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La fiaba, le “Rovine del Tempo” e Artemisia Gentileschi

La fiaba, le “Rovine del Tempo” e Artemisia Gentileschi

Le macerie sono un prodotto del tempo: le Rovine del Tempo.

Ognuna è un ricordo.

Al Teatro Hamlet è tornato dal 27 novembre al 6 dicembre lo spettacolo “Le Rovine del Tempo”. Realizzato da Teresa Ruggeri e Julia Varley, il suo testo si compone di un quadro di brani di più autori e campi. A fare da argomento centrale è il celebre romanzo di Anna Banti, “Artemisia”, a sua volta basato sulla figura omonima di una delle prime pittrici nella storia dell’arte: Artemisia Gentileschi. Vede in scena Teresa Ruggeri, mentre domina da sola la scenografia e le necessità dei singoli personaggi di cui si veste.

Lo spettacolo ha ottenuto un riconoscimento internazionale della propria qualità sbarcando in Danimarca.

C’è una sola donna in penombra. Corre per il palco tenendo in mano l’unica luce della sala. Scivola fra gli strumenti di un’immaginaria conferenza e li trasforma nelle espressioni di un incontro, che dalle parole si mimetizza nel corpo e porta nello stesso spazio tre donne. Ciascuna è un tempo che mai incrocia l’altro e soltanto ne parla, o forse parla di se stesso proiettandosi sull’immagine della rovina del precedente. I tacchi ticchettano sul palco di legno e su questi vola da un capo all’altro la conferenziera, decisa a tenere il proprio discorso su Anna Banti e ossessionata dal tempo. Suo è il controllo del proiettore, degli abiti nascosti in altri abiti; delle luci portatili che affiorano dal buio. Sono le macchine che trasformano l’argomento in personaggio e il documento nella magia di una vita che canta leggiadra fra veli di stoffa. Si parla di Anna Banti e lei compare sulla scena con un semplice gesto: lo slacciarsi di un cappotto rivela un’anziana spaurita in vestaglia. Anna pensa alla sua Artemisia e le parla, da un belvedere da cui si vede tutta Firenze bruciare per le mine lasciate dai tedeschi. E così la sua casa e sotto le macerie il primo manoscritto di Artemisia. È il 1944. Mentre la scrittrice si prepara alla riscrittura di quanto è andato perduto, l’attrice abbandona quell’epoca e scivola indietro. Si copre con un lenzuolo, un velo seicentesco, e diventa la pittrice stessa. È un’Artemisia che canta e dipinge e si racconta nei suoi quadri. Nella tela del proprio autoritratto si confonde il volto, preso in pieno dal cono di luce e colori dell’immagine proiettata. È sicura, ferma, ma anche gentile fanciulla, orribilmente colpita dallo stupro e torturata al processo per saggiarne la verità. Dialoga con Anna Banti e Anna con lei, affettuosa come una madre. Due donne immerse nel tempo, presto riassunte nelle parole di chi, dall’alto del proprio presente, si sforza a tenere una conferenza, lambita da un buio denso come l’oblio.

Teresa Ruggeri si trasforma nel paesaggio, nello spirito movimentato di ciò che descrive. La sua personalità è dinamica e sbarazzina quanto ferrea ed ancestrale. In lei le tre donne si fondono e il valore delle loro esperienze e delle parole crea una linea di connessione che attraversa il tempo e ne veicola le verità. Caliamo nelle profondità dell’esistenza umana: quel continuo nascere e rinascere, presentarsi e ripresentarsi di generazioni nel propagarsi di vita e civiltà attraverso i secoli. Ci si guarda con l’occhio del tempo, spauriti e sconvolti dall’assoluta incomprensibilità del concetto, nell’inesorabile corsa dell’ordine e dell’entropia, di consumo e trasformazione. Anna Banti parla alla sua Artemisia dall’alto del doloroso novecento e noi ancora più in là, in questo terzo millennio dal futuro perduto, mentre il presente corrode la fantasia e spazza le prospettive con la delusione di un cambiamento che non si riesce a ingranare. Ma Artemisia è lì, lontana da queste preoccupazioni e donna. Si ribella e si spoglia dei preconcetti della scrittrice, della voce della conferenziera. È la pittrice che da giovinetta fu stuprata. È la voce degli atti del processo e l’immaginazione nostra, che “crea distorsioni nella Storia” laddove questa non arriva. Noi riempiamo i buchi e formiamo nuovamente il tempo. Lo arricchiamo e lo torciamo e ci finiamo dentro, a vedere le voci di un’attrice che si cambia di vestito in vestito in altra donna; presenza di epoche e affettuosa figura che come fantasma si dona a noi per raccontare. Corre sui tacchi o cammina sui trampoli di un abito seicentesco, per poi accecarsi nella luce dei proiettori e cavare infine il sangue dal tempo stesso, primo distorsore e creatore di cose umane.
Tanto della recitazione di Ruggeri e della voce di Anna Banti ricordano Alba de Cespedes: quella ricerca dell’intimo nel dialogo fra donne, come partecipi di una comunità che attraversa il singolo e il passato, la vita e la morte. Assistiamo allora ad uno spettacolo magico come una fiaba e carico di realtà quanto un documentario: appassionato a mo’ di quadro di pittrice; impalpabile per le proiezioni dei volti nell’oscurità del tempo.
 
Gabriele Di Donfrancesco

Che fine ha fatto Leonardodicaprio?

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Quante volte abbiamo pensato a Leonardo Di Caprio come ad uno degli attori più bravi e camaleontici dei nostri tempi? Quante volte abbiamo pensato, ad ogni appuntamento con gli Oscar, che il premio di miglior attore se lo meritasse lui e nessun altro? Quante volte siamo rimasti delusi per lui, come se fossimo noi ad aver interpretato i ruoli più belli e complessi, senza ottenere la statuetta tanto ambita? 
Lo spettacolo Leonardodicaprio – tutto attaccato, al teatro dell’Orologio di Roma, racchiude tutte queste domande e non solo.

Buio in sala e l’attore Michele Giovanni Cesari, che assomiglia in maniera impressionante a Di Caprio, si immedesima in quello che può essere il sentimento dell’attore che si è visto sfilare di mano più di una volta la statuetta degli Accademy.
Mick è il protagonista di una vita che scorre lenta e in stallo. Da dove può prendere “l’ossigeno” se non dai film che hanno fatto grande Leo? Così il tempo passa come se fosse in un suo film, costringendo anche Anna (interpretata da una meravigliosa Emilia Scarpati Fanetti), la sua fidanzata, a vivere con lui nella finzione.

Un pubblico attento riesce a cogliere ogni riferimento, anche il più piccolo, ai film citati. Ecco che il teatro si mischia perfettamente con il cinema. Le parole dei film come Romeo + Giulietta, Titanic, Inception, The Wolf of Wall Street e molti altri. “Lo spettacolo, il teatro, senza lo spettatore non può esistere”, il significato di questa frase lo possiamo trovare in questo spettacolo, dove gli spettatori facevano quasi parte della commedia, come se non ci fosse un confine tra il palco e la platea, tra gli occhi degli attori e quel del pubblico. Lo sguardo viene ricercato e sfruttato per tenere alta la concentrazione, che non manca mai. Dall’inizio fino alla fine, la platea non è altro che una parte di palco. Questo concetto è così forte, tanto che lo spettacolo, inizia con Mick che è in mezzo al pubblico e ce ne accorgiamo solo una volta che inizia a parlare. Fin a quel momento sembra uno spettatore normalissimo, in smoking.

La scenografia è in costante movimento grazie agli attori che la modificano ad ogni scena. C’è musica, azione, commozione, amore, ansia e divertimento. Un mix di colori che mischiandosi danno forma ad un spettacolo diverso e divertente. Ma la domanda principale, dopo tante riflessioni rimane questa: Ma che fine ha fatto Leonardodicaprio? E’ sì, perché tutti i personaggi che racchiude questo attore, con mille sfaccettature, forse ci fanno pensare che qualche caratteristica ce l’abbiamo anche noi. E’ questo che Mick e i suoi amici ci lasciano. Potremmo essere anche noi Romeo o Dominic (di Inception), tutti ci appartengono involontariamente.
Quando si va al Teatro dell’Orologio si ha la certezza di andare a vedere qualcosa di valido: anche questa volta posso ritenermi soddisfatta per aver assistito ad uno spettacolo di valore.
(Foto di Manuela Giusto)
Elena Lazzari

Il trionfo della “Giovanna d’Arco” di Giuseppe Verdi alla Scala

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Al Teatro alla Scala ha trionfato Giovanna d’Arco, opera poco conosciuta di Giuseppe Verdi, assente dal famoso teatro da 150 anni.

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Undici minuti di applausi hanno accolto, alla prima della Scala di lunedì 7 dicembre 2015, la messa in scena della “Giovanna d’Arco“, opera poco conosciuta di Giuseppe Verdi, andata in scena per la prima volta proprio all’interno del teatro milanese nel 1845 e mai più riproposta in questo luogo dal 1865.
L’opera, su libretto di Temistocle Solera da La Pulzella d’Orléans di Friedrich Schiller, narra in maniera molto romanzata la vicenda di Giovanna d’Arco, la Santa patrona della Francia. Nell’opera l’eroina, desolata di non poter combattere per la Francia, ha una visione di spiriti celesti che la informano che il suo desiderio sta per avverarsi, a patto che non viva nessuna passione umana. Andando a pregare in una cappellina presso Domrémy, il suo villaggio natale, trova il re Carlo VII, deciso a smettere di combattere dopo una visione della Vergine. Insieme ritrovano vigore e decidono di combattere per la Francia contro gli Inglesi. All’incontro assiste Giacomo, il padre di Giovanna, il quale crede che la figlia, tramite il re, sia entrata in contatto con forze demoniache. Carlo confessa poi il proprio amore a Giovanna. Ella è disorientata: prima rifiuta, poi accetta, e poi rifiuta una seconda volta ricordando la promessa fatta alle forze angeliche. Durante l’incoronazione di Carlo, Giacomo accusa pubblicamente la figlia di stregoneria. Reietta da tutti, viene fatta prigioniera degli Inglesi, con l’aiuto di Giacomo, per essere bruciata viva. In carcere, confessa al padre d’aver amato per un solo istante il Re ma di essere stata sempre fedele a Dio. Commosso e pentito, il padre le scioglie le catene e la invita a combattere per la Francia. I Francesi vincono ma Giovanna muore in battaglia. Il suo corpo viene portato al cospetto del padre e del re, il quale ha sempre creduto in lei. Miracolosamente, ella riprende vita e chiede la sua bandiera. Il cielo si apre ed appare la Vergine Maria e, compianta da tutti ed accolta dagli spiriti celesti, muore.
L’opera presenta le caratteristiche tipiche della produzione giovanile di Giuseppe Verdi (all’epoca della prima aveva solo 32 anni): stacchi ritmici e momenti trascinanti, finali d’atto ricchi di baldanza alternati a momenti lirici di grande poesia, come la famosa aria O fatidica foresta.
Lo spettacolo vedeva la regia di Moshe Leiser e Patrice Caurier, le scenografie di Christian Fenouillat, i costumi di Agostino Cavalca, le luci di Christophe Forey, le videoproiezioni di Etienne Guiol ed i movimenti coreografici di Leah Hausman, ma, per motivi personali, ho potuto seguire solo la diretta radio. La mia recensione verte solo sulla parte musicale.
Giovanna era Anna Netrebko, la soprano numero uno oggi al mondo. Questa prova ha nettamente confermato la sua fama. La Netrebko sfoggia una voce bellissima (com’è bellissima lei) ed un grande temperamento, come potei già notare nella bellissima Manon Lescaut di Giacomo Puccini al Teatro dell’Opera di Roma nel 2014. Alla fine ha ricevuto una vera e propria standing ovation.
Lo stesso dicasi per Francesco Meli, il re Carlo VII. Un grande artista con una voce pura e magniloquente, sempre attento al dettaglio, alla parola scandita. Una prova veramente ammirevole.
Non all’altezza dei precedenti è stato Devid Cecconi come Giacomo, dotato di una voce non così bella ed espansiva, ma bisogna tenere conto del fatto che ha sostituito, causa malattia, il previsto Carlos Álvarez, il quale canterà tutte le altre recite.
Molto bene anche Dmitry Beloselskiy come Talbot, il capitano dell’esercito inglese. Piuttosto legnosa la voce di Michele Mauro come Delil, assistente e compagno di Carlo VII.
Ottima la prova dell’Orchestra e del Coro del Teatro alla Scala diretto da Bruno Casoni, nonostante qualche imprecisione perdonabilissima all’inizio. Sul podio il grande, grandissimo Riccardo Chailly, attento ad ogni sfumatura, morbido, delicato nell’accompagnamento. Mi sarebbe piaciuto sentire un poco di baldanza in più nei momenti che la richiedevano, ma è stata un’ottima prova per il grande direttore alla sua prima inaugurazione scaligera dopo la nomina a Direttore Principale del Teatro.
Un grande successo (cosa molto rara per un’inaugurazione scaligera), nonostante qualche piccola contestazione per il baritono.
È stato il trionfo di Giuseppe Verdi, del buon canto e della bella musica. A tutti gli artisti sento di dover dire una sola parola ma ricca di significati: Grazie!
Marco Rossi
(© Foto di Brescia ed Amisano)

Gli anni dei “Pensieri Piccanti” al teatro L’Aura

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“Pensieri Piccanti” è una commedia che tratta con delicatezza gli anni delle contestazioni giovanili.

contestazioni giovanili
Siamo nel pieno delle vacanze di Natale, nel 1970. Il mondo vive ancora nell’eco delle contestazioni giovanili. I cambiamenti si avvertono anche all’interno dell’appartamento del Dott. Giovanni Pongelli, farmacista sempre in attesa del ritorno di una moglie impegnata politicamente giorno e notte. 
La figlia si confronta con uno dei cambiamenti che più condizionarono quel periodo: la libertà sessuale. La ragazza sembra quasi scoprire un mondo nuovo, che la sconvolge, non solo per il fidanzamento con Oscar, un professore più grande di lei di venticinque anni – personaggio che non compare mai in scena (come sua madre tra l’altro) – ma anche per il confronto con la sua migliore amica, con la quale s’incontra ufficialmente per preparare l’esame di chimica.
Quest’ultimo personaggio è apparentemente più sfrontato. Ma si tratta di una sfrontatezza che nasconde una sofferenza: quella di una famiglia che mostra indifferenza e disattenzione verso di lei, che troverà l’amore in Giovanni.
La commedia, in scena al Teatro L’Aura fino a domenica 6 dicembre, scritta, diretto ed interpretata dal bravo Claudio Gnomus con la partecipazione delle brave Roberta Milia nel ruolo della figlia e Debora Zingarello nel ruolo dell’amica, intende mostrare con simpatia e leggerezza (anche tramite l’ausilio delle canzoni simbolo di quegli anni) i cambiamenti sociologici epocali di dell’epoca, gli scontri tra le due ragazze, così importanti per la formazione delle rispettive personalità, e la costante solitudine che attanaglia l’essere umano, il bisogno estremo del contatto con un’altra persona.
Alla fine grande successo per tutti. Tra il pubblico della serata del 3 dicembre, festante e contentissimo, vi erano diversi personaggi famosi come: Salvatore Marino, Pietro Romano, Geppi Di Stasio e Prospero Richelmy.
Marco Rossi

La bohéme a Roma: bienvenu Toulouse-Lautrec

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Toulouse-Lautrec arriva a Roma con una mostra eccezionale che vedrà esposte al Museo dell’Ara Pacis 170 opere del pittore bohémien simbolo della Parigi di fine Ottocento.

Per la prima volta il Museo di Belle Arti di Budapest consentirà di portare nella capitale, dal 4 dicembre 2015 all’8 maggio 2016, il fiore della raccolta delle opere di Toulouse-Lautrec, una delle collezioni più importanti d’Europa, inaugurando una determinante collaborazione tra i nostri paesi.
L’esposizione romana, promossa e prodotta da Roma Capitale – Sovrintendenza Capitolina ai Beni Culturali e Arthemisia Group, e organizzata con Zètema Progetto Cultura, ripercorre l’attività dell’artista dal 1891 al 1900 permettendo di incontrare l’opera grafica del grande disegnatore ed illustratore parigino.
Locandine, manifesti, illustrazioni, stampe e litografie firmate e corredate direttamente dalla dedica dell’artista, che si dedicò alla rappresentazione della più disparata umanità immersa nei suoi momenti di quotidiano e frivolo divertimento. Lautrec fissò sulla carta stampata istanti di vita quotidiana colti nella loro semplice immediatezza restituendo allo sguardo del pubblico borghese un attimo di praticabile follia.
La mostra, curata da Zsuzsa Gonda e Kata Bodor, segue un itinerario scandito in cinque sezioni tematiche a seconda delle diverse esperienze artistiche ed intellettuali dell’esuberante francese in un percorso a 360° sulla vita e l’arte di Toulouse-Lautrec.
Le stampe dedicate alle notti parigine, alle donne della notte ed ai luoghi di divertimento di Montmartre permettono di immergersi completamente nell’atmosfera di un mondo libertino, fatto di caffè e cabaret, per respirare l’aria inebriante del Moulin Rouge. Al centro dell’opera di Lautrec immancabili sono le sue muse ispiratrici, che furono i soggetti insostituibili delle sue rappresentazioni, ballerine di can-can e ragazze di bordello, dive che si lasciano rappresentare nella loro disinibita bellezza divenendo modelle ideali. 
La Parigi di Montmartre con i suoi cabaret, ristoranti affollati, bordelli e danzatrici, con la sua voglia di vivere e la sua spregiudicatezza diventa il simbolo di una bellezza semplice e volutamente dissoluta, diventa il soggetto perfetto per un artista immerso in un mondo imperfetto. 
L’esposizione all’Ara Pacis è un’occasione imperdibile per incontrare l’elettrizzante mondo bohémien dello spettacolo parigino riprodotto in tutta la sua leggerezza e facilità, illustrando l’arte eccentrica e la disinvolta poetica di uno degli artisti più apprezzati ed influenti dell’era moderna. 
Martina Patrizi

Climate March: la voce di chi marcia per il clima

Tutto il mondo è sceso in piazza per marciare a nome della Terra. Questo è il racconto della marcia di Roma, l’ultima domenica di novembre.

CONSIGLIO: L’articolo è troppo lungo? Cerca l’argomento che ti interessa di più.

“Il clima lo cambi tu.” ©Gabriele Di Donfrancesco
In tutto il mondo i cittadini sono scesi in piazza per reclamare il proprio diritto sulla Terra, in occasione delle giornate di Parigi sul clima: Cop21. Non potevamo certo mancare noi di Culturamente. Così ci siamo uniti alla grande Marcia per il Clima che si è tenuta a Roma domenica 29 novembre, partendo da Campo dei Fiori per arrivare ai Fori Imperiali, con concerto conclusivo. In mezzo a palloncini e cartelloni, i partecipanti sono tanti, ognuno con una causa, una propria esperienza di difesa. Il colore dominante è quello delle bandiere di Legambiente, il gruppo più numeroso, presente come rappresentante della rete locale di attivisti. A seguire il bianco WWF, Italia Tibet e molte altre. Tutte insieme formano la Coalizione Clima, che porta simbolicamente sulle spalle il globo terrestre. La Terra e la sua gente sono in marcia, un messaggio chiarissimo: siamo noi a dover cambiare, non il clima. Noi di Culturamente abbiamo raccolto alcune voci significative, fra gli striscioni colorati ed il suono dei tamburi di una festa.
Avaaz.org è stato molto importante per diffondere la notizia della marcia. ©Gabriele Di Donfrancesco
È una squisita ironia aver scelto come luogo d’incontro Campo dei Fiori. Sotto la statua silente di Giordano Bruno, il volto oscurato dal mantello di metallo, si radunano i difensori di quella Natura che lui tanto aveva divinizzato. La giornata è tiepida e l’aria è limpida. Lo striscione del WWF è tenuto proprio sotto il naso di Bruno: “save the climate, save the humans“. Stupisce la cordialità delle persone: è come trovarsi in una grande famiglia. Si scambiano sorrisi, si chiacchiera con gli sconosciuti. In effetti ci sono tutti: famiglie con bambini, adulti, ragazzi, attivisti, vegliardi. L’intera società rappresentata in un’unica marcia. Difficilmente un’altra battaglia avrebbe raccolto una fascia così eterogenea, a testimonianza di quanto l’ambiente sia alla base della comunità, per quanto la politica finga di non capire. Quando parte il corteo si procede a tempo di musica. Intorno a noi rimbombano i colpi di tamburi del gruppo Akuna MatataPersino una coppia di sposi si è unita al loro ritmo, lanciandosi in qualche passo carico d’amore. Ma noi non siamo qui solo per partecipare. Vogliamo lasciare un documento del momento. Forse avevamo il presentimento di quello che sarebbe successo: i telegiornali nazionali occupati a trattare degli scontri dei Black Block a Parigi, oscurando il resto; la notizia, l’etica, l’informazione.

La parola a chi difende il mare

Stiamo ormai attraversando Largo Argentina quando incontriamo Maria Rabini, il segretario generale di Marevivo. Regge parte dello striscione blu. La loro associazione è impegnata da oltre trent’anni nella tutela dei mari. “La maggior parte delle persone ignora che il mare è uno dei motori principali del clima. Assorbe un terzo della CO2 che produciamo, genera l’ossigeno che respiriamo, ma lo fa solo se è in buona salute.” Ci spiega. Sugli esiti della conferenza è fiduciosa. “I capi di stato che si incontreranno a Parigi sanno che l’appuntamento è importante e non può andare deluso.
Eppure sono molte le contraddizioni. Si parla di accordo sul clima, ma i pozzi petroliferi autorizzati da Renzi con lo Sblocca Italia fioccheranno come funghi nello Jonio. A livello internazionale i nuovi accordi commerciali tra Stati Uniti ed Europa (TTIP), Stati Uniti ed Asia (TPP) promettono più esportazioni, l’incremento dei consumi, la conferma dell’ingerenza delle multinazionali nelle questioni globali. Niente a che vedere con le dichiarazioni pentite di un mondo che ha intenzione di cambiare direzione. Anche in questo caso, Rabini si mantiene realista. “Diciamo che la transizione dalle fossili necessita di determinati passaggi, per cui non è che da domani noi potremo cessare di utilizzare le fonti fossili. Però ciò necessita di un piano. Quanto noi chiediamo a gran voce è che ci sia un chiaro piano di decarbonizzazione in Italia e soprattutto una strategia energetica, che ci dica come si intendono affrontare i prossimi passi futuri. A conti fatti, se andiamo a guardare, l’Enel ha già un progetto di decarbonizzazione che il nostro paese non ha.” Prima di salutarci, ci lascia un ultimo consiglio, rivolto alle persone che iniziano ad interessarsi alla comunità e all’ambiente. “Io credo che mi rifarei all’ultima enciclica del Papa, Laudato Sii, in cui il fattore importante che lui ha introdotto è quello dell’etica. Non ci dobbiamo sentire dominatori nei confronti di nulla e neanche delle cose che utilizziamo, perché solo un approccio eticamente corretto ti garantisce che per il futuro tu avrai il rispetto dell’altra parte. Tutto ciò a cui ti approcci come dominatore è destinato fatalmente a creare problemi.

E così arriviamo al Tibet

 ©Gabriele Di Donfrancesco
La vera bandiera del Tibet. ©Gabriele Di Donfrancesco
Continuiamo a farci largo nella marcia. Un gruppo ha particolarmente attirato la nostra attenzione. Gridano “Tibet terzo polo! Tibet third pole!” Trasportano l’enorme bandiera della loro nazione. Sono i membri di Italia Tibet, affiancati dalla più minuta comunità tibetana in Italia. Nata nel 1988 da una manciata di appassionati, l’associazione conta ora più di 1700 membri in tutta la penisola. Riusciamo a parlare con il presidente Claudio Cardelli.
Cardelli si sente in dovere di rinfrescare la memoria su una storia che spesso si conosce, ma appena a grandi linee. Non ci si domanda, ad esempio, quali cambiamenti abbiano investito il Tibet in sessantacinque anni di occupazione cinese. “In questo momento il Tibet è sottoposto ad un’aggressione coloniale spaventosa da parte della Cina, che continua ad inviare milioni di cinesi nella zona. Hanno superato largamente la popolazione tibetana ed il territorio, che era assolutamente vergine fino agli anni ‘50, è stato investito dalla politica cinese di sviluppo economico forsennato. Perciò noi oggi ci occupiamo del clima e del Tibet, ma ovviamente questo vuol dire politica, economia. Vuol dire anche cultura. La cultura del Tibet, voglio ricordare, è una cultura specifica; non parliamo di una minoranza della Cina, come loro invece amano far credere.
Ci sono più di quarantaseimila ghiacciai registrati in Tibet, rendendo il paese una delle riserve d’acqua potabile più grande al mondo. Quando però si parla di bacini, la loro presenza non implica la necessità di sfruttamento. Così come sono, svolgono un ruolo di regolamento climatico. Ma la regione si scalda: in trent’anni si registra una riduzione del 15% della superficie ghiacciata. A dirlo è l’Accademia delle scienze cinese. Ipotizzando che la situazione resti invariata, entro fine secolo l’area utile sarebbe ridotta del 60%.
Non siamo più in una situazione di allarme, ma di stadio avanzato. Ricordo che la Cina negli anni ottanta ha disboscato in maniera selvaggia tutto il Tibet orientale. Quando noi parlavamo di Amazzonia era in corso un’Amazzonia silente ai confini con lo Yunnan, con la Birmania. […] E il Tibet per i cinesi fa gola. Tanti i giacimenti mai sfruttati di uranio, di rame; di metalli rari.” Quando chiediamo a Cardelli come pensa che la Cina si porrà durante le conferenze di Parigi, mi risponde trattenendo una risata amara. “Diciamo che della Cina non mi sorprendo mai di niente per la sfrontatezza con cui asseriscono certe cose. […]Ogni volta che il Dalai Lama viene ricevuto da politici o partecipa ad eventi di rilevanza internazionale – come a Roma l’anno scorso per il summit dei nobel per la pace- la Cina esercita delle pressioni con un’arroganza incredibile. Lei che non tollera interferenze all’interno dei suoi confini interferisce continuamente con gli affari interni delle altre nazioni. Fanno la voce grossa. […] La Cina dichiarerà che tutto va bene e che loro stanno lavorando per i diritti umani e per il clima. E con questo ci metteranno apposto, temo. Però se sarò smentito non mi dispiace. Io spero in un cambiamento.

Le nostre guerre hanno ucciso anche il clima

 ©Gabriele Di Donfrancesco
Correggia con altre due rappresentanti della Rete NoWar. ©Gabriele Di Donfrancesco
Continuiamo la nostra marcia, quando ci salta all’occhio un cartello con un messaggio insolito: “Le nostre guerre hanno ucciso anche il clima.” In effetti è un dettaglio che sfugge. A Parigi si discute di clima ma si parla anche di guerra al terrorismo, di interventi militari. Nel frattempo piovono bombe sui territori occupati dall’Isis; si colpiscono avamposti, bruciano i giacimenti. È un gruppo di donne a ricordarcelo. Ci presentiamo ad una di loro. Lei è Marinella Correggia, della Rete NoWar. Ascoltiamo il suo impegno.
Con questi cartelli vogliamo dire che le guerre che abbiamo fatto come Nato, come alleanza atlantica, dal ’91 ad oggi – sono ormai cinque guerre di bombardamento- non solo distruggono territori e uccidono persone – molte di più di quante non siano morte a Parigi- ma si uniscono ai cambiamenti climatici. […] Il settore militare e le guerre contribuiscono per oltre il 10% all’effetto serra: una grande responsabilità. Non parliamo della guerra che si sta pensando di fare all’Isis, ma già di quante sono state fatte con pretesti cosiddetti umanitari.” Una grande ipocrisia da parte nostra: la classica schizofrenia occidentale.
La cosa grave è che il settore militare non è interessato dal protocollo di Kyoto. Non hanno obblighi di riduzione delle emissioni. Quindi è paradossale; come se fossero madre Teresa di Calcutta, no?” C’è una nota di amaro sarcasmo quando conclude: “È una cosa che gli stessi ecologisti non considerano. Anche a Parigi tutta la coalizione dei movimenti ambientalisti non ha affrontato questo problema.” Secondo quanto scritto dagli esperti Mike Berners-Lee e Duncan Clark del Guardian nel 2008, si stima che la guerra di Bush in Iraq abbia prodotto tra i 250 e i 600 milioni di tonnellate di gas serra. Le emissioni annue del Pentagono lo pongono come il singolo inquinatore istituzionale più grande al mondo.
Su questo argomento Correggia ha scritto altri articoli. Il più recente può essere rintracciato a questo link.

Lavorare in coalizione

©Gabriele Di Donfrancesco
Il corteo di Greenpeace, lasciando Largo Argentina. ©Gabriele Di Donfrancesco
Siamo andati molto avanti nel corteo e ormai ci troviamo quasi a Piazza Venezia. La folla defluisce con i suoi colori, i suoi stendardi e quel senso di positività proprio delle manifestazioni pacifiche. C’è chi porta con sé il nome stampato di uno delle migliaia di cittadini di Parigi, impossibilitati a scendere in piazza per le nuove misure di sicurezza. Anche questo è parte del calore della giornata. Abbiamo ancora tempo e riusciamo a parlare con Luca Iacoboni, responsabile della campagna clima-energia di Greenpeace Italia. Partecipa anche lui alla marcia nonostante la stampella. La soddisfazione è tanta per la rilevanza mondiale dell’evento. “Marciamo anche per i cittadini di Parigi ma si marcia in tutto il mondo. È una presenza molto importante perché non si limita a Roma, è veramente globale. Oltre 23000 manifestazioni in 150 paesi, quindi numeri importanti.
Di conferenze per il clima ce ne sono state parecchie nel corso degli anni, quindi chiediamo se questa possa essere la volta giusta. “Ce lo chiediamo anche noi e non abbiamo risposte. Quello che sappiamo è che per noi e per tutto il movimento climatico Parigi non è una tappa d’arrivo e non è la fine. È solamente una fermata. […] I prossimi anni saranno estremamente pieni di eventi e mobilitazioni come questa perché la gente sta iniziando a capire l’importanza dei cambiamenti climatici.
I volontari di Greenpeace costituiscono un buon numero di maglioni verdi, carichi sulle spalle con zaini e sacchi a pelo. Non sono gli unici ad essere venuti a Roma dal resto della penisola. Molti di loro si sono dedicati all’organizzazione della giornata, ma è stato uno sforzo collettivo che ha coinvolto più associazioni. Non a caso si parla di Coalizione Clima.
Lavorare in coalizione non è facile, ancor più in una eterogenea come questa, dove ci sono associazioni ambientaliste, sindacati, comunità religiose, associazioni d’agricoltura: di tutto. Però è un segnale positivo, perché significa che il tema dei cambiamenti climatici riguarda davvero tutti i settori, l’economia in primis. Vogliono agire. Faccio l’esempio dei sindacati, che sono nella coalizione perché le energie rinnovabili sono posti di lavoro. C’è un manifesto politico che è stato approvato e riporta tutte le posizioni della coalizione. Non sono sempre le stesse di ogni singolo gruppo, ma ogni tanto è importante fare mezzo passo indietro come associazione per farne cento avanti come movimento.
Non resta che attendere i risultati della Cop21, senza troppe illusioni.

Gabriele Di Donfrancesco

Con Nancy Brilli la “Bisbetica” rappa al Quirino

Quando Lucenzio ti dice che adesso si ispirerà a Jesus Christ Superstar per la parte, capisci che è un buono spettacolo.

Shakespeare non è certo una novità per il teatro, né tanto meno lo è la volontà di riadattarlo ogni volta ai tempi correnti, alla brezza che soffia oltreoceano, all’eco di storie diverse. Non è nemmeno un’eresia dire che di buoni Shakespeare in scena ce ne siano stati effettivamente pochi. Così questa Bisbetica al Teatro Quirino, regia di Cristina Pezzoli, con Nancy Brilli, non aveva fatto sperare per il meglio. Ecco il racconto di come ci ha sorpreso.

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La grande coreografia del banchetto finale
Il metateatro nel metateatro immaginato dallo stesso Shakespeare, così si potrebbe riassumere la scelta di regia. D’altronde che ci si poteva aspettare da una compagnia che si chiama La Pirandelliana? Nel lavoro del bardo un ubriaco svenuto, Sly, viene riccamente vestito e messo davanti ad una rappresentazione, la Bisbetica Domata, per l’appunto. In questo caso, Nancy e gli altri interpretano se stessi come attori di una produzione che fa acqua da tutte le parti. Per carenza di personale, tagliano il copione shakespeariano e si arrangiano nella prova delle scene, alternandole ai propri retroscena. Si gioca: le trame personali si sovrappongono alla realtà dello spettacolo che si preparano a rappresentare, nella confusione vivace di un lavoro in corso. Va però detto che la commedia fatica ad ingranare nei primi trenta minuti. Il pubblico è freddo ed è palpabile il rischio di scadere nel banale, attizzando un senso amaro, di cattivo gusto. Lo stavamo odiando.
Può darsi che fosse tutto calcolato. Forse era una fase necessaria per poter godere del resto, un po’ come nella dialettica idealista. Perché all’improvviso sono partite le musiche, Petruccio si è tolto la camicia e Caterina la Bisbetica l’ha tenuto a bada in un gioco di battute rappate, inventate di sana pianta. Quasi imbarazzanti, se non fosse che, con arte in fondo shakesperiana, riescano a replicare quella sonorità parlata del bardo, uccisa dalla traduzione. Le nuove rime di Stefania Bertola funzionano perfettamente in queste parentesi musicali, per poi mantenere il ritmo e la godibilità per il resto dello spettacolo. Questo è il momento che cambia tutto: da qui in poi c’è carattere, originalità. Diventa un lavoro compiuto, sebbene viva dei propri momenti di crollo. Nel suo esperimento si guadagna una menzione al ricordo. Da qui in poi è un crescendo di quella follia che tanto ricerchiamo sulla scena, come capacità di osare sapendolo fare. Si va da un Lucenzio che decide di recitare in un modo che gli sembra “classico”, alla Jesus Christ Superstar, ad una Nancy che no, proprio non riesce a farsi andar bene la sottomissione della Bisbetica. Si mischiano tante citazioni musicali e le voci degli attori spezzano il dialogo cantando all’improvviso con splendido effetto. Questo linguaggio sciolto, movimentato, è abbattuto in parte dal ricorso ad alcuni cammeo dialettali, ma può contare su una ben curata memoria ed una buona misura comunicativa nella recitazione della compagnia. A creare l’effetto di un ritmo trascinante, del via vai delle prove e della storia, è una scenografia versatile, di giganti scritte illuminate che scendono dal soffitto. Piramidi di mobili scivolano in scena dal buio delle quinte; si spezza il fondo per creare entrate e le pile cubiche ai lati sono una riserva inesauribile di sedute e finestre segrete. Unica pecca, il sonoro dei microfoni, che possiamo pure ammettere per motivi di acustica, ma che il verbo del Teatro accetta storcendo gravemente il naso. 

Nancy Brilli si conferma un’interprete duttile, dotata di una certa autoironia e perfetta nei momenti più musicali. Eppure è Stefano Annoni a conquistare la nostra attenzione. Giovane Lucenzio, la sua recitazione è carica, disinvolta; la voce forte e bella la presenza scenica. Matteo Cremon spicca nei panni di Petruccio per la sua comunicabilità e la capacità di giocare con l’attenzione del pubblico. Sornione e divertito, la sua performance è fra i fili conduttori della piacevolezza dello spettacolo. Per ultimo, una lode va rivolta alla potenza vocale di Anna Vinci, espressa appieno sul finale del banchetto mentre è nel suo nero costume di vedova.

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Al Petrolini il giallo interattivo di “Chi ha ucciso Woody?”

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Per giallo interattivo si intende uno spettacolo teatrale che non è scandito da due atti ma da un personaggio, in questo caso l’ispettore, che blocca la narrazione per due volte e fa intervenire il pubblico per risolvere il caso e scoprire chi è l’assassino.
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Fin qui tutto molto interessante e avvincente, se non fosse per il resto, che in questo caso non ha funzionato. Partendo dal titolo (Chi ha ucciso Woody?) che lascia presagire una narrazione che omaggi il grande maestro Woody Allen. Peccato però che nello spettacolo il grande regista e attore è però nominato solo due volte in modo sfuggente. Già questo potrebbe lasciare delusi gli spettatori che si aspettavano di trovare una storia avvincente, magari legata da un filo rosso, in questo caso ai film di Woody. Sarebbe stato interessante avere davanti un vero spettacolo che richiamasse, realmente, i suoi film. Il secondo motivo che mi ha lasciata molto interdetta è il seguente: ma la trama è veramente degna di far classificare questo spettacolo come Giallo? La sceneggiatura è povera e non così intrigante come dovrebbe essere un giallo con i fiocchi. Sì, perché la narrazione lascia un po’ di amaro in bocca. Non tutte le ciambelle escono con il buco, si sa, ma in questo caso è veramente un peccato.
Devo ammettere che una ciambella, in fin dei conti, è uscita bene. Anzi due. La prima è l’apprezzata interpretazione di due attori del cast, Marco Bullita e Carmela Ricci, che si percepiva anche da lontano fossero perfettamente entrati nello spirito della storia. La seconda ciambella, è sicuramente l’intenzione del progetto di far intervenire il pubblico con proprie riflessioni e domande per risolvere l’omicidio, molto divertente soprattutto per i ragazzi che si stanno avvicinando da poco al mondo del teatro. Insomma, per usare una metafora tennistica “L’intenzione c’era, peccato per l’esecuzione“. Proprio perché l’idea non è affatto male, non me la sento di bocciare del tutto lo spettacolo, ma lo rimando con la speranza di migliorie. 

Elena Lazzari

“Nerone, il Demagogo” raccontato da Andrea Carandini

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Un viaggio emozionante alla scoperta dell’aspetto demagogico di Nerone, personalità davvero complessa e affascinante, con il Prof. Andrea Carandini, uno dei più famosi archeologi italiani.

auditorium parco della musica

È stato un incontro intenso quello avvenuto domenica 29 novembre per il X ciclo di “Lezioni di Storia” all’Auditorium Parco della Musica di Roma. Quest’anno i protagonisti sono i “Romani” e la conferenza concerneva  la figura di “Nerone, il Demagogo“.

Nella Sala Sinopoli è calato un silenzio magico, quasi misterioso. Il racconto del Prof. Andrea Carandini, uno dei massimi archeologi italiani e Presidente del FAI, ci ha portato alla scoperta del lato demagogico di Nerone, imperatore tra i più controversi e discussi della storia romana. Presentava e moderava l’incontro lo scrittore Paolo Di Paolo. Le slide sono state create da Maria Cristina Capanna e Mattia Ippoliti.
Nerone è “un bizzarro crudele“. Appartenente alla famiglia dei Domitii Enobarbi, rimase orfano da piccolo e fu affidato alla cure di Lepida, sorella e amante del padre, e di una ballerina e un barbiere. L’imperatore Claudio sposò la madre Agrippina nel 48 d.C. e lo adottò ufficialmente nel 50 d.C. come suo successore. Saputo ciò, la prima moglie di Claudio, Valeria Messalina, tentò di strangolarlo per appoggiare il figlio Britannico, ma Nerone venne salvato da un serpente, la cui pelle terrà sempre con sé in un braccialetto, come talismano. Alla morte di Claudio, voluta da Agrippina per appoggiare il figlio, venne eletto imperatore. Durante i suoi primi anni di regno la madre lo controllava, finché non fu esiliata e uccisa su ordine del figlio a Bacoli
Nerone, però, oltre ad essere uno spietato politico, fu anche un artista a tutto tondo. Era scultore, pittore, poeta, cantante, musico e auriga. Il suo palco prediletto era il Teatro di Pompeo. Il suo carattere eccentrico alimentò la sua fama presso il popolo romano: addirittura era solito inscenare finti matrimoni vestito da donna con il liberto Pitagora. Di notte, vestito da servo, litigava con tutti, entrava nei lupanari. Così iniziò a capire cosa volesse il popolo.
Nel 62 d.C., dopo aver ripudiato Ottavia, sposò Poppea, ed è in questo periodo che portò avanti il grande progetto della Domus Aurea. Forse fu proprio il bisogno di spazio che lo portò ad appiccare il famoso incendio del 64 d.C.: la città fu distrutta e la ricostruzione si concentrò notevolmente sulla nuova residenza. Egli osservò la distruzione dell’Urbe dalla Torre di Mecenate, suonando la cetra e cantando un inno sulla caduta di Troia. Dovette trovare un capro espiatorio per il misfatto, ed ecco la grande persecuzione contro Cristiani ed Ebrei, trucidati nel Circo Vaticano (tra gli uccisi anche l’apostolo Pietro). La grande villa costruita, in compenso, era sfarzosa, ricca di statue provenienti dai territori dell’impero romano e dall’antica Grecia (500 statue provenivano dal Santuario di Delfi)!
Per definire ulteriormente l’indole violenta di Nerone non mancano episodi tratti anche dalla sfera personale: sappiamo infatti che Poppea, un giorno, mentre faceva il bagno immersa nel latte di 500 asine, ricevette un calcio letale dal marito durante un raptus. L’episodio fu reso ancora più drammatico dal fatto che ella era in stato interessante
Nerone allora si risposò con Statilia Messalina, ma continuò ad appartarsi con altre persone, come Sporo  liberto castrato su ordine dell’imperatore e chiamato Poppea per la somiglianza con la defunta moglie – e, come già detto prima, con Pitagora vestito da donna.
Le testimonianze antiche riportano infine un altro episodio terrificante: Nerone, travestito da belva feroce, si avventò su ragazze e ragazzi legati ad un palo aggredendone le parti intime. In quell’occasione scelse come suo preferito un liberto di nome Doriforo. Si trattava di una riproposizione particolare della damnatio ad bestias.
Quello che è emerso dal racconto del professore è la personalità perversa, ma allo stesso tempo intrigante di Nerone. Alla fine dell’incontro, infatti, il pubblico è intervenuto con molte domande domande per avere più dettagli sulla vita di uno tra i più controversi personaggi della storia. 
Marco Rossi

Mon Roi, al cinema la storia di una donna senza identità

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Mon Roi, ovvero “Mio Re”, uscirà nei cinema italiani il 3 dicembre. 

Tony (Emmanuelle Bercot) è un’avvocata di successo e donna in carriera, sensuale nella vita privata e tenace sul lavoro. A seguito di un grave incidente sugli sci, viene ricoverata in un centro di riabilitazione. Il periodo di degenza si rivela un momento terapeutico sia fisicamente che psicologicamente. Grazie agli antidolorifici, all’assistenza del personale medico e alla spensieratezza degli altri giovani pazienti della clinica, Tony riesce a ritagliarsi del tempo per riflettere sul passato, ripensando così alla sua relazione turbolenta con Georgio (Vincent Cassel).
Tra flashback sulla storia d’amore e ed esercizi di riabilitazione alla gamba, il quadro sentimentale della coppia viene ricostruito lentamente nella mente dell’“inferma d’amore” e mostrato allo spettatore. La protagonista affronta perciò un difficile processo di guarigione che può finalmente renderla libera.
La pellicola, nelle sale italiane dal 3 dicembre, si presenta come un esercizio di regia dell’attrice e sceneggiatrice Maiwenn Le Besco. Accusata di essere troppo autoreferenziale, Maiwenn risponde in un’intervista alla stampa estera francese asserendo che «non si identifica con chi l’etichetta con la definizione di autrice di film autobiografici. […] Il fatto che le piaccia rappresentare storie di attrici non significa che film come [ndr.] “All about me” siano incentrati su di sé». Ed è proprio da tali dichiarazioni dell’autrice che bisognerebbe iniziare per capire l’intento cinematografico e produttivo della pellicola.
Questo film cosa vuole lasciare, una riflessione sul stato sociale della donna? E’ una narrazione fine a se stessa? O, piuttosto, è un lungometraggio costruito intorno alla figura emblematica di Vincent Cassel? Per il ruolo di “re” non si sarebbe potuto scegliere un attore migliore, bello e maledetto, seduttore e conquistatore, galante e violento psicologicamente, passionale e pieno di sé.
Sembra quasi fatto apposta. Pare una coincidenza l’uscita nelle sale italiane di “Mon roi” a pochi giorni da una ricorrenza importante, il 25 novembre. La “giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne” istituita dall’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 1999 ha come obiettivo quello di sensibilizzare ad un tema che affronta vari questioni, sociali e psicologiche appunto. Dunque, che passi avanti abbiamo fatto da allora? Questa pellicola potrebbe essere interpretata e recensita facendo leva sia sul piano psicologico della protagonista che su questioni macrosociali, come gli stereotipi di genere ad esempio.
Tony è una donna che ha ottenuto tanto dalla propria vita, ha superato il divorzio dall’ex marito che l’accusava “di essere troppo larga” anatomicamente facendole così violenza psicologica. Nonostante la precedente rottura, Tony si lascia trasportare in una seconda relazione burrascosa con Georgio. L’avvocata subisce passivamente le richieste del suo uomo, non si oppone, vive in uno stato catatonico e si modella in base alle scelte di quello che sarà il suo secondo marito. Tony è una donna specchio e non lo capisce o, forse, rifiuta di accettarlo.
«Non è un caso – ha affermato la regista Maiwenn – che abbia deciso che Tony dovesse essere un’avvocata. Non la vediamo mai svolgere la sua professione – il film si concentra interamente sul suo rapporto con Georgio – ma mi piaceva l’idea che fosse una persona impegnata a difendere altre persone – buone e cattive – così come difende il suo uomo. Ha atteso a lungo, ha vissuto una storia d’amore appassionata e sta facendo tutto il possibile per preservarla, quindi sì, è una combattente».
Ma è davvero una combattente? Tony, piuttosto, sembra in una campana di vetro, ed infatti la regista ha prediletto una narrazione con ambienti chiusi. La scelta di lasciare il lavoro fuori dalla vita privata è lodevole, ma non è vero che “non la vediamo mai svolgere la sua professione”. Si pensi alla scena dell’arringa platealmente dedicata al “suo re”, al tentativo di condivisione dei successi lavorativi con il marito e il conseguente esito negativo o all’irruzione di Georgio nel suo ufficio.
Georgio agisce psicologicamente sulla propria partner in modo brutale ed irruento o persuasivo, abusa delle sue fragilità, la tradisce più volte, la convince che è un oggetto da mettere in mostra al mondo. Ma Tony dov’è? Tony non è una combattente. E’ solo lo specchio delle volontà del suo uomo. Se interpreta i ruoli di avvocata, poi moglie e infine madre, quando e come veste i panni di Tony? Chi è Tony? Cosa vuole dalla sua vita, a parte guarire fisicamente?
Perché si è innamorata di Georgio? Perché vivere una passione così soffocante e distruttiva? A queste domande non si può dare una risposta. “Mon roi” è la banale fotografia di una donna che non sa cosa vuole dalla vita, che si lascia scivolare tutto addosso, permettendo al suo partner di distruggere ogni cosa e cancellando completamente le aspirazioni personali.
La protagonista fa solo una scelta, amare Georgio, e reitera nell’errore danneggiando anche suo figlio. La sua vita altalenante e dolorosa le sta bene, le piace, le dona gioia e perdizione. E’ una regina incatenata nel regno del suo re. Sarebbe utile capire, dunque, quante donne si sono immedesimate in questo personaggio e perché.
Jessica Cerino

Cuisine&Confessions, spettacolare incontro tra circo e cucina

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Circo e cucina per uno spettacolo da gustare in famiglia. Cuisine & Confessions di Les 7 doigts de la main è stato in scena al Teatro Brancaccio di Roma dal 25 al 29 novembre.

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“Cuisine&Confessions” Les 7 doigts de la main
Chi meglio di noi sa che, quando si tratta di mangiare, non esistono barriere né sconosciuti? Chi meglio di noi sa che non c’è modo migliore per conoscere e apprezzare una persona che dividerci un pasto? È perfettamente naturale quindi che non possa esserci divisione di alcun tipo in Cuisine & Confessions, spettacolo di circo contemporaneo della compagnia quebecchese Les 7 doigts de la main andato in scena dal 25 al 29 novembre al Teatro Brancaccio, all’interno della programmazione del Romaeuropa Festival 2015.

Non c’è un inizio, perché come in ogni invito che si rispetti, tutto comincia già all’arrivo, nel bel mezzo degli ultimi preparativi. Non vi è neanche la quarta parete è vero, attraversata trasversalmente da palline da tennis che spettatori e performer giocano a lanciarsi nell’attesa iniziale; ma d’altronde come potrebbe essere altrimenti, all’interno di un lavoro che miscela la cucina con il circo, arti nelle quali la presenza e la partecipazione attiva del “pubblico” sono da sempre elementi sine qua non. Se ancor prima dell’inizio sono i performer a scendere tra gli spettatori, per conoscerli e giocarci mentre questi prendono posto in platea, durante lo spettacolo alcuni vengono chiamati in scena per prendere parte allo spettacolo. L’intera sala è un luogo comune in cui ci si scambiano odori, sapori, a volte ruoli, per l’appunto.
Ricorda il circo anche la creazione di pause, momenti di suspense che sanno creare uno stato di attesa, per poi essere rotti dagli splendidi gesti artistici di acrobati sensazionali. La naturalezza nei movimenti più complessi, la silenziosità nel toccare il suolo anche dopo salti di importante elevazione, la versatilità, fanno di questo spettacolo un lavoro costantemente sorprendente, completo in ogni sua parte, studiato affinché nulla sia mai inattivo, tanto da porre chi osserva nella difficile situazione del “non saper cosa guardare”, perché se la divisione in episodi permette ai singoli di emergere nella loro specificità, personale e artistica, ciò che accade dietro e attorno non è mai semplicemente un accompagnamento.
Sono due ore ininterrotte di sensazioni diverse, a volte contrastanti, che emergono dai racconti degli artisti e che si trasformano con naturalezza in movimento. Si passa dalla giocosa allegria all’inevitabile poesia dei tessuti aerei, circondati da un volare di stracci colorati; da passi a due grazie ai quali potersi abbandonare a fantasie romantiche, al dolore per la perdita di un padre, trasformato in una continua scalata e ricaduta nel vuoto. Balzi emotivi che trovano un perfetto alleato nell’eterogenea scelta musicale, capace di passare dalle atmosfere più calde e vivaci, a momenti di intensa emotività, tra i tasti di un pianoforte che accompagna i movimenti dei performer.
Sì, è semplice pensare alla tradizione e all’amore per il cibo come qualcosa di profondamente italiano, eppure Cuisine & Confessions nasce in Canada. Qui ci si trova davanti ad un “pranzo della domenica” in cui si incontrano paesi, culture e persone diverse. Non serve dire altro, in questo anno di grandi eventi sul tema, riguardo quanto in realtà la cucina sia un filo rosso intessuto nella trama di ogni comunità, di quanto sia uno dei fondamenti di ogni cultura e, ponendo lo sguardo in un orizzonte “micro”, di ogni singolo individuo.
È qui che troviamo la vera essenza di uno spettacolo che, tra acrobazie sensazionali, racconti e profumi, altro non fa che mettere sotto i riflettori la capacità dell’arte culinaria di creare legami di condivisione, fissare i ricordi in preziose e personalissime madeleine che di giorno in giorno, anche a distanza di anni, sapranno riaccendere la nostra memoria involontaria, risvegliando sensi e rinnovando emozioni.
Un’intensa e perfetta macchina spettacolare, godibilissima da adulti e bambini, profonda il giusto per poter essere un bel lavoro che vale la pena condividere con chi si ama.
Chiara Mattei

“Ultimo Piano (o Porno Totale)” di Francesco D’Isa

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Dietro il titolo Ultimo Piano (o Porno Totale) non c’è un romanzo erotico, seppur la storia sia pervasa dall’erotismo, bensì una storia coinvolgente, affascinante e soprattutto non banale. E’ questo il lavoro che ha realizzato Francesco D’Isa, autore italiano e artista affermato nel campo visuale. Un romanzo che può stupire, entrando nei meandri più profondi dell’animo di chi legge, il classico esempio che un libro non si giudica affatto dalla copertina.
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Edito da Imprimatur, Ultimo Piano racconta la storia di un fratello e di una sorella, entrambi chiamati Claude, lei in arte Eva Bolena, che lavorano entrambi per l’industria del porno, con ruoli differenti e soprattutto con scopi totalmente diversi: uno vuole fare il regista, l’altra l’attrice. La vicenda ruota attorno alla nascente carriera di lei e di un film “Porno Totale”, un lavoro dalle straordinarie proprietà che secondo Claude (lui) sarà diverso dai soliti porno. A raccontare questa storia è Frank Spiegelman, proprietario della casa di produzione pornografica Perverse Angel a Varsavia, situata in un alto grattacielo dove ai piani superiori vivono i ricchi e agiati, mentre ai piani inferiori, proprio come in una scala di classi sociali, i più poveri e frustrati. Quando Claude decide di girare questo nuovo film, sarà l’inizio di una vera e propria tragedia annunciata, visto che questa scelta porterà i protagonisti a scendere ai piani bassi, dove conosceranno una realtà di cui non sapevano nulla.
La prima cosa che accade quando ci si ritrova in mano Ultimo Piano è pensare “Ok, sarà una storia piena di sesso e scene hot”. Invece, nonostante nell’ultima parte ci siano dei momenti particolarmente focosi, il romanzo è una vera e propria riflessione sull’uomo e sulla società, attraverso l’incursione in un microcosmo creato in questa casa di produzione pornografica, che occupa un intero grattacielo, dove attori, registi e comparse vivono e lavorano. Il fatto che la narrazione sia affidata a Frank – che, pur essendo il proprietario di tutto l’impero pornografico descritto, non è di certo uno dei personaggi principali – permette al lettore di tramutarsi in vero e proprio spettatore della storia di Claude, un uomo che cerca di diventare qualcosa di più che un semplice regista di porno.
Francesco D’Isa scrive una storia molto originale, irrazionale ma non per questo non comprensibile, anzi crea una vera e propria metafora della società odierna, attraverso una scrittura lineare, scorrevole e molto creativa, elemento apprezzabile nonostante il finale aperto non convinca molto. Ci si aspetterebbero, infatti, più risposte ma l’autore decide così, forse per permettere allo spettatore/lettore di fare una propria riflessione non solo sulla vita dei protagonisti ma anche, e soprattutto, sulla società contemporanea.
Ilaria Scognamiglio

“L’arte è affermazione della vita”. Intervista a Miguel Bonneville

Essere uno spettatore non equivale ad essere uno studente; io non sono un insegnante e l’arte non è una scuola.

[English version below]

Questa è probabilmente la terza volta che ci occupiamo di Bonneville. Performer, artista internazionale, è un uomo al di là del genere. Un nome sbarrato, Miguel, è il presagio di un nuovo cammino personale: dopo anni di attività, la sua identità emergente non ha bisogno di un nome, solo un segno neutro, così come né uomo né donna è il senso di umanità, empatia e comunità. Il suo lavoro, bilanciato tra l’autobiografia ed il suo potere di identificazione negli altri, cattura la mente in scenari perturbanti. Miguel Bonneville gioca con gli stereotipi e li torce nei loro opposti. Questa volta, al centro del suo lavoro è l’immedesimazione in Simone de Beauvoir, ne “L’Importanza di essere Simone de Beauvoir“.

Le tue performance sono in genere correlate ad un tipo di arte attiva; richiedono la partecipazione dell’individuo nella ricerca di un messaggio che non è direttamente espresso. E se il messaggio si perdesse nel processo? 
Credo che il significato non vada mai perso, è sempre lì. La performance potrebbe non andare come era stata programmata o il pubblico non trovarvi significato, ma il messaggio in sé non va mai perduto. Se la performance non è come avrei voluto che fosse, è perché qualcosa è andato storto, cosa abbastanza possibile quando ci si prende dei rischi e si è costantemente alla ricerca di un nuovo approccio all’esecuzione. Se il pubblico non trova una spiegazione al lavoro, forse è perché non la sta cercando; probabilmente sta provando a capire e credo che, quando ci si rapporta ad un’opera d’arte, la sua comprensione non sia l’esperienza più adatta. Essere uno spettatore non equivale ad essere uno studente; io non sono un insegnante e l’arte non è una scuola. Non cerco nemmeno di rendere le cose più semplici, visto che credo ci sia poco, se non proprio alcun interesse, in un’arte pienamente spiegata. Non sono nemmeno interessato ad intrattenere, né a farmi complice di un sistema che desidera perpetuare l’alienazione. Il significato è sempre presente; la domanda è se noi vogliamo o siamo preparati ad individuarlo.
– Sul tuo sito affermi: “Il mio lavoro è autobiografico”. Quanto di Simone de Beauvoir è parte del tuo cammino d’artista? Quanto c’è di Simone in Miguel
Non è qualcosa che posso quantificare. Né posso tracciarlo esattamente perché credo che, ancor prima di leggere i suoi libri, la sua storia ed il suo lavoro fossero in qualche modo già presenti nella mia vita. Con Beauvoir ho avuto – ed ho- come l’impressione che lei materializzasse le idee in cui credevo, ma che ancora non avevo fissato a parole, come se stesse spiegando i miei pensieri a me stesso, rendendoli chiari. Dal più piccolo dettaglio della sua vita ai saggi più densi e complessi, ci sono vari punti in comune. Uno di questi è l’autobiografia: è un modo di sottolineare l’importanza della soggettività, della testimonianza dell’esperienza individuale – specialmente quella di coloro che sono socialmente emarginati da un sistema capitalistico e patriarcale- e di riconoscerla come un elemento chiave nell’approccio alla filosofia.
– Miguel Bonneville. Come ti descriveresti da artista? 
Il mio nome è Miguel Bonneville.
Sono nato nel gennaio 1985 a Porto, in Portogallo.
Il mio lavoro è autobiografico.
Riguarda la decostruzione e ricostruzione dell’identità.
Decostruire e ricostruire il passato.
Lavoro nel campo dell’arte dal vivo, performance ed arti visive.
Così è come mi descrivo da artista.
Miguel Bonneville
Uno scatto di scena. Rosso lo sfondo, rossi gli abiti in ombra. © Joana Linda

Connettere gli essere umani, le loro identità, superare l’abisso delle differenze di genere che noi creiamo; questi sono solo alcune delle tematiche che trasmettono le tue performance. C’è un bisogno personale nel trattare questi argomenti? 

Qualunque sia l’obiettivo, ogni nostra azione nasce da esigenze personali.
Il 14 novembre hai partecipato a Roma alla rassegna Teatri di Vetro. Ad ogni modo, non era la prima volta che ti esibivi alle Carrozzerie n.o.t. Raccontaci le tue impressioni sull’evento. 
Sfortunatamente non sono stato presente all’intera rassegna, ma la mia esperienza nell’edizione più piccola come in quella più grande del festival è stata molto gratificante sotto ogni aspetto. Sono a conoscenza della formazione filosofica del direttore Roberta Nicolai, e ciò significa che il mio lavoro è percepito e analizzato non solo da un punto di vista puramente artistico, ma anche con una prospettiva filosofica e concettuale. Questo mi fa sentire accompagnato e rassicurato, poiché abbraccia i miei modi di pensare e di produrre arte, che cercano di andare al di là di un contesto strettamente artistico. Riguardo alle Carrozzerie n.o.t si potrebbero dire molte splendide cose, e di nuovo mi sento totalmente rassicurato dal modo in cui il mio lavoro è ricevuto e presentato da Maura Teofili, che ha diligentemente seguito le mie esibizioni per molti anni, e Francesco Montagna, entrambi infaticabili e appassionati nelle sempre impegnative complessità della scena delle arti dal vivo.
Sei un artista internazionale di origini portoghesi. La visibilità è un fattore importante per l’Arte e i suoi messaggi, ma nella maggior parte dei casi è una sfida complessa. Quale consiglio daresti ai giovani artisti alle prime armi? 
Se hai davvero qualcosa di importante da dire, non arrenderti.

Quest’estate il governo italiano ha deciso di escludere più dell’80% dei soggetti culturali – quali teatri, orchestre, accademie e altri generi di esibizioni dal vivo- da finanziamenti pubblici e sgravi fiscali. Sono stati bollati come indegni senza alcuna sostanziale motivazione. Ora rischiano la bancarotta. Sarebbe una vergognosa perdita culturale. Qual è la tua opinione a riguardo? 
Sfortunatamente non mi sconvolge. Questo è quanto un governo conservatore ha fatto, sta facendo e continuerà a fare alla cultura. Negli ultimi quattro anni il Portogallo non ha avuto alcun Ministero della Cultura a causa di un governo di centro destra, sempre più interessato alle imprese, agli affari e alla privatizzazione che a qualsiasi altra cosa. Per i dittatori, ovvero, per i poveri di spirito, la cultura è – e sempre sarà – una minaccia. Per l’ignorante la saggezza è un lusso. Per coloro che inseguono il potere, fare domande è puro veleno. Pertanto, possiamo solo continuare ad avvelenare le loro certezze ed i loro metodi a prova d’idiota, con cui cercano di banalizzare le popolazioni. Tutti gli esclusi ed i non esclusi dovrebbero riunirsi e chiedere condizioni più eque, chiedere giustizia.
Un’ultima domanda. Raccontaci quale pensi debba essere il ruolo dell’arte in un epoca di terrorismo ed alienazione sociale. 
Non so se l’idea che l’arte abbia un ruolo mi faccia piacere. Al massimo, può avere molti ruoli. Il terrorismo e l’alienazione sociale sono modi atroci di avvicinarsi alla morte, e l’arte è l’affermazione della vita.
***

ENGLISH VERSION

“Art is the affirmation of life”. Interview to Miguel Bonneville

To be a spectator is not equivalent of being a student; I am not a teacher and art is not a school.

This is probably the third time we are talking about Mr Bonneville. Performer, international artist, Bonneville is a man beyond gender. A strikethrough on his name, Miguel, is the omen of a new, personal path: after years of activity, the emerging self needs no name, just a genderless mark, as genderless is the sense of humanity, empathy and community. His work, balanced between autobiography and its power of identification in other beings, captures the mind in upsetting scenarios. Miguel Bonneville plays with stereotypes and twists them to their opposite. This time, the centre of his work is the identification with Simone de Beauvoir, in “The Importance of Being Simone de Beauvoir“.
Your performances are generally related to an active kind of art; they require the individual to participate in the research of a meaning that is not plainly given. What if the meaning gets lost during the process?
I believe that the meaning is never lost, it is always there. The performance might not end up being what it was meant to be or the audience might not find meaning in it, but the meaning itself is never lost. If the performance is not what I wished it would be that is because something has failed, which is quite expectable when one takes risks and is constantly looking for a new approach to performance making. If the audience does not find meaning in the work, it is because they are not looking for meaning, they are probably trying to understand, and I believe that understanding is not the kind of experience one should be looking for in the encounter with a work of art. To be a spectator is not equivalent of being a student; I am not a teacher and art is not a school. I am also not up to making it ‘easy’, since I believe that there is little or no interest in having art bluntly explained. I am also not interested in entertaining and in being an accomplice of a system that wishes to perpetuate alienation. Meaning is always there; the question is if we are willing or prepared to detect it.
– On your website you state: “My work is autobiographical”. How much Simone de Beauvoir is part of your artist’s journey? How much of Simone is in Miguel?
It is not something I can quantify. Nor is it something I can trace exactly because I believe that even before I read her books her life and work were somehow already present in my life. The feeling I had (and have) with Beauvoir is that she was materializing the ideas I believed in but had not yet put into words, as if she was explaining my thoughts to myself, making them clear. From the smallest details of her daily life to her most dense and demanding essays there are numerous common threads. Autobiography is one of these threads – it is a way of underlining the importance of subjectivity, of the testimony of the individual’s experience – specially the experience of those who are socially marginalized by the patriarchal and capitalist systems -, and of seeing it as a key element to approach philosophy.

Miguel Bonneville
Bonneville in his last performance© Joana Linda
Miguel Bonneville. How would you describe yourself as an artist?
I was born in January 1985, in Porto, Portugal.
My work is autobiographical.
It is about deconstructing and reconstructing identity.
Deconstructing and reconstructing the past.
I work in the fields of live art, performance and visual arts.
This is how I describe myself as an artist.
Connecting human beings, their identities, overwhelming the abyss of gender differences we created, these are just a few of the messages your performances share. Is there a personal need in facing these tasks?
Whatever the goal, all our actions spring out of our personal needs.
On November 14 you have been part of the Teatri di Vetro Festival in Rome. It was not the first time, however, that you performed at Carrozzerie n.o.t. Tell us your impressions about the whole event.
Unluckily, I was not present for the whole festival, but my experience both in the smaller and larger versions of the festival have been very rewarding in every possible way.
I am aware of artistic director Roberta Nicolai’s background in philosophy, which means that my work is received and looked into not merely with a purely artistic point of view, but also with a philosophical and conceptual angle. This makes me feel accompanied and reassured, since it encompasses my ways of thinking and art making, which seek to go beyond a strictly artistic context. Concerning Carrozzerie n.o.t there are plenty of wondrous things to say, and again I feel absolutely reassured about how my work is received and presented by Maura Teofili, who has been diligently following my work for many years, and Francesco Montagna, both of them tirelessly and passionately committed to the ever-challenging intricacies of the performing arts scene.
You are an international artist with Portuguese origins. Visibility is an important factor for Art and messages, but it is a complicated task most of the times. What advice would you give to budding artists at their first steps?
If you really have something important to say, don’t give up.
This summer the Italian government decided to exclude more than the 80% of cultural subjects -such as theatres, orchestras, academies, and other live performances- from public funding and tax reduction. They have been considered unworthy without any substantial reason. They are now facing bankrupt. It would be a shameful, cultural loss. What do you think about it? 
Unfortunately it does not shock me. That is what a conservative government has done, still does and will keep on doing to culture. In the last four years Portugal has had no Ministry of Culture due to a centre-right government, which is always more interested in entrepreneurialism, business and privatization than anything else. For dictators, that is, for the poor in spirit, culture is and always will be a threat. For the ignorant, wisdom is a luxury. For those who seek power, questioning is pure poison. Therefore, we can only constantly keep on poisoning their certainties and their foolproof methods of trying to dumb down populations.
All those excluded and not excluded should come together and demand fair conditions, demand justice.
Last question. Tell us what you think the role of art may be in a time of terrorism and social alienation.
I do not know if the idea that art has a role pleases me. At best, it may have many roles. Terrorism and social alienation are atrocious ways of approaching death, and art is the affirmation of life.

Gabriele Di Donfrancesco 

Santa Cecilia si riveste di esotismo ed eroicità

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L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia propone un programma particolare, che spazia da Anton Webern ad Alexander Zemlinsky e Richard Strauss.

Richard Strauss

LAccademia Nazionale di Santa Cecilia propone un programma che si potrebbe riassumere con due parole: esotismo ed eroicità.

La prima parte si apre con la Passacaglia op. 1 di Anton Webern, composta nel 1908 e suo primo lavoro pubblicato. La passacaglia è una danza di origine spagnola che consiste in una serie di variazioni su di un motivo principale, il quale rimane sempre come sottofondo. In questo brano si sentono già i caratteri principali del compositore: la sobrietàil rigore dello stile ed i contrasti sonori enormi. Il tutto viene inserito in un lirismo ipnotico alle volte un po’ freddo.
La prima parte continua con due brani di Alexander Zemlinsky, compositore poco conosciuto: i Salmi 23 e 13, quest’ultimo eseguito per la prima volta in assoluto a Santa Cecilia. Sono tra le poche pagine composte da Zemlinsky per coro. Nel Salmo 23, composto nel 1910, un brano dai caratteri esotici, si sente la nostalgia per una gioia perduta. Questa gioia riemerge per svanire totalmente. Probabilmente è il segnale della sua appartenenza all’ebraismo, ma anche l’angoscia per un destino incerto (quattro anni dopo sarebbe scoppiata la Prima Guerra Mondiale). Il testo afferma un completo affidarsi al Signore. Il Salmo 13, composto nel 1935 ma eseguito per la prima volta postumo nel 1971, presenta una prima parte che esprime incertezza, rabbia (si era appena usciti dalla Prima Guerra Mondiale e l’autore, essendo ebreo, fu costretto ad allontanarsi dalla Musikhochschule di Berlino nel 1933 con l’avvento di Adolf Hitler), ma nella seconda emerge in riavvicinarsi a Dio ed alla sua tutela. Ottima la prova del Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, praticamente una voce sola, preparato di Ciro Visco.
Durante la seconda parte viene eseguito il poema sinfonico Ein Heldenleben (Vita d’Eroe) di Richard Strauss, composto tra il 1897 ed il 1898, formando un dittico con il suo Don Quixote, essendo incentrati tutti e due sulla figura dell’eroe. Il brano evoca l’immagine di una figura ideale, un eroe romantico nel quale l’autore si rispecchia in parte. Un brano denso di cromatismi e d’effetti resi alla perfezione dalla bacchetta del giovane direttore colombiano Andrés Orozco-Estrada con una meravigliosa Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, come del resto lo erano entrambi nella prima parte. Ottima la prova del primo violino Roberto Gonzàles-Monjas, al quale erano affidate gli interventi solistici principali insieme ad altri membri dell’orchestra, quali la prima viola Raffaele Mallozzi ed il primo violoncello Luigi Piovano.
Le repliche saranno lunedì 30 novembre alle ore 20:30 e martedì 1 dicembre alle ore 19:30.
Marco Rossi

A Bigger Splash, l’opera rock di Luca Guadagnino

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Quando mi ritrovo davanti a qualcosa realizzato da Luca Guadagnino, mi domando sempre come sia possibile che lo stesso uomo abbia girato quell’immondizia chiamata Melissa P.

Perchè non ci sono dubbi, Guadagnino è un regista che sa muovere la macchina da presa, sa posizionarla al posto giusto, sa lavorare con gli attori, conosce il ritmo delle proprie storie e soprattutto ha la grande abilità di capire il tono del proprio film. E specialmente quest’ultima dote si ritrova in A Bigger Splash, il suo nuovo film.
Remake del film francese degli anni ’60 La Piscina di Jacques Deray, Guadagnino lascia intatta la trama – un quadrilatero amoroso tra una coppia in vacanza, un amico dei due e la giovane figlia di quest’ultimo – e la risoluzione narrativa, che ovviamente non spoilero ora, ma compie quegli aggiustamenti decisivi per far compiere il salto di qualità alla pellicola: c’è maggiore ambiguità nel rapporto tra i quattro, la semplice lussuria e tentazioni lascia ora il passo all’incomunicabilità tra individui e sentimenti, e il fascino di Saint Tropez è accantonato a favore della nostra Pantelleria, una scelta che a breve approfondirò.
Finora pare un film normale, ma non è così: A Bigger Splash è un’opera rock nel vero senso della parola, infusa di energia, dramma, eccentricità, disordine del tutto volontario, stile lanciato in faccia agli spettatori. Quello che in altri film sarebbe un difetto, soprattutto in film simili dall’impianto tendenzialmente melodrammatico e fondato sulle psicologie e comportamenti dei protagonisti, Guadagnino riesce a trasformarlo in una risorsa: il tono del tutto sopra le righe è totalmente coerente alle vite incasinate dei quattro personaggi, che fanno dell’assenza di maturità e della fuga dai problemi reali un perno della loro esistenza, e il regista lo accentua visivamente con scelte musicali spiazzanti, tagli improvvisi e un continuo passaggio tra zoom e carrelli.
Non mi spingo a dire che Guadagnino sia innovativo o perfetto, ma sicuramente è audace, una dote che hanno in pochi: lo conferma nello stile, passando dal viscontiano e formale Io Sono l’Amore a questo film schizofrenico e instabile senza compromettere la propria cifra autoriale, e lo conferma nella scelta degli attori. Certo, il cast parla per se, ma tutti gli attori sono chiamati a recitare contro le aspettative: Tilda Swinton è una cantante rock senza voce, Dakota Johnson solitamente è l’innocente svampita e ora è la Lolita provocante, Mathias Schoenaerts di solito è un duro e qui è il gigante fragile, ed infine Ralph Fiennes è una forza della natura come mai si era visto, un fiume di piena di parole e movimenti, risate e urla – il balletto sulle notte di “Emotional Rescue“, con un titolo così non credo scelta a caso, è già cult – celando sempre un chiaro malessere interiore. Insomma, gli attori si divertono, il regista si diverte, ma il film stesso ci ricorda che non dovrebbe essere tutto così sereno, anzi.
E qui appunto torna la scelta di Pantelleria come purgatorio in terra per queste quattro anime in ebollizione. Guadagnino è il primo a capire che la storia che ha tra le mani è banale e superficiale, capisce che le vite di questi personaggi e soprattutto i loro problemi sono nulla di fronte ai drammi reali del mondo quotidiano. Pantelleria, più che meta esotica, ritorna ad essere purtroppo l’isola in cui gli immigrati sbarcano, vivono, sono usati e infine muoiono quasi sempre tragicamente. Un discorso simile non sarebbe stato possibile a Saint Tropez, e questa scelta geografica cambia completamente il senso del film: il dramma degli immigrati è una presenza costantemente sullo sfondo, si sente tramite la radio o i servizi tv, si intravede ogni tanto, e rimane la vera tragedia che rende i problemi di infedeltà e tentazioni sessuali estremamente vuoti. Il delitto è senza castigo nel mondo borghese ma la colpa di non accorgersi del mondo reale circostante rimane intatta: se Guadagnino non avesse creato un film il più possibile esuberante, vibrante, chiassoso, persino trash a volte, l’impatto non sarebbe stato ugualmente forte. Sì, forte come un grande tuffo nell’acqua, forte come il tuffo di un immigrato che si getta dal proprio barcone senza speranza.
Emanuele D’Aniello

Il buio dell’anima nello spettacolo “Il Qui e l’Oltre”

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“Il Qui e l’Oltre”, in scena al Teatro Trastevere, è una storia di emarginazione, voglia di riscatto e disperazione. In una sola parola, d’immigrazione.

Immigrazione

Anna è una giovane tenente impegnata in missioni di salvataggio. Mette sempre tutto l’impegno e tutta l’anima nel suo lavoro. Anna è una donna sola, terribilmente sola, anche perché un ufficiale deve essere professionale, non deve farsi prendere dall’emozione, ma il dolore delle persone con le quali entra a contatto le divora l’anima.
Di questo parla “IL QUI E L’OLTRE” una produzione Abraxa Teatro in scena il 26 ed il 27 novembre 2015 presso il Teatro Trastevere nell’ambito dell’VIII edizione del Festival “EXIT – Emergenze per Identità Teatrali“. Il testo è tratto dal testo “DISTANZE” di Gaia Speri Lipari, scritto dopo la strage del 3 ottobre 2013, nella quale persero la vita 368 persone.
Lo spettacolo immerge lo spettatore in un mondo complesso, dove non sembra esserci nessuna via dal fuga dal dolore. Anna riceve una lettera da una madre, che le chiede di cercare i suoi due figli imbarcatisi tempo prima, dai quali non riceve più notizie. Ed ecco che vediamo anche la madre di questi ragazzi, chiusa in un mondo nel quale la mancanza di comunicazione, la lontananza dai propri cari, ma soprattutto il non poter fare niente la rendono pazza. Compaiono allora anche i figli, la loro lotta per la sopravvivenza su di un barcone che li porta verso un destino ignoto, che per uno di loro significherà la morte. Assistiamo così alla personificazione della nostra coscienza, avida di denaro, di potere, ma che si dovrebbe risvegliare.
Il testo mostra le nostre responsabilità perché mette in luce, forse per la ciclicità con la quale esse ormai si frequentano, la spaventosa indifferenza che la società benestante prova verso tali tragedie, in un mondo sempre stato dominato dalla legge del più forte, da un gioco perverso tra lo sfruttamento delle persone e delle risorse e la morte. Di esso è complice anche il terrorismo mediatico, che spesso è un focolare d’odio (ricordiamo che gli stranieri in Italia sono l’8% della popolazione e contribuiscono all’11% del PIL. Interi settori non vivrebbero senza il loro aiuto).
Veramente bravissima è stata Francesca Tranfo (la quale si è occupata anche della selezione dei brani musicali, tra i quali la celebre Blowin’ in the Wind di Bob Dylan), attrice capace d’immedesimarsi in tutti i personaggi sopra citati con una passione ed una partecipazione notevoli. Ottima la drammaturgia e la regia di Emilio Genazzini, che ha curato il bel disegno luci e la semplice ma interessante scenografia (un tavolo con una sedia e un mappamondo, una poltrona, una coperta che diventa riparo per i due giovani ragazzi sul barcone, ed il semplice arredamento della casa della loro madre). Da citare anche il tecnico luci Massimo Grippa, i costumi di Matilde Guiducci, le slide e le registrazioni vocali curate da Dani Lipari, la collaborazione drammaturgica di Clelia Falletti, la collaborazione tecnica di Vito Lipari e le foto di Guido Laudani.
Si ringrazia per la collaborazione anche Song-Taaba Onlus e Amal for Education.
Durante lo spettacolo è stato allestito anche un mercatino di beneficenza.
Marco Rossi
(© Foto di Marco Rossi)

Le acrobazie possedute di Rage Douce

Un tuffo in un’emotività fatta di movimenti. Rage Douce.

Continua il nostro racconto della serata del 20 novembre al Teatro Furio Camillo di Roma, per la rassegna di circo teatro Battiti. Abbiamo parlato nel precedente articolo dell’introduzione musicale ad opera dei Circo Biloba. Trattiamo adesso dello spettacolo. Questo s’intitola “Rage Douce”, di e con la giovane Mariangela Giombini della compagnia Controtempo. Nata dal lavoro di due persone come sperimentazione sul significato e la messa in atto del movimento, la performance si è dovuta adattare ad essere rappresentata da un unico artista. Il carattere del suo dinamismo non trova una forma precisa, come d’altronde un corpo che si sposta e cambia costantemente posizione non può restare fisso. Eppure, così ci viene assicurato, ogni esibizione raggiunge una sua completezza, coerente nel continuo trasformarsi delle posizioni.

rage-douce
Mariangela Giombini in uno dei momenti della sua performance.
A presentarsi è una donna dallo sguardo fisso, cupo. Qualcosa deve averla turbata orribilmente e la sua agilità si esprime in gesti scomposti, fulminei ma anche spezzati. È un’armonia che si manifesta nel suo contrario, come se una tempesta emotiva di memorie e vissuti dalle conseguenze disastrose prendesse forma in una danza automatizzata. La sua maniera è industriale nella complessità del movimento: duro, meccanico, metallico; eppure incredibilmente elastico. L’artista arranca su se stessa in cerca di una posa stabile, per poi finire incastrata nelle caverne che le sue gambe e le sue braccia costruiscono spostandosi. Esanime, scossa da tremiti rapidi e disallineati, questa figura turbata non teme di scagliarsi con meraviglia in aria; appesa, quasi posseduta, evocata. È come se stesse scalando e riscoprendo forme più inquietanti di movimento. Le sue parole sono espressioni corporee ed emozioni stridenti tra il terrore e la volontà ferrea di una guerra col proprio ego. Questa figura di una narrazione in movimento cerca di sottrarsi ad una violenza che le è rimasta addosso e si supporta, si tiene, si cerca nell’integrità di un abbraccio. Tuttavia sempre si perde nel buio, per riscuotersi ancora. Non riesce a concedersi una carezza che la liberi dal vuoto e le sue mani possono solo sfiorare distratte le vesti. La sua condizione psicologica è bloccata in un vortice da cui non riesce ad uscire. La tensione continua nello spazio più raccolto dell’altezza, prima di calare ancora in quella zona d’ombra, dove i piedi possono avventurarsi sulle punte, come dimentichi del contatto col suolo. Allora, nel delicato ondeggiare della camicia, solo un attimo permette una pausa e in quella pausa, la conclusione della sperimentazione di una serata.
Gabriele Di Donfrancesco

Santa Cecilia nel segno di Édouard Lalo e Pëtr Il’ič Čajkovskij

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L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia prosegue il suo viaggio musicale nel segno di Édouard Lalo e Pëtr Il’ič Čajkovskij. Solista il violinista Ray Chen e sul podio Vasily Petrenko.

Édouard Lalo
L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha proposto martedì 24 novembre 2015 un programma veramente interessante. Il concerto si è aperto con la Symphonie Espagnole per violino e orchestra di Édouard Lalo. Si tratta di un brano composto nel 1873, in un periodo in cui i grandi compositori francesi amavano sperimentare delle melodie esotiche (basti pensare che due anni dopo Georges Bizet comporrà la sua celeberrima Carmen). Oltre a questo brano, il più famoso di Lalo, egli stesso comporrà un Concerto russo per violino ed orchestra ed una Rapsodia norvegese per orchestra, entrambe nel 1879.
Il brano eseguito è denso di carattere spagnolo, moresco, con degli influssi tipici del folklore zigano iberico. Tutto ciò è stato messo perfettamente in luce dal ventiseienne violinista taiwanese Ray Chen, un vero e proprio mostro di bravura, un funambolo dell’archetto, capace di far risultare al meglio le mille sfaccettature previste dalla partitura.
Durante il secondo tempo è stata eseguita la Sinfonia Manfred di Pëtr Il’ič Čajkovskij, brano composto tra il 1882 ed il 1885 basandosi sull’omonimo dramma di George Byron. Il testo parla dei tormenti subiti dal giovane Manfred a causa dei sensi di colpa per la morte della sorella e moglie Astarte. Solo dopo attraverso mille avventure ed incontri troverà la pace eterna nel suo castello.
La sinfonia di Čajkovskij parla al cuore del pubblico senza l’uso delle parole. Attraverso la grandiosità ed, allo stesso tempo, il dramma e l’intimità della sua musica, racconta le vicende di Manfred. Attraverso la musica di Čajkovskij la mente del pubblico riesce a ricostruire questa vicenda.
Va dato atto che, ancora una volta, l’Orchestra Sinfonica dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia ha confermato la sua eccellenza, grazie anche alla bravura del giovane ma validissimo direttore d’orchestra russo Vasily Petrenko, attento ad ogni sfumatura ed a garantire sempre il giusto piglio. Si notava nel primo brano un’attenzione veramente ammirevole nel seguire il giovane solista senza mai sovrastarlo.
Si tratta di un’occasione in più per far capire quanto sia straordinaria questa musica.
Marco Rossi

Le città italiane collassano. Come reinventarle?

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“Caduta e ricostruzione della Polis” è il titolo dell’interessante conferenza tenutasi presso il Teatro Argentina lo scorso 22 novembre. Fa parte di un ciclo d’incontri chiamato “Conversazioni sulle Rovine”.

Domenica 22 novembre 2015 si è tenuta un’interessante conferenza presso il Teatro Argentina dal titolo “Caduta e ricostruzione della Polis“. Essa faceva parte di un ciclo d’incontri ancora in itinere dal titolo “Conversazioni sulle Rovine“.  L’incontro, moderato dal direttore del Teatro di Roma Antonio Calbi, ha visto l’intervento di quattro eminenti personalità.
Il Prof. Franco Cardini, storico, saggista, e docente di Storia Medievale, ha presentato il problema della città come un problema universale. Ha inoltre esposto un pensiero di Roberto Sabatino Lopez: esiste una città di pietra ed una città degli uomini. In periodi di crisi come questo, spesso si parla di distruzione e ricostruzione, ma spesso chi distrugge la città non è colui che la ricostruisce.
Il Prof. Michele Ainis, giurista e costituzionalista, ha parlato del senso di distruzione e ricostruzione all’interno del mondo politico. Ha parlato della bellezza delle parole e dei numeri all’interno della nostra Costituzione. Vi sono infatti 139 articoli e domina il numero 3. Le Disposizioni Finali sono 18, un multiplo di tre, il Titolo III si divide in tre sezioni e la democrazia è esercitata tramite tre canali: canale parlamentare, istituti di democrazia diretta e quelli di democrazia partecipativa.

Il tempio di Minerva Medica e la ferrovia
Il successivo intervento è quello di Nicola Di Battista, architetto e direttore di Domus, ha denunciato il fatto che l’architettura oggi non s’interessa più del contesto generale ma del singolo oggetto. Ha denunciato inoltre l’improprio utilizzo di alcuni luoghi delle nostre città, come la “galleria gommata” della Stazione Termini, concepita come vera e propria strada coperta per collegare Via Marsala e Via Giolitti, ora trasformata in centro commerciale. Nel suo intervento espone che sia Aldo Rossi che Pier Paolo Pasolini avessero già denunciato il decadimento del nostro patrimonio.
L’ultimo intervento è stato quello di Enrico Mentana, famoso giornalista e direttore del TG LA7, il quale ha posto l’accento sul decadimento dei valori del mondo che ci governa, dell’estinzione nel mondo moderno delle ideologie e della contrapposizione tra esse.
Su invito del Dott. Calbi ha fatto un piccolo intervento l’architetto Francesco Prosperetti, Sovrintendente Speciale per il Colosseo, il Museo Nazionale Romano e l’Area Archeologica di Roma, il quale ha parlato della difficoltà della valorizzazione del nostro patrimonio culturale, portando ad esempio le lotte per contrastare i problemi causati dalla Ferrovia Roma-Giardinetti al Tempio di Minerva Medica e la difficoltà di trovare un interlocutore nelle istituzioni.
L’evento è stato allietato da alcuni estratti da testi di umanisti antichi, come Polibio e Platone, letti da due bravissimi giovani attori della scuola di recitazione del Teatro Argentina: Antonietta Bello e Jacopo Uccella.
Quello che c’è di chiedersi: ci sarà mai un risveglio delle coscienze e dei valori principali e più profondi? Queste polis risorgeranno? 
Risulta inoltre doveroso informare che chiunque sia in possesso di un biglietto o di un abbonamento del Teatro di Roma nonché quelli che risultino in possesso del pieghevole Conversazioni sulle Rovine, distribuite e timbrato e timbrato nel corso di questi incontri, potranno usufruire di uno sconto sul biglietto di ingresso alla mostra La forza delle Rovine in corso a Palazzo Altemps fino al 31 gennaio 2016. (10 euro anziché 13 euro). Per tutti coloro che hanno un biglietto del Museo Nazionale Romano (biglietto unico che comprende più sedi) potranno usufruire al botteghino di una riduzione del 20 % circa per tutti gli spettacoli della stagione in corso del Teatro Argentina e del Teatro India.


Per il video della conferenza qui.

Marco Rossi

L’Oriente, il nuovo e l’Occidente: la musica dei Circo Biloba

Le tre espressioni del mondo passano per le mani dei Circo Biloba.

Prima della performance al centro della serata del 20 novembre del Teatro Furio Camillo, fra gli ultimi appuntamenti della rassegna Battiti, una curiosa esibizione ha servito da introduzione allo spettacolo Rage Douce. Si tratta di un gruppo di musicisti, i Circo Biloba, abituati ad esibirsi in giro per le strade di città e festival. Stavolta i temi dell’evento, il circo teatro ed il movimento, ben si ritrovavano con il ritmo del loro lavoro. Non sono un esperto di musica e quindi non userò un linguaggio tecnico, ma penso che per i lettori sia più che altro importante immaginare i suoni, non potendo altrimenti ascoltarli. Per questo chiedo perdono a chi ha più competenza di me nel campo, ma è sembrato necessario concedere uno spazio meritato ad un gruppo di ragazzi di talento. 
Si inizia con delle percussioni orientali, un gong ed altre presenze. Sono suoni di sabbia e melodie di gocce d’acqua. Poi una batteria ed un contrabbasso. Ne nasce una serenità contornata da un crescendo che nel sottofondo nasconde un respiro angoscioso. Un trauma da cui ci si allontana, forse, come in una scalata o in un procedere per un terreno che rivela entità a tratti danzanti, avvolte dalle nebbie della memoria. E si fa una corsa, quasi un inseguimento per strade battute dal Sole e vie strette, soffocanti. Non è la meta. Si corre, fra negozi e folla; caos di gente che pure è vita e respira nel ritmo, che cresce e cresce fin quando non si stabilizza e si intravedono spiragli di altro. Quanto circondava il cammino è meno fitto, ma di nuovo si rallenta. Cambiano le immagini e si alternano le azioni: un inseguirsi per poi fermarsi, contemplare e fuggire di nuovo o perdersi guardando alle proprie spalle. Ci si concede una danza in una dimensione aperta o ci si siede, più semplicemente, come spettatore, a seguire i passi di altri imperversare davanti ai propri occhi. È come fissare più schermi, a decine, orientati su migliaia di altre figure, in posti diversi; tutti a sfidare il proprio percorso verso un obiettivo che in fondo è lo stesso. Le corde del contrabbasso vibrano, salutate dall’ultimo tocco di percussioni e la prima melodia trova il silenzio della conclusione. 
teatro Furio Camillo
Una delle immagini promozionali della rassegna.
La seconda parte di questo viaggio sperimentale riprende con lo scuotere dell’aria attraverso dei tubi. Un flauto, subito accompagnato da un richiamo di culture diverse. Questa è la base di originalità dei Circo Biloba. Il contrabbasso, così simbolico di una musica classica occidentale, da grandi palchi e luci eleganti, si fa contrastare dal calore tribale, sfrenato e contemporaneo di una batteria. Interviene allora l’ultimo elemento del trio, la sonorità orientale, armoniosa, che con una diversa filosofia del suono riesce ad unire le parti precedenti. Paesi noti e alieni, moderni come antichi, si risvegliano nella mente all’ascolto di una musica che dimostra di essere,  quasi subito, introspezione e colonna sonora di percorsi individuali. Nella terza ed ultima melodia le luci si concentrano e generano un’atmosfera che focalizza nuovamente occhi e pensieri. Richiama, come descriverlo, una progressione di uomini lungo un fiume: un momento storico che si tramuta in marcia. Ma il cammino è intenso, il suo progresso malinconico, tenuto stretto ad una consapevolezza acquisita. L’andamento s’impenna e poi digrada, genera un senso d’attesa per qualcosa di grande e questo arriva. Il suono si getta in un rituale forsennato, come una determinazione forte che abbraccia una missione. Con forza si conclude il nostro racconto musicale: i musicisti si alzano. Sono uomini come viaggiatori, erranti nella propria sonorità, nella quale hanno deciso coordinarsi a vicenda. I loro tre modi di concepire e studiare la musica ci ricordano l’idea di movimento e la sperimentazione dinamica messa in atto dal Teatro Furio Camillo. Così prende avvio una delle ultime serate dell’ormai conclusa rassegna di circo teatro Battiti.
Gabriele Di Donfrancesco

La Pixar commuove e diverte con “Il viaggio di Arlo”

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Ok, lo scorso anno non ha rilasciato alcun film, ma in questo 2015 la Pixar si è ampiamente riscattata.

Dopo quella meraviglia di Inside Out, ora arriva l’altrettanto riuscitissimo Il Viaggio di Arlo, un film destinato a piacere moltissimo ai più piccoli andando a recuperare un classico strumento dell’animazione: gli animali che parlano (che poi non so nemmeno se i dinosauri possono essere classificati come i nostri animali, ma ci siamo capiti).

Naturalmente non siamo dalle parti delle vette di Inside Out, dopotutto lavorare a due progetti simultaneamente non deve esser stato facile nemmeno per una compagnia rodata e di altissima qualità come la Pixar: se il precedente film era concettuale e destinato ad una fascia d’età relativamente più grande, Il Viaggio di Arlo torna alle basi del genere, proponendo una storia semplice, sviluppata in modo molto semplice, ma ugualmente efficace.
La premessa del film è basilare: in un pianeta Terra NON colpito dal famoso asteroide 65 milioni di anni fa, i i dinosauri non solo non si sono estinti, ma vivono con gli altri animali e sono la specie più sviluppata (hanno addirittura inventato l’agricoltura!), mentre l’uomo è ancora nella sua fase primordiale. Non a caso, l’essenza del film è una classica storia d’amicizia tra uomo e animale – può venir in mentre Dragon Trainer – solo che ora la prospettiva è ribaltata: il simpatico e fragile apatosauro Arlo ha la funziona dell’uomo, e il piccolo bambino selvaggio è il suo animaletto domestico. Una mossa così piccola ma geniale, e fondamentale nella dinamica della storia, la poteva pensare solo la Pixar.
Come detto, Il Viaggio di Arlo non ha paura di toccare spunti di trama già visti: ho citato Dragon Trainer, poi ci sono i tanti incontri che richiamano Il Libro della Giungla, e c’è un momento che non può non richiamare Il Re Leone. Eppure il film non è affatto citazionista per il gusto di esserlo, ma riesce sempre ad essere originale nella carica emotiva che dà alle proprie scene. Arlo e il piccolo Spot viaggiano di terra in terra per tornare a casa – questo spunto narrativo è il vero mantra di Pixar, presente in quasi tutti i suoi film – e incontrano pericoli e momenti di crescita e confronto, e appena sembra che la storia possa sedersi o concentrarsi solo sulle gag, un attimo dopo riparte verso la ricerca dell’emotività. Lasciata da parte la carica di esistenzialismo di Inside Out, tornano le emozioni più pure – paura, solitudine, famiglia, amicizia – e più universalmente sentite da ogni tipo di pubblico.
Il film è oltretutto visivamente bellissimo, sia nei dettagli più ravvicinati della natura sullo sfondo, sia quando si lancia nei grandi spazi a ripresa larga (c’è addirittura la frontiera che richiama i vecchi film western, e incontriamo i cowboy più singolari mai visti). E nella bellezza del disegno la Pixar, come sempre, non perde l’importanza dell’essenziale: commuove e diverte, cosa chiedere di più ad un film d’animazione?
Emanuele D’Aniello

Lodovico Guicciardini, questo “perfetto sconosciuto”

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Il resoconto di due giornate l’11 ed il 12 novembre 2015 dedicate alla figura di Lodovico Guicciardini, svoltesi presso l’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” ed il KNIR di Roma.

Università degli Studi di Roma "Tor Vergata"

Lodovico Guicciardini è, come dicevamo al telefono con uno dei relatori, un “perfetto sconosciuto“. In Italia nessuno lo conosce e nessuno lo studia. Ma la sua personalità e la sua opera sono state importanti. Nipote del più famoso Francesco Guicciardini, egli era di professione mercante ed emigrò prima a Lione e e poi ad Anversa. Qui scrisse un’opera di capitale importanza per la conoscenza di quei territori: la Descrittione di tutti i Paesi Bassi, edita per la prima volta ad Anversa nel 1567 con successive riedizioni con modifiche nel 1581 e nel 1588.
L’opera descrive in maniera precisa ed analitica tutti gli aspetti della vita nei Paesi Bassi dell’epoca (l’aspetto culturale, religioso, politico, socioeconomico, storico e geografico) ma oggi in Italia non è studiata, è caduto nell’oblio.
È stato un grande onore presenziare ed, insieme al Prof. Carmelo Occhipinti ed al Dott. Alessandro Ricci, organizzare le prime due grandi giornate di studi italiane su questo personaggio, svoltesi l’11 ed il 12 novembre 2015 presso rispettivamente la Facoltà di Lettere e Filosofia dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata” ed il KNIR (Koninklijk Nederlands Instituut di Roma).
L’evento è stato organizzato anche per presentare la pubblicazione della Descrizione dei Paesi Bassi, edita da UniversItalia nel 2014. Si tratta della prima edizione pubblicata in Italia della versione originaria, leggermente riveduta e corretta dalla Dott.ssa Monia Carnevali e da me medesimo, con la nota prefatoria del Prof. Carmelo Occhipinti e la presentazione del Prof. Franco Salvatori.
La prima giornata ha visto il susseguirsi dei seguenti interventi:
La Dott.ssa Donatella Fratini (Università degli Studi di Siena), nel suo intervento intitolato L’eredità di Guicciardini: fortuna della “Descrittione” nella storiografia artistica del Cinquecento ha posto in luce le interessanti correlazioni presenti nella storiografia artistica di quel secolo. Ha relazionato sull’intreccio che riguarda Dominique Lampson, Lodovico Guicciardini e Giorgio Vasari, il quale, per la seconda edizione delle sue Vite (1568), si servì anche della fonte guicciardiniana per avere notizie biografiche su alcuni artisti fiamminghi.
Il Dott. Marsel Grosso (Università degli studi di Padova) nella sua relazione Su Lampson e Tiziano ha chiarito alla perfezione i legami tra il grande pittore Tiziano Vecellio e Dominique Lampson, il quale non fu solo umanista ma anche artista. Tra i due artisti vi sarebbero delle correlazioni stilistiche (Lampson studiò e prese ispirazione per alcuni suoi disegni dalle opere di Tiziano).
Seguiva il Prof. Paolo Sanvito (Università degli Studi di Napoli “Federico II”), il quale nella sua relazione La percezione dell'”architettura oltremontana” nei viaggiatori e nei teorici di architettura (1550-1600), ha posto l’accento sulla visione dell’architettura gotica nei giudizi dei viaggiatori e di alcuni teorici dell’architettura. Interessante è l’esempio di Vincenzo Scamozzi, il quale, pur criticando lo stile, esalta la qualità e l’ambizione di alcuni progetti di questo stile.
Per dovere di cronaca segnalo che vi è stato anche un mio intervento dal titolo Arte e devozione cristiana nella “Descrittione” di Guicciardini. Il testo è intriso di citazioni di stampo religioso (descrizione di chiese, miracoli ed opere d’arte legate a questo tema). Il mio intervento ha tentato di stabilire una connessione tra alcune delle più importanti di queste opere d’arte (tra le quali anche le vetrate della Cappella del Santissimo Sacramento della Cattedrale di Bruxelles, narranti le vicende dell’omonimo miracolo) ed il testo.
La prima giornata è stata presentata ed introdotta dalla Prof.ssa Barbara Agosti, dalla Prof.ssa Simonetta Prosperi Valenti Rodinò e dalla Prof.ssa Maria Beltramini. Il Prof. Emore Paoli portava i saluti del Magnifico Rettore dell’Università, Prof. Giuseppe Novelli. Erano presenti vari studenti e dottorandi come il Dott. Alessandro Ricci ed altri professori, come il Prof. Franco Salvatori, il Prof. Carmelo Occhipinti e la Dott.ssa Monia Carnevali.
La seconda giornata, svoltasi presso il KNIR, ha visto interventi più numerosi.
La Prof.ssa Dina Aristodemo (Universiteit van Amsterdam), è una delle massime esperte al mondo di Lodovico Guicciardini. La sua relazione (Autorappresentazione e mediazione culturale nella Descrittione di tutti i Paesi Bassi (1567-1588)) è stata imperniata su vari aspetti. Lo studio di questo testo al di fuori dei Paesi Bassi è stato sempre tralasciato (nonostante anche Giacomo Leopardi lo citi nella sua Crestomazia della prosa italiana). L’intervento della Professoressa ci mostra che l’ideale interlocutore del Guicciardini è il pubblico fiorentino. Per Lodovico Guicciardini il popolo fiammingo è un popolo ingegnoso. Essa ha messo in luce alla perfezione come l’autore ritenesse eccellenti la civilità e la politia di tutti i Paesi Bassi, intesi come progresso sociale ed economico e culturale ed il buon funzionamento degli ordinamenti politici e civili.
Il Prof. Hans Cools (Fryske Akademy di Leuven) ha esposto (il suo intervento era intitolato Guicciardini e le corografie olandesi del XVII secolo) sull’importanza delle immagini nel testo di Lodovico Guicciardini. È il primo autore che inserisce delle importanti immagini delle principali città dei Paesi Bassi e dei loro principali monumenti.
Il Prof. Bert Meijer (Nederlans Interuniversitair Kunsthistorisch Instituut di Firenze) nel suo intervento (Alcune considerazioni storico-artistiche sulle edizioni anversesi della “Descrittione”) ha relazionato sopra l’importanza delle immagini, soprattutto delle incisioni presenti nel testo, tentando di stabilirne la paternità e spiegandone l’iconografia.
Il Prof. Alessandro Ricci (Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”) ha parlato e relazionato sull’aspetto geografico (titolo della relazione: Guicciardini: geografia e politica agli albori del Secolo d’Oro dei Paesi Bassi). È un vero e proprio libro di geografia economico-politica e l’acqua è un elemento fondamentale per lo sviluppo dei Paesi Bassi. Il difendersi dall’acqua, per esempio, li ha resi ingegnosi.
Il Prof. Wouter Bracke (Direttore dell’Academia Belgica di Roma) si è riallacciato al discorso geografico, relazionando sull’importanza delle mappe nel testo (una di queste, quella del Belgio, è la foto dell’articolo). Il suo intervento era intitolato Le mappe nel volume di Guicciardini.
Seguiva l’intervento del Prof. Franco Farinelli (Università di Bologna “Alma Mater Studiorum”), dal titolo Guicciardini: all’origine dello Stato Moderno. Egli infatti ha allargato la discussione inserendo come figura fondamentale il già citato Francesco Guicciardini, letterato e storico toscano.
La Prof.ssa Carla Masetti (Università degli Studi Roma Tre), nella sua relazione L’immagine del mondo nell’Europa di Guicciardini, ha scandagliato ancora più in profondità l’aspetto cartografico, menzionando anche che in quel periodo nacquero i primi atlanti.
La Prof.ssa Giovanna Sapori (Università degli Studi Roma Tre) ha introdotto i più grandi artisti e le più famose opere d’arte citate dal Guicciardini durante il suo intervento dal titolo Arte e artisti nella corografia di Guicciardini.
L’ultimo intervento è stato quello del Dott. Antonio Geremicca (Université de Liège) il quale ha letto una relazione dal titolo Vasari e Guicciardini a confronto, scritta dalla Prof.ssa Paola Moreno insieme alla Prof.ssa Domininque Allart della medesima università, facente parte di un lavoro di prossima pubblicazione. Quest’intervento ha posto ancora di più in luce il legame strettissimo, anche di tipo prettamente letterario, tra questi due grandi personaggi.
La giornata è stata introdotta e presentata dal Prof. Harald Hendrix (Direttore del KNIR) ed il Prof. Franco Salvatori portava i saluti del Magnifico Rettore dell’Università degli Studi di Roma “Tor Vergata”. Anche in quest’occasione erano presenti vari dottorandi di Tor Vergata, il Prof. Carmelo Occhipinti e la Dott.ssa Monia Carnevali.
La due giornate sono state piene, interessantissime.
Per un giovane laureato come me è stato interessante far parte di questa folle impresa, stando continuamente a contatto con grandissime personalità, che ringrazio vivamente, insieme a tutti gli altri professori ed intervenuti ed all’altra curatrice del libro. Dopo tutto questo lavoro il nostro augurio è che Lodovico Guicciardini diventi un’importante fonte di studio anche qui in Italia. Devo ovviamente ringraziare tutti i nomi sopra citati per la riuscita di quest’impresa.
Marco Rossi

Le fotografie della Tass a Roma: cronaca della liberazione

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La Casa della Memoria e della Storia di Roma ospiterà fino l’8 gennaio “La Cronaca fotografica della Tass. 1945 – La liberazione dell’Europa dal nazifascismo”, dove saranno esposte al pubblico le fotografie scattate dai reporter sovietici nel 1944-1945.

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La Tass venne fondata nel 1904 divenendo la più importante agenzia di stampa russa per tutto il ventesimo secolo. Durante la Seconda Guerra Mondiale svolse un ruolo fondamentale nella documentazione e testimonianza dei principali eventi storici legati a quel drammatico periodo. Il percorso espositivo presenta scatti preziosi che riportano, inoltre, la liberazione dal nazifascismo realizzata in Austria, Bulgaria, Germania, Polonia, Romania, Repubblica Ceca e nei paesi della penisola balcanica da parte dei soldati dell’Armata Rossa.
L’agenzia sovietica apre a Roma i suoi archivi per presentare le foto scattate dai suoi inviati, infatti furono gli stessi giornalisti della Tass a partire per partecipare direttamente al fronte come corrispondenti fotografici dalle zone di guerra, dove riuscirono a raccogliere informazioni e notizie continue per tutta la durata del conflitto mondiale.
La mostra in esposizione alla Casa della Memoria e della Storia (in via San Francesco di Sales, 5- Zona Trastevere) permette di percepire sensibilmente la drammatica realtà del conflitto che sconvolse l’Europa ed il mondo attraverso una cronaca fotografica in bianco e nero
Le immagini parlano eloquentemente a chi le osserva, mostrando in tutta la loro concretezza frammenti di vite individuali e collettive, uomini rassegnati ad un’esistenza drammatica di cui ancora si sentono riecheggiare le atrocità. Alle foto in esposizione è consegnata non solo la memoria dei fatti storici, ma soprattutto quella di fatti di vita.
L’evento nasce per celebrare il 70esimo anniversario della fine della Seconda Guerra Mondiale con una serie di scatti fotografici che documentano il contributo del popolo sovietico alla liberazione dei paesi europei dai regimi nazifascisti. Progettata dall’agenzia di stampa russa TASS ed il Centro russo Borodina-Merano, insieme al collaborazione con Anpi Roma e Zètema Progetto cultura, il percorso espositivo è un’imperdibile occasione di confrontarsi faccia a faccia con il nostro stesso passato.
La mostra è di fatto un vero e proprio documento umano, un momento per fare i conti con noi stessi e con la storia, un modo per confrontarci direttamente con la realtà della guerra, di cui ancora dopo decenni portiamo una cicatrice dolorante che non possiamo permettere di dimenticare.
Martina Patrizi

Un “Bus” che ti travolge al Teatro Viganò

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Un bus pieno di simpatici e strani personaggi nell’omonimo commedia scritta e diretta da Simone Esposito con La Compagnia di Andy, in scena il 21 ed il 22 novembre al Teatro Viganò di Roma. 

In scena sono presenti sette personaggi: Marina, Anna, Filippo, Marco, Alberto, Katia ed un bizzarro operaio. Ognuno di loro riceve un volantino che gli dice di recarsi ad un appuntamento prendendo il bus della linea 10, ma nessuno di loro sa dove sta andando. Il loro sarà un viaggio che si concluderà con un incidente presso la Chiesa degli Arcangeli.
Attraverso questo viaggio, vengono fuori le varie personalità: c’è chi cerca un riscatto personale, ma soprattutto chi vuole trovare nuove emozioni. Alla fine calano la maschera: sono tutti matti.
La commedia, in scena il 21 ed il 22 novembre al Teatro Viganò di Roma, scritta e diretta da Simone Esposito, giovane e bravissimo attore e regista romano, con i membri della Compagnia di Andy, indaga in maniera divertente ed ironica il senso di follia che spesso pervade i membri della società odierna. Si ride e si ride di gusto, ma si pensa anche. L’autobus, in questo contesto, è esempio assoluto di covo di personalità straordinarie, affascinanti, misteriose e pericolose.
Ciò che traspare è la voglia di spensieratezza, di ridere e di far ridere nel senso buono, soprattutto in questo periodo difficilissimo.
I bravissimi attori Simone Costantini, Carlotta Franciotti, Emanuele Malandrino, Amanda Iannone, Mario Battisti, Barbara Ravesi e Christian Conti hanno recitato, cantato e ballato (vi erano inserti stile musical) divinamente, sotto la guida sapiente di Simone Esposito, un vero e proprio enfant prodige.
Da citare anche la fonica e l’audio di Giorgia Merlonghi, il bellissimo disegno luci (molto colorato) di Fabrizio Petretto, le altrettante belle scenografie di Bruno Secci, le musiche di Fabrizio Petretto e di Valerio Romagnoli, il quale ha curato anche le proiezioni video. Da citate il contributo nell’organizzazione del centro servizi del DLF (Dopolavoro Ferroviario) di Roma e l’ufficio stampa Pennarossa PressLab nella figura di Caterina Falomo.
È stato inoltre possibile inoltre visitare la mostra allestita nel foyer e nella sala “Non dire gatto se non l’hai ritratto” di Valentina Pierella. Gli spettatori sono stati allietati anche con le musiche originali del gruppo “La fattoria degli animali“.
Segue l’intervista a Simone Esposito:
D.: Questa è la tua prima esperienza da regista o se ce ne sono state altre?

S.E.:È effettivamente la mia primissima esperienza da regista ed autore, perché io l’ho scritto e diretto. Sono circa otto anni che faccio teatro, tra prosa, commedie musicali, comico e meno comico, ma questo spettacolo è mio figlio. La gente che ha visto, vedrà o vorrà vedere “Bus” ha visto e vedrà mio figlio sul palco“.
D.: Com’è passare dall’essere attore all’essere regista?
S.E.:È una bella domanda. Diciamo che è sia facile che difficile. È facile perché se tu hai dimestichezza con alcune cose come: i tre quarti, il diaframma, la dizione, etc. da regista ti viene quasi più semplice di spiegarlo agli altri, però nello stesso tempo è difficilissimo, perché da attore vorresti salire. Il mio grande rammarico è di non aver fatto qui un cammeo visivo. Ho solo prestato la mia voce per qualche audio“.
D.: Come nasce “Bus”?
S.E.: Bus nasce circa tre anni fa perché, essendo un assiduo frequentatore dei mezzi di trasporto, mi sono reso conto che stando sull’autobus vedi il mondo, vedi delle persone che, inconsapevolmente, sono tutte attrici, come nel film “The Truman Show” di Jim Carrey. Io mi sono sempre chiesto, ma perché sono inconsapevoli? Io li voglio portare sul palco. Voglio portare dei matti, questa follia. Ma il vero dubbio è: sono matti loro o sono matto io che li guardo? Mistero!
D.: In fondo, anche noi quando siamo sull’autobus facciamo parte di quella follia.
S.E.:Esatto“.
D.: La “Compagnia di Andy” come nasce? Questo è il primo lavoro che fanno?
S.E.:Questi sette amici (loro per me non sono i miei attori, ma sono i miei amici. Io non sono il loro regista ma il loro amico) sono stati tutti miei compagni nel mio percorso lavorativo-artistico. Altre persone le ho viste in altre compagnie ed altre hanno fatto spettacolini più piccoli, meno e più importanti. Io ho visto che in tutti loro c’era ancora qualcosa da dire, non avevano ancora detto tutto. Li ho presi e li ho messi in mezzo a questo viaggio folle. Si chiama “La Compagnia di Andy” perché è riferita ad Andy Kaufman, la cui vita fu il soggetto del film “Man on the Moon” con Jim Carrey. Era un attore poliedrico, un cabarettista, comico, drammatico etc… Lui voleva “arrivare sulla luna”. Infatti Man on the Moon significa Uomo sulla Luna. Il suo più grande sogno era comunicare qualcosa al pubblico, parlare con il pubblico, ed il mio obiettivo è questo. I membri della “Compagnia di Andy”, cioè gli amici di Andy Kaufman, hanno qualcosa da dire come lui ed è arrivato il momento di esprimerci, di far capire qualcosa in più alla gente“.
D.: Di arrivare sulla vostra luna praticamente.
S.E.:Esatto, prima o poi c’arriveremo!
D.: Allora Simone, ti ringrazio moltissimo e ci vediamo presto.
S.E.: A prestissimo“.

Marco Rossi 
(© Foto di Marco Rossi)