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Palma Bucarelli secondo Marilù Prati al Teatro Quirino

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Marilù Prati interpreta Palma Bucarelli, la prima donna ad essere stata nominata direttrice di un museo in Italia.

Marilù Prati
Marilù Prati interpreta Palma Bucarelli (© Marco Rossi)
In scena avanzava una figura vestita in maniera regale. Il pubblico seduto sul palco la vedeva muoversi tra una semplice ma interessante scenografia (curata da Franz Prati) con delle corde, alle quali sono appesi alcuni oggetti: due maschere e uno specchietto. Sempre presente era una sedia, testimone e amica della protagonista.
Ella era Palma Bucarelli, qui paragonata alla famosa Caterina di Russia nello spettacolo andato in scena il 21 ed il 22 dicembre 2015 al Teatro Quirino,Io volevo diventare Caterina di Russia (dialoghi impossibili con Palma Bucarelli fra la vita e l’arte)“, presentato da Gitiesse Artisti Riuniti, scritto ed interpretato dalla bravissima Marilù Prati, con la regia e drammaturgia di Francesco Suriano.
Palma Bucarelli si presentava a noi in un dialogo impossibile con una figura immaginaria. Ella è stata una novella Caterina di Russia, la grande riformatrice. Intellettuale, donna colta e raffinata, Palma Bucarelli è stata la prima donna ad essere direttrice di un museo in Italia, per inciso alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna.
In questa viaggio emozionante Palma si apriva al suo pubblico. Ella è stata una donna sempre con la mente proiettata nel futuro. È stata una delle prime a portare in Italia l’astrattismo e l’arte informale. Una personalità contrastata (spesso le sue scelte ed attività furono oggetto d’interrogazioni parlamentari). La Galleria Nazionale d’Arte Moderna diventò con lei una fucina di nuove idee. Anche nella vita Palma era sempre improntata alla ricerca costante di qualcosa di nuovo, di eccitante, immersa in un mondo che contava amicizie con personalità del calibro di Giulio Carlo Argan. Era una donna che guardava sempre, per dirla con un verso operistico, “oltre quel limite” come un cacciatore che va verso animali sempre più feroci. 
Non si è mai fermata, è questa è stata la sua più grande lezione: mai fermarsi a ciò che già si sa, andare sempre a studiare qualcosa di nuovo: la curiosità deve essere la nostra migliore alleata.
E, se tutto ciò viene fatto da una donna, ha sempre un valore aggiunto in questa nostra terra che, ancor oggi, è dominata dal maschilismo.
Marco Rossi

Francesco Il Santo: a Regina Coeli uno spettacolo di detenuti per detenuti

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Dodici detenuti e cinque attori hanno portato in scena la spiritualità di Francesco dentro il carcere giudiziario di Regina Coeli.

Lo spettacolo è il frutto di un lavoro continuo e stabile di ArteStudio dentro il carcere giudiziario romano che prosegue da oltre dieci anni, ma è anche il risultato di un laboratorio scenico dedicato alla figura del santo di Assisi. La misericordia e la pace perseguiti attraverso una ricerca sulla povertà sono i temi raccontati dallo spettacolo che utilizza materiali poetici dello stesso Francesco e sulla sua vita“.

Come in una sorta di Porziuncola, la piccola chiesetta che Francesco riparò dopo la sua vocazione, lo spettacolo messo in scena da ArteStudio si è svolto in una parte della seconda rotonda del carcere. 

Cominciamo col dire che quanto è stato messo in scena da Riccardo Vannuccini non è stato semplice da comprendere: poche parole, tantissime immagini in movimento. Ma è tutto voluto. E’ lo stesso regista a spiegarlo: si è voluto ricreare uno spettacolo che strizzasse l’occhio alle “buffonerie di strada”; una performance non convenzionale, fatta, lo ripeto, non di parole quanto di immagini. La travagliata, intensa, dolcissima esperienza spirituale di Francesco si snoda attraverso dei quadri immaginifici in cui vengono rappresentati i punti più salienti del percorso del più umile tra gli umili: il dramma della prigionia a Perugia, da cui Francesco uscirà distrutto ma anche pronto al più grande e più bello dei cambiamenti; la povertà, l’elemosina, l’incontro con Chiara, i viaggi in Oriente, la predica della perfetta letizia, la predica agli uccelli, la malattia sofferta e la morte nel buio della Porziuncola. Pochi testi recitati ci riportano a queste scene, “piccole storie sconclusionate, estatiche, che non intendono rappresentare qualcosa o educare qualcuno, ma propongono semmai un modo di agire, un modo di essere presenti sulla scena come nella vita“.

Il regista Riccardo Vannuccini

In questo intento, sembra di cogliere molto del dolcissimo e bellissimo Francesco giullare di Dio di Roberto Rossellini, dove la vita del santo era raccontata, anche in questo caso, per immagini tratte dai malinconici e poetici Fioretti, e dove, anche in questo caso, il regista si avvalse di attori non professionisti.

I detenuti che hanno partecipato allo spettacolo sono riusciti, in questo senso, a trasmettere la vera essenza del messaggio francescano, fatta di movimenti, seri e giocosi, mai casuali.
E’ un teatro coraggioso, forte, che vuole avvicinare due realtà apparentemente lontane fra loro: quella vissuta da Francesco, un iter spirituale che dalla terra arriva cantando sino a Dio, e quella dei detenuti che pure si prestano a questo “gioco”, mettendo in scena la follia scanzonata del poverello d’Assisi che nelle piazze raccontava, ridendo, il messaggio dei Vangeli.
Pure, punti di contatto ve ne sono: la detenzione di Francesco e la sua rinascita dopo aver toccato il fondo nelle buie carceri di Perugia. Una rinascita che lo portò ad abbracciare e a seguire un altro re, ad abbandonare l’armatura per indossare un ruvido saio, a gettare la spada per impugnare la croce. E proprio da Francesco si può ripartire, proprio dalla detenzione in Regina Coeli, si può rinascere, proprio portando in scena un santo che prima di tutto fu un uomo, si può dare inizio al cambiamento.
Uno degli attori-detenuti, proprio quel giorno, ha saputo di essere stato condannato a trent’anni di carcere. Pure, ha deciso lo stesso di presentarsi sulla scena e portare avanti l’impegno preso. Per se stesso e per i suoi compagni. Un messaggio importante e fondamentale di come sia possibile ricominciare, semplicemente, da uno spettacolo teatrale.

Chiara Amati

Zakharova e Repin, connubio perfetto tra danza e musica

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Inutile fingere meraviglia e sorpresa di fronte ad uno spettacolo che sapevamo per certo ci avrebbe regalato una serata di rara e raffinata bellezza. Stiamo parlando di “Pas de deux for Toes and Fingers” il gala di danza-concerto andato in scena martedì 22 dicembre 2015, sul palco dell’Auditorium Conciliazione di Roma per l’ultima delle due serate inserite all’interno della Rassegna Tersicore diretta da Daniele Cipriani.
Pas de deux for Toes and Fingers
Certo è che in più occasioni il nome di Daniele Cipriani è diventato ormai una sorta di “garanzia” per il pubblico romano al quale, negli ultimi anni, ha riservato vere e proprie parate di stelle internazionali della danza, conosciute e acclamate in tutto il mondo. A splendere in scena stavolta è stata Svetlana Zakharova, étoile del Teatro Bolshoi di Mosca e della Scala di Milano, amata dal pubblico e celebrata quale esempio di eleganza e perfezione, in coppia (nel vero senso della parola) con una stella della musica classica, il virtuoso violinista Vadim Repin. Come se non bastasse, a completare il quadretto, la presenza in scena del primo violino Anton Barakovskij e dell’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini che con le sue note ha accompagnato le coreografie eseguite da Svetlana Zakharova e da alcuni suoi straordinari partner: Vjačeslav Lopatin e Mikhail Lobukhin, primi ballerini del Teatro Bolshoi di Mosca, Vladimir Varnava, ballerino e coreografo del Teatro Mariinskij di San Pietroburgo e Johan Kobborg, già primo ballerino del Royal Ballet di Londra.
La serata ha inizio e, come tradizione vorrebbe, si è invitati ad assistere a ciò che avviene sul palcoscenico, presi per mano dall’Orchestra che, sulle note del Divertimento in re maggiore kv 136 del grande Mozart, cattura la platea con quel magnetismo di cui solo la musica classica suonata dal vivo è capace. Una sensazione che accompagnerà il pubblico per l’intera serata e che risulta ancor più evidente con l’entrata in scena del prodigioso violino di Repin per l’adagio “Distant Cries” di Tomaso Albinoni, danzato su coreografia di Edward Liang dai due interpreti Svetlana Zakharova e Mikhail Lobukhin. È la danza in questo caso che dirige l’orchestra: la danzatrice, inizialmente sola in scena, con movimenti fluidi “da il la” all’ensemble permettendo a musica e danza di fondersi completamente. Il gesto coreografico è delicato ma energico al tempo stesso, i corpi dei danzatori in scena sembrano fluttuare nell’aria senza perdere quasi mai il contatto tra loro, fin quando la ballerina rimane nuovamente sola in scena, decretando con le sue lunghe braccia lo scemare della melodia.
Dopo una serie di scroscianti applausi si prosegue con il Concerto per violino e orchestra d’archi n. 1 in re minore di Felix Mendelssohn che vede unici protagonisti in scena l’Orchestra e il violinista Repin. Un perfetto mix tra adagio e allegro che rende onore sia al virtuosismo di Repin, sia alla bravura della formazione fondata nel 2004 da Riccardo Muti, e composta dai migliori strumentisti italiani under trenta. È la volta poi di Fratres “Plus minus zero” di Arvo Pärt eseguito ancora una volta dal vivo e danzato dalla Zakharova insieme a Vladimir Varnava su coreografia dello stesso. Note e movimenti sembrano qui diventare una cosa sola: impossibile prescindere l’una dall’altra, i piedi dei danzatori attendono le dita dei musicisti e viceversa. La danza è più frenetica, a tratti secca, quasi “scattosa”, a testimonianza di un repertorio sicuramente moderno ma caratterizzando da una profonda base classica. La sonorità degli archi e degli strumenti a percussione, in questo caso gioca un ruolo fondamentale regalando al pezzo coreografico una straordinaria musicalità, creando una danza via via sempre più vorticosa che si conclude infine in un abbraccio ricco di pàthos. 
“Tambourin Chinois op. 3” di Fritz Kreisler è un vero tripudio di “frizzantezza” che scuote la platea dando spazio al celebre virtuosismo di Vadim Repin, capace di un’esecuzione magistrale e coinvolgente. Il programma riserva poi uno spazio dedicato solo ed esclusivamente a Svetlana Zakharova, impegnata nell’assolo “Revelation”, coreografato dalla giapponese Motoko Hirayama su musica, in quest’unico caso registrata, di John Williams. Proprio sullo stesso palcoscenico, lo scorso gennaio, in occasione del Gala Les Étoiles, avevamo avuto modo di apprezzare una Svetlana Zakharova in parte inedita, in una mirabile esecuzione di questo assolo, sulle musiche della colonna sonora di Schindler’s List. L’esibizione di ieri è dunque stata per molti la conferma di un’evidente maturità artistica ed espressiva della danzatrice che in questo pezzo riesce sicuramente a combinare la perfezione tecnica, che l’ha resa nota al grande pubblico, ad una rinnovata consapevolezza stilistica. Il risultato è un’interpretazione struggente e intima alla quale difficilmente si resta indifferenti.
“Revelation” Svetlana Zakharova
La serata procede a ritmo serrato portando stavolta sotto le luci dei riflettori i due violini, Vadim Repin e Anton Barakovskij, che insieme all’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini rendono omaggio a Johann Sebastian Bach con il “Concerto per due violini e orchestra in re minore bwv 1043”. Pur correndo il rischio di cadere nella banalità sia in questo caso, sia per l’esecuzione di “Estrellita” di Manuel Maria Ponce con l’arrangiamento di Jascha Heifetz, è proprio il caso di dire “questa sì, che è musica per le orecchie!”. La sintonia tra i due violini e il resto dell’ensemble è percepibile anche per un orecchio non allenato e, proprio per questo, le dolci note riescono ad affascinare chiunque, anche chi non è propriamente un addetto ai lavori.
Attesissimo momento della serata quello de Il Cigno “La morte del cigno” di Camille Saint-Saens. Interpreti: al violino Vadim Repin, all’arpa Anna Astesano e chiaramente, su coreografia di Michel Fokine, il cigno bianco per eccellenza, Svetlana Zakharova. Le celebri note pervadono letteralmente l’intero Auditorium che, con il fiato sospeso, si prepara ad osservare una splendida creatura che danzando cambia la sua natura, tramutandosi in un elegante cigno. Le linee lunghissime di braccia e gambe, due piedi perfetti dal punto di vista tersicoreo, si sommano a un’intensità e a un’espressività che riesce a trasmettere la straordinaria bellezza di un classico senza tempo, si potrebbe persino osare definendolo il classico dei classici. Al termine di questo attimo magico il pubblico non può esimersi dall’applaudire a lungo la danzatrice, nella convinzione che probabilmente Svetlana Zakharova non avrebbe potuto esser altro fuorché una splendida creazione della Dea Tersicore. 
“La morte del cigno” Svetlana Zakharova
Il registro cambia totalmente per il gran finale di serata. Si chiude con Scherzo Fantastico op. 25 “La ronde des lutins” di Antonio Bazzini, coreografato da Johan Kobborg, protagonista in scena insieme a Svetlana Zakharova, Vjačeslav Lopatin e l’intera orchestra diretta da Vadim Repin. Il tono è appunto scherzoso, giocoso a tal punto da inserire all’inizio un simpatico scambio di battute tra musicisti e danzatori: si ipotizza, infatti, uno scambio di ruoli che vedrebbe Repin nel ruolo di ballerino, ruolo rifiutato prontamente con ironia dal violinista. Dal punto di vista musicale le note allegre, veloci e pizzicate si sposano alla perfezione con un disegno coreografico che mette in risalto le straordinarie doti tecniche e virtuosistiche dei danzatori, dando vita ad una sorta di sfida per chi riuscirà ad aggiudicarsi la bella Svetlana. Dal canto suo la danzatrice è sorprendentemente ironica e spiritosa, lontanissima dall’immagine fiabesca vista precedentemente ne Il Cigno, molto vicina invece all’idea di una “bimba dispettosa” che tra i due litiganti finisce per scegliere proprio il violinista, suo marito. 
“La ronde des lutins” Johan Kobborg Svetlana Zakharova Vjačeslav Lopatin
Definire “Pas de deux for Toes and Fingers” un successo appare a questo punto quasi superfluo e riduttivo, più opportuno invece è etichettarlo con l’aggettivo “unico”, uno di quegli eventi che qualsiasi amante dell’arte in senso lato dovrebbe segnare sul calendario, un appuntamento al quale sarebbe un vero peccato mancare.
Francesca Pantaleo

[foto di Pierluigi Abbondanza]

Film di Natale: ecco i classici da vedere durante le feste

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Le feste natalizie sono sempre una scusa, oltre che lasciarsi un po’ andare tra diete e stili di vita, nonché approfittare per rivedere amici e parenti, anche per una buona dose di ozio.

I classici da vedere a Natale secondo CulturaMente

C’è chi riprende a leggere, sfogliando le pagine di qualche libro, dimenticato da tanto tempo su uno scaffale; chi si mette ad un tavolo giocando a carte o a tombola. Altri invece decidono di godersi le vacanze, seduti su una poltrona teatrale o su quella del proprio salotto, a rivedere film passati e aggiornarsi sulle ultime uscite. Il mondo cinematografico, in effetti, si sposa perfettamente al periodo di Natale: quanti di voi, durante le feste, non sono mai andati al cinema o, ancora più raro, non si sono concessi una serata intera, in tuta/pigiama e plaid, a rivedere qualche dvd? Pochi, probabilmente pochissimi. Cosa cerchiamo, però, durante le feste natalizie? Che tipo di spettacoli rispolveriamo dalla nostra videoteca? Ecco la lista dei classici di Natale secondo CulturaMente!

I cartoni animati: per bambini, ragazzi… e non solo!

Al primo posto, spinti un po’ dalla televisione che li ripropone e un po’ dalla festa che fa tornare tutti un po’ bambini, ci sono i lungometraggi animati, con la Disney al primo posto, anche quelli che non hanno necessariamente a che fare con l’inverno o il Natale. Cartoni  che ricordino l’inverno e le feste natalizie sono pochi, sia che siano lunghi, come Opopomoz, Frozen o Nightmare Before Christmas, sia che siano corti, come L’asinello. Film come Cenerentola, Gli aristogatti, Mary Poppins, Fievel sbarca in America, Robin Hood, La freccia azzurra (anche se si svolge durante la notte dell’epifania) e mille altri ritrovano vita nella mente di molti spettatori, specie quelli casalinghi, illuminati dalle luci dell’albero.

Le storie sempre verdi

Ci sono storie natalizie che vengono riprese sempre, data la loro magia e freschezza. La storia de Lo schiaccianoci o del grinch che vuole rovinare la festa ne sono un esempio. Il racconto di Charles Dickens, Canto di Natale, però è, forse, una delle opere natalizie per eccellenza più riprodotte: leggendolo, è facile sentire sulle propria ossa il freddo e la malinconia dell’avaro Ebenezer Scrooge. I rifacimenti di questo romanzo ottocentesco in chiave filmica sono una lunga e svariata lista. Dai cartoon, come Canto di Natale di Topolino, dove vari personaggi Disney interpretano i protagonisti del romanzo, o il digitalizzato A Christmas Carol, con Jim Carrey nei panni dei tre fantasmi e del protagonista, ai film con pupazzi, come Festa in casa Muppett, fino ad arrivare a vere e proprie pellicole, dall’italiano Una notte meravigliosa degli anni ’50 al recente americano Cupido a Natale. Pellicole diverse nello stile e negli interpreti, ma tutte immerse nell’innevata atmosfera della storia con il miracolo di Natale più noto della letteratura.

Natale col pianto o col sorriso: le commedie 

Esistono pellicole che si svolgono durante le festività natalizie e, per questo, si sente il bisogno di rivederle, anche per la millesima volta. Si pensi a commedie sciocche, se non demenziali, come i vari cinepanettoni, fino alle commedie più dolci e classiche, quali Una poltrona per due, Uno sguardo dal cielo, Bianco Natale. Ci sono poi film che usano l’atmosfera di Natale anche per far ridere con un pizzico di morale e un tocco di nostalgia, come La neve nel cuore.

Per i veri intenditori: i film di Natale magici

Esistono poi film che sono per gli amanti del Cinema, intramontabili e non così sciocchi. Al primo posto, da consigliare per i neo amanti del genere, Miracolo nella 34° strada del 1994, remake dell’omonimo film del 1947: un film dolce, che insegna i bambini a credere a qualcosa di puro, come Babbo Natale, che fa stringere i grandi tra di loro e fa sorridere. Per gli amanti dei classici, invece, in vetta alla classifica, l’unico e inimitabile La vita è meravigliosa del 1946, di Frank Capra. Questo è, per molti, il film di Natale per eccellenza. Magia, realtà, pianto, risate, gioia, dolore, sacrificio e voglia di vivere tutti in un unico film, firmato da un maestro della cinematografia e interpretato da una star come James Stewart: un film da vedere ogni anno e con il finale più natalizio che possa esistere.

Francesco Fario

Il Ponte delle Spie, l’uomo contro la Guerra Fredda

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Se un ponte deve esserci, è quello che collega i due mondi del cinema di Steven Spielberg: da un lato abbiamo il cinema avventuroso e dinamico di grande intrattenimento, ricco di umanità e grande ottimismo, nell’altra sponda invece troviamo il rigoroso cinema classico di grande impegno storico e civile. Il Ponte delle Spie prova a collegare e mostrare entrambi i mondi – ovviamente senza l’elemento della fantasia, essendo una storia vera – ma riesce nel suo intento solo a metà.
Siamo vicini al Natale, quindi siamo tutti più buoni e voglio partire subito con le cose positive: Il Ponte delle Spie pare un film fuori tempo massimo e invece è una storia assolutamente attuale e senza confini temporali. La Guerra Fredda, le spie, le dinamiche di due superpotenze che invece di scontrarsi giocano una partita a scacchi sul piano geopolitico, tutto è cadenzato come uno specchio sulle ripercussioni nel mondo moderno grazie tocco umanissimo e morale del cinema di Spielberg. Un film solido, classico senza essere vecchio, semplice senza essere noioso, retorico ma sincero e pieno di buone intenzioni, Il Ponte delle Spie è il tipico prodotto che difficilmente può non piacere, e con efficacia porta a casa il risultato.
Semmai, il problema è nella scollatura della narrazione: quello che all’inizio sembra un interessante procedurale sul dilemma morale del ruolo tra buoni e cattivi, si trasforma via via in una classica storia spionaggio hitchcockiana (l’uomo comune che finisce in una situazione straordinaria) calata nello scenario dei romanzi di John leCarrè, e finisce per essere l’ennesima parabola biografica dell’eroismo americano contro tutto e tutti.
Le parti come detto non sono ben amalgamate, o quantomeno sono solo un preambolo per il grande messaggio morale. Un messaggio assolutamente giusto e come detto senza tempo, per carità, ma molto più efficace nella prima parte: quando l’avvocato Donovan difende una spia russa perchè tutti hanno diritto ad una difesa e al principio di innocenza fino a prova contraria, non può non venire in mente quanto successo recentemente a Guantamano o Abu Ghraib, oppure alla facilità con cui ultimamente si generalizza di fronte ad alcuni individui sulla base della provenienza geografica. Giusto sottolineare, inoltre, che questa parte funziona anche grazie alla compostissima ed enigmatica interpretazione di Mark Rylance, grande attore teatrale inglese qui alla prima vera esposizione cinematografica in carriera. Quando poi il film, come anticipato, prende i chiari binari della storia di spionaggio, paradossalmente la tensione che dovrebbe salire invece precipita, perché il dilemma morale si esaurisce e l’esito è piuttosto ovvio (non credo sia un caso che lo stesso Tom Hanks, per quanto calatissimo nella parte, reciti davvero senza guizzi).
Il Ponte delle Spie è un film che introduce perfettamente i toni grigi della storia, ma quando decide di virare sul bianco e sul nero si appiattisce su se stesso. Alla fine è una vicenda che giustamente devono conoscere tutti e trarne il massimo esempio, perchè l’avvocato Donovan è davvero un simbolo di rettitudine morale, ma non riesce a raggiungere il dinamismo necessario per farne una vera opera cinematografica.
Emanuele D’Aniello

Ildegarda di Bingen, “La Guaritrice” che sfidò il Medioevo

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21 luglio 1098. Bermesheim, GermaniaLuce. Dolore.Il dolore è nato con la luce.

La vera luce, bianca, accecante, dolorosa accoglie la nascita della piccola Hildegard dal grembo dolente della madre. Intorno a lei, veloci, si muovono le donne che assistono al parto. Svelte, avvolgono un corpo malaticcio, una neonata che non strilla. Metchild, la madre, istintivamente la affida a Dio: se mai sopravviverà, la bambina sarà sua. E mentre Hildebert, il padre, la battezza, il destino della piccola Hildegard sembra segnato. 
Ildegarda di Bingen
La guaritrice, di Anne Lise Marstrand-JØrgensenè un libro molto particolare. Intanto, particolare è il soggetto: Ildegarda di Bingen, mistica medievale, scrittrice, poetessa, naturalista e profetessa. Una figura sfaccettata, poliedrica, se anche misteriosa e sfuggente. 
Dall’infanzia trascorsa fino agli otto anni nella dimora paterna all’arrivo nel monastero di Disibodenberg affidata alle cure di Jutta di Sponheim, mistica anch’essa e severa educatrice, tutta la vita di Hildegard è segnata da visioni particolarissime, intense, sfiancanti. La vera luce le si rivela in tutta la sua potenza tanto da lasciarla spossata, inerme, febbricitante. Pure, quel copro fiaccato, malaticcio, debole di donna, si ribella al fatto stesso di essere donna nella ferma convinzione che quanto vede e quanto sente è giusto.

E nelle fredde giornate a Disibodenberg, Hildegard studia, domanda, si interessa, canta, prega, scrive. Troppo intelligente, troppo ribelle, pure così pura e ingenua da destare domande, perplessità. Chi è questa ragazza dai capelli color carota, che sostiene che Dio le parla, manifestandosi attraverso immagini e luce, sofferenza e carne? Dalle sue visioni, dal suo amore per il prossimo, dalla sua fama di conoscenza, se anche mitigata attraverso l’amico Volmar, la figura di Hildegard emerge prepotente dall’odioso castigo cui la donna doveva obbedienza, sfidando attraverso le proprie prese di posizione con priori e abati, frati e popolino, le convenzioni del tempo. La sua voce, le sue profezie, le sue convinzioni arriveranno fino al Papa che le darà l’assenso definitivo, il riconoscimento ultimo: e quel piccolo monastero di poche anime, finirà per accogliere una congrega di donne di cui lei stessa finirà per essere, suo malgrado, guida e madre. Nel bene e nel male. Non è una figura facile, quella di Ildegarda. Intanto, per le poche informazioni a riguardo. Ricostruirne tutta la travagliata vicenda, quindi, storicamente ineccepibile, è già di per sé un valido, validissimo motivo per leggere il libro. Se non fosse che Anne Lise Marstrand-JØrgensen non si  è fermata qui. Il carattere di Ildegarda, così psicologicamente sfaccettato, emerge, anche in questo caso, di prepotenza: se storicamente fu una donna sopra le righe, difficilmente inquadrabile, metterne a nudo le debolezze, la caparbietà, il senso di impotenza e le mancanze (come gli scatti d’ira improvvisi o la sua impazienza quando non capita) – che certo non hanno aiutato a rendere Hildegard un personaggio da romanzo, “facile” da comprendere e da amare – è stata una scelta coraggiosa da parte dell’autrice. Pure, il fascino indiscutibile della protagonista de La guaritrice sta proprio nel suo non essere stata mitizzata quanto ricondotta ad una dimensione umanamente, concretamente reale. 
In questo sta il vero merito di Anne Lise Marstrand-JØrgensen; ma dell’autrice vanno apprezzate tanto l’accuratezza della descrizioni quanto la prosa, se anche cruda ed essenziale. Il Medioevo leggendario viene sapientemente riproposto senza filtri, nella bellezza dei paesaggi ma anche nell’ottusità delle credenze e dei riti. Ancora una volta, la donna ci viene rappresentata come madre e, se non madre, monaca. Ed ogni cosa che sembra uscire da questo tracciato prestabilito, Dio la punisce. Così avviene per Benedikta, sorella smaliziata di Ildegarda, in una delle scene più crude del libro. Non ci sono sconti per chi non accetta il suo posto nella società. E mentre all’uomo è lecito possedere una donna, marchiarla e farla sua come una bestia da soma, l’universo femmineo viene ricondotto al silenzio attraverso il silenzio: obbedienza, accettazione, mortificazione. La ribellione caparbia di Hildegard comincia dall’obbedienza, dall’accettazione, dalla mortificazione. Ma a modo suo. Secondo le sue regole. Perché se non si è potuto scegliere, ma solo accettare, di vivere una vita regalata a Dio appena alla nascita, si può sempre scegliere come affrontarla, questa esistenza di sottomissione. 
Chiara Amati

A Natale c’è un libro per tutti i gusti!

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Qualche idea per regalare a Natale un buon libro, facendo felici gli amanti della cultura, con una categoria di regali che non passa mai di moda.

Negli ultimi giorni in vista del Natale la corsa al regalo è ancora aperta, gli ultimi giorni prima della fatidica festa si impregnano di panico e ansia per la scelta del dono perfetto. Ma state tranquilli, una soluzione sempre efficace esiste: regalate libri! Quali? Ve lo consigliamo noi.
Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà, di Luis Sepùlveda
Il nuovo libro dell’autore cileno che ci ha regalato la fiaba che tutti conosciamo, quella della gabbianella e del gatto che le insegnò a volare. Stavolta Sepùlveda racconta, attraverso gli occhi di un cane, il rispetto per la natura dei Mapuche, una popolazione che vive nel sud del Cile e dell’Argentina, da cui discende lo stesso scrittore. Un regalo perfetto per chi ama le favole, quelle ricche di sentimenti e riflessioni sulla vita.
Storia di un cane che insegnò a un bambino la fedeltà
– Terapia di coppia per amanti, di Diego De Silva
Se avete in famiglia fan di De Silva ( ma anche se non ne avete), il suo nuovo libro è il regalo perfetto da far trovare sotto l’albero. Con il suo stile divertente, irriverente e riflessivo, De Silva racconta la la tragicomica situazione di un lui e una lei impantanati in una statica situazione di coppia clandestina.
Terapia di coppia per amanti
Le Terre di Selnawar, di Simone Caporale
Avete amici patiti per il fantasy, Signore degli anelli e Hobbit per capirci? Bene, c’è un libro tutto italiano edito da Kimerik Editrice che fa al caso vostro. Le Terre di Selnawar racconta di un universo creato da sette divinità, popolato da elfi, nani e creature divine, un po’ alla Tolkien. Presto i fratelli saranno in lotta tra loro, per via di una delle sorelle che crea i Drusgand, una razza di esseri a lei fedeli per schiavizzare l’umanità e privarla del dono concesso loro dal fratello. Dì lì a poco, le terre di Selnawar vengono dilaniate dalla guerra e solo secoli dopo, un sacerdote, un elfa e un guerriero tenteranno di risollevare le sorti del loro mondo.
Le Terre di Selnawar
– Momenti di trascurabile felicità, di Francesco Piccolo
Un libro allegro, che dona serenità è il nuovo romanzo di Francesco Piccolo. Stavolta, l’autore racconta l’allegria dei piccoli momenti di cui è fatta la vita, segnalando come ogni contrattempo, anche il più noioso e fastidioso, nasconda qualcosa di impagabile, divertimento e vitalità che al primo sguardo non riusciamo a percepire. Un bel libro da regalare a chi ama godersi la vita, nei suoi momenti sia belli che brutti.
  
Momenti di trascurabile felicità
– Ultimo Piano (o Porno Totale), di Francesco D’Isa
Che lo troviate in ebook o in versione tradizionale, Ultimo Piano è un libro che stupirà chiunque lo legga. Una storia originale, una di quelle che non si legge quotidianamente. Due fratelli sono i protagonisti del libro, lavorano entrambi nell’industria del porno, uno come regista l’altra come attrice. Attorno a loro, un mondo regolato dalla differenza sociale, una realtà che neanche loro sapevano esistesse e che scopriranno pian piano. Un bel regalo per chi ama le storie distopiche.
Ultimo Piano (O Porno Totale)
Io sono Malala, di Malala Yousafzai
Uno dei testi più interessanti in libreria non può, di certo, mancare sotto i vostri alberi di Natale. Malala è una giovane ragazza pakistana che ha ricevuto il premio Nobel per la pace a soli 17 anni. Attivista da tempo per assicurare a donne e bambini il diritto alla cultura, il terribile attentato di cui è stata vittima non le ha tolto il sorriso e la forza di regalare al mondo un commovente discorso alla conferenza mondiale dell’Onu. Una di quelle storie davvero belle e appassionanti, un regalo perfetto.
Io sono Malala

Ilaria Scognamiglio

“Non ci resta che ridere”, vignette satiriche di Enzo De Amicis

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Era il 18 dicembre del 1932 e la città di Latina, all’epoca Littoria, nasceva letteralmente dalla palude per divenire la città nuova fondata da Benito Mussolini. A distanza di 83 anni, traguardo comunque giovane per la storia di una città, molte sono sicuramente le riflessioni che si potrebbero fare su come negli anni Latina si sia trasformata rapidamente. Riflessioni che inevitabilmente lasciano spazio alle molte polemiche venute alla luce in seguito alle vicende che negli ultimi mesi hanno interessato la vita politica e giudiziaria del capoluogo Pontino, decretando, almeno in parte, il fallimento di una città nata per essere “il gioiello del razionalismo”. 
A scandire la vita di una società, circoscritta come quella pontina, ci ha pensato con le sue vignette satiriche una matita d’eccezione, quella di Enzo De Amicis, medico e politico di Latina che nell’ultimo anno e mezzo ha voluto raccogliere episodi e aneddoti in un tascabile intitolato “Non ci resta che ridere” (Ego Edizioni), presentato domenica 20 dicembre presso il chiostro Stoà a Latina. Enzo De Amicis medico pontino classe 1957, è sicuramente una figura poliedrica che negli anni ha saputo districarsi tra professione, politica, satira, pittura e sport, ricoprendo cariche quali responsabile sanitario del Latina calcio dal 1987 al 2009, consigliere comunale dal 1993 al 2015, e attualmente consigliere provinciale. 
“Non ci resta che ridere” è quindi il risultato di un punto di vista sicuramente soggettivo, ma al tempo stesso diventa testimonianza diretta di chi è a conoscenza dei fatti e sceglie di fornirne una versione ricca di umori, riflessioni e visioni dettate da un’oggettiva quotidianità, senza concedere sconti a nessuno. Vecchia abitudine quella di far satira, che da giovane gli costò persino un’espulsione da scuola a causa di alcuni disegni caricaturali che ritraevano compagni di classe e professori. Una passione che oggi fa di Enzo De Amicis un “autentico e veritiero termometro della società civile pontina, confezionando in maniera assolutamente obiettiva un centinaio di vignette ironiche e pungenti che ritraggono alcuni aspetti più controversi della recente storia della città-capoluogo, scandendone i tempi, i modi, i topoi, le manie, i vizi privati e le pubbliche virtù”.

enzo de amicis
In occasione della presentazione del libro, l’autore ha avuto modo di rispondere ad alcune domande e curiosità, prima fra tutte la motivazione che lo ha spinto a sintetizzare, sotto forma di vignetta satirica, la vita cittadina del capoluogo pontino. “Credo – ha dichiarato De Amicis – di aver spostato il mio punto di vista, lasciando libero sfogo a tante curiosità che avrebbero scatenato in chiunque ilarità e ironia. Sono infatti convinto che la satira sia un mezzo immediato e potente per comunicare ciò che si pensa in realtà, e che riesca sopratutto a far uscir fuori alcune cose così come andrebbero dette, o almeno come le si vorrebbe dire davvero, senza troppi mezzi termini”. Rispondendo poi a chi ha ipotizzato possibili ripercussioni di tipo legale in merito ad alcune vignette ritenute più scomode l’autore ha spiegato: “Spero e sono piuttosto convinto di non incorrere in alcun tipo di bega legale a causa delle mie vignette, in caso contrario risponderò in mia difesa realizzando un’ennesima vignetta in modo tale da ironizzare, scherzandoci su. Certamente – ha poi specificato – nel libro ce ne sono alcune un po’ più ‘toste’, ma ritengo di essermi fermato sempre all’ironia senza mai scadere nell’offesa. Tra l’altro – ha aggiunto il medico pontino – all’interno del libro è contenuta anche una vignetta su me stesso, proprio perché ritengo che prima di ironizzare sugli altri sia necessario saper fare satira su se stessi”.
Sempre in occasione della presentazione, è stata ribadita l’importanza della satira quale strumento di comunicazione efficace ed intelligente, puntualizzando che l’autore ha ritenuto doveroso dedicare il libro alle vittime della strage di Charlie Hebdo, morte in nome della satira. “La creazione di ogni vignetta – ha spiegato De Amicis – viene realizzata in maniera piuttosto immediata, impiegando al massimo 3-4 minuti: gli unici strumenti di cui ho bisogno, sono infatti una biro e un foglio. Riconosco – ha ammesso – che la mia è una tecnica antica e piuttosto semplice, ma al tempo stesso sono consapevole del fatto che un’immagine, seppur chiara ed immediata a livello visivo, presuppone una conoscenza dei fatti, delle persone, nel mio caso addirittura della vita politica e della società. Proprio per questo – ha infine concluso – anche grazie alle didascalie presenti in ogni pagina del libro, credo e mi auguro che dalla vignetta si possa fare un percorso a ritroso, sforzandosi di conoscere meglio i fatti che hanno portato alla satira”.
Un libro che sicuramente riesce a strappare un sorriso sul volto di chi Latina la conosce e l’ha vissuta, capace di lasciare ogni singolo cittadino a riflettere, con amara ironia, sul futuro di una città nella quale ci si augura un giorno di poter dire anche altro, oltre ad un sarcastico “Non ci resta che ridere!”.
Francesca Pantaleo

Natale con la Cultura, idee regalo per ritardatari

Spaventati anche quest’anno dai regali da fare rimandati all’ultimo minuto? Niente paura! Noi di CulturaMente abbiamo alcune idee pronte per voi!

Partiamo dal presupposto che nella mentalità contemporanea il regalo è una mera trovata per incrementare le vendite. Tenteranno di rifilarvi qualsiasi cosa, sfruttando la poca fantasia di chi va di corsa o il potere ammaliante di oggetti inutili ma a buon mercato. Da un negozio all’altro sembrerà di non trovare nulla dall’aspetto genuino e crescerà l’ansia e il mal di testa, con quelle accecanti luci led delle insegne e l’onnipresenza di pubblicità e jingle commerciali. Cerchiamo allora di fare mente locale e prepararci alla nostra avventura con coscienza.
Attenzione però, il presupposto del nostro discorso è che il destinatario del regalo goda del vostro affetto, della vostra stima e di una profonda conoscenza. Ecco i nostri consigli!
Tenersi lontani dai centri commerciali. Cercare un regalo deve essere un piacere. L’ideale è inserire la ricerca nel mentre di una passeggiata. Le nostre città brillano di bellezza in periodo natalizio e, sebbene il centro sia fra le zone più care, una soluzione a poco prezzo ma di classe la si trova sempre. Se proprio non avete tempo, una strada nei paraggi del posto di lavoro può fare a caso vostro. Ricordatevi: non è detto che una visita al centro commerciale sia la scelta più rapida. Nella maggior parte dei casi, finirete per passare più tempo a girovagare fra i corridoi o a farvi strada nelle mastodontiche file alle casse, rispetto ad un più rilassante negozio sulla via.
Semplicità e personalità. La bellezza di un regalo sta nella capacità di identificare la persona che vi sta accanto e portare qualcosa che la faccia sentire protagonista di un processo ragionato. Per qualche momento il destinatario del dono è stato al centro delle vostre azioni e vi siete concentrati su di lui/lei, pensando alla sua personalità. Il piacere di chi riceve il regalo è il gusto di vedersi riflesso nell’opinione che avete di lui, messa in campo nella ricerca. Per una persona che ama scrivere o tende a conservare memorie e pensieri sulla carta, un taccuino ed una penna sono un pacchetto perfetto. Attenzione, però: assicuratevi di non fare una scelta dozzinale. Un oggetto semplice ma con una storia – che sia la sua fattura ecologica o la somiglianza con qualcosa di valore per entrambe le persone in gioco- vale molto più di un prodotto di punta, esageratamente caratterizzato e senza spazio per la personalizzazione. Una sciarpa si può illuminare al collo di una persona perché arricchita dall’aspetto della stessa. Se però è troppo appariscente, si potrebbe verificare il contrario e il regalo perdere di valore affettivo.
Controllare su internet. Dipende dalle idee che si hanno. Un acquisto tecnologico ha un suo impatto economico, ma nel caso siate indirizzati verso di esso, richiede necessariamente qualche momento speso online a cercare recensioni e consigli di esperti. Il gergo è facile da comprendere e la ricerca pre-acquisto obbligatoria per non perdersi al negozio. Altri prodotti, come vestiario e simili, meglio lasciarli all’impressione di una vetrina. L’unicità dell’offerta varia di viale in viale.
Non acquistare online. A meno che il regalo non sia per qualcuno che incontrerete dopo Natale, o la compagnia non assicuri consegne certe entro il 23, siete ormai troppo in ritardo per tentare la fortuna con una spedizione.
 
Non per forza un oggetto. Le nostre case traboccano di ninnoli e aggeggi inutili. È come vivere in un accumulo costante di spazzatura. Una possibilità è regalare un’esperienza più che un possesso. Che sia qualcosa che si mangia, che si vive o si vede, la scelta è vasta. Un biglietto per un film o uno spettacolo da guardare insieme? Un coupon? Controllate Groupon! Un dolce a lunga conservazione? Passa da un fornaio. Una pianta? Il fioraio all’angolo fa al caso tuo. Noi consigliamo Teatro e Arte. D’altronde, di nome facciamo CulturaMente. Ecco una manciata di proposte romane per chi vede nella Cultura un regalo che non occupa spazio e riempie il cuore e la mente:
  • il Teatro Furio Camillo ha programmato un Natale all’insegna dei bambini con la rassegna “La Città del Natale”, che dal 25 dicembre al 6 gennaio vedrà in scena, giorno dopo giorno, spettacoli per giovanissimi. Un’occasione per avvicinare i bambini all’esperienza mistica della platea nell’atmosfera natalizia, uscendo con tutta la famiglia e movimentando la giornata. Per il programma degli eventi: teatrofuriocamillo;
  • molti teatri stanno sponsorizzando le proprie carte regalo. Per chi si sente in vena di un acquisto più impegnativo, dedicato ad una passione condivisa, possono essere la soluzione per programmare serate in compagnia. Il Teatro Argentina offre due biglietti a 36€ o 4 per il gemello India, mentre il più periferico Teatro degli Audaci  propone pacchetti festivi. Al Teatro Quirino il 26 dicembre debutterà Storie di Claudia, mentre è disponibile all’acquisto la Card di Natale, valida per l’intera stagione. Il 24 dicembre l’Argot Studio ospiterà alle 11 lo speciale Canto di Natale, mentre il Kopó offre un carnet regalo di 3 spettacoli a 20€. Controllate anche il Teatro dell’Orologio e non dimenticatevi del vostro teatro di quartiere. Tutti hanno proposte a tema;
  • anche il balletto vuole la sua parte. Da stasera il classico Schiaccianoci calcherà il prestigioso palco del Teatro dell’Opera di Roma, in cartellone fino all’8 gennaio;
  • un regalo di Natale ce lo fanno i Musei Capitolini, gratuiti per i cittadini romani domenica 3 gennaio.
Buono regalo. Dipende dal carattere della persona. Può essere bene accetto o visto, nella maggior parte dei casi, come uno scarico di responsabilità da parte di qualcuno privo di fantasia, tempo o non particolarmente legato al destinatario. Se al contrario il ricevente ha espresso in passato il desiderio di una carta regalo, non esitate: apprezzerà la libertà che gli state concedendo. Solo abbiate cura a costruire un pacchettino. Fa sempre piacere scartare.
Pacchetto e biglietto. Per quanto non sia ecologico uno spreco di carta di questo genere, resta dotato di un suo fascino. In più, se nel corso degli anni avete conservato gli involucri di passati regali o vi trovate con piccoli pezzi scartati, potrebbe essere l’occasione per svuotare un cassetto. Ciò che conta è il modo in cui presentate la sorpresa. Potrebbe venir fuori da uno zaino o presentarsi senza pacchetto in un angolo, sotto gli occhi del destinatario. L’effetto sorpresa necessità solo di creatività. Il biglietto risponde a simili esigenze. Va evitato il preconfezionato a favore di un qualsiasi brandello di carta su cui poter genuinamente scrivere i nostri auguri. La semplicità paga e vince sempre l’originalità sui colori di un Lupo Alberto dalla battuta raggelante. Da un biglietto, non dimenticate, si evince il gusto di una persona e il suo carattere.
Spendere o non spendere? Non serve svuotare il portafoglio per manifestare affetto. Il trucco è nei dettagli, nell’attenzione e, come già espresso prima, nel tempo speso per l’altro. Più il dono ha un legame con la persona che sta donando, più la sorpresa sarà ben accetta. Ecco che entra in scena il fai da te, la manualità, l’espressività personale ed individuale, che nulla ha a che vedere con l’acquisto di un prodotto pronto. Può essere una lettera scritta con convinzione e impacchettata in una bustina, oppure un gioiello fatto a mano; un disegno, un aiuto reale, un gesto che va a favore del beneficiario. In fondo sono questi i regali migliori.
Non sempre una sorpresa è bene accetta. A volte la cosa più semplice è parlare apertamente con la persona e chiederle come si sente in relazione ai regali; se può gradire il gesto e se c’è qualcosa in particolare che vorrebbe ricevere. Non a tutti può piacere l’effetto sorpresa e a volte potrebbe essere non necessario. I casi sono tanti, ma comunicare può essere la soluzione, specie se la vostra mente persiste nel non avere idee. Se però il destinatario del regalo si aspetta la gioia dell’inatteso, potreste perdere parecchi punti, ammaccando la spontaneità del vostro gesto.
Insomma, ma non è solo il pensiero che conta? Sì, ma perché conti deve esserci stata un po’ di fatica, un po’ di moto. Ripetiamolo: non serve spendere. Il valore è nella ricerca, nel tempo dedicato a immedesimarsi nell’altra persona. È un esercizio di empatia. In tal senso, un’esperienza per entrambe le parti. Una manifestazione di spiritualità che passa per un gesto materiale ed è autorizzata a farlo dalla tradizione e dal piacere umano di donarsi agli altri.
Alla fine, basta sentirsi felici. Buon Natale a nome di tutta la redazione di CulturaMente.

Gabriele Di Donfrancesco

Per gli amanti del gospel arriva lo “Sconcerto di Natale”

Il 22 dicembre arriva al Teatro Orione di Roma il Concerto Natalizio di “Nico Bucci & Roma Gospel Voices”, il coro Gospel capitolino all’attivo da dieci anni.

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Il coro, composto da oltre quaranta elementi di varie nazionalità, è diretto dal maestro Nico Bucci e ha all’attivo centinaia di performance in Italia e all’estero nonché numerose iniziative benefiche, partecipazione a eventi privati e collaborazioni con altri cori.
Lo spettacolo proposto dai Roma Gospel Voices, accompagnato da una band che suonerà dal vivo, sarà arricchito dalla partecipazione degli speaker radiofonici di Dimensione Suono Roma, Ignazio Failla, Gianluca Guarnieri e Giada Pari, per offrire al pubblico un’esperienza artistica completa e coinvolgente.
Il Gospel è molto più di un genere musicale: è una pagina nella storia degli uomini e ha avuto ripercussioni significative dal punto di vista religioso, musicale e sociale. I concerti dei Roma Gospel Voices, nel proporre queste esperienze in musica, catapultano gli spettatori in una storia che parla di speranza, di coraggio e di impegno per spezzare le catene ed elevare la propria anima.
Il vasto repertorio proposto, che spazia dal gospel contemporanea al soul, reinterpreta sia i capolavori della tradizione sia i brani cult del gospel statunitense meno noti al pubblico italiano in chiave originale e con arrangiamenti composti per l’occasione. Tra gli autori interpretati dai Roma Gospel Voices ricordiamo: Whitney Houston, Mariah Carey, Kirk Franklin, Donnie McClurkin, Soul Children of Chicago, Richard Smallwood, Donald Lawrence and the Tricity Singers, Tamela Mann, Dexter Walker and the Zion Movement, Marvin Winans e molti altri.
Il concerto
Data e ora dello spettacolo: 22 dicembre 2015, ore 21.00
Durata dello spettacolo: circa 2 ore
Luogo: Teatro Orione Via Tortona, 3
Biglietti: saranno acquistabili al costo di 20 e 23,50 euro ( € 1,50 costo aggiuntivo di prevendita) presso il sito http://www.boxofficelazio.it/ e presso le biglietterie segnalate nella pagine http://www.boxofficelazio.it/C2/Content.aspx/Punti_Vendita/
CHI SONO I “Roma Gospel Voices”?
Nato nel 2004 come un ensemble di nove coristi, dopo dieci anni di attività concertistica e formativa i Roma Gospel Voices oggi superano i quaranta coristi.
Nel 2008 e nel 2009 gli RGV hanno promosso e organizzato il “Total Praise Gospel Workshop & Concert”, che si è tenuto in sedi prestigiose del centro storico di Roma e ha visto la partecipazione di 80 coristi, provenienti da diversi cori gospel.
Nel 2012 i Roma Gospel Voices sono stati ospiti a Londra del “30 Choir Festival” organizzato dal celebre London Community Gospel Choir in occasione del loro 30° anniversario. Il 5 maggio 2013, serata conclusiva dell’evento, presso la Royal Festival Hall del Southbank Centre di Londra i Roma Gospel Voices si sono esibiti insieme al London Community Gospel Choir e ad oltre 1200 coristi provenienti da tutto il mondo, vincendo il guinness mondiale dei primati come coro Gospel più grande del mondo.
E Nico Bucci?
Cantante, direttore corale e vocal trainer biodinamico (http://bioenergia.nicobucci.eu), Nico Bucci ha studiato lirica con Ornella Scocca per tre anni, canto moderno per cinque anni e jazz per due anni. Ha concluso l’apprendimento con un master di improvvisazione vocale jazz sotto la guida di Antonio D’Amore.
Nel 2003 interpreta il ruolo di “Leporello” nel “Don Giovanni” di Mozart. L’anno seguente intraprende il tour da solista “Just a Prayer Away” accompagnato dal pianista Christopher Riccardi. Il concerto racconta la storia della musica blues, jazz, soul e gospel.
Nel 2004 fonda la corale “Roma Gospel Voices”.
Nel 2008, a Washington DC, studia direzione corale con il M° Baker Thomas, direttore artistico del “FBC of Woodbridge Choir”. Lo stesso anno interpreta la voce cantata di Giuda nel musical “La doppia essenza di Cristo” con regia di Alfredo Pallucci.
Nel 2011 interpreta i ruoli del “Brucaliffo” e del “Bianconiglio” in “Alice Il Musical” sotto la regia di Ilaria Fontana con le musiche e i testi di Leonardo Abbate (autore per Mina, Lisa Stenfield, Raf e Laura Pausini).
Nel 2012 diventa presidente e direttore artistico dell’Accademia delle Arti Vocali di Roma, direttore dei Roma Gospel Voices, performance and vocal trainer.
A maggio 2013 tiene un seminario intensivo di Biodinamica Vocale presso il Queen Elizabeth Hall di Londra a coristi provenienti da tutto il mondo che la sera stessa partecipano al Guinness World Record.
Contatti e Informazioni:
Associazione Il Villaggio della Musica
Via Diego Fabbri,42 ROMA 00137
info@ilvillaggiodellamusica.it 
cell. +39.340.2487915

Le donne del Sor Giacomo Puccini

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Le donne del Sor Giacomo Puccini

Le donne, creature forti e deboli, affascinanti e misteriose allo stesso tempo, raccontate attraverso i personaggi femminili di Giacomo Puccini.

Giacomo Puccini, come tutti i grandi, merita di essere raccontato in tutti i suoi aspetti, soprattutto con l’avvicinarsi dell’anniversario della sua nascita (22 dicembre).
Ma, essendo io  troppo piccolo per capire un genio del genere, lascerò che a parlare della sua poetica siano alcune delle sue donne più famose.
La donna è stata raccontata in tutti i suoi particolari dalla musica del “Sor Giacomo“, ed è stata una figura fondamentale e costante nella sua vita (nonostante il matrimonio con Elvira Bontuni ebbe infatti numerose amanti).
La prima delle donne alla quale cedo la parola è Manon (Manon Lescaut). Ella è prigioniera della sua stessa indole. Ama e vuole essere amata dal giovane Des Grieux, ma non sa rinunciare al lusso, a un desiderio costante d’apparire (il momento chiave per capire questa sua complessità d’animo è la celebre aria In quelle trine morbide, durante la quale rammenta l’ardente passione della sua storia d’amore).
Si chiude nella falsità di un mondo frivolo, ma non sa resistere al suo amore, perché è una donna sola. La sua personalità complessa, quest’alternarsi tra due modi di vivere e sentire gli affetti differentemente, la condurrà verso la morte.
Con Mimì della Bohème si entra in un’altra atmosfera. Mimì è una povera ragazza malata di tubercolosi che vive in una soffitta di una fredda e nebulosa Parigi.
È un fiore delicato, delicatissimo, come quelli che lei tesse e rivende per vivere, e l’amore del poeta Rodolfo è l’acqua che la risbocciare. Lei sa di avere poco tempo davanti a sé, ma si getta in questa storia, perché l’amore è il motore ed il sale della vita e rappresenta per lei la fine di una vita infelice.giacomo puccini
Tosca, una cantante lirica, è una donna forte, abituata a combattere per ottenere quello che vuole, che non esita ad uccidere per salvare la vita del suo amato Mario, perché, nonostante i beni materiali, lui è il centro della sua vita e lo rimarrà fino alla fine dei suoi giorni.
Cio-Cio-San (Madama Butterfly) ci porta nel mondo esotico ed affascinante del Giappone. Lei rappresenta l’onore ed il dovere coniugale. Nella sua mentalità lei deve condividere tutto con suo marito, l’ufficiale della marina militare degli Stati Uniti Benjamin Franklin Pinkerton.
Lei è felice solo quando lui lo è, piange e ride solo se lui lo fa, ed è per questo che ella aspetta sempre il suo ritorno dall’America. Ma Pinkerton non ha la stessa sensibilità. Quando lei scopre che il marito negli Stati Uniti è sposato, che vuole lasciarla e che vuole portarsi via il loro bambino dal nome simbolico, Dolore, il suo mondo va in frantumi. Non è concepibile per lei vivere senza la sua famiglia e si suicida.
La Fanciulla del West ci trasporta nelle lande altrettanto spettacolari del Far West. Il deserto ed i suoi abitanti fanno da sfondo alla vicenda di Minnie, la fanciulla, una locandiera, insegnante, amica e confidente di tutti gli abitanti del villaggio dove vive; potremmo definirla una sorta di “self-made womanante litteram.
È una donna coraggiosa e caparbia, capace di montare a cavallo e minacciare con la pistola il rude sceriffo Jack Rance per difendere il suo grande amore, Dick Johnson, un malvivente dall’aspetto tenebroso ma dal cuore d’oro. Ella riuscirà nei suoi prepositi perché l’amore vince su tutto.
Con la vicenda di Suor Angelica, personaggio principale dell’opera omonima, siamo in un’altra atmosfera. Angelica è una giovane che è stata rinchiusa in un convento per scontare un peccato d’amore. Quel convento è come una prigione, una prigione infernale.
L’allontanamento dalla vita e dal quel figlio ormai morto che le è stato sempre nascosto è un peso insopportabile per il suo povero cuore. Solo con il suicidio potrà ritrovare il suo bambino.
Nel pieno della follia causata dall’avvelenamento, tra le urla strazianti che chiedono perdono  per il gesto appena compiuto e la salvezza, appare il figlio per poter stringere la madre in un unico ed eterno abbraccio. Suor Angelica termina così la sua vita terrena.
Potremmo dire che Turandot, personaggio eponimo del suo grande ed incompiuto capolavoro, sia l’ultima figlia di Giacomo Puccini. Turandot è una donna algida e cattiva, che vuole vendicarsi su tutti gli uomini che gli si presentino per una sua ava stuprata ed uccisa, ma è una donna che non sa amare o, per meglio dire, ha paura dell’amore, perché l’amore è come un terremoto, che sconvolge tutto ciò che trova.
Il suo terremoto si chiama Calaf, un giovane principe che rimane folgorato dalla sua bellezza. Nonostante il carattere della principessa, l’eroe senza paura riuscirà a sfondare il muro di paura e d’insicurezza che avvolge il suo cuore.
L’anima di Giacomo Puccini vive in tutte loro e con loro, e ci conduce verso la conoscenza dell’imperscrutabile universo femminile.
Marco Rossi

Questa Domenica regalatevi un Teatro: ecco cosa vedere

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Molti teatri romani stasera salutano spettacoli davvero importanti: se volete passare una domenica all’insegna della cultura spulciatevi qualche sinossi e regalatevi un teatro!


Intervista è l’adattamento teatrale dell’omonimo film di Theo Van Gogh, regista olandese assassinato nel 2004 da un fondamentalista islamico per il cortometraggio Submission, che denunciava la posizione d’inferiorità della donna araba. La questione femminile è centrale anche in questo testo (del 2003) in cui la famosissima Star di soap opera Katia, è messa ‘sotto accusa’ dal giornalista politico Pierre Peters, mandato contro voglia ad intervistarla la sera della caduta del governo. L’incontro tra i due inizia in maniera disastrosa e si trasforma rapidamente in una battaglia spietata. 
Teatro dell’Orologio: Kamikaze Number Five

Kamikaze Number Five è il racconto del dies irae, il giorno dell’ira e del giudizio finale, divenuto terreno, carnale, umano. Il testo racconta le ultime ore di un kamikaze. Mentre si prepara per la fine, egli richiama i fantasmi della sua famiglia distrutta: il padre, il fratello, la madre e la sua unica figlia. Le presenze si uniscono in una Totentanz, una danza macabra, una riflessione sulla morte che attraversa e trafigge la vita. L’odio sotteso all’intero racconto assume temperature e intensità diverse: da esso emergono ritmicamente forza, dolcezza, premura, fratellanza, così come la furia cieca e il dramma di appartenere senza scampo alle proprie relazioni, alle persone amate, al luogo in cui si nasce o si cresce. Sebbene sia il racconto di un atto estremo esso è tutt’altro che la descrizione di un’anima monolitica e compiuta. È invece ambientato su una soglia, su una linea di tensione, sui passaggi che conducono alla trasformazione. Il testo non si rifugia nel “politicamente corretto”, è eccitato ed elettrizzante, fortemente vero e crudele: il pensiero radicale è rappresentato attraverso le sue logiche stringenti e per i suoi valori del tutto basati sul sentire viscerale, rendendo ciò che viene rivelato contemporaneamente condivisibile e inaccettabile.

Teatro L’Aura: Il Principio di Archimede

Marco e Diego sono due giovani istruttori di nuoto, Marco più riservato, Diego più esuberante. Quest’ultimo, che insegna ai più piccoli, un giorno abbraccia e bacia un bambino davanti ai suoi compagni. Una bambina lo riferisce a sua madre e provoca una reazione a catena. Questo semplice gesto è una dimostrazione innocente di affetto o il segno di una mostruosa perversione? La realtà oggettiva è difficile da delineare, tutto è questione di interpretazione ed un solo particolare può cambiare la lettura dei fatti. Anna, la direttrice della piscina, si scontra con due visioni opposte dell’accaduto. Incalzata da un gruppo di genitori inferociti si trova da sola a ricercare la verità oltre che ad affrontare i fantasmi del proprio passato.

Teatro degli Audaci: Romani si nasce, Italiani si diventa

In scena un grande interprete, Gianfranco D’Angelo, attore e comico, uno dei maggiori protagonisti della televisione degli anni Ottanta e Novanta, ci conduce in un percorso ideale attraverso monologhi, racconti e poesie, che esaltano con spirito, ironia, leggerezza e teatralità le emozioni, le paure, i difetti e i desideri della gente che vive e popola la nostra Bell’Italia. poco conosciuta, da valorizzare e amare sempre di più. Lo accompagna in questo viaggio il gruppo musicale I Cerchi Magici, diretti dal Maestro Maurizio Francisci, che da anni compie un appassionato lavoro di ricerca nell’infinito patrimonio della musica popolare italiana. Tre belle voci soliste vibrano all’unisono, con un ritmo che coinvolge protagonisti e spettatori, affinché l’emozione non venga mai meno. Insomma, uno spettacolo da non perdere!

Teatro Quirino: Bisbetica

Vi rimandiamo alla nostra recensione!

Teatro Ambra Jovinelli: Provando…Dobbiamo Parlare

Vi rimandiamo alla nostra recensione!
Teatro Sala Uno: La Tredicesima Notte
8 profughi, 8 personaggi di Shakespeare. 8 storie che si incrociano in un solo destino che potrebbe essere quello di ognuno di noi.
…. in lontananza rumori di guerra. Ci troviamo in un luogo di frontiera, una lunga rete che sparisce nel nulla con telecamere e filo spinato delimita lo spazio. La notte sta scendendo. Da fuori, arrivano trafelati e impauriti 8 personaggi che evidentemente stanno fuggendo e si trovano a non poter andare avanti. Sono, loro malgrado, costretti a passare la notte insieme e accamparsi nell’attesa di passare “la frontiera” perché evidentemente indietro non si può tornare. I personaggi non si conoscono tra loro, a parte due che sembrano essere padre e figlia. Hanno tutti delle torce con le quali si illuminano diffidenti e curiosi. Durante questa notte di paura ognuno di loro si rivelerà agli altri intrecciando rapporti di diffidenza, curiosità, odio, compassione, amore e disprezzo.

Buona domenica da Culturamente!

Star Wars, il Risveglio della Forza (NO SPOILER)

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Ho atteso questo momento con grande trepidazione, non tanto per un sincero interesse verso il film, quanto per la voglia immensa di prendere parte ad una esperienza collettiva praticamente unica. Dopotutto questa più che una saga cinematografica è una vera e propria religione, ma io sono sempre rimasto fuori dalla loro chiesa. Infatti devo iniziare con una confessione doverosa: non sono un fan di Star Wars. Ho visto più volte la trilogia originale, riconosco e apprezzo tantissimo il posto che ha creato nella cultura pop, ma la saga non mi ha mai fatto impazzire, con una storia molto basilare e una realizzazione piuttosto rudimentale, per non parlare della recitazione. Non a caso, sono tra quelli che ritengono Star Wars la saga più assurdamente squilibrata tra fanatismo dei propri appassionati ed effettiva qualità dei film. E sapete una cosa? Forse proprio questo fa di me lo spettatore giusto per commentare Star Wars: il Risveglio della Forza.
E parto senza pregiudizi, perché il responso posso dichiararlo subito: il film mi è piaciuto, e molto. Mi fidavo di JJ Abrams, conoscevo il suo talento e soprattutto la sua intelligenza nel riconoscere cosa fare per i fans e cosa fare per il bene del prodotto cinematografico, sapevo che nessuno voleva sbagliare questo film, e non temevo affatto il rischio dell’arrivo del marchio Disney, perché quella di Star Wars è sempre stata una saga rivolta ai più giovani, piena di pupazzi e momenti divertenti, quindi “infantilizzarla” era arduo.
Questo Episodio VII è un ottimo film d’avventura spaziale sotto tutti i punti di vista, e inquadrato all’interno della saga è un capitolo infinitamente migliore dei prequel, tutti e tre messi insieme (non che ci volesse molto, ok). Ha il grandissimo merito di voler recuperare lo spirito della trilogia originale concentrandosi sull’eccitazione, sul senso dell’avventura e sui legami umani che portano ad una crescita interiore. L’aspetto migliore, e spesso sottovalutato, dei vecchi film è sempre stata l’abilità nel creare belle storie d’amicizia: Luke con Han, Chewbacca con Han, C3PO e R2D2, e ora quella purezza finalmente torna, sentiamo il peso di ogni azione e gesto non soltanto per il risultato, ma anche per le conseguenza che portano sulle altre persone.
Il Risveglio della Forza è davvero un film che può piacere, trasversalmente, ad ogni tipo di pubblico. Dopotutto era un qualcosa che non si poteva sbagliare, tutti lo sapevano. Non a caso, se proprio vogliamo trovare un vero difetto alla pellicola, è quella di aver risposto alla gigantesca pressione rinchiudendosi ermeticamente nelle certezze. Non mi aspettavo certo un film rivoluzionario, ma indubbiamente JJ Abrams poteva osare di più soprattutto sul piano narrativo: alla fine la struttura della trama è quasi un remake del film del 1977. Tutto è sicuro, tutto è piuttosto prevedibile, non ci sono vere sorprese o momenti inaspettati, accade esattamente quello deve accadere, e la meta è semplicemente l’introduzione al prossimo episodio.
Ripeto, con la pressione che c’era, non mi sento di condannare completamente tali scelte. A pensarci bene Abrams non è solo il regista del film, ma colui che ha il ruolo delicatissimo di riavviare un intero franchise e affidarlo al futuro. Semmai, i rischi li dovranno prendere i prossimi episodi ora che la macchina è ripartita. Abrams ha fatto esattamente ciò che doveva fare, riuscendo egregiamente nel vero intento della pellicola: introdurre nuovi personaggi ed amalgamarli ai vecchi. Nel mondo dei blockbuster moderni sono i personaggi a fare la differenza, altrimenti sarebbero tutti film in cui si gioca a fare le esplosioni più rumorose. La prima parte del film totalmente dedicati ai volti nuovi è riuscitissima, siamo subito in grado di empatizzare con Finn e Rey perchè li percepiamo come umani. I due nuovi protagonisti sono scritti benissimo e la loro chimica funziona, hanno intelligenza, tenacia, coraggio, umorismo e un bagaglio emotivo tutto da scoprire, soprattutto Rey – e il suo ruolo è perfettamente in linea con i blockbuster a guida femminile degli ultimissimi anni – è destinata a racchiudere tutte le qualità migliori del vecchio trio di protagonisti. Poe Dameron ha poche scene ma funziona, il nuovo villain Kylo Ren è interessante perché Abrams lo rende complesso e saggiamente lo differenzia il più possibile da Darth Vader, salvandolo da un paragone impresentabile per chiunque. E ovviamente rivedere i vecchi volti fa schizzare l’effetto nostalgia anche per chi, come me, non è innamorato come già detto dei vecchi capitoli: se la sola apparizione di un vecchio droide giallo ti strappa un sorriso, vuol dire che l’operazione è riuscita.
Perché di questo, alla fine, dobbiamo parlare: di operazione. So benissimo che Star Wars per molti, moltissimi significa molto di più, e quindi sminuire così il film non è semplice, ma il primo passo di questa nuova trilogia doveva necessariamente partire “a tavolino”. Abrams si è messo la giacca bianca da scienziato di laboratorio e ha tirato fuori la formula giusta, ha ricreato l’atmosfera di una banda di amici che si ritrova a combattere in una situazione più grande di loro tra spade laser e viaggi spaziali, ha svecchiato il look artigianale degli inizi senza però la montagna di CGI dei prequel che rischiava l’effetto cartone animato, ha tenuto sempre come scopo finale la grande avventura d’intrattenimento popolare che si segue con enorme piacere e con una buona scossa di adrenalina. I difetti ci sono, ma la cosa fondamentale era prima di tutto far ripartire i motori del Millenium Falcon, e possiamo quindi ritenerci soddisfatti.
Emanuele D’Aniello

Torna il DOIT Festival, il bando è già online. Cosa aspettate?

In arrivo la seconda edizione del DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro. Culturamente ci sarà, e voi?

È online fino al 31 gennaio 2016 sul sito www.doitfestival.eu il bando e il form di partecipazione al festival che, quest’anno, sarà ospitato dal Teatro Planet di Roma dall’8 al 20 marzo e dal 29 marzo al 10 aprile 2016. Anche quest’anno la nostra redazione ha deciso di seguire questo fantastico percorso:
più di un classico festival di teatro contemporaneo, DOIT è un progetto di promozione culturale, di elevato valore letterario e d’impegno civile che manifesta la sua unicità nell’attenzione alla simbiosi tra scrittura per il teatro e messinscena, grazie alla collaborazione con il concorso di drammaturgia contemporanea L’Artigogolo, curato da Cecilia Bernabei, presidente dell’Ass. Cult. ChiPiùNeArt. Il binomio tra i due concorsi ha riscosso molto successo con l’ apprezzata pubblicazione del volume che raccoglie i testi vincitori  di entrambi i concorsi, dal titolo omonimo L’Artigogolo, edito Chi Più Ne Art Edizioni. Ve ne abbiamo parlato recentemente, vi ricordate?
L’idea del festival nasce dal desiderio di promuovere la creatività delle nuove generazioni e delle realtà teatrali “periferiche” che non trovano spazio nei luoghi tradizionali, individuare proposte sceniche innovative che si nutrano del dialogo tra i saperi artistici e la quotidianità e valorizzare nuovi spazi culturali. Da qui, la scelta del Teatro Planet, da alcuni anni attivo nel panorama teatrale romano grazie al desiderio condiviso dell’attrice e regista Caterina Costantini e Gabriele Pianese.
Il DOIT Festival si propone anche di alimentare una rete di relazioni che superino il contesto locale, favorendo l’incontro con la critica, gli operatori culturali e il pubblico. Ad arricchire il Festival, la presenza di eventi speciali: conversazioni con gli artisti curate da giornalisti ed esperti, spettacoli fuori concorso, e la partecipazione straordinaria della Compagnia Instabile Assai costituita da detenuti e operatori della Casa di Reclusione di Rebibbia.
Ad affiancare il premio della giuria di critici, operatori culturali e pubblico adulto, quest’anno, è stato istituito il Premio Giuria dei Giovani, per favorire anche la formazione e la partecipazione attiva del pubblico under 26, con il coinvolgimento degli istituti scolastici romani e delle Università che vorranno partecipare.

L’opera giovane del Barbiere di Siviglia all’Argentina

Al Teatro Argentina va in scena un Barbiere di Siviglia giovane e appassionante.

La volta del Teatro Argentina sarà pure annebbiata nell’oscurità delle luminarie spente, ma si illumina delle vibranti tonalità delle voci dei giovani. Si restituisce l’arte ai nuovi arrivati, preparandola al prossimo ciclo di ricambio e conservazione. Sono queste ridenti figure del Barbiere di Siviglia, accompagnate da personaggi di maggiore esperienza, a calcare il palco del Teatro nazionale di Roma. L’occasione è quella del duecentesimo anniversario dalla prima rappresentazione del Barbiere fra i suoi drappi cremisi, il 20 febbraio 1816. Con la regia di Vivien Hewitt e la direzione d’orchestra di Daniele Moroni si presentano i vincitori del Concorso Lirico Ottavo Ziino 2015: il mezzosoprano Lilly Jørstad, già debuttata al Teatro alla Scala, ed il tenore Giuseppe Tommaso. Una serata nata dall’iniziativa di Wally Santarcangelo, Direttrice Artistica dell’Associazione Culturale “Il Villaggio della Musica”.
Come in ogni anniversario che si rispetti, la messa in scena si mantiene classica: la scenografia è fissa, dipinta e impreziosita da qualche accenno di mobilia. Eppure, nella tradizionale posa dei costumi, semplice ed elegante, si sprigiona la personalità degli interpreti. È il carisma del barbiere Figaro, agile nella voce quanto nei movimenti e acuto come il pizzetto malandrino che contorna l’espressività del viso. La commedia del Conte d’Almaviva, innamorato della sua Rosina e pronto a strapparla al tutore Don Bartolo con i consigli del camaleontico barbiere, trova la sua misura per stupire il pubblico nell’energia della propria lirica. Il fiato si spende in improvvisi acuti o riesce a riemergere da lunghi discorsi, risucchiati dalle onde della musica dell’orchestra, mentre l’occhio dello spettatore vede i vitini da vespa e i corpi curati e pensa alla bellezza del miracolo, quando il nuovo incontra l’antico. La chimica che intercorre fra gli interpreti rivela un appassionato lavoro preparatorio, volto a padroneggiare e far proprio il libretto di Cesare Sterbini; si riesce in tal senso a riempirlo di brezza col gusto dello stare sul palco e dar mostra di un’arte che viene dal cuore.
Le scene corali diventano un piacere e fioccano di dettagli che popolano un controscena vivo e comunicante, accentuando il personale dinamismo degli interpreti di Don Basilio, Eugenio Di Lieto, Don Bartolo, Giuseppe Esposito, e Berta, Irida Dragoti. Dall’ottima dizione, frizzante e libertina è la bravura di William Hernández, in un Figaro travolgente. Non possiamo dimenticare Lilly Jørstad nei panni di una splendida Rosina, col potere dell’acuto vibrante, accompagnata dalla più calda voce del giovane Conte, Giuseppe Tommaso. In questa grande possibilità di esibizione professionale troviamo anche i ragazzi dell’International Opera Choir. Anch’essi giovani quanto i colleghi sul palco, sanno calcarlo con metodo e tener fede alle necessità della voce, toccando con le altre la volta affrescata. Così, raccolto come uno spazio di gentile intrattenimento, questo Barbiere di Siviglia invernale distrae dai temi di stridente attualità dell’Argentina, tra i meravigliosi violini dell’orchestra e le nuove leve della lirica. Basti pensare che Rossini compose l’opera ad appena 24 anni e poco più vecchi erano i suoi interpreti. Si restituisce al tempo il gioco delle analogie pratiche.

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

L’articolo è stato corretto a seguito di una segnalazione.

Irrational Man, delitto e castigo nella mente di Woody Allen

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Sedersi e guardare un film di Woody Allen è un po’ come tornare a casa.

Non solo sai cosa aspettarti, ma sai benissimo come arriverà: si parte con i titoli di testa senza fronzoli, bianchi su sfondo nero con lo stesso font da oltre 40 anni, scintillante musica jazz, e coppia di innamorati con una vistosa differenza d’età. Fino a qui tutto ok.

Poi ti accorgi che però, all’improvviso, sui quegli abituali titoli di testa bianchi su sfondo nero non c’è una musica orecchiabile, ma uno stranissimo silenzio. E allora ripensi che, talvolta, tornare a casa non regala sempre le stesse sensazioni: si può essere felici o triste, rassegnati o arrabbiati, dipende indubbiamente dal posto che si è lasciati. In questo caso, Woody Allen viene da una scia di film, quantomeno nell’ultimo decennio, via via sempre più funerei e pessimisti, assolutamente spietati verso il genere umano. Irrational Man ora non chiude il cerchio, è chiaro che Allen può andare ancora più a fondo nell’introspezione della negatività – la sua grandezza è anche utilizzare un tema abituale e saperlo declinare sempre con angoli e sfaccettature nuove – ma in un certo senso raggiunge il punto massimo del proprio pessimismo. Se anche la solita musica jazz qui lascia spazio ad un unico motivo ripetuto ossessivamente, qualche domanda va fatta.
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Allen è sempre stato un autore fortemente cinico pure nelle sue commedie più brillanti, dopotutto parliamo di qualcuno che scrive e realizza un film anno non per un fervore creativo costante, ma per tenersi attivo e non fermarsi a pensare alla sua notoria paura per la morte, come se scrivendo tentasse di esorcizzare o procrastinare l’inevitabile ogni volta che può. Eppure, negli ultimi anni, il sentimento del finale positivo di Manhattan, denso di speranza e fiducia, è stato definitivamente spazzato via, così come i vari incroci romantici hanno assunto un nuovo significato. Non so se è l’età, o il mondo che lo circonda, o gli ipotetici scandali personali che ogni tanto tornano a galla, eppure Allen è l’unico autore al mondo che ci fa ridere, e parecchio, ricordandoci al tempo stesso che c’è poco per cui ridere.
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Non voglio certo trasformare una semplice recensione in un’analisi filosofica – dopotutto un conto è cogliere e capire il senso tematico di un film, un’altra cosa farlo proprio – ma Irrational Man porta a compimento tutti i discorsi fatti negli ultimi film e li conduce ad un unico comune denominatore: il delitto. Al suo 45° film, il recente percorso del suo cinema ci ha mostrato una totale sfiducia verso le persone e verso il presente (un tema che avvicina Basta che Funzioni e Midnight in Paris) che alcuni provano a superare ricorrendo all’edonismo materiale e di facciata (in parte To Rome with Love e soprattutto Blue Jasmine). Dopotutto, forse una delle più alte forme di edonismo è proprio il delitto. Questo tema ha da sempre affascinato Allen, e se escludiamo le escursioni in chiave parodistica come in Misterioso Omicido a Manhattan, la chiave di lettura è molto vicina a quella di Dostoevskij. La differenza ora è lampante: se prima Allen ha mostrato e utilizzato il delitto come fonte di dubbi religiosi (Crimini e Misfatti), dubbi pratici (Match Point), dubbi etici (Sogni e Delitti), ora non solo tali dubbi non ci sono più, ma la ricerca e la soluzione dell’omicidio è l’unica vera fonte di consapevolezza. Il protagonista di Irrational Man è la somma di tutti personaggi negativi scritti nell’ultimo decennio, più una componente autodistruttiva che non guasta, e trova nel delitto l’unica gioia di vita: non vuole diventare killer, non brama nemmeno la semplicistica adrenalina del creare il delitto perfetto fine a se stesso, semplicemente capisce che uccidere un’altra persona, che diversamente da lui non capisce la vacuità della vita, dà un senso alla propria esistenza. Homo Homini Lupus: l’uomo è intrinsecamente corrotto e cattivo, perché non abbracciare definitivamente con consapevolezza tale visione?
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In tutto ciò, strano a dirsi, Irrational Man rimane una commedia. Non forzatamente divertente – le classiche battute alleniane sono presenti in tono minore – ma ritmata, dinamica, stralunata, godibile, recitata benissimo: Emma Stone pare nata per recitare i dialoghi di Allen, e su un ingrassato Joaquin Phoenix ogni elogio sarebbe pleonastico. Irrational Man fa ridere, perché nonostante i propri temi serissimi, o forse proprio per questi, ci si accorge della disperazione della vita che facilmente sfocia in episodi tragicomici. Dobbiamo ridere per esorcizzare ciò che circonda e ciò che può annidarsi dentro di noi, e ricordare che Allen stesso una sorta di via d’uscita la concede addirittura come premessa nel titolo: per vivere bene più che il pensiero si deve usare la praticità, perché l’essere troppo lucidi e consapevoli è l’anticamera dell’irrazionalità. Sì, è un paradosso, ma non lo è anche la vita stessa?
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Emanuele D’Aniello

Zakharova – Repin in “Pas de Deux” all’Auditorium Conciliazione

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Torna a Roma la grande interprete del balletto classico Svetlana Zakharova, étoile del Bolshoi di Mosca e de La Scala di Milano. Due le date che la vedranno protagonista sul palco dell’Auditorium Conciliazione, il 21 e 22 dicembre, all’interno della ‪Rassegna Tersicore, diretta da Daniele Cipriani. Insieme a lei, l’acclamato violinista Vadim Repin, marito della ballerina, e l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini in uno spettacolo intitolato “Pas de Deux for Fingers and Toes”.

Coppia nella vita e a teatro, l’étoile del balletto Svetlana Zakharova e il virtuoso del violino Vadim Repin hanno creato un coinvolgente spettacolo che li vede insieme in palcoscenico. “Pas de Deux for Toes and Fingers” attraverso la ricerca di brani coreografici su partitura musicale per violino, o ad esso adattabile, proporrà al pubblico capitolino brani moderni che permettono sperimentazione e profonda espressione da parte di entrambi gli artisti.
Oltre a interpretare assoli, per l’occasione Repin dirigerà l’Orchestra Giovanile Luigi Cherubini fondata da Riccardo Muti nel 2004 e formata da giovani strumentisti, tutti sotto i trent’anni, provenienti da ogni regione d’Italia. La Zakharova sarà inoltre affiancata da alcuni noti protagonisti della scena russa: i primi ballerini Vjaceslav Lopatin e Mikhail Lobukhin (Bolshoi di Mosca), Vladimir Varnava (Mariinsky di San Pietroburgo) e Johan Kobborg (Royal Ballet di Londra). Uno spettacolo unico, che regalerà allo spettatore coreografie di autori come Johan Kobborg, Edward Liang, Motoko Hirayama, Vladimir Varnava, nonché il pezzo forte della serata, la celeberrima Morte del Cigno di Mikhail Fokine con musica di Saint-Saëns trascritta per violino.
Francesca Pantaleo

RvB ARTS presenta la mostra collettiva Alice in Wonderland

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La galleria RvB ARTS con la sua politica di Accessible Art inaugura a Roma in via delle Zoccolette e in via Giulia Alice In Wonderland, mostra collettiva natalizia ispirata al celebre libro di Lewis Carroll.

Durante il periodo delle festività natalizie RvB Arts presenta ALICE IN WONDERLAND, una mostra collettiva che prende spunto del celebre libro di Lewis Carroll, Alice nel Paese delle Meraviglie.
Gli artisti coinvolti si confrontano liberamente con il mondo fantastico ed estroso creato da Carroll (Charles Lutwidge Dodgson, 1832-1898) con opere che vanno dalla pittura, alla scultura, al disegno, al collage, alla fotografia. Ogni artista fornirà al visitatore un’interpretazione del tutto personale del classico che dalla sua pubblicazione nel 1865, ha affascinato e ispirato generazioni di artisti.
A nomi noti del panorama artistico romano come quelli di Lucianella Cafagna e Roberto Fantini, in questa occasione ci sarà la straordinaria partecipazione della coppia di artisti Tania Brassesco e Lazlo Passi Norberto, un ulteriore esempio dell’abilità di RvB Arts nella ricerca di talenti emergenti.
Si prevede una mostra natalizia insolita e, nello stile dell’autore di Alice, ricca di sorprese.
La mostra, aperta fino al 9 gennaio, presenta le opere di:
Evita Andújar Tania Brassesco e Lazlo Passi Norberto Lorenzo Bruschini Lucianella Cafagna Roberto Fantini Cristiana Fasano Clara Maffei Maiti Arianna Matta Alvaro Petritoli Giulio Rigoni Vera Rossi Andrea Silicati
Quattro opere donate saranno sorteggiate per sostenere AFRIKASI’ Onlus!
[RvB Arts è una galleria romana che promuove l’Accessible Art. Scova talenti emergenti e organizza mostre ed eventi con lo scopo di far conoscere l’arte contemporanea in maniera divertente ed informale, rendendola anche ‘abbordabile’ da un punto di vista economico.]

La danza in divenire al Piccolo di Pietralata

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Una predominanza di suggestioni e visioni orientali, ma non solo, nel secondo appuntamento della rassegna natalizia Ramific_azioni. Giovani in cerca d’occupazione, svoltosi domenica 6 dicembre al Teatro Piccolo di Pietralata

Ospite principale è stata la danza, protagonista di tre performance/studi, in buona compagnia del concerto di musica jazz Standard Images e di un momento di svago e incontro accompagnato da un bicchiere di vino.

Ad iniziare è stata Chiara Alborino, della compagnia Danza Flux. Il suo Ainoyume è un frammento estratto da La geisha che danza per amore, lavoro che debutterà nella sua interezza nel 2016. Ainoyume è un viaggio mentale e sensoriale in un Giappone fiabesco e lontano, nello spazio e nel tempo. La scena è pressoché vuota, ma bastano pochi indizi, un profumo e piccoli gesti a trascinare lo spettatore in una dimensione altra, nella quale può, da solo, immaginare paesaggi e atmosfere in cui inserire la visione che gli si propone davanti. Si perde di vista il valore del lavoro se ci si arresta a rintracciarvi tracce e reminiscenze del , del Kabuki o di qualsiasi altra forma teatrale classica giapponese a cui sì, ci si può ispirare, ma consapevoli di non poterne emulare né i gesti né il risultato. È un sottile panteismo a fare da collante, tramutando le cose, conciliando gli elementi, stimolando i sensi e l’intelletto di chi guarda e può lasciarsi scivolare tra metamorfosi forse solo immaginate, grazie alle quali un battito d’ali può farsi vento e il vento può farsi carezza tra i capelli di una giovane geisha; in fin dei conti, nient’altro che la sintesi tra individuo e arte. E cos’è l’arte se non l’incontro tra la realtà naturale e la dimensione spirituale? Domanda scomoda, a cui si potrebbe rispondere in mille modi e che non è evidentemente il caso di sviluppare qui. Non ci perdiamo in flussi di ragionamento infiniti, facciamo un salto dalle isole giapponesi verso la terra ferma.

Ainoyume – Chiara Alborino
È in Cina che ci porta Francesca B. Vista, della compagnia Atacama. Qui la metamorfosi non è più solo una suggestione ma il fulcro di II Change, lavoro basato sull’I Ching, il Libro dei Mutamenti, iniziato nel 2014 e in continua evoluzione. Due danzatrici. Basta che si illumini la scena per fissare nella mente le parole chiave alla base di ciò che accadrà dopo: contrasti, confronto, doppio; se si dovesse racchiudere in una sola immagine, yin e yang.
Una donna vestita di nero, tacchi alti, l’altra con una veste bianca, scalza. È una danza che parte sospesa, in un quasi unisono che sembra voglia assegnare alla seconda il compito di direzionare e nello stesso tempo seguire i gesti della prima danzatrice, quasi fosse il proprio spirito benigno, quasi come non fossero altro che l’una il negativo dell’altra. Subito dopo, il distaccamento, la resistenza nella contemporanea necessità di rispondersi anche se a distanza, attraverso movimenti che, pur quando uguali nella forma, risultano complementari nell’espressione. La musica evidenzia i contrasti cromatici e cinetici e cammina parallelamente all’azione, giungendo insieme al momento di incontro, al culmine di tensione dato dallo scontro tra la spinta all’evoluzione e la forza di conservazione.
Inevitabile il rito di conciliazione finale, la presa di consapevolezza del proprio sé in relazione all’altro. Tra il nero e il bianco non avviene fusione, bensì nuova fonte di energia. Il rosso: colore che indica una cerimonia, il matrimonio tra due forze che si compenetrano, nella forma perfetta di una sfera che rotolando viene attraversata dalla luce.
II Change – studio precedente
Non abbiamo certo dimenticato PRESENT (research) della Compagnia No.No, solo l’abbiamo scissa da un percorso cognitivo nel quale sarebbe una forzatura inserirlo. PRESENT è una piccola piacevole sorpresa nata in sede d’improvvisazione dall’incontro tra la musica di Valerio Lazzaro e la danza di Monia Marini. Per quanto ancora in forma di brevissimo studio, il lavoro coglie l’attenzione dello spettatore nel suo continuo dinamismo e mutamento, facendo della musica il proprio dispositivo costruttivo e grazie alla collisione che nasce tra l’immutabile presenza del suono di una chitarra e la possibilità del movimento di trascendere il qui e ora per ritrovare un gesto perduto nel passato o rincorrerne uno nuovo.

Ramific_azioni ha scelto di presentare la danza in divenire, quella che si muove tra le idee e che ancora non si è fissata stabilmente nella forma, la più effimera e fragile. Una danza fatta da “giovani in cerca d’occupazione” che lascia la curiosità di scoprire quali strade prenderà, in cosa si trasformerà.

Prossimo appuntamento domenica 20 dicembre ore 19.00, questa volta con il teatro di Compagnia No (Dance first Think later), che presenterà lo spettacolo Napoli Trip. Indagini su Annibale Ruccello, anche stavolta al Teatro Piccolo di Pietralata.
Chiara Mattei

Sguardi incrociati: a Roma Raffaello, Parmigianino, Barocci

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Sguardi incrociati: a Roma Raffaello, Parmigianino, Barocci

Raffaello, Parmigianino e Barocci protagonisti ai Musei Capitolini di Roma della mostra “metafore dello sguardo”, aperta al pubblico fino al 10 gennaio 2016.

Un’occasione inedita per confrontarsi con tre maestri della pittura italiana attraverso un’esposizione che propone disegni e stampe direttamente provenienti dagli Uffizi di Firenze, dalla Pinacoteca dei Musei Vaticani, dalla Reale Biblioteca di Torino, dal British Museum e da altri musei di fama internazionale che hanno concesso di raccogliere tra le sale dei Capitolini una collezione di opere d’arte mirata per raccontare il confronto di tre personalità vissute in epoche e luoghi diversi.
Una selezione preziosa di dipinti permetterà di conoscere lo sguardo di questi tre artisti anche attraverso i loro famosi autoritratti (come lo straordinario Autoritratto giovanile di Raffaello e l’Autoritratto di mezza età di Barocci, entrambi dalla Galleria degli Uffizi, e i due Autoritratti del Parmigianino dall’Albertina di Vienna), che inaugureranno il percorso espositivo.
L’opera di Raffaello a sinistra, quella di Parmigianino a destra
Lo sguardo serafico di Raffaello all’inizio dell’esposizione è il simbolo assoluto di un processo di auto-identificazione accompagnato dalla ricerca di una perfezione estetica ideale che fosse il riflesso di una personalità tanto elevata quanto di difficile decodificazione. Raffaello è stato un modello inevitabile che ha condizionato l’orizzonte artistico di Francesco Mazzola detto il Parmigianino e di Federico Barocci, già nel 600’ considerati veri e propri eredi dell’Urbinate.
L’esposizione romana, promossa da Assessorato alla Cultura e allo Sport di Roma-Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, Ministero dei Beni e delle Attività Culturali in collaborazione con il Gabinetto Disegni e Stampe degli Uffizi e organizzata da MetaMorfosi con Zètema Progetto Cultura, illustra la lezione di Raffaello e la sua influenza, non percepibile direttamente, ma frutto di una rielaborazione e riflessione che ha accompagnato il processo creativo dei suoi successori.
Passando dagli autoritratti alla percezione della figura femminile, fino alla sintesi dello spazio architettonico e naturale, l’esposizione sottolinea la continuità tra i tre pittori come se questi fossero stati legati da uno spirito comune, infatti famosa era la leggenda romana che vedeva nel giovane Parmigianino la reincarnazione dell’anima trasmigrata dell’Urbinate.
Tre modi di guardare e di sentire la bellezza attraverso l’eleganza di Raffaello, il dinamismo di Parmigianino e la sintesi di Barocci. Natura, figure umane, paesaggi architettonici sono i soggetti di questa preziosa selezione di disegni per guardare all’arte nelle sue evoluzioni. Un confronto mai visto che apre un dialogo ideale tra tre modelli intramontabili dell’arte italiana attraverso i loro sguardi incrociati.
Martina Patrizi

Santa Cecilia presenta Mozart e Bruckner a confronto

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Una grande serata all’Accademia Nazionale di Santa Cecilia nel segno di Mozart e Bruckner.

Come può l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia regalarti una serata esplosiva nel periodo natalizio? La ricetta è semplice. Bisogna solo mettere insieme due grandi compositori: Wolfgang Amadeus Mozart e Anton Bruckner.
Il Concerto n. 21 per pianoforte e orchestra K467 di Wolfgang Amadeus Mozart (1785) è un velluto, un fine ricamo, una dolce armonia che esce dal cuore ed eleva lo spirito. Le mani del grande pianista Radu Lupu accarezzavano i tasti del pianoforte. La sua musica si è fusa in un tutt’uno con quella dell’Orchestra guidata da Fabio Luisi, il quale seguiva il suo pianista e lo accompagnava con riguardo. Le scale armoniche e la dolcezza di questo pezzo, soprattutto del famosissimo Andante, ci hanno portato al cospetto di Dio. Mozart, per dirla come una famosa pubblicità, “ti mette le ali” oppure, come dico io, ti fa prendere l’ascensore e ti porta più in alto possibile.
Con la Sinfonia n.4 in mi bemolle maggiore “Romantica” di Anton Bruckner siamo entrati in una cattedrale sonora. Le sonorità magniloquenti, che ricordano temi medievali, s’alternavano a momenti di puro lirismo, in un intreccio complesso (non per altro, il compositore elaborò questo capolavoro in sei anni, dal 1874 al 1880). Le sonorità dense mettono in luce tale complessità. La lunghezza del brano sembrava far riecheggiare le difficoltà della composizione, ma tutto scorreva via fluidamente, come in un destino ineluttabile. Tutto ciò è stato messo in luce da un’orchestra e da un direttore, qui, in forma smagliante.
Le repliche sono lunedì 14 dicembre alle ore 20:30 e martedì 15 dicembre alle ore 19:30.
Marco Rossi

Heart of the Sea, le origini di Moby Dick

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Voler nuovamente raccontare al cinema la storia di Moby Dick, senza però affrontarare la sfida di toccare le monumentali e mitiche pagine di Herman Melville, è già di per sè un’operazione piuttosto singolare, e quindi affascinante.

Heart of the Sea: le origini di Moby Dick, racconta infatti la vera storia della baleniera Essex, che che nel 1820 naufragò dopo essere stata attaccata da un grosso cetaceo bianco in aperto oceano, un episodio che fu d’ispirazione a Melville per scrivere il suo celeberrimo romanzo.

Ma dedicarsi direttamente all’episodio originale va letto come una novità oppure come una resa?

Indubbiamente, a prescindere dall’intento, con un approccio simile Ron Howard è l’uomo giusto al posto giusto. Se scorriamo la sua filmografia notiamo una grossa passione per le biografie, per le vere storie umane dietro il mito. Senza citare ora tutti i titoli, basta pensare al suo lavoro precedente Rush, di cui questo nuovo film, più che interessarsi al mito di Moby Dick, sembra quasi una prosecuzione tematica. Pensiamoci bene: se in Rush il cuore del racconto era la rivalità tra i piloti Lauda e Hunt, due volti della stessa medaglia, ora il fulcro della narrazione è ancora una volta la conflittualità tra i capitani Chase e Pollard, che poi diventano una cosa sola nel confronto con la grande balena bianca.

Ma passando dalle piste di Formula 1 ai grandi spazi blu dell’Atlantico, la ricetta e di conseguenza il risultato non può essere lo stesso, perché è il film che, in una grossa metafora metacinematografica involontaria, finisce per scontrarsi proprio col gigantesco mito di Moby Dick.

Ron Howard è da sempre un autore classico, pulito, semplice e lineare, che pur avendo fatto buoni film non ha mai lasciato un grosso segno nel mondo del cinema: non è una colpa perché non è mai stata una sua ambizione, Howard ha sempre preferito il ruolo del semplice narratore, e i suoi risultati li ha ottenuti.

Tale approccio però ora gli si rivolta contro, perché la ricerca della semplicità, e la voglia di non raccontare le pagine di Melville, ma al tempo stesso la consapevolezza di non dover scontentare troppo il pubblico che va al cinema sperando di trovarsi davanti Moby Dick, finiscono pre creare il più classico degli ibridi: Heart of the Sea è un film che, spogliato di temi come l’ossessione e l’epicità dell’avventura, rimane imbrigliato nel genere dei classici disaster movies contemporanei, con un’abbondanza di CGI e colori ipersaturi che cercano di caricare una storia altrimenti vuota.
Non a caso, il framing device della figura del mozzo sopravvissuto che decenni dopo racconta la storia a Melville, non solo è fastidioso nella narrazione, ma finisce per ricordarci costantemente ciò da cui il film vorrebbe costantemente allontanarsi. E così, spettacolare ma privo di personalità, Heart of the Sea rimane solo la storia di una baleniera affondata: un po’ poco, in effetti.

Emanuele D’Aniello

“Provando…Dobbiamo parlare”: la commedia di coppia di Sergio Rubini

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Capita spesso, andando a teatro, di imbattersi in testi nuovi. Ci sono quelli originali, ma banali e scontati in tutto, battute comprese. Ci sono altri, perfetti nello schema, ma sterili. Ce ne sono altri incomprensibili, carichi di soggettivismi e personalizzazioni, che si considerano “artistici” anche se sono comprensibili solo con le note d’autore. Ci sono persino testi a cui basta un pizzico per essere perfetti. Poi ci sono i Testi, che prendono un genere più che trattato, lo mettono in una scenografia (anche fissa va più che bene), inseriscono tre o quattro personaggi ben caratterizzati e, con una serie di battute sagaci e drammatiche al punto giusto, condite con una buona dose di ritmo scandito a puntino, riescono a creare uno spettacolo diverso e personale. A quest’ultimo tipo di testi, si affianca la commedia Provando…Dobbiamo parlare, all’Ambra Jovinelli di Roma fino al 20 dicembre, diretto, interpretato e scritto (insieme ad altre due persone) da Sergio Rubini, affiancato da un cast d’eccezione: Maria Pia Calzone, Isabella Aragonese e Fabrizio Bentivoglio. Spettacolo lanciato a teatro in contemporanea con il lancio dell’omonimo film.

sergio-rubini

Prendiamo due coppie, due coppie contemporanee. Italiane come meglio non si può. Da una parte Linda e Vanni (Aragonese e Rubini), la coppia intellettuale, lontana dagli schemi sociali, distanziata dall’età ma che si ama ed è serena; dall’altra Costanza e Alfredo (Calzone e Bentivoglio) risposati, ricchi e vogliosi di denaro. Sono proprio loro che una sera si presentano, prima a turno poi insieme, a casa dell’altra coppia poiché Costanza ha scoperto di essere tradita. Vanni e Linda, rimandando una serie di appuntamenti, decidono di ascoltare i loro amici e tentano di riappacificarli. La situazione però degenera, tra una parola di troppo e un gatto (del portiere) che s’intrufola di soppiatto nell’appartamento, poiché anche la coppia senza schemi capisce che, forse, anche loro sono uniti da una serie di bugie, segreti e pensieri non detti. Una notte intera, in appartamento bello ma scomodo, in cui i quattro personaggi, osservati da un pesce in un acquario, si confrontano, senza celarsi niente, né tra coppie né tra amici.
La commedia risulta da subito chiara, con una regia poco invasiva ma presente. È facile capire quale sia il messaggio che Rubini vuole mandare al pubblico e lo fa utilizzando una storia oggettiva, comprensibile a tutti, anche a chi non condivide alcune battute: lo schema è simile al film Carnage di Roman Polanski. La scenografia, semplice ma presente, aiuta lo spettatore ad immergersi in una situazione familiare e casalinga, creando cinque ambienti dentro cui i personaggi possono rifugiarsi durante le varie liti. Divertente l’escamotage dell’aiuto regista (giustificato da Rubini a inizio spettacolo). 
Gli attori, dei quali sarebbe superfluo aggiungere dettagli sulla loro esperienza, governano la scena senza esitazioni, ridendo e facendo dell’ironia una maschera su cui appoggiarsi. ‘Merito del testo’ potranno dire molti, ma non è cosi. L’azione del regista s’intravede dalla gestione del ritmo, lento e veloce nei punti giusti, all’attività del ‘contro-scena’. Un applauso a parte merita Fabrizio Bentivoglio, auto-ironico fino all’estremo, capace di distrarre il pubblico con un personaggio sgradevole ma sincero sin dall’uso della voce, per fare un inchino al pubblico con un’eleganza degna di chi ha esperienza. 
Provando…Dobbiamo parlare è uno spettacolo carico, pieno, divertente, adatto ad un pubblico che vuole passare una serata e insieme vuole vedere del buon teatro. La perfezione, ovviamente, non esiste sulla scena, data la magia degli imprevisti che ogni giorno si possono incontrare, ma quattro stelle su cinque le merita di sicuro.
Francesco Fario

Finché c’è Cultora c’è speranza: il sito diventa libreria

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C’era un volta Francesco Giubilei. 

Già, perché un percorso come quello del più giovane editore italiano può avere solo un incipit “da favola”. Volto da ragazzo della porta accanto, mente traboccante di idee. A soli 23 anni il cesenate porta sulle sue spalle la casa editrice Historica, all’attivo dal 2008 (sì, aveva 16 anni quando è nata), la Giubilei Regnani (dal 2013), svariate pubblicazioni, come la più recente biografia di Leo Longanesi e, con la sua laurea in Editoria e Giornalismo, solleva convinto e orgoglioso lo stendardo della Cultura. Tanto da fondare anche un sito, Cultora appunto, che molti di voi avranno senz’altro apprezzato per lo sguardo squisitamente attento alle esigenze dei lettori, alle questioni più attuali nel campo dell’editoria, e per il piglio moderno, fresco e mai superficiale. 
Francesco Giubilei
Insomma, con questi presupposti, potevamo davvero credere che sarebbe finita qui? Cultora fa un salto letteralmente evolutivo: si trasforma infatti in una libreria, con base a Roma. Il sito stesso nel giro di pochi mesi diverrà anche una vetrina online. L’intento è quello di regalare agli editori indipendenti l’importanza che meritano e lo spazio promozionale di cui hanno bisogno per farsi conoscere nel mare magnum dell’editoria. Ma non solo. Anche il lettore sperduto, travolto dalla valanga di pubblicazioni che si vede scorrere davanti al naso quotidianamente, specialmente da quando l’ebook è diventato fratello riconosciuto del più comune libro cartaceo, potrà affidarsi al nuovo faro culturale. Tutti noi amanti della lettura, un po’ per pigrizia, un po’ perché spesso la figura del libraio ci lascia insoddisfatti, ci affidiamo alla grande distribuzione, dimenticandoci  anche solo di voler conoscere quei piccoli editori che così spesso sanno fornire pubblicazioni di alto livello, senza omologarsi alla moda del momento. E dunque la libreria Cultora, bipartita tra sezione per gli utenti e redazione, questo vuole essere: una luce per i piccoli editori, una mano tesa per i lettori. Un tramite, se si vuole, tra chi offre e chi riceve. “E’ un progetto che abbiamo da un po’ di tempo – ci racconta Francesco –  la libreria sarà un ramo di Historica e Giubilei Regnani. […] Volevamo aprire uno spazio che andasse oltre la semplice libreria e che fosse anche un centro aggregativo. Se il format funzionerà lo porteremo anche in altre città italiane, come Milano.”.
Siete ancora in tempo per festeggiare la novità: l’inaugurazione, infatti, si terrà Sabato alle 18, in via Ferdinando Ughelli 39 (quartiere Appio Latino della Capitale). Giubilei, accompagnato dal braccio destro, nonché direttore editoriale di Cultora, Daniele Dell’Orco, tenterà di rispondere alla domanda “Perché aprire una libreria in Italia nel 2016?”. Sì, perché coloro che hanno voluto proseguire la lettura di questo articolo devono aver sentito bussare il quesito alla porta dei loro pensieri. Una risposta, forse, è già intuibile dai fatti e va a stuzzicare l’intimo di tutti gli appassionati umanisti: finché c’è cultora – ops! – cultura, c’è speranza!
Alessia Pizzi