la prima nel 1844 al Teatro Argentina di Roma. Del resto, è una delle migliori opere dei cosiddetti “anni di galera“, un periodo d’incessante e forzoso lavoro attuato dal nostro sommo maestro.

Trama

A Venezia, durante il Carnevale, si consuma la tragedia di Jacopo Foscari, figlio del Doge Francesco. Egli è accusato di aver ucciso due parenti del rivale Jacopo Loredano. La moglie Lucrezia, disperata, si rivolge al vecchio doge, ma egli afferma che non può far niente. Jacopo Foscari, intanto, rinchiuso nelle carceri, sta impazzendo. Le ore di sofferenza sono alleviate dalla visita dell’amorevole moglie e dell’altrettanto amorevole padre.

Jacopo deve partire per il suo esilio a Creta senza il conforto della moglie e dei figli. Francesco Foscari è disperato; egli ha già perso tre figli ed ora sente l’allontanamento del quarto. In quel momento, Barbarigo, un senatore, porta una lettera in cui un uomo confessa di essere il responsabile dei due omicidi. La gioia lascia però subito al dolore: Lucrezia corre da lui disperata dicendogli che Jacopo è morto per il gran dolore.

In quel momento i membri del Consiglio dei Dieci, capeggiati dal cattivo Loredano, chiedono le sue dimissioni di Francesco dalla carica di Doge. Offeso e sdegnato, egli stesso depone le insegne e, dopo aver sentito le campane di San Marco che annunciano la creazione del nuovo doge Pasquale Malipiero, Francesco muore tra le braccia della disperata Lucrezia.

i due foscari verdi

Stile

Come già il titolo annuncia, la musica de I due Foscari è una musica violenta. Già dai primi accordi dell’orchestra, Giuseppe Verdi ci fa sentire la condanna pendente. Ma vi sono dei momenti veramente estatici come il duetto d’amore tra Lucrezia e Jacopo No, non morrai. Risulta incredibile pensare come un trentunenne compositore riesca già a sottolineare aspetti contrastanti, dalla disperazione di Jacopo fino all’amore sconfinato di Lucrezia. Ma il personaggio più bello è sicuramente quello di Francesco Foscari. È uno dei famosi “padri” verdiani, figura importante della poetica del sommo compositore bussetano.

Francesco è sempre in conflitto tra l’amore paterno ed il rispetto verso una repubblica che lo sta uccidendo; egli stesso dice “prence e padre qui sono“. Esemplificativa in tal senso è la sua bellissima prima aria O vecchio cor che batti e la rabbia del doge sdegnato in Questa dunque è l’iniqua mercede fino al drammatico finale Quel bronzo ferale.

Tra le incisioni, mi sentirei di consigliarne una che possiamo definire a tutto campo storica: quella incisa nel 1976 da Lamberto Gardelli, sul podio dell’Orchestra e del Coro della ORF di Vienna, con il grandissimo baritono recentemente scomparso Piero Cappuccilli, una delle più belle voci del secolo, come Francesco.  Nella registrazione vi è una giovanissima (ma in una forma spettacolare) Katia Ricciarelli come Lucrezia ed il trentenne José Carreras come Jacopo, una voce che ci fa toccare il paradiso qui sulla terra, come può testimoniare il video sopra postato con l’aria Dal più remoto esilio.

Ci rivedremo giovedì prossimo con la Giovanna d’Arco di Giuseppe Verdi, ma prima vi saranno sorprese da Roma.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Marco Brescia e Rudy AmisanoTeatro alla Scala 2016)

I Diversi Vignaioli Irpini presentano a Roma il loro lavoro

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I Diversi Vignaioli Irpini presentano a Roma il loro lavoro

Alla soglia dei sei anni dalla costituzione il consorzio di promozione dei Diversi Vignaioli Irpini presenta i suoi vini nati dal rispetto del territorio

L’Irpinia è oggi senza dubbio tra i territori più interessanti del panorama vinicolo Italiano. Quello che esprime in qualità non lascia dubbio sulle sue potenzialità. Le peculiarità di questa terra fortemente vocata alla viticultura sono rimaste occultate fino a qualche tempo fa. I motivi strutturali purtroppo sono gli stessi che accomunano tutto il sud del paese.

L’Irpinia costituisce la quasi totalità della provincia di Avellino e all’interno di questo territorio la ricchezza del suolo riesce a dare vini estremamente diversi tra loro. Purtroppo l’omologazione imposta nel tempo dalle scorciatoie commerciali, non ha valorizzato a dovere il territorio negando l’eccellenza ai suoi vini. Però negli ultimi anni, la consapevolezza del valore inespresso della loro viticultura ha messo in azione diversi produttori.

Tra le nuove leve diverse sono le forme associative che hanno lo scopo di promuovere i vini locali.  Nascono In questo contesto  i Diversi Vignaioli Irpini, consorzio che ha superato ormai i cinque anni di vita. Antico Castello, Cantina Bambinuto, Cantine Lonardo, Guastaferro, Le Ormere, Luigi Tecce, Tenuta Sarno 1860, Villa Diamante. Sono queste le anime del  sodalizio. Persone spesso provenienti da altri percorsi professionali, chi rilevando il piccolo vigneto di famiglia chi intraprendendo un nuovo progetto. Tutti comunque per amore e per salvaguardare l’identità del loro territorio.

vignaioli irpiniCome specifica il presidente del consorzio Francesco Romano, al centro del progetto c’è la volontà di rappresentare la diversità del vino sul territorio. Mantenerne il tratto autentico evidenziato dalle loro piccole realtà produttive, che consentono la vinificazione in proprio per perseguire la qualità. L’incontro romano con i Diversi Vignaioli Irpini, ha dato modo agli addetti ai lavori di conoscere meglio il loro lavoro. Ad introdurli Monica Coluccia attenta osservatrice delle cose enoiche Irpine, che ha guidato anche la degustazione.

Ogni produttore ha potuto spiegare un suo vino e la filosofia produttiva che lo accompagna. Tutte produzioni contenute, che non cercano nel numero di bottiglie la loro ragion d’essere. D’altronde le sole 100mila bottiglie prodotte per un totale di 35 ettari vitati, sottolineano con forza la ricerca della qualità. Tre i vini protagonisti Fiano, Greco di Tufo e Taurasi, rappresentati in otto bottiglie dal carattere diverso. Insieme hanno restituito un affresco integrale di questa viticultura per troppo tempo appiattita su modelli tendenti ad incontrare il mercato.

E’ così che il Fiano di Avellino 2015 Tenuta Sarno 1860 e il suo omologo Vigna della Congregazione 2015 di Villa Diamante, liberati dai tipici sentori esagerati di frutta tropicale hanno scoperto la loro vera natura. Nel primo l’impronta floreale lascia spazio agli agrumi e alle erbe aromatiche, con accenni di frutta acidula. Nell’altro il fiore è più selvatico, l’agrume si fa amaro e sfuma in erbe di campo. Entrambi sono di sorso pieno e gustoso, finale lungo e corredati da piacevole sapidità. All’assaggio il pensiero va alla castrazione gustativa che questo vitigno, non valorizzato a dovere, ha dovuto subire per lunghi anni.

vignaioli irpiniIl Greco di Tufo era presente nelle fattezze di Le Ormere 2015 e Cantina Bambinuto 2014. Vitigno di impatto più deciso rispetto al Fiano, ma che il lavoro dei produttori ha saputo avviare sul sentiero dell’eleganza. Frutta a polpa bianca e pesca, ma sempre senza esagerare nell’esuberanza olfattiva. Poi gli agrumi e gli accenni speziati. Nella versione di Cantina Bambinuto il sorso esplode di gusto più di quanto il naso prometta.

Infine il Taurasi, grande rosso Irpino ottenuto da uve Aglianico, che il disciplinare vuole presenti almeno per l’85%. Vitigno apparentemente ostico, ma che se trattato in maniera sapiente regala vini straordinari. Tra tutti è quello che le logiche di mercato hanno più penalizzato, non rispettando i tempi necessari al vitigno. Messo in commercio spesso troppo presto, ha finito per essere tra i meno compresi. Specialmente tra quanti non sono proprio addentro alle cose del vino.  Il tempo è un elemento necessario per il Taurasi, così come l’uso del legno, che ogni produttore utilizza a suo modo scegliendo tempi e formati.

I Diversi Vignaioli Irpini hanno presentato il Taurasi in quattro espressioni. Il primo a sfilare in degustazione è Antico Castello 2012, dal frutto ancora vivo e ben presente su tutto. Sorso pieno che dà allegria al palato e promette grandi cose in invecchiamento, anche se già godibile da ora. A seguire Luigi Tecce 2012, forse il più pronto del lotto. Il frutto cede una quota al balsamico in una complessità arricchita da spezie, accenni lievi di fiori viola e scorza d’arancio. In bocca il gusto è pieno e il tannino armonico. Sicuramente è quello che fa pensare a cosa sarebbe l’aglianico oggi se lo sviluppo del suo potenziale fosse iniziato prima, come per i suoi più blasonati cugini del centro e del nord.

Il Coste 2011 di Cantine Lonardo scalpita sulla strada dell’invecchiamento, lasciando per ora un frutto godibile e un tannino piacevole ma ancora da levigare. Chiude il Guastaferro Primum Riserva 2007, da vigneti di oltre duecento anni. Qui il lavoro del tempo ha già prodotto la sua complessità olfattiva in cui oltre al frutto e alle spezie, si rintracciano i profumi del legno e le memorie olfattive dei campi. La sua grande acidità gli permette ancora una lunga permanenza in cantina che gli consentirà di diventare un grande vino. Il territorio, qui vulcanico, aggiunge una nota fumè cosi come a tutti gli altri vini regala qualcosa di se.

Un’impronta minerale comune a tutti i vini ma con sfumature diverse, anche se la scienza ufficiale sembra non essere più d’accordo nel classificare così questi sentori. Alla fine della degustazione appare chiaro che gli obiettivi del consorzio dei Diversi Vignaioli Irpini per ora sono stati raggiunti. Ognuno di loro sfugge allo stereotipo e rifiuta l’omologazione. Ed è proprio l’assenza di un filo logico tra di loro la grande forza di questi vini.

Bruno Fulco

Sherlock 4×03 “The Final Problem”, un arrivederci che sa di addio

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Sherlock 4×03 “The Final Problem”, un arrivederci che sa di addio

Sembra quasi una perfetta congiunzione astrale che l’episodio finale di questa stagione si chiami “The Final Problem”, una scelta naturalmente voluta per omaggiare il titolo del racconto di Sir Arthur Conan Doyle in cui il popolare detective incontra la sua fine, ma che diventa quasi un triste presagio su ciò che ci aspetta.

Perché Sherlock intesa come serie ha un vero e proprio problema finale, aumentato all’ennesima potenza in questa pessima puntata, probabilmente la peggiore dell’intera serie (e l’aggravante è ancora maggiore considerando appunto l’importanza della puntata nell’economia generale del racconto).

Facciamo un passo indietro, un attimo. Sherlock è spesso stata una serie confusionaria e molto sopra le righe, ma ciò che ha sempre funzionato è stato, tra dialoghi fulminanti, trovate visive esagerate, scrittura labirintica, la forza del rapporto umano tra i due protagonisti e la perfetta costruzione della crescita emotiva di entrambi. Soprattutto di Sherlock Holmes, per ovvie ragioni: il detective che abbiamo conosciuto nel primo episodio non è quello visto poi più avanti, è una persona cresciuta, migliorata, che ha imparato ad essere più umano – con i naturali limiti narrativi del personaggio per non snaturarlo e per mantenerlo idiosincratico ed interessante – e fatto propri i concetti di famiglia e amicizia.

E’ uno Sherlock Holmes che, in poche parole, ha saputo abbracciare e dare importanza alle emozioni.

Ciò che invece vediamo ora in “The Final Problem” è la purissima e dannosa manipolazione di quelle emozioni, come se gli autori se ne riappropriassero e le trasformassero in un mero strumento sacrificato sull’altare dello spettacolo.

I difetti in “The Final Problem” sono davvero tanti. La trama è più ridicola del solito, i modi in cui è affrontata ancora più esagerati del solito, la struttura addirittura noiosa, ed è tutto dannatamente sopra le righe. Davvero tutto, a cominciare da Eurus Holmes che è presentata come un essere praticamente onnipotente, che può fare tutto e manipolare chiunque, ma alla fine lo fa solo perché vuole essere amata….e l’aereo è una metafora. Capito, colei che tortura le persone, architetta piani diabolici, uccide a sangue freddo solo per gioco e poi scopriamo aver ucciso pure un bambino in passato…vuole solo essere amata, e dovrebbe andare bene così (?!?!).

Ma ciò che più danneggia l’episodio, e quindi non fa perdonare scelte molto confuse su cui in altre occasioni avremmo potuto soprassedere, è il modo estremamente cinico in cui sono trattate le emozioni. Naturalmente l’esempio massimo, impossibile da non citare, è la telefonata tra Sherlock e Molly: una scena devastante, recitata straordinariamente dai due interpreti, costruita con un bagaglio di sensazioni lungo ben 4 stagioni, raggiunge il suo apice……e alla fine è solo l’ennesimo pezzo del puzzle, non ci sono conseguenze, non ci sono ricompense emotive per i personaggi stessi e per noi spettatori.

Tutto è normale nella giostra dello spettacolo, tutto è cinico e fin troppo calcolato o razionale, e “The Final Problem” diventa una puntata letteralmente fastidiosa. Tutto diventa un contorno per far esclamare alla serie “quanto siamo cool!” e tutto diventa un pretesto narrativo per far proseguire le avventure del dinamico duo più sorridenti e paciocconi di prima, incluse le morti e il video di Mary che non dedica nemmeno una parola a sua figlia orfana di madre ma pensa solo a rinsaldare la bromance tra Holmes e Watson.

E ora, “The Final Problem” potrebbe essere davvero l’episodio conclusivo della serie intera come si vociferava da tempo, e come l’epilogo dell’episodio stesso lascia chiaramente intendere. Non c’è per la prima volta un cliffhanger che ci interroga sul futuro, ma soprattutto conosciamo gli impegni cinematografici dei due attori protagonisti, e quanto sia pesante scrivere una serie con pause così lunghe. La porta in realtà è semichiusa, perché tutti gli interessati hanno dichiarato di non escludere un ritorno quando tutte le condizioni lo renderanno possibile, e sinceramente è un auspicio poiché il pensiero che una serie così incredibile si chiuda con una puntata così brutta non è il massimo……ma al tempo stesso, non lo è nemmeno la convinzione che tornando gli autori riconoscano queste critiche, le superino con una battuta autoreferenziale e poi vadano avanti come prima, come nulla fosse.

 

Emanuele D’Aniello

“Splendore” di Margaret Mazzantini: una pagina di vita, un’emozione

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“Splendore” di Margaret Mazzantini: una pagina di vita, un’emozione

Ogni libro di Margaret Mazzantini è un pugno allo stomaco.

Ogni cosa che l’autrice di Non ti muovere scrive, in maniera meravigliosa, è pura emozione. La sua opera non è mai banale, poiché racconta infiniti attimi di vita. Non chiede mai permesso al lettore. Lo afferra, lo scuote e, in certi momenti, lo violenta senza, però, deluderlo mai.

Splendore, ultimo romanzo dell’autrice pubblicato nel 2013 da Mondadori, ben s’inserisce in quel percorso comunicativo che la Mazzantini ha principiato nel 1994, con Il Catino di zinco, e proseguito con altri libri, come Venuto al Mondo.

E’ la storia di un amore omossessuale. Un sentimento acerbo e timido, che coinvolge due adolescenti, Guido e Costantino, diversi per ceto sociale, cultura e carattere ma uniti da un’emozione che all’inizio trovano ingombrante, ma poi imparano a riconoscere e cercare.

margaret mazzantini

Roma anni ’70, il figlio di un portinaio e quello di un medico si ritrovano nello stesso stabile e poi, per uno scherzo del destino, nella stessa classe. Apparentemente lontani, iniziano ad avvicinarsi, imparando a conoscersi. Daranno inizio a un rapporto che è sesso e sentimento, voglia di possedersi e lasciarsi, paura e necessità.  Un tema forte, come tutti quelli trattati dalla Mazzantini, esposto senza censure, raccontato in modo reale, con tinte forti e dolcissime.

Un racconto fatto di due trame. Fili di colore diversi che si intrecciano per caso, dando vita a un novello nodo gordiano che recidere diventa impossibile. Guido e Costantino sono ragazzi e poi uomini che imparano a conoscere i loro corpi e a dare un nome alle loro emozioni. Un nome da pronunciare sottovoce per non dare scandalo e non turbare le coscienze. Come Castore e Polluce, anche i protagonisti non possono fare a meno l’uno dell’altro. Portano sulla pelle il marchio di una storia che, in un’Italia bigotta e ipocrita, non può essere mostrato.

splendore margaret mazzantini

Splendore è la storia di un’iniziazione sentimentale. Un perfido racconto dell’impossibilità di essere completamente liberi. Una dura testimonianza di come le regole e le convenzioni dominino i nostri comportamenti e sentimenti. Uno specchio in cui ogni lettore, indipendente dalle tendenze sessuali, si può e si deve specchiare.

Un libro da divorare con lo stesso ardore che anima i due protagonisti. Un romanzo dolce e salato, fatto di baci, graffi e ferite che lasciano cicatrici visibili e dolorose. Un libro che grida il nome dell’amore! Obbliga a riflettere, mostra limiti e speranze delle nostre umane vite. Tratteggia la nostra fragile umanità, che ruota intorno al dilemma sul coraggio di essere davvero se stessi. Un romanzo che è Splendore non solo nel titolo ma in ogni pagina

 “perché la vita (…) non è un fascio di speranze perdute, un puzzolente ricamo di mimose, la vita raglia e cavalca nel suo incessante splendore”.

Maurizio Carvigno

Lotteria del 6 gennaio? Dosso Dossi docet

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Lotteria del 6 gennaio? Dosso Dossi docet

La Fortuna e il Caso dal Rinascimento ad oggi, dai quadri alla lotteria, con la nuova rubrica #InfusidArte.

Le feste sono passate da poco, e tra una fetta un po’ secca di panettone, il cestino di noci che non è finito e gli avanzi ormai ben congelati non resta che controllare se siamo stati fortunati.

Mi riferisco a quelli che “almeno un biglietto della lotteria fammelo comprare hai visto mai la fortuna” . Proprio quelli che in questi giorni stanno armeggiando con siti internet e giornali vari. E ovviamente sperano che la dea bendata si sia fatta viva.

Se non avete vinto consolatevi… neanche nel florido Rinascimento italiano la fortuna era più affidabile. Basta guardare lo splendido dipinto di Dosso Dossi “Allegoria della Fortuna” per capire che neanche allora tirava aria di vincite. Realizzato tra il 1535 e il1538 e oggi conservato al Paul Getty Museum di Los Angeles. Puoi vederlo qui.

L’allegoria infatti rappresenta perfettamente le vane speranze del giocatore d’azzardo. I due personaggi rappresentati sono per l’appunto i due lupi in fabula della questione: la Fortuna e il Caso.

La prima, bellissima e totalmente nuda, siede su un fragile ed instabile globo trasparente su cui si intravedono i segni dello zodiaco. Da quella scomoda posizione riesce anche ad alzare un’invitante cornucopia piena di frutta, tutta dotata di significato bene augurante.

Avete notato il melograno e l’uva? Sono proprio gli stessi che si mettono in tavola a capodanno con lo stesso identico scopo: propiziarsi la buona sorte.

Il Caso nel frattempo la guarda fisso e, sembra, anche piuttosto perplesso da tutta la messinscena. Tanto che alza, invece della cornucopia, un bel mazzo di… biglietti della lotteria! Con tanto di vaso dorato da cui si estraevano i numeri vincenti.

Ebbene sì, perché anche all’epoca dei grandi fasti cinquecenteschi si giocava, eccome se si giocava. Ma vista l’interpretazione del Dossi, le sorti non erano molto migliori.

Il messaggio che arriva infatti da questo dipinto è proprio quello di come sia il caso, piuttosto che la fortuna a governare le tanto sospirate vincite al gioco. La Fortuna infatti è seduta su una bolla trasparente che potrebbe rompersi da un momento all’altro mandandola letteralmente a gambe all’aria con tutta la cornucopia. Il drappo inoltre non è solo scenografico ma con quel movimento capriccioso indica quanto la fortuna, più che bendata, sia volubile.

Oggi vinci tu, domani vince lui e tu perdi tutto, una cosa del genere.

Sono passati diversi secoli ma non sembra cambiato proprio niente. Non a caso infatti il pittore ha scelto uno sfondo scuro che non colloca le figure nello spazio reale ma in una dimensione universale e simbolica. Una dimensione ben espressa anche dall’abbigliamento delle due figure: solo due drappi classici e due paia di calzari che fanno subito antica Grecia. Non esattamente alla moda ma efficace.

I personaggi infatti rimandano al mondo ideale dell’allegoria. In poche parole: nessuno penserebbe che sono reali. E questo anche grazie allo stile. Le forme sono ampie e composte, sembrano uscite da un fregio classico più che da un pennello. La superficie pittorica è perfettamente liscia ed uniforme.

Basta guardare l’incarnato dei personaggi per accorgersi di quanto il risultato sia perfetto ma irreale. Questa tecnica in poche parole fa alla pelle delle figure ciò che un fondotinta pesante fa al viso di una donna. Lo rende perfetto ma non autentico. Pare proprio che di questa Fortuna irreale e volubile non ci sia da fidarsi…

Non avete vinto i cinque milioni di euro? Pazienza, non saremo ricchi di denaro ma di patrimonio artistico artistico sì.

Buon inizio d’anno e appuntamento tra due settimane per un altro infuso d’arte!

Chiara Marchesi

L’amore è come un RING con Michela Andreozzi al Teatro della Cometa

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L’amore è come un RING con Michela Andreozzi al Teatro della Cometa

In scena fino al 29 gennaio Ring con Michela Andreozzi e Massimiliano Vado, rappresentano i rapporti di coppia in ogni fase della vita, cominciando da Eva e Adamo, fino ai giorni nostri, in un susseguirsi di battute tragiche e comiche sulle sfaccettature dell’amore

La scena è un vero e proprio “ring”, con sgabelli, secchi d’acqua ai quattro angoli, oggetti di scena sparsi ed abiti che Michela indossa tra uno sketch e l’altro, con una sensualità femminea in quel suo corpo morbido di donna. Sarà proprio su questa piattaforma che si susseguiranno gli incontri tra i due protagonisti.

Adamo ed Eva aprono la scena, lei in tuta giaguaro e lui in boxer zebrati. Soli nell’Eden, si annoiano. Lui, già dai tempi ancestrali, la incalza ad essere indipendente “perché non giochi con gli animali? Perché non vai a raccogliere la frutta?”. Lei invece principia i suoi: “la nostra solitudine ti pesa? Non ti basto più?”.

I round sono diversi e si susseguono in un’ora e mezza di battute continue. C’è il #round amicizia dove lei non rivela il suo amore all’amico di letto, fino alla sua partenza per il Canada. Camille è il nome di entrambi i protagonisti (nome ambigenere usato perfettamente dall’autrice per rendere i personaggi chiunque di noi) impegnati nel rincorrersi e scappare. Una danza amorosa, a volte innamorati, a volte amanti, mariti, mogli, sconosciuti. Belle le frasi dell’intenso monologo della Andreozzi: “Ti amo in modalità continua (…) L’amore non muore Camille, chi muore siamo noi, perché l’amore non muore, vero Camille? Semmai scappa dove c’è un giardino, lui che è solo un bambino spietato”.  C’è la coppia finita, ormai diventata un progetto, poiché non accetta la vita imperfetta ma felice.

ring teatro cometa

Il #round 0101010 è in un mondo bi-dimensionale, in cui vengono ammesse solo due possibilità. C’è il tradimento: lei sotto un ombrello trasparente simula la doccia che ricorda tanto Basilicata coast to coast (dove lei con la sua magnifica dolcezza ascolta Papaleo cantare con il gruppo sotto la pioggia). Non apre la porta del bagno quando capisce che lui ha trovato il suo diario segreto nella libreria. Giustificazioni, negazioni e poi la triste ammissione.

Nel #round la grandefuga, lei non ne può più del mènage famigliare, fatto solo di doveri, corse, bambini, lavoro. Vuole solo fuggire lontano. Lui, invece, sempre Camille, il marito perfetto, la capisce e, anzi, le propone una vacanza di una settimana, ma una sola…

 Il testo della pièce di Léonore Confino è stato candidato nel 2014 al Premio Molière per il Teatro. Lo spettatore viene portato in vissuti recenti, passati e futuri con 17 quadri sulla vita di coppia. Uno spettacolo, insomma, divertente, che ci lascia riflettere e forse cambiare, in meglio.

Sara Cacciarini