I cavalli bianchi a Rosmersholm si fanno vedere a qualunque ora

I cavalli bianchi a Rosmersholm si fanno vedere a qualunque ora
I cavalli bianchi a Rosmersholm si fanno vedere a qualunque ora

Rebecca West arriva al Teatro Argot Studio con Rosmersholm ed è subito sadismo

Roma, 29 ottobre ‘17 || Un’atmosfera da incubo pervade il Teatro Argot Studio con Rosmersholm, riduzione a cura di Massimo Castri del testo di Ibsen. La regia è di Luca Micheletti, con Federica Fracassi e Luca Micheletti. Lo spettacolo è stato in cartellone dal 24 al 29 ottobre. La compagnia è quella de I Guitti, mentre il loro progetto ha ottenuto il patrocinio dell’Ambasciata di Norvegia in Italia.

Rosmersholm fa parte della rassegna di Dominio Pubblico. Come altri lavori, anche questo è stato programmato dai ragazzi Under25 del progetto, che ne hanno dunque gestito l’aspetto organizzativo di messa in scena. Per l’occasione, la classica gradinata di legno dell’Argot è stata divisa e spostata ai lati, ponendo al centro gli attori senza separazione col pubblico.

Desiderio sessuale insoddisfatto…

È passato un anno dal suicidio di Beata, moglie del pastore Rosmer, gettatasi nelle acque del mulino. Rebecca è una giovane ragazza animata da idee progressiste, arrivata anche lei da un anno nella casa del pastore. Con quest’ultimo ha un rapporto decisamente non platonico e vive di un desiderio sessuale insoddisfatto. Al crescere del debilitante senso di colpa di Rosmer per il suicidio della moglie, veniamo a conoscenza di più oscuri legami tra la tragedia e la nuova arrivata Rebecca.

Il riadattamento applica una saggia riduzione del testo, restringendo la durata ad un’ora e un quarto. Lo spazio è decomposto e minimalista e guadagna  profondità psicologica con il suo costante stato in penombra. Ci sono solo due candelabri e due lampade a cherosene, il cui puzzo denso si mischia col profumo morbosamente dolce dei fiori marcenti sul pavimento. Rimangono due sedie, due grandi tavoli di legno grezzo e una radio.

Più dettagliati i costumi: Rosmer in tenuta da pastore del nord di fine ottocento, rigido e quasi soffocato dal suo stesso cravattino. Rebecca veste invece una grande gonna violacea di stampo vittoriano, le cui tinte richiamano un senso, anche qui, di morte per eccesso di morbosa morbidezza. Le pose dei protagonisti e l’utilizzo degli scarsi oggetti di scena creano un simbolismo visivo parallelo a quello presente nel testo ibseniano – vedi il cavallo bianco, simbolo dei morti, avvistato spesso nella tenuta Rosmer -. La scelta è saggia e pone un elemento di continuità nella totale aspazialità e atemporalità dell’adattamento.

Un viaggio attraverso due menti intrecciate…

Luca Micheletti e Federica Fracassi recitano con eleganza, alla maniera novecentesca. Ricercano entrambi un effetto straniante attraverso il distacco contenuto della parola di fronte al reale e al cuore. Con un sapiente uso dei sottintesi, il dialogo è caricato di un’ironia macabra, che aleggia attorno alle menzogne e mette in risalto le volontà sottese ai comportamenti dei due.

Rosmersholm è così un viaggio attraverso due menti intrecciate. Non per niente è Il gioco della confessione. Una corsa eccitante e sadica. Tuttavia non sempre la recitazione è al livello del testo e il rischio di un calo del ritmo è sempre dietro l’angolo.

Con una scena semplice, Fracassi e Micheletti riescono a riprodurre comunque la forza del testo di Ibsen. Il loro Rosmersholm ha un effetto che un adattamento di grandi dimensioni, col suo approccio filologico e la sua complessità visiva e dunque freddezza, non avrebbe potuto ottenere.

Gabriele Di Donfrancesco

@GabriDDC

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