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Paolo Triestino in un doppio appuntamento “calcistico” al Teatro Belli

Un doppio appuntamento al Teatro Belli con il talento istrionico di Paolo Triestino. Due testi appassionanti di Giuseppe Manfridi: dal 12 al 17 gennaio sarà in scena ROMA-LIVERPOOL 1-1 ovvero… l’irresistibile evocazione della finale della Coppa Campioni disputata il 30 maggio dell’84. Seguirà dal 19 al 24 gennaio REAL MADRID – ROMA, – sempre di Giuseppe Manfridi; in video Ariele Vincenti. Entrambi i lavori nascono da un’idea di Daniele Lo Monaco.

Per due settimane Paolo Triestino sarà mattatore assoluto sul palco del Belli, per raccontare e rivivere – in due spettacoli – due partite, due momenti storici differenti, che a prescindere dalla tifoseria, dimostrano come il gioco del calcio possa essere metafora di vita.
Il primo appuntamento sul palcoscenico del Teatro Belli, dal 12 al 17 gennaio, vedrà quindi Paolo Triestino protagonista e regista di ROMA-LIVERPOOL 1-1 ovvero… l’irresistibile evocazione della finale della Coppa Campioni disputata il 30 maggio dell’84. 
Giuseppe Manfridi ha guardato negli occhi quel momento altissimo della storia di una squadra e della sua tifoseria, avvinte l’una all’altra come mai prima, e coinvolte in un sogno destinato a svanire ma non senza aver fatto percepire il profumo intenso dell’impresa irripetibile. E’ tempo di farlo per scoprire qualcosa che riguarda la partita stessa, quella squadra, il suo capitano, gli altri suoi protagonisti… e che riguarda un’Italia ritratta nel cuore degli anni Ottanta. Ma che riguarda pure un singolare momento di crescita vissuto dal Narratore in consonanza col clamore di un evento sportivo che ha segnato in modo indelebile la memoria di chi c’era e di chi, poi, ne ha ricevuto testimonianza. Ridendo, soffrendo, e credendoci ancora. Roma-Liverpool… un kolossal dell’anima!
Dal 19 al 24 gennaio in REAL MADRID – ROMA, Paolo Triestino ci condurrà nel cuore pulsante di quelle che furono le emozioni vissute in una serie di incontri tra il 2001 ed il 2008; la sorte ha messo di fronte Real Madrid e Roma diverse volte, alternando partite senza storia ad altre pregne di Storia, come quella dell’11 settembre 2001, quando, ad ogni passare di aereo sullo Stadio Olimpico, gli occhi volgevano su, sospesi, verso il cielo. 
Fino a quella del 5 marzo 2008, quando la Roma, andando a vincere al Santiago Bernabeu di Madrid, si assicurò il passaggio ai quarti di finale della Champions League. 
In mezzo c’è tanto.. un mondo cambiato per sempre, speranze, sogni, delusioni. 
Manfridi possiede capacità non comuni, esaltando l’epos presente in ogni gesto sportivo, piccolo o grande che sia. Gesti che ne richiamano altri, dalle Olimpiadi dell’era antica fino ai giorni nostri. Giuseppe Manfridi ci regala così pagine deliziose ed importanti di teatro, con il suo stile prezioso ed inconfondibile. Paolo Triestino racconta questa storia che si snoda sulla rotta Roma-Madrid, con ironia e divertimento. E rispetto. 
TEATRO BELLI
Piazza di Sant’Apollonia, 11 00153 Roma. Biglietteria:+39 06 58 94 875 E-mail: info@teatrobelli.it Sito internet http://www.teatrobelli.it/
ORARIO SPETTACOLI: dal martedì al sabato alle ore 21,00 – domenica alle ore 17,30 lunedì riposo. PREZZI: Interi € 20,00, Ridotti € 15,00 comprensivi di Prevendita/Prenotazione € 1,00

“Le Terre di Selnawar – Il Viaggio” di Simone Caporale

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Nato dall’immaginazione di un giovane autore emergente che ha già appassionato i suoi lettori, Le Terre di Selnawar – Il Viaggio ci introduce in una nuova appassionante avventura tra divinità, elfi, nani e uomini che combattono per un mondo migliore.

Per la sua opera prima, Simone Caporale sceglie di cimentarsi in un fantasy, che per alcuni versi ricorda un po’ lo stile dell’amato Tolkien, che con Lo Hobbit e Il Signore degli Anelli ha segnato un’intera generazione di amanti del genere. Ma, in questo caso, nonostante ci siano nani, elfi e uomini nello stesso mondo proprio come nella Terra di Mezzo, Le Terre di Selnawar – Il Viaggio, edito da Casa Editrice Kimerik, è l’inizio di una trilogia che racconta del crepuscolo degli dei e della cultura politeistica. 
Infatti, la storia parte da sette divinità, sette fratelli e sorelle che si contendono il potere sul mondo, appunto abitato da creature divine, elfi, nani e uomini. Uno di questi fratelli decide di donare il libero arbitrio all’uomo, nonostante una delle sorelle non sia d’accordo. La vendetta e il risentimento si impadroniscono di lei, fino a portarla a dar vita ai Drusgand, una razza di esseri a lei devoti che userà per schiavizzare gli uomini. Così le terre di Selnawar vengono colpite da un periodo di guerra che sembra non finire. Secoli dopo, un giovane e nobile sacerdote guerriero, un’elfa e un vecchio e inacidito maestro d’armi, decidono di partire per un viaggio alla scoperta di ciò che ancora non conoscono, ma il male è pronto a tornare mettendoli a dura prova.
Simone Caporale, nonostante sia alla sua prima prova da scrittore, descrive con minuzia e precisione questo nuovo mondo da lui creato, dando ad ogni suo personaggio una precisa caratterizzazione, permettendo al lettore di entrare subito in sintonia con il nuovo universo che sta per scoprire. Cominciando dal prologo, in cui l’autore decide di raccontare i fatti che hanno portato alla creazione del mondo e ai motivi della guerra che ha dilaniato Selnawar, si passa poi alla narrazione vera e propria in cui i personaggi si muovono dinamici, evolvendosi man mano che il racconto va avanti fluido e scorrevole. Una caratteristica questa che non va trascurata, in quanto in una sere fantasy piena di elementi come questa è uno degli elementi più importanti, che permettono all’opera di distinguersi dalle altre.
Un’altra delle cose belle che colpisce in questo libro, è la facilità con cui chi legge riesce a immaginare il mondo di cui sta leggendo, grazie a questa cura dei particolari che Caporale ha per tutta la durata del romanzo, soprattutto dei luoghi in cui i nostri tre personaggi principali, Ulfgar, Niatary e Esthalion si ritrovano, come ad esempio in questo passaggio :
La fortezza in rovina si presentò a loro in tutta la sua gloriosa devastazione, le alte guglie erano franate in più punti, Ulfgar pregava con fervore mentre Niatary studiava il suo libro di incantesimi ed Esthalion preparava le sue armi
Una bella lettura che permette ai fan del genere di esplorare un nuovo mondo, composto da creature meravigliose e malavagie, una nuova avventura piena di magia, sicuramente da seguire nei prossimi due capitoli.
Ilaria Scognamiglio

Virgilio Sieni ricerca Le Sacre tra carne e gesto risonante

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Virgilio Sieni porta al Teatro Argentina di Roma il suo ultimo lavoro in due atti: Le Sacre_Preludio/La sagra della primavera.

Già sulla carta si poteva percepire l’importanza di un lavoro nel quale Virgilio Sieni, figura centrale della danza contemporanea italiana, nonché uno tra i suoi fondatori, ha deciso di confrontarsi con l’opera rivoluzionaria per eccellenza, la partitura stravinskiana che da ormai oltre un secolo attrae il genio di moltissimi artisti. Inutile dirlo, La sagra della primavera non ha perso nel tempo la sua potenza espressiva e primigenia.
Le Sacre – La sagra della primavera Compagnia Virgilio Sieni
Punta di diamante del Sacre che Sieni ha proposto al Teatro Argentina di Roma dall’8 al 10 gennaio è stata però la famosa musica fatta di fiati, archi e percussioni, bensì il suo Preludio: una vera riflessione sulla carne, sulla vita nuda, sull’essenza archeologica della forma “nella sua impossibilità di essere afferrata”; il tutto tradotto in scena da sei donne nude e dalla musica per contrabbasso di Daniele Roccato.
Una penombra primitiva determina l’assenza dello scorrere del tempo, trascinando i gesti nervosi delle danzatrici in una dimensione sottratta al tempo storico, dando vita ad una stasi temporale che si contrappone al continuo ripetersi delle partiture di movimento. Nessun bagliore muta la situazione per tutti i 25 minuti di durata e nell’assenza di luce, dell’idea di divinità, le sei danzatrici portano avanti una ricerca inarrestabile del gesto primo e della radice organica del rito.
Una lunga pausa divide questa prima parte da quella effettivamente dedicata alla Sagra della primavera di Igor Stravinskij, che vede in scena 12 danzatori. Assolutamente riconoscibile sin dall’inizio l’Eletta, la stupenda Ramona Caia, traduttrice perfetta della concezione poetica e del movimento del coreografo. Segnata dal volto dipinto di giallo e da una calzamaglia bordeau, è l’unica che si distingue dal gruppo, caratterizzato da un’omogeneità che sfuma perfino la distinzione tra uomo e donna, così presente nell’interpretazione dell’opera da parte di Pina Bausch. La forza espressiva dei singoli si dà nella collettività, nella risonanza, attraverso la capacità di farsi comunità per mezzo del rituale.
La concezione dinamica della presenza si traduce in una visione mai statica e contemporaneamente fa del gesto il mezzo di trasfigurazione del corpo verso il sacro (chi si ricorda di Dolce vita_archeologia della passione?).
“[…]la coreografia guarda al primitivo come forma leale di scavo verso un’archeologia di ossa, allineamenti sottili, corrispondenze neurali, muscolari, tendinee, molecolari, fatti che ci danno al mondo: così la danza diventa un avamposto sul territorio delle abitudini e il gesto accenna all’ignoto che scorre ai bordi della vita.”
Come nel Preludio, la sensazione è quella di trovarsi in un’altra dimensione: un altrove temporale che in realtà però, in questo secondo caso, è assolutamente radicato nell’hic et nunc della scena, inasprito da un palco spoglio non solo di una possibile scenografia, ma anche delle quinte laterali, permettendo allo spettatore di vedere funi e mura solitamente occultate. Non è certo l’unico elemento che ricollega questo agli altri lavori di Virgilio Sieni; una firma inconfondibile, una qualità del movimento e della ricerca di gesti che è diventata parte del bagaglio storico della danza italiana e che, per quanto ormai si conosca e riconosca velocemente, non smette di essere assolutamente funzionante.

Chiara Mattei

The Art of the Brick: l’arte a forma di LEGO

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The Art Of the Brick, la mostra costruita letteralmente pezzo per pezzo, debutta a Roma con un’esposizione allestita al Set – Spazio Eventi Tirso, nel quartiere Salario, dal 28 ottobre 2015 al 14 febbraio 2016.

La mente di questo progetto innovativo è Nathan Sawaya, che dopo aver lavorato negli studi legali più importanti di New York, ha deciso di abbandonare tutto per dare forma alla propria fantasia usando come unico mezzo espressivo i famosissimi mattoncini LEGO. Il percorso espositivo presentato a Roma propone oltre 80 lavori realizzati con giocosa genialità, si tratta di tutte creazioni in 3D che ci danno un’idea palpabile di ciò che realmente l’immaginazione di un uomo possa realizzare. Si passa dalle opere dei grandi maestri dell’arte mondiale, come “La Venere di Milo”, “Il David” di Michelangelo, “Il bacio” di Klimt, a figure umane a grandezza naturale fino a costruzioni inimmaginabili come lo scheletro di un dinosauro T-Rex lungo 7 metri e composto da più di 80.000 mattoncini LEGO. 
The Art of the Brick è una mostra itinerante che ha avuto un successo mondiale con milioni di visitatori e che sta consacrando i LEGO come opere d’arte contemporanea passando delle stanze dei bambini alla sacralità delle sale dei musei. Questi famosi mattoncini colorati sono stati utilizzati per la prima volta come un mezzo di comunicazione artistica in grado di stupire ed emozionare, per questo secondo la CNN The Art of the Brick è una delle 12 mostre da vedere al mondo.
Nathan Sawaya è un vero e proprio genio visionario che ha saputo cogliere la straordinaria capacità di trasformazione dei mattoncini LEGO, convertendo un comune giocattolo in qualcosa ricco di significato. Un progetto inedito che ha al proprio centro il passaggio di stato, il prendere le parti di qualcosa per trasformarle in qualcos’altro che sia una forma, un’emozione, un’opera d’arte. Di fronte alla riproduzione della Venere di Milo, non più di marmo, ma fatta di LEGO, emerge l’elemento del genio che sta alla base di qualsiasi creazione artistica.
Come ha spiegato il curatore della mostra, Fabio Di Gioia, il lavoro di Nathan Sawaya è unico per l’immediatezza con cui le sue sculture colpiscono sia il bambino che l’adulto. La fantasia, che è alla base di ogni gioco per bambini, è ciò che ha reso Sawaya uno dei più popolari e premiati artisti contemporanei per la sua capacità di rendere la perfezione spaziale attraverso la concettualizzazione della forma e dello spazio.
Chi da piccolo non ha mai giocato con i LEGO, chi non ha presente cosa significhi avere tra le mani un singolo pezzo che possa far parte di qualcosa di più grande, tutti abbiamo provato a dare forma pezzo per pezzo ad un’idea. “Crea ciò che vedi. Crea ciò che senti. Crea ciò che non hai mai visto. Semplicemente, crea!”, come ci dice lo stesso Nathan; l’immaginazione è alla base di ogni azione straordinaria.
Martina Patrizi

Macbeth, l’incubo di Shakespeare al cinema

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Giudicare un film tratto da un’opera letteraria di William Shakespeare è più difficile di quanto possa apparire in partenza.

Il motivo è la mancanza di un coerente criterio di giudizio con gli altri film: come posso commentare la storia se questa appartiene non agli sceneggiatori, ma in tutto e per tutto al noto autore inglese? E non è nemmeno paragonabile ai tanti film tratti da romanzi, perché le opere shakespeariane sono state adattate più e più volte. Di fronte a questa nuova versione di Macbeth, le domande più pressati cui rispondere per analizzare il film sono due: se è un buon adattamento, e quanto si discosta dall’opera originale o dai precedenti film sul medesimo racconto. Ma pure qui si cela una nuova trappola: rispondere a queste domande è più necessario ai fans di Shakespeare che non al pubblico cinematografico generale. E allora evito ogni errore e mi concedo la risposta più diretta possibile: questo Macbeth è un grandissimo film a prescindere dalla pesante eredità letteraria, a prescindere dalle altre versioni cinematografiche, a prescindere dai criteri comuni per giudicare un film.
La fortuna del regista australiano Justin Kurzel, in un certo modo, è quella di trovarsi di fronte una delle tragedie più famose del Bardo, e anche la più breve, ma paradossalmente tra le meno trasposte al cinema (memorabili sono le versioni del 1948 di Orson Welles e soprattutto quella del 1971 di Roman Polanski). Un’occasione ghiottissima quindi per appropriarsi del testo e fare il film che si ha in testa, senza paura di paragoni superflui. E Kurzel la prima cosa che fa è essere coerente con se stesso: chi ha visto il suo precedente film Snowtown, e temeva che con un film in costume da impianto teatrale potesse snaturarsi, deve stare tranquillo, perché se possibile la carica nichilista e estetizzante del regista è pure aumentata.
La seconda cosa, probabilmente la più importante, è capire come rendere Macbeth materia cinematografica. Il film è fedelissimo alla tragedia originale, la trama è identica e pure il linguaggio usato (i cambi sono pochissimi e ininfluenti, a parte uno a cui arriveremo tra poco), così regista, tecnici e interpreti possono concentrarsi su altro, a cominciare dall’atmosfera, la vera arma vincente del film. Kurzel ed i suoi sceneggiatori hanno ben inteso la natura del Macbeth, forse la più funerea e folle delle tragedie di Shakespeare, e hanno creato più che un film, più che un adattamento, un autentico incubo ad occhi aperti. La discesa negli inferi di Macbeth e della moglie, la caduta nell’ambizione più sfrenata e la totale corruzione dell’animo umana è vissuta non solo dai personaggi, ma anche dagli spettatori stessi: con una colonna sonora ossessivamente inquietante e un montaggio che non permette di respirare il film prende il pubblico per mano e lo porta nei meandri più bui del delirio umano. Sporco, sanguinoso, fangoso, dannatamente realistico, il film a tratti assomiglia ad un vero racconto di guerra che inquadra Macbeth per quello che spesso si dimentica ma che realmente è: un soldato che combatte e rischia di morire sul campo di battaglia, un soldato e non un re che probabilmente è affetto dallo stress post traumatico dei suoi tanti duelli mortali – e questo aspetto più che evidenziare l’intelligenza di Kurzel sottolinea la modernità universale di Shakespeare – che perde la ragione. Le streghe, anche per come appaiono nel campo di battaglia, potrebbero essere tranquillamente una proiezione dei suoi deliri, le profezie nefaste potrebbero essere un’autoconvinzione nichilista del proprio subconscio, e nulla ci sarebbe di strano. La deflagrazione della mente di Macbeth è resa scenicamente dalla splendida fotografia di Adam Arkapaw, che pian piano si satura di colori fino a diventare letteralmente rossa, come se ormai nella testa di Macbeth ci fosse posto solo per il sangue e per una morte quasi corteggiata, e noi fossimo lì sul campo testimoni della sua fine, totalmente rapiti dal volto nervoso e al tempo stesso rassegnato di uno stupefacente Michael Fassbender.
Il cambiamento più significativo del film è dare alla coppia di protagonisti un figlio morto prematuramente prima della vicenda narrata, una piccola aggiunta che dà una prospettiva del tutto nuova al rapporto tra i due ed al percorso psicologico di Lady Macbeth. Tra i personaggi femminili più noti e complessi, tanto che appena al cinema c’è una donna cattiva si identifica subito come “novella Lady Macbeth”, qui la grande tessitrice è paradossalmente meno spietata e più umana nella propria cattiveria, perché all’ambizione si aggiunge la vendetta di un figlio strappato troppo presto e il dolore diventa il sentimento portante. Se nel testo originale Lady Macbeth impazzisce, qui nel film semmai lei diventa pian piano più lucida, e così più consapevole dei peccati atroci commessi da lei e dal marito. Il suo celeberrimo monologo finale, stupendamente inquadrato tutto in primo piano con una Marion Cotillard da applausi, è quindi ancora più straziante e getta una luce del tutto originale ad una vicenda comunque fedelissima alle pagine Bardo.
Questo Macbeth è l’ennesima prova del genio di Shaskespeare, che quattro secoli fa ha toccato tematiche ancora attualissime, anzi addirittura più forti adesso che non all’epoca, e l’importante conferma che, pur rimanendo fedeli, al cinema si può ancora essere sorprendenti e soprattutto potenti con un adattamento letterario notissimo.
Emanuele D’Aniello

Il simpatico “Marchese del Grillo” di Enrico Montesano al Sistina

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In scena al Teatro Sistina il simpatico “Marchese del Grillo” con Enrico Montesano, musical ispirato al celebre con Alberto Sordi.

Mentre camminavo su Via del Tritone, immerso nel pensiero di cosa regalare a Natale,  sono andato a rivedere un teatro al quale sono molto affezionato, il Teatro Sistina. Ci andavo di domenica mattina ad ascoltare i miei primi concerti di musica classica con la defunta Orchestra Sinfonica di Roma al prezzo simbolico di 1 euro. 
Quasi spinto da una forza misteriosa, sono entrato ed ho preso un biglietto per Il Marchese del Grillo, in scena in questi giorni, un musical ispirato al famoso film con Alberto Sordi.
Enrico Montesano
Enrico Montesano interpreta il Marchese del Grillo
Pur partendo un po’ prevenuto (di norma non amo le trasposizioni da un genere ad un altro di un medesimo soggetto), lo spettacolo andato in scena davanti a tutto il pubblico è stato veramente di alta classe.  La trama è rimasta pressoché uguale a quella della pellicola di Mario Monicelli, seppur con delle modifiche, come l’assenza del famoso Don Bastiano, personaggio del film interpretato mirabilmente da Flavio Bucci. Il pubblico è stato reso partecipe di uno spettacolo caratterizzato dal senso del movimento grazie ad una scenografia coloratissima che ha sfruttato un palco girevole, ai variopinti costumi, all’interessante gioco luci e alle sfrenate coreografie, ma soprattutto attraverso lo sfondamento della cosiddetta “quarta barriera“, quel muro invisibile che vi è tra palco e pubblico.
La vera protagonista è stata Roma, con i suoi vicoli, i suoi monumenti, la sua storia ed i suoi personaggi dal carattere scherzoso ed ilare; tutte caratteristiche che l’hanno resa unica al mondo. Il Marchese Onofrio Del Grillo, con la sua personalità ed i suoi scherzi, è il tipico rappresentante di quella Roma bonaria che invita sempre a guardare con sorriso alla vita, di godersi tutti i momenti con semplicità ed ottimismo
E qui si ride e non si pensa alle brutture del mondo che ci circonda. Di tutto ciò va dato merito ad un cast di attori, ballerini e cantanti veramente notevoli sui quali primeggiano: Enrico Montesano (che si discosta totalmente da Alberto Sordi ma è stato ugualmente spiritoso e divertente, di grande partecipazione drammatica nel finale), il simpatico Ricciotto di Giorgio Gobbi (lo stesso attore del film), amico fidato del protagonista e complice divertito delle sue bravate, e la bravissima Genuflessa di Ilaria Fioravanti. E ovviamente il nostro grazie va anche al musicista Emanuele Friello e al regista Massimo Romeo Piparo.
Marco Rossi
(Foto di Armando Agostini)

Gabriele Ciampi dirige la sua musica all’Auditorium di Roma

Dopo aver suonato alla Casa Bianca per il tradizionale White House Holiday Tour, Gabriele Ciampi dirige la sua CentOrchestra all’Auditorium di Roma.

Dopo aver ascoltato il suo disco, la first lady non ha potuto fare a meno di farlo chiamare. E così Gabriele Ciampi, compositore e Maestro, ultimo rampollo della nota famiglia di costruttori e fornitori di pianoforti, è stato il primo italiano a dirigere la propria musica alla Casa Bianca in occasione del White House Holiday Tour.
Pur essendo ormai emotivamente e professionalmente legato a quell’America che costantemente ringrazia per avergli dato i mezzi per formarsi, crescere e imporsi sulla scena internazionale, nonché moltissimi riconoscimenti e la Green-card per Extraordinary Ability, Gabriele Ciampi è tornato anche quest’anno a Roma per dirigere la sua CentOrchestra all’Auditorium Parco della Musica e replicare il concerto voluto lo scorso 8 dicembre da Michelle Obama.

Per proseguire, forse è meglio specificare che chi scrive non è un addetto ai lavori, ma si prende la responsabilità di essere spettatore; uno spettatore attento e sensibile.
Gabriele Ciampi, compositore e direttore d’orchestra
Il concerto si avvia in una dimensione intima e poco o affatto festosa. Sul palcoscenico pronto ad accogliere i 30 elementi dell’orchestra appaiono solamente tre donne: è un Trio per pianoforte, violino e violoncello ad avere l’onore di rompere il silenzio della scena e ammutolire il chiacchiericcio della platea. Tra un ascolto reciproco ed un gioco di sguardi, la musica fuoriesce naturalmente e sembra, con ogni singola nota, evidenziare il sapore intrinseco di ogni strumento e contemporaneamente renderli perfettamente simbiotici.
Predomina il pianoforte, in tutta la sua imponenza e nel suo ruolo cerebrale, di richiamo continuo all’ordine, al tempo comune, si fa strada con ogni tocco mostrandosi la mente attenta del terzetto; alla vista però ha la meglio lo strumento suonato da una sensibilissima Livia De Romanis: il violoncello è corpo, si fa carne in un continuo dialogo con la musicista, diventa partner di una danza primigenia, se non l’unica possibile, sicuramente la più vera e concreta; non scompare, bensì taglia costantemente l’aria, l’arco del violino che, tra intelletto e corporeità, acquista il ruolo di mano sapiente, una maestria dal sapore artigiano perché minuziosa, sottile, senz’ombra di dubbio penetrante.

E’ il momento dell’entrata in scena della CentOrchestra. Fondata nel 2011 e diretta da Gabriele Ciampi, è composta tra 30 giovani musicisti di diverse nazionalità con cui il Maestro collabora tra Europa e America. Ed eccoli arrivare, posizionarsi, accordarsi e attendere il loro conductor. Il giovane Maestro non si fa attendere, entra tra gli applausi del pubblico e si posiziona per dare il via a Snowfall, pezzo concertistico dal sapore fantastico.

Raggiungono poi l’ensemble anche le due chitarre, una classica e una acustica, e la batteria, per dare il via a una variegata Suite per Chitarre e Orchestra composta da otto pezzi. Una mezz’ora serena e luminosa, in compagnia di una musica dall’ampio respiro, che non scende mai ad esplorare le zone d’ombra e l’irrequieto, ma resta costantemente luce bianca e affidabile.
Il suono quotidiano delle chitarre e quello così vicino all’umano dei fiati si incontrano con la maestosa eleganza degli archi: si assiste alla convivenza di concreto e astratto, all’entrata del ritmo all’interno di una melodia costante.

In chiusura, ancora un Concerto per Pianoforte e Orchestra in La maggiore che comprende un Andante, un Meno Mosso e termina di un Moderato. E’ una musica sempre intima, che si espande per poi ritornare a suo centro; sembra raccontare un viaggio, forse un pellegrinaggio, nel quale ogni passo in avanti corrisponde ad una maggiore immersione dentro di sé.

Non stiamo certo dimenticando di rendere il giusto spazio al Maestro, in particolare alle sue mani e al loro movimento variabile: a volte sembra lascino un segno permanente nell’aria, come se si stesse assistendo in quel momento un lavoro di scrittura che non passa per l’inchiostro su foglio bianco, ma si trasforma direttamente in musica; a volte invece ogni mossa sembra sfiorare un qualcosa di preesistente, ricorda il lavoro di un vasaio in continuo movimento per plasmare e modellare la materia liquida; altre volte poi sembra sparire qualsiasi volontà motoria, si osserva Gabriele Ciampi e, con le orecchie alla sua musica, sembra che ne sia semplicemente permeato.

Chiara Mattei

La galleria RvB Arts presenta la mostra “Different Views”

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DIFFERENT VIEWS è una mostra che presenta i punti di vista di cinque artisti ognuno dei quali ci porta nel proprio mondo per farci scoprire nuovi e particolari percorsi del vedere.

rvb-arts
Dalle percezioni istantanee, essenziali e ironiche catturate dall’acuta sensibilità di Bato si passa alle ambientazioni materiche di Arianna Matta dove luoghi abbandonati sono attraversati da un flusso spazio temporale che tutto compenetra e disgrega. Sotto l’azione dello sguardo dell’artista americano Charlie Masson il paesaggio si trasforma in miraggio per dar vita a palpitanti vedute rurali e urbane. Futuristiche e irrazionali sono invece le trasformazioni urbane di Annalisa Fulvi, cantieri in cui le strutture architettoniche dovranno adeguarsi a sempre nuove esigenze, per arrivare alle psicogeografie di Fabio Imperiale dove la città e il corpo interagiscono come unico organismo.

RvB Arts è una galleria romana che promuove l’Accessible Art. Scova talenti emergenti e organizza mostre ed eventi con lo scopo di far conoscere l’arte contemporanea in maniera divertente ed informale, rendendola anche ‘abbordabile’ da un punto di vista economico.
DIFFERENT VIEWS

con le opere di
Bato Annalisa Fulvi Fabio Imperiale Charlie Masson Arianna Matta

Vernissage e cocktail: giovedì 14 gennaio 2016
dalle 18:00 alle 22:00

la mostra resterà aperta fino a martedì 2 febbraio
orario negozio; domenica e lunedì chiuso

Curatrice e organizzazione: Michele von Büren

RvB Arts – Via delle Zoccolette 28, 00186 Roma

info 06.6869505 / 335 1633518
www.rvbarts.com

Diversità e disabilità nel libro “Zia, lo sai che sei un po’ strana?!”

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Zia, lo sai che sei un po’ strana?! è il racconto biografico ironico e graffiante di una donna con la tetraparesi spastica, Patrizia Ciccani. 

L’autrice raccontando se stessa e le contraddizioni del mondo in cui abita, mette a nudo con gusto, dolcezza e severità l’attitudine dei “normodotati” nei confronti delle persone con disabilità.
A partire dalle prime esperienze scolastiche e la scoperta individuale di essere considerata diversa, il quotidiano incontro con “l’altro” genera un’avventura continua di riconoscimento della propria individualità. E’ una storia di gioia di vivere e di interesse per il mondo e per gli esseri umani con la loro bellezza e la loro imperfezione, tra strani incontri e situazioni paradossali, talvolta surreali, che a volte ci faranno ridere di gusto, altre volte ci lasceranno sulle labbra un sorriso amaro.
Un libro che mette a nudo ipocrisie e incomprensioni offrendoci una lettura della realtà che ribalta i paradigmi culturali della società in tema di diversità, disabilità e diritti. Accompagnati in questo racconto, saremo messi alla prova e scopriremo che anche concetti come la normalità o la tolleranza sono categorie che se mal concepite, possono perfino distoglierci dall’umanità. 
Il libro di Patrizia Ciccani insegna che il compito di ognuno non è cercare l’inesistente normalità, ma essere al meglio di come possiamo essere e non tanto come vorremmo essere. Ma questo è lavoro di ognuno. L’autrice aggiunge l’ingrediente che dà il sapore al suo romanzo di vita, come un attore recita la sua parte: prendersi gioco della disabilità con un pizzico di ironia e sano umorismo.
Chi è l’autrice?
Patrizia Ciccani è dottore di ricerca in Pedagogia, fino al 2010 presso la Cattedra di Pedagogia Speciale dell’Università Roma Tre e presso l’Istituto Progetto Uomo affiliato con la Pontificia Università Salesiana ha svolto attività di docenza e di ricerca centrata sul tema di Counseling e disabilità. Ha realizzato in scuole di ogni genere e grado il progetto Girotondo, un intervento pedagogico-sociale volto a educare gli alunni a una serena convivenza con la diversità. Ha lavorato nel campo della formazione di educatori, insegnanti, infermieri, operatori e assistenti sociali.
Ha pubblicato oltre a Zia, lo sai che sei un po’ strana?:
  • Ciccani Patrizia, Pregiudizi e disabilità. Individuazione di strategie educative per l’elaborazione e il superamento del pregiudizio, Armando, Roma, 2008
  • Ciccani Patrizia, Il girotondo di Anpamaro. Familiarizzare con la diversità, Armando, Roma, 2001
  • Ciccani Patrizia, Bruna Grasselli, Vita affettiva in famiglia. Leggere, narrare, riscrivere il proprio vissuto, Cittadella ed., Assisi, 2011
  • Saggi in libri di altri autori e diversi articoli su riviste specializzate.
Presentazione del Libro Sabato 16 gennaio 2016 – ore 18.30 a Spaziottagoni Live con la collaborazione dell’Associazione Culturale Mameli 7 OnlusPresenti, insieme all’autrice, Simona Fasulo, sceneggiatrice e autrice radiotelevisiva, Nemo Villeggia, educatore e editor, Enrico Di Palma, scrittore e giornalista.
Ingresso (presentazione e aperitivo): 
E’ obbligatorio pretesserarsi online: http://www.spaziottagoni.com/associazione/
Eccezionalmente la tessera che verrà consegnata all’ingresso e che ha validità per tutto l’anno 2016 sarà gratuita, ovvero offerta dall’autrice.
La tessera ha sempre validità annuale, dal 1 gennaio al 31 dicembre.
N.B. IL PRETESSERAMENTO è NECESSARIO AI FINI FISCALI MA NON COSTITUISCE L’ISCRIZIONE ALL’ASSOCIAZIONE. PERTANTO LA TESSERA VERA E PROPRIA VERRA’ CONSEGNATA IL GIORNO DELL’EVENTO.

Luca Pagani racconta le scritte sui muri di Star Walls

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Luca Pagani racconta le scritte sui muri di Star Walls

Esistono forme d’espressione che spesso vengono sottovalutate. Altre che vengono, addirittura, ghettizzate, come le scritte sui muri. E non parliamo di murales, ma proprio scritte.

C’è chi invece le studia, dedicandogli uno spazio nel vasto panorama di Internet. Star Walls, ad esempio, è un sito dedito proprio a questo genere d’espressione: come scritto sulla prima pagina, non s’intende promuovere il writing illegale ma descrivere un fenomeno sociale. Luca Pagani, co-fondatore del sito, in un’intervista ci ha raccontato delle curiosità del sito.

Fonte: Star Walls

 

Da cosa deriva il nome “Star Walls”: è solo un gioco di parole con il celebre film o c’è altro?

Luca Pagani, co-fondatore di Star Walls

Star Walls è l’inno al bisogno della società di comunicare, che trova una concreta realizzazione attraverso una scritta sul muro. Il muro è mezzo di comunicazione più antico della storia dell’uomo. Le vere star sono i muri e le persone che, ispirate da motivi diversi, sentono il bisogno vitale e irrefrenabile di comunicare. Cosa spinge il passante a scrivere quella scritta? Non possiamo saperlo con precisione ma questo spinge la nostra fantasia nel trovare una risposta… Un amore non corrisposto, una protesta politica , un disagio sociale… O semplicemente pura pazzia. Forse quest’ultima è la risposta per noi più affascinante.

Perché è nato questo portale?

Questo sito nasce dalla nostra passione nel leggere le scritte. Nei bagni, in strada, sulle pareti delle ascensori, sui bachi di scuola…Un giorno ci siamo detti: “perché non raccogliere tutte queste scritte in un sito?” E così è nato tutto.

Un  altro esempio delle scritte ironiche presenti sul sito (foto: starwalls.it)

 

Qual è il l’intento di Star Walls, oltre a quello di mostrare? 
La nostra missione vuole essere tra le più nobili: rendere immortali e senza confini i messaggi “ingabbiati” su un muro. Una scritta rimane leggibile solo ai passanti in un determinato luogo. Con Star Walls i messaggi viaggiano nella rete senza limiti geografici. Per sempre. A prova di inchiostro indelebile.

Nel sito specificate che si tratta di un “contenitore d’immagini catturate sui muri di tutto il mondo”. Ci sono altri siti come il vostro in altri paesi?
Star Walls è il primo blog nato in Italia sul tema scritte sui muri. Ormai abbiamo raccolto più di 3500 foto. È un fenomeno molto “latino”. Ci sono altri siti nel mondo ma non vogliamo fare pubblicità ai nostri competitor.  🙂
Leggendo le scritte, a volte si viene a contatto con errori grammaticali, problemi d’ignoranza. Un problema sociale non da poco. In che modo si può combattere, secondo voi?
L’ignoranza è forse da sempre la base del fenomeno delle scritte sui muri. In fondo è l’unico strumento di comunicazione di massa davvero gratuito a disposizione del popolo. Quindi ben venga l’ignoranza! Anzi ben venga l’INIORANZA! 🙂

Francesco Fario

Vascello in Musica con l’Orchestra delle Donne del 41° parallelo

Un viaggio al femminile lungo il 41esimo parallelo geografico. 

Direttore Stefano Scatozza – Voce Ospite Gabriella Aiello.

Un orchestra di donne con lo strumento in spalla, in viaggio attraverso la musica, alla scoperta di paesi vicini e lontani in un mondo che noi stessi abitiamo. Il profumo di spezie, le correnti del Mediterraneo. Somiglianze, differenze, assonanze e dissonanze, asimmetrie, tempi dispari, questa è la nostra ricchezza, questa è l’Orchestra delle donne del 41°Parallelo. Un organico di fiati, archi e ritmica che esegue un repertorio inedito di brani ispirati a culture e Paesi del 41° parallelo (centro-sud Italia, Spagna, Portogallo, Turchia, Stati Uniti, Armenia, Bulgaria, Albania, Gracia, per citarne alcuni). Un incontro di culture e di saperi, che premia lo scambio e il racconto E’ un organico tutto al femminile, nato da un progetto della Provincia di Roma nel 2009, che propone un viaggio musicale ideale attraverso diverse tradizioni popolari del mondo. Le musiche sono arrangiate dal direttore Stefano Scatozza, e da alcune musiciste dell’orchestra. Da circa un anno con l’orchestra collabora la coreografa specialista di danze etniche Paola Stella. “L’Orchestra del 41 parallelo” è anche il titolo di un film documentario di Camilla Tomsich dedicato all’esperienza formativa e ai percorsi individuali delle singole musiciste di questo particolare organico.
L’Orchestra ha all’attivo numerose collaborazioni e concerti con ospiti di eccezione: Rita Marcotulli, Lucilla Galeazzi, Giovanna Marini, Nada, Andrea Satta e i Tetes de Bois, Raffaella Misiti, Javier Girotto.

VASCELLO IN MUSICA

11 gennaio 2016
ore 21.00

Biglietteria:
Intero € 12,00
Ridotto over 65 e studenti € 10,00
Servizio di prenotazione € 1,00 a biglietto

Abbonamento libero a 10 spettacoli a scelta € 100,00

E’ iniziata la campagna abbonamenti a scelta su tutta la stagione di Prosa Danza e Musica

I 20 migliori film tratti dalle opere di Shakespeare

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Sono tantissimi i film nati dalle opere dell’autore inglese, talmente tanti da poter essere quasi un genere cinematografico a parte: tragedia, commedie, rivisitazioni linguistiche, cambi di ambientazione storica, davvero in tutti i modi Shakespeare è stato tradotto al cinema. Pur con enorme difficoltà, perché come detto i film sono incredibilmente tanti e ho dovute fare dolorose esclusioni, ecco quelli che personalmente ritengo i migliori adattamenti per il grande schermo, una classifica che può essere un ottimo suggerimento per recuperare grandi film e anche un buon punto di partenza per avvicinarsi a Shakespeare, tramite i film, e recuperare le sue indimenticabili pagine.

20. THE TEMPEST (2010, di Julie Taymor) 

Il film ha indubbiamente un colpo di genio magistrale: cambiare il sesso del personaggio di Prospero, che dal maschile del testo originale passa qui al femminile, e se hai a disposizione Helen Mirren sai già che la scelta è vincente in partenza. Per il resto è molto godibile per quanto molto esagerato, ma lo stile prettamente visivo e barocco di Julie Taymor ha qui un senso grazie all’elemento magico della commedia originale.

19. LA BISBETICA DOMATA (1967, di Franco Zeffirelli)

Franco Zeffirelli ha sempre dimostrato di avere l’occhio giusto per gli adattamenti shakespeariani, e qui al suo esordio nella materia capisce che non contano solo scenografie e costumi, come sempre perfetti, ma anche la presenza scenica vera e proprio. Il vero motivo per vedere il film è infatti la chimica eccezionale tra Richard Burton e Elizabeth Taylor – e ci mancherebbe che non l’avessero – così bravi da reggere la telecamera con il loro traboccante carisma.18. IL MERCANTE DI VENEZIA (2004, di Michael Radford)

Ancora una volta abbiamo la prova che il testo di Shakespeare diventa più potente quando un grande attore lo fa proprio. Le urla di Al Pacino qui sono una forza della natura, ed i suoi occhi sgranati sono magnetici quanto i bellissimi scenari di Venezia.

17. DIECI COSE CHE ODIO DI TE (1999, di Gil Junger)

Non è il l’unico tentativo di inserire Shakespeare nel genere della teen comedy, ma sicuramente è uno dei più riusciti. Questa commedia giovanile prende la trama de La Bisbetica Domata e la porta nel mondo del liceo con grande intelligenza, sfruttando una sceneggiatura arguta e il talento di Julia StylesHeath Ledger e Joseph Gordon-Levitt, tutti ancora poco affermati ma già bravissimi.

16. OTHELLO (di Oliver Parker, 1995)

Il film meriterebbe un applauso già solo perché ci propone finalmente un Otello autentico, e non un attore bianco con la faccia dipinta di nero. Fa sorridere, ma è davvero tanto. E poi c’è Kenneth Branagh, ipnotico e mefistofelico come mai prima. Certo, il film non ammette mezze misure, né nel trattamento della cattiveria di Iago né nella spinta verso i lati sessuali, ma è un film altamente affascinante e viscerale.

15. HAIDER (di Vishal Bhardwaj, 2014)

In un certo senso, Bollywood e Shakespeare sembrano fatti per stare insieme. I colori, le musiche, le danze, i sentimenti sopra le righe del cinema indiano più popolare si avvicinano molto alle opere originali, e questa audacissima trasposizione dell’Amleto ne è la prova. Dalla Danimarca medievale ci spostiamo al conflitto nel Kashmir odierno, con tutti i personaggi originali che si muovono nella guerra tra India e Pakistan. La storia di Amleto è abbastanza abbandonata verso il finale, ma la spettacolarità del film lo rende uno degli adattamenti più originali mai tentati.14. AMLETO (1948, di Laurence Olivier)Ecco, se invece preferito un Amleto che più classico non si può, naturalmente dovete affidarvi a Laurence Olivier, l’attore shakespeariano per antonomasia al cinema. Pur con un testo non integrale, la forza della famosissima tragedia è sempre presente, non a caso è l’unico film tratto da Shakespeare ad aver vinto l’Oscar per il Miglior Film.

13. CORIOLANUS (2011, di Ralph Fiennes)

Ralph Fiennes debutta come regista con una triplice scelta coraggiosa: adattare Shakespeare, prendere una delle sue opere meno note, e portare la storia nel mondo moderno mantenendo però intatto il testo originale. Non a caso stride un po’ sentire il linguaggio antico in bocca militari e politici moderni, ma la potenza dei sentimenti in campo ha come sempre la meglio.

12. GIULIO CESARE (1953, Joseph L. Mankiewicz)

Marlon Brando. Serve altro davvero? Sentire il più grande attore di sempre pronunciare uno dei monologhi shakespeariani più potenti e famosi è un’esperienza da brividi. Un film classico ma di quelli sempre efficaci oltre ogni tempo, che si eleva grazie alla forza della storia e del testo, e come detto soprattutto grazie a quell’attore lì.

11. ROMEO + GIULIETTA (1996, di Baz Luhrmann)

Romeo e Giulietta è, probabilmente, l’opera shakespeariana più conosciuta, letta e trasportata al cinema. Per sforzarsi di essere originale Baz Luhrmann ha deciso di toccare l’estremo: non solo l’ambientazione moderna, quasi un’ovvietà, ma la spiaggia, i gangster, le contrapposizioni ideologiche e sceniche forzatissime, un gusto pop che qui sfora verso il kitsch il più delle volte. E pur con le sue scelte radicali, il film regge, rimane godibile e anzi efficace proprio per gli estremi messi in campo, e ha avuto il grande merito di aver avvicinato al Bardo – sfruttando la popolarità all’epoca di Leonardo DiCaprio –  tante nuove generazioni.

10. OTELLO (1952, di Orson Welles)

La trama è quella, poco da dire, le variazioni sono minime. Lo stile è quello classico d’impianto teatrale, e va benissimo. Ma c’è una cosa che ha reso Orson Welles uno dei più grandi conoscitori di Shakespeare, ovvero la capacità di coglierne l’atmosfera. Otello è un film di enorme fascino, quasi ipnotico, a tratti disturbante, a partire dalla funerea apertura fino alla bellissima sequenza nel bagno turco, un continuo contrasto di bianco e nero che avvolge lo spettatore e non lo lascia più.

9. MOLTO RUMORE PER NULLA (1993, di Kenneth Branagh)

Come prendere una classica commedia degli equivoci, già di per sé molto divertente, e trasformarla in un’opera intrisa di gioia contagiosa per lo spettatore. Solitamente, quando ci si diverte tanto su un set, quella felicità non è restituita sullo schermo, invece qui Branagh crea un film assolutamente delizioso, in cui gli scenari della Toscana danno quello tocco lieto in più.

8. WEST SIDE STORY (1961, di Jerome Robbins e Robert Wise)

Caposaldo del genere musical, questa versione di Romeo e Giulietta ha fatto scuola e tuttora è riproposta nei teatri di mezzo mondo. Ci sono le gang di strada, ci sono i portoricani, ci sono i giubbotti di pelle, ci sono canzoni diventate simboli della cultura pop, ma le fondamenta sono sempre quelle del Bardo.

7. ENRICO V (1989, di Kenneth Branagh)

Questo è il debutto alla regia di Kenneth Branagh. Ripeto, questo è il debutto alla regia di Kenneth Branagh. Un esordio assolutamente fulminante, con l’intelligenza e l’esperienza di un veterano, e soprattutto la capacità di cogliere le sfumature più dure dell’opera originale, creando un film realistico, sporco, sanguinoso e trascinante. L’inserimento dei flashback provenienti da altre opere, ovvero le scene con Falstaff, sono la ciliegina sulla torta.

6. RICCARDO III (1995, di Richard Loncraine)

Ancora una volta il testo originale è traslato nella modernità, e stavolta con un posizionamento storico perfetto: Riccardo III è uno dei personaggi più spregevoli e crudeli delle opere shakespeariane, e infatti il film porta la storia negli anni ’30, facendo dell’usurpatore del trono un prototipo letterario di Hitler. La titanica prova di Ian McKellen fa il resto.

5. IL TRONO DI SANGUE (1957, di Akira Kurosawa)

Se molti vanno avanti nel tempo per adattare il Bardo, Akira Kurosawa sceglie di andare indietro: Macbeth al tempo dei samurai e del feudalesimo giapponese è una perla indimenticabile. L’immagine del grandioso Toshiro Mifune trafitto dalle frecce rimane una delle foto iconiche nella storia del cinema, così come la bravura di Kurosawa nel mischiare tradizione locale, come quella del teatro nō, agli elementi magici.

4. HAMLET (1996, di Kenneth Branagh)

Ok, qui Branagh porta l’Amleto nella Danimarca ottocentesca, ma è l’unico tradimento che il regista si concede, perché per il resto il film è il primo e finora unico ad aver adattamento integralmente l’opera più potente del Bardo. Non a caso il film dura 4 ore, ma sono minuti mai pesanti, sempre affascinanti, così belli e sontuosi da creare un’esperienza semplicemente unica. Un autentico must per ogni appassionato di Shakespeare.

3. ROMEO E GIULIETTA (1968, di Franco Zeffirelli)

Questa versione di Franco Zeffirelli di Romeo e Giulietta è forse l’adattamento cinematografico shakespeariano più puro mai concepito, fedele all’essenza stessa dell’opera. Sfarzoso senza essere pomposo, elegante e divertente, è una trasposizione semplicemente perfetta.

2. MACBETH (1971, di Roman Polanski)

Per molti, più che il Macbeth, Roman Polanski adattò la sua vera esperienza personale: un film non a caso è enormemente cupo, violento, sanguinoso, ed è il primo del regista dopo il purtroppo celebre omicidio della moglie Sharon Tate. Forse proprio per questo Polanski ha creato un film magnifico nel suo essere disturbante, iconico ma al tempo stesso coerente col contesto in cui è stato girato. Ecco la recensione del Macbet 2016.

1. RAN (1985, di Akira Kurosawa)

Non è un caso che il film al primo posto sia l’unico in questa classifica per cui si possa spendere, senza paura di smentita o senza dover ricorrere ad iperboli fuori luogo, la parola “capolavoro”. Prendendo spunto dal Re Lear, Akira Kurosawa realizza una delle più spettacolari analisi di caos, follia umana, ossessione e ambizione mai viste al cinema. Ran è un film che smuove lo stomaco e ancor prima delizia gli occhi, con una messa in scena magnifica ed un uso folgorante dei colori: le scene di battaglia sono tra le più belle mai viste al cinema, col silenzio che avvolge il dramma della violenza e la rende ancora più roboante.

La vastità dei temi di Shakespeare ha fatto in modo che il cinema saccheggiasse a piene mani non solo la sua opera, ma la sua stessa storia: non a caso consiglio anche di recuperare Anonymous, il film di Roland Emmerich che racconta una delle tante teorie che mettono in dubbio l’esistenza stessa dell’autore inglese, e il famoso Shakespeare in Love, che propone un biopic molto romanzato ed in chiave romantica. Voglio infine citare altri due film che hanno confermato come col genio di Shakespeare al cinema si possa fare quasi tutto: in primis Rosencrantz e Guildenstern sono morti, divertente e astutissima farsa psicologica che ripropone gli eventi dell’Amleto dal punto di vista dei due omonimi personaggi, con un bellissimo discorso sul meta-teatro, e soprattutto il Falstaff di Orson Welles, con cui il grande regista, da consumato ammiratore di Shakespeare, sfruttò tutto il proprio immenso talento per condensare ben 4 opere collegate tra loro dalla presenza del personaggio che dà titolo al film, regalandoci un’opera davvero unica.   Come avrete capito, gli appassionati di William Shakespeare al cinema non si annoiano mai.

Emanuele D’Aniello

7. ENRICO V (1989, di Kenneth Branagh)

Questo è il debutto alla regia di Kenneth Branagh. Ripeto, questo è il debutto alla regia di Kenneth Branagh. Un esordio assolutamente fulminante, con l’intelligenza e l’esperienza di un veterano, e soprattutto la capacità di cogliere le sfumature più dure dell’opera originale, creando un film realistico, sporco, sanguinoso e trascinante. L’inserimento dei flashback provenienti da altre opere, ovvero le scene con Falstaff, sono la ciliegina sulla torta.

6. RICCARDO III (1995, di Richard Loncraine)

Ancora una volta il testo originale è traslato nella modernità, e stavolta con un posizionamento storico perfetto: Riccardo III è uno dei personaggi più spregevoli e crudeli delle opere shakespeariane, e infatti il film porta la storia negli anni ’30, facendo dell’usurpatore del trono un prototipo letterario di Hitler. La titanica prova di Ian McKellen fa il resto.

5. IL TRONO DI SANGUE (1957, di Akira Kurosawa)

Se molti vanno avanti nel tempo per adattare il Bardo, Akira Kurosawa sceglie di andare indietro: Macbeth al tempo dei samurai e del feudalesimo giapponese è una perla indimenticabile. L’immagine del grandioso Toshiro Mifune trafitto dalle frecce rimane una delle foto iconiche nella storia del cinema, così come la bravura di Kurosawa nel mischiare tradizione locale, come quella del teatro nō, agli elementi magici.

4. HAMLET (1996, di Kenneth Branagh)

Ok, qui Branagh porta l’Amleto nella Danimarca ottocentesca, ma è l’unico tradimento che il regista si concede, perché per il resto il film è il primo e finora unico ad aver adattamento integralmente l’opera più potente del Bardo. Non a caso il film dura 4 ore, ma sono minuti mai pesanti, sempre affascinanti, così belli e sontuosi da creare un’esperienza semplicemente unica. Un autentico must per ogni appassionato di Shakespeare.

3. ROMEO E GIULIETTA (1968, di Franco Zeffirelli)

Questa versione di Franco Zeffirelli di Romeo e Giulietta è forse l’adattamento cinematografico shakespeariano più puro mai concepito, fedele all’essenza stessa dell’opera. Sfarzoso senza essere pomposo, elegante e divertente, è una trasposizione semplicemente perfetta.

2. MACBETH (1971, di Roman Polanski)

Per molti, più che il Macbeth, Roman Polanski adattò la sua vera esperienza personale: un film non a caso è enormemente cupo, violento, sanguinoso, ed è il primo del regista dopo il purtroppo celebre omicidio della moglie Sharon Tate. Forse proprio per questo Polanski ha creato un film magnifico nel suo essere disturbante, iconico ma al tempo stesso coerente col contesto in cui è stato girato. Ecco la recensione del Macbet 2016.

1. RAN (1985, di Akira Kurosawa)

Non è un caso che il film al primo posto sia l’unico in questa classifica per cui si possa spendere, senza paura di smentita o senza dover ricorrere ad iperboli fuori luogo, la parola “capolavoro”. Prendendo spunto dal Re Lear, Akira Kurosawa realizza una delle più spettacolari analisi di caos, follia umana, ossessione e ambizione mai viste al cinema. Ran è un film che smuove lo stomaco e ancor prima delizia gli occhi, con una messa in scena magnifica ed un uso folgorante dei colori: le scene di battaglia sono tra le più belle mai viste al cinema, col silenzio che avvolge il dramma della violenza e la rende ancora più roboante.

La vastità dei temi di Shakespeare ha fatto in modo che il cinema saccheggiasse a piene mani non solo la sua opera, ma la sua stessa storia: non a caso consiglio anche di recuperare Anonymous, il film di Roland Emmerich che racconta una delle tante teorie che mettono in dubbio l’esistenza stessa dell’autore inglese, e il famoso Shakespeare in Love, che propone un biopic molto romanzato ed in chiave romantica. Voglio infine citare altri due film che hanno confermato come col genio di Shakespeare al cinema si possa fare quasi tutto: in primis Rosencrantz e Guildenstern sono morti, divertente e astutissima farsa psicologica che ripropone gli eventi dell’Amleto dal punto di vista dei due omonimi personaggi, con un bellissimo discorso sul meta-teatro, e soprattutto il Falstaff di Orson Welles, con cui il grande regista, da consumato ammiratore di Shakespeare, sfruttò tutto il proprio immenso talento per condensare ben 4 opere collegate tra loro dalla presenza del personaggio che dà titolo al film, regalandoci un’opera davvero unica.   Come avrete capito, gli appassionati di William Shakespeare al cinema non si annoiano mai.

Emanuele D’Aniello

Un Purgatorio atipico al Teatro Argentina

Lunedì 4 gennaio (ore 21) sul palcoscenico del Teatro Argentina saliranno i giovani attori con e senza disabilità della Piccola Compagnia del Piero Gabrielli per portare in scena un atipico Purgatorio, una sorta di “parafrasi naif” che attraverserà i versi di Dante con spirito giocoso e vivace. 

Quasi un “bignami poetico” questo allestimento di Roberto Gandini che, dopo il felice debutto al Teatro India lo scorso ottobre, è riproposto in occasione del Giubileo come una tra le varie iniziative che il Teatro di Roma dedica all’eccezionale evento religioso. Ospiti della serata, unica e ad ingresso gratuito, diverse comunità che si occupano di stranieri e di adolescenti, come la Caritas e la Città dei Ragazzi, a contribuire con un significato e un supporto anche artistico alla riflessione sul Giubileo di Papa Francesco.
La lirica drammaticità del sommo poeta si declina con le atmosfere ludiche, felici e allegre, che il gruppo di ragazzi trasferisce nelle scene corali attraverso esuberanti creazioni mimiche e coreografiche. Camminate e attraversamenti tra le terzine della Cantica in cui Dante ritrova gli amici e gli artisti della vita terrena, che l’adattamento di Attilio Marangon e le musiche di Roberto Gori trasformano in un poetico percorso per spettatori-pellegrini. Un viaggio che il Piero Gabrielli intraprese già in occasione della Notte Bianca del 2007, quando portò in scena un’altra particolare versione del Purgatorio di Dante: «quello spettacolo ci è rimasto nel cuore – racconta il regista Roberto Gandini – e la concomitanza del 750° anniversario della nascita di Dante con il Giubileo della Misericordia indetto da Papa Francesco, ci ha dato lo spunto, quest’anno, per rimettere in scena e rinnovare quel nostro Purgatorio».
Con la Piccola Compagnia del Piero Gabrielli, lo spettacolo diventa un itinerario fisico e spirituale attraverso luoghi, spazi e voci differenti della nostra esistenza, proprio perché il Purgatorio è un luogo di passaggio, come la vita, dove espiare i peccati commessi. Ad accompagnarci in questo cammino saranno i 14 giovani attori con e senza disabilità, scritturati dal Teatro di Roma alla fine di un laboratorio durato circa 40 giorni, che affolleranno il palcoscenico con alcuni oggetti di uso comune, come carrelli del supermercato, valigie, biciclette, a rievocare i vizi del nostro tempo. «In questa nuova messinscena, pur mantenendo lo spirito di allora, ci siamo avvicinati all’endecasillabo dantesco con meno timore – continua Gandini – Nella prima edizione, infatti, il verso era stato escluso a priori dato che alcuni dei nostri giovani attori avevano difficoltà di dizione. Ora, invece, come sfida ai nostri limiti, abbiamo inserito alcune terzine scelte fra quelle più comprensibili ad un primo ascolto».
Lo spettacolo si inserisce all’interno del progetto di Stagione Teatri di Comunità. L’articolato programma di spettacoli e attività che accoglie e sostiene esperienze di teatro sociale come la rassegna di Rodolfo Di Giammarco Garofano Verde; il lavoro dei detenuti-attori della Compagnia di Rebibbia; gli attori del Teatro Patologico; oltre al progetto triennale di intervento multidisciplinare del Teatro di Roma sulle periferie con Roma – Gli anelli di saturno condotto da Daria Deflorian e Antonio Tagliarini che ha come fulcro l’area urbana intorno al Teatro India. Attraverso il Laboratorio Piero Gabrielli il Teatro di Roma vuole contribuire alla realizzazione di una comunità accogliente e inclusiva in cui le differenze possano convivere e diventare una ricchezza. Un modello di integrazione e formazione rivolto a ragazzi con e senza disabilità, con l’obiettivo di creare uno spazio nel quale chiunque possa realizzare esperienze di crescita individuale e culturale. Dal 1994 ad oggi, il progetto è riuscito a mettere insieme 21 laboratori pilota, 233 laboratori decentrati, 328 incontri di diffusione, 168 spettacoli, 478 repliche in teatri e scuole, 51 video, coinvolgendo un totale di 160.179 spettatori, 18.349 ragazzi, 3029 docenti, 543 scuole, 632 teatranti. Una nuova prospettiva nel campo della ricerca teatrale con la disabilità, sperimentando le possibilità lavorative di ragazzi con e senza disabilità, che nel 2007 è confluita nella nascita della Piccola Compagnia Piero Gabrielli. Il progetto è promosso e sostenuto da Roma Capitale Assessorato alle Politiche Sociali, Salute, Casa ed Emergenza Abitativa, Ufficio Scolastico Regionale per il Lazio e dal Teatro di Roma.
IL PURGATORIO
tratto dalla “Divina Commedia” di Dante Alighieri
adattamento di Attilio Marangon
regia Roberto Gandini
con gli interpreti della Piccola Compagnia del Piero Gabrielli
Jessica Bertagni, Fabrizio Lisi, Edoardo Lombardo, Chiara Mercuri, 
Gabriele Ortenzi, Florin Pagnini, Gelsomina Pascucci, Fabio Piperno, 
Emmanuel Rotunno, Simone Salucci, Emanuele Sgroi, Giulia Tetta, Livia Travia, Danilo Turnaturi
scena Paolo Ferrari
costumi Tiziano Juno
musica Roberto Gori
coordinamento pedagogico Carla D’Antimi
coordinamento specialistico Maria Irene Sarti
assistente alla regia Luciano Pastori
direttore di scena Paolo Ferrari
coordinamento istituzionale Piero Gabrielli – Roma Capitale, Assessorato alle politiche sociali, salute casa ed emergenza abitativa Ester Sampaolo e Matteo Cesaretti Salvi – Ufficio scolastico regionale per il Lazio Michela Corsi – gruppo di lavoro Piero Gabrielli Carla D’Antimi, Anna Laura De Martino, Anna Leo, Elisa Marzia Vitaliano – Teatro di Roma/settore attività culturali
Produzione Teatro di Roma
Orari spettacolo: ore 21.00

Info Laboratorio Piero Gabrielli:

tel. 06 58333672 I e_mail: laboratoriogabrielli@teatrodiroma.net
Ufficio Stampa Teatro di Roma:
Amelia Realino tel. 06.684.000.308 – 345.4465117 e_ mail: ufficiostampa@teatrodiroma.net
Ufficio Stampa Laboratorio Piero Gabrielli
Maya Amenduni +39 3928157943 mayaamenduni@gmail.com

Torna Luce sull’Archeologia, alla riscoperta della Capitale

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Il Teatro di Roma prosegue l’impegno nella riscoperta della Capitale e della sua storia.

Dopo il successo della prima edizione del ciclo di incontri Luce sull’Archeologia cui hanno partecipato circa settemila cittadini, ecco la seconda edizione della rassegna culturale dedicata alla conoscenza storico-archeologica di Roma e del mondo romano ospitata nella meravigliosa sala del Teatro Argentina.
In programma 5 incontri da gennaio a marzo 2016 (24 gennaio – 21 febbraio – 28 febbraio -13 marzo – 20 marzo) in collaborazione con la Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali, la Soprintendenza Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma, l’Istituto Nazionale di Studi Romani e con il mensile di archeologia Archeo, raccontano Roma e le sue memorie storiche, disseminate potenti e numerose in un paesaggio di struggente bellezza, dove i monumenti marcano indelebilmente la Roma del passato conservando il nitore e il fascino di sempre.
Il tema che farà da filo conduttore a questo secondo ciclo di incontri è: “Roma. Uomini e Dei” e intende approfondire la conoscenza della Roma imperiale, un’irresistibile attrazione visiva, una grande metropoli, centro culturale e religioso, ma soprattutto politico ed economico di un impero vastissimo che ha insegnato al mondo un modo di vivere grandioso.
“Una città a colori”, “Città di uomini e dei”, “Una città d’acqua e giardini. Acquedotti, terme, fontane, ninfei”, “Gli spazi del sacro. Culti antichi e nuovi”, “L’immagine di Cesare nella storia e nell’ arte”, questi i titoli degli appuntamenti domenicali, ore 11,00.
Il consenso avuto nella passata edizione conferma che la “cura” del tesoro comune della memoria è indice di civiltà e che promuovere la conoscenza e la tutela dei beni culturali attiva nuova cultura e nuova civiltà.
Tra gli studiosi che hanno accolto l’invito, Maria Rosaria Barbera, Luciano Canfora, Massimiliano Ghilardi, Andrea Giardina, Eugenio La Rocca, Francesco Prosperetti, Marisa Ranieri Panetta, Orietta Rossini, Paolo Sommella, Claudio Strinati, Emilia Talamo.
PROGRAMMA
24 gennaio
Una città a colori
Eugenio La Rocca
Orietta Rossini
21 febbraio
Città di uomini e dei 
Andrea Giardina
Paolo Sommella
Marisa Ranieri Panetta
28 febbraio
Gli spazi del sacro. Culti antichi e nuovi
Luciano Canfora
Annalisa Lo Monaco
Massimiliano Ghilardi
13 marzo
Una città d’acqua e giardini
Acquedotti, terme, fontane, ninfei
Maria Rosaria Barbera
Emilia Talamo
20 marzo
L’immagine di Cesare nella storia e nell’arte
Eugenio La Rocca
Francesco Prosperetti
Claudio Strinati
info
ore 11.00 inizio incontro
biglietto 5 euro
Archeocard 5 ingressi € 20,00
tel. 06.68.4000..354

Cinema America Occupato. Intervista a Valerio Carocci

Avrete sicuramente già sentito parlare del Cinema America Occupato. Il ventiquattrenne Valerio Carocci, insieme a ad un gruppo sempre più grande di amici, ha sfruttato tutto il movimento che si era creato intorno alle Occupazioni liceali e ha occupato la struttura, chiusa dal 1999, dando vita ad un’iniziativa culturale che vuole regalare una vita migliore ai luoghi abbandonati di Roma. Questo è costato soprattutto molto sacrificio. Valerio mi ha raccontato questa meravigliosa storia, che vale la pena di essere ascoltata.
Partiamo dall’inizio: com’è nato il vostro progetto?
L’idea è nata semplicemente dalla volontà di creare uno spazio nel centro storico di Roma dove tutti i ragazzi che frequentavano il centro e ci abitavano si potevano incontrare e riunirsi quando le lezioni scolastiche finivano. Da lì è iniziata una mappatura di tutti gli spazi abbandonati, così abbiamo incontrato il Cinema America, che è un po’ il simbolo di tutti i posti romani che non hanno più lo scopo per cui erano nati. La proprietà del cinema aveva intenzione di demolirlo e farci un parcheggio e degli appartamenti. Abbiamo occupato nel 2012 e, una volta entrati, ci siamo chiesti come potevamo valorizzarlo. Abbiamo visto lo schermo davanti a noi e abbiamo capito che dovevamo fare qualcosa. Ci siamo appassionati al cinema ma fino a quel momento è sempre stato un gruppo esterno e più esperto a decidere i film adatti. Noi da soli non eravamo in grado di andare oltre la seconda settimana di programmazione. Ora, a cinque anni di distanza, la situazione è un po’ in stallo, noi speravamo di ottenere una sala, mettendoci d’accordo con la proprietà. L’accordo non si è trovato – anche se alcuni produttori si erano presentati per fare da mediatori – dato che il proprietario voleva il doppio di quello che gli era stato offerto. Attualmente in attesa di altri risvolti, siamo riusciti a richiedere dei vincoli per ottenere la sala a nostro favore.
Come hanno risposto gli artisti e i protagonisti del cinema italiano?
Dato che noi non siamo partiti come un gruppo che voleva fare cinema, non creavamo concorrenza, quindi la risposta degli attori e di tutti quelli che fanno realmente questo mestiere è stata molto positiva e incoraggiante. Inizialmente era una cosa molto più popolare, lontanissima da qualsiasi festival di cinema o cose simili. Il settore cinematografico, secondo me, ha anche bisogno di un rapporto con la città e quindi è stato abbastanza facile trovare un avvicinamento tra noi e il mondo cinema. Poi la programmazione era vastissima proprio per avvicinare il più possibile la gente, quindi alternavamo il cinema più ricercato a quello più commerciale, inserendo anche la partita della Roma, sempre per attirare pubblico. Non appoggiavamo solo una tipologia di spettatore, così da avere un ampio raggio di azione sulla città.
L’idea è di un gruppo di giovanissimi che non lavorano nel cinema. Qual è la motivazione che ti spinge, che vi spinge, a continuare nonostante tante difficoltà incontrate?
Ormai è una sfida. Ad esempio chi fa politica, soprattutto all’inizio, ha un ideale e lo porta avanti, tutto qui. La risposta è molto semplice, anche se non sembra. Abbiamo avuto l’idea, ci abbiamo creduto fino in fondo e, nonostante le difficoltà, come hai detto tu, l’abbiamo mandata avanti. 

Dato che hai nominato la politica, avete avuto delle persone che vi hanno appoggiato? Al di là della bellissima azione culturale, l’appoggio della Regione Lazio o del Comune di Roma è essenziale a livello pratico, no?
La politica istituzionale dipende dalle fasi, dipende dai momenti e da chi c’è in quel momento. È talmente vasta che è difficile rispondere. In una prima fase non c’è stato quasi nessuno che credeva in quello che facevamo. Quando però abbiamo iniziato a portare “a casa” dei risultati innegabilmente buoni anche la politica istituzionale ha iniziato ad ascoltarci. Inoltre, questo meccanismo si è innescato quando i media hanno iniziato a interessarsi a noi. Dalle cronache romane ai Tg, fino alla radio, hanno tutti recepito e la causa ha affascinato. Anche questo è stato sicuramente positivo e essenziale.

Questi ultimi mesi, oltre ad occuparvi del Cinema America, avete aperto per due serate un Drive In e avete fatto tre giornate di programmazione al carcere di Trastevere (San Michele). Ti va di raccontarmi queste due iniziative di successo?
In assenza di uno spazio dove poter fare le nostre attività siamo andati alla ricerca di luoghi che normalmente vengono utilizzati per altre funzioni o fondamentalmente sono abbandonati. Abbiamo scoperto che a Roma c’era il più grande Drive In d’Europa, quindi abbiamo contattato i proprietari e gli abbiamo chiesto se potevamo prendere questa iniziativa nominandoli sponsor. Così hanno concesso gratuitamente la proprietà. La cosa interessante è stato capire come pulire lo spazio sia all’inizio che alla fine della serata. Per questo abbiamo chiesto al Simply di Casal Palocco di pulirlo in cambio  del ruolo di sponsor ufficiale. Inoltre, quando i clienti arrivavo gli consegnavamo una busta, sempre del Simply, chiedendo di non buttare niente per terra, e così è stato. L’offerta era libera, c’era un bar, e avevamo tutti i documenti in regola con la SEA… rimaneva solo da scegliere i film. Abbiamo proiettato quelli che ritenevamo più vicini alla situazione: Grease e America Graffiti. 
Per quanto riguarda la questione del carcere a San Michele, dismesso dal 1970 e  diventato in seguito l’appoggio ufficiale dell’Istituto superiore per la conservazione e il restauro, abbiamo contatto il ministro dei Beni Culturali gli abbiamo presentato la proposta. Il progetto è subito piaciuto, quindi abbiamo organizzato l’evento insieme alla Fondazione Cinema per Roma, coproducendo la riapertura di questo carcere. Anche lì abbiamo avuto una risposta di pubblico ottima.
Valerio mi ha spiegato le motivazioni che lo spingono ogni giorno ad abbracciare la causa del Cinema America. Innegabilmente questo impegno gli ha aperto molte strade, quindi cerca di lavorare senza togliere tempo alle iniziative legate al Cinema America, che sono sempre al primo posto nella sua lista delle priorità. Prende tutto questo come una specie di volontariato, ed è stato affascinante ascoltare le motivazioni sue e dei quindici ragazzi che lo aiutano. Voi, noi, cosa possiamo fare per aiutarli? Basta andare sulla loro pagina facebook e seguirla: non appena ci sarà un bell’evento sarete tutti in prima fila, già lo so. Perché? Perché ne vale la pena, credetemi. Io ci sarò sicuramente.
Elena Lazzari 

Il misterioso “Segreto di Chet Baker” al Teatro Vascello

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Il misterioso “Segreto di Chet Baker” al Teatro Vascello

Presso il Teatro Vascello si è svolto l’interessante ed avvolgente reading-spettacolo “Il segreto di Chet Baker”, tratto dal romanzo “E nemmeno un rimpianto – Il segreto di Chet Baker” di Roberto Cotroneo, sulla vita del grande jazzista, con la narrazione del grande Massimo Popolizio, l’accompagnamento musicale struggente ed emozionante di Javier Girotto, e la cura registica di Teresa Pedroni.

Un uomo sta lasciando la sua casa di Via Salaria, 30, quando improvvisamente da un mobile spunta un foglio, uno spartito appartenente a My funny Valentine, la celebre canzone di Chet Baker, uno dei suoi artisti preferiti. Ecco che arriva una lettera da una donna di nome Nathalie, il cui contenuto è agghiacciante: Chet Baker, il grande jazzista morto ad Amsterdam nel 1988, sarebbe vivo. Qualcuno lo avrebbe visto suonare in un locale di Giurdignano, nel Salento, chiamato Nostra Signora dei Turchi. L’uomo si mette quindi in viaggio e raggiunge una casa, dove vede una figura umana all’interno. E qui incomincia la nostra storia.

 

Teatro Vascello chet baker

 

Il testo, estratto dal romanzo “E nemmeno un rimpianto – Il segreto di Chet Baker” di Roberto Cotroneo, riesce, tramite la bellissima voce ed interpretazione di Massimo Popolizio, gli interventi musicali estremamente struggenti di Javier Girotto e la cura registica di Teresa Pedroni nel reading-spettacolo andato in scena al Teatro Vascello, a mettere in luce la complessità del personaggio. In un dialogo onirico ed assolutamente impossibile, Chet Baker svela la sua anima al suo pubblico. Ama una musica semplice, che vada dritta al cuore delle persone. Il suo dramma è la droga, ma è un artista che vive sempre al limite delle sue possibilità, che vuole andare alla ricerca di sensazioni nuove, di mondi nuovi. Racconta di vivere seguendo le teorie di Gurdjieff e ciò lo porta ad affrontare un percorso su se stesso. Il protagonista comincia a sua volta un viaggio iniziatico per una migliore conoscenza della propria persona.

 

Chet Baker teatro vascello

 

Oltre ad avere una visione a tutto tondo di questo grande artista, la forza della narrazione e dello spettacolo ci spinge oltremodo a guardare dentro di noi, a conoscere meglio la nostra persona ed il mondo che ci circonda, a capire quali siano i nostri limiti e come varcarli, perché la conoscenza deve essere sempre il motore della nostra esistenza.
Marco Rossi

I curiosi “Vicini di stalla” al Teatro della Cometa

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“Vicini di stalla”, una simpatica rielaborazione della vicenda del Natale, è in scena fino al 10 gennaio al Teatro della Cometa.

Fino al 10 gennaio è in scena al Teatro della Cometa (nome adattissimo a questo spettacolo nonché vero e proprio gioiello architettonico) la simpaticissima commedia “Vicini di stalla“. Prodotta da La Bilancia e scritta da Antonio Grosso e Francesco Stella, vanta la regia di Ninni Bruschetta, attore famoso per la partecipazione in varie serie di successo, come Paolo Borsellino nel ruolo del commissario Cassarà, o Boris, nel ruolo di Duccio.
Dopo un lungo viaggio dalla Magna Grecia, in fuga per l’omicidio del Console Pompeo Magno, i pastori Corallo e Armonio, rispettivamente nipote e zio, prendono in affitto una stalla dal rabbino Arcadio. Di notte, però, sentono provenire dei rumori assordanti da un’ altra stalla prossima alla loro. Essa è abitata da Sara, una sorta di figlia dei fiori “ante litteram”, con la quale, dopo un periodo d’incomprensioni, instaureranno un rapporto amichevole. Testimone non visibile di tutte queste vicende è la loro asinella Rosaria, alla quale Armonio è molto legato.
Ma ecco che, in un’altra stalla vicina, arriva una famiglia un po’ particolare, formata da un anziano falegname di nome Giuseppe e da una donna di nome Maria, che partorisce un bambino, di nome Gesù, con dei poteri particolari. A lui si affezionano soprattutto Armonio e Rosaria (che diventa l’asino della Natività). Ma questo bambino, notizia eclatante, è destinato a diventare il Re del mondo. Ed ecco che si ripresenta il loro padrone Arcadio, inviato dal re Erode, per ordinargli di ucciderlo, pena la crocifissione. Armonio non vuole accettare, ma Corallo, spinto dalla voglia di avere tutti i soldi promessi per chi porterà a termine tale crimine e, per la paura di essere scoperto (è lui il vero responsabile dell’omicidio del console Pompeo, di cui la sua innamorata Sara si scoprirà essere figlia), inizialmente accetta, ma viene fermato dal bambino stesso, che dimostra davanti a lui le sue capacità. Saranno allora condannati a morte, con Sara che tormenta il povero Corallo, dato che nel frattempo ha avuto un bambino da lui.
La commedia è simpaticissima, ironica, fresca divertente, perché dà una visione del Natale particolare senza mai cadere nell’offesa o nell’oltraggio. Possiamo dire che questa pièce è oltremodo cinica, perché mette in luce, seppur con leggerezza, l’arrivismo dell’essere umano e la mancanza di dialogo che attanaglia la nostra società moderna. Tutti gli attori sono stati semplicemente formidabili e hanno dato il massimo nei loro ruoli.
Marco Rossi
@marco_rossi88
(Foto di Gabriele Gelsi)

Quo Vado? e la “finta” comicità di Checco Zalone

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Lo ammetto: mi sono seduto a vedere il film partendo prevenuto.

La cosa peggiore per chiunque si appresti a commentare qualcosa è avere con dei pregiudizi, siano essi positivi o negativi (il mio caso, come avrete facilmente intuito, è il secondo). Ma badate bene, non è assolutamente un fatto divertente come qualcuno potrebbe pensare: nessuno vuole sedersi per due ore o poco meno a guardare una cosa brutta, ancor meno quando si è consapevoli, nessuno critica per il gusto di farlo, si spera sempre di essere stupiti, sorpresi, divertiti, si vuole che i propri pregiudizi vengano ribaltati. Voglio godere dello stesso divertimento degli altri, non essere sempre quello che non capisce cosa ci trovano di speciale. Quindi fidatevi quando vi dico che, nonostante partissi prevenuto, ce l’ho messa veramente tutta. Però nulla da fare, Quo Vado? ha confermato i miei pregiudizi.
Il problema principale è che assistendo a Quo Vado? si sa già di non vedere un film, perché regia, scrittura, recitazione, tecnica e temi non contano: quello che si vede è solo e soltanto il one man show di Checco Zalone, tutto nasce e muore con lui sullo schermo. Per dire, non c’è nemmeno lo sforzo di creare un personaggio fittizio: il nostro protagonista si chiama Checco Zalone perché lui è Checco Zalone, la sospensione d’incredulità su cui si fonda TUTTA la magia cinematografica qui va a farsi consapevolmente benedire.
Quindi, cosa dire veramente di Quo Vado? Questo è il quarto lungometraggio della coppia Zalone-Nunziante (regista la cui unica funzione dietro la macchina da presa è inquadrare solo il nostro protagonista) e il mio secondo come spettatore dopo Sole a Catinelle, e onestamente trovare le differenze tra i film di Zalone che ho visto è una missione impossibile. Zalone non fa cinema, non fa nemmeno vera comicità: i suoi lavori sono una serie di sketch legati da una trama di sottofondo dall’intreccio banalissimo e con una grossa povertà di idee (non parliamo nemmeno del punto di vista visivo…) perché nulla deve superare la verbosità di Zalone.
Sinceramente non voglio nemmeno criticare troppo le gag del film, perché dopotutto ognuno ride a cose diverse (e alcune cose davvero geniali Zalone le azzecca pure, come l’esilarante selezione degli immigrati a Lampedusa, oppure gli iniziali montaggi musicali), ma è lo stile comico alla base a lasciarmi ogni volta più perplesso. Quella di Zalone è una comicità estremamente verbale e parlata, non pensata (le battute fanno ridere se le dice lui, non perché veramente divertenti), una comicità dannatamente leggera e semplice, con lo scopo di parlare al più ampio raggio possibile di spettatori senza far male ad nessuno di essi. E’ la ricerca della leggerezza a tutti i costi, così forte da sfiorare il qualunquismo, ad essere il vero problema. Nel precedente film si prendevano in giro i ricchi ed i radical chic, quelli di destra e quelli di sinistra, senza mai graffiare veramente per cercare, usando un detto che a Zalone piacerebbe, di dare un colpo al cerchio e uno alla botte. Ugualmente in Quo Vado? si prendono in giro il modo di vivere dell’italiano e il modo di vivere dei tanto celebrati paesi esteri, senza però tirar fuori una vera critica ai due mondi, lasciando tutto in superficie. Lo spettatore ride, non si sente accusato e anzi è felici di pensare talvolta le stesse cose di Zalone: insomma, un buonismo onnicomprensivo mascherato da satira sociale a più livelli.
Certo, non a caso questo è lo strumento più facile per ottenere gli incassi stellari e senza precedenti che Zalone porta a casa, ma è davvero l’unico fine possibile? Sinceramente, pur non essendo un suo fan e potendo vivere tranquillamente senza la risposta, più volte mi sono chiesto: “ma cosa vuole fare Zalone da grande?”. Perchè sia chiaro, Zalone ora può fare tutto quello che vuole, posizione forse unica nel cinema italiano attuale. Non dico che Zalone debba decidere di diventare improvvisamente un autore sperimentale o dedicarsi da domani ad un progetto drammatico, ma semplicemente capire se vuole essere per sempre il “Checco” dei suoi film e dei suoi spettacoli comici. Non è un male di per sé, ma un limite sicuramente sì. E trincerarsi dietro l’abusatissimo concetto “far ridere senza volgarità” lascia anche il tempo che trova (e poi la volgarità ha tanti lati, ad esempio in questo nuovo film c’è una dose di misoginia da far spavento). Personalmente, prima di vedere i film di Zalone, avevo una strana fiducia nel percorso del comico pugliese perché ricordavo i tanti comici italiani venuti dal cabaret televisivo e poi divenuti autori cinematografici di grande livello.
Ho ingenuamente avvicinato Zalone con la mente a casi come Verdone, Troisi, Benigni, ma siamo al quarto film, e Zalone non ha fatto un solo passo in avanti, e nemmeno uno di lato a dirla tutta. Dopo pochi film Verdone aveva abbandonato le macchiette e il dialetto, Troisi aveva tirato fuori tutta la propria malinconia a favore di uno sguardo verso i sentimenti, Benigni aveva abbracciato le proprie ambizioni. Senza tirare fuori paragoni scomodi, persino un trio come Aldo Giovanni e Giacomo, dal medesimo background, col tempo ha provato storie più serie. Ma tutti questi nomi hanno sempre avuto la testa per la vera scrittura, sapevano di fare film, mentre Zalone si rifiuta di crescere e continua a fare sketch, continua a sacrificare la narrazione in favore di discutibili freddure o inutili momenti musicali dall’italiano storpiato, e così continua a stracciare i record d’incassi italiani (ma poi è impossibile esportare i suoi film all’estero).
Credetemi, io ho davvero provato a divertirmi. La prossima volta spero che anche Zalone provi a fare qualcosina di diverso.
Emanuele D’Aniello

Notte di San Silvestro a Primavalle: Musica, Teatro e Dj Set

Notte di San Silvestro a Primavalle

31 dicembre 2015 dalle ore 18:00 alle 02:00

Stazione Metropolitana A – Battistini

Ingresso gratuito

Primavalle, cuore pulsante della Capitale in occasione del Capodanno. Non una semplice periferia, bensì una nottata incredibilmente ricca di festa, musica, spettacoli, colori e tanto divertimento per accogliere il 2016 nel migliore dei modi. Organizzato dall’Associazione Culturale e Artistica Kipling Academy, Notte di San Silvestro a Primavalle è un progetto vincitore dell’Avviso Pubblico di Roma Capitale “Notte di S. Silvestro in periferia” 2015.
Enrico Capuano
Numerosi gli artisti di altissimo livello, il cui obiettivo è rendere unico l’ingresso nel 2016. Questa accattivante proposta di fine anno avrà inizio alle ore 18.00 del 31 dicembre con la proiezione – all’uscita della Stazione metropolitana A Battistini – di un video mapping a cura di Aesop Studio, dal titolo Roma Segreta, con le immagini di Roma Antica che creeranno l’illusione di camminare sopra le rovine di Roma. Sarà come fare un tuffo nel passato per godere del fascino e delle meraviglie della nostra Capitale.
Inoltre i gruppi itineranti composti da Akuna Matata e Tammurriarè, accompagneranno e informeranno il pubblico e i passanti dall’uscita della metro al parcheggio di scambio di Battistini, intrattenendoli con le loro divertenti esibizioni e informeranno musicalmente i passanti e il pubblico all’uscita della metro.
Contemporaneamente, all’interno del parcheggio di scambio della metro A Battistini (via Lucio II), si animerà un mondo fantastico con il teatro di strada di Abraxa Teatro, spettacoli circensi, attività di strada e street art per bambini e famiglie con i Pittori e Poeti Anonimi del Trullo. I poeti intratterranno il pubblico (bambini e adulti) mentre i pittori dipingeranno delle tele a tema sul Capodanno che saranno donate al quartiere.
[Per chi non li avesse ancora visti, consigliamo di fare un giro nel quartiere di Primavalle per ammirare le opere di street art realizzate di recente per il progetto Muracci Nostri]
Alle ore 21,30 appuntamento con un grande concerto che vedrà protagonista il capostipite del Folk-rock italiano: Enrico Capuano e la sua band Tammurriata rock, il tutto corredato da tante sorprese che arricchiranno la serata. Capuano è stato il primo a proporre in forma moderna questo genere musicale creando una tendenza che si è ormai radicata nella musica italiana. Artista on the road sempre in giro a proporre quello che definisce “rock popolare”, ci accompagnerà, con l’energia della sua musica, ad accogliere il 2016 in maniera assolutamente entusiasmante. Gran finale, sempre musicale, con il dj set.
Notte di San Silvestro a Primavalle sarà il modo per concludere l’anno in maniera indimenticabile ed accogliere il 2016 con tutta l’energia e l’entusiasmo che solo i grandi artisti sanno trasmettere al pubblico.
INFO
Kipling Academy – Direttore Artistico M° Stefano Caponi www.assokipling.com
tel. +39 3382464287
060608 @060608it 060608, il numero di #Roma Capitale dedicato alle informazioni turistiche e culturali della città. // +39 060608: #Rome’s #tourism and #culture contact centre

La GNAM omaggia l’artista Piero Dorazio

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In occasione del decennale della morte di Piero Dorazio, la Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea rende omaggio al grande artista scomparso a Perugia il 17 maggio 2005.

L’attore/artista Giorgio Crisafi, che da giovanissimo lavorò come suo assistente, leggerà brani da Quello che ho imparato di Dorazio e La luce di Giuseppe Ungaretti.
Fin dagli esordi Dorazio sostenne la necessità di una sinergia delle arti: la realizzazione di un’opera doveva tradursi in un’esperienza totale e travolgente. Nel 1966 espose alla Galerie Im Erker, a Saint Gallen, dove instaurò con Ungaretti un proficuo sodalizio artistico. In tale occasione il poeta scrisse un saggio sull’opera pittorica di Dorazio che, a sua volta, nel 1967 realizzò una serie di incisioni per la raccolta di poesie La luce. La Galleria nazionale possiede nelle sue collezioni otto opere di Piero Dorazio. Tra queste Ginn Rull, ispirata alla raccolta Il deserto e dopo e attualmente in deposito all’Archivio di Stato di Roma, fu esposta alla Biennale di Venezia del 1988 con altri undici lavori degli anni Ottanta, tutti dedicati all’amico Giuseppe Ungaretti.

Galleria nazionale d’arte moderna e contemporanea

viale delle Belle Arti, 131 – 00197 Roma

tel. 06-32298328

Lo Spirito Allegro (ma non troppo) di Leo Gullotta

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All’Ambra Jovinelli, fino al 10 gennaio, è in scena Spirito Allegro, la pièce teatrale di Noel Coward che vede protagonista uno degli attori più significativi del teatro italiano: Leo Gullotta.

Cominciamo col dire che Leo Gullotta emoziona, e molto: malgrado la sua assenza da qualche anno da cinema e televisione, appena si alza il sipario e fa la sua entrata in scena tutto il pubblico applaude entusiasta per diversi minuti. E il nostro attore, con lo charme che lo contraddistingue da sempre, ringrazia con un sorriso e con un leggero inchino, prima di dare vita ad uno spettacolo che però, a dispetto del nome, di allegro ha ben poco. 
Non basta, per Spirito Allegro, regia Fabio Grossi, l’apprezzata interpretazione di Leo Gullotta: non basta la sua presenza a giustificare una commedia che non decolla e convince poco malgrado la trama accattivante. 
Charles (Gullotta), un famoso scrittore inglese, vedovo da sette anni e risposatosi con la noiosa Ruth (Federica Bern), decide di invitare per una seduta spiritica la poco convincente medium Madame Arcati (Betti Pedrazzi), con il solo scopo di farne materiale per un nuovo libro. Quando quest’ultima evocherà per sbaglio la prima moglie di Charles, la frizzante Elvira (Valentina Gristina), l’uomo si troverà inevitabilmente conteso tra le due donne.
Leo Gullotta 
Spirito Allegro di Noel Coward andò in scena per la prima volta nel 1941 al Piccadilly Theatre di Londra, nel pieno della seconda guerra mondiale: due ore di evasione per far dimenticare, quanto più possibile, gli orrori che, intanto, stavano dilaniando mezzo mondo. Questo era l’intento dell’autore e il successo della sua commedia “nera” fu decretato da ben 1997 repliche, malgrado i duri attacchi della critica dell’epoca vista la dissacrazione di un tema delicato come la morte (a maggior ragione se si tiene conto del momento infelice in cui Spirito Allegro venne scritto e rappresentato). 
Il soprannaturale è sempre stato un argomento spinoso, ben venga quindi, che Noel Coward abbia deciso di ricamarci sopra una brillante commedia degli equivoci. Ben venga che, settantaquattro anni dopo, si senta ancora la voglia e l’esigenza di assistere ad uno spettacolo che fonde il miglior humour britannico alle piacevoli atmosfere inglesi degli anni quaranta; ben venga l’inventiva con la quale il regista abbia deciso di raccontare il soprannaturale, avvalendosi di una serie di espedienti scenici davvero azzeccati che certo hanno contribuito alla spettacolarizzazione dei momenti più divertenti (davvero pochi, in realtà). Ma tutto questo non basta per la riuscita completa di Spirito Allegro. Oltre alla già citata e apprezzata performance di Leo Gullotta, sulla quale non si deve nutrire il benché minimo dubbio, il resto del cast risulta un tantino sopra le righe o non perfettamente calato nella propria parte e, sebbene vi siano stati guizzi di divertente ilarità, tutto questo non è sufficiente, a mio avviso, a risollevare le sorti di una commedia a tratti noiosa e dispersiva. 
Non è mai facile recensire uno spettacolo che non è piaciuto: non si vuole essere troppo ingiusti (non è mai facile essere attori o registi) o troppo superficiali. Però, in una recensione, non si può nemmeno scrivere di cose che non si sono viste o che sono mancate: in questo senso, Spirito Allegro difetta di quella brillantezza che ci si aspetterebbe, di vivacità dei dialoghi che tanto sarebbe servita. Pure, se non si vuole rinunciare a due ore di teatro leggero e non impegnativo, se ci si vuole distrarre con una commedia a tratti briosa e che un sorriso, malgrado tutto, riesce a strapparlo, con un cast di attori tutto sommato all’altezza (se anche non pienamente convincenti), se, da ultimo, si vuole assistere alla performance piacevole di Leo Gullotta (alla quale ho guardato con un po’ di magone perché, malgrado il ruolo vivace, una parvenza di malinconia vien sempre fuori), allora Spirito Allegro può e deve essere consigliato; con l’unica, inevitabile avvertenza di non aspettarsi troppo. 
Chiara Amati

Visita guidata gratuita al Parco degli Acquedotti di Roma

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CulturaMente è lieto di presentarvi la visita guidata al Parco degli Acquedotti di Roma, organizzata dal nostro collaboratore Marco Rossi.

Domenica 3 gennaio alle ore 11 si terrà una visita guidata gratuita al Parco degli Acquedotti, uno dei parchi più belli ed interessanti di Roma. L’itinerario vi farà scoprire non solo i grandi acquedotti, ma anche tutti i principali monumenti presenti nel Parco, tra i quali alcune meravigliose ville, come la Villa delle Vignacce o Villa dei Sette Bassi (la più grande villa del suburbio romano). La visita sarà condotta e guidata da Marco Rossi, storico dell’arte e guida turistica della Provincia di Roma.
L’evento è aperto ad un gruppo di massimo 25 persone. L’appuntamento sarà davanti la Chiesa di San Policarpo (Piazza Aruleno Celio Sabino, 50), a pochi dalla fermata metro Giulio Agricola (mi trovate lì dalle 10.30).

Durata 2h/2h e 30 ca

Per informazioni e prenotazioni potete contattare (sms o chiamata) il numero 3281993664 oppure scrivere anche sulla bacheca facebook dell’evento al link https://www.facebook.com/events/560606920759996/ indicando obbligatoriamente in entrambi i casi il vostro nome e cognome, il numero di persone che partecipano ed un vostro recapito telefonico. Si raccomanda l’uso di scarpe comode.

Marco Rossi
@marco_rossi88

Sister Act, come ridere di gusto al teatro Brancaccio

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Sister Act, uno dei musical più travolgenti degli ultimi anni, racconta di una storia leggera e simpatica: quella di Deloris Van Cartier.

Siete stufi dei soliti cinepattoni? Volete uscire di casa per digerire tutto ciò che avete mangiato? Correte, perché Sister Act vi aspetta fino al 24 gennaio al Teatro Brancaccio.
Lo spettacolo non ha implicazioni filosoficheintellettuali, ma vuole divertire, ed è un ottimo espediente per passare una serata in allegria, magari in compagnia di qualcuno che non vediamo da tanto tempo, presi dal costante stress delle nostre impegnate vite, o insieme alle nostre famiglie e i nostri figli, essendo uno spettacolo adatto a tutti.

Teatro Brancaccio
Questo spettacolo mi ha fatto immergere nella profondità della mia infanzia. La storia riprende, seppur con qualche modifica, quella dell’omonimo film con Whoopi Goldberg. La svitata Deloris Van Cartier, una cantante che fa parte di un trio, assiste per caso ad un omicidio compiuto dal suo fidanzato Curtis. Per proteggerla, il sergente Eddie, suo vecchio compagno di scuola, la nasconde all’interno del Convento degli Angeli, sotto il falso nome di Suor Maria Claretta. A lei verrà affidata la direzione del coro e, nonostante non riesca all’inizio ad adattarsi alle dure regole della vita monastica per il suo stile di vita eccentrico, avendo anche numerosi attriti con la madre superiora, riuscirà a stabilire un rapporto di sincera amicizia con tutte le monache (inclusa la priora), che impareranno a credere in loro stesse diventando svitate pure loro, e a trasformarle in un meraviglioso coro che si esibirà anche davanti a Sua Santità Paolo VI. Riuscirà inoltre a far arrestare Curtis ed a mettersi con Eddie, lasciando quell’abito per lei molto ingombrante. Ma Deloris è cambiata e, anche se riporrà l’abito talare all’interno dell’armadio, porterà nel suo animo e nel suo cuore qualcosa di Suor Maria Claretta e di quell’esperienza.

Teatro Brancaccio

Messo in scena dalla Compagnia della Rancia, il musical, attraverso le musiche di Alan Menkel ed i testi e le liriche tradotti da Franco Travaglio, procede a ritmi sfrenati e soprattutto diverte, riuscendo a coinvolgere lo spettatore in un caleidoscopio di situazioni scoppiettanti e spassosissime con l’apporto anche delle stupende coreografie di Rita Pivano, delle sfavillanti e coloratissime scenografie di Gabriele Moreschi, dai bellissimi costumi di Carla Accoramboni e della regia di Saverio Marconi.
Il successo di ogni spettacolo che si rispetti si basa sulla recitazione degli attori, e qui il cast è stato semplicemente formidabile, con punte d’eccellenza nella madrilena Belìa Martin, la protagonista, e Veronica Appeddu nel ruolo della novizia Suor Maria Roberta (la quale si alterna a Suor Cristina, la suora vincitore della seconda edizione di “The Voice“). Molto simpatico pure il Monsignor O’Hara di Pino Strabioli, noto conduttore televisivo, attore e regista, già protagonista di alcuni successi teatrali (“WikiPiera” con Piera degli Esposti).
Andateci se potete e vivrete momenti di gioia. Prima però un consiglio: allenate le mascelle perché riderete e riderete di gusto!
Marco Rossi
@marco_rossi88

(Foto di Musacchio & Ianniello)

Storie di Claudia: la Gerini che incanta al teatro Quirino

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Ha debuttato il 26 dicembre, in un teatro Quirinogremito e trepidante, “Storie di Claudia”, lo spettacolo interpretato da Claudia Gerini, per la regia di Giampiero Solari. In scena nella Capitale fino al 17 gennaio.

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Liquidare la messa in scena con qualche espressione di consenso, dovuta all’inopinabile talento della Gerini, per concentrarsi sulle presenze vip in sala, mi sembra assai banalizzante per un lavoro come quello presentato dall’attrice romana ieri sera.
Il teatro è un banco di prova per qualsiasi attore, dove il Buona la Prima! si trasforma in regola inviolabile e dove l’artista è tenuto a dare il massimo, senza indugi. La poliedrica Gerini supera a pieni voti la sfida, offrendo uno show a tutto tondo e fondendo le sue indubbie doti recitative a facce del prisma meno note, come quelle canore e persino acrobatiche.
Storie di Claudia è l’indagine ironica, divertente, ma anche delicata e favoleggiata, della vita dell’interprete. Tutto ha inizio con l’anziana vicina di casa, la signorina Maria, che “inizia” la Claudia bambina all’amore per l’arte dello spettacolo, un’arte che l’attrice afferma di avere nel DNA. 
Comincia così il viaggio attraverso la storia delle donne-dive, molto omaggiate durante tutto lo spettacolo: dall’esuberante Carmen Miranda alla romantica Marlene Dietrich, la Gerini arriva a raccontarci il provino per Non è La Rai nei panni dell’amica Debora, portatrice sana di quella romanità verace che tanto ce la fece amare nei panni di Jessica, nel film Viaggi di Nozze
Claudia svela, poi, i piccoli segreti della realtà patinata che assorbe la vita dei cosiddetti “VIP”, e vi inserisce stralci della propria quotidianità, come a voler ricordare che si è donne, professioniste, madri e mogli, e che l’essere umano, in questo caso femminile, ha numerosi volti oltre a quelli più noti. In scena c’è sempre e solo lei, supportata da qualche oleogramma di scenografia e accompagnata magistralmente dalle note al piano di Davide Pistoni

Così, la Storia di Claudia, narrata dal personaggio principale grazie a quello – non così secondario – di Maria, si dipana tra balli, esibizioni canore e sketch, fino ad arrivare ad un finale simbolico, dove la Gerini stupisce il pubblico sollevandosi coi nastri rossi in una performance di acrobatica aerea e ricordando ai suoi spettatori che, quando si arriva molto in alto, bisogna stare attenti a non cadere. 

Alessia Pizzi