Si dice Sangiovese e il pensiero va subito alla Toscana, ma anche in Romagna il “Vigna del Generale” di fattoria Nicolucci riesce a esprimersi al meglio.
Che il Sangiovese oltre che in toscana sia di casa anche qui lo testimoniano numerosi documenti a far data dall’anno mille, in cui la presenza del vitigno è registrata come elemento protagonista dell’economia agricola locale. Gli statuti comunali di allora, riportano la divisione delle numerose vigne tra i vignaioli delle diverse Signorie feudatarie. Estremamente versatile a seconda di come viene lavorato, da questo vitigno si ottengono sia vini di facile impatto che destinati all’invecchiamento. Peccato che in era moderna, troppo spesso il flusso turistico abbia indirizzato le produzioni verso rese massimali. Non sono però mancate le espressioni di alto livello qualitativo come quella rappresentata dalla famiglia Nicolucci, che incrocia i suoi destini con quest’uva intorno al 1885 in quel di Predappio alta. Oggi giunta alla quarta generazione di vignaioli, l’esperienza maturata in oltre un secolo di produzioni si raccoglie nell’entusiasmo di Alessandro, che conduce Fattoria Nicolucci anche dal punto di vista tecnico. I numeri ben lontani da quelli delle produzioni industriali sono tipici dell’Azienda vitivinicola a conduzione familiare. Senza nessun effetto speciale in cantina i vini riflettono la centralità dei vigneti, datati tra i 20 e i 90 anni e in armonia col microclima e la tradizione locale per il Sangiovese, cardini su cui da sempre si fonda la filosofia aziendale della famiglia. Predappio è separato della toscana soltanto dall’Appennino ed il continuum si materializza nel bicchiere, dove il Sangiovese pur interpretando le sue caratteristiche in maniera diversa regala vini di grande qualità.
“I Mandorli” e “Tre Rocche” assaggiati nell’annata 2015, sono i due Sangiovese d’ingresso entrambi Doc e vinificati in purezza, dalle caratteristiche note fragranti tipiche del vitigno, col tannino presente ma composto che invita ad accompagnare piatti semplici come la salumeria ed i primi della cucina Romagnola. Nel Tre Rocche al naso si aggiungono già lievi note balsamiche e di spezie dolci e aumenta la persistenza gustativa. Nel “Nero di Predappio” annata 2013, Il Sangiovese si fa comprimario al 40% affiancando il Terrano, altrove chiamato Refosco. Vinificato con attento uso del legno sviluppa una maggiore complessità che sopra il frutto concede più campo alle spezie e alle note balsamiche quasi mentolate. Ma il nome del vino non tragga in inganno, come spiega Alessandro Nicolucci nessun riferimento ai natali di alcun personaggio storico, ma solo alla tradizione dei contadini locali per i quali “il più nero di Predappio” erano le uve raccolte nella parte più elevata dei vigneti, così chiamate per le loro capacità di maturazione.
E’ però il “Predappio di Predappio” Sangiovese Doc Riserva Vigna del Generale, l’orgoglio più grande di Fattoria Nicolucci. Premiato ripetutamente dalle maggiori Guide Italiane è vino dai profumi eleganti, dal sottobosco all’aroma di cioccolato fino al tabacco dolce da pipa. Anche se di struttura ha un gusto morbido, che si allunga nella persistenza su note minerali di grafite e certamente si trova a suo agio con la carni rosse. In questa bottiglia è raccolta un po’ la storia della famiglia. L’etichetta è originale mai cambiata in 40 anni, racconta di una vigna ormai 90enne di proprietà di un generale che aveva un amico particolare, un lupo ghiotto d’uva che si aggirava per la vigna macchiandosi il manto di rosso. Il primo dei Nicolucci ad occuparsi di vino era al servizio di questo generale che segui anche in guerra. Durante il conflitto, il generale gli promise che se avessero fatto ritorno a casa salvi si sarebbe ritirato e gli avrebbe donato la vigna. Così fu, ed ancora il lupo rosso campeggia in bella vista sull’etichetta, ululando alla luna per ricordarci quanto della nostra storia c’è dentro una bottiglia di vino.
L’imperatore Massenzio, lo sfortunato imperatore, si fece costruire uno dei complessi abitativi più strabilianti alle porte di Roma, che domenica 12 giugno alle 11 sarà visitabile con l’Associazione Roma e Lazio x te.
www.viaappiaantica.com
Massenzio è stato uno degli imperatori più sfortunati della storia romana; la sua parabola è stata di breve durata, ma la sua personalità e soprattutto il grande complesso che si fece costruire alle porte di Roma (Via Appia Antica, 153) sono assolutamente intriganti e, visto che l’Associazione Culturale Roma e Lazio x te vi ha organizzato una visita questa domenica 12 giugno alle 11 (a questo link tutte le informazioni), dobbiamo assolutamente parlarne.
Si rimane subito stupiti dal circo. Il Palazzo di Massenzio è uno dei pochi esemplari al mondo di villa o costruzione privata abitativa che riunisce anche un circo ed un mausoleo nella stessa proprietà. Il circo è, tra quelli che si sono mediamente conservati, uno dei più grandi: 520 mt di lunghezza per 92 di larghezza. Quando il sole al tramonto colpisce la torre dell’oppidume le carceres (le gabbie di partenza dei cavalli) si crea un paesaggio senza eguali, reso ancora più entusiasmante da 400 specie floreali diverse. Camminando tra le sue rovine non solo si ha l’opportunità d’immaginare quali attività avvenissero dentro queste strutture (e tutto ciò verrà ben spiegato), non solo si può parlare del riutilizzo dei monumenti di quest’area (l’obelisco che ne decorava la spina centrale è stato sistemato dal Bernini sulla Fontana dei Quattro Fiumi di Piazza Navona) ma possiamo pensare allo sfarzo ed alla possanza di una costruzione concepita quasi come una cittadella da un imperatore considerato tra i più controversi. Del vero e proprio palazzo rimangono solo delle vestigia dell’Aula Palatina, che era collegata con un portico al pulvinar, la tribuna imperiale del Circo.
Ma la parte più emozionante è il grandioso Mausoleo di Romolo, costruito per onorare l’amato figlio Romolo morto annegato nel Tevere. Il Mausoleo prevedeva una camera sepolcrale per l’imperatore stesso al primo piano ed una serie di nicchie al pianterreno per i sui familiari (6 nel pilastro centrale ed 8 nelle mura laterali). Una vera e propria celebrazione della propria dinastia, e sembra quasi che i Torlonia, con la loro tenuta settecentesca apposta sopra, se ne siano voluti appropriare.E qui mi fermo, perché la visita di Roma e Lazio x te vi attende questa domenica (e mica vi posso raccontare tutto!!)
Per 10 giorni la Capitale diventa il centro del mondo enogastronomico
Ci siamo, finalmente l’appuntamento enogastronomico più atteso dagli appassionati del cibo e del vino di qualità è ai nastri di partenza. Venerdì 10 giugno prende il via Vinòforum – Lo Spazio del Gusto, l’evento che per ben 10 giorni, fino a domenica 19, vedrà impegnati, negli spazi di Lungotevere Maresciallo Diaz, centinaia di cantine vitivinicole, grandi chef e maestri pizzaioli, con degustazioni, show cooking, laboratori, lezioni didattiche e molto altro, per un’edizione, la XIII, che per quest’anno si preannuncia indimenticabile.
Questi i numeri della manifestazione:
uno spazio di 10mila metri quadri
500 cantine vitivinicole
2.500 etichette in degustazione
30 grandi chef stellati italiani ed internazionali
10 maestri pizzaioli
20 Temporary Restaurant
una “Factory” con decine di appuntamenti
Oltre alla straordinaria possibilità di conoscere e degustare i prodotti delle più rinomate aziende vitivinicole italiane ed internazionali, spiccano, tutte le sere, i momenti dedicati all’alta cucina:
Cantine da Chef International Edition – 10 chef stellati, provenienti dalle principali città europee, e non solo, propongono dei percorsi pensati per accompagnare le etichette di importanti aziende vitivinicole, nazionali e internazionali. Gli chef protagonisti: Heinz Beck, Raphael Francois, Paul Ivic, Jan Hendrik, Takuya Watanabe, Victor Gutierrez, Joris Peters, Joe Barza, Alexandros Ioannou. Tra le cantine Champagne Thienot, Falesco, Champagne Bozel, Cantina Negrar, Luce della Vite, Cecchi, Caldaro.
Chef’s Table – le più prestigiose Maison di Champagne – Krug, Dom Pérignon, Moët & Chandon, Veuve Clicquot, Ruinart – affidano le loro rinomate cuvée nelle mani di un parterre di stellati con pochi eguali in manifestazioni di questo genere: Giuseppe Costa, Peter Brunel, Massimo Viglietti, Michele Deleo, i fratelli Costardi, Rogier Van Dam, Francesco Apreda, Lorenzo Cuomo, Gianfranco Pascucci. Una cena, per soli 20 posti, che coinvolgerà tutti i sensi, perché ogni chef potrà esprimere il suo mood non solo attraverso i piatti, ma anche attraverso videoproiezioni e playlist musicali.
La Pizza dei Maestri Gourmet – un viaggio nella pizza d’autore, nato dalla collaborazione tra Vinòforum e Ferrarelle, che vede impegnati, fianco a fianco, 10 grandi cuochi insieme ad altrettanti maestri pizzaioli della Penisola. Un menu “senza regole”, composto sia da piatti che da pizze, in abbinamento ai vini delle aziende selezionate da Vinòforum. Le coppie: Katia Maccari e Giancarlo Casa, Giuseppe Di Iorio insieme a Gianfranco Iervolino, Michelino Gioia in compagnia di Edoardo Papa, Giuseppe Palamaro con Salvatore Di Matteo, Roy Caceres e Ciccio Vitiello, Davide Del Duca con Francesco Martucci, Kotaro Noda con Antonio Starita, Raffaele De Mase con i maestri della storica insegna “Da Michele”, Pino Arletto in due sessioni con Angelo Troiani e Nicola Delfino.
Per tutti gli appuntamenti dei tre format, posti limitati e prenotazione obbligatoria. Tutte le info sul sito www.vinoforum.it.
16 ristoranti italiani e 4 cucine internazionali si avvicenderanno invece, ogni due giorni, nell’area dedicata ai Temporary Restaurant, offrendo piatti gourmet a prezzi da street food. Sarà così possibile degustare le creazioni di Marzapane, Sapori dal Mondo, La Cucina Peruviana, Trippini, Retrobottega, Tordo Matto, Burro & Alici, La Cucina del Sudafrica, L’Arcangelo e molti altri ancora.
Tra le novità dell’edizione 2016, ci sarà la Vinòforum Factory: uno spazio speciale, nel cuore della kermesse, studiato per approfondire le tematiche del mondo del vino e diffondere la giusta cultura del bere. Per tutti i presenti – su prenotazione da effettuare in loco – sarà possibile accedere ad esclusivi “Speed Tasting”, una degustazione, veloce ma dettagliata su specifici argomenti, face to face con un sommelier professionista. Un’altra tipologia di incontri, dedicati ai wine&food lover, prevede diverse degustazioni guidate da personaggi del panorama vitivinicolo: i vini eroici, delle isole, del fuoco e della luce, gli champagne, il biologico, sono alcuni degli interessanti focus che verranno affrontati. Spazio a parte sarà infine riservato ai più giovani – under 28 – con tanti momenti, pratici e teorici, per conoscere al meglio il variegato universo enoico: il servizio, le etichette, i vitigni, la figura del sommelier, l’abbinamento con il cibo, le tecniche di degustazione. Obiettivo: informare, sfatare tabù, bere bene ed in maniera consapevole.
Vinòforum Eventi srl | Lungotevere Maresciallo Diaz, Roma | 10-19 giugno, dalle ore 19:00 alle 24:00 (fino alle 01:00 venerdì e sabato). Biglietto di ingresso € 16 comprensivo di calice e carnet da 10 degustazioni di vino. Cene a partire da € 38 con posti limitati e prenotazione obbligatoria su www.vinoforum.it
“Verità! Verità! Tutti vogliono la verità. Beh, la verità è sporca quanto le bugie”
Titolo: La Gatta sul Tetto che Scotta (Cat on a Hot Tin Roof)
Regista: Richard Brooks
Sceneggiatura: Richard Brooks, James Poe
Cast Principale: Elizabeth Taylor, Paul Newman, Burl Ives, Jack Carson, Judith Anderson
Nazione: USA
Anno: 1958
Bugie. Bugie. Bugie. A pensarci bene, e concettualmente è un bel paradosso, sono le bugie a reggere l’umanità. Che siano enormi, come i segreti di stato che reggono le diplomazie ed impediscono guerre mondiali quotidiane, o strettamente personali, piccoli segreti che ci permettono di andare avanti giorno per giorno. Il problema non è la menzogna in sé, come capisce Maggie la gatta, ma una radicale vita fondata su di esse: a quel punto l’ipocrisia pervade ogni spiraglio, ogni millimetro della nostra esistenza e le prime vittime siamo noi stessi.
Storia dell’ipocrisia
La Gatta sul Tetto che Scotta è una storia fondata interamente sull’ipocrisia come strumento e motore delle relazioni interpersonali. Tutti i personaggi mentono, lo fanno l’uno con l’altro e soprattutto mentono a loro stessi. Cosa c’è di vero in una famiglia che tiene nascosto al vecchio padre un male incurabile che lo riguarda? Cosa c’è di onesto in un padre che dice al figlio di avere una moglie più bella di quella del fratello? Cosa c’è di reale in una donna che punta al riavvicinamento tra il marito e il padre di quest’ultimo solo per non vederlo tagliato fuori dalla linea ereditaria?
Tutti noi abbiamo mentito nella nostra vita, tutti noi soprattutto lo abbiamo fatto nelle classiche occasioni di grandi rimpatriate familiari, di cene con tutti i parenti in cui è necessario salvare le apparenze e declamare quel vitale “va tutto bene”. Mario Monicelli ci aveva visto giusto col suo Parenti Serpenti, perché le riunioni di famiglia sono temporali stracarichi di tuoni e fulmini pronti ad abbattersi ovunque. La Gatta sul Tetto che Scotta è un microcosmo, una viziosa allegoria del quotidiano tramite la famiglia, quel nucleo da cui tutto parte: vita e morte, soldi e sesso, tutto nascosto e taciuto. Bugie, bugie, bugie.
E pensandoci bene, lo stesso film di Richard Brooks è una menzogna. Questa pellicola del 1958 è infatti tratta dalla celeberrima opera teatrale del grande Tennessee Williams – testo ancora oggi recitato con grande successo in tutto il mondo – in cui l’elemento cardine del fitto sistema di menzogne della vicenda nasce dalla segreta omosessualità del protagonista Brick. La data del film l’avete letta, questo sottotesto nella Hollywood di allora non si poteva esplicitare, e il famigerato Codice Hays (un codice che regolava le guide morali delle produzioni cinematografiche, in pratica una censura su cosa si potesse dire e non dire, poi fortunatamente soppiantato pochi anni dopo) impose la soppressione di tale tematica. E sapete una cosa? Il più grande paradosso di tutto è che la scelta retrograda del Codice Hays fece benissimo al film e aiutò ancora di più la sua forza emotiva: a leggere bene il film di Brooks una sussurrata omosessualità molto latente c’è ancora, e il fatto di doverla nascondere e schiacciare rende il non detto e la menzogna dei segreti ancora più efficace. La Gatta sul Tetto che Scotta finisce quindi per diventare una grossa allusione pesante come un macigno, e involontariamente uno dei più riusciti trucchi metacinematografici (un film sulle bugie costretto alla bugia).
Un cast stratosferico
Però, in una storia fatta di passaggi non detti e ricamati schemi arrivisti, la chiave per dare passione e potenza empatica è racchiusa nelle interpretazioni. Questo film ha infatti un colore dominante: l’azzurro degli occhi di Paul Newman e Elizabeth Taylor. Due attori stratosferici, in grado col loro carisma di reggere da soli la scena – siamo sinceri, basterebbero le loro scene insieme per fare un gran film – due modi di recitare caldissimi per quanto necessariamente opposti: l’eterna Liz Taylor è volto e corpo della passione, col suo incidere lascivo ma così seducente, in grado di incendiare la stanza in cui si trova con un solo sguardo; Paul Newman deve interiorizzare ma al tempo stesso apparire instabile, e così è costantemente un vulcano in ebollizione, ogni volta che appare non sai ciò che potrebbe dire o fare. Menzione importante anche al grande Burl Ives, un signor caratterista che non stona mai in alcun momento, sa fare tutto bene e rende persino migliori gli attori che recitano con lui.
Cosa resta, quindi, alla fine di un simile giro sulle montagne russe? Un vero bacio di amore, oppure l’ennesima recita ben riuscita? Brick, Maggie, Bid Daddy, Cooper, Mae, magari tutti loro sanno quale è il confine che li porta alla verità, ma sanno pure che accettare di varcarlo è la cosa più pericolosa da compiere.
3 buoni motivi per vedere il film:
– La chimica fuori dal comune tra Paul Newman e Elizabeth Taylor, due bombe ad orologeria messe a contatto in una stanza bollente (anzi, su un un tetto che scotta).
– I personaggi di Cooper e Mae. Sono agli antipodi della coppia di protagonisti praticamente in tutto, e proprio per questo sono perfetti: sono caratteri così infimi ma necessari da incontrarli ogni giorno nelle nostre vite.
– La regia sicura di Brooks, che ha davvero alzato l’asticella per come portare al cinema un testo teatrale senza perderne essenza e forza.
Quando vedere il film?
– Un pomeriggio, e il motivo è semplice: dovete vederlo in famiglia, e nessuno deve avere sonno. Guardate le reazioni dei vostri cari, sarà più divertente del film stesso.
Emanuele D’Aniello
Il trailer
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Per la gioia degli appassionati Cucina & Vini realizza a Roma la grande degustazione dedicata al verdicchio,uno tra i più grandi vini bianchi d’Italia.
Nemmeno la bomba d’acqua ha fermato la folla intervenuta all’evento per incontrare il mondo del Verdicchio. Gli intervenuti hanno potuto apprezzare il lavoro dei produttori, che sviluppano le potenzialità di questo generoso vitigno giunto già a livelli di qualità assoluta. Erano 27 le aziende vinicole marchigiane in degustazione per un totale di 70 diverse etichette, una grande adesione resa possibile anche grazie al lavoro di IMT, l’Istituto Marchigiano di Tutela Vini che ha coinvolto entrambe le aree produttive del Verdicchio. Le sue diverse anime appunto perché non basta dire Verdicchio, c’è quello dei Castelli di Jesi e quello di Matelica, ma la fortuna è che entrambi gli areali di produzione regalano vini annoverabili tra le migliori produzioni in bianco del paese. Non c’è un migliore solamente caratteristiche diverse, tanto che gli appassionati enoici discutono tra loro sulle preferenze quanto gli inglesi delle previsioni del tempo.
Il Verdicchio dei Castelli di Jesi è forse più noto, ma solo per un meccanismo commerciale che lo ha proposto per tanti anni nella famosa bottiglia ad anfora di una nota azienda. Il Verdicchio di Matelica però non è da meno è solo una questione di caratteristiche, forse meglio dire di identità perché questo vitigno interpretando il territorio è capace di esprimerlo in un campionario di vini autentici e al di fuori degli stereotipi. Composizione dei terreni, esposizione, venti e distanza dal mare, sono tra gli elementi che forgiano il carattere di ogni singolo Verdicchio. Come indicazione di massima si può dire che quelli dei Castelli di Jesi da zone collinari, tendono più ai profumi fruttati e risentono dell’influsso dei venti marini, mentre quelli di Matelica nella valle dell’Esino, vanno più sugli aromi fruttati e le sfumature minerali. Ma è solo una traccia gustativa che non ingabbia questi vini in modelli definiti.
Un’occasione del genere rende ingeneroso fare classifiche ma apprezzamenti quelli si, si possono certamente fare e la lista è lunga a partire dai prodotti spumantizzati, per i quali il verdicchio ha dimostrato una grande disponibilità. Tra questi l’Azienda Broccanera ha proposto il suo Extra brut metodo classico realizzato con la perizia delle grandi bollicine e di delicata finezza. Tra i vini fermi si sono confermati come sempre i grandi Verdicchio di Bucci, un classico sempre attuale, oltre al Mirum di Fattoria La Monacesca che è sempre un gran bel bere. Anche il Podium di Azienda Garofoli ha fatto la sua solita grande figura, ed insieme a lui i vini dell’Azienda La Staffa insieme a Casaleta, Finocchi e Umani Ronchi. Questi solo alcuni nomi in una gamma complessivamente di elevata statura e straordinaria qualità prezzo. Tra tutti però una preferenza va all’Azienda Col di Corte e al suo Verdicchio Classico Superiore dei Castelli di Jesi vinificato senza lieviti aggiunti, un vino che non ti scordi facilmente.
LE AZIENDE: Belisario, Benforte, Bisci, Broccanera, Bucci, Casaleta, Casalfarneto, Ceci, Col di Corte, Collestefano, Conte Leopardi Dittaiuti, Fazi Battaglia, Finocchi, Garofoli, La Monacesca, La Staffa, Marconi, Mezzanotte, Montecappone, Monteschiavo, Pievalta, Politi, Santa Barbara, Tenuta di Tavignano, Terre Cortesi, Moncaro, Umani Ronchi, Velenosi
“Signor Mucha lei mi ha reso immortale” fu la frase che la Bernhardt disse abbracciando l’artista e che segnò l’inizio della fortuna di quest’ultimo grazie a un contratto di sei anni con la divina Sarah.
Al Complesso del Vittoriano– Ala Brasini dal 15 aprile all’11 settembre 2016, si possono ammirare le 200 opere di Alphonse Maria Muchatra dipinti, manifesti, disegni, opere decorative, gioielli e disegni preparatori degli arredi della Boutique Fouquet. La collaborazione tra la Fondazione Mucha e Arthemisia Group ha permesso lo sviluppo di questa mostra attraverso la vita dell’artista e le sue opere.
Una delle prime litografie che incontriamo nel percorso è quella che rappresenta Sarah Bernhardt, la famosa attrice francese, nelle vesti di Gismonda di Victorien Sardou, rappresentata nel terzo atto del melodramma mentre tiene una palma in mano. A quest’opera Mucha deve la notorietà perché a Sarah non piacquero i manifesti che erano stati preparati per la rappresentazione teatrale: “Troppo banali”.
Era il Natale del 1894, i grandi artisti erano partiti da Parigi, l’artista troppo povero, era rimasto invece, e viveva in una piccola stanza al numero 13 di rue de la Grande-Chaumière, sopra la cremerie di madame Caron, luogo d’incontro di artisti dotati e squattrinati, quali Paul Gaugin e August Strindberg. Fu così che gli fu commissionata la locandina. Sarah ne rimase estasiata, Alphonse la raggiunse nel suo Boudoir, lei si alzò e lo abbracciò dicendogli “Signor Mucha lei mi ha reso immortale”.
Da qui parte lo “stile Mucha”. Numerose sono le litografie a colori della mostra che rappresentano donne sensuali, sinuose, forti e coraggiose, a volte fragili e innamorate: la Tosca 1899, La Dama delle Camelie 1896, La Samaritana 1897, Médée 1898, Hamlet 1899. La scelta dell’uso di stampa litografica per Mucha è dovuta all’idea che l’arte doveva essere a disposizione della gente: siamo in un periodo storico particolare, fine dell’800, e nella capitale francese con il boom economico sta per esplodere il periodo bohémien con tutte le sue manifestazioni artistiche. L’art nouveau o stile liberty s’ispira alla natura, con questi dettagli curati e ripetuti dai colori oro, verde smeraldo e rosso, le donne bellissime e aggraziate.
Il contratto con l’imprimeur-éditeur Champenois permise all’artista ceco di risollevarsi economicamente cominciando a produrre manifesti pubblicitari e pannelli decorativi (panneaux décoratifs) per interni. Il Manifesto Nestlè 1897 “Chocolat idéal”, il profumo “Rodo”, i biscotti e lo champagne Möet & Chandon sono solo alcuni prodotti. Finalmente la gente poteva comprare le copie per pochi franchi (40) secondo lo spirito ideale che l’arte deve essere per tutti.
Una delle opere più maestose e raggianti è La Madonna dei Gigli, 1905 olio e tempera, che si discosta dall’art nouveau per adottare uno stile più classico, ideato per la chiesa di Gerusalemme. All’inizio era rappresentata solo la Madonna sul lato destro che guarda verso il basso, mentre i gigli la avvolgono, creando luminosità e morbidezza nel quadro; in seguito fu aggiunta la bambina che guarda fissa lo spettatore. Per anni l’angolo della fanciulla fu tenuto piegato, Mucha non voleva vederlo, un curioso aneddoto spiega il perché: la bambina era identica alla sorella che lui non amava, solo che la dipinse identica 5 anni prima della sua nascita.
La politica e gli ideali hanno sempre fatto parte della personalità dell’artista: fin da quando era ragazzo, nella sua città natale Iavančice, si occupava delle illustrazioni del giornale satirico locale. Il patriottismo si evidenzierà sempre di più nelle sue opere.
Così nel 1910 Mucha tornò a casa per continuare il suo ideale storico: mettere l’arte al servizio del proprio Paese, L’epopea slava raffigura su enormi tele le sofferenze dei popoli slavi nel corso di mille anni: il pensiero idealista di Mucha qui prende piede, voleva proporre un fine comune, la pace tra i popoli slavi e gli altri popoli, portando avanti l’idea che l’arte poteva unire tutti e contribuire allo sviluppo dell’umanità. La rappresentazione femminile trova il proprio culmine con il Ritratto di Halide Edip Adivar, 1933 olio su tela, la prima femminista turca: qui si può vedere che c’è più freschezza femminile, viene sottolineato l’ aspetto psicologico, la sofferenza, gli occhi scuri, segnati.
La mostra si chiude con il trittico l’Età della ragione, l’Età dell’amore e l’Età della saggezza del 1936, un monumento all’umanità intera, perché fino alla fine Mucha ha creduto nel valore universale dell’arte e nella pace.
Curato da Tomoko Sato, che ha realizzato numerose mostre su Alphonse Mucha, molti dettagli impreziosiscono il percorso, come la finestra reale che si affaccia sui Fori Imperiali con al lato le stesse immagini di fotografie di Mucha con la moglie Maruška, risalenti ai primi del Novecento, subito dopo il matrimonio del 1906. La donna fu una fonte d’ispirazione costante per l’artista e un sostegno importante durante il progetto dell’Epopea Slava. Dettagli come i fregi decorativi accompagnano tutto l’allestimento.
“Il più grande artista decorativo del mondo” dal the New York Daily News 1904.
Il maestro del thriller americano torna con un noir pieno di suspense, che porta a galla segreti e misteri della comunità bene alla periferia di New York.
Nel mondo comune è la famiglia il nostro porto sicuro, quel luogo in cui possiamo trovare conforto, aiuto, stabilità e amore. Ma Jason Starr con il suo nuovo romanzo Savage Lane, edito da Parallelo45 – UnoRosso, ribalta questo concetto, raccontando di come in un apparente felice famiglia ci sia del marcio e segreti nascosti che portano al disastro, presentandoci un thriller domestico avvincente e pieno di suspense.
Il maestro statunitense dei noir ci porta stavolta alla periferia di New York, nella contea di Westchester precisamente in Savage Lane, dove le vite degli abitanti sembrano perfette. Mark e Debbie sono sposati da anni, hanno due figli, una bella casa, soldi a sufficienza e tanti amici con i quali condividere feste e partite di golf. Tutto sembra perfetto, ma si sa, l’apparenza inganna.
Infatti, Mark ha una cotta per la vicina di casa Karen, divorziata da poco che non si rende conto di ciò che veramente l’uomo voglia da lei. Karen è, appunto, una donna single, che fa gola a ben più di un uomo e che si intrattiene appuntamenti galanti, scatenando il gossip nel benestante quartiere. Deb, invece, è infelice e schiava dell’alcol e intrattiene una relazione scomoda con un giovane fallito liceale, Owen, insoddisfatto della sua vita e ossessionato dall’odio verso il patrigno e la madre. Fin qui tutto quasi bene, Starr ci racconta delle vite dei suoi personaggi come se si trovasse in una commedia degli equivoci, in cui persone benestanti ed apparentemente senza problemi si ritrovano a fare i conti con i propri errori e le loro vite disastrate. Ma, ad un certo punto, tutto si ribalta: un evento criminale inaspettato sconvolge ancora di più il precario equilibrio dei protagonisti. Un oscuro delitto, infatti, sconvolgerà tutto, rivelando come dietro la dorata apparenza delle vite in Savage Lane si nascondano segreti mai rivelati.
Cosa differenzia questo thriller da tanti altri? Beh, Jason Starr è un maestro in questo campo. Egli riesce ad estrapolare da personaggi e storie ordinare una narrazione avvincente, costituita di segreti, bugie, delitti incompresi e inaspettati che danno al lettore quel senso di suspance e sorpresa che attacca gli occhi alle pagine fino alla fine. Il suo merito sta anche nella caratterizzazione dei personaggi, tutti perfettamente riusciti nelle loro sfaccettature, inseriti in modo preciso all’interno della narrazione, ognuno al suo posto ed ognuno con un proprio ruolo, sia esso positivo o negativo.
Savage Lane è un thriller/noir che merita davvero molto, scorrevole, d’impatto, sorprendente e intrigante, che grazie alla grande abilità di narrazione dell’autore permette anche di riflettere molto sulle false apparenze e su come può essere difficile riflettere su se stessi e sui propri rapporti sociali.
Mancava giusto la zona della Pineta Sacchetti per completare la meravigliosa tela che gli street artist ci stanno regalando quotidianamente nel XIV Municipio. Il bello di questa impresa è che non se ne ha mai abbastanza.
Non solo perché rende più belli i quartieri che popoliamo ogni giorno, ma anche perché sembra regalare alle periferie un lustro nuovo, che le fa sentire “speciali”.
Roma è grande, dispersiva, immensa anche per chi è romano, figuriamoci per gli altri. Spesso si conosce solo il centro e i quartieri di appartenenza, spesso ci si sente lontani dal fulcro della vita urbana.
Regalare queste opere a cielo aperto significa creare un polo culturale accessibile a tutti, gratuito, e rendere riconoscibili le periferie anche agli occhi di chi abita altrove.
Non perdetevi quindi il nuovo tour artistico di Domenica 12 Gugno 2016, dalle ore 14:30 presso il Parco del Pineto, con ingresso in via della Pineta Sacchetti 78, data in cui si terrà l’inaugurazione del progetto “Pinacci Nostri, street art dal basso a Pineta Sacchetti”. L’evento prevede un tour di street art tra circa 50 opere, installazioni live, musica e danza.
Si consigliano scarpe comode per effettuare il giro tra le strade del quartiere alla scoperta della sua storia e del suo rinnovato presente, accompagnati dagli street artist che hanno preso parte al progetto e con le performance artistiche de: l’Orchestra GEO, l’attrice Carlotta Sfolgori, i musicisti Marco Dinamite, Marta Marino e Silvia Livi, la cantante Vera Balzani, i performers Caterina Felicioni e Massimiliano Fusella, i Damndancers Shady Salem e Beatrice Alessi, il poeta Claudio Fiorentini, la Compagnia Teatrale Nanas – Eloisa e i bambini della scuola “Andrea Baldi” di via Sisto IV. Al termine della giornata, alle ore 20.30, si terrà in piazza Pio IX, il concerto folk/country con balli nordamericani, dei gruppi “Mariano De Simone & Hard Times” e “Six Voices”.
L’evento è gratuito!
Pinacci Nostri è un movimento indipendente, dal basso, a-politico e autofinanziato, che utilizza la street art come volano, per diffondere la cultura nel quartiere della “Pineta Sacchetti”, promuovendo le capacità di chiunque abbia voglia di contribuire con il proprio “mattoncino” alla costruzione di una comunità in grado di ritrovare orgoglio e senso di appartenenza. Immaginiamo che, portando la bellezza sui muri, il nostro quartiere possa trasformarsi in un luogo felice, in cui tutti, a proprio modo, vengano fuori e inizino ad adoperarsi per difenderlo dalla lenta e inesorabile rassegnazione al brutto e al degrado. Siamo convinti che qualsiasi processo di rigenerazione territoriale, promosso dal basso e su base spontanea, debba essere fondato sul concetto di fruizione dello spazio pubblico quale ambito ideale per la promozione di eventi artistici, culturali e sociali. Allo stesso tempo, crediamo che chi vive a Pineta Sacchetti abbia le capacità per costruire “qualcosa di bello” che possa riaccendere la speranza e rendere finalmente il nostro quartiere un luogo caratterizzato da una forte identità, partendo dalla valorizzazione del suo ricchissimo passato.
Se invece venite da più lontano approfittatene per vedere anche:
Il 9 Giugno a Roma apre Qibo, lo tsunami dell’alimentazione per gli animali domestici!
Quando si parla di gastronomia solitamente si intende il cibo per gli esseri umani. L’importanza che gli animali domestici iniziano ad avere nelle case degli italiani, però, sta facendo cambiare la mentalità a molti padroni, che guardano con occhi diversi l’alimentazione dei propri amici a 4 zampe.
Secondo i Dati Eurispes 2016metà degli italiani ha un animale domestico, mentre il 7,4 % ne possiede tre! Sul podio ovviamente troviamo il cane (60,8%) seguito dal gatto (49,3%) e poi da pesci e tartarughe (entrambi all’8,7%). La maggioranza delle persone spende in media 50 euro mensili per gli animali e più del 35% riesce a contenere le spese sotto i 30 euro al mese. Solo il 19% spende fino a 100 euro mensili per curare complessivamente il proprio animale. Alcuni arrivano a spendere fino a 200-300 euro euro mensili.
Ma come nutrire bene i nostri animali senza spendere troppo?
Qui entra in gioco Qibo, e non solo per gli allevatori. Da un piccolo gioco di parole tra Cibo/Qualità nasce il nome di un nuovo progetto perfettamente in linea con una tendenza mondiale che pone attenzione al problema della nutrizione animale. L’idea è di Stefania e Domenico, che hanno lavorato per diversi anni nel settore agroalimentare e nella ristorazione. Entrambi amano gli animali, per questo motivo hanno voluto lanciare qualcosa di completamente nuovo e di qualità sul mercato con il supporto di Laurenzi Consulting.
Qibo è il primo negozio della Capitale con laboratorio di cucina, dove vengono preparati e venduti pasti freschi e complementari per cani e gatti, realizzati con materie prime selezionate e garantite e con un prezzo concorrenziale rispetto ai prodotti della grande distribuzione.
All’interno verrà realizzata la linea di pasti destinata alla vendita in loco e al delivery. Le ricette proposte sono il frutto delle studio della Dottoressa Debora Guidi, medico veterinario esperto in nutrizione, che ha realizzato una linea ad hoc comprendente cibi complementari, come biscotti artigianali, e cibi freschi: LIGHT – ipocalorici, FITNESS – bilanciati, BARF– crudisti, MONO – monoproteici per le intolleranze. La dottoressa sarà anche disponibile per studiare diete individuali ed elaborare piani alimentari specifici per animali con patologie e intolleranze.
Non mancheranno nemmeno eventi ad hoc nella graziosa location, come incontri “open a 6 zampe”, attività formative, appuntamenti ludici e didattici finalizzati ad approfondire i temi della nutrizione di padroni e animali. Intanto non perdetevi l’inaugurazione il 9 giugno, dalle 17 alle 19 in via Tommaso Campanella 40/42.
L’inafferrabile artista di Bristol arriva a Roma presso Palazzo Cipolla(via del Corso) con una mostra completamente dedicata alla sua iconica arte di strada.
Fino al 4 settembre 2016 “Guerra, capitalismo & libertà” installerà nella capitale 150 opere, divise tra dipinti, sculture e stencils, di Banksy, il genio britannico che con la propria ruggente street art ha rivoluzionato l’arte dell’ultimo decennio.
Stiamo parlando di una delle figure più ambigue del panorama artistico contemporaneo, venuto dalla strada, partorito da una generazione delusa e disgustata, un individuo ormai famoso in tutto il mondo che tuttavia è riuscito a conservare il proprio anonimato diventato parallelamente il simbolo più indiscusso della sua misteriosa identità. Un nome che da anni firma centinaia di opere sparse per la terra, caratterizzate da un amaro cinismo e spietato sarcasmo che hanno fatto di Banksy l’emblema di tante battaglie.
Kids on Gun
“Guerra, capitalismo & libertà” il titolo stesso della mostra affronta i tre temi più dibattuti del nostro tempo, evidenziando la visione artistica dello street artist inglese di fronte ad urgenti questioni sociali, politiche e culturali. Banksy è stato il primo che ha capito il grande ed inimitabile potenziale dell’arte di strada, la sorprendente comunicabilità di un segno su un muro, trasformando il graffito da atto vandalico in gesto di protesta e dando un’immagine al proprio disprezzo.
L’inedita raccolta di opere in mostra a Roma comprende pezzi provenienti da collezioni private, alcuni dei quali mai esposti in precedenza, stampe e dipinti che hanno influenzato la scena artistica internazionale, inaugurando un fenomeno che proprio nella capitale si sta radicando, coltivato soprattutto nelle periferie.
L’esposizione raccoglie le immagini più rappresentative di Banksy, lavori dotati di un grande umorismo ma anche di una notevole sensibilità, in grado di colpire per la propria umana schiettezza coinvolgendo gli argomenti più importanti del momento e ponendo ognuno di noi di fronte una difficile analisi di coscienza. Davvero siamo i responsabili di questa società malata, egoista ed incapace di guardarsi intorno? Che futuro stiamo costruendo? E soprattutto a cosa stiamo rinunciando?
Throlley Hunters
La collezione riunita a Roma da Fondazione Terzo Pilastro–Italia e Mediterraneo è quindi un’occasione senza precedenti per avvicinarsi alla visione del mondo dell’artista di Bristol, che con i propri murales ha prodotto una critica geniale e senza censure, esprimendo soprattutto un commento satirico sui nostri vizi e le nostre umane illusioni.
Lo stile inconfondibile di Banksy domina la rassegna del palazzo romano portando per la prima volta dentro un museo privato un’arte metropolitana che ha saputo unire talento e ispirazione conferendo all’anonimo graffitaro un tratto unico ed inimitabile che lo contraddistingue nel mondo.
Guerra, Capitalismo e Libertà
Vale la pena visitare Palazzo Cipolla, soffermarsi su “Kids On Guns”, “Trolley Hunters”, “Girl With Balloon”, “Love Rat” e tutte quelle opere che non solo sono diventate un simbolo di protesta mondiale, ma che hanno avuto l’incredibile capacità di mettere l’intera società occidentale alla berlina a partire da un disegno sul muro.
“Può capitare anche questo, uscire di casa per l’ultima volta e non saperlo.”
Sono passati quasi sette mesi da quel 13 novembre. Un venerdì sera che vestiva già gli abiti della superstizione, caduto su un numero che spesso accompagna i film dell’orrore.
E l’orrore effettivamente c’è stato. A Parigi, in un locale come tanti, durante un concerto come tanti.
Luci che si trasformano in sangue, note che mutano in grida. Così i kamikaze si sono fatti strada nella quotidianità, togliendo dalla faccia della terra 130 vite (e non solo nel locale).
Non siamo certo qui per raccontare a tutti il già noto, ma forse per ricordare.
Non ci siamo scordati, penserete, ma cosa ci è rimasto effettivamente di quella notte?
Qualche brivido in metro per i primi mesi con i militari, almeno per quando concerne la Capitale, qualche dubbio sulla serata in centro-centro, dove è più pericoloso.
No, che non abbiamo dimenticato, ma sicuramente abbiamo dovuto accantonare.
E’ un moto di sopravvivenza legittimo, una dimostrazione di attaccamento alla vita.
In un romanzo a me molto caro, Cronache di Poveri Amanti, Pratolini sfoggia almeno due frasi che si legano bene a questo concetto.
Dimenticare è l’aiuto che ci offre la vita perché la viviamo.
Bonifacio Vincenzi lo sa e pubblica con LietoColle una silloge poetica dal titolo “Bataclan“, affinché la penna fermi il tempo, immortali su carta l’inenarrabile. La divide in quattro sezioni: “Un attimo prima degli spari”, “Vittime”, “Il sorriso di Marie” e “L’abitudine della vita”.
Ci aspetteremmo un tributo all’italiana Solesin, ma è Marie Lausch, trasferitasi da poco a Parigi con il fidanzato Mathias Dymarske, la protagonista dei componimenti.
La generazione Bataclan entra così nei versi del Vincenzi, viene descritta con delicatezza, attraverso una parola poetica semplice, molto vicina alla prosa. Si parla di morti precoci, di vite strappate, con la malinconia di chi osserva un bambino succhiare il frutto della giovinezza finché non gli viene rubato.
Ah Prévert! Ah Prévert! i tempi cambiano.
Ora i ragazzi che si amano muoiono nell’abbagliante splendore della loro libertà.
Leggendo le parole dedicate alla giovane ventitreenne riecheggia quell’Ode all’urna greca di J. Keats, dove si inneggia alla bellezza eterna dei personaggi dipinti: non invecchieranno mai, non deluderanno mai le aspettative che nutrono nei confronti dei loro sogni, regaleranno un sorriso eterno a chiunque li ammirerà.
Come loro Marie.
Non invecchierai mai vivrai giovane e sorridente negli occhi del mondo
un unico eterno amore e la certezza di essere vissuta senza tradire i sogni.
Significativi i richiami alla natura, sia a livello concettuale che verbale. Le morti sono accostate agli alberi, alle foglie, al cielo e alle stelle; i giorni di Marie sono “franati”, come frana la terra, all’improvviso, e senza speranza di risollevarsi.
In contrasto con delle esistenze rotte perché “la morte ha giocato sporco“, le nostre vite appaiono sempre uguali, con la nostra noia, e la nostra paura di invecchiare.
Poiché vivere è il nostro destino fino al giorno di morire, diceva ancora Pratolini.
E ammettiamo che ci siamo sentiti più vivi dopo queste morti, ammettiamo che un fremito ha scosso la nostra esistenza facendoci riflettere sulle nostre effimere necessità, sui nostri quotidiani capricci. Ricordiamo che alcune persone dovranno continuare a vivere senza i loro cari. Possiamo conservare questo libro come un piccolo talismano, un monito costante, una preghiera per salvare (laicamente, s’intende) la nostra anima: non siamo al mondo per vivere nella paura, ma nemmeno per ignorarla.
Il Professionista, spettacolo teatrale presentato dal Fabrique du Cinemaal Teatro Sala Umberto, è la storia del tormentato Aron.
L’uomo è un sicario, schiacciato dalle conseguenze psichiche che il suo lavoro gli porta. Cerca in tutti i modi una soluzione nel suo inconscio per cambiare vita. Finché un giorno incontra Juliet, una giovane cantante, che per circa un anno gli farà scordare di essere un assassino. Ma il caso vuole che per chiudere con la sua vecchia vita, deve far un ultimo, pericoloso, lavoro a Bergamo. Le storie dei personaggi si intrecciano, formando una catena di eventi, che porteranno ad un’unica fine: la morte dei protagonisti.
La storia, presentata come una dark-comedy sembra a volte non riuscire a partire del tutto. Iniziando con i cambi scena che lasciano molto a desiderare, essendo lenti e molto frequenti. I silenzi troppo lunghi di alcune battute lasciano perplessi il pubblico che non riesce a capire che cosa sta succedendo. Immersi in una luce a volte verde e a volte rossa, lo spettacolo ricorda un quadro caravaggesco, ed è un vero peccato dover dire che la valida storia di questo spettacolo a volte lascia dei buchi silenziosi, dove lo spettatore non riesce a riconoscersi.
I tormenti psichici di Aron potrebbero essere i nostri, in altra forma magari, tutti abbiamo un inconscio, che rappresenta il nostro doppio e a volta ci fa paura. Ma non riusciamo a riconoscerci negli assillanti pensieri di Aron perché essenzialmente non capiamo quali sono. Lui vuole veramente evadere dalla sua vita? Ci prova sul serio? È addolorato se non ci riesce? Non si capisce il suo angoscioso mondo. Aron è arrabbiato con se stesso, ma la domanda è: veramente ci si arrabbia così?
Da quand’è che il teatro è finzione? C’è un punto di contatto molto sottile che riesce a far emergere nel teatro una sorta di realtà quotidiana e l’attore che interpreta Aron non è riuscito a calcare questa linea sottile, perché sono sicura, che nessuno, tanto meno lui, si potrebbe mai arrabbiare nella vita reale in modo così finto. La voce pesante e roca non bastano a far pensare che una persona è pesantemente schiacciata dal sentimento d’odio che porta dentro. L’attore sembra essere più adatto ad una cornice diversa, quella del cinema. Si vede che è adatto a calcare le scene cinematografiche rispetto a quelle teatrali. O magari con ruoli diversi, meno pesanti di questo, la sua interpretazione sarebbe sicuramente migliore.
Per tutta la rappresentazione ci sorge una domanda: Ma dovevamo ridere o “piangere”? A volte le scene sembrano incollate in modo frettoloso sul palco. Non arriva il messaggio finale, perché? Essenzialmente perché non si capisce esattamente qual è il messaggio, se c’è.
A parte alcuni attimi divertenti, lo spettacolo è lento e faticoso non riuscendo così a decollare, infatti solo dopo i primi 45 minuti, si riesce ad entrare nell’atmosfera magica del teatro. Un applauso di incoraggiamento però va al progetto luci e ai fermo immagine e alla splendida voce dell’attrice che interpreta Juliet (Mimosa Campironi). Un applauso anche all’attore Luigi di Fiore che con il suo personaggio ha reso il dramma, in alcuni tratti tangibile e vero. Essendo la storia molto valida, andrebbero riviste delle cose e senza dubbio lo spettacolo ha le potenzialità per migliorare e prendere pieghe diverse.
Al Maxxi si celebrano i 70 anni della Repubblica Italiana con la mostra “Extraordinary visions. L’Italia ci guarda”, raccogliendo 150 foto di artisti italiani e non che hanno posto il proprio sguardo sull’affascinante realtà e le contraddizioni del Bel Paese.
Mentre al centro di Roma sfrecciano i rituali festeggiamenti per l’importante anniversario, al Maxxi un’esposizione dei più grandi maestri della fotografia internazionale racconta l’Italia, spogliandola della classica immagine da cartolina con cui il paese è sempre stato presentato agli occhi del mondo.
Non l’Italia delle fontane, delle chiese e dei luoghi cult celebrati dall’iconografia pubblicitaria, ma l’Italia degli spazi urbani compromessi dal degrado, delle periferie dimenticate, dell’abusivismo edilizio, ritraendo la triste realtà che si nasconde dietro il mito intramontabile del Bel Paese.
Una mostra, visitabile fino al 23 ottobre, che dedica 150 immagini alla storia di una nazione che da 70 anni vive di mille contraddizioni, fatta di luoghi idilliaci contaminati da un’inesorabile trasformazione urbana, storica e culturale, divenendo un soggetto privilegiato per l’obiettivo fotografico affascinato dalla poliedrica realtà della penisola.
Un vero e proprio viaggio in cui ci si imbatte in paesaggi bellissimi, ma compromessi dal degrado, in luoghi bucolici, ma contaminati dall’uomo e dal turismo di massa, documentando tragicamente l’insuperabile incongruenza tra i tempi di una natura arcadica e quelli della realtà contemporanea. La mostra accosta così soggetti diversi e panorami che vanno interpretati all’interno del contesto storico degli ultimi trent’anni, documentando allo stesso tempo l’Italia delle dolci colline baciate dal sole, la vera grande bellezza, fotografata accanto a paesaggi profanati dal consumismo e dall’indifferenza generale.
L’esposizione fotografica diventa un atlante che offre allo sguardo lo spazio umano, rurale, cittadino esplorato nelle sue poetiche contraddizioni, un grand tour che celebra l’Italia, ma che ne condanna parallelamente gli abusi e l’abbandono, consegnandoci il rapporto tra l’immagine del Bel Paese nel mondo e la sua trascurata realtà, rivelando l’artificio che si nasconde nel rapporto tra la realtà quotidiana e l’immagine da cartolina.
Si tratta di una ricostruzione delle infinite trame che contraddistinguono il territorio italiano, presentato in una mostra che, articolata in 4 sezioni ed arricchita da video e photoscreening, ci conduce in un viaggio verso le radici della nostra identità nazionale e culturale.
Il titolo stesso della manifestazione ci obbliga ad un lacerante esame di coscienza, ponendoci una domanda assillante mentre percorriamo le sale del museo, interrogandoci sulla vera faccia di un paese amato in tutto il mondo, ma condannato dai propri stessi cittadini. L’Italia ci guarda in uno dei giorni più importati della propria memoria storica, ricordandoci di non pensare al passato ma di proiettarsi nel futuro per una nazione che merita non solo maggior rispetto, ma una rinascita.
Si intitola “Faces with no traces”, il secondo album di Paolo Siani ft Nuova Idea, per l’etichetta discografica indipendente Black Widow Records. Il primo showcase sarà Venerdì 10 Giugno alle 16.45 alla Discoteca Laziale, Via G. Giolitti n. 263, Roma.
L’album è il frutto di due anni di lavoro in cui Siani ha dapprima composto le linee melodiche e le armonie di ogni brano, poi i testi, l’arrangiamento e infine chiedendo la collaborazione di molti dei suoi amici musicisti, tra i quali spiccano gli storici compagni di viaggio: Giorgio Usai, Roberto Tiranti, Marco Zoccheddu, Ricky Belloni.
Due brani, i remix di “Black Angel’s Claws”, tracce bonus dell’album, sono state masterizzate nei famosissimi Abbey Road Studios di Londra, con la collaborazione di Leeroy Thornhill (X The Prodigy) ed Alessandro Siani, figlio di Paolo. Il brano è stato costruito con sonorità potenti ed attuali.
“Con questo lavoro – racconta Paolo Siani – ho voluto sintetizzare alcuni temi che mi stanno a cuore in modo semplice e distante da ideologie politiche. L’album è una raccolta di brani che hanno in comune la ricerca meticolosa dei suoni e di stile che non necessariamente attingono agli stilemi del Prog così come normalmente si intendono; una scelta precisa che conferma la mia idea di non omologazione a nessun tipo di stile nello scrivere musica, ma solo al mio gusto personale”.
L’album si compone di otto brani, per un totale di circa 45 minuti di musica in prog style non tradizionale, e di tre bonus track, “Three Things official Video”, “Black Angel’s Claws Remix”, “Black Angel’s Claws Remix” (instr.). Il singolo, “Three Things”, che può essere ascoltato su Youtube:
è fortemente autobiografico. È una suite in 6/8 che ha come tema la riflessione umana al raggiungimento dell’età matura. Molto sintetico, il testo afferma di quanto siano importanti alla ‘fine del viaggio’ solo tre cose: quanto si ha amato, quanto si è vissuto con maniere gentili e quanto si sono lasciate andare le cose che non erano importanti per migliorare la propria esistenza. Al violoncello Eva Feudo Shoo.
Il lavoro inizia con una intro di duduk, strumento tradizionale armeno, suonato da uno dei migliori interpreti, il M° Gevorg Dabaghyan. Il suono di questo strumento, difficilissimo quanto elementare nella sua struttura, evoca una atmosfera ‘magica’ che fra l’altro costituirà l’inizio dei prossimi concerti dal vivo, che verranno inaugurati l’11 Settembre a Erba (Lecco) all’interno del FIM, Fiera Internazionale della Musica.
Il secondo brano “No one’s born a hero” è scritto a quattro mani da Siani con un altro interprete di prestigio: Paul Gordon Manners che suona le chitarre acustiche in puro stile prog. Il testo racconta di una leggenda tramandata da generazioni in cui, in una lontana terra britannica un umile contadino riuscì, armato solo del suo coraggio e di una spada ‘magica’ (Blunderbuss), a sconfiggere un gigante causa di gravi danni alle popolazioni di quelle terre. La frase finale “nessuno nasce eroe ma di certo qualcuno lo diventerà” è il messaggio finale del brano.
La parte ‘elettrica’ inizia con il terzo brano “Welcome Aboard” dove emerge sicuramente, e per la prima volta, la voce di Roberto Tiranti (che si occupa anche della parte di basso) oltre all’organo Farfisa di Paolo Tognazzi e le chitarre di Paolo Vacchelli e Marco Abamo. Il brano contiene anche un fraseggio vocale polifonico realizzato da Roberto e Paolo ed è un invito rivolto al pubblico a lasciarsi coinvolgere in un nuovo viaggio a bordo di una ‘staggering ship’ (una astronave scintillante) alla scoperta di mondi diversi e lontani.
Il quarto brano, “Black angel’s claws”, è il primo cantato da Paolo Siani e si avvale della collaborazione di Guido Guglielminetti al basso; Il testo racconta di come spesso sia difficile perdonare le persone che con i loro comportamenti fanno del male in maniera consapevole e che guastano l’esistenza delle loro vittime designate.
La suite, “Free the borders” si avvale della collaborazione di diversi musicisti quali Guido Guglielminetti al basso, Carlo Marrale alle chitarre, Federico Buelli al sax, il Coro polifonico “Nuova armonia”, costituito da 40 cantanti femminili e diretto da Maurizio Ramera e armonizzato da Guido e Fabio Gordi con la voce solista di Laura Capretti e, ancora, il Mellotron di Giangiusto Mattiucci. Il testo intende rivolgersi a quei potenti che usano i giovani come carne da macello impegnandoli in guerre che nulla hanno di logico se non la finalità di dare sfogo alle loro mire espansionistiche. Contestualmente il testo è un invito ad abbattere i confini lasciando libere le popolazioni di autodeterminarsi.
Dopo una intro di organo di Paolo Tognazzi parte “Rockstar”, il sesto brano, e il più rock dell’album, parodia del mito di una Rockstar che purtroppo di notte fa un sogno ricorrente, quello di un difetto fisico che fa svenire e allontanare le groupists che gli si avvicinano. Il brano è suonato alla chitarra da Ricky Belloni, al basso e alla voce solista da Roberto Tiranti e all’organo e alla batteria da Paolo Siani.
“Post war saturday echo”, la settima canzone, è un blues del 1971 dei Quatermass, un trio prog inglese, qui ripreso in un take registrato interamente dal vivo il cui testo affronta il tema della crisi esistenziale di milioni di persone che si affannano nelle città in una sorta di vuoto totale privo di motivazioni. Oltre alla voce e al basso ancora di Roberto Tiranti, all’organo Hammond troviamo Giorgio Usai e al pianoforte Marco Zoccheddu. Tutto da godere l’assolo al piano di Zoccheddu che fraseggia su cadenze dissonanti e blues.
“Eriu” (che si pronuncia eirù) è l’ultimo brano, strumentale, che Paolo Siani dedica alla musica celtica e, in particolare, a quella irlandese. E’ costituito da due parti in cui la prima, lenta e orchestrale in cui gli archi, arrangiati da Stefano Cabrera, aprono alla seconda parte che è una vera e propria danza. L’assolo di fisarmonica di Marco Zoccheddu conferisce una ulteriore spinta alla danza che conclude l’album in un modo folk semiacustico così come era iniziato.
Come per l’album precedente “Castles, wings, stories and dreams“, insieme a tutti i musicisti che hanno partecipato alla realizzazione di ‘’Faces with no traces’’ Paolo Siani raccoglierà fondi destinati all’Ospedale Pediatrico G. Gaslini di Genova, un centro di eccellenza che ospita piccoli e sfortunati pazienti provenienti da tutta Italia e non solo.
“Quelli che vedrete sono i disegni e le storie che la musica ha ispirato alla mente e all’immaginazione di un gruppo di artisti”
Parlare di un lungometraggio come Fantasia è più difficile di quanto possa sembrare. Agli occhi di molti profani, è solo un film dove alcuni pezzi di musica classica vengono animati.
Un cartone noioso, pseudo-intellettuale e privo di interesse per quanto concerne l’intrattenimento. Non è così.
Fantasia è un film animato ad episodi del 1940, dove, in ogni sequenza, un pezzo di musica classica, eseguito dall’Orchestra di Filadelfia, funge da protagonista assoluto. Scopo del film è il contrario di tutti gli altri: non è la musica che si adegua ad una sceneggiatura già scritta, bensì sono le animazioni che seguono il ritmo di una melodia già composta. In altre parole: dare forma alla musica, senza che dialoghi o rumori fuori posto catturino l’attenzione.
All’inizio, ai titoli di coda e tra un episodio e un altro, un live-motion dell’orchestra (ombrata con uno sfondo blu) accompagna una voce narrante che annuncia le musiche che verranno, dando una sorta di ‘note di regia’ ed istruzioni a ciò che il pubblico vedrà: unica voce in tutto il film. A dirigere l’orchestra, anche lui spesso ripreso in ombra, il maestro Leopold Stokowski, che nell’esecuzione del film fu importante pilastro. Il film, come il titolo stesso preannuncia, è un lungometraggio dove gli schemi vengono azzerati: ovunque e qualora si voglia, non ci sono giustificazioni, non c’è razionalità, non ci sono forme né colori. E’ un film dove l’animazione si lascia prendere per mano e viene condotta ovunque in piena libertà. Ogni forma di ispirazione è concessa, dai quadri ai film, dalla vita vera a quella immaginaria.
“E’ una presentazione della Toccata e Fuga in Re minore, di Joan Sebastian Bach”
Il primo episodio è per molti il più noioso degli otto pezzi, ma in realtà è il più innovativo. Appartenente alla categoria della “musica che esiste come fine a se stessa”, la sequenza è un susseguirsi di linee animate e forme che, in piena libertà, costruiscono figure e rappresentazioni. Un esempio palese di quello che Disney vuole in questo film: matite e colori che si lasciano andare nel sentire della musica, in un caledoscopico esperimento di astrattismo (una forma d’arte che, a quei tempi, era ancora un’avanguardia). In quest’esperimento di Disney era necessario un brano senza scopi, senza storie: ecco perché la scelta del pezzo di Bach.
“(…) La composizione meno amata da Cajkovskij era la suite de ‘Lo Schiaccianoci’: divenne il pezzo musicale più popolare che scrisse”
È tra tutti i pezzi il più dolce e delicato, che ci porta nella magica fantasia dell’alternarsi delle stagioni, dove i protagonisti sono fate, fiori, pesci e piante. Scegliendo solo sei degli otto pezzi della Suite (non ci sono l’Overture e la Marcia), Disney muove i personaggi in una serie di veri e propri balletti. Dalle ‘fatine rugiada’ iniziali che ci mostrano la primavera, si passa ad un’immersione nella natura che ricorda l’estate, come i funghetti cinesi, i cardi e le orchidee russi, i pesciolini arabi. Altre fate poi rendono gialle le foglie e le fanno cadere, fino ad altre che le ghiacciano e aspettano delle ballerine bianche che scendono dal cielo con una gonna di cristallo. Evidenti in questo episodio le tecniche artistiche usate, come il rodovetro per la scena dei funghetti o le fate del gelo, o l’ispirazione dei balletti caratteristici e dei costumi per le danze araba, russa e cinese.
“(…) E’ la leggenda di uno stregone che aveva un apprendista: un giovane intelligente e molto ansioso di iniziare il mestiere. Purtroppo cominciò a sperimentare i migliori trucchi di magia prima di imparare a controllarli”
Il pezzo è forse il più celebre del film, nonché progetto da cui è nato tutto. Il protagonista è Topolino che, in quegli anni, stava avendo un forte declino. Era già uscito Biancaneve, Paperino aveva conquistato ormai i cuori del pubblico e i cortometraggi disneyani più amati erano le “Sinfonie Allegre“, dove brevi sketch animati, con protagonisti diversi, si muovevano a ritmo della sola musica. Walt Disney voleva far tornare alla ribalta quel personaggio che gli aveva dato tanta fama. Fu così che decise di fare una Sinfonia con Topolino, usando la musica di Paul Dukas, L’Apprendista Stregone. L’impresa riuscì ma i costi per completarlo risultarono eccessivi: gli incassi di un corto da solo non sarebbero bastati. Così si decise di creare un film con tante Sinfonie Allegre, usando tecniche e ispirazioni libere. La trama risale alla penna di Goethe e narra del giovane aiutante di un mago che, mettendo in pratica dei poteri, combina dei disastri. Per l’occasione, Topolino subì un importantissimo ritocco. Per la prima volta infatti il celebre topo fu dotato di pupille, che gli diedero maggiore espressività: fino ad allora i suoi occhi erano semplici pallini neri. Da quel momento, gli occhi di Topolino hanno ripreso ad incantare il pubblico.
La vera magia di questo pezzo però è alla fine
In penombra, sotto una luce arancione, viene ripreso Stokowski mentre fa scendere le braccia per terminare la direzione del brano. Sul podio, sempre in quella penombra ‘reale’ di Stowoski, sale Topolino, che tira il frac al direttore e al fine gli fischia. Sono qui le uniche parole del film: Topolino si congratula con il maestro e questi si abbassa e, rispondendogli, gli stringe la mano. Poi Topolino se ne va e il direttore lo saluta in lontananza. Questa scena è il simbolo di quel matrimonio tra musica (Stokowski) e cinema (Topolino, doppiato da Disney stesso) che il film rappresenta; ma anche quel magico momento in cui realtà (Stokowski) e finzione (Topolino), stringendosi la mano, possono vivere anche un solo momento perfettamente in armonia.
“Quando Igor Stravinsky compose ‘La sagra della primavera’ egli disse che il suo scopo era di esprimere la vita primitiva, così Walt Disney e suoi artisti l’hanno preso in parola. Anziché presentare il balletto nella sua forma originale, una serie di danze tribali, essi l’hanno immaginato come un rito fastoso della nascita della vita sulla Terra (…)”
E’ il pezzo che più cerca di seguire la realtà. Una realtà che, a causa della notevole distanza di tempo, necessita di un briciolo di fantasia. Qui Walt Disney e i suoi disegnatori ci portano all’alba dei tempi. Dallo spazio fino al giungere dentro la Terra che si forma. Vulcani in eruzione, la nascita della vita sottomarina, i grandi dinosauri e la loro scomparsa: tutto nell’arco dell’esecuzione del balletto. La forza è l’elemento che più caratterizza le immagini di quest’episodio (come la musica di Stravinsky vuole): dalla lava che trascina e distrugge tutto, fino alla lotta del T-Rex con lo Stegosauro, passando per l’acqua che ricopre i resti dei rettili. Walt Disney per questo segmento, chiamò in squadra paleontologi, biologi e astronomi: la loro consulenza era essenziale. Disegnare i rettili, senza scendere nel comico, non fu cosa da poco. Il risultato fu talmente grande che (come afferma un articolo) questo segmento venne utilizzato nelle scuole per imparare, come un documentario sulla nascita del pianeta e le abitudini dei rettili. Impossibile non vederla come fonte di ispirazione di altri film, che prima di allora, per fare i grandi rettili, usavano delle iguane ingigantite: da notare la similitudine tra i dinosauri che bevono in questo film e quelli visti dal Dottor Grant appena giunto al Jurassic Park di Steven Spielberg.
“La sinfonia che Beethoven chiamò ‘La Pastorale’, la sesta, è uno dei pochi pezzi musicali scritti da lui che raccontasse una specie di storia precisa. Descrive la campagna che a lui era familiare; ma la sua musica ricopre un campo molto più vasto. Così Walt Disney ha voluta dargli un’ambientazione mitologica: il Monte Olimpo, residenza degli Dèi”
E’ il pezzo, forse, più fantastico, poiché si parla di mitologia. In un ambiente bucolico, cavalli alati, unicorni, satiri, centauri e puttini vivono in armonia; immersi in un paesaggio dove amore, paura, allegria, dispetti e gioco sono all’ordine del giorno. Un quotidiano dove Zeus, in piena sagra del vino, si diverte a far venire fuori un temporale e a scagliare saette contro Bacco, prima di addormentarsi in una coperta di nuvole. Festa gaia dopo l’andata del dio guastafeste, con tanto di Iride che lascia l’arcobaleno. Ma giunge il tramonto. Apollo, dal suo carro del sole, saluta tutti, mentre Diana fa scendere la notte stellata: tutti si addormentano, in attesa di un’altra idilliaca giornata. Quello che più si nota è l’assenza di schemi di colore, voluto dal desiderio di disegnare un mondo mitologico: alberi viola, prati blu, cavalli rosa. Gli accostamenti che nacquero ne fecero uno dei pezzi dai colori più arditi della Disney.
“Dal terzo atto, scena sesta, dall’opera ‘La Gioconda’ di Ponchielli. Quando si apre il sipario, siamo nella Ca’ d’Oro, ad un ricevimento dato da Alvise Badoero, patrizio veneziano”
Impossibile non vedere l’allusione tra la scena di Vera Zorina in “Follie di Hollywood” e la prima visione dell’ippopotamo
E’ il pezzo che rappresenta la fantasia in quanto satira della danza, in particolare alle ballerine. Il sipario si apre con un gruppo di struzzi che cominciano delle coreografie sulle punte, fino a litigare per una cornucopia di frutta, il cui ultimo ambito pezzo finisce in una fontana. Da questa esce un ippopotamo, molto vanesio e molto femminile. Sarà vestito da altri animali come lui, incipriato e inizierà a ballare sulle punte anche lui. Stanco si adagierà su un canapè per essere lasciato solo, intanto che volge la sera. Qui, mentre il pigro animale dorme, un gruppo di elefanti spunta e, ballando, inzia a fare esercizi con delle bolle di sapone create dalla proboscide. Un colpo di vento li spazza via e scende la notte, sempre con l’ippopotamo addormentato al centro della scena, illuminato da un occhio di bue. E’ allora che un gruppo di alligatori la circonda, ma solo il loro principe la sveglierà, corteggerà e inviterà a ballare. Tutti si uniscono gli altri in una grande danza, che causa la rottura del teatro. Colori e forme seguono lo scorrere del tempo (si pensi agli alligatori e il loro serpeggiare, chiara allusione alla notte che mette paura), ma la fantasia sta già in un ingrediente: solo Disney poteva mettere sulle punte un ippopotamo e un elefante. La scena finale, dove tutti sono in posa, ricorda il finale di una coreografia teatrale: altra allusione. Ci sono qui dei riferimenti e ironie ad altri film, come “Follie di Hollywood” del 1938, o alle pose della protagonista che ricordano molti quadri, come la Venere, Paolina Borghese, le Maye di Goya e molte altre.
“L’ultimo numero del nostro programma è una combinazione di due pezzi musicali, così totalmente diversi in construzione e in sentimento, che si contrappongono perfettamente. Il primo è ‘Una notte sul Monte Calvo’ di uno dei più importanti compositori russi, Modest Mussorgsky; il secondo è la famosissima ‘Ave Maria’ di Franz Schubert”
E’ il segmento più poetico. Un’opera che narra un sabba, unita ad un altro che è un inno religioso. Due opposti che racchiudono l’eterna lotta, narrata da artisti e (appunto) poeti: il Male e il Bene. Dalla punta di un monte, un grosso e terrificante demone nero apre le sue ali e spalanca le braccia sul paese sottostante. L’ombra che scende sul borgo inizia a far salire fantasmi e creature maligne che circondano il diavolo che li ha chiamati. E’ allora che il signore del male apre una voragine da cui esce del fuoco, dando inizio al sabba. Scheletri, arpie, creaturine malvagie danzano e fanno festa. Il rito si compie, le anime scendono nella voragine. Sei rintocchi di campana, però, danno una luce chiara. L’alba è giunta e mentre i vari spiriti lentamente si nascondono nelle tenebre da cui sono venuti e i fantasmi tornano nei cimiteri, il demone si richiude tra le sue ali, in attesa del prossimo sabba. La telecamera scende e, senza che la musica ne risenta, inizia la seconda parte, con la visione di una processione cantanta, in un bosco. E’ qui che, incontrando un lago che riflette chi prega e le sue candele, conifere alte e una luce che ricorda molto un rosone gotico, si conclude il film.
A causa dell’eccessiva dose di paura che suscitava il demone alato, molti del pubblico non hanno mai finito il film, né hanno mai visto la scena dell’Ave Maria.
Si vede l’influenza ucraina del supervisore della scena di Mussorgsky: molti, infatti, hanno dato a questo demone il nome Chernabog, allusione al dio oscuro slavo Cernobog. Le ispirazioni ai film qui si sprecano. Le mosse del demone riprendono quelle di Bela Lugosi, storico interprete dei film di Dracula; così come la parte iniziale del demone che sovrasta il paese, nonchè gli spiriti maligni condotti dalla nebbia, sono una ripresa del Faust di Murnau del 1926. La Disney aveva già provato, con la prima Sinfonia Allegra, a trattare il tema macabro: La danza degli scheletri del 1929, però, è una parodia, una cosa divertente. Qui il demone incute un oggettivo timore, con i suoi occhi gialli luminosi e vuoti, le sue unghie, il suo sorriso macabro e il suo petto e le sue braccia muscolose.
L’Ave Maria invece è più complessa. E’ una panoramica della processione e, come si sa, nell’animazione, più il movimento è lento e più disegni occorrono. Per evitare tremolii eccessivi, i disegni furono eseguiti su lastre di vetro: ci volle talmente tanto di quel tempo che (sembra) il pezzo fu consegnato il giorno stesso della prima.
3 buoni motivi per vedere il film:
– E’ un film didattico, che insegna ad ascoltare la musica sin da piccoli
– E’ divertente trovare l’arte e i soggetti che sono serviti da ispirazione
– Si capisce meglio il film Allegro, non troppo degli anni ’70, parodia italiana di Fantasia di Bruno Bozzetto
Quando vedere il film:
In famiglia, una domenica pomeriggio: è da commentare ad alta voce e si può riprendere ogni volta.
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Da Mama Pasta la coppia che non ti aspetti sembra andare d’amore e d’accordo grazie alla tecnica che utilizza la strumento tanto caro ai bartender.
La sfida non era semplice perché in ballo c’era lei, la pasta, indiscussa protagonista della gastronomia italiana. Parliamo quindi di una questione seria, considerata al tempo stesso icona e riferimento culturale del paese. Alla prova d’assaggio il riscontro è stato convincente, bisogna però mettere subito in chiaro di cosa stiamo parlando. Mama Pasta non è certo da considerarsi un ristorante di tipo tradizionale, ma si inserisce più che altro tra le proposte del genere fast food. Questo appellativo non deve trarre in inganno, perché se è vero che troppe volte questa categoria fa rima con gli orrori del cosiddetto cibo spazzatura, è anche vero che le apprezzate squisitezze proposte dallo street food, rientrano a pieno titolo nella tipologia gastronomica, adatta a misurarsi con le proprie disponibilità di tempo.
Mama Pasta sviluppando l’intuizione dei ravioli shake dello chef Davide Scabin ha allargato il concetto al resto di formati e tipologie. Secca, ripiena o fresca, gnocchi compresi, la qualità è assicurata dal laboratorio di Aldo Manzo e da altre piccole produzioni locali. La tecnica non è casuale, il giovane Alessio Bosi non si è limitato a sbattere nello shaker pasta e sughi, ma si è avvalso della consulenza di professionisti del settore per apprendere i segreti che garantiscono la gestione dell’aria amplificando così la cremosità del condimento. Varie le combinazioni disponibili, classici inclusi. A confronto con la tradizione non hanno sfigurato gli gnocchi alla matriciana, che mantecati in questo modo raggiungono una percezione vellutata, smorzando di quel tanto l’aspetto rustico tipico del piatto. Le preparazioni confezionate praticamente per essere portate via, possono essere consumate anche nel piacevole spazio a due piani, magari al banco con vista sul passaggio di Vicolo del Moro.
I condimenti vengono proposti anche a parte insieme al pane, pronti per trasformarsi in una golosa scarpetta sul posto o prêt-à-porter. La praticità si estende anche ai 9 cocktail con base in bottiglietta, da completare in autonomia con seltz o soda. La birra invece viene spillata utilizzando un particolare bicchiere che si riempie dal fondo, appoggiandolo al dispenser che gli ospiti troveranno in sala e, chi preferisce il vino potrà scegliere tra le 4 etichette proposte in mescita dalla cantinetta Enomatic. Forse le orde tradizionaliste proveranno ad esprimere dubbi di lesa maestà verso l’alimento nazionale, ma probabilmente molti di quelli che verificheranno di persona la validità della formula ne coglieranno lo spirito informale e le positive novità.
Sei indeciso? Pianificare le giornate è impossibile? Ti trovi ad un bivio e non sai quale strada prendere?
Non ti preoccupare non sei un insicuro, dipende dal talamo medio dorsale. Uno studio effettuato da un team inglese potrà in futuro portare a capire come interagiscono tra di loro le aree del cervello e i processi che sono alla base della nostra capacità d’imparare, riapprendere e adattare le nostre scelte
Finanziato dal Medical Research Council e pubblicato sulla rivista eLife, il team dell’Università di Oxford e dell’Imperial College, ha studiato le funzioni del talamo in maniera più approfondita.
Il termine talamo nell’antica Grecia indicava la stanza nuziale, la camera da letto degli sposi, o più semplicemente il letto che, secondo la tradizione seguita dallo stesso Ulisse, veniva realizzato personalmente dallo sposo. Il vocabolo, nei secoli successivi, fu conservato nel lessico dalla marineria di tutto il mondo per indicare una camera coperta situata a poppa nei grandi velieri. L’idea di “comparto importante” ha determinato la scelta di Galeno (Pergamo, 129 o 130 – Roma, 199 d.C.) di denominare thalamos questo agglomerato di nuclei diencefalici.
Il talamo trasmette una enorme quantità di informazioni provenienti dall’esterno ed è coinvolto nel processo decisionale e di apprendimento.
Lo studio è stato effettuato su un totale di 10 scimmie di Rhesus Macachi (Macaca mulatta) di sesso maschile con il talamo perfettamente funzionante, a cui sono stati insegnati alcuni compiti cognitivi su un computer touchscreen davanti a loro. Le palline – ricompensa alimentare – cadevano giù ogni volta venisse fatta la scelta giusta. Il confronto è stato fatto con altre scimmie (della stessa specie) il cui talamo era danneggiato, le seconde non sono state in grado di rispondere ai cambiamenti e fare delle buone scelte.
La dottoressa Anna Mitchell, autrice della pubblicazione e ricercatore a Oxford, dichiara:
Questo studio ha dimostrato che il talamo medio dorsale ha un ruolo chiave nella rapida integrazione di nuove informazioni per imparare qualcosa di nuovo e di prendere una decisione. Questa abilità è di vitale importanza in attività come guidare o anche solo camminare lungo una strada trafficata.
Forse questa scoperta potrebbe in futuro aiutarci a negoziare in molte situazioni, di lavoro e non, e a cambiare la vita di tutti i giorni prendendo le scelte giuste con maggiore semplicità.
Venerdì 27 Maggio si è concluso il percorso di restauro e restituzione al pubblico dei due monumenti più importanti di Ottaviacon la riapertura del Ninfeo della Lucchina.
Spesso, sostando nell’area di servizio “Selva Candida” al Km. 8,500 del GRA, ci si è chiesti cosa ci fosse dietro quella porta metallica, addossata ad una piccola collinetta. A pochi sarebbe balzata in mente l’idea che dietro ci fosse nascosto un vero gioiello ereditato dal mondo antico.
Scoperto nel 1990, in occasione dei lavori per i Mondiali Italia ’90, Il Ninfeo della Lucchina, fu un luogo di balneazione, di ricerca dell’otium e del relax, riservato ad una classe sociale elevata.
Tuttavia, dietro una funzione di svago, si nasconde un origine completamente diversa. Infatti il Ninfeo nasce come luogo di sepoltura, a pianta quadrata e solamente a partire dal III secolo d. C., subisce una serie di interventi strutturali, in concomitanza con una fase di ampliamento della villa adiacente, oggi sotterrata, a cui viene accorpato.
Dell’antico aspetto ci è pervenuto poco, ma, attraverso l’analisi dei reperti emersi durante le fasi di scavo, possiamo cercare di vivere le sensazioni, i rumori, e le bellezze, che si potevano provare entrandovi.
Le vie di accesso erano due: la prima è quella attualmente fruibile, la quale fungeva forse da collegamento con un giardino esterno, con pavimento a mosaico in tessere bianche e nere con forme geometriche e pareti intonacate a finto marmo. La volta è decorata con foglie e grappoli d’uva, eroti ed uccelli. Entrando, a sinistra, troviamo la seconda via d’accesso, utilizzata forse come collegamento di servizio con la villa.
La copertura presenta una cupola, danneggiata da un crollo, ad imitazione di una grotta marina, dove vi erano incastonate addirittura delle conchiglie. Dalle pareti, disposte in modo tale da ottenere una pianta circolare, dovevano scendere delle cascate di acqua, grazie ad alcuni fori, mentre l’afflusso ed il deflusso dell’acqua era garantito da due cunicoli, posti alla base, collegati internamente fra loro. Si creavano così fantasiosi giochi d’acqua, accompagnati da un apparato decorativo composto da statue in marmo, posizionate in nicchie parietali o su basamenti, scoperte in frammenti, insieme a piccoli pinaches a mosaici colorati, con pesci ed una testa di divinità femminile elmata.
In basso troviamo un bellissimo mosaicopavimentale a tessere bianche e nere, con tralci e grappoli d’uva nascenti da quattro cesti angolari, motivo che si ispira probabilmente alle attività agricole locali incentrate nello sfruttamento di vigneti. Al centro del pavimento e stato individuato un ultimo intervento, di cui non sappiamo ancora con certezza la funzione, risalente forse alle fasi finali di vita, caratterizzato da uno strato di preparazione con malta e frammenti di ceramica e lacerti di marmo, recuperati forse dalle decorazioni marmoree delle ville circostanti, oramai abbandonate. Dopo il IV secolo d. C. non si hanno più tracce di continuità d’uso della struttura, un destino legato alle vicende che portarono all’abbandono dell’intero complesso residenziale.
Un piccolo ma incantevole angolo di paradiso cercato e voluto dai nostri antenati, in fuga dalla vita caotica della città, nel quale rinfrescarsi, riposare e godere della natura, dei vigneti e del canto degli uccelli, i quali sono impressi sulle pareti e sul pavimento del Ninfeo, ad allietare ancora i nostri occhi e quelli delle generazioni future.
“Tutti cercano qualcuno da amare per tutta la vita, che sia perfetto, per poi passare il resto della vita a cercare di cambiarlo”
È quello che è successo in scena al Teatro Marconi fino al 29 maggio, la commedia musicale è al terzo anno consecutivo di successo, vincitrice nel 2015 come Migliore Musical Off.
Originariamente prodotto per la prima volta a New York “I Love You, You’re Perfect, Now Change” di Joe Di Pietro con le musiche di Jimmy Roberts è stato nel 1997 il Miglior Musical Off di Broadway e il secondo più rappresentato di tutti i tempi.
Il quartetto di attori composto da Daniele Derogatis, Stefania Fratepietro, Valeria Monetti e Piero Di Blasio, affascina il pubblico in due ore di quadri sui rapporti di coppia. I cambi scena emotivi di Serena Allegrucci, frizzanti e originali, sono “piccole storie” nella storia e rendono il pubblico partecipe anche negli intermezzi tra un episodio e l’altro.
La parodia dei rapporti inizia con una coppia tecnologica: s’incontrano al primo appuntamento dopo aver chattato per molto tempo solo sui social. Lei, dichiarandosi una donna molto, molto, molto impegnata, chiede di passare direttamente al secondo appuntamento salutandolo nel giro di pochi minuti, e perché no al terzo appuntamento, quello del sesso, e perché no a questo punto al dopo sesso, al dopo relazione e direttamente allo scontro, così entrambi d’accordo si lasciano subito dicendo: “è un bel risparmio di tempo”.
Da qui è un susseguirsi di gag continue di uomini e donne che si bisticciano, si scrutano, si studiano, si amano e si corteggiano senza sosta. Che cosa avete pensato al primo appuntamento? Volevate scappare ma non trovavate la scusa? Tranquilli, siete normali…
Piccoli dettagli scenici, in una scenografia scarna ma funzionale, colorano questo musical (ad esempio la targa di una vecchia cinquecento di cartone, “T1 4MO”); il ritmo dei continui cambi d’abito, la musica live dei pianisti che si alternano in serate diverse, Marcos Madrigal, Emiliano Begni e Marco Bosco, rendono il musical vivace e allegro, e la bravura degli attori si manifesta nel mantenere tutte le sfumature richieste dalle parti, creando un ritmo ancora più agile grazie alle coreografie di Stefano Bontempi.
Il regista Marco Simeoli lo definisce uno spettacolo “auto-fatto”, dalla traduzione all’adattamento, ai costumi, alle canzoni e alla produzione. Piero Di Blasio si è occupato anche dell’adattamento dei testi in italiano e delle scenografie.
Considerando che era una domenica pomeriggio di sole, ed il teatro era praticamente pieno, è stato un gran successo. Il Teatro Marconi è essenziale, pulito e piacevole in un contesto verde: tutto questo ha reso ancora più amabile trascorrere queste due ore in allegria con questa compagnia.
Alla definizione di Buddy Cop Movie, wikipedia ci risponde: un film che coinvolge due persone dello stesso sesso, con personalità differenti in conflitto tra loro, costretti a lavorare insieme per risolvere un caso, imparando nel processo qualcosa l’uno dall’altro.
Ma alla definizione di Buddy Cop Movie, un cinefilo autentico legge soltanto un nome e un cognome: Shane Black.
The Nice Guys è l’ennesima perla di un autore con la A maiuscola che ha preso un sottogenere cinematografico e trasformato in un marchio di fabbrica, anzi, letteralmente trasformato in un pezzo di cultura pop americana (e non solo): da sceneggiatore ha scritto Arma Letale, il capostipite del genere e suo assoluto capolavoro, poi Last Action Hero, L’Ultimo Boyscout, e passato alla regia ci ha regalato quel cult sottovalutatissimo di Kiss Kiss Bang Bang.
Ci ha messo parecchi anni per tornare al suo amore, tocca ammetterlo, ma la pazienza è stata ripagata: come avrete ampiamente capito, The Nice Guys è l’ennesimo colpo vincente del genere e l’ennesimo asso tirato fuori dalla creatività di Shane Black, sempre col nume tutelate del santo noir a guidarlo dall’alto.
Se infatti Kiss Kiss Bang Bang era anche un grande omaggio alle atmosfere dei gialli chandleriani degli anni ’40, invece The Nice Guys ci riporta ai noir sotto acido degli anni ’70, con tanto di ambientazione della storia. Con una trama volutamente intricata e volutamente insensata a tratti, tipica da noir, e con droghe, disco music, costumi sfavillanti e pettinature esagerate, complotti capitalisti, proteste studentesche e spazio alla nascente industria del porno mainstream, il film ricrea magicamente la Los Angeles del 1977 col doppio scopo di generare sia una decadente nostalgia sia una sovversiva ironia in cui tutto pare possibile, anzi, è concesso: un’America nella quale non esistono regole, solo edonismo e lotta al sistema.
Sembra strano a dirsi per un film così scanzonato e volutamente leggero, il cui principale obbiettivo è indubbiamente quello di far passare due ore spensierate allo spettatore, ma proprio la “lotta al sistema” è forse l’elemento chiave della scrittura di Black in questa occasione: pur essendo stato sempre anti-convenzionale e in prima linea ad ironizzare sul proprio stile (basti pensare aLast Action Hero, una satira sulle regole ed i cliché del genere), stavolta Black lotta contro le ovvietà e le aspettative del pubblico, solo così infatti può permettersi di far rimbalzare il personaggio di Ryan Gosling contro muri e macchine, di farlo volare da terrazze e attraverso finestre, senza alcuna conseguenza fisica. Dipingendo un cartone animato completamente estraneo al resto del suo stesso film, Black abbraccia ancora una volta le assurdità del genere e le ribalta, spingendo sulle gag fisiche per rendere tangibile l’azione, e di conseguenze il suo lato più estremo.
Ma più di tutto, alla fin fine, The Nice Guys funziona per l’enorme abilità di Black di scrivere personaggi e per la straordinaria chimica tra i due protagonisti. Ryan Gosling è una rivelazione non solo perché non aveva mai regalato una performance così comica prima d’ora, ma soprattutto perché è quello del duo con la parte più assurda e in un certo senso più ridicola, e riesce benissimo ad un attore invece famoso per parti stoiche e interiori. Russell Crowe è altrettanto perfetto perché conferisce al personaggio una maturità e gravità di cause e azioni tali da donare ai momenti ironici maggior necessità.
Soddisfacente, ecco, credo questo sia davvero il termine adatto per descrivere The Nice Guys, una commedia d’azione che al termine delle due ore ti lascia davvero contento e soddisfatto di aver passato del tempo con due personaggi così folli nella Los Angeles del 1977.
Mette un po’ d’ansia pensare che la storia raccontata dal film Colonia sia ispirata a fatti realmente accaduti.
Infatti, il nuovo film diretto dal Premio Oscar Florian Gallenberger è un connubio tra una storia d’amore e un thriller politico, basato su vicende accadute in Cile nel 1973. Tutto è incentrato sulla storia di Lena e Daniel, una giovane coppia che rimane implicata nel colpo di stato militare avvenuto in Cile nel 1973.
Quando Daniel viene rapito dalla polizia segreta di Pinochet, Lena segue i suoi passi fino a un’area inespugnabile che si trova nel Sud del paese, chiamata Colonia Dignidad, oggi nota come Villa Baviera. A partire dagli anni ’60, il tedesco Paul Schafer, ex infermiere membro della gioventù hitleriana, mise su questa sorta di comune, divenuta poi un vero e proprio campo di detenzione durante la dittatura di Pinochet.
La Colonia, apparentemente, è una missione guidata da un predicatore laico di nome Paul Schäfer ma, nella realtà, è un luogo dal quale nessuno è mai riuscito a fuggire.Lena deciderà di entrare a far parte di questa setta allo scopo di ritrovare Daniel.
Colonia porta sul grande schermo un pezzo di storia rimasta a lungo nel buio, ovvero quella della Colonia Dignidad, una vicenda che ha davvero dell’incredibile. Riportandoci indietro di quarant’anni, il regista racconta uno dei periodi più brutti nella storia del Cile, quello della dittatura messa in atto dal regime di Pinochet, attraverso la storia dei due protagonisti, interpretati da Emma Watson e Daniel Bruhl. Due personaggi l’uno indispensabile all’altra, senza l’altro nessuno dei due potrebbe sopravvivere alla setta che li tiene prigionieri. Il lavoro che fa il regista, però, non è quello di ricostruire le vicende politiche, bensì portare il tutto ad una dimensione d’azione e avventura, concentrandosi più sullo spirito hollywoodiano che storico della pellicola.
Questa scelta stilistica, probabilmente, è stata giusta perché Colonia risulta un film scorrevole, con un ritmo incalzante e una narrazione continuativa. La pecca maggiore è che utilizzando la storia d’amore come pretesto per narrare le vicende storiche, la sceneggiatura non si concentra sul passato dei due protagonisti, di come si sono conosciuti e della loro vita fino a quel momento, elemento che non permette di empatizzare con loro. Un vero peccato perché Colonia è un film che aveva tutti i presupposti per essere un capolavoro che però non è riuscito a diventarlo.
Il 9 giugno 2016 alle ore 17,30 in viale Castrense 8, non mancate all’inaugurazione dell’accademia del talento di Roma.
Sarà possibile partecipare ad una prova gratuita del corso di formazione che si desidera scegliere tra: GIS open source, Edilizia sostenibile, Revit Architecture, psicodiagnosi e counseling, social media management e visual story-telling.
Il programma sarà il seguente: ore 17,30 presentazione accademia da parte degli ideatori, ore 18,00 inizio lezioni di prova e poi a seguire un aperitivo offerto a tutti i partecipanti da parte dello staff di Talent Academy.
Questa accademia nasce dall’unione di due tra i più grandi collegamenti nel mondo di lavoro di Roma: la Solco srl e la Eulab Consulting. Il suo scopo è quello di offrire una grande opportunità a tutti i giovani neolaureati, gli studenti e i professionisti che vogliono entrare nel mondo del lavoro in modo completo. Quello che ha in più Talent Academy rispetto a tutte le altre accademia già esistenti, è la grande esperienza dei docenti super preparati e conosciuti a Roma e il metodo di esercitazione che potrete conoscere meglio partecipando ad una delle prove gratuite dei corsi di formazione si svolgerà direttamente sul luogo di lavoro, negli uffici e negli studi dei docenti. In questo modo si potrà entrare direttamente a contatto col mondo del lavoro.
Quindi, cosa aspettate? Giovedì 9 giugno prendete un vostro amico e raggiungete l’accademia, ad aspettarvi corso + aperitivo GRATIS per tutti.
Alla conferenza stampa del Globe il Commissario Tronca spera nella Cultura per la rinascita di Roma.
Gigi Proietti è, fra le tante, direttore artistico del Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese.
Roma | Oggi 30 maggio 2016 dalle 12.30 alle 13.30 si è svolta al Campidoglio la conferenza stampa per la nuova stagione teatrale del Silvano Toti Globe Theatre di Villa Borghese, in programma dal 23 giugno al 9 ottobre con otto spettacoli. Erano presenti Gigi Proietti, il Commissario Tronca e Pierluigi Toti, per conto della Fondazione Silvano Toti. Proietti è riuscito anche quest’anno a far partire la stagione, nonostante le classiche e inspiegabili complicanze burocratiche, ottenendo l’appoggio del Commissario. Quest’anno, con il quattrocentenario dalla morte di Shakespeare, il Globe di Villa Borghese non poteva non riaprire. Con una sincerità sorprendente e affetto nel tono di voce il Commissario Tronca ha ringraziato Proietti per la passione con cui il Maestro ha saputo spiegare e così introdurre al Comune il progetto di quest’anno: “Io fin dal primo incontro ho percepito l’energia con cui mi ha voluto spiegare l’iniziativa. Sono sensazioni che rimangono dentro, scavano.” Si è lanciato in un augurio per Roma, esprimendo il piacere per un Campidoglio tornato ad essere “la casa della Cultura” dell’Urbe: “Roma è un grande palcoscenico. Cultura Capitale va immaginata come un unico palinsesto, dove va in scena la cultura in tutte le piazze, in tutti i luoghi, in tutti i momenti dell’anno.” E poi: “Guai a guardare la Cultura come qualcosa di statico. Roma non lo meriterebbe. Roma deve guardare avanti, sempre.” Così in poche parole il Commissario lascia di nuovo Roma nelle nostre mani, in attesa delle prossime elezioni. Le opere shakespeariane sono per Tronca simbolo di un senso di legalità che riguarda profondamente la Capitale: “la Cultura deve essere la scintilla per fare in modo che le cose si comincino a guardare con uno spirito diverso. Roma deve crescere, non deve fermarsi, non deve più vivere Mafia Capitale. Basta. Ci sono coloro che penseranno a gestire il termine di Mafia Capitale. Ma ora veramente pensate a vivere la Cultura Capitale.“
Gigi Proietti, il Commissario Tronca e Pierluigi Toti.
Ma a parte il Commissario e il suo emozionante discorso, la Politica è diversamente interessata alla questione. Ai microfoni della televisione Proietti dice qualcosa che ritorna come domanda esistenziale nella mente degli italiani: quando i politici parlano di investire nella cultura, non spiegano come, né cosa sia cultura per loro. Pierluigi Toti ha ben chiara questa discrepanza e vede nell’impresa l’unica via d’uscita dal ristagno. Quando gli si domanda se, dopo la riduzione del FUS e delle coperture ministeriali ad opera del Ministro Franceschini, lo Spettacolo dal Vivo possa solo contare sui privati, Toti parla di Mecenatismo: “Un modello tra privato e pubblico che possa consentire di far crescere nei vari settori la città ed il paese. […] Sicuramente oggi i mecenati sono indispensabili in determinati settori dove il pubblico non può e non riuscirà mai ad arrivare.” Che un modello di impresa culturale possa essere vincente ce lo insegna il Teatro Quirino e il successo della nuova amministrazione. Che possa essere la soluzione per il salvataggio della rete teatrale italiana, c’è da dubitarne. Lo stesso cast di Re Lear, in scena per questa stagione al Globe, ha vissuto in prima persona le condizioni economiche critiche del teatro quando l’occupazione del Teatro Stabile di Catania, ancora in corso, ne ha bloccato il debutto ad aprile. Non dovevano essere almeno i Teatri Stabili delle oasi felici finanziate dal pubblico? Si vorrebbe sperare nelle belle parole del Commissario Tronca di una Cultura Capitale, ma viene proprio impossibile. Quando poi si omaggia Albertazzi, viene da pensare che se ne sia andato in tempo per non vedere la varietà teatrale italiana spegnersi nell’incuria.
Torniamo a pensieri più ameni. Questa è un’estate speciale. Dopo tredici anni come direttore artistico del Globe di Villa Borghese, Gigi Proietti ha deciso di partecipare al programma per la prima volta da attore con Omaggio a Shakespeare, tratto da Edmund Kean di Raymund FitzSimons, di cui cura adattamento e regia. Sul perché abbia aspettato il quattrocentenario dalla morte del bardo per calcare il palco del Globe, Proietti ha spiegato: “Non volevamo personalizzare troppo il teatro e ci siamo riusciti: il pubblico è affezionato al luogo, non all’uomo.“
Presenti in sala erano anche i registi degli spettacoli in programma.
Ad aprire la stagione sarà Lear. La storia, regia di Mariano Rigillo. Come abbiamo precedentemente accennato, lo spettacolo era andato in scena dal 20 aprile al primo maggio di quest’anno al Teatro Stabile di Napoli senza scenografie, dopo che queste erano rimaste bloccate al Teatro Stabile “Occupato” di Catania. Il successo di questo allestimento di fortuna ha portato alla decisione di replicarne l’assetto per il Globe. Solo costumi e dialoghi, insomma, alla maniera shakespeariana, dove centrale è sempre e soltanto l’attore con le sue parole e la sua voce. Lear è previsto dal 23 giugno al 3 luglio, seguito da Omaggio a Shakespeare di Gigi Proietti dall’8 al 17 luglio. Loredana Scaramella dal 22 luglio al 7 agosto introduce invece un Mercante di Venezia adattato a cavallo tra ottocento e novecento, in cui il cuore si fa in merce di scambio, poeticamente e trivialmente. Dopo aver festeggiato la centesima replica, tornerà Sogno di una notte di mezza estate, un classico del Globe, dal 10 al 21 agosto, regia di Riccardo Cavallo. Elena Sbardella metterà in scena la “cronaca sincera di un’ossessione cieca” con Racconto d’inverno, dal 26 agosto all’11 settembre. Continuando, Melania Giglio propone uno spettacolo incentrato sui sonetti del bardo, intitolato appunto Sonetti d’amore, che vedrà i personaggi dei versi shakespeariani prendere il ruolo di veri e propri protagonisti sul palco. Secondo programma, la prima è in cartellone per il 29 agosto; ci saranno repliche stabili dal 5 al 19 settembre e l’ultima occasione sarà il 26. Se i precedenti appuntamenti inizieranno alle ore 21, alle 18 troveremo Romeo e Giulietta con la regia di Proietti dal 16 settembre al 2 ottobre e The Tempest, regia di Chris Pickles, dal 5 al 9 ottobre. Quest’ultimo concluderà la stagione e sarà interamente recitato in lingua originale, in coproduzione con Bedouin Shakespeare Company. Lo spettacolo torna al Globe per la seconda volta e rappresenta una collaborazione di successo tra Abu Dhabi, Londra e Roma.
I biglietti saranno disponibili in esclusiva per tre giorni dal 7 giugno su Ticket One e dal 18 giugno al botteghino del teatro.
“Il fatale regalo di Minerva, io non mi fido dei greci anche quando fanno i doni”
Sibilla Cumana
Virgilio in questa frase riassume tutta la tragedia dell’Eneide, ultima della “Trilogia del mito” messa in scena al Teatro Quirino.
Una prospettiva diversa, vista dagli occhi di noi donne, un percorso che accompagna lo spettatore in un sogno magico, dalla Sibilla Cumana (Giulia Innocenti), alla moglie di Enea Creusa (Francesca Golia) fino alla mitologica Didone (Nadia Kobout). La maestria di Matteo Tarasco ha accompagnato lo spettatore nelle tre serate dedicate ciascuna a un poema: Iliade, Odissea ed Eneide. Il testo danza tra le tre protagoniste, alcune parole sono “rubate” a Virgilio dalla traduzione di Cesare Vivaldi poi arrangiata dal regista. Altri tratti provengono da Ovidio, Heroides (25 a.C.), collezione di lettere d’amore che Ovidio immagina delle amanti degli eroi. Per Didone i testi sono del grande drammaturgo Christopher Marlowe,Didone, regina di Cartagine (1586), mentre alcuni inserimenti sono di una poetessa americana degli anni ‘40, Elizabeth Smart,Sulle fiumane della Grand Central Station mi sono seduta e ho pianto (1945). Il testo di Creusa, che è la più dimenticata tra le eroine, è tratto dal secondo canto dell’Eneide.
Creusa
Le musiche elaborate e scelte da Riccardo Benassi, sono di Craig Armstrong, Brian Eno e del greco Vangelis, a cui si devono alcune celebri colonne sonore: Momenti di gloria, Blade Runner, Missing e Antartica.
La danza dei testi delle tre donne si srotola nella trama. Si inizia con la Sibilla cumana, che nel poema ha il ruolo di veggente e guida di Enea nell’Oltretomba, una figura leggendaria: Apollo, innamoratosi di lei, le offrì qualsiasi cosa purché diventasse la sua sacerdotessa; così lei chiese l’immortalità scordandosi di chiedere la giovinezza e consumandosi ogni giorno di più nella vecchiaia, fino a diventare un esiguo piccolo corpo.
Enea m’implora di accompagnarlo negli Inferi a trovare il padre morto. Gli dico di portare con sè il ramo d’oro per tornare dagli Inferi entrando nei Campi Elisi, riposo dei poeti sacri.
Didone
Poi arrivaCreusa,la moglie che Enea ha perduto fuggendo da Troia in fiamme:
Io c’ero, ho visto 10 anni di guerra, io c’ero! Enea ha già vestito le armi e riempio di gemiti la casa, accanto c’è Ascanio, una lingua di fuoco ci avvolge, Enea comincia a correre verso Achille, Cassandra predice l’imminente destino. Enea si risveglia dal sonno di soprassalto ed io lo consolo, ha visto un angelo, di Ettore che ci parla è il vento fatale, strage di questa notte e il supremo cavallo vomita gente armata.
Infine Didone,che si uccise con la spada che Enea le aveva donato quando lui l’abbandonò, dopo essere stato accolto come naufrago e amato nella sua Cartagine:
Ho pianto con te e per te per il triste destino della ora nostra. Bastava una tua mano per fare la mia felicità. Il giorno dopo che ti conobbi andammo a caccia nel bosco, da allora, il primo bacio nella grotta, il tuo amore fa ciò che gli piace dentro di me, un solo tuo bacio mi ha resa immortale.
Lo spettacolo è magico, sembra di essere in un sogno nel quale le tre protagoniste danzano versi vestite di porpora (bellissimi i costumi di Chiara Aversano), la lentezza voluta dal regista per dare più effetto alle parole e alla musica porta intensamente lo spettatore tra gli Inferi, le fiamme e l’abbandono di Enea, che sotto l’ègida del destino non poteva fare altro che non sottrarsi alla propria sorte.