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Il rapporto a “Due” con Raoul Bova e Chiara Francini all’Ambra Jovinelli

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Il rapporto a “Due” con Raoul Bova e Chiara Francini all’Ambra Jovinelli

Il testo scritto da Miniero e Smeriglia per la regia di Luca Miniero affronta il rapporto di coppia prima e dopo il matrimonio con divertenti salti nel passato e nel futuro di Paola (Chiara Francini) e Marco (Raoul Bova).

La scena si apre e ci troviamo in una stanza vuota, Marco è alle prese con un letto da montare mentre Paola gli rotea intorno facendogli domande sul loro amore. Paola, ansiosa, conta i passi dal lavello alla fermata dell’autobus, dal mercato alla camera da letto, cercando di controllare e ottimizzare il passaggio dalla convivenza al matrimonio. Tutto dev’essere perfetto, vuole certezze da lui e dal futuro. Marco, insegnante di ginnastica e scrittore a tempo perso, è un uomo reale con tutti i suoi difetti, sicuramente non l’uomo ideale che vorrebbe Paola.

La scenografia dello spettacolo (di Roberto Crea) è funzionale; sul palcoscenico un’ulteriore parete è formata dal gioco di legni sospesi, come fossero pezzi del puzzle della vita; bella la fotografia e luci di Daniele Ciprì. Un testo dei tempi attuali, degli accenti molto veri e riflessivi, che non dà risposte, perché è impossibile darne. D

Divertenti i personaggi evocati dai protagonisti durante lo spettacolo che sono rappresentati cartonati, parlano con le voci di Paola e Marco, sono il futuro e il passato.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]“Alla fine il palco sarà popolato da tutte queste sagome e dai due attori: l’immagine stilizzata di una vita di coppia reale, faticosa e a volte insensata. Perché non sempre ci accorgiamo che in due siamo molti di più. E montare un letto con tutte queste persone intorno, anzi paure, non sarà mica una passeggiata”Luca Miniero [/dt_quote]

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Abbiamo intervistato i protagonisti nel foyer del teatro:

– Raoul torni a teatro dopo 17 anni con quale emozione?

Soprattutto con tanto entusiasmo, abbiamo già fatto 25 repliche, ma ogni giorno mi sembra la prima. Mi sembra di ricominciare ogni volta da capo. È la prima volta che faccio una tournée e ho notato che il pubblico di città diverse ride a battute diverse. Inoltre con Chiara c’è una bella sintonia, insieme sosteniamo il ritmo intenso dello spettacolo con un testo molto moderno. 

– E tu Chiara?

Anche se amo il cinema e la televisione, nel teatro il calore del pubblico è restituito all’istante. Recito perché amo recitare, ma anche per ricevere il plauso dei miei simili, perché voglio essere amata. Questa commedia è un affresco della realtà e di fronte a un affresco si riflette. Lo spettacolo è molto adrenalinico, ha un bel ritmo, parla di una coppia che convive da sette anni e decide di sposarsi. La “sanzione” li mette in una situazione di cambiamento, di domande profondamente diverse. Dalle 25 repliche le donne mi dicono che si rivedono nelle paure e i maschi si riconoscono in questo lassismo.

– C’è un segreto per mantenere il rapporto di coppia?

La pazienza, non idealizzare ma accettare i difetti dell’altro

– Cosa vi dà il teatro?

Raoul –  Sono contento, sicuramente richiede molta energia interiore e fisica, ricordarsi le battute ed essere concentrato per un’ora e mezza è un buon esercizio, non sono multitasking. Se facevo tante cose non le facevo bene, adesso ho capito che non ne sono capace e ne faccio soltanto una alla volta.

ChiaraMi diverto profondamente, è il mio lavoro, e il teatro è la modalità dove senti il calore del pubblico. Un abbraccio . Mentre il cinema è un po’ come amarsi a distanza.

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Il matrimonio è il tema fondamentale di questa pièce, la crisi inizia in questa giovane coppia appena affrontano l’argomento. Il fatto di decidere di sposarsi li mette davanti ad una serie di domande che non si facevano prima, come a teatro: se si apre il palcoscenico, devi fare un passo avanti, per forza.

Sara Cacciarini

Colombre, il 17 marzo in uscita l’album indie Pulviscolo

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Colombre, il 17 marzo in uscita l’album indie Pulviscolo

Cantautore, polistrumentista, Giovanni Imparato alias Colombre si affaccia come solista sulla scena della musica indie-pop italiana.

In passato è stato voce, chitarra e autore della musica e dei brani della band Chewingum e co-produttore del disco “Sassi” di Maria Antonietta. Con il nuovo alias Colombre, nell’album di esordio Pulviscolo si avvale della collaborazione di alcuni musicisti degni di nota: la voce e i cori nel brano Blatte sono di Iosonouncane, le percussioni di Francesco Aprili (batterista di Boxerin Club) e il basso di Nicolò Pagani (Mannarino). L’artwork è di Letizia Cesarini alias Maria Antonietta che firma anche la regia del video del primo singolo, Pulviscolo.

Il nome Colombre è un omaggio a Dino Buzzati e al suo racconto “Il Colombre”. Una favola moderna, in cui si narra di un leggendario mostro marino che perseguita e impaurisce i marinai. Racconta, appunto, di un marinaio che decide di tuffarsi nell’oscuro mare delle proprie paure.

Così anche Giovanni Imparato ha deciso di comporre la sua musica, fare un salto nel buio lanciandosi nella carriera da solista nonostante le incognite che questo comporta.

Il suo lavoro appartiene al genere indie italiano, particolarmente prolifico negli ultimi tempi, vedi Ex-Otago, Calcutta e molti altri.

Sicuramente nasce dall’esigenza e l’urgenza di comunicare onestamente e direttamente il suo mondo interiore. Le sue canzoni sono originali e trasmettono emozione. Conquistano all’istante. L’artista ha scelto di comporre ed arrangiare in un piccolo studio di registrazione. E pubblica il disco (in uscita il 17 marzo) con l’etichetta indipendente, Bravo dischi.

Un groove accattivante ed elegante, una vertigine sonora che piace al primo ascolto. Suona così “Blatte”, secondo singolo estratto dall’album “Pulviscolo” in cui Colombre e Iosonouncane duettano nei cori. 

Il brano inizia con la voce calda che ricorda tanto Mina, ma non lasciatevi ingannare. Non si tratta di un “già sentito”. 

Il pezzo si apre, evolve ed esplode potente, grazie alle voci di Colombre e Iosonouncane. I due cantano all’unisono nei cori alla Alicia Keys che “hanno dato ampiezza e compattezza al pezzo” come ha detto l’autore stesso.
La musica e gli arrangiamenti sono avvolgenti, quasi sensuali, ritmati e scarni. L’aggiunta di dissonanze e distorsioni un po’ acide rendono l’idea del fastidio.

Il testo è semplice, originale e tagliente. Esprime molto duramente la sensazione di disgusto perché “solo a pensarci ho il vomito” scrive rabbioso Giovanni Imparato. Si riferisce alle amicizie distrutte dalla falsità e dall’odio. Paragona certe persone alle blatte che “si nascondono in casa tra i panni sporchi e aspettano il buio”.

Un disgustoso piacere. La commistione tra sensazioni opposte che rendono la canzone coinvolgente ed interessante.

L’album “Pulviscolo” nel suo insieme è molto intimista e affronta vari temi. L’amore, l’amicizia, il delicato tema della malattia mentale, le illusioni e le disillusioni. È frutto di varie ispirazioni, quindi o Colombre è ancora in cerca di una sua identità oppure è un artista particolarmente eclettico. Di sicuro è sorprendente per la varietà di generi tra cui indie, pop, soul, funk. Le otto tracce che lo compongono vanno ascoltate fino in fondo perché non ci si annoia.

musica indi italiana
La cover dell’album Pulviscolo

Ora aspettiamo il 17 marzo per ascoltare tutto l’album che uscirà per l’etichetta Bravo Dischi.
Se volete ascoltarlo prima di tutti potete acquistarlo sullo store on line in preorder ad un prezzo speciale.

Ecco le prime date del tour:

18 marzo Roma, Le Mura

24 marzo Firenze, Tender Club

31 marzo Trento, Bookique

1 aprile Udine, Rock Bar 60

7 aprile Foligno (Pg), Supersonic

8 aprile Carpi (Mo), Mattatoio

14 aprile Lunano (Pu), Enoteca di Lunano

15 aprile Milano, Ohibò

21 aprile Bassano Romano (Vt), La casa di Emme

28 aprile Bologna, Covo Club

Silvia Bilenchi

L’Inquilina del piano di sopra, una commedia ironica e brillante

L’Inquilina del piano di sopra, una commedia ironica e brillante

Ugo Dighero e Gaia De Laurentis si cimentano in un testo non facile ma dalla grande ironia e intelligenza.

Nella cornice del Teatro Cilea di Napoli, va in scena L’inquilina del piano di sopra, una commedia spumeggiante, piena di ritmo e che affronta un tema importante come la depressione con grazia e leggerezza. Protagonisti Gaia De Laurentis e Ugo Dighero, assieme a Laura Graziosi nel ruolo dell’amica coscienziosa, che danno un nuovo slancio ad una commedia già nota di Pierre Chesnot.

Siamo a Parigi e Sophie è intenta a festeggiare il suo quarantesimo compleanno, sola e depressa per non aver mai trovato un uomo meritevole nella sua vita. Nel suo appartamento alla vigilia di Ferragosto, Sophie decide di suicidarsi per dar fine ad una vita amorosa deprimente e deludente. Ma, dopo un tragicomico tentativo, la chiamata della sua cara amica Suzanne la ferma e le propone una sfida: impegnarsi a rendere felice il primo uomo scapolo che incontra.

Il destino vuole che il primo a rivelarsi sia l’inquilino del piano di sotto, lo scorbutico Bertrand, professore  single e non più giovane, un uomo particolare, sociopatico ma che nasconde dentro di sé più di quello che sembra. Così, la missione di Sophie comincia, tra liti furibonde e tentativi di riconciliazione, con situazioni surreali e divertenti ma anche di profonda riflessione.

Entrambi vivono la solitudine e l’incomunicabilità col sesso opposto ma, nonostante le difficoltà, le due anime sole si abbracciano, dando il lieto fine ad una fiaba moderna che arriva allo spettatore grazie all’ironia intelligente del testo. I due interpreti protagonisti, in questa versione della pièce, sono quanto mai perfetti: Gaia De Laurentis, sempre elegante ed esuberante allo stesso tempo, perfetta nel ruolo di Sophie e complementare ad Ugo Dighero, lo scorbutico Bertrand, che dà l’ennesima dimostrazione della sua bravura da interprete.

Il cast è accompagnato da una scenografia su piani sfalsati, creata da Matteo Soltanto, entrambi perfettamente in linea con la personalità dei due protagonisti. Un insieme di scale, porte, cunicoli e separè rendono perfettamente la profondità e l’effetto richiesti dal contesto drammaturgico.

L’inquilina del piano di sopra si rivela una commedia di fresca e travolgente simpatia, che non ha paura di trattare temi importanti quali la frustrazione, la solitudine, il sesso e l’amore con battute brillanti e un’ironia pungente.

Ilaria Scognamiglio

Il Programma del DOIT Festival 2017: in scena dal 14 marzo

Il Programma del DOIT Festival 2017: in scena dal 14 marzo

La nuova avventura del DOIT FestivalDrammaturgie Oltre Il Teatro è pronta a coinvolgerci e ad appassionarci.

Otto spettacoli in concorso, compagnie provenienti da tutta Italia, anteprime nazionali, eventi editoriali e musicali, dibattiti con la critica, il pubblico e gli artisti.

Martedì 14 marzo, sul palco dell’Ar.MaTeatro di Daria Veronese, si darà il via alla terza edizione del DOIT Festival curato da Angela Telesca e Cecilia Bernabei e prodotto da ChiPiùNeArt Associazione culturale.

Una proposta, non solo teatrale, ma più ampiamente culturale, letteraria ed artistica, di promozione e stimolo alla creatività delle giovani generazioni e delle realtà “periferiche” che trovano sempre meno luoghi di accoglienza.

Il festival presenta un’istantanea del panorama teatrale italiano, alzando il sipario su spettacoli di narrazione, di impegno civile, performance, riadattamenti dei classici, drammaturgie che guardano alla nostra Storia, nonché al quotidiano, con l’intento di individuare le proposte sceniche innovative, alimentate dalla commistione tra i linguaggi artistici e attente al valore letterario del testo teatrale.

L’unicità del DOIT è, infatti, l’interesse verso la simbiosi tra messinscena e scrittura per il teatro, promossa grazie alla collaborazione con il concorso di drammaturgia contemporanea L’Artigogolo e con la ChiPiùNeArt Edizioni Srls.

Il festival si propone, inoltre, di alimentare le relazioni tra i diversi soggetti coinvolti, favorendo scambi artistici e progettuali attraverso la creazione di una rete di teatri e l’incontro con la critica, ogni sera con un dibattito aperto dopo lo spettacolo, con gli operatori culturali e il pubblico.

Il successo di una pièce dipende dall’apprezzamento della critica e del pubblico: per questo gli spettatori saranno coinvolti quale parte attiva e chiamati, ogni sera, a votare insieme alla giuria di esperti.

Particolare riguardo è riservato ai giovani spettatori ai quali sono riservati abbonamenti low cost e la possibilità di entrare a far parte della Giuria Giovane, che decreterà un premio speciale assegnato ad uno degli spettacoli in concorso.

doit festival 2017

Di seguito il programma completo:

Martedì 14 e mercoledì 15 marzo ore 20:45

ANTIGONE – METAMORFOSI DI UN MITO
Storie per una voce sola

di Serena Gaudino

con Tiziana Irti

regia Giancarlo Gentilucci

Residenza Teatro Nobelperlapace

Produzione Arti e Spettacolo – ABRUZZO

Testo vincitore del premio internazionale di drammaturgia L’Artigogolo 2016

Il testo è tratto dal libro Antigone a Scampia che la stessa Gaudino ha scritto per documentare il lavoro condotto con un nutrito gruppo di donne del quartiere napoletano. L’autrice le ha incontrate per un anno, raccontando e leggendo loro la tragedia di Antigone, intrecciandola con il ciclo di Edipo e I Sette contro Tebe. Alla fine del percorso le donne hanno iniziato a raccontarsi.

La riflessione che propone la messa in scena è anche quella di comprendere la propria condizione per potersi liberare da un destino che non deve essere ineluttabile (Giancarlo Gentilucci).

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Giovedì 16 e venerdì 17 marzo ore 20:45

SIC TRANSIT GLORIA MUNDI

scritto e diretto da Alberto Rizzi

con Chiara Mascalzoni

Produzioni Ippogrifo – VENETO

Secondo premio della giuria alla 15° edizione del Premio Museo Cervi

Un monologo fanta-storiografico che non si concentra solo sull’esclusione delle donne dal sacerdozio, ma analizza le ragioni storiche, teologiche e religiose della sudditanza della donna all’uomo, nella chiesa e nel cattolicesimo laico. Tre sono i pilastri dello spettacolo: il ruolo della donna nel passato della Chiesa, la biografia inventata della prima donna Papa e, infine, una storia alternativa e possibile della Chiesa attraverso le donne. Puro, irriverente e disarmante lo stile registico. Una prova attoriale importante per Chiara Mascalzoni chiamata, attraverso roboanti costruzioni sceniche, a dare corpo e voce ad un racconto pieno di invenzioni e di emozioni (Alberto Rizzi).

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Sabato 18 marzo ore 18.30

TEATRO DA LEGGERE | APERITIVO CON L’EDITORE

LE NEBULOSE

collana teatrale ChiPiùNeArt Edizioni

Una serata in compagnia degli autori che hanno pubblicato i loro testi nella collana teatrale “Le Nebulose” edita da ChiPiùNeArt. Letture, mise en éspace e musica per un teatro da leggere e da sfogliare nell’intento di stimolare la riconquista della dimensione letteraria della drammaturgia e avvicinare nuovi lettori ai testi teatrali.

Interverranno anche il direttore editoriale Adele Costanzo e la curatrice della collana Cecilia Bernabei.

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Domenica 19 marzo ore 18:30

EVENTO OFF | DOIT FESTIVAL PER LA MUSICA

CONCERTO + APERITIVO

SOUL INDIGO Sara Bernardi – Voce, Alessandro Bernabei – Tastiere, Antonio Marinelli – Sax

Il giovane trio Soul Indigo offre un repertorio di alta qualità musicale, originale negli arrangiamenti, frutto dell’incontro e della contaminazione di generi musicali come il neo soul e l’hip hop, il jazz tradizionale e moderno e la musica black dei giorni nostri. Un pomeriggio domenicale in cui va in scena la musica accompagnata da un buon calice di vino.

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Martedì 21 e mercoledì 22 marzo 2017 ore 20:45 

IL CANTO DELLA ROSA BIANCA

Studenti contro Hitler

di Maurizio Donadoni

con Gianluca Ariemma, Antonio Bandiera, Nicasio Catanese, Federica Cavallaro, Eleonora de Luca, Gianni Giuga, Laura Ingiulla, Vincenzo Paterna, Maddalena Serratore, Claudia Zàppia

Musiche Nicola Alesini

Supervisione Carmelo Alù

Quasi Anonima Produzioni – Indole Teatro – SICILIA

Con il sostegno della Fondazione INDA (Istituto Nazionale del Dramma Antico)

Nella Germania degli anni Trenta si snodano le vicende che vedono protagonista Adolf Hitler, la sua vita di uomo e di Fuhrer del Terzo Reich, intrecciate alle storie degli studenti del movimento universitario Weisse Rose, la Rosa Bianca, che con coraggio e consapevolezza intellettuale e civile portarono avanti una clandestina opposizione politica fino alla condanna a morte. Un esempio di teatro civile corale, basato sulla ricerca storiografica.

La sinergia del gruppo attoriale, come fosse un unico corpo o, all’occorrenza, una simultaneità di voci, riporta l’euforia della modernità e le paure del singolo individuo nel caos dell’anonima società di massa. (Maurizio Donandoni).

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Giovedì 23 e venerdì 24 marzo ore 20:45

NOI CHE VI SCAVIAMO LA FOSSA

regia e drammaturgia Vania Castelfranchi

con  Luca Lollobrigida, Mirco Orciatici, Matteo Paino

Produzione Compagnia La Crisalyde – LAZIO

Premio miglior regia “Roma Fringe Festival 2016”

Il lavoro è ispirato al “Marat/Sade” di Peter Weiss (1964). È la storia metaforica dell’ipotetica messa in scena, da parte del Marchese De Sade, di una rappresentazione teatrale sull’assassinio di Jean-Paul Marat, all’interno del manicomio di Charenton. Arte e teatro sono il mezzo per dar voce alla pazzia senza rinunciare alla sua sana, ironica, smascherante e distruttiva energia.

La maschera è la società e il volto che cela si mostra attraverso la pazzia (Vania Castelfranchi).

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EVENTO OFF | ANTEPRIME NAZIONALI AL DOIT Festival

Sabato 25 ore 20:45 e domenica 26 marzo ore 18:00

LISBON SISTERS 

regia Emiliano Russo

drammaturgia Elisa Cappelli

con Giulia Gallone, Flavia Mancinelli, Diletta Masetti, Ottavia Orticello, Cristina Pelliccia

Tenero, avvolgente, bizzarro, Lisbon Sisters è la storia di un’ossessione amorosa in cui si fondono memoria e immaginazione, sesso e nostalgia. A raccontarla è una voce “collettiva” formata da un gruppo di adolescenti. La loro ossessione? La bellezza. A vent’anni di distanza si cerca ancora di penetrarne il mistero in frammenti di ricordi, indizi sopravvissuti al tempo, diari, vestiti, elementi di un feticismo mai placato.

Cinque micro spettacoli del tutto indipendenti l’uno dall’altro, ma che insieme costituiscono i pezzi di un puzzle emotivo che restituisce l’inquietudine della società borghese americana degli anni ’70. (Emiliano Russo – Menzione speciale “Migliore Regia” From Pinocchio | DOIT FESTIVAL 2016).

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Martedì 28 e mercoledì 29 marzo ore 20:45

CANNED MACBETH

Dialogo per due attori

di Letizia Amoreo

regia Roberto Galano

con Maggie Salice e Roberto Galano

Produzione Teatro dei Limoni – PUGLIA

Un re e una regina vivono in una stanza. È tutto quello che rimane del loro regno, lontani dalla patria e dalla storia che, se prima li aveva visti protagonisti del potere, ora si fa beffe di loro.

Ma hanno tutto quello che serve per sopravvivere: un passato, un rancore e dei viveri. Odiati dal popolo e innominabili, marito e moglie, uomo e donna, vagano nel buio in cerca d’amore, di quiete.

E se Macbeth e lady Macbeth non fossero morti? Se fossero stati presi e tenuti come prigionieri dai rivoluzionari, dal popolo e ora stagnassero in una cella/camera in semi detenzione? (Roberto Galano)

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Giovedì 30 e venerdì 31 marzo ore 20.45 

ALFREDINO – L’ITALIA IN FONDO A UN POZZO

regia Serena Piazza

drammaturgia Fabio Banfo

con Fabio Banfo

Produzione Effetto Morgana – LOMBARDIA

Lo spettacolo è il racconto della tragica vicenda del piccolo Alfredo Rampi, precipitato a trentasei metri di profondità nel pozzo di Vermicino, e dei tentativi di salvarlo nelle trentasei ore successive. Una storia che ha sconvolto il paese nel 1981, con la prima diretta no-stop a coprire un caso di cronaca, un evento mediatico che doveva documentare una storia a lieto fine e che alla fine si è trasformato in uno shock collettivo nazionale.

Il personaggio centrale è Alfredino, quel bambino perduto, come fosse l’anima dell’Italia, inghiottita dal buio. (Serena Piazza).

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EVENTO OFF | ANTEPRIME NAZIOALI AL DOIT Festival

Sabato 1° aprile ore 20.45 e domenica 2 aprile ore 18:00

ANAMONI

Ideazione Scenografia Coreografia Lisa Rosamilia

Musica originale composta e diretta da Michele Sganga

Al pianoforte Michele Sganga

Al violino Lia Tiso

Riprese audio e sonorizzazioni Matteo de Rossi
Postproduzione Studio Sonicview Roma

Produzione Compagnia Maatros

Primo studio ispirato alla vicenda Penelope.

Lo sguardo di Anamoni si dilata nell’acqua. Vive connessa a una muraglia galleggiante di porte e finestre, che è casa e scialuppa. E da quel veliero fatiscente osserva il mare, attende e lavora. Tessere e disfare si trasformano in una danza ritmica, temporale, alternata a momenti di stasi fra trame e spazi di tessuto.

L’elaborazione dello spettacolo ha inizio nel recupero di vecchi infissi, reti da pesca e materiali in disuso. Dagli effetti di reazione al movimento del corpo in essi, nasce la musica che, originale e composta per lo spettacolo, risuona dalla tela come se si trasformasse in un’arpa, un organo, un tamburo, un violino…(Lisa Rosamilia)

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Martedì 4 e mercoledì 5 aprile ore 20:45

GIULIETTA DELLI FIORI

Alone in the Dark Night

di e con Maria Luisa Usai

musiche Rocky Roberts

Produzione Zanfretta & Teatri – LAZIO

Finalista al concorso Inventaria 2015 (Roma) e al concorso Anteprima 2015 di Lari (Pisa)

Giulietta è una buffa clochard che vive in un’aiuola nei pressi della stazione. È sola, nella notte nera. È sola, come un papavero dentro un vaso cinese in un salotto color panna. Vuole gettarsi nel vuoto, vuole dimenticare l’amore. Ma il salto non avviene mai. Si compone così il racconto di un cuore zoppicante che ride a squarciagola nel suo mondo incontaminato.

Attraverso tre capitoli differenti per stile e narrazione emerge la figura unitaria del personaggio che narra. Il registro stilistico utilizzato oscilla tra la tragedia e la commedia, la clownerie e il dramma. (Maria Luisa Usai).

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Giovedì 6 e venerdì 7 aprile ore 20: 45

 I DON’T CARE

Ideazione e regia Pierluigi Bevilacqua

con Umberto Junior Contini, Michele Correra, Michela Delli Carri, Emanuele Fuiano, Chiara Gioiosa,

Luciano Maria Riccardo Veccia

Produzione Piccola Compagnia Impertinente – PUGLIA

Un progetto di performing art nato dalla necessità di comprendere l’evoluzione dei rapporti umani nell’era dei social network, raccontare la frammentarietà della “narrazione” del quotidiano. Sui social si scatena, a distanza di pochi secondi, un’entropia ormai quasi del tutto fuori controllo.

Dopo la perdita totale di controllo delle proprie emozioni relazionali, i protagonisti cercheranno, con tutte le loro forze, di ripartire. La mancanza di connessione li costringerà a cercare, oltre il velo, di rimettere insiemi i pezzi. Di ricostruire i frammenti delle proprie storie per ricominciare, davvero, a raccontarsi. (Pierluigi Bevilacqua)

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Sabato 8 aprile ore 18.30

APERITIVO CON L’EDITORE

I LIBRI PERVINCA

Collana di poesia ChiPiùNeArt Edizioni

In anteprima Acqua dalla meridiana di Sandro Bernabei

Secondo appuntamento con l’editoria. Questa volta lo sguardo si sposta sulla collana poetica. Saranno ospiti della serata alcuni degli autori che hanno pubblicato le loro sillogi con la ChiPiùNeArt Edizioni S.r.l.s. e il Direttore Editoriale Adele Costanzo.

In anteprima, sarà presentata la raccolta Acqua dalla meridiana di Sandro Bernabei.

Le letture saranno allietate da intermezzi musicali e conversazione con gli autori.

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CERIMONIA DI PREMIAZIONE

DOIT Festival e L’Artigogolo III edizione

Domenica 9 aprile ore 17

Premiazione dei vincitori e dei menzionati | DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro, III edizione 2017. Presenzierà la giuria.

Premiazione dei vincitori e dei menzionati | L’Artigogolo, concorso di scrittura drammaturgica, III edizione 2017. Presenzierà Massimo Gazzè Riccardi.

Al termine della cerimonia, la direzione artistica ha il piacere di festeggiare e salutare gli intervenuti, il pubblico, la critica e le giurie con un brindisi e un piccolo aperitivo.

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La Giuria del DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro

Si ringraziano i membri della giuria del DOIT Festival:

Chiara Girardi – operatrice teatrale, collabora con il Progetto Goldstein, Teatro dell’Orologio, CK Teatro, Synergie Teatrali e Compagnia teatrale Vuccirìa

Gertrude Cestiè – critico teatrale e ufficio stampa, diploma  Master in Critica Giornalistica presso Accademia D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, collabora con le riviste Recensito, Scene contemporanee e Brainstorming culturale

Antonio Mazzucaeditore e caporedattore Teatro Roma della rivista Gufetto Mag

Massimo Mirani – attore teatrale e cinematografico e autore

Daniele Rizzo – fondatore e direttore della rivista culturale Persinsala

Emiliano Russo regista, diplomato presso Accademia D’arte Drammatica “Silvio D’Amico”, vincitore del Premio Migliore Regia DOIT Festival 2016

Adriano Sgobba – critico teatrale e responsabile Comunicazione e Social della rivista di cultura e spettacolo Recensito, tutor del Master in Critica Giornalistica presso Accademia D’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”

Docenti di scuole romane e organizzatori di progetti teatrali e culturali: Elena D’Elia, Maria Pia Iannotta, Simona Lacapruccia e Rossella Rossi

 

Si ringraziano i teatri che hanno aderito alla rete: Il Moscerino di Pinerolo (TO), Teatro Studio Uno di Roma, Ar.MaTeatro di Roma, Teatro Dei Limoni di Foggia, TRAM di Napoli e Teatro Trastevere di Roma.

Per proporre l’inserimento del proprio teatro all’interno della rete DOIT, è necessario compilare il modulo scaricabile dal sito www.doitfestival.eu

 

DOIT Festival – Drammaturgie Oltre Il Teatro

www.doitfestival.eu

 

14 marzo | 9 aprile 2017

Ar.MaTeatro

Via Ruggero di Lauria, 22 – Roma (Metro A Cipro)

Per info e prenotazioni: 06 3974 4093

Email: info@capsaservice.it

 

Biglietti: 10 euro intero; 8 euro ridotto; 5 euro studenti

Abbonamenti a partire da 28 euro

 

Direzione artistica DOIT Festival

Angela Telesca – angela.telesca@chipiuneart.it

Cecilia Bernabei – cecilia.bernabei@chipiuneart.it

 

Ufficio stampa ChiPiùNeArt

ufficiostampa@chipiuneart.it, 3208955984

 

Ufficio stampa Ar.MaTeatro

Rocchina Ceglia rocchinaceglia@rocchinaceglia.com; 3464783266

 

Grafica e webmaster

Walter Mirabile

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“Delitti e luoghi di Roma criminale”: il volto noir della Capitale

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Il volto noir della Capitale: “Delitti e luoghi di Roma criminale”

Tutte le strade portano a Roma anche quando si tratta di crimini e delitti, fin dai tempi della sua mitica fondazione.

Il delitto a Roma è, purtroppo non solo tristemente di casa ma risulta, spesso, anche molto efferato, misterioso e talvolta, aspetto forse più preoccupante, insoluto.

Nel corso di quasi tremila anni di storia, la storia delittuosa della Capitale è stata costellata di celebri fatti di sangue che sono rimasti scolpiti nella memoria, come parole nel marmo, immagini indimenticabili che hanno conferito alla città eterna un alone decisamente noir che, purtroppo, sembra non essersi ancora arrestato.

A far luce su questa lunga, infittita, raccapricciante scia di sangue, su questa interminabile vicenda criminale di una città che affonda le proprie radici, seppur mitiche, nel delitto, è Mario Caprara con un corposo libro dall’icastico titolo: Delitti e luoghi di Roma criminale.

Pubblicato dalla casa editrice Newton Compton, da anni particolarmente attenta a scoprire i volti meno noti del panorama capitolino, questo libro rappresenta una carrellata, a tinte necessariamente fosche, sui delitti “romani”:  dall’uccisione di Remo per mano del fratello Romolo, che intrise di sangue la terra sui cui stava per nascere quella che sarebbe divenuta nei secoli la città più famosa al mondo, all’ultimo crimine efferato, in ordine di tempo, quello dello studente Luca Varani per mano di due coetanei, Marco Prato e Manuel Foffo.

Cinquantotto i delitti scelti e proposti da Caprara, già autore anche con Gianluca Semprini del fortunato Destra estrema e criminale.

Da Stefano Delle Chiaie a Paolo Signorelli, da Mario Tuti ai fratelli Fioravanti sempre per i tipi della Newton. Cinquantotto le storie raccontate nel corso della storia plurimillenaria di Roma, un lunghissimo gomitolo, color vermiglio, che lento si dipana, rotolando su fatti celebri e su altri meno noti, con un incedere che coinvolge il lettore in questa rassegna delittuosa fra storia e cronaca.delitti-e-luoghi-di-roma-criminale_

Perché se i colori della storia ravvivano vicende mortifere che sono confinate ormai nei libri di storia, quelli invece, più vividi della cronaca si rimpossessano di storie solo recentemente passate e sulle quali il tempo ha solo posato la lieve coltre del tempo.

Allora rivivremo le ventitré pugnalate che i congiurati, fra cui anche l’amato Bruto, inflissero a Giulio Cesare nella Curia di Pompeo nell’attuale Largo di Torre Argentina, o l’incredibile morte di Agrippina, con i diversi tentativi precedenti miseramente falliti, fatta uccidere per volontà del figlio Nerone, desideroso di emanciparsi da quella figura divenuta troppo opprimente.

Oppure rileggeremo la sventurata vicenda della giovane Beatrice Cenci che decise di eliminare il ripugnante padre per tornare a vivere e che, invece, perse la vita per mano del boia, sul patibolo davanti Castel Sant’Angelo, che eseguiva la sentenza di un processo il cui esito era stato scritto prima ancora che fosse istruito.

O, magari, torneremo alla Roma del 1600 quando il monaco Giordano Bruno fu arso vivo per avere sostenuto semplicemente idee diverse in un’epoca, quella della Controriforma, però, in cui il libero pensiero era pericoloso quasi o più della spada. M

a nel libro di Caprara non è solo ospitata la storia ma anche, come scritto, la cronaca e, allora, fra le pagine di questo interessante libro, ripercorreremo vicende della nostra memoria, episodi che ricordiamo personalmente anche con vividi particolari.

Eccoci, allora, a rivivere, come se sfogliassimo un vecchio giornale d’annata, la drammatica morte di Giorgiana Masi, quella sanguinaria di Aldo Moro e della sua scorta, le misteriose sparizioni di Emanuela Orlandi o Mirella Gregori, ufficialmente ancora scomparse visto che i loro corpi non sono stati mai trovati, l’insoluto caso di Simonetta Cesaroni, o l’inspiegabile morte, se mai poi la morte abbia davvero un senso, di Marta Russo all’università La Sapienza di Roma in una mattina come tante altre a metà anni Novanta.

Delitti passati alla storia, altri entrati di diritto nelle pagine della cronaca nera, come nel caso dell’uccisione di Enrico De Pedis, il “Renatino” della Banda della Magliana, altri che inevitabilmente vi entreranno, tutti, però, all’ombra del Cupolone, di una città pigra e distratta, che scruta dei figli sfortunati con l’impassibile silenzio dell’eternità.

[dt_quote type=”pullquote” layout=”right” font_size=”big” animation=”none” size=”1″]Un vecchio cortello diceva a ’na spada: Ferisco e sbudello la gente de strada, er zangue che caccio da quelle ferite, diventa ’n fattaccio, diventa ’na lite. (Trilussa)[/dt_quote]

Un libro che non ricostruisce solo le storie criminali della capitale, ma proietta anche l’attenzione su quei luoghi dove, in quasi tremila anni, si sono svolte queste vicende criminose. Dal Campidoglio, dove fu assassinato il tribuno del popolo Cola di Rienzo, prima osannato e poi inevitabilmente osteggiato, dove da secoli si racconti aleggi uno spaventevole fantasma, al quartiere di Borgo Pio dove abitava Mastro Titta, al secolo Giovanni Battista Bugatti che attraversava il ponte, passando dall’altra parte della città solo per eseguire le sentenze, per “spiccare teste”, oltre cinquecento nella sua lunghissima carriera, smise dopo gli ottant’anni.

Dalla solitaria spiaggia di Torvaianica, dove il 9 aprile 1953 fu ritrovato sull’umida arena il corpo di Wilma Montesi, un semplice fatto di cronaca che arrivò a minare la Roma, mostrando lo spaccato di una Roma fatta di festini e droga che si ignorava esistesse,  all’idroscalo di Ostia, in cui trovò la morte il poeta Pierpaolo Pasolini, con modalità che ancora oggi, a distanza di più di quarant’anni, rimangono perlopiù misteriose.

Un libro per conoscere il volto noir della Capitale, per non dimenticare, specialmente per i casi più vicini a noi, fatti inaccettabili, per “interrogarci, come ricorda Nino Marazzita nell’ottima prefazione, per tutto il resto dell’eternità sul confine tra il bene e il male, perché la Storia si ripete”.  

Maurizio Carvigno

Verdi francese, ricco di emozioni e di raffinatezze: Jérusalem

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Continua senza freni l’avventura di #CantaCheTePassa con il primo titolo in francese di Giuseppe Verdi. È la sua meravigliosa Jérusalem.

La vita operistica di Giuseppe Verdi è un fiume in piena. La cavalcata di #CantaCheTePassa continua con la prima opera che Giuseppe Verdi ha scritto per la lingua francese: Jérusalem. Essa si tratta di un rifacimento de I Lombardi alla prima crociata, di cui già parlammo, con il libretto di Alphonse Royer e Gustav Vaëz andato in scena il 26 novembre 1847 all’Opera National de Paris.

La trama

Gaston è innamorato di Hélène, figlia del Conte di Tolosa. Il loro matrimonio sopirebbe antichi rancori tra le famiglie. Al giuramento di nozze partecipa anche Roger, fratello del Conte di Tolosa, incestuosamente innamorato della nipote. Egli decide di far uccidere l’odiato Gaston. Durante una cerimonia alla quale un legato papale dà al Conte di Tolosa il comando dei crociati francesi, si mette in opera l’assassinio. Ad essere colpito sarà, per errore, proprio il Conte di Tolosa. Gaston viene accusato e condannato all’esilio. La storia si sposta in Palestina. Roger, schiacciato dai sensi di colpa, vive come un monaco eremita in una grotta. Giunge Hélène, la quale non riconosce lo zio e scopre che il suo amato Gaston è prigioniero dell’emiro. In quel momento arrivano anche i crociati, capitanati dal Conte di Tolosa. Esso infatti è sopravvissuto all’omicidio organizzato dal fratello. Roger lo riconosce ma, senza farsi riconoscere, chiede di combattere insieme ai crociati.

Hélène ritrova nelle prigioni il suo amato Gaston. Egli riesce a liberarsi e a portare in salvo la sua amata. I fatti precipitano: viene emessa la condanna a morte per Gaston, ma l’esercito crociato vince le battaglie soprattutto grazie ad uno sconosciuto guerriero. Egli si rivela: è proprio Gaston, venuto a chiedere giustizia. In quel momento arriva Roger morente. Sentendo la morte prossima, svela tutta la verità e muore guardando la città di Gerusalemme liberata.

Lo stile

Ovviamente vi sono molti motivi musicali simili, se non uguali, a I Lombardi alla prima crociata. Nella Jérusalem l’aria La mia letizie infondere diventa Je veux encore entendre. L’opera presenta dei momenti veramente grandiosi e bellissimi come i Ballabili del III atto ed il coro finale A toi gloire, ô Dieu de victoire. Giuseppe Verdi è geniale anche nel descrivere tutti gli stati d’animo dei vari personaggi, come la perfidia e la rabbia di Roger nel primo atto con l’aria Oh, dans l’ombre, dans le mystère, ma anche la dolcezza e la grandiosità del terzetto dell’ultimo anno Dieu nous separe.

Dovendo consigliare un’edizione discografica della Jérusalem, direi che si deve passare assolutamente per quella diretta magnificamente (non ci sono altre parole), da Fabio Luisi nel 2000 con l’Orchestre de la Suisse Romande e il Choeur du Grand Théâtre de Genève con Marcello Giordani, un bellissimo Gaston dalla voce forse un po’ sfocata in alto, l’autorevole Conte di Tolosa di Philippe Rouillon, la bellissima voce di Roberto Scandiuzzi come Roger e la bravissima Marina Mescheriakova come Hélène.

Ci vediamo giovedì prossimo con Il corsaro!

Verdi piratesco, amoroso e acceso nelle passioni: Il corsaro

Marco Rossi

@marco_rossi88

Le immagini contenute in quest’articolo sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Manhattan, il film omaggio alla “città che non dorme mai”

“New York era la sua città, e lo sarebbe sempre stata”

Facciamo un gioco. Ognuno deve rispondere di getto.

Chiudete gli occhi. Pensate di essere dei registi. Immaginate i vostri personaggi e i loro caratteri. Niente fantascienza, niente horror. Vita. Per creare un “kolossal”, dove li inserite?

Molti, immagino, avranno immaginato la scenografia cittadina più conosciuta al mondo: New York. Lei, la ‘città che non dorme mai’, è considerata la ‘città da film’ per eccellenza. Molti, quando la visitano, passando per una via, ben coscienti di non esserci mai stati, hanno l’idea di conoscerla. Quanti film si svolgono tra le strade di questa città americana? Uno di questi è Manhattan, girato da Woody Allen nel 1979.

Dopo la separazione dalla moglie Jill (Maryl Streep) che ormai convive con un’altra donna, Isaac (Woody Allen), autore televisivo di 42 anni, è in confusione. Frequenta Tracy (Mariel Hemingway), una ragazza con le sue stesse passioni e che lo ama, che possiede un difetto non trascurabile: ha solo 17 anni. Un giorno il suo amico Yale gli presenta la sua amante Mary (Diane Keaton), che inizialmente Isaac non sopporta. Durante una sola notte, però, in cui i due, ritrovatisi alla stessa festa, camminano e si conoscono, capiscono di avere molto in comune. Rinunciando alle loro precedenti storie, tentano di instaurare una relazione. Le cose però non sempre vanno come previsto….

Il film è tra i più celebri, più riusciti e più discussi di Allen.

Esce dopo grandi successi ironici, quali Il dittatore dello stato libero di Bananas del ’71 e il vincente Io e Annie del ’77; e un primo film drammatico, come Interiors del ’78. Con Manhattan Woody Allen unisce il dramma all’ironica satira.

Drammatica è la descrizione di decadenza. Ci mostra una città dalla morale priva di sensibilità. Più volte parla di ciò che distrugge la mente, come la televisione; e inserisce i personaggi in una società ipocrita, perbenista e pseudo-intellettuale, incapace di confrontarsi e imparare. La causa è un vuoto che nessuno sa capire: vuoto che si mostra attraverso il sesso senza coinvolgimento, una critica eterna all’arte, una ricerca continua al convenzionale.

Ironico è il modo di accettare tutto questo. Straordinaria è la vita nella sua criticità e la sua natura dissacrante, da non poter nascondere il lato comico e assurdo delle cose. Rappresentativo in questo il cammeo della gita al lago. Mary e Isaac, durante le loro passeggiate, si trovano su una barchetta. Ridono, scherzano e parlano. Isaac, romanticamente, come vuole la convenzione, immerge una mano in acqua. Nel tirarla su, è completamente ricoperta di un appiccicosa fanghiglia.

Manhattan film

La vera essenza nel film, però, sta nel modo in cui Woody Allen rende omaggio alla sua città e al suo essere ispirazione. Autentico ritratto di tempo e luogo di quei giorni, dichiarò il desiderio che, fra 100 anni, vedendo la pellicola, la gente avrebbe compreso la vita nella Manhattan degli anni ’70.

La sua capacità poetica si intravede già nella prima scena.

Davanti allo skyline del distretto newyorkese, la voce di Isaac ci introduce all’interno delle sue elucubrazioni nell’elaborare il primo capitolo del suo libro, mentre la Rapsodia in blu di George Gershwin ci accoglie con le sue note. E’ un’eccellente scelta di regia, attraverso l’uso di tre linguaggi. Prima ci fa sentire la melodia newyorkese per eccellenza: quel suono che racconta una storia o che riesce a descrivere solo attraverso se stesso. A seguire c’è l’immagine della panoramica della città: realtà oggettiva, senza ‘se’ e senza ‘ma’. In aggiunta arriva la voce del personaggio, che adora e vive New York, quindi una visione personalizzata, registica.

A dargli quel tocco ancora più magico è la volontà di girare tutto in bianco e nero, come Allen la ricordava nei film che vedeva da bambino o nelle foto. Con questa tecnica omaggia anche un’altra sua passione: il cinema. Più volte nel film ne parla e più volte ne fa riferimento.

L’ingrediente segreto lo aggiunge nella colonna sonora, firmata dal genio del già citato George Gershwin. La sua musica dona al film un gusto sempre più ‘retrò‘. Questa, inoltre, aggiunge un ulteriore omaggio ad un altro ‘motore di vita’ del regista: la musica, in particolare il jazz.

3 motivi per vedere il film:

– La fotografia di Gordon Willis, decandente e romantica insieme

Diane Keaton, nella sua recitazione drammatica, travolgente e ironica

– Vedere New York con gli occhi di chi la ama, la vive e l’ha vissuta

Quando vedere il film:

Di sera, con una bella coperta. Le immagini e la musica cullano (non addormentano, attenzione). Inoltre, spinge a prendere un aereo e vivere quell’atmosfera tipicamente newyorkese, con le sue luci e il suo spirito vivo e malinconico.

 

Francesco Fario

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

“Dalì. La Divina Commedia” viaggio surreale in terra di Puglia

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“Dalì. La Divina Commedia” viaggio surreale in terra di Puglia

Salvator Dalì illustra la Divina Commedia di Dante Alighieri.

“Dalì. La Divina Commedia” propone cento illustrazioni dipinte da Salvator Dalì che raccontano il fantastico viaggio ultraterreno di Dante Alighieri. Le xilografie esposte, riprendono gli acquerelli originali dipinti da Dalì tra il 1951 ed il 1960. Salvator Dalì racconta il viaggio dantesco attingendo gli elementi dai ricordi nella sua mente. Tra i maestri della sua formazione e da quelli che come lui, in precedenza, hanno illustrato la Divina Commedia: Botticelli, Blake, Bocklin e Doré.

Dalì mostra la divina commedia

Nelle opere  della mostra “Dalì. La Divina Commedia” ritroviamo tutti gli elementi che hanno caratterizzato il linguaggio “paranoico-critico” di Dalì. Le figure molli, la dissolvenza delle forme, la crudezza e il macabro, i tratti sottili e le figure allungate, quasi scheletriche, ed i cassetti che ricordano la “Venere di Milo a cassetti” (1936). Anche l’uso dei colori e della luce ricorda il linguaggio surreale, passando da vibranti e veloci tratti a contrasti di colore. Colori contrastanti che a volte si fondono a formare un’unica immagine. Dalì non racconta la storia attraverso semplici immagini, ma cerca di risalire alle emozioni che Dante ha voluto trasmettere attraverso le parole.

L’opera riunisce trentatré trittici, ognuno composto da tre tavole riferite al Paradiso, Purgatorio ed Inferno. Proprio la suddivisione in cantiche è il criterio che si rispecchia nella creazione del percorso per la mostra diffusa. Inferno ad Acquaviva delle Fonti, Purgatorio a Sammichele di Bari e Paradiso a Turi.

La scelta di una mostra diffusa è un ottimo espediente narrativo. In questo modo, il visitatore è indotto a fare due viaggi paralleli. Uno reale che lo accompagna nel territorio, in tre paesi immersi nella storia e tra le bellissime terre della campagna murgese. L’altro della mente, attraverso il racconto surreale dei problemi che hanno afflitto la società in passato; ma ancora attuali, che inducono ad una riflessione sull’esistenza dell’essere umano.

La mostra diffusa è stata prorogata fino al 19 Marzo 2017.

La mostra “Dalì. La Divina Commedia” organizzata da Sistema Museo si pone all’interno di un più ampio progetto di valorizzazione del territorio, dei suoi beni culturali e paesaggistici che rientra nell’operazione “Opere fuori contesto” del SAC Ecomuseo di Peucetia. In concomitanza al periodo della mostra, nei tre paesi, gli uffici del turismo organizzano eventi enogastronomici.

                                            

Malvina Porta

Orari di apertura:
Venerdì e sabato, 16.00 – 20.30
Domenica e festivi, 10.30 – 13.00 / 16.00 – 20.30
Ultimo ingresso 30 minuti prima della chiusura.
È possibile prenotare aperture straordinarie.

BIGLIETTO UNICO per le 3 sedi
Intero € 7
Ridotto € 3 (da 6 a 18 anni, gruppi superiori alle 15 unità)
Gratuito diversamente abile ed accompagnatore, bambini fino a 5 anni, giornalisti accreditati con tesserino, insegnante accompagnatore di scolaresche

Michael Fassbender incanta con “La luce sugli oceani”

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Tratto dal best-seller che ha conquistato i lettori di M.L.Stedman, La luce sugli oceani è il suo primo romanzo e ha già venduto più di due milioni di copie. Il film sta cavalcando lo stesso successo della critica.

Tom Sherbourne, un veterano ancora traumatizzato dalla guerra decide di lavorare come guardiano del faro di Janus Rock,in Australia, con l’obbiettivo di trovare conforto dai disastri della guerra nell’isolamento. La decisione di passare da solo il resto della sua vita viene frantumata dall’incontro con Isabel Graysmark, una giovane e vivace donna della città di Partageuse.

La donna, decisa a sposarlo, si propone subito di andare a vivere con lui al faro. Si sposano. la passione e la felicità, uniti al desiderio di creare una famiglia, accompagnano le loro giornate. Ma il destino non è così favorevole, Isabel non riesce a portare avanti le gravidanze e il dolore s’insinua nel loro rapporto fino al giorno in cui una misteriosa barca approda sulla riva. All’interno c’è un uomo morto con una neonata.

La storia diventerà da questo punto sempre più complessa, i dilemmi morali prenderanno corpo nei due coniugi: tenere la bambina o no? Si tratta di una storia d’amore straziante in ogni fotogramma, per l’intensità, la scelta e l’abbandono dei due protagonisti. Uno spaccato della vita, con i suoi risvolti inaspettati, le sue soluzioni e le sue asperità.

la luce sugli oceani recensioni cinema

Espressiva, maliziosa e determinata la protagonista svedese  Alicia Vikander, recita il ruolo dell’ingenua giovane donna, dell’amate e madre della piccola Lucy-Grace, con un’intensità che non può lasciare indifferenti. Attratta da subito dal copione dichiara

“Sono rimasta  impressionata da quanta vita Isabel porti all’inizio della storia. Come Tom anche lei ha subito un grosso trauma, con la perdita di entrambi i suoi fratelli in guerra, eppure in qualche modo lei ha ancora questa bella scintilla e questo fuoco dentro, ed è per questo che Tom viene attratto da lei”.

Fassbender è accogliente, di poche parole e protettivo, l’uomo che molte donne vorrebbero, e che forse non esiste, se non in un romanzo e in un film.

Sceglie di vivere solitario e viene scelto da lei che gli sconvolge la vita, lo trascina con sé nei suoi desideri, poi lo abbandona lo rifiuta, per poi riconquistarlo ancora una volta.

“Leggendo il libro e la sceneggiatura , sono rimasto impressionato dai principi, della lealtà e dalla forza di carattere di Tom” dichiara Michael parlando del suo personaggio. Tom è uomo in ogni fotogramma, la sua solidità invade la pellicola.

Il film fa commuovere. Sono tante le corde che posso essere toccate: vi si trovano tutti gli aspetti della vita, l’amore di coppia, dei genitori, la guerra che si percepisce nella storia con intensità, la separazione, la morte il distacco e l’abbandono, il ritrovarsi diversi ma sempre uguali. Le donne apprezzeranno ritrovandosi nell’ideale che ci è stato tramandato (non a caso esce nelle sale il giorno della festa delle donne), mentre gli uomini si troveranno un po’ manipolati dalla storia perché Tom perde la sua integrità morale per amore e la riperde una seconda volta per proteggere Isabel.

Una bellissima fotografia rende le immagini ancora più languide come l’ambientazione del Faro  del Western Australia, non a caso è curata da due volte vincitore degli Emmy Award, Adam Arkapaw. Anche la colonna sonora crea l’atmosfera perfetta grazie al Premio Oscar Alexandre Desplat.

Alcuni dettagli creano contrasti narrativi incongruenti con la storia, soprattuto in una affermazione di Rachel Weiz (nel film la vera madre della bambina) che non viene mantenuta, tuttavia in preda agli stimoli emozionali a cui siamo sottoposti durante il film passa quasi inosservata.  Belli i testi e le frasi soprattutto se visti in lingua originale, sono delle poesie recitate. Tra queste una è la chiave del film: “Bisogna solo perdonare una volta, mentre per portare rancore bisogna pensarci ogni giorno”.

Sara Cacciarini

Go Wine presenta a Roma l’edizione 2017 della sua guida

Go Wine presenta a Roma l’edizione 2017 della sua guida

Presentata all’Hotel Savoy la nuova edizione della guida Go Wine strumento prezioso per i turisti del vino alla ricerca del legame col territorio

Per fortuna anche le classiche guide dei vini lentamente si evolvono. Concepite in passato come una sorta di elenchi del telefono, freddi e sterili, quasi in contraddizione col vino stesso. Certo per quanti con il vino abbiano una rapporto di qualche tipo lavorativo la loro utilità non si discute.

Le più note pubblicazioni di riferimento del settore pensano a come rinnovarsi sperimentando nuovi modelli. In loro aiuto anche le nuove tecnologie, che attraverso il web permettono di realizzare prodotti un po’ più interattivi. Ma per gli appassionati no, ci vuole qualcosa di più.

Libero da ogni logica commerciale, l’appassionato ha bisogno di trovare qualcosa di diverso tra le pagine di una guida. Un’ispirazione, una spinta, il legame col territorio che vada oltre un elenco suddiviso per regioni. Il proposito della guida di Go Wine sta tutto qui, porsi come un’utile strumento per il turista del vino.

Punto centrale sono le Cantine, che travalicando la loro funzione produttiva si pongono soprattutto come elemento rappresentativo del territorio. Luoghi di grande accoglienza dove è possibile incontrare gli uomini e le donne che rappresentano il mondo vino.

Produttori che all’interno della propria mission aziendale, considerano importante il rapporto diretto con il turista del vino. Oltre 3800 le etichette segnalate, circa 700 le cantine e più di 1500 indirizzi dove è possibile mangiare e dormire. Uno strumento prezioso per l’enoturista che attraverso le cantine selezionate è in grado di trovare dei riferimenti certi.

Occasioni d’incontro per esplorare i territori d’interesse a contatto con chi, attraverso il lavoro delle terra cerca di valorizzarla. Nella degustazione a margine, erano presenti diversi tra i produttori che riempiono le pagine della guida. Insieme a loro si è potuto parlare di territori e della filosofia produttiva che ne anima il lavoro, valori concettuali cardine della guida.

Le Cantine presenti hanno rispecchiato i valori della guida

Interessanti molti dei vini in degustazione tra cui il Verdicchio con diverse Aziende in grande spolvero. Espressioni diverse ma tutte estremamente interessanti, per uno dei migliori vitigni a bacca bianca del patrimonio ampelografico italiano. La Cantina Benforte tra gli altri ha presentato il “Lucibello” Castelli di Jesi riserva 2014, di frutta matura, note verdi e sapidità, ottima persistenza e piacevole finale di mandorla.

Altra doc per il “Villa Marilla” Verdicchio di Matelica di Marco Gatti, che mette in luce la capacità del vitigno di leggere il territorio mettendone in evidenza le peculiarità. Quegli accenni da sempre definiti minerali, ma che la scienza recentemente ha messo in discussione rivedendo la relazione diretta tra questi marcatori olfattivi e la tipologia del suolo.

Tornando ai Castelli di Jesi, senza dubbio un grande Verdicchio è il “Cipriani” Classico Superiore di Tenute San Marcello. Il produttore raccoglie le uve all’estremo grado di maturazione quando il colore dell’acino vira sul viola. Nel bicchiere la ricchezza del vino si conserva, spaziando dal floreale alla frutta matura e spegnendosi in persistenza prolungata sui tipici sentori di mandorla.

Dello stesso produttore anche il “Bastaro”, un’ottima espressione di Lacrima di Morro d’Alba. Rosso dal naso esuberante, in cui il floreale si alterna ai piccoli frutti rossi che si accordano al palato per un sorso di gusto pieno.

Dall’Emilia un altro classico del vigneto italiano, spesso ingiustamente snobbato. Il Lambrusco, che erroneamente associato a scarsi livelli qualitativi, paga il suo  percorso storico e scelte produttive di tempi lontani. La realtà del presente esprime invece un vitigno che regala vini di estrema piacevolezza, come quelli dell’Azienda Zanasi che vinifica per lo più la varietà Grasparossa in tutti i modi possibili.

Tra questi il “Bruno Zanasi” Dop secco, dalla spuma violacea, che introduce ad una ricchezza di frutto gustoso e mai esagerato. Bevuta di appagante freschezza grazie alla bollicina misurata, in grado di far ricredere qualsiasi detrattore del vitigno.

Vini e territori diversi per un’unica filosofia produttiva

Il banco dell’Azienda Ricchi Stefanoni  ha attirato gli amanti del metodo classico come mosche sul miele. Diverse le opzioni d’assaggio con il Pas Dosè “Essenza” a svettare sulle altre bottiglie. Chardonnay e Pinot Nero, per una bollicina finissima che veicola in maniera verticale i profumi di lievito,  crosta di pane e leggeri sentori di frutta, acidula e fresca prima, secca poi. Una chicca per gli amanti del genere.

Vino molto interessante anche il “Sito dei Fossili” Roero Arneis Docg, dell’Azienda Bric Cenciurio. Particolare oltre che per le caratteristiche del terreno anche per i metodi di vinificazione, che riescono ad dare un bianco importante dai sentori di miele e frutta a polpa bianca mantenendo un’adeguata freschezza.

Nel suo complesso le Cantine presenti hanno reso bene lo spirito della guida.  Anche che ai lembi opposti del paese la comune filosofia Aziendale è rimasta sempre in evidenza. La disponibilità manifestata da ogni produttore, ha raffigurato in pieno il concetto di ospitalità e di condivisione che ogni enoappassionato può aspettarsi nel visitare le aziende selezionate dalla guida di Go Wine.

Bruno Fulco

Bleed – Più forte del destino, la storia di Vinny Pazienza sul grande schermo

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Bleed – Più forte del destino, la storia di Vinny Pazienza sul grande schermo

Miles Teller torna al cinema nei panni di uno dei pugili più ricordati di sempre.

E’ ormai risaputo che, a Hollywood, le storie di caduta e di riscatto di un pugile siano molto amate. Da Cinderella Man, Rocky fino a Million Dollar Baby e al recente Southpaw, negli anni siamo stati abituati a vedere sul grande schermo alcuni capolavori che ci hanno trasportato nel difficile mondo del pugilato.

Bleed – Più forte del destino, al cinema dall’8 marzo, non è di certo un capolavoro, ma un film dallo stile estremamente classico che non sorprende come alcuni suoi predecessori. La pellicola racconta della storia di Vinny Pazienza, soprannominato “The Pazmanian Devil”, un pugile italoamericano campione in tre diverse categorie di peso, noto anche per la sua vita fatta di eccessi.

Nel pieno della sua brillante carriera, Vinny resta vittima di un terribile incidente automobilistico che rischierà di compromettere, in maniera irreversibile, l’uso delle gambe. Saranno la sua determinazione ed il coraggio del suo allenatore, Kevin Rooney, ad aiutarlo a rimettersi in piedi e a riprendere a combattere.

bleed recensioni cinema

Il regista Ben Younger, che firma il soggetto e la sceneggiatura, fa un lavoro impeccabile a livello registico, portando sul grande schermo un lavoro sincero e senza particolari fronzoli che, però, non colpisce nel profondo lo spettatore lasciandolo con poche emozioni. Restare sempre sulle righe, senza osare, non permette a Younger di realizzare una pellicola che rimarrà nella storia, ma solo un biopic gradevole e dimenticabile all’uscita della sala.

Ciò che salva Bleed – Più forte del destino è, sicuramente il cast. Protagonista il giovane e talentuoso Miles Teller, acclamato in Whiplash del Premio Oscar Damien Chazelle, che torna al cinema in un ruolo non facile come quello di Pazienza dimostrando la sua maturità artistica. Insieme a lui Aaron Eckhart, nel ruolo dell’allenatore, che dimostra grande carisma e bravura. I due da soli, purtroppo, non riescono a fare il successo de film, essendo limitati da una sceneggiatura fin troppo lineare e che manca di fascino.

Bleed – Più forte del destino è una pellicola semplice ma che, sfruttando al massimo il suo potenziale, avrebbe potuto inserirsi tra i più grandi film di pugilato della storia del cinema.

Ilaria Scognamiglio

Aldo Moro raccontato nel libro di Guido Formigoni

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Un libro per conoscere la figura di Aldo Moro attraverso una ricostruzione storica approfondita di uno dei protagonisti dell’Italia repubblicana.

Lo scorso anno la casa editrice “il Mulino”, in occasione dei cento anni dalla nascita di Aldo Moro, ha deciso di pubblicare un nuovo libro sullo statista pugliese.

La domanda, parafrasando Antonio Lubrano nella sua celebre trasmissione, nasce spontanea: c’era bisogno, nel panorama saggistico italiano di un nuovo libro su Aldo Moro, nonostante le decine di testi a lui dedicati? La risposta è: assolutamente sì.

Perché quando si parla, si scrive su e di Aldo Moro, lo si fa quasi esclusivamente per ricordare la sua drammatica fine, quel sanguinoso rapimento, che costò la vita a tutti e cinque gli uomini della scorta, nonché quei cinquantacinque giorni del suo sequestro, conclusosi con l’epilogo peggiore, che tennero con il fiato sospeso milioni di italiani.

Un fatto, di certo importante, nodale nella storia d’Italia, per cui si può legittimamente parlare di un prima e un dopo l’eccidio di via Mario Fani, ma che senza dubbio penalizza, e non poco, la figura del politico di Maglie, perché legare la memoria di uno dei padri costituenti alla sola sua tragica fine, per quanto importante sia stata, è profondamente iniquo.

A rendere, almeno parziale giustizia, nei confronti di un uomo, di uno statista straordinario, condannato dopo la sua morte a una sorte di convetio ad escludendum, ci pensa il bel libro di Guido Formigoni, dal semplice ma evocativo titolo: Aldo Moro. L’autore di questo corposo saggio, professore di storia contemporanea alla Iulm di Milano, restituisce all’Italia la biografia di un uomo, come si legge nella quarta di copertina, “che non era stato mai popolare, non era stato un leader ampiamente amato o un capopopolo” ma che era stato “un politico con una strategia”.

Scritto seguendo un rigoroso percorso cronologico, questo saggio, basato su un amplissimo apparato di note, ripercorre tutte le principali tappe della vita e della carriera politica di Aldo Moro, dalla sua infanzia, nella natia Maglie, agli studi a Bari; dalla brillante e precocissima carriera universitaria all’apprendistato nella Fuci (federazione universitaria cattolica italiana) fino all’ingresso, inizialmente in sordina, nella politica italiana, a partire dall’Assemblea Costituente, dove il giovane Moro fu senza dubbio uno dei protagonisti.

Basti solamente pensare che fu proprio Moro, uno dei componenti della cosiddetta “Commissione dei 75” (il ristretto gruppo di lavoro a cui spettò il compito specifico di redigere la nuova carta) a risolvere l’impasse sul primo articolo della nascente costituzione italiana.

I socialcomunisti, infatti, ritenevano che l’articolo in questione avrebbe dovuto così recitare: L’Italia è una repubblica democratica fondata sui lavoratori. Tuttavia, per la corrente democristiana e in particolare per quella liberale, l’inserimento del termine “lavoratori” non era opportuno, in quanto conferiva alla futura costituzione, nel suo articolo chiave, un riferimento pericolosamente marxista. Moro, allora, pur avendo votato inizialmente l’emendamento di Togliatti sulla Repubblica dei lavoratori, riuscì, tuttavia, “a convincere i comunisti dell’equivalenza di una dizione diversa, quale quella che poi effettivamente fu adottata, sulla base di un emendamento Fanfani”, ovvero L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro.

Un pressing su Togliatti e Nenni da parte di Moro che alla fine fu vincente, mettendo in risalto una delle qualità, già ampiamente dimostrate dal politico pugliese nell’esperienza alla Fuci, migliori: la capacità di mediare, anche in ambiti apparentemente impossibili, una dote, tuttavia, che fu spesso ritenuta come un grande limite del politico meridionale, come un segno di debolezza, di poca chiarezza, di inciucio, si direbbe oggi.

Nulla di più sbagliato perché per Moro mediare significava smussare anche gli angoli più spigolosi, cercando di avvicinare parti anche molto distanti nell’ambito di un disegno più ampio che coincideva con l’interesse collettivo e non con quello personale.

Il saggio, poi, analizza il ruolo determinante di Moro nell’avvento del centrosinistra, unica soluzione percorribile di fronte alla crisi definitiva della strategia centrista, l’esperienza da premier nel difficile quinquennio 1963/68, quella successiva da ministro degli esteri, la più appagante sicuramente per Moro.

La penultima parte del libro di Formigoni, l’ultima è inevitabilmente dedicata al rapimento e all’assassinio, ricostruisce la difficile gestione della terza fase, gli ultimi otto anni di vita di Moro, dal 1970 al 1978, in cui il grado di difficoltà politica e sociale del paese raggiunse l’apice.

Anni che videro il definitivo tramonto del centrosinistra, la dolorosa gestione da parte del Democrazia cristiana dell’esito del referendum sul divorzio, che eliminò politicamente Amintore Fanfani e che rischiò di spaccare lo stesso partito, ma anche l’emergenza terroristica e la necessità di aprire ai comunisti, operazione che vide ancora e naturalmente

Moro protagonista seppur con un ruolo politico più defilato, attraverso la formula inconsueta dei governi di solidarietà nazionale, qualcosa magari di diverso dal compromesso storico ipotizzato da Berlinguer, ma che, comunque, segnava in modo unico la politica italiana e non solo, suscitando attese ma anche preoccupazioni.

Il libro di Formigoni restituisce, quindi, intatto l’uomo Moro con le sue scelte, le sue convinzioni, la sua retorica spesso troppo complessa e colta, specie se paragonata a quella di alcuni politici attuali, il suo carattere riservato ma mai schivo, la sua immensa cultura, il suo infinito amore per la sua famiglia che mostrò intatto fino all’ultimo giorno, il suo intimo cattolicesimo, dolcemente venato da un lieve e poetico dubbio ad un passo dalla morte:

Vorrei capire, con i miei occhi mortali come ci si vedrà dopo.
Se ci fosse luce, sarebbe bellissimo.

Moro, nel panorama politico italiano, è stata una punta di diamante che quella brutale morte ha, solo in parte, rimosso attraverso una damnatio memoriae cominciata già in quella prigione del popolo e proseguita, poi, dopo quel tragico 9 maggio.

Il bel libro di Formigoni va oltre quella drammatica data e quel cofano aperto, come le fauci di un’avida bocca, della Renault 4 rossa in via Caetani, ripercorrendo la carriera di un politico con troppi nemici, con magari colpevoli esitazioni, ma con un respiro davvero europeo da vero, autentico statista, nel solco tracciato da De Gasperi, Adenauer e Schumann.

Aldo Moro commise certamente molti errori nella sua attività politica, ma fu sempre animato da ideali sinceri. Restituire l’uomo e il politico, al netto di quell’ immane tragedia che segnò tragicamente la sua fine, è, dunque, il modo migliore che uno storico e che la memoria possa fare.

Maurizio Carvigno

Le follie del Trovatore al Teatro dell’Opera di Roma

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Le follie del Trovatore al Teatro dell’Opera di Roma

Oggi #CantaCheTePassa si dedica alla prima del Trovatore di Verdi, ora in scena al Teatro dell’Opera di Roma con la regia di Àlex Ollé.

Il Teatro dell’Opera di Roma quest’anno sta rappresentando tutta la cosiddetta Trilogia Popolare di Verdi. Dopo il Rigoletto andato in scena a dicembre e la ripresa de La Traviata con la regia di Sofia Coppola tra fine ottobre ed inizio novembre prossimi, ecco arrivare Il Trovatore, in scena dal 28 febbraio 2017 al 10 marzo 2017.

La trama

Siamo in Spagna. Manrico, un giovane trovatore, è innamorato di Leonora, giovane nobildonna. Di essa è innamorata anche il cattivo Conte di Luna, acerrimo rivale anche politico di Manrico. I due si sfidano in un duello dove Manrico verrà ferito. Esso troverà conforto presso sua madre Azucena, una zingara. La donna ha un passato tormentato. La madre venne arrestata dal padre del Conte di Luna per aver, a suo dire, attuato un maleficio su uno dei suoi figli e venne condannata ad essere bruciata. Azucena, per vendetta, rapì il bambino, fratello del citato Conte di Luna rivale di Manrico, è lo bruciò.

La notizia sconvolge Manrico ma subito la donna ritratta tutto ciò che ha confessato. Intanto il giovane trovatore viene a sapere che, visto che lo si credeva morto, Leonora sta per entrare in convento. La salva appena in tempo dal Conte di Luna che la vuole rapire. Il conte, furioso e desideroso di vendetta, incontra Azucena. Egli, insieme al suo fido Ferrando, capisce che è la zingara assassina di suo fratello ma anche che è la madre del suo odiato rivale.

La fa arrestare e condannare ad essere arsa viva per vendicare il fratello e per trarre il suo nemico in trappola. Di fatti Manrico, per salvare la madre, viene catturato dal conte e fatto prigioniero. Leonora, per salvare il suo amato, promette al conte di farsi sua, ma si ucciderà bevendo un veleno.

Ella morirà tra le braccia del suo amato. Il conte, pazzo dalla gelosia, fa uccidere Manrico. Azucena alla fine rivelerà la verità. Manrico non era figlio suo, ma il fratello del giovane conte che lei aveva rapito per bruciarlo vivo, per vendicare sua madre. Nell’agitazione, per errore bruciò il suo vero figlio e allora crebbe il bimbo da lei rapito nell’amore materno ma anche nell’odio per i di Luna. Al grido di “Sei vendicata, o madre”, tra la disperazione del conte per aver ucciso suo fratello, termina l’opera.Il trovatore opera roma

La recensione

Uno degli aspetti più interessanti della sera della prima è stata la presenza di un giovane direttore, Jader Bignamini. Nonostante le critiche negative ricevute, a me personalmente la sua prova non è dispiaciuta. La sua concertazione era sempre drammatica e estremamente viva. Ovviamente una maggiore esperienza l’aiuterà a controllare meglio l’orchestra (diverse volte troppo sonora) e a ottenere un colore più scuro, che è quello che serve per il Trovatore, un’opera veramente folle.

La regia era di Àlex Ollé, regista della compagnia teatrale spagnola de La Fura dels Baus. Si tratta di un allestimento coprodotto con la De Nationale Opera di Amsterdam e l’Opéra National di Parigi.

Egli ha immaginato di ambientare il Trovatore durante una guerra, data anche l’assurdità e la follia della trama. Una qualsiasi guerra del mondo e ci stava bene, con delle idee particolari (il Conte, alla fine, spara a Manrico e ad Azucena). In tutto ciò era aiutato dalle luci scure e tetre di Urs Schönebaum e dalle scene di Alfons Flores (un grande cimitero di guerra con dei pannelli semoventi comandati da delle corde. Queste corde davano l’impressione che i cantanti fossero marionette manovrate da un destino incomprensibile).

Purtroppo i costumi di Lluc Castells erano veramente brutti. L’unico neo della regia è stata la recitazione in parte costruita e artificiosa, soprattutto di Leonora e del Conte di Luna.

I cantanti

Il cast ha visto primeggiare le donne.

Tatiana Serjan (Leonora) non ha più la voce di un tempo, ma rimane sempre una grande artista. Lei ha dato senso a tutto ciò che dice. A lei, dopo il famoso D’amor sull’ali rosee, sono stati tributati gli applausi più calorosi.

Ekaterina Semenchuk (Azucena) ha dimostrato di avere una bella qualità di voce e molto temperamento, peccato la pronuncia fosse in parte incomprensibile. Da notare che alla prima era appollaiato in galleria un fan che ha gridato “CATERINA!!!!“, raggelando il pubblico. Lo stesso avvenne, sempre con lei, nell’Aida a Santa Cecilia di due anni fa. Queste sono le follie degli amanti dell’opera.

Simone Piazzola (Conte di Luna) ha una voce bellissima e morbida, e si è preso i suoi applausi dopo l’aria Il balen del suo sorriso. Peccato che la recitazione a tratti sembrava artificiosa (probabilmente una parte di ciò è responsabilità alla regia).

Deludente il protagonista.

Egli è stato Stefano Secco, passato dal secondo al primo cast dopo le due defezioni di Fabio Sartori e Marcelo Alvarez. La voce non risultava adatta a questo repertorio, era appesantita e il do de Di quella pira è andato male.

Molto bella e possente la voce di Carlo Cigni come Ferrando come il vecchio zingaro di Riccardo Coltellacci. Non all’altezza sono stati la Ines di Reut Venturiero e il messo di Aurelio Cicero. Un po’ meglio il Ruiz di Aleandro Mariani.

https://www.youtube.com/watch?v=ENuJDKeA5-Y

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Kasuko Kageyama/TOR)

 

Kong: Skull Island, il re dei mostri è tornato

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Kong: Skull Island, il re dei mostri è tornato

Partiamo da una premessa ovvia: King Kong lo conosciamo tutti, anche chi non ha mai visto i film a lui dedicati finora. Insomma, è davvero una delle figure della cultura pop più note e riconoscibili di sempre.

Cosa inventarsi quindi al giorno d’oggi al cinema su questo gorilla gigantesco, senza il rischio di ripetersi e quindi annoiare? O meglio, perché alla fine di questo si tratta, come introdurlo nel panorama degli odierni blockbuster cinematografici che campano di universi condivisi, sequel e prequel?

La risposta che Kong: Skull Island che ci regala è la più ovvia ma al tempo stesso la più rivoluzionaria: fare un film su King Kong che praticamente non parla o racconta di King Kong.

Perché il film del giovane Jordan Vogt-Roberts, nome raccattato di peso dal cinema indipendente e proiettato a giocare con effetti speciali e budget inumani, con un immaginario cinematografico di riferimento totalmente diverso da coloro che prima di lui hanno portato il gorillone al cinema, realizza un enorme film di genere di mostri mascherato da film di guerra.

Kong è ovviamente l’assoluto protagonista, la sua presenza scenica si sente, percepisce e, pur essendo giustamente centellinata, coinvolge ogni pensiero, azione e conseguenza degli altri personaggi, ma a notare bene l’essenza del film e lo sviluppo narrativo non cambierebbero di una virgola se al suo posto ci fosse qualsiasi altra creatura cinematografica: King Kong è quindi davvero un pretesto – e si badi bene, non lo dico affatto come fosse un male, anzi – per divertirsi e portare sullo schermo un’avventura con i mostri “brutti e cattivi” che intrattengono per due ore mentre mangiamo pop-corn. E’ uno spregiudicato e scanzonato B Movie d’altri tempi che trae la propria forza esattamente da tale consapevolezza, e va avanti ad un centimetro dal trash senza mai caderci dentro.

L’estetica citazionista del regista, tra riferimenti narrativi, scenografi e musicali ci riporta ovviamente al cinema bellico degli anni ’70 con Apocalypse Now nume tutelare, e le vie che percorre in questo genere sono proprio quelle che lo tengono a galla: nel militare interpretato da Samuel L. Jackson che è deluso dalla sconfitta in Vietnam e vorrebbe continuare a combattere per mai taciuto orgoglio, e allora sostituisce mentalmente i mostri ai vietcong, il film riesce anche a dare una psicologia al divertimento più spicciolo. Peccato solo che questa psicologia non sempre trovi un porto dove attraccare, perché l’unico vero grande difetto del film è il ritratto dei personaggi umani. In un film interessato ai mostri gli umani sono naturalmente sacrificati, e coloro che dovrebbero essere i protagonisti li dimentichiamo strada facendo: Brie Larson rappresenta la decostruzione del ruolo della “bella” in mano a Kong vista nelle precedenti storie, ma ha molto da fare se non strabuzzare spesso gli occhi, mentre Tom Hiddleston è praticamente inutile ed è lì giusto perché serviva qualcuno da mettere nei poster come nome di richiamo.

E’ sicuramente paradossale affermare che King Kong poteva anche non esserci nel suo stesso film, con una presenza giustificata soprattutto per ragioni di marketing e per far incontrare il personaggio nel futuro con quello di Godzilla (esatto, ormai non sanno più che inventarsi…), ma al tempo stesso è anche il testamento della riuscita complessiva di Kong: Skull Island, un film che intrattiene e restituisce al pubblico quel senso scanzonato, ma realizzato benissimo, di un cinema d’altri tempi.

Emanuele D’Aniello

Mikado, l’equilibrio sfuggente dell’amore

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Mikado, l’equilibrio sfuggente dell’amore

Incomprensioni, ciniche e vuote, tra uomini e donne, storie di solitudini. Storie d’amore?

Solitudini in montagna nel racconto “Il sovrano assoluto”, dove il tempo non ha più valore e il protagonista vive in una baita, sdraiato su una branda per godere appieno della vita. Sdraiato, immobile “io vivo qui, nel benessere, nella lussuria e nella ricerca del piacere”.mikado libri d'amore

Solitudini di matrimonio nel racconto “Il biglietto”, dove la moglie per rinnovare il rapporto d’amore con il marito escogita un piccolo intrigo e fa scoprire un finto biglietto di un’amante immaginario.

La solitudine in mezzo agli altri ne  “Il vuoto”. In una piccola sala teatrale con il tutto esaurito sono rimasti solo due posti vuoti, questi spazi infastidiscono gli altri spettatori, creano asimetria, discontinuità e solitudine. “Si ha a che fare con un vuoto, un vuoto che non si può riempire […] distrugge il piacere di stare seduti nelle file e guardare –tutti insieme-nella stessa direzione”.

Nel racconto ”Incidente” una donna corre in ospedale dal marito che ne ha appena vissuto uno, ma al suo arrivo l’infermiera le si para davanti: la moglie è già nella stanza. Solitudine dopo il tradimento, essere sola senza neanche potersi confidare con colui che ci ha tradito “Un crollare e sciogliersi nell’intimo, dentro di noi, attraverso di noi”.

Sono solo alcuni esempi dei racconti contenuti in Mikado di Botho Strauss, edizioni il Saggiatore.

Botho Strauss, narratore e drammaturgo tedesco contemporaneo riesce nelle sue opere a creare dubbi e squarci nei suoi lettori. Chiunque si può riconoscere in ogni sua storia. Mescola i sentimenti, le emozioni e il dolore, come in un concatenarsi continuo in tutte le novelle.

Il filo conduttore è l’amore in ogni sua forma: uomini, donne, padri, madri, figli, amici e compagni si susseguono tra le righe di Mikado, l’antico gioco cinese conosciuto anche con il nome di Shangai. Si tratta di 41 bastoncini colorati che, buttati alla rinfusa su un tavolo, dovranno a turno essere sfilati da ogni giocatore in maggior numero, senza muovere gli altri, in un equilibrio leggero e sfuggente.

Anche le storie del libro sono 41 e non è una coincidenza, perché l’amore sfugge sempre.

Sara Cacciarini

Dipingere è come fare l’amore con te. Su una metafora sessuale di Pablo Picasso

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Dipingere è come fare l’amore con te. Su una metafora sessuale di  Picasso

Raffaello fa l’amore con la Fornarina, mentre qualcuno li osserva. Questa raffigurazione licenziosa è ricorrente in alcune delle stampe nella serie “Suite 347” realizzate da Picasso negli ultimi anni della sua vita.

Ormai all’apice della fama, l’artista stava riflettendo su un’equazione metaforica che indagherò in questo quinto articolo di «Arte a nudo (tranquilli! Niente di scandaloso)».

Nella serie di stampe “Suite 347” di Picasso è possibile individuare un gruppo consecutivo d’immagini (all’incirca una ventina) dall’iconografia simile. Furono realizzate tra l’agosto e il settembre 1968, poco prima dell’ottantasettesimo compleanno dell’artista.

Il loro soggetto è abbastanza sorprendente e innovativo. Un giovane pittore in abiti rinascimentali, con berretto e capelli lunghi, sta ritraendo la sua modella nuda, ma interrompe il suo lavoro per baciarla e copulare con lei, tenendo ancora tra le mani il pennello e la tavolozza. Mentre sono avvinghiati nell’amplesso vengono spiati dagli occhi indiscreti di un terzo personaggio la cui identità muta nel corso della serie; inizialmente indossa abiti ecclesiastici, poi esotici ed eccentrici e in ultimo si trasforma in un uomo in abiti moderni.

Il giovane pittore è inconfondibilmente Raffaello, così come è stato immortalato nei ritratti del suo tempo. Picasso lo scelse perché rappresentava il pittore “per eccellenza”, il “mito” immortale e senza tempo della pittura.

Attorno alla vita privata di Raffaello giravano vari racconti fin dal Cinquecento quando Giorgio Vasari – nella sua raccolta di biografie di artisti – lasciò trapelare (con tono di disapprovazione) varie informazioni sulle numerose avventure amorose dell’artista.

Secondo Vasari, Raffaello spesso «andava di nascosto a’ suoi amori» invece di lavorare. La vicenda più nota è quella legata alle pitture per Agostino Chigi a Villa Farnesina, delle quali abbiamo già trattato; Raffaello lavorava molto lentamente «per lo amore che e’ portava ad una sua donna». Il Chigi, disperato, pensò di risolvere il problema ospitando nella sua villa la fanciulla, facendola stare nei luoghi dove Raffaello lavorava, «il che fu cagione che il lavoro venisse a fine». Questa “amata” è stata identificata tradizionalmente con la figlia di un fornaio, ribattezzata la Fornarina (in tempi recenti riconosciuta come Margarita Luti da Siena). Il suo volto sarebbe stato anche immortalato da Raffaello in uno dei suoi ritratti più sensuali e affascinanti.

Le vicende amorose di Raffaello ebbero grande successo nell’Ottocento, dando vita a fantasiosi racconti. Anche i pittori ne furono affascinati. Jean Auguste Dominique Ingres gli dedicò una serie di quadri dove il pittore è raffigurato durante una pausa dal suo lavoro, mentre viene abbracciato dalla Fornarina.

Nel dipinto conservato a Harvard (del 1814), Raffaello abbraccia la sua amante e modella mentre ne osserva il ritratto incompleto sul cavalletto. Egli possiede fisicamente la sua modella e con lo sguardo la sua immagine dipinta, ma non può amarle tutte e due nello stesso momento e allo stesso modo.

Per Picasso Raffaello era dunque un esempio perfetto della scelta tra amore o vocazione per l’arte. Ma a differenza del dipinto di Ingres (un artista che Picasso conosceva bene e stimava) riuscì a superare il dilemma della scelta.

Per molto tempo le incisioni di Picasso furono interpretate semplicemente come raffigurazioni pornografiche prodotte dall’anziano artista per alimentare il proprio desiderio ormai spento…ma la complessità del loro significato fu rimessa in discussione nel 1972, quando fecero la comparsa un saggio di Gert Schiff e un breve scritto di Leo Steinberg che misero in luce la metafora rappresentata dall’artista.

Per Picasso dipingere è un “atto d’amore” o meglio è come fare l’amore! L’artista ama ciò che dipinge, la sua modella, ma nel farlo ama anche la sua pittura.

Nelle prime incisioni Picasso aveva rappresentato sia la Fornarina che il suo ritratto (come Ingres). L’artista ha dunque smesso di dipingere per godere del piacere fisico. Ma nelle ultime incisioni il ritratto sparisce mentre l’artista rimane con il pennello in mano. Cosa sta dipingendo? Nell’incisione numero 317, la Fornarina sembra tramutarsi in un affresco su una parete che Raffaello sta dipingendo ma con il quale fa anche l’amore (quasi l’opposto del mito di Pigmalione dove la statua prende vita per amare il suo scultore).

La donna che Raffaello ama è diventata “pittura”. L’equazione è perfetta: dipingere qualcuno è farci l’amore, dunque fare l’amore con la tela, con la pittura.

Ma l’arte è fatta per qualcuno, è fatta per essere guardata dallo spettatore. Ecco l’occhio invadente del terzo individuo, un vero  e proprio voyeur. Inizialmente Picasso lo rappresenta come un cardinale (o forse il pontefice) facendo riferimento ai committenti di Raffaello, coloro che richiedevano e pagavano le opere dell’artista e le possedevano. In altre incisioni la figura si trasforma, i suoi abiti diventano moderni e invece di osservare semplicemente la scena, apre una tenda e la mostra anche a noi. Questa figura è il nostro alter ego.

Ogni spettatore, osservando un dipinto, sbircia nel processo creativo intimo dell’artista che ha permesso la realizzazione dell’opera, spia quell’atto d’amore tra l’artefice, il suo soggetto e la pittura.

L’energia vitale del sesso è nell’arte di Picasso una metafora del suo “potere creativo”; la pulsione che spinge a fare arte, a rappresentare qualcuno ma anche ad osservare. Una metafora efficace per Picasso che, come Raffaello, era noto per le sue avventure amorose e per le sue “amate”, spesso modelle delle sue opere. Il sesso, il suo potere e i suoi rischi sono stati spesso al centro della sua arte (come dimenticare le vicende di uno dei suoi capolavori, le Demoiselles d’Avignon, il cui titolo iniziale era il “bordello filosofico”).

Nel 1968 Picasso era ormai anziano ma pieno di vita e di voglia di creare, di fare arte. Con queste immagini, apparentemente pornografiche, esorcizzava la morte, in altre parole dimostrava ancora il pieno controllo della sua forza fisica (il pene) e della sua arte (il pennello).

Daniele Di Cola

TWD, da serie tv sugli zombie alle 90s comedies

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TWD, da serie tv sugli zombie alle 90s comedies

TWD preoccupa i fan, già un po’ annoiati: vi ricordate quando era una serie tv sugli zombie? Ora sembra una commedia anni 90!

Sarà stata quell’aria alla Dawson’s Creek che ci avevano fatto respirare gli ormoni adolescenziali di Carl e Enid, sarà la primavera, sarà che ormai The Walking Dead è arrivato alla sua settimana stagione, ma la serie tv sugli zombie più amata di sempre sta prendendo una stranissima piega.

Dopo la “Carrambata” tra Daryl e Carol, una delle coppie più friendzonate della storia, e dopo la maturazione dei sentimenti tra Rick e Michonne, che ormai sono una coppia in pieno stile Grey’s Anatomy (baci e abbracci mentre uccidono gli zombi e organizzano le truppe contro Negan), è arrivato anche il momento di Eugene.

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Eugene, un personaggio che nel fumetto non è proprio così strano e addirittura riesce a portarsi a letto la bella Rosita, nella serie tv è diventato una specie di super nerd che, senza alcun titolo ma solo avendo letto tanti libri, riesce a trovare soluzioni in pieno stile Mac Gyver.

Cala dunque una terrificante atmosfera anni Novanta (comprensiva di musichette tormentone, ricordate Easy Street?), in cui riecheggiano frasi tratte da famosissimi videogiochi (Dungeons & Dragons), ci sono sorrisi, abbracci, lacrime e tanto amore.

In molti siti hanno iniziato a circolare ipotesi sul finale di The Walking Dead. La trama inizia a diventare ripetitiva e le soluzioni sembrerebbero essere un paio:

[dt_list style=”1″ bullet_position=”middle” dividers=”false”][dt_list_item image=””]Trovare una cura e salvare l’umanità;[/dt_list_item][dt_list_item image=””]Continuare a lottare tra umani.[/dt_list_item][/dt_list]

Non vi ricorda un po’ Beautiful, che a breve, tra l’altro, compie trent’anni? Finché ci sarà Brooke Logan a prendere e a lasciare tutti gli uomini che le capitano non bisogna sforzarsi molto per andare avanti con la “suspense” (prettamente incentrata su: chi è il padre del mio bambino?)

Lo stesso vale per The Walking Dead. (Pregando che non tocchi le tre decadi) Chi sarà il prossimo cattivo da sconfiggere? 

Mentre ci arrovelliamo sugli ipotetici scenari futuri (forse perché siamo un po’ stanchi e quasi temiamo la conferma di un’ottava stagione) Negan continua tranquillamente a uccidere gente a caso. Saranno le truppe di Nick a metterlo K.O. oppure l’astuzia di Eugene, che sta lavorando dall’interno?

It’s not an easy street…

Alessia Pizzi

https://www.youtube.com/watch?v=4NRfAlq6YcM

 

Neri Marcorè denuncia l’ipocrisia della società moderna

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Neri Marcorè denuncia l’ipocrisia della società moderna

Al Teatro Quirino di Roma è in scena lo spettacolo “Quello che non ho”.

Era il 1995. Giorgio Gallione, autore e regista dello spettacolo, racconta che, mentre si trovava nel foyer di un teatro a Napoli per il concerto di Fabrizio De Andrè, lesse su un giornale gli Scritti Corsari di Pier Paolo Pasolini, una raccolta di articoli usciti tra il 1973 e il 1975. Il grande scrittore, letterato e regista denunciava il cinismo e l’ipocrisia della società moderna. A tutto ciò rispondevano perfettamente le canzoni di Fabrizio De Andrè. La società moderna è una società cinica e spietata. Su tutto questo si basa “Quello che non ho“, spettacolo prodotto dal Teatro dell’Archivolto di Genova, scritto da Giulio Costa e Giorgio Gallione con la regia di Giorgio Gallione con Neri Marcorè in scena al Teatro Quirino dal 28 febbraio 2017 al 5 marzo 2017.

Essendo stato da sempre un fan di Neri Marcorè e Fabrizio De Andrè, ho deciso di recarmi la sera del 1 marzo a vedere questo spettacolo. Il sipario si apre e siamo avvolti da una scenografia curata da Guido Fiorato che crea una sorta di foresta con un grande tela trasparente davanti, quasi come una ragnatela, sinonimo di questa società che non ci lascia liberi nei suoi cliché e pregiudizi. Testimoni silenziosi sono delle sedie, che diventano amiche, nemiche ma anche confidenti.

Neri Marcorè, nella sua indiscutibile bravura, dà voce all’ipocrisia. Il ritmo della spettacolo è scanzonato, ironico ma anche di denuncia. L’artista, insieme a Guia, Pietro Guarracino e Vieri Sturlini, oltre a recitare prende la chitarra e canta le meraviglie assolute di De Andrè, come Volta la carta o Don Raffaè.

Lo spettacolo è un’analisi fredda e lucida della grottesca situazione italiana. Tra i tanti punti ve ne sono alcuni che mi hanno colpito, come il racconto di un’interrogazione parlamentare. Essa narra di una vicenda tanto assurda quanto impensabile. Nelle confezioni di Acqua Rocchetta si vendevano dei gadget con gli abitanti di Topolinia e Paperopoli. Mancava Clarabella e tutto ciò, secondo chi ha presentato l’interrogazione, ha portato la gente a diversi acquisti per poter completare la collezione.

La guerra e l’integrazione culturale, due elementi che non vogliamo ricordare

Neri Marcorè, insieme agli artisti sul palco, va avanti portando in luce il drammatico e spietato cinismo italiano e mondiale. Oggi noi siamo dominati dai cellulari e dai computer.neri marcore teatro quirino

Per creare questi oggetti vi è bisogno di coltan, un minerale che in Congo è causa di aspri conflitti. Lo strapotere delle multinazionali sfrutta le popolazioni. Per risolvere a tali problemi, molte multinazionali hanno deciso di far scrivere sui propri oggetti che essi sono stati fabbricati in Ruanda, dove però non ci sono miniere di coltan.

Ma la sua analisi lucida e cattiva parla soprattutto d’integrazione culturale. Nel 1996 muoiono bruciati in un incendio dei bambini rom, a causa di candela caduta. I genitori vengono accusati, visto che li avevano lasciati soli per chiedere l’elemosina, e incriminati per omicidio colposo per la possibilità di reiterazione del crimine. Nello stesso anno un padre lascia il bimbo in auto sotto il sole. Il bimbo morirà. Il padre riceve una campagna di solidarietà da tutta Italia. «Ma se fosse stato rom?» ci chiede Neri.

Questo mi fa pensare molto. Siamo o non siamo tutti uguali davanti alle disgrazie? Eppure noi odiamo gli zingari. Gli zingari rubano, sono sporchi… Ma ecco che il pregiudizio si avvicina. Non possiamo farci nulla. Ormai siamo colpiti da questi giudizi. Eppure ci scordiamo che sono artigiani, lavoratori, gente che ama vivere, come dice Khorakhanè di De Andrè.

Ma allora ci dovremmo chiedere, parafrasando De Andrè e Pasolini anche (sono sicuro che l’avrebbe pensato così), perché l’italiano, ma soprattutto l’uomo moderno in genere “non riesce più a volare“? Siamo ormai troppo dominati dalle frivolezze? Penso proprio di sì.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Bepi Caroli)

I segni di Guido Strazza alla Galleria Nazionale di Roma

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I segni di Guido Strazza alla Galleria Nazionale di Roma

Guido Strazza e la sua mostra “Guido Strazza. Ricercare” allestita dal 7 febbraio 2017 al 26 marzo 2017 nelle sale della Galleria Nazionale di Roma.

Ci sono tanti artisti italiani di cui si dovrebbe parlare in maniera molto più approfondita, ed uno di questo è Guido Strazza. Artista toscano nato a Santa Fiora, vicino Grosseto, nel 1922 e ancora vivo, è il protagonista della mostra personale “Guido Strazza. Ricercare” allestita presso le sale della Galleria Nazionale di Roma dal 7 febbraio 2017 al 26 marzo 2017.

L’artista, contemporaneamente agli studi di ingegneria, ha frequentato Filippo Tommaso Marinetti, il grande poeta vate del Futurismo, e si è formato come pittore autodidatta. Strazza ha viaggiato molto (Cile, Brasile, Perù, Venezia, Milano). La sua arte è interessante in quanto dimostra che Guido Strazza ha sempre recepito gli stimoli delle varie epoche da lui vissute. L’opera che qui vedete, Si el rio llega todo serà arruinado (letteralmente Se il fiume arriva tutto sarà rovinato) del 1953, sembra voler creare un’omaggio all’arte cubista di Pablo Picasso.

Guido Strazza
Si el rio llega todo serà arruinado

 

Andando avanti nel percorso della mostra vi sono dei quadri della serie Segni di Roma. Roma è una città che ha dato tanto a Guido Strazza. Egli è stato direttore dell’Accademia delle Belle Arti del 1985 al 1988. Ecco infatti la sua Colonna spezzata, sinonimo di un mondo e di una civiltà ormai persa. Accanto abbiamo il Gran Cosmate, inno alla grande famiglia dei Cosmati, marmorari romani autori di meravigliosi pavimenti e decorazioni marmoree, le cosiddette “cosmatesche“.

La forza del cosmo

Ma il mio sguardo è stato subito rapito dal bellissimo Rosso, segno azzurro, un sole con un segno centrale che lo rendeva ancora più vivo,  che rapisce per la sua bellezza. Quest’opera immerge il visitatore in un mondo empirico. Sembrava di sentire il calore della fiamma ardente e dei raggi del sole. Guido Strazza ha concepito quest’opera in sei lunghi anni, dal 1999 al 2005.

Guido Strazza
Rosso, segno azzurro

 

Altri segni di Guido Strazza

Anche la serie dei segni è veramente interessante e accattivante. Nei suoi Segni del 2012, Guido Strazza sembra voler omaggiare il padre dello spazialismo, Lucio Fontana, autore dei famosi Concetti Spaziali con i quali negli anni ’60 si andava metaforicamente alla ricerca di uno spazio fuori dalla tela. Molto vicini per stile sono i suoi Segni di Roma (Gesto e Segno) del 1974, ricordo di una città vissuta.

Ma l’arte di Guido Strazza è un’arte la quale primeggia per la minuzia calligrafica, come possiamo vedere nei suoi paesaggi come l’Orizzonte Olandese, facente parte della serie Orizzonti Olandesi esposti allo Stedelijk Museum di Amsterdam. Nel guardare il suo Racconto segnico (omaggio ad Arshile Gorky) la sensazione che si ha è quella di un mare magnum di particelle mentali che si stanno ricomponendo per ricreare un’immagine. Le sue trame quadrangolari sono come un patchwork di emozioni estremamente legate fra di loro. Consiglio di finire la visita della mostra con il suo Grande Ricercare, un pannello avvolto nella luce, che dona la sensazione di trovarsi davanti allo spazio cosmico e di cercare un qualcosa, che forse è la nostra vita.

 

Una bellissima mostra ed un grande artista tutto da scoprire. Andateci!!

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Marco Rossi)

Terme di Caracalla: benessere e relax all’epoca dell’Antica Roma

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Assolutamente da visitare nella Domenica con ingresso gratuito ai Musei: le terme di Caracalla hanno una storia tutta da scoprire.

Tra i mille piaceri a cui gli antichi Romani amavano dedicarsi, un ruolo da protagonista lo avevano le terme! L’Urbe infatti presentava, fin dall’epoca di Augusto, un numero impressionante di impianti dedicati alla cura del corpo, in cui l’acqua era l’elemento principale. Le terme per gli antichi costituivano il posto in cui potersi regalare un bel bagno caldo. Parallelamente, però, per la grande quantità di servizi che offrivano, rappresentavano uno dei luoghi di svago e relax più desiderati.

Chi decise di costruire in città delle nuove terme che diventarono subito le più imponenti, fu l’imperatore Lucio Settimio Bassano detto Caracalla, per la particolare tunica con cappuccio di origine gallica che era solito indossare. Realizzate tra il 212 e il 217, non lontano dal Circo Massimo e proprio ai piedi dell’Aventino, rappresentarono a lungo l’impianto più imponente dell’Urbe: furono infatti superate in grandezza solo nel secolo successivo dalle Terme di Diocleziano!

Quello che però desiderava l’imperatore Caracalla era realizzare un impianto che lasciasse completamente a bocca aperta il popolo. Non solo per la grandezza, quanto per il loro sensazionale apparato decorativo. Ed effettivamente ogni singola parete delle terme era rivestita di marmi pregiati e policromi. Ad accompagnarli, lavorazioni a stucco e ad affresco e da ricchi pavimenti musivi dalle trame assai fantasiose.

Passeggiando oggi all’interno delle terme, non è tutto così scintillante. La maggior parte della ricca decorazione non è più conservata. Per capire meglio la loro imponenza, però, basterà ammirare alcuni luoghi cittadini. Come mai? Perché alcune colonne delle terme furono innalzate nelle navate della Basilica di Santa Maria in Trastevere, mentre due vasconi in marmo furono trasformati nelle fontane oggi a piazza Farnese. Ciò che poi abbelliva ulteriormente l’interno, erano anche importanti gruppi scultorei sapientemente modellati nel marmo. Gruppi giunti poi nelle collezioni di alcune famiglie nobiliari del passato. Tra queste, ad esempio, l’Ercole Farnese oggi al Museo Archeologico Nazionale di Napoli.

Nonostante le spoliazioni, le distruzioni e le sovrapposizioni archeologiche, susseguitesi durante il passare dei secoli, è ancora possibile comprendere pienamente tutta l’antica grandezza delle Terme, semplicemente passeggiando al suo interno. Ecco quindi che una dopo l’altra si aprono le sale più importanti del complessi. Gli spogliatoi, le palestre, le sale utilizzate come saune e quelle che costituivano il cuore del percorso benefico, il calidarium, il tepidarium ed il frigidarium. L’idea era di indossare abiti leggeri e pratici per del sano sport, sudare nelle saune e continuare il proprio percorso dall’ambiente più caldo fino a quello più freddo. E in estate poi si poteva anche godere della natatio, la grande piscina all’aperto!

Ma come giungeva tutta questa acqua all’interno delle terme? Sul fondo del giardino che circondava l’intero edificio, era posta una grande cisterna, che poteva contenere fino a 80.000 litri di acqua. Attraverso poi un sistema sotterraneo di canalizzazione, questa alimentava ogni singola vasca, piscina e fontana presente nelle Terme! Che gli antichi romani fossero abili costruttori, non è certo da mettere in dubbio, vero?

L’Asino d’Oro Associazione Culturale

Terme di Caracalla: scopri la visita virtuale

Le Terme di Caracalla diventano il primo sito archeologico italiano in 3D

La nostra recensione della visita virtuale

Nebbiolo nel cuore 2017

Nebbiolo nel cuore 2017

L’Agenzia Riserva Grande promuove la IV edizione dell’Evento dedicato esclusivamente al Nebbiolo nelle sue varie declinazioni

L’appuntamento che qualsiasi eno-appassionato non dovrebbe perdere torna ancora nelle sale del Radisson Blu Hotel di  Roma il 4 -5 marzo per la sua terza edizione.

Ancora una volta l’attenzione è rivolta al  Nebbiolo nelle sue più alte espressioni: il Barolo e il Barbaresco, il Roero, il Gattinara e Ghemme, Il Boca e il Lessona, il Bramaterra e il Carema… fino alla Valtellina e alle altre piccole realtà sparse sul nostro territorio.

Il nome dell’evento dimostra chiaramente la forte identità del vitigno e del territorio che vogliamo ancora una volta sondare e che ci porta a dire che parliamo dei più grandi vini del nostro territorio italiano.

Banchi di Assaggio, Seminari e Laboratori

L’evento vuole essere infatti una promozione culturale del Nebbiolo e della sue terre di elezione. Il territorio italiano del vino che più di ogni altro è legato ai vari terroir che lo caratterizzano e che da sempre, è un esempio di come il territorio può e deve essere valorizzato.

Attraverso i banchi di assaggio e i seminari si potrà valutare infatti, la diversa declinazione territoriale. Grande importanza verrà data proprio ai seminari di degustazione (punto di forza dell’Agenzia Riserva Grande), che vogliono approfondire il terroir unico del Nebbiolo. La sua storia, attraverso vini in comparazione e vari approfondimenti dove verranno messe in evidenza le caratteristiche peculiari dei vari Cru delle principali zone di produzione.  L’obiettivo è quello di proseguire sulla strada delle precedenti edizioni che hanno visto la partecipazione di circa 300 aderenti tra operatori ed appassionati, nei vari seminari proposti e 1000 partecipanti all’Evento.

Tantissime le Aziende presenti con i loro produttori oltre ai banchi d’assaggio collettivi con sommelier. Sul sito di riferimento è possibile consultare la lista completa così come prenotare i seminari di approfondimento                                                                 www.nebbiolonelcuore.com ;   www.riservagrande.com

PROGRAMMA

Sabato 4 marzo 2017

  • ore 14.00 Apertura banchi di assaggio •ore 20:00 Chiusura dei banchi di assaggio

Domenica 5 marzo 2017

  • ore 11.00 Apertura banchi di assaggio
  • ore 12:00 Seminario. Gli eroi del nord. I Nebbioli dell’Alto Piemonte
  • ore 15.00 Seminario. Le zone e i terroirs del Nebbiolo: orizzontale di vari cru del nebbiolo provenienti dai vari territori
  • ore 17.30 Seminario. Verticale di Barbaresco Bricco di Neive Dante Rivetti
  • ore 19.00 Chiusura dei banchi di assaggio

Serena Bilanceri ci invita nella sua “Introspettiva”

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Serena Bilanceri ci invita nella sua “Introspettiva”

Serena Bilanceri è un’artista, una modella, un’attrice, una scrittrice, e da ora anche una poetessa. Il suo primo libro di poesie è Introspettiva.

Serena Bilanceri è un’artista, una modella, un’attrice, una scrittrice, e da ora anche una poetessa. Il suo primo libro di poesie è Introspettiva, un viaggio dentro sé stessi, nell’interiorità di una donna che ama e che cerca di accettare anche le fragilità del suo carattere. Accettazione che rende più consapevoli e che ci porta a stare bene con il nostro corpo, con la nostra interiorità. Ogni persona può così trasformare la propria fragilità in una forza, spiega l’autrice.

I versi della Bilanceri mostrano dei frammenti di vita che ognuno di noi, nel bene e nel male, si trova a vivere: la fine di un amore, la forza per cambiare, la disillusione. Sono tante esperienze, in cui ogni lettore può ritrovarsi.

La poetessa e l’artista

Introspettiva è disponibile su Amazon, in versione ebook e cartacea, su Google Play e iTunes: poco più di 60 pagine per 43 componimenti, poesie che hanno ispirato una serie di quadri dal titolo Cuore Inverso.

Arte e poesia si intrecciano, in questa raccolta, poiché lo scritto è interrotto spesso da alcuni acquerelli realizzati dalla stessa autrice. I componimenti di questa giovane poetessa rappresentano un viaggio nelle fragilità dell’anima, un'”introspettiva” appunto, all’interno delle sue illusioni e disillusioni, con lo scopo di cercare e trovare la propria luce, l’accettazione di sé e il superamento di tante problematiche.

Sono convinta che fermarsi e riflettere su noi stessi sia veramente importante per la crescita personale. Io l’ho fatto e ne è nata una raccolta di versi nei quali, sono convinta, che molte persone si ritroveranno“, racconta la Bilanceri.

Come racconta il componimento La poltrona, di cui riportiamo un breve passo, è necessario fare un salto di qualità, uscire dalla propria zona di comfort, per scoprire davvero chi siamo e cosa vogliamo diventare.

Era comoda la mia poltrona, fin troppo, / per riuscire a leggere bene dentro di me. / Allora guardavo avanti e rimanevo seduta / su quella comoda poltrona / imbottita di conformismo e abitudini, / che mi faceva sentire sempre giusta / in ogni mia decisione.

Bisogna avere il coraggio di guardare dentro sé stessi, anche se si tratta di un’esperienza dura e dolorosa. Solo così, infatti, è possibile fare ciò che la vita ci chiede: andare avanti, mostrarci per ciò che siamo davvero, sperimentare e non avere paura.

Valeria Martalò

Verdi demoniaco, drammatico e dalle grandi passioni: I masnadieri

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Il fiume in piena di #CantaCheTePassa continua senza sosta sempre in compagnia dell’amato Giuseppe Verdi e de I masnadieri

Nel catalogo di Giuseppe Verdi, I masnadieri è un’opera particolare. Il libretto di Andrea Maffei è tratto da Die Räuber di Friedrich Schiller. L’opera è andata in scena per la prima volta all’Her Majesty’s Theatre di Londra il 22 luglio 1847 con la direzione d’orchestra del compositore stesso.

La trama

Carlo, figlio del signore di Moor, è fuggito dalla casa paterna. Intende farci ritorno ma legge una lettera del padre, il quale gli dice che lo ha bandito ed intende farlo imprigionare. In quel momento egli decide di mettersi a capo di una banda di masnadieri. In realtà la lettera è stata scritta dall’invidioso e cattivissimo fratello Francesco, che intende entrare in possesso dei territori del padre Massimiliano. Incarica il servo Arminio di travestirsi e di portare al vecchio padre la falsa notizia della morte di Carlo. A quest’incontro partecipa anche Amalia, orfana adottata da Massimiliano e innamorata di Carlo. A seguito della notizia, Massimiliano non regge al dolore e sviene.

Durante i festeggiamenti in onore di Francesco, Amalia viene a sapere dal pentito Arminio che Carlo è ancora vivo. La sua gioia è turbata dall’intervento di Francesco e del suo tentativo d’importunarla. Essa scappa dal castello e si ritrova tra le braccia dell’amato Carlo. Egli sta conducendo una vita che non ama, basata su qualsiasi tipo di violenza. Intanto i masnadieri hanno preso possesso di una torre. Carlo, vegliando, sente una voce arrivare da dentro. È Arminio che porta da mangiare a un prigioniero. Costui non è altri che il vecchio padre Massimiliano.

Egli racconta a Carlo, non riconoscendolo, che è stato imprigionato dal malefico e deforme figlio Francesco. Carlo medita vendetta e decide di assaltare, insieme ai suoi masnadieri, il castello. Francesco intanto è corroso dai sensi di colpa; egli infatti ha sognato un novello Caino maledetto da Dio. Dopo aver saputo della sommossa contro il castello, prima di morire, lancia comunque un’ultima bestemmia contro Dio.

Il castello viene assaltato, Amalia viene fatta prigioniera e portata dinanzi a Carlo. Egli non può più nascondersi. Rivela a Massimiliano di essere suo figlio e ad Amalia di essere il capo dei masnadieri. Decide di consegnarsi alla giustizia ma, per non rovinare la reputazione della sua amata, la uccide.

Lo stile

Quest’opera non è ancora oggi molto eseguita. In effetti, soffre purtroppo molto a causa di uno dei libretti più brutti della storia dell’opera. Il testo di Andrea Maffei è veramente ridicolo (basti solo pensare che Francesco, nel II atto, chiama Amalia “vil femminetta“). La musica di Giuseppe Verdi riesce a tratteggiare perfettamente i personaggi, basti pensare alla forza drammatica dell’aria di Francesco del IV atto Pareami che sorto da un lauto convito, dove lui racconta ad Arminio d’aver sognato di essere il novello Caino (che possiamo ascoltare qui sopra nel video postato) e all’assolo di violoncello del preludio iniziale dell’opera, che immerge lo spettatore nella solitudine di Carlo e Massimiliano.

L’opera è molto difficile; uno dei punti più ostici è la cabaletta di Amalia Carlo vive (resa immortale da Joan Sutherland), la cabaletta dei trilli, scritta per la celebre soprano Jenny Lind, detta l’usignolo svedese, nel quale vi è tutto lo slancio amoroso di Amalia e la gioia per il ritrovamento dell’amato Carlo.

Un’incisione dell’opera che non deve mancare sugli scaffali di ogni appassionato (e che proprio oggi stavo riascoltando per quest’articolo e sono rimasto a bocca aperta per la perfezione) è quella diretta da Richard Bonynge nel 1983 con l’Orchestra e il Coro della Welsh National Opera con il grande Franco Bonisolli come Carlo, la grandissima Joan Sutherland (tra l’altro moglie di Bonynge) come Amalia (unico consiglio; abbiate il libretto con voi perché il difetto di quest’immensa cantante è la non eccelsa dizione, ma purtroppo anche il Rolla, compagno di Carlo, di John Harris è spaventoso su questo), lo stupefacente Matteo Manuguerra come Francesco ed il meraviglioso Samuel Ramey come Massimiliano (è l’unico di questi quattro cantanti ancora oggi in vita).

CI vediamo la prossima settimana con Jérusalem.

Verdi francese, ricco di emozioni e di raffinatezze: Jérusalem

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto © 2017 Internationale Giuseppe Verdi Stiftung)

Casablanca, una storia d’amore oltre le distanze

“Louis, credo che questo sia l’inizio di una bella amicizia”

Titolo: Casablanca
Regista: Michael Curtiz
Sceneggiatura: Julius J. Epstein, Philip G. Epstein, Howard Koch
Cast Principale: Humphrey Bogart, Ingrid Bergman
Nazione: Stati Uniti
Anno: 1942

Una frase famosissima, questa, che chiude uno dei film americani più belli: Casablanca, una storia d’amore che va oltre le distanze e le difficoltà di un mondo dilaniato dalla guerra.

Considerata uno delle pellicole americane per eccellenza, al pari forse di Via col Vento, Casablanca uscì al cinema nel lontano 1942, con la regia di Michael Curtiz, aggiudicandosi ben 3 Oscar tra le 8 nomination ricevute, tra cui Miglior Film. Tutto il mondo, al momento della sua uscita, era focalizzato sulla Germania e sull’Europa e, soprattutto, sulla reazione che tutti avrebbero avuto dopo aver visto Casablanca. Ma, con grande stupore di molti, il film divenne un manifesto “contro il nemico”, una sorta di propaganda bellica al quale ispirarsi per vincere contro le insidie della guerra in atto.

Ma l’elemento per cui tutti amiamo Casablanca è, sicuramente, la grande storia d’amore tra i due protagonisti, interpretati dall’affascinante Humphrey Bogart e dalla bellissima Ingrid Bergman, che restano indelebili come una delle coppie più romantiche di sempre.

La loro storia è ambientata agli inizi del secondo conflitto mondiale a Casablanca, in Marocco, nazione controllata all’epoca dalla Francia filo-nazista. In questa realtà, l’americano Rick Blane gestisce un locale molto famoso, un uomo diventato cinico e neutrale, dopo tutto il dolore delle esperienze vissute nella sua vita.

Il contrabbandiere Ugarte, prima di essere arrestato, si reca da Rick per affidargli degli importanti visti per lasciare il paese, che li nasconde nel pianoforte. Dopo poco, il maggiore nazista Strasser informa Rick, con l’aiuto del capo della polizia francese Renault, della presenza a Casablanca di Victor Laszlo, cospiratore contro il 3° Reich, e della volontà da parte del suo governo di arrestarlo.

Proprio quella sera Laszlo si presenta nel locale, accompagnato dall’affascinante Ilsa, una donna che Rick ha amato con tutto il suo cuore nella lontana Parigi, spezzandogli poi il cuore e rendendolo l’uomo cinico che tutti credono che sia. A Laszlo occorrono i lasciapassare per lasciare il Marocco e andare in America, dove potrà continuare la sua lotta contro il Nazismo.

Rick si troverà ad affrontare una difficile situazione, che metterà il suo cuore e i suoi sentimenti alla prova. L’amore per Ilsa non è mai svanito del tutto e rivederla gli provoca delle sensazioni contrastanti, che gli fanno pensare di scappare con lei a discapito di tutto e tutti. Sottoposto a questa prova d’amore difficile, Rick sceglie di fare la scelta più giusta e di aiutare Ilsa e il marito a fuggire, nonostante lei sia contraria e ancora innamorata di lui.

“Avremo sempre Parigi”. E’ così che Rick saluta la sua amata Ilsa, con una delle frasi più malinconiche e romantiche di sempre, che farà piangere anche il più cinico dei cinici. Tutti ci siamo chiesti perché Rick abbia fatto questa scelta, perché lasciar andare l’amore della tua vita? Una domanda amletica alla quale possiamo rispondere solo pensando al grande sacrificio che egli sceglie di fare, per salvare la sua amata e regalarle una vita migliore.

3 motivi per vedere il film:

– La coppia Bogart/Bergman, affiatati e romantici come pochi nella storia del cinema.

– Conoscere lo scenario filmico di quegli anni, in cui Hollywood era davvero il tempio del cinema mondiale e delle grandi pellicole da Oscar.

– Per la fantastica canzone che tutti ricorderemo: “As time goes by”

Quando vedere il film:

– Il momento giusto è quando ci si sente in vena di passare del tempo commuovendosi e scoprendo una delle storie d’amore più belle di sempre.

Ilaria Scognamiglio

Oscar nella storia: i migliori film vincitori secondo la redazione

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