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Il Molise del vino si chiama Tintilia

Il Molise del vino si chiama Tintilia

All’interno della Manifestazione Il Molise a Roma la degustazione che ha messo a confronto diverse espressioni di Tintilia per farla conoscere meglio

Quasi ignorato per lungo tempo, il Molise da qualche decennio rivendica il suo valore. Originariamente era stato associato all’Abruzzo come una sorta di appendice, fino alla divisione sancita nel 1963. Da allora lentamente la coscienza identitaria si è messa in moto, portando i Molisani all’orgogliosa  valorizzazione delle proprie risorse.

Di pari passo è cresciuto il numero degli affezionati a questa regione, che ora organizzano le loro visite affiancando ai bellissimi borghi e alle fortezze medievali, veri e propri tour enogastronomici a caccia di eccellenze. Per un giorno la manifestazione Il Molise a Roma ha riunito il meglio di queste produzioni, vini compresi.

E’ stata l’occasione per approfondire la conoscenza con la Tintilia, unico autoctono regionale, cosa che non capita tutti i giorni. Le prime tracce di viticultura in Molise si riferiscono ai tempi dei Romani e dei Sanniti. Anche Plinio ne parla nei suoi scritti, descrivendo i suoi vini già come  piacevoli. La tradizione enoica si perde poi tra le vicissitudini della storia, travolta dalle guerre e dalle orde barbariche che attraversarono la penisola Italica fino al medioevo.

E’ il fenomeno del feudalesimo a risvegliare la viticultura grazie ai vigneti cittadini. Una sorta di orti urbani, coltivati al riparo delle mura e protetti dalle aggressione esterne. Tipo quello che oggi si trova nell’Istituto Agrario di Campobasso, in cui la Tintilia viene studiata per svilupparne le potenzialità.

L’unico vitigno autoctono del Molise dalle origini incerte solo fino a qualche tempo fa

Sul finire del 1700, l’allora Re di Napoli Gioacchino Murat, commissionò a Raffaele Pepe uno studio per valorizzare il vitigno. I risultati evidenziarono problemi  nelle tecniche di vinificazione e nella sanità delle uve, che ne frenavano la produzione.

Gli stessi individuati fino agli ultimi anni del 1800 anche dalla locale Cooperativa di Ferrazzano. Una antesignana delle moderne Doc che imponendo disciplinari di produzione, si occupò di fare cultura della vinificazione con ottimi risultati.

Per lungo tempo si è creduto che la Tintilia fosse stata importata in epoca Borbonica dalla Spagna. Ipotesi sostenuta anche dalla tradizione orale. La leggenda parla infatti del Conte Carafa e del suo matrimonio con la figlia di un gendarme borbonico spagnolo. La dote erano proprio le barbatelle del vitigno.

Poco tempo dopo secondo il racconto, la sposa morì giovanissima trascinando il Conte in un dolore inconsolabile. Da qui la decisione di farsi portare dalla Spagna le barbatelle di questo vitigno, per impiantare nel suo podere di Ferrazzano le prime vigne di Tintilia in ricordo della giovane moglie scomparsa.

Bella storia ma che la scienza ufficiale ha relegato al ruolo di leggenda, affermando la Tintilia come autentico autoctono Molisano. Indissolubilmente legato alla regione, questo vitigno riesce a interpretare le sfumature dei singoli territori produttivi.

Il nome deriva da Tinto cioè rosso in lingua iberica, oppure da Tenta dal dialetto molisano. Termine che significa Tinge, vista la sua capacità di macchiare in maniera quasi indelebile. Vitigno rustico, resistente alle intemperanze del clima in una regione dal carattere prevalentemente montuoso – collinare.

Un vitigno votato all’eleganza che si dimostra adatto anche per l’invecchiamento

Ha caratteristiche di grande acidità quindi idoneo per l’invecchiamento almeno sui 10 anni, possibilità verso cui i produttori sono orientati. I sistemi di allevamento sono diversi, la Spalliera e quello prevalente ma sono presenti anche vigne ad alberello.

Acini piccoli e resa bassissima tanto che i contadini, per lungo tempo orientati verso la quantità, lo consideravano poco interessante. Lo utilizzavano solo come uva da taglio direttamente in vigna, piantandone solo alcuni filari tra quelli di altri vitigni.

La Tintilia è prodotta prevalentemente in acciaio, perché il legno viste le caratteristiche del vitigno rischia di prevaricarne le qualità. Tuttavia nei pochi casi in cui viene utilizzato aggiunge al vino note interessanti, segno che su questa strada anche se con cautela si può lavorare.

Vini quindi, che puntano all’eleganza più che alla potenza e le quattrodici espressioni presenti nella degustazione del mattino lo hanno confermato. Tutti dal colore impenetrabile, dai marcatori che con le opportune sfumature territoriali presentano piccoli frutti rossi di bosco e più raramente note floreali.

Spezie ed erbe su un’ampia gamma ma con il pepe in prevalenza, la liquerizia anche come radice e i chiodi di garofano. Nei bouquet più evoluti anche cacao e note di tostatura. Tra 13 e 14 gradi il tenore alcolico, con tannino presente ma raramente invasivo e in  bocca tutti di grande acidità e buona persistenza.

Tra tutte le bottiglie presenti da segnalare le Tintilia Dop di Cianfagna con la Sator 2012, Macchiarossa 2012 di Claudio Cipressi, Rutilia 2014 di Pasquale Salvatore, Catabbo 2013 e Opalia 2014 di Valerio Campi.

Tutti i vini presenti però, hanno mostrato come elemento distintivo una filosofia produttiva volta al  rifiuto dell’omologazione e al rispetto del territorio. Caratteristica che nel panorama generale della viticultura italiana è oggi sicuramente il fattore più interessante che ogni appassionato ricerca.

Bruno Fulco

Breve Storia delle Donne “dalla testa piccola” nei disegni di Jacky Fleming

Storia delle Donne “con la testa piccola” di Jacky Fleming

Nel libro “Breve Storia delle Donne” (titolo originale The Trouble With Women), la disegnatrice Jacky Fleming racconta con ironia perché l’universo femminile sia stato escluso dalla storia del mondo.

Una storia fatta di uomini geniali e delle loro mogli, sorelle, amanti, amiche, consigliere. O peggio ancora, muse.

Non è una storia per donne, per dirla con i fratelli Coen. E ciò viene confermato da una semplicissima teoria, supportata da scienziati famosi del calibro di Darwin: il loro cervello non in grado di studiare, apprendere, capire.

Le donne del passato disegnate da Jacky, di conseguenza, indossano bustini strettissimi, gonne molto ingombranti, ma soprattutto hanno piccolissime teste sopra le spalle. Sono chiuse dentro una bolla gigante, la sfera domestica.

L’idea del libro

Un giorno Jacky vede un documentario sul panorama artistico newyorkese degli anni Cinquanta. Tra tanti uomini geniali non viene menzionata nemmeno una donna. La sensazione di fastidio spinge l’autrice a digitare su Google una domanda un po’ insolita:

Le donne possono essere geniali?

Le risposte sono sconfortanti. Primeggia la teoria di Darwin sull’inferiorità femminile, provata mettendo a confronto una lista di grandi uomini e una di grandi donne. Ovviamente nell’Ottocento è stato molto facile trarre delle conclusioni affrettate.

Jacky, due secoli dopo, fa la stessa lista compilando ben undici bloc-notes. L’impresa sta diventando assurda. In quel momento arriva l’epifania.

Perché conosco solo una manciata di donne geniali quando sono così tante?

Nasce così l’idea di realizzare la Breve Storia delle Donne con l’intento di mostrare come le informazioni sulle donne siano state sempre accantonate, per poi finire nel dimenticatoio della Storia.

Il messaggio del libro

Il bello di questo libro è che possono leggerlo tutti. Le verità che svela sono semplici e immediate per uomini, donne, ma soprattutto per gli studenti perché “non è una lezione, non fornisce domande, ma rende le persone curiose. E la curiosità ti spinge a voler sapere di più.” 

E sicuramente, la ricerca su Google ha avuto questo effetto su Jacky.

Le ragazze potrebbero trarne ispirazione e i ragazzi avrebbero un nuovo rispetto per le donne, perché questo testo scuote le fondamenta che fanno sembrare la disuguaglianza normale agli occhi di tutti. Ma facendo ridere“.

Non a caso il libro inizia con la frase Nullius in verba, che significa “Non fidarti della parola di nessuno“:

“Il libro racconta come la storia che ci viene insegnata sia stata scelta deliberatamente per rinforzare il potere di un particolare gruppo di uomini. Dobbiamo stare molto attenti e cercare bene prima di accettare qualcosa come vero.”

“Questo è fondamentale ora con tutte le “false notizie” che circolano sul web e Donald Trump che afferma che qualunque cosa non gli piaccia sia “falso”, mentre è pronto a influenzare le persone con la sua stessa propaganda.” 

Ovviamente la Breve Storia non poteva dare spazio a tutte le donne. Ma alcuni profili storici mancano consapevolmente, non per ignoranza. E questo è già un grande passo in avanti. Tutto quello che si legge nel libro sul mondo femminile è vero, tranne una pagina. L’autrice chiede ai lettori di scoprire quale!

jacky fleming - breve storia delle donne

Questioni di Gender Gap 

Quando chiedo a Jacky se il suo libro può essere definito femminista mi risponde con la sua solita sagacia: Il papa è cattolico?

Il suo libro, dice, è femminista secondo la sua concezione del termine, così spesso screditato. A detta dell’autrice il bello del femminismo è che pone luce su aspetti prima invisibili: “E’ un privilegio guardare il mondo attraverso altri occhi. […] le donne non sono le uniche escluse dalla storia o le uniche a essere state definite dagli altri“.

A scuola abbiamo sentito parlare al massimo di qualche donna eccezionale, come Saffo, Jane Austen e Virginia Woolf. Ma dove sono finite tutte le altre? Jacky sottolinea che ci sono molti siti sulle donne, ma purtroppo vengono nominate sempre le stesse.

Dopo i moti femministi e l’arrivo dei Gender Studies è nata una curiosità nuova nei confronti delle donne antiche, molto spesso limitata ad ambienti di nicchia come l’Accademia e poco stimolata nelle scuole o dai media. Il gender gap non è superato. Le donne oggi lavorano e studiano ma comunque sono spesso vittime di pregiudizi e limitazioni nel mondo del lavoro, una sfera dove ancora sono viste come “di troppo”.

Una donna ci ha dato il wi-fi dopotutto, ma noi la ricordiamo solo come attraente stella cinematografica” (ndr Hedy Lamarr)

Siamo ancora donne “con la testa piccola”? Jacky stessa ammette di essere stata trattata più volte come tale, perché è una cosa considerata “normale”.

“Se le società sono organizzate per assicurarsi che le donne non possano raggiungere grossi traguardi, e se lo fanno questi non sono riconosciuti, sembra normale credere che siano esseri inferiori. Quindi sembra anche ragionevole che a decidere siano gli uomini e che le donne siano pagate meno. Non ci accorgiamo che le donne sono trattate come se avessero la testa piccola perché è una cosa naturale, radicata nella nostra cultura. Il pezzo sull’Arte a New York passa per un lavoro di ottimo giornalismo, realizzato da un professionista del settore. Nessuno avrebbe fatto molto caso all’assenza di donne.”

Certo è che più scopriamo le potenzialità femminili e quello che hanno potuto realizzare nel corso dei secoli, più è difficile tenere le donne chiuse in casa.

Lo stesso Darwin, quando sosteneva che il genere femminile fosse inferiore, sicuramente era consapevole che le sue parole avrebbero influenzato una società dove iniziavano le prime lotte per il diritto di educazione e di voto.

Con le sue teorie lo scienziato assecondava un celebre luogo comune, noto sin dall’antichità, secondo cui le donne dovevano essere escluse dalla vita pubblica e utilizzate nella sfera domestica come incubatrici di bambini, eterne bambine ignoranti, una proprietà che doveva essere venduta dal padre al marito per poi essere celebrata da lapidi tutte tristemente uguali: brava moglie, brava figlia.

Questo perché da sempre la donna viene vista come inaffidabile e volubile. Una creatura da controllare. Così forte da fare paura. E dunque davvero troppo pericolosa?

breve storia delle donne jacky fleming

Il segreto alla fine del libro

Jacky ha accettato molte traduzioni differenti del titolo del suo libro a patto che l’ultima parola fosse mantenuta nella stessa posizione per non rovinare l’effetto comico. Comprate il libro ma, come suggerisce l’autrice, leggetelo dall’inizio alla fine, resistendo alla tentazione di scoprire subito quale sia questa misteriosa parola!

La versione in inglese dell’intervista è scaricabile qui:

Jacky_Fleming_The_Trouble_With_Women_Interview_CulturaMente_Alessia_Pizzi

Alessia Pizzi

Chiese di Roma: viaggio tra i capolavori della città

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Chiese di Roma: viaggio tra i capolavori della città

Una passeggiata tra le chiese di Roma. Un invito a perdervi tra le vie del centro storico alla scoperta dei suoi tesori, a ritirarsi tra le mura di cappelle, chiesette e basiliche che maestosamente si affacciano sul caotico via vai cittadino.

In programma oggi da vedere quattro chiese di Roma: Santa Maria della Pace, San Luigi dei Francesi, Sant’Ignazio e Santa Maria del Popolo. Sono tutte distribuite a poca distanza l’una dall’altra, passando per piazza Navona, il Pantheon, via del corso, il cuore della città eterna.

Quante volte camminiamo tra le vie di Roma sfiorando inestimabili capolavori? Quante volte ignoriamo che dietro quei massicci portoni si celi invece l’entrata al paradiso? Io personalmente, in questo tour amatoriale, sono rimasta stupita di quanto poco conosco la mia stessa città, di quante volte l’ho data per scontata e di quante volte purtroppo ho rimandato il nostro incontro.

La prima tappa è Santa Maria della Pace, in via Arco della Pace, a pochi passi da Piazza Navona, con il famoso chiostro del Bramante, piccolo gioiello d’architettura barocca. Si tratta di un luogo poco conosciuto ed ingiustamente ignorato da romani e turisti di passaggio. Pochi sanno infatti dell’esistenza al suo interno di un vero e proprio tesoro nascosto: le Sibille dipinte da Raffaello nel 1514. La dolcezza, la grazia e l’armonia del maestro urbinate così facilmente raggiungibile per chiunque volesse ammirarlo senza mettersi in fila, così scontatamente a portata di mano da lasciare attoniti e senza fiato.

chiese di roma

Attraversando piazza Navona e passando per palazzo Madama si arriva in piazza San Luigi dei Francesi dove sorge l’omonima chiesa. Questa, sicuramente più famosa della prima citata, è la chiesa nazionale dei francesi di Roma dal 1589, in perfetto stile barocco, sfarzosamente decorata di meraviglie.

san luigi dei francesi

Soprattutto è meta obbligatoria per gli amanti del Caravaggio che qui, tra il 1597-1600, realizzò per la cappella Contarelli tre capolavori assoluti: San Matteo e l’Angelo, La Vocazione di San Matteo ed Il Martirio di San Matteo.

Una piccola folla contemplativa si riunisce di fronte le tele del rivoluzionario maestro che qui, tra queste mura, può essere liberamente ammirato. Vediamo San Matteo e l’angelo, la pala d’altare per cui penò il Merisi, tanto da doverne eseguire una doppia redazione, vero e proprio sforzo di tecnica ed erudizione.

chiese di roma

I quadri laterali, con la Vocazione ed il Martirio, mirabili esempi di luci ed ombre che accidentalmente cadono, e questi corpi così incisi, espressi per troppa luce o negati per troppa ombra, che lasciano senza parole. Caravaggio blocca l’azione un secondo prima del suo esplodere, tra tutti i fotogrammi possibili sceglie il più folgorante, immerge san Matteo in uno stanzone smobiliato fiocamente illuminato dalla luce divina, e lui si indica incredulo, sono io. Nel Martirio lo scaglia crudamente, povero vecchio, sull’androne di una chiesa afferrato senza pietà dal carnefice al centro di una composizione teatralmente organizzata dove la luce squarcia le tenebre per rivelare il fondo della realtà umana più drammatica.

chiese di roma

Continuando la nostra passeggiata, attraversiamo il Pantheon, dove centinaia di turisti si godono il sole, ed entrando per via del Seminario si arriva direttamente a piazza di Sant’Ignazio, dove troviamo la chiesa dedicata al fondatore dei gesuiti, per me una delle più belle di Roma.

chiese di roma

Appena entrati si viene investiti dalla maestosità regale del barocco romano. Mirabolanti decorazioni affrescano il soffitto di mano di Andrea Pozzo, un vero e proprio capolavoro di natura prospettica, a cui si aggiunge la realizzazione della falsa cupola, dove il virtuosismo tecnico dell’artista riesce a superare i limiti della percezione obbiettiva della realtà naturale. Tutta la chiesa è immersa in un religioso silenzio a cui i visitatori si prestano devotamente schiacciati dalla monumentalità architettonica e dalla bellezza dell’intero complesso.

Continuiamo a camminare per via Ripetta, giungendo finalmente all’ultima tappa di questo tour amatoriale, a Piazza del Popolo, dove si innalza la chiesa di Santa Maria del Popolo.

Ci troviamo in uno dei punti nevralgici del centro storio, tra piazzale Flaminio e via del corso, schiere di passanti che si affollano sfiorando distrattamente l’entrata di questa antica basilica sorta nel 1099. Eppure qui troviamo i lavori dei più grandi artisti italiani che l’arte ha consacrato alla fama immortale. La cappella Chigi, realizzata dal Raffaello e restaurata dal Bernini, celebre scrigno di capolavori e la cappella Cerasi, dove sono collocate le tele di Caravaggio e la pala d’altare raffigurante l’Assunzione della Vergine di Annibale Carracci.

La commissione dei laterali venne affidata a Caravaggio nel 1600 che, per il monsignor Cerasi, tesoriere del papa, realizzò questi due dipinti rappresentanti La Conversione di San Paolo ed il Martirio di San Pietro. Anche qui il Merisi superò la tradizionale iconografia religiosa consegnandoci un Paolo, inerme che vive intimamente e senza turbamento la propria conversione, ed un Pietro, che stoicamente accetta il proprio martirio venendo inchiodato alla croce, investito e scolpito dalla luce.

chiese di roma

Abbiamo la fortuna di avere la bellezza accanto a noi, in mezzo a noi. Non tutti possono vantare di entrare in una chiesa e trovarvi Raffaello, Caravaggio, il Carracci, con una schiera di angeli sognanti, cupole dorate e virtuosistiche illusioni. Tra i marmi freddi e le colonne austere si aggiravano persone provenienti da tutto il mondo, a bocca aperta, occhi al cielo, devotamente silenziosi, e tra loro, io, in solenne contemplazione.

chiese di roma

Questo articolo non pretende essere una guida turistica, un elenco ridondante e ripetitivo delle meraviglie della città eterna. Sappiamo tutti che Roma è un museo a cielo aperto, una possibilità di bellezza infinita.

Vi ho parlato di una passeggiata informale tra amiche per il centro storico tra piazza Navona e piazza del Popolo, una delle tante. Vi ho parlato da romana, e questo riconosco non è sempre un pregio, perché siamo nati con il peso di un nome e di un passato troppo grande, tanto che a volte è difficile da comprendere e che dovremmo prima di tutto imparare ad amare.

Martina Patrizi

L’arte del carnevale: Brueghel e il Martedì grasso del 1559

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L’arte del carnevale: Brueghel e il Martedì grasso del 1559

Martedì grasso. Che ormai da anni è meno grasso che in passato: il carnevale non è più così sentito e si è lentamente trasformato in una festa per bambini.

Tra supereroi e principessine, della tradizione popolare restano solo i dolci fritti e qualche rara, folkloristica sfilata di carri. Ma tra una frappa e una castagnola ci si chiede “com’era il carnevale secoli fa?

Per rispondere niente di meglio di un altro infuso d’arte.

Dopo il romanticismo di Fragonard si cambia decisamente scenario. Pieter Brueghel il Vecchio ci porta in un caotico pesino fiammingo con il suo Lotta tra Carnevale e Quaresima, oggi al Kunsthistorishes Museum di Vienna.

Puoi vederlo qui.

E’ il Martedì grasso del 1559 e la situazione è decisamente sfuggita di mano. Chi gioca a dadi, chi dorme, chi beve birra da una parte. Ma anche chi esce da una chiesa, chi fa processioni, chi lavora, fatica o chiede l’elemosina dalla parte opposta. Manca solo la polizia in tenuta anti-sommossa per completare il tutto..

Ma cosa sta succedendo realmente?

Lo scontro è tra due fazioni con a capo figure a dir poco bizzarre: messer Carnevale e madonna Quaresima che si fronteggiano come in un torneo a cavallo. Il Carnevale si sente il favorito e dall’alto dei suoi 120 chili di peso brandisce una lancia che in realtà è uno spiedo con polli, salsicce e una testa di maiale. Al posto della spada porta un coltello da macellaio e come elmo una succulenta torta di carne. Così succulenta che è già stata assaggiata e dal buco sporgono le zampe di un volatile.

Il suo destriero è una grossa botte di vino decorata davanti da una coscia di maiale e di lato da una brocca da vino. A spingere il tutto due uomini in abiti da carnevale.

Dall’altra parte la Quaresima è tutto l’opposto. Lei è una religiosa pallida e scheletrica che ha a malapena la forza di brandire la lancia. Una pala con sopra due aringhe che devono aver visto tempi migliori. L’elmo invece è un’arnia di insetti. Anche la cavalcatura, che qui ha più l’aspetto di un carro, sembra conciata male. Una sedia sbilenca e una tavola su quattro rotelline trainata da un frate e da una monaca.

Come decorazioni soltanto delle ciambelle salate e delle cialde più un cesto di cozze. Tutti cibi poco invitanti e all’epoca tipici della quaresima.

Dietro a ciascun contendente chi sono i rispettivi “eserciti”. Nessuno schieramento rigido, niente bandiere nè trombe, solo due folle dall’aspetto caotico.  Dietro al carnevale vediamo tutti gli eccessi possibili e immaginabili: giocatori di dadi,suonatori, travestimenti e un’osteria affollata di ubriachi. Tanto piena che non si riesce né ad entrare né ad uscire.

Alcuni infatti sono crollati sulle botti e c’è persino chi vomita da una finestra. Una scena che non si vede neanche nei festini più trasgressivi.

Alcuni tentano con fatica di proseguire a lavorare zigzagando tra ubriachi, mendicanti deformi e girotondi a suon di musica. Ma sono davvero gli unici, oltre ai poveracci, a non partecipare alla festa.

Lo schieramento della quaresima è diverso ma fino ad un certo punto. Al posto dell’osteria c’è una chiesa dalla quale escono degli uomini in nero e monache. Intorno a loro si affolla un buon repertorio di accattoni. Tra poveri con le vesti stracciate, mutilati e venditori ambulanti c’è l’imbarazzo della scelta.

L’unica a ricevere qualcosa è la madre in basso a destra anche se l’uomo ha più l’aria di lavarsi la coscienza che di aiutare realmente la donna. I colori delle sue vesti confermano: azzurro e rosso erano infatti associati all’inganno. Sullo sfondo una cupa processione penitenziale si contrappone al girotondo carnevalesco dall’altro lato.

Il centro della scena fa da terra di nessuno. Lo spazio è un po’ più libero e tra sudiciume vario e bambini che giocano troviamo chi non ha preso posizione. Le donne in fondo, ad esempio, sono occupate nei lavori domestici e per nulla interessate né alla processione né al girotondo. Come loro anche il gruppo di persone davanti alla casa.

Hanno appena rotto uno degli orci che stavano trasportando e non sono affatto contente. Proprio al centro del dipinto un gruppo di persone è occupatissimo a pulire del pesce e sembra non accorgersi nemmeno di quello che sta succedendo.

Un dipinto stranissimo che ci lascia pieni di dubbi. Che significa una scena del genere?

Per capire dobbiamo rispolverare il libro di storia e accorgerci che nel 1559 siamo in piena riforma luterana. I due schieramenti possono alludere alle due fedi religiose e lo si capisce da alcuni dettagli. Aguzzando la vista si nota che la statua all’interno della chiesa è coperta da un velo.

Proprio come all’epoca facevano i cattolici durante la quaresima. La stessa quaresima che Lutero aveva abolito lasciando però intatto il periodo di carnevale.

A togliere ogni dubbio è la coppia a centro del dipinto. Un lui e una lei piuttosto malmessi e tristi che seguono un giullare con una torcia accesa. Il colmo della follia. In realtà i due rappresentano l’umanità intera che in questa situazione di guerra tra fazioni religiose decide di seguire la follia piuttosto che la propria testa.

Il lume della ragione infatti pende dalla cinta della signora che ha pensato bene di spegnerlo e portarselo dietro così.

Brueghel, insomma, non prende posizione e si schiera anche lui al centro del dipinto. Lì, tra le donne che puliscono il pesce e l’orcio fracassato. Il suo sguardo non è giudicante né di denuncia.

Semmai si diverte a far vedere tutti quei piccoli vizi che l’uomo perbene tiene nascosti. Dal bere in poi. L’unico accenno moraleggiante è la coppia col giullare, il resto è ironia.

Il caos è solo apparente. Tutti i personaggi infatti sono collocati secondo un piano preciso e sono dipinti fino all’ultimo dettaglio. Basta uno zoom sul dipinto per rendersi conto che Brueghel non temeva uno sguardo ravvicinato.

Un altro infuso d’arte è già terminato e l’appuntamento è sempre tra due settimane per un’altra bollente tazza d’arte!

Buon Carnevale!

Chiara Marchesi

Oscar 2017, tutti i vincitori di questa edizione e una gaffe clamorosa!

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Oscar 2017, tutti i vincitori di questa edizione e una gaffe clamorosa!

Anche quest’anno la Notte degli Oscar si è conclusa, tra alti e bassi, statuette vinte e toccate solo per un secondo.

Poteva essere l’anno di La La Land, il film che ha sorpreso il pubblico e la critica di tutto il mondo, con ben 14 nomination. La pellicola di Damien Chazelle, infatti, torna a casa con sole 6 statuette vinte, tra cui Miglior Regia e Miglior Attrice Protagonista ad Emma Stone.

Cancellando in un soffio tutte le previsioni, invece, la situazione ieri sera al Dolby Theatre di Los Angeles si è ribaltata. A trionfare su tutti come Miglior Film, infatti, è Moonlight, la pellicola indipendente di Barry Jenkins, una vittoria annunciata a sorpresa e con molto imbarazzo.

Sul palco, inaspettatamente, si crea una scenetta che sembra studiata a tavolino e invece no: Warren Beatty e Faye Dunaway salgono sul palco per annunciare il vincitore, aprono la busta e dopo aver tentennato proclamano La La Land vincitore. E’ subito festa, il cast sale sul palco, ma qualcosa non quadra. A Beatty era stata consegnata la busta sbagliata e così, tra lo stupore dell’intera platea, viene annunciato il vero vincitore. Ed ecco che sul web è subito polemica, cosa sarà successo davvero?

Staremo a vedere, intanto scoprite tutti i vincitori di questa 89° edizione degli Academy Awards.

Miglior film

Moonlight

Miglior regia

Damien Chazelle – La La Land

Miglior attore protagonista

Casey Affleck – Manchester by the Sea

Miglior attrice protagonista

Emma Stone  – La La Land

Miglior attore non protagonista

Mahershala Ali – Moonlight

Miglior attrice non protagonista

Viola Davis – Fences

Migliore sceneggiatura originale

Manchester by the Sea – Kenneth Lonergan

Migliore sceneggiatura non originale

Moonlight – Barry Jenkins

Miglior film straniero

Il Cliente

Miglior film d’animazione

Zootropolis

Miglior fotografia

La La Land – Linus Sandgren

Miglior scenografia

La La Land

Miglior montaggio

Hacksaw Ridge

Miglior colonna sonora

La La Land – Justin Hurwitz

Miglior canzone

“City of Stars” – La La Land

Migliori effetti speciali

Il Libro della Giungla

Miglior sonoro

Hacksaw Ridge

Miglior montaggio sonoro

Arrival

Migliori costumi

Animali Fantastici e Dove Trovarli

Miglior trucco e acconciatura

Suicide Squad

Miglior documentario

O.J. Made in America

Miglior cortometraggio documentario

The White Helmets

Miglior cortometraggio

Sing

Miglior cortometraggio d’animazione

Piper

 

Ilaria Scognamiglio

L’ex Mira Lanza: un museo a cielo aperto assaltato dall’arte di Seth

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L’ex Mira Lanza: un museo a cielo aperto assaltato dall’arte di Seth

Una volta entrato all’ex Mira Lanza non sei più lo stesso.

Esci di lì e sei un’altra persona. Io ci sono stata di sabato pomeriggio per vedere l’intervento Range ta chambre di Seth, uno street artist francese che qui ha lavorato in collaborazione con la galleria 999Contemporary. Ci sono andata perché sono una cacciatrice di street art.

Mi piace vedere come l’arte abbia raggiunto dei luoghi anonimi, privi di bellezza e come li abbia migliorati insieme alle persone che li abitano. Sono quindi andata nel quartiere Marconi, ho percorso via Tirone e ho avvistato i ruderi industriali che sapevo ospitassero al loro interno le opere di Seth.

Grazie all’aiuto del fidato smartphone ho controllato sul sito della 999Contemporary come si facesse ad entrare all’ex Mira Lanza. È bastato un briciolo di spirito di avventura e delle scarpe comode e il gioco era fatto. Una rete metallica forzata e poi un buco in un muro della fabbrica abbandonata hanno fatto il resto e sono entrata.

La prima cosa che ho visto mettendo piede in questo luogo è stata una bacinella con dei panni a lavare. Buffo. La Mira Lanza produceva proprio del detersivo prima di chiudere i battenti…

Alzo lo sguardo e mi viene incontro Mischa, lui vive lì e accompagna chi come me entra per vedere le opere di Seth. Mi stringe la mano, è gentile. Dice che Tito, il custode, oggi non c’è e allora mi accompagnerà lui. Cammino fra cumoli di macerie e spazzatura. Tanta spazzatura. Il tetto è crollato.

Mischa vive lì insieme ad altre persone. Vivono fra la spazzatura e le macerie. Non ci credo. E poi vedo i lavori di Seth, è Mischa stesso a mostrarmeli. Mi dice che posso fare le foto e che molti sono venuti a visitare l’ex Mira Lanza da quando Stefano (Antonelli, il curatore del progetto ndr) ha deciso di portare l’arte in questo luogo. Mischa mi racconta anche la storia della fabbrica, la chiusura, i senzatetto che trovano rifugio nei suoi locali, l’incendio e infine l’arrivo di Seth e di Stefano Antonelli.

Seth, Lux in tenebris

Cammino, guardo le opere e penso “sono bellissime”. Abbasso lo sguardo, vedo l’immondizia ovunque e penso “ma loro come fanno a vivere qui?”

Seth, Vultus est index animi

Ero in un mondo a parte in cui coabitano gli opposti, in cui la bruttezza della povertà è stata rischiarata dalla bellezza dell’arte. La grazia è entrata con un atto di disobbedienza. Ci si è ripresi uno spazio pubblico abbandonato attraverso un atto di vandalismo. E viene da chiedersi se l’atto vandalico sia stato quello messo in atto da Seth colorando e dando nuova vita ai muri del fabbricato, o se l’atto vandalico sia stato quello attuato dalle istituzioni abbandonandolo…

Seth, Verba volant scripta manent

Continuo a parlare con Mischa mentre guardo le opere di Seth. Mi faccio raccontare la sua storia. Non riesco a contemplare le opere con distacco, non pensando in che luogo mi trovo. Devo sapere come lui sia giunto lì. Cosa fa per vivere.Tutto. Lui parla col suo accento bosniaco e io lo ascolto.

Poi lo lascio andar via, il pranzo era quasi pronto quando sono entrata “a casa sua”. Esco, ritorno al mondo passando dal buco nel muro. L’ex Mira Lanza mi partorisce cambiata. Non sono più la stessa di prima. Andate a visitarla e parlate con i custodi dell’arte.

Francesca Blasi

Goldoni si fa noir con la Locandiera di Laura Morante

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Goldoni si fa noir con la Locandiera di Laura Morante

E’ in scena fino al 5 marzo all’Ambra Jovinelli uno degli spettacoli teatrali più attesi a Roma: una commedia di crimine e seduzione.

La trama di questa commedia noir è semplice e misteriosa: Mira (Laura Morante) la proprietaria di un’antica villa che sta per trasformare in albergo, si trova coinvolta dal marito ad organizzare una cena per quattro sconosciuti, due uomini e due donne. Il marito non si presenta e la lascia da sola a gestire con paura e incertezza la situazione.

Unico “alleato” il contabile della società Brizio (Vincenzo Ferrera), che la abbandona senza motivo a metà della cena. La tensione sale, Mira cerca di tenere la conversazione ma i personaggi sono sempre più volgari e sguaiati. A metà della serata suona alla porta uno sconosciuto che le chiede una stanza per riposare: il sig. Riva (Danilo Nigrelli). Mira vede in lui un appoggio, per sostenerla in questa spiacevole situazione. Gli chiede aiuto:

“Sono in una situazione bruttissima, ho di là delle persone che non conosco e non so nemmeno perché sono venute, ragazzine giovani giovani e due signori, uno viscido come un’anguilla e quell’altro volgare e aggressivo, lavora con i russi, se lei mi aiuta io le do una stanza”

Lo sconosciuto accetta, diventano complici, lei lo seduce, lo abbraccia sensualmente e la trama si fa sempre più ambigua e misteriosa: Mira è veramente così ingenua come sembra?

Laura Morante, vestita di verde, elegante, con la scollatura che evidenzia il suo collo lungo da cigno e i capelli raccolti a chignon, durante tutta la rappresentazione non ha un’incertezza, nessun errore. E’ una professionista ineccepibile, comoda nei panni della locandiera, ci fa dimenticare che stia recitando.

Il primo tempo lo definirei ”preparatorio” crea le basi per il secondo, dove gli intrighi e lo humor nero si sviluppano velocemente, in un lampo.

La scenografia (di Gianni Carluccio) è semplice: una tavola apparecchiata, una tovaglia bianca, lampadari importanti, in un angolo la cucina a vista, dove Mira, la padrona di casa, si destreggia e prende fiato da quegli ospiti inopportuni e indesiderati. Lo specchio dietro al tavolo opaco e lucido crea un gioco di luci ed ombre azzeccatissimo.

La scena cambia nel secondo tempo: ci troviamo al piano superiore, con le porte delle stanze, lucide a specchio, che creano nell’apertura  e nella chiusura movimenti scenici in sintonia con il mistero.

La rivelazione finale di Mira, sorprende nel bellissimo il monologo. Come una mantide, lascia il pubblico sorpreso per la surreale leggerezza della Locandiera.

Scritto da Edoardo Erba, tratto da uno studio su Carlo Goldoni (La Locandiera), per la regia di Roberto Andò nella quale si riconoscono sfumature felliniane e quella nota amara che caratterizza la frattura dell’Italia di oggi.

Andò va sempre oltre a quello che si vede, il significato si coglie nelle frasi non dette e nelle sfumature, in un contesto in cui tutto sembra essere tornato al suo posto. Fino al 5 marzo all’Ambra Jovinelli una commedia di crimine e seduzione.

Sara Cacciarini

Museum Beauty Contest: vota il ritratto più bello della GNAM

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Museum Beauty Contest. La mostra dei ritratti

Miss e Mister Galleria Nazionale 2017 saranno decisi dal pubblico con il voto online. Fino al 27 marzo si potrà votare tra i 36 finalisti.

Durante il banchetto di nozze di Teti e Peleo (i genitori di Achille) si presentò la Discordia (Eris). Offesa per non essere stata invitata, la dea gettò una mela d’oro tra gli invitati al banchetto. Tre dee la vollero fortemente per l’iscrizione che recava: “alla più bella”.

Al mortale Paride fu chiesto da Zeus chi scegliere tra Era, Atena e Afrodite. Nulla valsero le proposte di saggezza e di ricchezza delle altre due dee. Fu scelta la dea della bellezza, perché promise al ragazzo l’amore della donna più bella del mondo. La fanciulla era Elena, moglie di Meneleo. E a causa di questo amore proibito scoppiò la guerra di Troia.

Il concorso di bellezza della Galleria Nazionale di Arte Moderna di Romadiretto dall’artista spagnolo Paco Cao, progetto all’interno di Time is Out of Joint, prende spunto proprio da questo mito, famosissimo nella Storia dell’Arte.

Sono 70 ritratti/ partecipanti al concorso esposti nel Salone Centrale e nelle sale di Time is Out of Joint.

Miss e Mister Galleria Nazionale 2017 saranno decisi dal pubblico con il voto online sul sito lagallerianazionale.com o con l’apposita scheda di voto nelle urne in Galleria. Fino al 27 marzo 2017 si potrà votare tra i 36 finalisti.

 

Il concorso di bellezza terminerà con le celebrazioni del Gran Finale il 27 marzo 2017, in cui si terrà la cerimonia di proclamazione dei vincitori per ciascuna categoria, Miss e Mister Galleria Nazionale d’Arte Moderna e Contemporanea di Roma, e saranno assegnate le varie onorificenze.

La mostra resterà aperta fino al 1 maggio 2017. I due vincitori saranno gli ambasciatori della Galleria Nazionale per tutto il 2017. Il progetto realizzato da Paco Cao instaura con il pubblico una relazione forte, su più livelli, attraverso diversi canali di comunicazione.

Per l’artista, infatti, “la presenza mediatica e tutti i processi di intensa mediazione pubblica sono necessari”.

“I miei progetti” spiega, “sfidano i confini tra alta e bassa cultura. La mia pratica artistica cerca di dare una prospettiva inaspettata che riflette la società contemporanea e stabilisce una forte interazione tra arte, contesto e pubblico. Questo progetto intende fondere le procedure dell’arte contemporanea con i meccanismi della cultura pop.”

Il Teatro dell’Orologio si sposta all’India per 7 giorni: date e spettacoli

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Il Teatro dell’Orologio si sposta all’India per 7 giorni: date e spettacoli

Dal 28 febbraio al 7 marzo il Teatro dell’Orologio si ripara negli spazi del Teatro India grazie alla collaborazione di Teatro di Roma, promotore dell’iniziativa.

S’è fatto tardi molto presto. Una settimana in sostegno del Teatro dell’Orologio

Sette spettacoli per sette giorni, un gesto simbolico, culturale e politico che dà frutto a una settimana che tampona l’urgenza e contemporaneamente rende reale una buona pratica di filiera tra una grande istituzione del teatro e gli spazi off.

Il Teatro dell’Orologio è stato sequestrato dalla questura di Roma il 16 febbraio, a notte inoltrata.

Con quell’atto è stata brutalmente interrotta la programmazione di tre spettacoli: Combustibili, di Teatro di Sacco, Madama Bovary, di Teatro della Caduta – entrambi gli spettacoli sono stati, nell’urgenza del momento, ospitati dal Teatro di Roma negli spazi del Teatro India – e Liberi Tutti di Elda Alvigini e Natascia Di Vito.

Con quell’atto, otto persone si sono improvvisamente ritrovate senza lavoro, venticinque compagnie provenienti da tutta Italia senza uno spazio dove fare spettacolo, venticinque docenti si sono visti sospendere le proprie attività, oltre cinquanta giovani si sono ritrovati senza la certezza che le loro attività di formazione venissero salvaguardate.

E potremmo continuare, elencando tutto l’indotto e le persone coinvolte, in maniera collaterale nelle nostre attività.

Il Teatro di Roma viene incontro a questo problema, mettendo a disposizione gli spazi del Teatro India per una settimana di sostegno al Teatro dell’Orologio.

Trovare, in un momento come questo, la preziosa collaborazione del Teatro di Roma e del Comune di Roma, è fondamentale: riesce a tamponare l’emergenza e ci permette di dare voce e luce agli artisti in programmazione a fine febbraio nei nostri spazi; un gesto simbolico, culturale e politico che afferma con forza che in questa città qualcosa si sta muovendo e che si profila sempre più concretamente la possibilità di fare sistema.

Ma questo non basta, non risolve il problema nella sua complessità. Perché dopo questa splendida settimana di entusiasmo nelle sale di India, ci saranno altre compagnie che avranno bisogno di uno spazio dove raccontarsi e noi non saremo più nella condizione di poterli aiutare, non saremo più nella condizione di poter costruire insieme a loro le progettualità che hanno reso il Teatro dell’Orologio uno dei  teatri off più dinamici a livello nazionale.

In questo momento la vostra presenza può segnare la differenza: sette giorni, sette spettacoli per far vibrare, a colpi di gong, una scadenza imprescindibile: è arrivato il tempo delle risposte, è arrivato il tempo di scegliere il modello culturale per la città in cui vogliamo vivere.

Dal 28 febbraio al 7 marzo vieni a far risuonare insieme a noi questo gong, affinché questa non sia soltanto la battaglia del Teatro dell’Orologio, ma sia l’occasione per affermare, in maniera netta e determinante, la nostra esistenza come artisti, professionisti ma soprattutto lavoratori.

Il Teatro dell’Orologio deve, necessariamente, essere riaperto.

 

PROGRAMMA

28/02 ore 19.00 Sala A OPHELìA da William Shakespeare

di Giacomo Sette

regia Gianluca Merolli

con Giulia Fiume, Federico Le Pera, Gaia Benassi
con la partecipazione straordinaria di Giuliano Peparini

Tra musica, canti, pantomima e flusso di coscienza, Ofelia indaga se stessa e il suo principe, avvolgendoci in una lacerante e ironica intimità, in costante dialogo con il testo shakespeariano. Al fianco di Ofelia, come a rappresentarne l’audace contraltare, il giovane Fortebraccio, Re di Norvegia, narratore dall’occhio “lucido” e saldo, come una bussola nella tempesta emotiva di Ofelia.

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01/03 ore 19.00 Sala A Agiteatro_FUTURA UMANITÀ

di Juan Mayorga

traduzione di Simone Trecca e Amy Bernardi

con Marco Bellomo, Alessandro Filosa, Claudia Guidi, Valerio Leoni

regia Marco Bellomo, Alessandro Filosa, Valerio Leoni

 Futura Umanità ha come sfondo una grande azienda in cui un dirigente, Vladimir, ed un autista, Lev, reclutano personale per un progetto parallelo, un progetto, appunto, rivoluzionario: approfittando della menzogna che pervade tutto il sistema-mondo, creano una rete di persone che si proteggono a vicenda e che possono smettere di occuparsi del proprio lavoro, dei propri obblighi, per curare sé stesse, per dedicarsi alla propria Passione.

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02/03 ore 19.00 Sala A Alchemico Tre_LE BUONE MANIERE. I FATTI DELLA UNO BIANCA

di Michele Di Vito

con Michele Di Giacomo

regia Michele Di Giacomo

A distanza di 30 anni dal primo colpo della Banda della Uno bianca al casello autostradale di Pesaro, risalente al 19 giugno 1987, il romagnolo Michele di Giacomo, ne ripercorre le tappe attraverso solo uno dei suoi protagonisti: Fabio Savi. Uno degli assassini più feroci della storia italiana, che per anni, con i fratelli Alberto e Roberto, entrambi poliziotti, mise a segno decine di rapine, uccise 24 persone e ne ferì un centinaio, incarnando fino all’arresto un incubo per chiunque vivesse in Emilia-Romagna.

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03/03 ore 19.00 Sala A MaMiMò_SCUSATE SE NON SIAMO MORTI IN MARE

di Emanuele Aldrovandi

regia Pablo Solari
con Luz Beatriz Lattanzi, Marcello Mocchi, Matthieu Pastore e Daniele Pitari

“Scusate se non siamo morti in mare”

Un cartello esposto da alcuni immigrati durante una manifestazione a Lampedusa.

In un futuro non troppo lontano la crisi economica – che invece di finire si è aggravata – ha trasformato l’Europa in un continente di emigranti. I cittadini europei, alla ricerca di un lavoro e di un futuro migliore, cercano di raggiungere i paesi più “ricchi”, ma devono farlo clandestinamente perché questi paesi, nel frattempo, hanno chiuso le frontiere.

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04/03 ore 19.00 Sala A MaDiMi_FAUST MARLOWE BURLESQUE

di Aldo Trionfo e Lorenzo Salveti

regia Massimo Di Michele

con Massimo Di Michele e Federica Rosellini

Gli autori elaborano un gioco straordinario nel quale i personaggi – Faust e Mefistofele – finiscono per rappresentare le due facce della stessa medaglia. La dannazione di Faust, spintosi troppo in là nella ricerca dell’immortalità, è anche la solitudine di Mefistofele. Il gioco – fatto di scherzi divertiti, inversioni di genere, ammiccamenti di seduzione reciproca, oscillante fra il disperante e il travolgente – invischia entrambi i personaggi in una progressiva crisi di identità.

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05/03 ore 21.00 Sala A CK Teatro_HITCHCOCK. A LOVE STORY

di Fabio Morgan

con Anna Favella e Massimo Odierna

regia Leonardo Ferrari Carissimi

Hitchcock A love story. Una commedia sentimentale a tinte noir.

Due ragazzi col sogno di diventare attori, si incontrano durante un provino per uno spettacolo teatrale dedicato alla filmografia di Alfred Hitchcock. La loro storia, una storia d’amore ricca di colpi di scena e di e situazioni tragicomiche, si muove attraverso le fitte trame di Caccia al ladro, Intrigo internazionale, Vertigo, Il delitto perfetto, Psycho, La finestra sul cortile e Gli Uccelli.

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07/03 ore 21.00 Sala B LeviedelFool_REQUIEM FOR PINOCCHIO

La scoperta dell’Esistenza

di e con Simone Perinelli
con un estratto di “Emporium” di Marco Onofrio
regia Simone Perinelli
C’era una volta un pezzo di legno. E dico “c’era” perché ora non c’è più.
…E così Pinocchio, da burattino divenne bambino. Qualcuno gridò: “Che Peccato!”

Il burattino diventato umano suo malgrado si stacca dalla classica messa in scena del testo di Collodi, per destreggiarsi nel nostro mondo dove la favola non è che un lontano ricordo, una delle tante versioni dei fatti.

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La natura morta non è mai stata così viva: in mostra a Roma

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La natura morta non è mai stata così viva: in mostra a Roma

Fino al 12 marzo presso la Galleria Borghese di Roma sarà in mostra “L’origine della natura morta in Italia – Caravaggio e il Maestro di Hartford” un evento imperdibile per tutti gli appassionati di arte.

Un incredibile parabola che permette di analizzare l’origine e l’evoluzione della natura morta a partire dalla fine del XVI secolo nel contesto italiano. L’esposizione, proseguendo la valorizzazione del nostro inestimabile patrimonio artistico, permette di ammirare contemporaneamente alcune delle più mirabili nature morte tra 600 e 700, veri e propri capolavori.

L’origine della natura morta in Italia

Il marchese Giustiniani nel suo Discorso sopra la pittura ricordava come lo stesso Merisi dicesse che “tanta manifattura gli era fare un quadro buono di fiori come di figura” inaugurando la fortuna di questo genere pittorico. Infatti il Caravaggio fu il primo a portare tutta la natura sullo stesso livello artistico ed iconografico, superando il superindividualismo rinascimentale che vedeva una differenza tra natura inferiore e superiore.

La natura morta da semplice decorazione, mediocre soggetto di genere, divenne per la prima volta protagonista indiscussa del quadro, musa ispiratrice per cui servivano tecnica e talento. Il genio del Merisi non fu solo quello di dedicare attenzione ad un genere dimenticato, ma fu di portarlo sulla tela nella sua più cruda realtà. Folgorante rappresentazione di una natura silente e abbandonata, della comune cestella di frutta a buon mercato con la mela buona e quella bacata.

L’origine della natura morta in Italia

Una vera e propria rivoluzione artistica ed iconografica.

A questo momento risale la famosissima Canestra della Pinacoteca Ambrosiana, dipinta intorno al 1597-98, celebrando la resurrezione della natura morta nel panorama artistico italiano ed internazionale. Una forma di vita abbandonata a se stessa, accarezzata da una luce in declino e avvolta da un’atmosfera di incanto. Non più perfetta raffigurazione di una realtà ideale, ma sublime e poetica rappresentazione di verità pittorica.

L’origine della natura morta in Italia

La mostra curata da Anna Colica, storica dell’arte e direttrice della Galleria Borghese, e da Davide Dotti, critico d’arte, propone indiscussi capolavori. Tra questi saranno presenti la tela del Maestro di Hartford, specialista di natura morta attivo a Roma tra XVI e XVII secolo, l’Allegoria della Primavera di Carlo Saraceni e i due quadri del giovane Caravaggio dalla raccolta borghesiana, Il Bacchino Malato ed il Ragazzo con canestra di frutta.

Un evento imperdibile che vi permetterà di passare qualche ora tra le mura di una delle gallerie più belle del mondo sede di opere di inestimabile bellezza e valore. Uno sguardo sul mondo dell’arte naturalista che ha saputo portare tutta la vita su di uno stesso piano.

Martina Patrizi

Verdi drammatico, opprimente e porta sfortuna: Macbeth

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Verdi drammatico, opprimente e porta sfortuna: Macbeth

Dopo una settimana di sosta per motivi personali, riprende il cammino di #CantaCheTePassa con un’opera tremenda di Giuseppe Verdi: Macbeth.

Vorrei iniziare questo mio articolo odierno scusandomi con i lettori di questa rubrica musicale per l’interruzione della settimana scorsa. Tutto ciò era dovuto a motivi personali. Ma eccoci sempre inarrestabili ed oggi parleremo di un’opera cardine di Giuseppe Verdi: Macbeth.

La composizione è tratta dall’omonimo dramma di William Shakespeare ed è un’opera dalle tinte fosche ed altamente drammatiche. È un’opera considerata “porta sfortuna“. Dario Argento, che scelse quest’opera come soggetto del suo film Opera, disse che avvennero dei fatti strani durante le riprese i quali lo convinsero di questo fatto. L’opera, su libretto di Francesco Maria Piave e Andrea Maffei, è andata in scena nel 1847 al Teatro della Pergola di Firenze e poi, in una versione successiva con notevoli differenze, nel 1865 al Théâtre Lyrique di Parigi.

Trama

Macbeth e Banco stanno tornando da un battaglia vittoriosa. In un bosco incontrano delle streghe. Le megere profetizzano a Macbeth che diventerà re di Scozia e a Banco che la sua progenie salirà sul trono. Spinto dalla Lady Macbeth, Macbeth ucciderà il re Duncano per prendere il regno. Malcolm, il figlio del re, scappa in Inghilterra. Macbeth, spinto dalla sua ambiziosissima moglie, ucciderà anche Banco ma il figlio di costui, Fleanzio, riesce a scappare.

Eletto re, durante il banchetto, Macbeth è spaventato dalla visione del fantasma di Banco. Torna nel bosco e le streghe gli rivelano che sarà re finché la foresta di Birnam non gli si muoverà contro. Apprende anche che un pericolo per lui può essere Macduff, nobile scozzese andato in Inghilterra per preparare una sommossa popolare. Macbeth, non trovandolo, gli uccide la moglie e i figli. Desideroso di vendetta, Macduff si unirà a Malcolm. Entrambi uccideranno Macbeth in guerra, con i soldati che si mimetizzano con dei rami della suddetta foresta. La Lady morirà vittima della sua follia.

https://www.youtube.com/watch?v=HM6HCm3No0o&t=6266s

Stile

La musica di Giuseppe Verdi è tetra, anche nei suoi scatti più impetuosi (come la cabaletta della lady Or tutti sorgete). Giuseppe Verdi teneva a questa sua “figlia” in maniera maniacale (fece provare il duetto del primo atto ai due cantanti decine di volte).

macbeth
© Hiroyuki Ito/Getty Images

Tra le due versioni (quella del 1865 è maggiormente rappresentata) esistono notevoli differenze. Vediamo le più notevoli: il duetto del primo atto è differente (qui potete sentire le due versioni: 1847 e 1865), mentre nel secondo atto l’aria della lady Trionfai viene sostituita nel 1865 con la ben ben più drammatica La luce langue. È differente il finale del II atto (1847 e 1865). come viene completamente modificato il III atto (1847). Nella versione successiva ha un impianto più drammatico, vengono aggiunti i ballabili, e al posto della cabaletta Vada in fiamme ed in polve cada vi è il duetto tra i due protagonisti Ora di morte.

Il IV atto inizia, nella versione 1865, con una versione del coro Patria oppressa differente da quella precedente. Un’altra differenza è nella cabaletta successiva La patria tradita (1847 e 1865). L’opera termina nel 1847 con Macbeth che muore cantando Mal per me che m’affidai mentre nel 1865 con Vittoria.

Incisioni storiche

La prima versione è più risorgimentale mentre la seconda è più drammatica, basti solo pensare al citato coro Patria oppressa e la famosa scena della pazzia della lady. Tra le incisioni della prima edizione consiglierei quella diretta da John Matheson con Peter GlossopRita Hunter, che trovate nel post youtube sopra caricato. Tra le edizioni con la versione 1865 interessante è quella incisa da Riccardo Muti con Sherrill Milnes e Fiorenza Cossotto. Altrettanto belle sono quelle di Giuseppe Sinopoli con Renato Bruson e Mara Zampieri e quella di Claudio Abbado (il quale inserisce la morte di Macbeth prima versione prima del coro Vittoria) con Piero Cappuccilli e Shirley Verrett.

Vi aspetto la prossima settimana con I Masnadieri!!

Marco Rossi

(@marco_rossi88)

(Foto di copertina di Andrea Mohin/The New York Times)

Istantanee di Claudio Magris

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Istantanee di Claudio Magris

(…) la grande estate accende e sfuma tutte le tinte della gloria e della nostalgia, il miele e l’oro della luce, l’indaco e il turchese dell’acqua, il carnoso rosa e rosso degli oleandri, il nero della notte così nero da sembrare blu. Perché dimenticare, anziché trattenere questi colori senza età, che per un attimo fanno sembrare immortali?

Claudio Magris, acclamato accademico e autore di romanzi di successo quali “Danubio” e “Microcosmi”, ci regala un nuovo libro, stavolta per i tipi de La Nave di Teseo, la giovane casa editrice fondata nel 2015.Istantanee

In esergo al libro è citata la definizione di “Istantanea” di S. Battaglia nel Grande dizionario della lingua italiana: eseguita con tempo di esposizione molto breve senza l’impiego di un sostegno. Il libro si configura quindi come una raccolta di istantanee (48 in tutto), cioè piccoli riquadri fugaci fissati estemporaneamente dallo sguardo e dalla penna dell’autore.

L’ordine è cronologico (dal 1999 al 2016); l’ambientazione non segue un ordine geografico, ma spazia dalle regioni artiche (Canada, Norvegia) a quelle orientali (Turchia, India) avendo come centro ideale quella Mittel-Europa tanto cara a Magris.

Cosa ritraggono queste istantanee? Di tutto.

Con grande varietà, si muovono tra esperienze quotidiane più o meno ordinarie ed esperienze singolarissime: il piccione morto per strada nella prima istantanea (La colomba e l’aquila bicipite), dei ragazzi che passano e chiedono all’autore come sta (Tutto bene), una signora che entra in una galleria d’arte a New York e fraintende il significato di alcuni panni neri (Nella galleria di Castelli), la storia di Koo-tuck-tuck, una giovane Inuit sordomuta del Nonavut (Il luogo dove il cuore fa silenzio), la tomba di un tale Jens Keilon, rimasto in vita per un solo giorno (La pietra di Jens).

Quale che sia il soggetto, è sempre il punto di partenza di una riflessione più generale.

Ci si immerge in un intreccio di storia e letteratura, presente e passato, ordinario e straordinario.

Dalla terrazza si vede tutta la città, le sue luci nel nero vinoso della notte, dolci linee curve di cupole e colline nel grembo dell’oscurità. Lo small talk, ai tavoli imbanditi come si deve a una cena di tutto rispetto, si perde fra il rumore dei bicchieri e delle posate, fluisce in un brusio indistinto; le parole e le voci sono interscambiabili, di tutti e di nessuno, storie accadute a chi è seduto accanto ma che potrebbero benissimo essere successe al commensale di fronte, mormorio che dilegua come un piacevole e indifferente stormire. 

L’autore non è un fotografo imparziale, per così dire. Intellettualismo, moralismo e un certo distacco trapelano sempre dalle istantanee, ma mai in modo sgradevole e altezzoso, conferendo profondità agli scatti.

Le istantanee tuttavia rimangono scorrevoli e si ha l’impressione di sfogliare un album anziché di leggere un libro, anche se le fotografie sono così belle che il lettore ha voglia soffermarvisi a lungo. Se questo era il progetto dell’autore, allora si può dire che è stato “sviluppato” magnificamente.

Istantanee, Claudio Magris, La Nave di Teseo, pp.178, ottobre 2016.

 Davide Massimo

La verità sul caso Harry Quebert. 700 pagine in 7 giorni

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La verità sul caso Harry Quebert, il giallo delle menzogne

«Cosa posso scrivere adesso dopo aver sperimentato un successo simile?». Questa è la domanda che Joel Dicker, giovanissimo scrittore ginevrino, si pone giustamente a quattro anni dal suo grande successo.

la verità sul caso harry quebert

La verità sul caso Quebert, edito da Bompiani, è uno straordinario libro giallo divenuto best seller nel 2012. Dal quesito che si pone l’autore ha origine la riflessione primaria di quest’opera, i cui protagonisti sono due scrittori:

Harry Quebert, il maestro, e Marcus Goldman, l’allievo.

Nel quadro si inserisce l’inchiesta sulla scomparsa di una ragazza, avvenuta trent’anni prima in New Hampshire. Il cadavere di Nola Kellergan è stato ritrovato sotto terra, nel giardino di Harry, la cui reputazione viene totalmente distrutta dai media.

E’ il primo sospettato dell’omicidio, e non solo perché nella tracolla di lei viene trovato il manoscritto del romanzo che lo ha reso famoso, ma anche perché tra i due c’era stato del tenero. Solo che all’epoca lui aveva 30 anni, lei 15.

Tra mille dubbi e paure, Marcus decide quindi di scoprire la verità sul caso Quebert e di scrivere così il suo secondo romanzo, dal titolo omonimo.

Le bugie sono per natura così feconde, che una ne suole partorir cento.
(Carlo Goldoni)

Settecento pagine che all’inizio fanno paura anche ai lettori più accaniti, ma che alla fine non bastano mai. La trama è avvincente perché riesce a legare la struttura narrativa del giallo e il dinamismo dell’inchiesta alla psicologia dello scrittore assetato di fama.

Come si scrive un grande successo letterario?

Era questa l’ossessionIl-libro-dei-Baltimoree di Marcus prima di addentrarsi nei segreti del proprio mentore.

Amore, amicizia, violenza, politica,  legami col passato e nevrosi del presente: ne La Verità sul Caso Harry Quebert non manca proprio nulla.

Si legge facilmente, ma soprattutto il finale si comprende solo alla fine. La suspense è sempre viva e il lettore diventa a sua volta un investigatore: viene portato a farsi numerose domande visto che la verità è costantemente ribaltata da nuove rivelazioni, nuovi indizi.

A volte un po’ smielato nei racconti d’amore, altre un po’ troppo retorico, il libro è comunque un ottimo testo: ha pochi personaggi ma tutti dotati di una psicologia ricca, profonda e sempre più complessa di quello che sembra inizialmente.

Tuttavia Dicker, non soddisfatto dello sviluppo psicologico del suo Mark, scrittore che si emancipa dall’ignavia di una vita solo grazie all’indagine sul maestro, dà alla luce Il libro dei Baltimore per i tipi de La Nave di Teseo. Così i riflettori si riaccendono sulla vita del giovane.

Dal poco che si può percepire nel “prequel” il divertimento non dovrebbe mancare nella famiglia del giovane, specialmente pensando al personaggio macchietta della madre.

Questo nuovo libro è un po’ La Verità su Marcus Goldman, quindi.  Un personaggio complesso di cui, forse, ancora non sappiamo tutto quello che dovremmo sapere…

Alessia Pizzi

la verità sul caso harry quebert

Pudende sotto processo. Il caso “Pasja” di Dorota Nieznalska

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Pudende sotto processo. Il caso Pasja di Dorota Nieznalska

Quarto appuntamento con «Arte a nudo (Tranquilli! Niente di scandaloso)». Questa volta mi soffermerò su un caso contemporaneo di censura che ha come scenario la Polonia e come oggetto l’opera di una giovane artista. Un pene al centro di una croce ha condotto Dorota Nieznalska davanti a un tribunale con l’accusa di blasfemia…

Nel 2002 l’albero dei falli nella Fonte Nova di Massa Marittima, del quale abbiamo trattato l’ultima volta, tornava alla luce dopo secoli di oblio, rivelando così uno dei molti aspetti del complesso universo simbolico del fallo in epoca medievale. Nello stesso anno, nella città polacca di Danzica (Gdansk), un’opera dell’artista Dorota Nieznalska (nata nel 1973) veniva invece denunciata alle autorità locali con l’accusa di aver infranto l’articolo 196 del codice penale polacco.

L’istallazione – dal titolo Pasja (Passione) – era stata esposta, senza sollevare grande scalpore, tra il dicembre 2001 e il gennaio 2002 nella Wyspa Gallery, legata all’Accademia di Belle Arti di Danzica. La mostra era ormai chiusa e l’opera imballata per essere trasferita altrove, quando un gruppo di persone entrò improvvisamente nella galleria protestando, allarmati da alcuni giornali che avevano iniziato a richiamare l’attenzione sull’esposizione. Si trattava di membri di alcuni movimenti cattolici polacchi conservatori: la Lega per le famiglie polacche (LPR) e l’associazione delle Gioventù Pan-polacche.

L’istallazione sotto accusa presentava una scatola luminosa in acciaio a forma di croce greca con all’interno una fotografia di un pene non in erezione. La croce era appesa al soffitto e sospesa a mezz’aria, rievocando un certo modo di esporre i crocifissi. Dietro era proiettato un video che mostra il volto ravvicinato di un culturista che si sta sottoponendo a faticosi allenamenti fisici.

L’accostamento del membro maschile alla croce fu interpretato da alcuni come un atto blasfemo e offensivo, punibile dal codice penale polacco fino ai due anni di reclusione.

La faccenda divenne un caso mediatico, alimentato dai giornali, dai mass media e da internet. L’artista divenne vittima di insulti a sfondo misogino e anti-semita. Fece seguito un processo e il 18 luglio del 2003 Nieznalska fu condannata a sei mesi di reclusione e lavori socialmente utili per vilipendio della religione.

Molte furono le proteste, in senso opposto, e la condanna fu definita come un caso di censura che infrangeva la libertà di espressione e la laicità dello Stato (appena un anno dopo la Polonia entrò ufficialmente nell’Unione Europea). Nel 2009 l’artista ha poi fatto appello ed è stata assolta, sebbene la questione non sia ancora giunta a conclusione per l’ulteriore ricorso fatto dal Procuratore…

Certamente non sono mancati in passato e in tempi recenti atti di censura verso opere d’arte contemporanea accusate di blasfemia. Il Piss Christ di Andres Serrano (1987) suscitò un dibattito parlamentare negli Stati Uniti dopo la sua esposizione nel 1989. Nel 2011, una marcia di protesta ebbe luogo ad Avignone, dove l’opera era esposta per una mostra e dove fu addirittura vittima di un’azione vandalica.

Anche in Polonia vi sono stati importanti precedenti. Già nel 1999 Katarzyna Kozyra fu costretta a ritirare il suo progetto dal titolo Wiezi krwi (Legami di sangue): una serie di cartelloni pubblicitari che mostravano donne nude associate a simboli come una croce rossa e una mezza luna rossa. L’artista evocava così la violenza della guerra in Kosovo, riferendosi alla contrapposizione tra cristiani e musulmani, sebbene il simbolismo fosse volutamente ambiguo in quanto rimandava anche alla Croce rossa e alla Mezza luna rossa, che prestavano soccorso alle vittime. La nudità delle donne, associato ai due simboli, valsero all’artista l’accusa di oltraggio e le immagini furono rimosse.

Come Kozyra, anche Nieznalska si è interessata – fin dalle sue prime opere (come Modus Operandi o Onnipresenza) – alle questioni legate ai pregiudizi e stereotipi di genere, al sessismo, all’omofobia, alla mascolinità e alla violenza. Le sue istallazioni rimandano ad una tradizione artistica di riflessione sul corpo – sviluppata soprattutto dagli anni Sessanta con i primi passi della riflessione femminista – che in Polonia ha acquisito maggiore rilevanza e radicalità soprattutto negli anni Novanta, con la fine del blocco sovietico e l’apertura all’arte angloamericana. Se in precedenza Nieznalska aveva riflettuto soprattutto sulla donna come oggetto di violenza da parte degli uomini, con la sua opera del 2001 aveva invece rivolto la propria attenzione alla violenza degli uomini su loro stessi.

L’opera è una denuncia dell’ossessione maschile per il corpo, per la forza fisica e la virilità; aspetti che hanno assunto il carattere di un vero e proprio “culto” della mascolinità. L’ideale della forza e della violenza (e della guerra) contrasta così con il significato della croce, associata invece all’umiliazione del corpo di Cristo. La contrapposizione è ben messa in luce nel video, dove il culturista si sottopone ad una sorta di umiliazione sadomasochista, un martirio auto-inflitto per inseguire un fittizio modello di machismo. L’opera poteva contenere molte altre associazioni (tra cui una denuncia del patriarcato della chiesa cattolica) ma non era questo il significato principale che è dunque molto lontano dalle accuse di blasfemia che gli furono rivolte. Come ha ben sottolineato la stessa artista durante il suo processo:

Pasja è una critica a un certo modello culturale di mascolinità, una certa forma di comportamento diffuso tra i giovani maschi, indotti a violentare loro stessi, torturando i loro corpi […] E’ alla sofferenza del corpo maschile che alludevo nell’immagine della croce.

Nessuno di questi chiarimenti ha però avuto l’effetto desiderato. La Polonia d’inizia millennio è un campo di battaglia di movimenti sociali e culturali diversi e in opposizione. Da un lato i movimenti cattolici, legati al ruolo che la Chiesa assunse nel processo d’indipendenza e opposizione alla Russia socialista. Dall’altro invece l’anima più laica e liberale e progressista del paese. Contraddizioni che emergono fortemente proprio davanti alle questioni legate alla sessualità (l’ultima legge per l’aborto è addirittura più restrittiva di quella precedente).

In questa situazione un’opere d’arte che affrontano apertamente tematiche legate alla discriminazione di genere possono trasformarsi (ancora) in bombe a orologeria, detonate dai mass media. Difficile dire se ciò che turba veramente gli spettatori polacchi sia l’utilizzo “improprio” dei simboli religiosi o, forse, quella esposizione pubblica e fastidiosa del fallo o della nudità femminile che sembra invece ricordare la rete sottile – spesso mascherata – di rapporti che legano le pratiche del corpo e della sessualità agli altri aspetti della vita e del pensiero, della politica e della società.

Daniele Di Cola

Resident Evil: The Final Chapter. Addio super Milla!

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Resident Evil: The Final Chapter. Addio super Milla!

Per ogni saga arriva sempre il momento dei saluti. Nel 2017 è la volta di dire addio a Milla Jovovich nei panni di Alice, l’eroina dark di Resident Evil.

Quando Resident Evil è arrivato sul grande schermo tutti i fan del gioco erano parecchio scettici, figuriamoci i cinefili appassionati di film di zombi. Dopo 15 anni e sei capitoli della saga è possibile affermare che si è trattato di un vero successo.

E i motivi sono svariati.

Il primo su tutti è Milla Jovovich. L’attrice ha reso la protagonista Alice una vera icona del girl power, creando un personaggio dalla bellezza angelica in antitetico contrasto con un’indole fortemente ribelle.

Si aggiunga il fatto che Resident Evil è un film d’azione. Non c’entra nulla con gli horror cult del genere, firmati da Romero. Inizialmente era un’apprezzabile peculiarità ma, nel corso degli anni, tale caratteristica è stata molto enfatizzata. Nell’ultimo film è predominante fino allo sfinimento.

Con una romantica composizione ad anello in Resident Evil – The Final Chapter Alice torna a Raccoon City, dove tutto è iniziato. Ha poco tempo per prendere dall’Alveare un antivirus che, circolando per via aerea, eliminerà dalla Terra il Virus T.

Le scene del film sono molto scure e per lo più tutte di combattimento. La trama è quasi inesistente, anche se c’è uno spunto davvero interessante sulle origini di Alice.

Il capitolo numero sei, quindi, chiude un po’ forzatamente tutta la storia. E’ percepibile la necessità di dare una conclusione ai fan, specialmente perché alcuni personaggi di rilievo come Ada e Leon non sono assolutamente menzionati, pur essendo protagonisti del finale del film precedente. Visto che Alice si risveglia tra le macerie della Casa Bianca, forse bisogna immaginare che siano morti proprio tutti e che lei sia l’unica superstite dell’avamposto.

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Perché vedere Resident Evil 6, oltre che per chiudere il cerchio?

Perché Milla come sempre regala degli scontri incredibili. Mentre lotta contro creature tremende sfoggiando mosse imprevedibili, l’unico pensiero del pubblico è: Forza, fallo a pezzi! 

L’eroina ha conquistato molti spettatori con la sua verve cupa e allo stesso tempo ironica, con il suo grande cuore, con i suoi occhi cristallini. Resident Evil ha portato al cinema un grande personaggio femminile affiancato da tante altre donne di valore, come la già menzionata Ada,  ma anche Jill e Claire, e dando molto meno rilievo ai personaggi maschili, se non come cattivi antagonisti o collaboratori smidollati.

Quest’ultimo capitolo accentua ancora di più la predilezione di Paul W.S. Anderson per il protagonismo femminile, specialmente quando gioca con il passato di Alice. Non dimentichiamo, poi, che è un film “tutto in famiglia”, visto che il regista è il marito di Milla e che la Regina Rossa, in questa ultima pellicola, è interpretata dalla figlia della coppia, una deliziosa Milla in miniatura.

Siamo dunque ai saluti. Nemmeno abbiamo finito di agitare le braccia e riporre i fazzoletti umidi in tasca che su Netflix già si vocifera l’arrivo di una serie tv dedicata a Resident Evil, forse proprio per solcare ancora una volta l’onda di un survival horror diventato un vero e proprio pilastro cinematografico.

Che dire, quindi, se non che la nostra super Milla, con i suoi salti mortali, ci mancherà.  E davvero molto.

Alessia Pizzi

“Roma nun fa la stupida”: senti la sveglia del Teatro dell’Orologio!

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“Roma nun fa la stupida”: senti la sveglia del Teatro dell’Orologio!

Cellulari in alto e sveglie trillanti per supportare il teatro dell’Orologio, chiuso all’improvviso dopo quasi quarant’anni di attività per mancanza dell’uscita di sicurezza.

teatro dellorologio chiuso

Ore 12.30, appuntamento a Piazza dell’Orologio.

Alle 12 la piazza, sita nel cuore di Roma, è già gremita. Direttori artistici, attori, responsabili teatrali, giornalisti, spettatori. Gente di cultura, gente che ama lo spettacolo dal vivo si unisce per un unico fine. Supportare il Teatro dell’Orologio, piccolo grande faro della Capitale.

A pochi passi da questa vitalità, c’è l’ossimorica insegna del silenzio. Quello che è stato imposto al Teatro lo scorso venerdì 17 febbraio dalla Questura di Roma: l’edificio è stato sequestrato perché manca l’uscita di sicurezza. Manca da 37 anni e sono stati numerosi i tentativi di realizzarla.

Come spesso accade a Roma la storia ci ha messo lo zampino rendendo impossibili i lavori. Del resto si tratta di un edificio antico, nella fattispecie il teatro si trova nelle cantine dell’Oratorio dei Filippini. Ma viene quasi spontaneo chiedersi perché le forze dell’ordine siano intervenute proprio ora, di notte, interrompendo la stagione in corso, come hanno già scritto i colleghi di Teatro e Critica. 

Nel frattempo, mentre gli spettacoli dell’Orologio vengono accolti a braccia aperte dai fratelli romani, come il Teatro di Roma, alle 12.30 di sabato mattina le sveglie suonano seguite dal coro “SVEGLIA! SVEGLIA! SVEGLIA!”

Il messaggio è chiaro: si può temporeggiare col supporto degli altri teatri, almeno per aiutare le compagnie, ma bisogna intervenire subito per l’Orologio.

Gianluca Cheli, gestore del teatro insieme a Gianni Parrella, dichiara:

Stiamo aspettando di attivare un tavolo per trovare una soluzione dopo sette anni. Abbiamo dato disponibilità per intervenire con risorse proprie dell’associazione che gestisce lo spazio e aprire l’uscita di sicurezza. […] Se l’amministrazione è interessata a farci andare avanti possiamo anche essere favorevoli a un dialogo sul cambio di edificio, ma siamo molto legati a questo spazio – per una questione di identità – con tutti i limiti dello stesso.

Il prossimo incontro per discutere della situazione si terrà al Teatro India il prossimo 25 febbraio e sarà organizzato dai critici Sergio Logatto, Graziano Graziani, Attilio Scarpellini e Andrea Porcheddu.

teatro orologio sveglia

Roma nun fa la stupida, per citare una nota canzone romana. Rimetti le pile al tuo Orologio!

Trovate il video della diretta delle sveglie sulla pagina Facebook di CulturaMente.

 

 

Alessia Pizzi

“Piccioni e Farfalle fanno la Rivoluzione” in scena al teatro Hamlet

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Piccioni & Farfalle fanno la Rivoluzione. Amore alla Bastiglia

Tratto dal romanzo “Piccioni e farfalle fanno la rivoluzione” di Maurizio Mequio, edito da Terre Sommerse a marzo 2015, Piccioni e Farfalle fanno la rivoluzione. Amore alla Bastiglia è una storia urbana di disagio e riscatto.

“Alla valle è in corso un’azione di protesta, si lotta per l’apertura di un ingresso chiuso. Delemberte e Madeleine si riparano men"Piccioni e Farfalle fanno la Rivoluzione" in scena al teatro Hamlettre i loro compagni di avventura se la vedono con la polizia. I due hanno il compito di restare all’interno del parco e aspettare un segnale. Nell’attesa riscoprono pian piano l’amore tra silenzi e paure.

Il loro è un dialogo guidato dal ricordare la storia di un gruppo di amici (quello protagonista del romanzo Piccioni e farfalle fanno la rivoluzione). Un gruppo atipico, composto da exprostitute, benzinai, disoccupati, giovani sognatori e da due artisti venuti da lontano: Maurice e sua moglie.

Delemberte è il poeta-flaneur che scopre e coinvolge le persone che ha di fronte. I suoi incontri ucronici lo cambiano cambiando la storia di una comunità che prima di conoscerlo unita forse non era. Il disvelamento dei protagonisti della protesta porta la storia altrove,nelle strade che ogni spettatore percorre tutti i giorni, fino all’arrivo di quel segnale, allora nella valle scoppia l’amore, si prende la Bastiglia”.

Biglietti e orari
12 euro (ridotto + tessera teatro)
14 euro (intero + tessera teatro)

21 – 23 – 27 Febbraio
TEATRO HAMLET (via Alberto da Giussano, 13) Ore 21.00

Info, prenotazioni biglietti
3202831121; 3280951760;

Orlando, al di là dei sessi, al di là delle epoche

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Titolo: Orlando
Regista: Sally Potter
Sceneggiatura: Sally Potter
Cast Principale: Tilda Swinton, Billy Zane, Charlotte Valandrey, Quentin Crisp
Nazione: Gran Bretagna
Anno: 1992

Già prendere in mano il romanzo originale Orlando è un’esperienza formativa in più punti: bizzarro, parodistico, originale, coraggioso e persino noioso a tratti, è l’esempio di come un classico “libro minore” nella carriera di un’artista possa avere risvolti più importanti e significativi dei cosiddetti capolavori. Se poi la scrittrice in questione si chiama Virginia Woolf, il quadro è chiaro.

E’ quindi quasi una conseguenza ovvia che, provando a trarre un film da quelle pagine, ne esca fuori qualcosa di assolutamente non convenzionale: nel 1992 l’autrice inglese Sally Potter ha avuto l’ardire di adattare quel romanzo e trarre un film dalla vicenda di un uomo che vive per quattro secoli, dall’epoca dell’Inghilterra Elisabettiana fino ai giorni nostri, incluso un cambio di sesso, passando dall’essere uomo al diventare donna.

Appunto, da una premessa tanto bizzarra non può uscire fuori qualcosa di normale, perché la normalità sarebbe un enorme difetto. Ecco, forse proprio questo è il primo insegnamento che possiamo ricavare dal film: essere normali talvolta è davvero noioso, o quantomeno un enorme palla al piede che ti frena dal vivere la vita. La normalità e l’ordinario, semmai, devono diventare lo straordinario, ecco perché quando nel film avviene il cambio di sesso il nostro protagonista quasi nemmeno ci fa caso, e va avanti semplicemente adattandosi alla nuova forma.

Sì, Orlando è davvero un film particolarissimo. Ed intorno a tali stranezze Sally Potter costruisce al tempo stesso un film colto e raffinato, elegante e pomposo nella forma scenica, ricco di riferimenti alti ma soprattutto pieno di un malessere interiore creativo e filosofico. Creativo, perché il viaggio personale e culturale di Orlando lungo quattro secoli ci mostra le possibilità degli scambi di conoscenza umana, e filosofico perché il film si interroga e ci interroga sull’essenza del nostro spirito oltre l’assegnazione sessuale, sulla ricerca della felicità oltre le diseguaglianze sessuali, sulle possibilità di vivere serenamente con sé stessi oltre la forma che abbiamo quando ci troviamo di fronte uno specchio.

E’ incredibile credere che il film di Sally Potter abbia forse superato anche il discorso ben più spensierato della Woolf stessa, perché alla vicenda ha aggiunto un’atmosfera particolarissima che solo il cinema può regalare. E’ impossibile non citare la famosa scena sul ghiaccio con gli ambasciatori russi, una sequenza ipnotica che in pochi attimi, senza mostrare nulla di trascendentale sullo schermo, proietta lo spettatore nello spettro di un dolore recondito che tutti abbiamo. Orlando ha davvero scavato una piccolissima, minuscola nicchia nella storia del cinema in cui è riuscito a collegare la forma dei film classici, la ricercatezza dei film letterari, le scelte visive e sonore del cinema più sperimentale, e l’audacia della controcultura gay di fine anni ’80.

Orlando è davvero un film sui generis, che se ne frega dell’arco narrativo e dribbla i clichè della letteratura picaresca che la sua struttura episodica potrebbe suggerire per farsi guidare dallo spirito della scoperta e dalle meravigliose possibilità della vita umana. E forse, sarebbe piaciuto molto anche a Virginia Woolf.

 

3 motivi per vedere il film:

– Tilda Swinton, ed è quasi superfluo sottolinearlo: l’attrice androgina per eccellenza regala una performance perfetta, la cui costante rottura della quarta parete è l’ennesimo tocco empatico verso il pubblico.

– Godersi la scelta di far interpretare ad un maschio la regina Elisabetta I, un casting azzeccatissimo col tono del film.

– La scena finale, quasi un test sul nostro livello di sensibilità personale.

 

Quando vedere il film:

– Più che un consiglio temporale, il consiglio è emotivo: quando manchiamo di leggerezza e iniziamo ad immaginarci panorami impossibili, Orlando è la risposta.

 

Emanuele D’Aniello

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Diana e Lady D, le due anime di Diana Spencer al Teatro Sistina

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Diana e Lady D, le due anime di Diana Spencer al Teatro Sistina

Ispirato alla vita della Principessa triste, arriva al Teatro Sistina lo spettacolo scritto e diretto da Vincenzo Incenzo.

Un “One Woman Show” quello di Serena Autieri in Diana e Lady D, lo spettacolo in scena al Teatro Sistina fino al 19 febbraio. La bravissima attrice napoletana stavolta si cimenta nell’interpretazione di Lady Diana, una delle icone più importanti del nostro tempo, raccontandone passioni e dolori.

La storia di Lady Diana è una delle più discusse di sempre, divenuta nel 1981 moglie di Carlo d’Inghilterra e morta nel 1997, un anno dopo il divorzio proprio da quest’ultimo. Definita la Principessa Triste, Diana ha fatto sognare milioni di persone e si è fatta amare dal popolo, a discapito della Famiglia Reale.

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Scritto e diretto da Vincenzo Incenzo, lo spettacolo parte dai sogni e dalle paure della giovane Diana, cresciuta in una famiglia difficile, con un padre assente che avrebbe tanto desiderato un figlio maschio.

Ma il suo destino cambia, quando diventa promessa sposa del Principe Carlo e comincia, apparentemente, la sua vita da sogno, che però sarà solo l’inizio di un incubo. Carlo l’aveva avvertita: sarebbe stata una vita difficile quella regale, nonostante lei lo amasse profondamente. Gli scandali di corte, la ribellione di Diana contro le regole e quell’amore che tarda ad arrivare, rendono la giovane un’anima triste e angosciata, alla ricerca della vera felicità.

Diana è divisa in due, la sua anima da giovane donna che sogna l’amore, una vita lontano dalle regole di Buckingam Palace, e Lady D, la principessa che tutti hanno deciso che fosse. Tramite un intenso flusso di coscienza, sostenuto dalla meravigliosa interpretazione di Serena Autieri, Diana lotta con sé stessa, con il desiderio di tornare indietro che si scontra con il vestito regale che è costretta a indossare.

Un’esistenza claustrofobica, resa alla perfezione anche grazie alle fantastiche scene del Premio Oscar Gianni Quaranta, un’alternanza di oggetti reali e proiezioni giostrate dalle luci di A J Weissbard che illumina la storia profonda e intensa di Lady D.

Serena Autieri mostra la sofferenza profonda di Diana, affiancata solo da sei ballerine, dimostrando la sua bravura non solo nella recitazione ma anche nel canto.

Diana e Lady D è, infatti, uno spettacolo costruito anche grazie ad un repertorio di canzoni, sia inedite (scritte da Vincenzo Incenzo e Francesco Arpino) e sia grandi successi dei Beatles, dei Queen, di David Bowie, fino ad arrivare ai Depeche Mode, tra cui Bohemian Rhapsody, Somewhere e l’indimenticabile Candle in the Wind, cantata da Elton John il giorno del funerale della Principessa.

Una grande prova per la Autieri, impeccabile in quasi due ore di spettacolo in solitaria, una grande prova interpretativa che non tutti potrebbero intraprendere.

Ilaria Scognamiglio

“Una casa di bambola”. Ibsen nelle sapienti mani di Filippo Timi

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Tre protagonisti, un unico grande attore, Filippo Timi in “Una casa di Bambola” al Teatro Argentina

Ibsen è stato rappresentato molte volte, in chiavi diverse e sfaccettature più o meno complesse, ma se volete vedere il vero significato della drammaturgia, senza fronzoli, orpelli, essenziale e puro dovete vedere la versione per la regia di Andrée Ruth Shammah.

Durante questa stagione teatrale ho visto diverse opere, commedie, drammi, musical ma se vogliamo parlare di recitazione, questa è un’altra storia. Qui si recita, si entra nel personaggio, si sentono le vibrazioni e i sospiri degli attori. Filippo Timi grande, bravissimo ma soprattutto vero, riesce a calarsi in tre personaggi diversCasa di bambola - teatro argentinai (Torvald il marito, il dottor Rank e l’usuraio Krogstad) con un movimento, impercettibile.

Il pubblico si scorda che sia sempre lui a entrare e uscire dal palcoscenico. Compagna di spettacolo la bravissima, Marina Rocco, sostiene il ruolo di coprotagonista in maniera eccellente, nei panni di Nora, la moglie di Torvald, ingenua e leggera come un’allodoletta, lo scoiattolino del focolare, la bambolina, eppure così dura e determinata nel finale.

Il connubio Ibsen-Timi funziona, in entrambi la verità è la parte più profonda dell’arte, personaggi reali e non, ma fatti di carne e di sangue.

Ogni apparizione di Filippo sui palcoscenici romani è una sorpresa, sempre diverso e geniale, ho nostalgia anche del “Don Giovanni” dell’anno scorso e di “Amleto” con le sue note di follia, non concesse, anzi contenute, in un classico come “Una casa di bambola”.

I baci appassionati con Nora (beata lei) risvegliano il desiderio, sono veri, ma non in quanto tali, veri baci tra i personaggi. Reale è anche la tarantella, ballata da Torvald per mostrarla alla moglie prima del ballo in maschera, qui trasuda la sua follia per qualche attimo.

Il Teatro Argentina con i suoi palchi avvolgenti di velluto rosso, ha il potere di creare la rappresentazione quasi privata e ancora più intima, si è liberi di muoversi, appoggiarsi alla balaustra, lasciarsi andare e cullare dalle frasi degli attori, come se fossimo presi per mano e portati nella storia, ne risulta un godimento completo, una concentrazione diversa e una libertà che amo molto.

Uscendo, alla fine dello spettacolo, si ha la sensazione di aver visto una bella rappresentazione, con un’ottima recitazione. Il giorno dopo svegliandoci ci accorgiamo che le nostre membra sono permeate, per osmosi sensoriale, dalle frasi, le espressioni e i sentimenti dell’opera teatrale. Abbiamo vissuto spettatori e protagonisti la vita di una famiglia ottocentesca, curiosando nelle loro vicessitudini che sono diventate parte di noi.

“Si brinda alla commedia o alla tragedia? Alla commedia-tragica”.

Questo è essere attori, questa è la magia di Timi.

Sara Cacciarini

 

Foto di Tommaso Le Pera

Al via la V edizione di UNA COMMEDIA IN CERCA DI AUTORI®

Al via la V edizione di UNA COMMEDIA IN CERCA DI AUTORI®

Dopo il successo delle scorse edizioni, il concorso UNA COMMEDIA IN CERCA DI AUTORI®, giunge alla sua V EDIZIONE, che anche quest’anno avrà respiro nazionale e sarà rivolto alle giovani penne di tutta Italia.

In concorso, indetto dalla società La Bilancia (che gestisce il Teatro de’ Servi di Roma e il Teatro Martinitt di Milano), ha l’unicità di premiare il testo vincitore con l’effettiva produzione e distribuzione nei teatri aderenti all’iniziativa, sia nei capoluoghi (Milano, Roma, Torino) che nelle città di provincia, con l’organizzazione di una tournée di circa 60 recite.

Al link i dettagli e il bando che informa su come partecipare:

Ecco alcune informazioni utili:

OGGETTO
Copione inedito: COMMEDIA in 2 atti con 3/5 attori

A CHI È RIVOLTO
Autori tra i 18 e i 40 anni, iscritti e no alla SIAE residenti in tutte le regioni di Italia

GIURIA
Direttori dei teatri coinvolti: Teatro Martinitt di Milano, Teatro de’ Servi di Roma, Cinema Teatro Manzoni di Busto Arsizio (VA), Cinema Teatro Cristallo di Cesano Boscone (MI), Sala Argentia di Gorgonzola (MI), CineTeatro S. Luigi di Concorezzo (MB), Teatro S. Rocco di Seregno (MB) Teatro L’deal di Varedo (MB)

PREMIO
Produzione dello spettacolo e distribuzione attraverso l’organizzazione di una tournée nazionale di circa 50 recite

SCADENZA
Lunedì 24 aprile 2017

INVIO
Consegna il copione e gli allegati compilati via mail a promozione@teatromartinitt.it o spediscili al Teatro Martinitt, via R. Pitteri 58, 20134 Milano o a mano presso la biglietteria del Teatro Martinitt, da martedì a sabato ore 10,00-18,00.

Emma Goldman: una vita dedicata alla libertà di parola, libertà di amare

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Emma Goldman: una vita dedicata alla libertà di parola, libertà di amare

Esuberante, impetuosa, appassionata, innamorata della danza e degli uomini.

Innamorata della danza e degli uomini; combattente intransigente e instancabile, rivoltosa nei confronti di ogni forma di fedeltà e di sottomissione (tanto di destra quanto di sinistra), dedica tutta la sua vita all‘emancipazione della gente da poco, sia che si trovi all’aria aperta (mai abbastanza libera) sia che si trovi in fondo a una cella.

Emma Goldman nasce in Lituania, il 27 giugno 1869. Figlia non desiderata, il padre non le perdona di essere nata femmina. Cerca in ogni modo di compiacerlo, nonostante lui la picchi regolarmente. Sempre tramite la violenza conosce il sesso, che la terrà a lungo lontano anche dall’amore. Fu dopo questo episodio che decide di partire oltre l’Atlantico, per andare dalla sorella Lena.

Nel 1982 il risveglio del proletariato americano in Pennsylvania appassiona la Goldman e i suoi due compagni. John Most, leggendario anarchico quarantenne, e Berkmann, che ha lasciato la sua famiglia lituana dopo aver scritto un testo anticlericale. Insieme decidono di progettare un attentato contro Frick per vendicare la morte degli scioperanti, ma solo Berkmann ne tenterà l’uccisione. E’ quest’ultimo l’uomo della sua vita, conosciuto in una caffetteria a soli 18 anni e già un rivoluzionario: viene condannato a 22 anni di prigione.

Attivista – Audace e rivoluzionaria, Emma conosce anche lei la prigione, comizi e lotta, fanno di lei il personaggio di “Emma la Rossa” viene arrestata ad agosto 1893, in cambio della prigione le viene offerto di archiviare il suo fascicolo in cambio di informazioni sui circoli radicali e operai sulla costa Est. Accusata di “incitazione alla sommossa” a soli 24 anni in tribunale risponde alla domanda del giudice:

 

-Perché allora non lascia questo paese se non le piacciono le sue leggi?

– E dove dovrei andare? Ovunque sulla terra le leggi sono contro i poveri. Mi dicono che così non andrò in Paradiso: ma io non ci voglio andare affatto.

Si occupa nella vita in gravidanza, rendendosi conto che è un problema ancora più serio per le donne povere che abortiscono in condizioni igieniche deplorevoli. Tiene comizi per informare le donne sui contraccettivi e il controllo delle nascite, fa scandalo è troppo moderna.

Il carcere – La prigionia, a parte l’astinenza per le sigarette, l’ha portata come dichiara a vedere la vita con i propri occhi, e non attraverso quella dei suoi uomini con i quali ha combattuto nella lotta. Quando dovrà scegliere tra la politica e l’amore, sceglierà senza dubbi la politica.

L’idea dell’amore – Non crede nel matrimonio e parla di un’alleanza da costruire in nome dell’amore. Un ideale moderno, che la porterà a convivere contemporaneamente con due suoi amanti. Un temperamento deciso, duro, ma anche giovane e infantile.

Una donna di cui si conosce poco, ma, con questo libro, si riesce a capire meglio il periodo storico in cui ha vissuto, denso di contraddizioni e di innovazione. Una vita dedicata alla libertà di parola, libertà di amare condanna il capitalismo i giornali la chiamano la madre di Giovanna d’arco.

I suoi amori – John Most leggendario anarchico quarantenne, il tenero e accomodante Fedya, cugino-artista di Berkmann, e Brady un irlandese conosciuto durante uno dei suoi comizi, avevano visto in lei solo la donna; Berkman solo la militante; Reitman percepisce e comprende le due insieme ed è con lui che finalmente passerà il resto della sua vita.

Muore in Canada nel 1940 in seguito ad un malore durante un comizio. Uno dei suoi più cari amici, l’avvocato Harry Weinberger, pronuncia una vibrante orazione funebre scandita dai singhiozzi:

“Durante la sua esistenza Emma Goldman è stata messa al bando, imprigionata, aggredita, deportata da queste terre per aver difeso ciò che tutto il mondo ormai ammette di dover instaurare: un mondo senza guerra, un mondo senza povertà, un mondo di speranza e di umana fratellanza”.

Sulla sua tomba, uno scultore ne scolpirà il ritratto, incidendo anche una delle sue più celebri frasi:

“Non è la libertà che deve scendere verso il popolo. È il popolo che deve levarsi verso la libertà.”

Come scrive nella prefazione di questo libro Normand Baillargeon, la narrazione di Leroy è particolarmente ricca di aneddoti e collegamenti storici che portano il lettore nel XIX secolo.

Lo fanno anche riflettere sul significato attuale delle idee e delle azioni che possono diventare “un trampolino per i giorni nostri”.

 

“Emma la Rossa” di Max Leroy, Edizioni Elèuthera.

 

Sara Cacciarini

Quattro chiacchiere sui vini Italiani: Il Chianti

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Quattro chiacchiere sui vini Italiani: Il Chianti

Il Chianti viaggia nel tempo e arriva fino a noi un ponte ideale tra Michelangelo e Sting nel segno del Gallo Nero l’icona che rappresenta il cuore pulsante del suo territorio

Ambasciatore dell’Italia nel mondo, il Chianti viene menzionato già nel 1398 in alcuni documenti notarili. Da Michelangelo a Machiavelli, fino a Galilei sono molti i personaggi illustri ad apparire nella sua storia. Cosimo III de’ Medici già nel 1715 emana un editto che ne stabilisce i confini geografici di produzione. Documento antesignano alle DOC dei giorni nostri, che tra grandi celebrazioni ha appena compiuto i 300 anni.

Figura di riferimento per la storia chiantigiana quella del Barone Ricasoli, uomo politico del Regno d’Italia. Nel Castello di Brolio mette a punto la composizione ideale di uve per un vino in grado di confrontarsi anche all’estero con le eccellenze dell’epoca. L’uva impiegata oggi è in gran parte Sangiovese, a cui possono aggiungersi piccole percentuali di vitigni a bacca rossa.

Il disciplinare di produzione varia leggermente per le tipologie “Classico” e “Riserva”. Nell’uso del legno i produttori sono abbastanza liberi ed ognuno lo impiega secondo la propria filosofia di lavoro. La produzione del Chianti riguarda le provincie di Firenze, Siena, Arezzo, Pisa, Pistoia, Prato. All’interno di queste si distingue la realtà del Chianti Classico, consorzio che accomuna Firenze e Siena. Il suo simbolo è il Gallo Nero legato ad un’antica leggenda popolare.

Si narra che le due provincie per stabilire il territorio di proprietà si affidarono ad un proprio  cavaliere. Questi partendo dalle mura cittadine al canto del gallo, avrebbe fissato i confini territoriali nel punto d’incontro con il rivale. Tenuto lungamente a digiuno, il gallo nero scelto dai fiorentini inizio a cantare per la fame ben prima dell’alba. Lo stratagemma consentì al rappresentante gigliato di partire in largo anticipo, accumulando grande vantaggio rispetto al rappresentante senese.

Oggi il Chianti con i suoi borghi e le sue innumerevoli testimonianze artistiche esercita ancora tutto il suo fascino immutato. Un luogo senza tempo e di straordinaria bellezza, divenuto meta ambita dalle celebrità in qualche caso trasformatesi in produttori. E’ il caso di Sting che alterna le performance al basso con quelle in cantina, per produrre il suo vino nella tenuta del Palagio a Figline Valdarno.

L’Uva Sangiovese è un caposaldo dello spirito Chiantigiano, che rivive ogni anno attraverso “l’Eroica” di Gaiole in Chianti. Una gara ciclistica per bici d’epoca che vede centinaia di appassionati in divisa d’antan cimentarsi per più giorni. Il massacrante percorso si snoda per oltre 200 km di polverose strade sterrate ai margini delle vigne. Badia a Coltibuono, Castello di Ama, Fontodi, Fattoria di Felsina, Castello di Monsanto, Castell’in Villa, Castello d’Albola, I Fabbri sono solo alcune delle tante cantine che producono grandissimi Chianti Classico.

Il vino è caratterizzato da sentori di frutta rossa piccola e grande, insieme a sfumature di fiori rossi, note speziate e balsamiche. Nei più invecchiati aumenta la complessità olfattiva, che rivela la propria personale impronta di tipicità differente per ogni territorio produttivo. Vastissima la sua capacità di impiego, persino Il professor Hannibal Lecter trova il modo di abbinarlo ne Il Silenzio degli Innocenti. Mangiai il suo fegato con un bel piatto di fave e un buon Chianti. Citazione che regala a questo vino un posto nella storia del cinema, ma da sconsigliare per diversi motivi.

Dallo schermo alla tavola, il Chianti si sposa felicemente con le carni rosse la fiorentina, la tagliata o più in generale le grigliate, i primi con sughi di pomodoro, il pollame nobile. E’ l’ideale accompagnamento ai piatti della tradizione toscana come la trippa alla fiorentina, la ribollita, la zuppa di fagioli, i fegatelli, il peposo, le pappardelle alla lepre, la salumeria di cinta senese e il pecorino di pienza.

Perfetto anche per accompagnare un cacciucco alla livornese o piatti di pesce e crostacei conditi al pomodoro. Optando per Chianti più invecchiati come le riserve, i piatti devono aumentare di struttura e con cotture più sostenute. Primi di pasta ripiena,  lasagne,  arrosti, il bollito e le carni in umido come gli spezzatini, la lepre e tutta la selvaggina.

Bruno Fulco

DNA in mostra: il grande libro della vita da Mendel alla genomica

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DNA in mostra: il grande libro della vita da Mendel alla genomica

La mostra, allestita per onorare i 150 anni delle leggi del monaco boemo Gregor Mendelsi sviluppa dalla scoperta della genetica fino alla pecora Dolly passando per le ultime scoperte della genomica.

Il pubblico di ogni età viene condotto in un mondo segreto, dove l’occhio umano non può vedere: quello dei cromosomi e il DNA.

L’esposizione è ben allestita, con un percorso a pannelli esplicativi e una narrazione testuale sintetica, ma non solo, anche exhibit interattivi per rendere partecipe il visitatore e capire meglio i meccanismi della genetica.

“Si possono trovare anche manoscritti originali, il microscopio di Mendel, l’abate che dopo circa 25000 esperimenti sulla pianta di pisello, Pisum sativum, nel 1875 in una conferenza della Società di Scienze Naturali arrivò a enunciare quelle che oggi chiamiamo le leggi di Mendel che sono la base di tutta la biologia moderna” dichiara Bernardino Fantini, uno degli organizzatori della mostra.

“Il pubblico scoprirà tante piccole curiosità: dal limone che non esisteva in natura, al pomodoro pomo-d’oro perché era in origine giallo, il mandarino, il cedro e il pomelo sono gli unici tre agrumi che esistevano in natura. Questo per dire che non bisogna spaventarsi degli OGM, perché potrebbe essere una soluzione per soddisfare e sfamare molti paesi bisognosi”, commenta Stefano Papi coordinatore scientifico.

Ma non solo, potrete trovare una stanza dedicata ai metodi di investigazione utilizzati dalla polizia scientifica, dalle impronte digitali, all’utilizzo delle luci forensi, che emettono nello spettro dell’ultra-violetto per il rilevamento di fluidi corporei e il Luminol utilizzato per trovare tracce ematiche.

La visione di oltre 90 reperti originali tra cui la prima lastra a raggi x, la vera pecora Dolly, documenti ottocenteschi appartenuti a Mendel, un cranio fossile originale di Neanderthal da cui si sta provando ad estrarre il DNA, arricchisce l’esposizione, oltre a video inediti, ricostruzioni reali e la versione multimediale Mendel 2.0 per tablet e palmari.

Una serie di eventi Incontri con il Dna a cadenza settimanale e a ingresso libero completeranno il percorso, il primo il 16 febbraio alle 18.30 “Gli africani siamo noi” concludono le conoscenze scientifiche per i più appassionati.

Ma non solo, anche la rassegna di film “Schermi mutanti, il cinema incontra la genetica” con Gattaca di Andrew Niccol (1997), Blade Runner di Ridley Scott (1982), Contagion di Steven Soderbergh (2011) e tanti altri, mostrano i progressi, da quella che prima era solo fantascienza e adesso è scienza.

La rassegna, prodotta e organizzata dall’Azienda Speciale Palaexpo con la collaborazione del Museo Mendel dell’Università Masaryk di Brno, il Monastero agostiniano Vecchia Brno e la Polizia di Stato è curata da Bernardino Fantini, Telmo Pievani, Sergio Pimpinelli e Fabrizio Rufo, sarà al Palazzo delle Esposizioni fino al 18 giugno 2017.

Sara Cacciarini