Marilù Prati interpreta Palma Bucarelli, la prima donna ad essere stata nominata direttrice di un museo in Italia.
| Marilù Prati interpreta Palma Bucarelli (© Marco Rossi) |
| Marilù Prati interpreta Palma Bucarelli (© Marco Rossi) |
Come in una sorta di Porziuncola, la piccola chiesetta che Francesco riparò dopo la sua vocazione, lo spettacolo messo in scena da ArteStudio si è svolto in una parte della seconda rotonda del carcere.
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| Il regista Riccardo Vannuccini |
In questo intento, sembra di cogliere molto del dolcissimo e bellissimo Francesco giullare di Dio di Roberto Rossellini, dove la vita del santo era raccontata, anche in questo caso, per immagini tratte dai malinconici e poetici Fioretti, e dove, anche in questo caso, il regista si avvalse di attori non professionisti.
Chiara Amati
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| “Revelation” Svetlana Zakharova |
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| “La morte del cigno” Svetlana Zakharova |
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| “La ronde des lutins” Johan Kobborg Svetlana Zakharova Vjačeslav Lopatin |
[foto di Pierluigi Abbondanza]
Le feste natalizie sono sempre una scusa, oltre che lasciarsi un po’ andare tra diete e stili di vita, nonché approfittare per rivedere amici e parenti, anche per una buona dose di ozio.
Al primo posto, spinti un po’ dalla televisione che li ripropone e un po’ dalla festa che fa tornare tutti un po’ bambini, ci sono i lungometraggi animati, con la Disney al primo posto, anche quelli che non hanno necessariamente a che fare con l’inverno o il Natale. Cartoni che ricordino l’inverno e le feste natalizie sono pochi, sia che siano lunghi, come Opopomoz, Frozen o Nightmare Before Christmas, sia che siano corti, come L’asinello. Film come Cenerentola, Gli aristogatti, Mary Poppins, Fievel sbarca in America, Robin Hood, La freccia azzurra (anche se si svolge durante la notte dell’epifania) e mille altri ritrovano vita nella mente di molti spettatori, specie quelli casalinghi, illuminati dalle luci dell’albero.
Ci sono storie natalizie che vengono riprese sempre, data la loro magia e freschezza. La storia de Lo schiaccianoci o del grinch che vuole rovinare la festa ne sono un esempio. Il racconto di Charles Dickens, Canto di Natale, però è, forse, una delle opere natalizie per eccellenza più riprodotte: leggendolo, è facile sentire sulle propria ossa il freddo e la malinconia dell’avaro Ebenezer Scrooge. I rifacimenti di questo romanzo ottocentesco in chiave filmica sono una lunga e svariata lista. Dai cartoon, come Canto di Natale di Topolino, dove vari personaggi Disney interpretano i protagonisti del romanzo, o il digitalizzato A Christmas Carol, con Jim Carrey nei panni dei tre fantasmi e del protagonista, ai film con pupazzi, come Festa in casa Muppett, fino ad arrivare a vere e proprie pellicole, dall’italiano Una notte meravigliosa degli anni ’50 al recente americano Cupido a Natale. Pellicole diverse nello stile e negli interpreti, ma tutte immerse nell’innevata atmosfera della storia con il miracolo di Natale più noto della letteratura.
Esistono pellicole che si svolgono durante le festività natalizie e, per questo, si sente il bisogno di rivederle, anche per la millesima volta. Si pensi a commedie sciocche, se non demenziali, come i vari cinepanettoni, fino alle commedie più dolci e classiche, quali Una poltrona per due, Uno sguardo dal cielo, Bianco Natale. Ci sono poi film che usano l’atmosfera di Natale anche per far ridere con un pizzico di morale e un tocco di nostalgia, come La neve nel cuore.
Esistono poi film che sono per gli amanti del Cinema, intramontabili e non così sciocchi. Al primo posto, da consigliare per i neo amanti del genere, Miracolo nella 34° strada del 1994, remake dell’omonimo film del 1947: un film dolce, che insegna i bambini a credere a qualcosa di puro, come Babbo Natale, che fa stringere i grandi tra di loro e fa sorridere. Per gli amanti dei classici, invece, in vetta alla classifica, l’unico e inimitabile La vita è meravigliosa del 1946, di Frank Capra. Questo è, per molti, il film di Natale per eccellenza. Magia, realtà, pianto, risate, gioia, dolore, sacrificio e voglia di vivere tutti in un unico film, firmato da un maestro della cinematografia e interpretato da una star come James Stewart: un film da vedere ogni anno e con il finale più natalizio che possa esistere.
Francesco Fario
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| Ildegarda di Bingen |
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| Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà |
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| Terapia di coppia per amanti |
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| Le Terre di Selnawar |
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| Momenti di trascurabile felicità |
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| Ultimo Piano (O Porno Totale) |
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| Io sono Malala |
Lo spettacolo proposto dai Roma Gospel Voices, accompagnato da una band che suonerà dal vivo, sarà arricchito dalla partecipazione degli speaker radiofonici di Dimensione Suono Roma, Ignazio Failla, Gianluca Guarnieri e Giada Pari, per offrire al pubblico un’esperienza artistica completa e coinvolgente.
Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC
L’articolo è stato corretto a seguito di una segnalazione.
Non solo sai cosa aspettarti, ma sai benissimo come arriverà: si parte con i titoli di testa senza fronzoli, bianchi su sfondo nero con lo stesso font da oltre 40 anni, scintillante musica jazz, e coppia di innamorati con una vistosa differenza d’età. Fino a qui tutto ok.
Ospite principale è stata la danza, protagonista di tre performance/studi, in buona compagnia del concerto di musica jazz Standard Images e di un momento di svago e incontro accompagnato da un bicchiere di vino.
Ad iniziare è stata Chiara Alborino, della compagnia Danza Flux. Il suo Ainoyume è un frammento estratto da La geisha che danza per amore, lavoro che debutterà nella sua interezza nel 2016. Ainoyume è un viaggio mentale e sensoriale in un Giappone fiabesco e lontano, nello spazio e nel tempo. La scena è pressoché vuota, ma bastano pochi indizi, un profumo e piccoli gesti a trascinare lo spettatore in una dimensione altra, nella quale può, da solo, immaginare paesaggi e atmosfere in cui inserire la visione che gli si propone davanti. Si perde di vista il valore del lavoro se ci si arresta a rintracciarvi tracce e reminiscenze del Nō, del Kabuki o di qualsiasi altra forma teatrale classica giapponese a cui sì, ci si può ispirare, ma consapevoli di non poterne emulare né i gesti né il risultato. È un sottile panteismo a fare da collante, tramutando le cose, conciliando gli elementi, stimolando i sensi e l’intelletto di chi guarda e può lasciarsi scivolare tra metamorfosi forse solo immaginate, grazie alle quali un battito d’ali può farsi vento e il vento può farsi carezza tra i capelli di una giovane geisha; in fin dei conti, nient’altro che la sintesi tra individuo e arte. E cos’è l’arte se non l’incontro tra la realtà naturale e la dimensione spirituale? Domanda scomoda, a cui si potrebbe rispondere in mille modi e che non è evidentemente il caso di sviluppare qui. Non ci perdiamo in flussi di ragionamento infiniti, facciamo un salto dalle isole giapponesi verso la terra ferma.
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| II Change – studio precedente |
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| L’opera di Raffaello a sinistra, quella di Parmigianino a destra |
Voler nuovamente raccontare al cinema la storia di Moby Dick, senza però affrontarare la sfida di toccare le monumentali e mitiche pagine di Herman Melville, è già di per sè un’operazione piuttosto singolare, e quindi affascinante.
Ma dedicarsi direttamente all’episodio originale va letto come una novità oppure come una resa?
Indubbiamente, a prescindere dall’intento, con un approccio simile Ron Howard è l’uomo giusto al posto giusto. Se scorriamo la sua filmografia notiamo una grossa passione per le biografie, per le vere storie umane dietro il mito. Senza citare ora tutti i titoli, basta pensare al suo lavoro precedente Rush, di cui questo nuovo film, più che interessarsi al mito di Moby Dick, sembra quasi una prosecuzione tematica. Pensiamoci bene: se in Rush il cuore del racconto era la rivalità tra i piloti Lauda e Hunt, due volti della stessa medaglia, ora il fulcro della narrazione è ancora una volta la conflittualità tra i capitani Chase e Pollard, che poi diventano una cosa sola nel confronto con la grande balena bianca.
Ron Howard è da sempre un autore classico, pulito, semplice e lineare, che pur avendo fatto buoni film non ha mai lasciato un grosso segno nel mondo del cinema: non è una colpa perché non è mai stata una sua ambizione, Howard ha sempre preferito il ruolo del semplice narratore, e i suoi risultati li ha ottenuti.
Tale approccio però ora gli si rivolta contro, perché la ricerca della semplicità, e la voglia di non raccontare le pagine di Melville, ma al tempo stesso la consapevolezza di non dover scontentare troppo il pubblico che va al cinema sperando di trovarsi davanti Moby Dick, finiscono pre creare il più classico degli ibridi: Heart of the Sea è un film che, spogliato di temi come l’ossessione e l’epicità dell’avventura, rimane imbrigliato nel genere dei classici disaster movies contemporanei, con un’abbondanza di CGI e colori ipersaturi che cercano di caricare una storia altrimenti vuota.
Non a caso, il framing device della figura del mozzo sopravvissuto che decenni dopo racconta la storia a Melville, non solo è fastidioso nella narrazione, ma finisce per ricordarci costantemente ciò da cui il film vorrebbe costantemente allontanarsi. E così, spettacolare ma privo di personalità, Heart of the Sea rimane solo la storia di una baleniera affondata: un po’ poco, in effetti.
Emanuele D’Aniello
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| Francesco Giubilei |