Home Blog Pagina 189

I Moseek live al Quirinetta, l’Electro-rock all’italiana

0

La band ritorna nel cuore della capitale a 5 mesi dallo show case di X Factor con un album tutto nuovo, “Gold People”.

I Moseek in trionfo salutano il pubblico.
La programmazione di maggio al Quirinetta si chiude con una delle band più interessanti nello scenario pop e rock italiano, i Moseek. I tre musicisti formatisi tra Aprilia e Ardea e in attività dal 2010 si sono già dagli inizi distinti per il loro sound originale, che fonde il rock alla musica elettronica. Dopo aver fatto la “gavetta” con concerti in Italia e in Europa, approdano alla nona edizione di X Factor, diventandone sin dalle prime puntate i protagonisti. Nonostante la disfatta in semifinale, hanno dimostrato che il talento non ha bisogno di coppe o premi per andare avanti e, seguendo la scia di notorietà ottenuta con il talent show, hanno pubblicato lo scorso 20 maggio il loro terzo album studio “Gold People”.
La cantante Elisa Pucci.

La calda serata romana si colora subito del blu dei riflettori e tra le urla dei fan salgono sul palco i Moseek con la hit che li ha fatti amare dal pubblico, “Elliott”. La “frontlady” Elisa Pucci dà subito sfoggio del suo carisma e diverte il pubblico anche durante alcuni piccoli stacchi, utilizzati per ringraziare i presenti e coloro che hanno supportato la band nel suo percorso. L’atmosfera è piacevole e il mix tra rock ed elettronica convince. I tre alternano canzoni originali a cover di prestigio tra le quali spiccano “Do I Wanna Know?” degli Arctic Monkeys e l’intramontabile “The Passenger” di Iggy Pop rielaborata in chiave psycho-tecno. È un peccato che queste ultime siano in forma ridotta, una pecca un po’ televisiva.

Fabio Brignone.

La chiave del successo del trio è comunque la poliedricità dei suoi componenti a partire da Fabio Brignone che appare immerso tra gli strumenti mentre si occupa di basso, synth e seconda voce, continuando con Davide Malvi che fonde la batteria acustica alle virtual drums creando un mix vincente. Tutto ciò forma una perfetta base per la voce evanescente della cantante, che per alcune tracce imbraccia la chitarra arricchendo ulteriormente il suono.

Davide Malvi.

Il picco della serata si ha con “So Sad” tratta dal nuovo album. La melodia del piano accompagna la voce teatrale della cantante e l’aria si carica di misticità per poi esplodere in un flash di luci e vibrazioni elettroniche.

La cantante scende tra il pubblico a fine concerto.

Ci si avvia alla fine e dopo una fugace uscita di scena, la Pucci riappare al centro della sala creando una sorta di passerella tra i fan. L’unica cosa che lascia perplessi è la riproposizione della traccia iniziale, usata per chiudere il concerto. Il fatto però è mitigato da un “giochino”, come lo definiscono i Moseek stessi, per il quale tutti i presenti sono invitati a sedersi per terra mentre la cantante, aggirandosi tra loro, porge il microfono a pochi fortunati che hanno l’opportunità di cantare con i propri beniamini.

Nel complesso si è rivelata una serata entusiasmante, piena di energia e i Moseek hanno dimostrato di avere tutti i presupposti per diventare una band che in Italia, al momento, manca.

Foto: @CulturaMente

Gianclaudio Celia
@Gian_Celia

“Non c’è due senza… te”, l’esilarante storia di una scrittrice bigama

0

NON C’E’ DUE SENZA… TE, una commedia amorale: non si trova mai tutto quello che si vuole in una persona, quindi perché non avere due partner? 

Lo spettacolo è in scena al Teatro Sistina fino al 29 maggio.

La trama – Mariateresa, scrittrice di romanzi, ha due mariti, Giorgio un razionale professore universitario e Danny un passionario musicista sognatore, non riesce trovare tutto ciò che vuole in un uomo solo, in fondo è sincera con se stessa e non vede la malizia del tradimento: “io non ho fatto niente, amo tutti e due nello stesso modo“.
Una morale amorale, nell’essere traditrice è coerente: “non ci sono né amanti né traditi, una moglie e due mariti” dice il testo della canzone che canta nel secondo atto.
Con la scusa degli impegni di lavoro che la trattengono lontana da casa, Mariateresa trascorre il suo tempo alternativamente con l’uno e con l’altro, ma un giorno mentre si trova dalla sua editrice ha nausee e giramenti di testa, e scopre di essere incinta. Ma chi sarà il padre? Un susseguirsi di gag e imprevisti colorano la trama fino a quando i due mariti s’incontrano davanti a un negozio di articoli per bambini e decidono di cenare insieme con le proprie mogli! Mariateresa appena si rende conto che i due si conoscono e che dovrà sostenere una cena con entrambi chiede aiuto alla sua redattrice Sara, che con l’intento di aiutarla complicherà ancora di più l’intreccio fino al colpo di scena finale!
Il regista Toni Fornari, un artista a tutto tondo, inizia la sua carriera come attore di teatro e poi cinematografico. Amante da sempre della musica, fa parte del trio comico musicale i Favete Linguis da scrittore (ha scritto anche il testo della commedia) ci racconta che lo spettacolo è nato senza musiche l’anno scorso al Teatro Golden, ed è proprio lì che è stato “scoperto” dal grande Gigi Proietti, a cui venne l’idea di aggiungere i brani cantati, due al primo atto e due al secondo, e trovare un posto in cartellone al Sistina. Il testo è stato scritto appositamente per questo quartetto di attori: Claudia Campagnola, Marco Morandi, Carlotta Proietti e Matteo Vacca, così come era nata anni fa l’altra commedia “Generazione di precari”, confermando anche questa volta l’affiatamento che trasmette la “compagnia”.
Le musiche di Enrico Blatti hanno reso possibile questa realizzazione creando una commedia in musica dove l’effetto sorpresa traina lo spettatore in un susseguirsi di colpi di scena inaspettati. “Enrico ha dato parole alla musica senza sconvolgere lo spettacolo ma aggiungendo un po’ di brio rendendolo ancora più spumeggiante e confermando lo stile commedia anni ’50 fatta di equivoci un po’ stile “Taxi a due piazze” del commediografo inglese Ray Cooney a cui mi sono voluto ispirare“dichiara il regista.
La supervisione artistica di Gigi Proietti è stata sicuramente emozionante, anche per la maniera rispettosa ed educata con cui si è affiancato al regista, lasciando piena libertà, con utili consigli e spunti solo ogni tanto, ma questa è la maestria che solo i grandi si possono permettere.

Sara Cacciarini

Niente Ulisse al Quirino, solo abissi di donne abbandonate

Tarasco presenta la storia dei relitti lasciati da Ulisse nel suo maledetto viaggio.

Il 25 maggio 2016 al Teatro Quirino di Roma continua la Trilogia del Mito di Matteo Tarasco con Odissea: nessuno ritorna. Il progetto è prodotto in collaborazione con Gitiesse Artisti Riuniti e Arte e Spettacolo Domovoj. Il 24 è stato il turno di Iliade: le lacrime di Achille, il 26 di Eneide: ciascuno patisce la propria ombra. La storia che Tarasco ci propone è un reportage dal passato; protagoniste tre donne: i relitti che i grandi eroi omerici e virgiliani si lasciano alle spalle.
Teatro Quirino Odissea
Nausicaa, alias Lara Balbo, e il suo dolore in un abito da sposa fantasma. Foto su concessione di Matteo Nardone – matteonardone.com
Spazio scenico, regia, drammaturgia e luci rispondono a Tarasco, che sa costruire un ambiente unico, di grande impatto atmosferico e psicologico, quasi un utero marino, a cui contribuiscono gli ingegnosi costumi di Chiara Aversano. Il testo è una commistione di fonti diverse, dai classici a meno ovvie scelte contemporanee. Al di là dell’Odissea omerica troviamo la poesia di Margareth Atwood Elena di Troia balla sul bancone e il suo poema Circe/Fango (1960-70). C’è Cesare Pavese con estratti da Dialoghi con Leucò (1947) e si attinge anche al romanzo di Elisabeth Smart Sulle fiumane della Grand Central Station mi sono seduta e ho pianto (1945). Troviamo Itaca di Kavafis e infine alcuni versi originali dello stesso Tarasco. Così come viene riunito, il testo è stupendo.
Alla musica di una versione più lasciva e rallentata di Sweet Dreams degli Eurythmics, tre figure bianche entrano in scena, come in una processione di suore fantasma. Sono zombie candidi avvolti in abiti di plastica e cellophane, con la pelle scompostamente negletta fra gli stracci pendenti. Portano con sé le torce elettriche con cui scandagliano l’oscurità abissale del palco; sono angosciose creature, mute e sorridenti, dai sospiri letargici e amari. Cantano anch’esse, come le Muse, ma la voce è strozzata e riferisce di un doloroso stupore, quello della scoperta della vera natura di un uomo che le ha invase e poi deserte: il titanico, egoista Ulisse. C’è Circe che è Tiresia ed è Omero al tempo stesso, perché cieco, vittima e presentatore delle proprie e altrui esperienze di amori che prosciugano ed uccidono. Con lei Calipso e Nausicaa si aggirano a turno fra gli echi di profondità marine.
Tarasco sceglie per loro una recitazione vicina ad una mimica rituale, composta da movimenti meccanici e simbolici, ripetuti alla stregua di tic nervosi e combinati con una tensione costante, che permea l’intero lavoro. Il risultato indugia però troppo su un ritmo monotono, che mina l’espressività vocale con la forzatura prolungata di un lamento costante, dalle tinte greche, non sempre di felice riuscita né necessario. Eppure non si può non apprezzare lo spettacolo nel complesso: i proiettori illuminano il lungo telo che occupa il palco e contro il quale si esibiscono le attrici. I colori cangiano, intensi e marini, dal violetto al blu, all’acqua marina, all’oscurità più pesante. Le tonalità si fondono nel perlaceo del seno della ninfa Calipso, convinta da Zeus a lasciar ripartire l’eroe. Macabra e innocente è la danza in cerchio della giovane Nausicaa, la figlia del re Alcinoo che trovò Ulisse naufrago sulla spiaggia. Vi è in loro una forza strana, quella di chi ha avuto il coraggio di donare la propria fertilità ad un amante vampiro. Hanno avuto la possanza di morire e tormentare se stesse e il mondo nella morte. Così la maga Circe, interpretata da Giselle Martino, è stata conquistata dall’uomo immune al suo potere, mentre Calipso, personificata da Ania Rizzi Bogdan, è stata lasciata inaridita con un “piccolo bastardo” in grembo. Nausicaa, vivificata da Lara Balbo, è stata privata della morbida innocenza e stuprata da sentimenti nuovi che era incapace di controllare. Proprio Balbo ci conquista con la sua presenza scenica e la sua interpretazione, più dinamica e carica delle precedenti. Dopo di lei si conclude lo spettacolo, della durata di cinquanta minuti. Ulisse se n’è andato. Aveva promesso di restare, ma le sue amanti le ha abbandonate e i relitti restano, eterni ed indistruttibili nella morte. Fra le rocce gli abissi risuonano con richiami di vendicative angosce.
Odissea: nessuno ritorna di Tarasco ha tutte le qualità necessarie per infestare i cuori degli spettatori, ma si blocca ad un passo della meta: incontra il gusto e penetra nell’immaginario del pubblico con stupore e angoscia, ma perde per mancanza di variazione nel ritmo. Peccato, perché c’è grande poesia tra volti, costumi, parole e movimento.
Gabriele Di Donfrancesco


La Sicilia povera e passionale della “Cavalleria Rusticana”

0

Il Teatro Palladium ha portato in scena il 18 ed il 19 maggio il capolavoro assoluto di Pietro Mascagni, la “Cavalleria Rusticana”, tratta dalla novella omonima di Giovanni Verga, un’opera dove si mette in scena una Sicilia passionale e vitale. La regia era di Enrico Stinchelli, famoso regista e presentatore del programma radiofonico “La Barcaccia“.

I siciliani sono un popolo passionale, e così lo è la “Cavalleria Rusticana” di Pietro Mascagni, opera tratta dalla novella omonima di Giovanni Verga. L’opera di Mascagni ha un grande legame con Roma; qui infatti vi debuttò in maniera assoluta al Teatro Costanzi (l’odierno Teatro dell’Opera) il 17 maggio 1890 e dove è andata in scena il 18 ed il 19 maggio corrente anno al Teatro Palladium (la recensione si riferisce alla recita del 19 maggio, dove si è esibito in parte un cast differente da quello della prima recita).

Siamo in una Sicilia povera e passionale. Tutti a Vizzini sono pronti per festeggiare la Pasqua ma Santuzza è inquieta. Ella ha infatti capito che Turiddu, il suo grande amore, si è messo insieme a lei solo per far ingelosire Lola, la sua ex-fidanzata che lo ha abbandonato per mettersi con Compar Alfio. Quando ha la conferma di tutto ciò, Santuzza, accecata dalla gelosia, rivela tutto ad Alfio, il quale ucciderà il rivale durante il duello, nonostante sia Santuzza, pentitasi, che Mamma Lucia, l’amorevole madre di Turiddu, facciano di tutto per fermarlo. Ma l’urlo di una compaesana, che nel testo di Verga si chiama Gnapi Puzza, che grida: “Hanno ammazzato Compare Turiddu!“, gela loro il sangue e conduce l’orchestra e la storia verso la catarsi finale.

Un’opera passionale, estremamente violenta e dolce allo stesso tempo, come dimostra il celebre Intermezzo, usato come colonna sonora di alcuni celebri film come Il Padrino.
L’Orchestra Roma Sinfonica, il Coro di Roma Tre ed il direttore Isabella Ambrosini hanno suonato, cantato e diretto molto bene, nonostante i tempi a mio avviso un poco troppo lenti del direttore e talvolta una non perfetta sincronia tra orchestra e palco (come nel Coro della Pasqua) ma si tratta di peccati veniali in una serata di grande musica.
Silvia Pasini ha creato una bellissima Santuzza, nonostante qualche perdonabile incertezza, con una voce bella, luminosa ed espressiva; un unico neo un’eccessiva staticità fisica sul palco.
Manrico Carta ha risolto con grande impegno e sforzo l’ingrato ruolo di Turiddu, pur avendo una voce a tratti morchiosa.
Il migliore, a mio avviso, in campo è stato Alessio Quaresima Escobar (nome adatto per la Pasqua) come Alfio, dalla voce molto bella e perfetto scenicamente. Il pubblico gli ha riservato i più calorosi applausi.

Molto brave e partecipi scenicamente Serena Muscariello come Lola e Francesca Romana Cassanelli come Mamma Lucia, un personaggio bellissimo, una donna forte e debole, madre e suocera amorevole e disperata allo stesso tempo.
La regia era del grande Enrico Stinchelli, famoso regista, critico musicale e presentatore di un programma radiofonico che per gli amanti dell’Opera è un must: “La barcaccia” in onda tutti i giorni dal lunedì al venerdì dalle 13 alle 13:45. La sua regia, nonostante qualche caduta di buon gusto (i due bodyguards di Compar Alfio, la banda di paese e forse un’eccessiva staticità delle masse), era bella ed emozionante perché era la Cavalleria Rusticana. Enrico Stinchelli, da profondo e fine conoscitore che è dell’opera lirica, sa che bisogna vedere l’opera che è in cartellone, magari inserendo delle idee particolari che possono non piacere ma senza stravolgere la musica ed il libretto (non come fanno altri registi come Dmitri Tcherniakov con la sua messa in scena della Traviata dove Alfredo tagliava la verdura, o Calixto Bieito con il suo allestimento de Il Ballo in Maschera, dove alcuni cantanti apparivano stando seduti su dei water).
Una bellissima serata all’insegna di Mascagni, della grande musica, della grande intelligenza artistica e del grande genio. Bravi ragazzi!
Marco Rossi

Ipogeo degli Ottavi: l’amore di un padre per una figlia

0

Lo scorso venerdì 20 maggio alle ore 17 e 30 è avvenuta la restituzione al pubblico dell’Ipogeo degli Ottavi, dopo un lungo restauro voluto fortemente dall’Assessore alla Cultura del Municipio XIV, Marco Della Porta, e dal funzionario responsabile della Soprintendenza, la Dott.ssa Daniela Rossi.

Marco Della Porta
L’iniziativa rientra nel progetto più ampio Nuovi Quartieri, che negli ultimi anni ha animato tutto il Municipio capitolino con una serie di eventi culturali e artistici volti a risvegliare e a stimolare le coscienze dei cittadini. Dall’apertura dello spazio espositivo SOSE al lancio del Circolo letterario Alda Merini, la “riscoperta” dell’Ipogeo non è altro che la ciliegina sulla torta di una rivoluzione culturale che ha davvero resuscitato i quartieri di Monte Mario.  Nel caso specifico dell’inaugurazione di questo tesoro archeologico, la sensibilizzazione è partita dalle scuole proprio per infondere ai bambini la conoscenza delle proprie origini, che vedono Roma protagonista di una civiltà egemone, portatrice di un patrimonio inestimabile: concetto che nelle periferie necessita di essere ribadito, soprattutto alle nuove generazioni. Non è un mistero, infatti, che se già la cultura in Italia è una Cenerentola a tutti gli effetti, nelle realtà più distanti da quello che è il centro della Capitale essa spesso viene totalmente ignorata, a volte letteralmente sepolta, come nel caso di molti scavi archeologici mai dotati di pannellistica adeguata e resi quindi invisibili agli abitanti della comunità che li vive quotidianamente e che potrebbe trarne un senso d’appartenenza e di valore. Per quanto riguarda l’Ipogeo degli Ottavi, visto che protagonista della missione è stato anche il giovane archeologo Andrea Ricchioni, cresciuto proprio a due passi dal sepolcro, tra Palmarola e Ottavia, ho deciso di lasciare la parola a lui per farci istruire tutti sulla storia di questo piccolo grande gioiello che ci appartiene e ci rende fieri, da oggi esplicitamente e pubblicamente. E sappiate che non è finita qui.
Alessia Pizzi

Analisi a cura dell’Archeologo Andrea Ricchioni

Andrea Ricchioni
Scoperto negli anni Venti dello scorso secolo, l’Ipogeo degli Ottavi, è un sepolcro sotterraneo situato nel quartiere Ottavia, quadrante Nord-Ovest di Roma. La struttura presenta un dromos di accesso, con pavimento in opus spicatum, dove al termine si accede nella camera a pianta quadrata, con tre arcosoli disposti su tre lati.
Entrando ci si accorge immediatamente della qualità del monumento, del perché fu edificato e a chi fu dedicato.
Compiendo un viaggio a ritroso giungiamo ai primi decenni del III secolo d. C., dove un padre, Octavius Felix, vir clarissimus, piange la morte della sua amatissima figlia di soli sei anni, Octavia Paulina. Prende quindi una dolorosa decisione, ma allo stesso tempo piena di speranza, di dedicarle appunto l’ipogeo situato nel suo foedus, posto fuori dal confine di Roma. 

Il suo messaggio di amore, ma soprattutto di augurio di un futuro migliore nell’aldilà, che solo un padre auspica per una figlia perduta, guida il pennello dell’artista decoratore
Il tema pittorico infatti vede una presenza omogenea della rosa, legata ai Rosalia, antica festività in onore della fioritura delle rose, in onore dei defunti. Su entrambi i lati vi erano dei quadretti, ormai andati perduti, dove piccoli amorini giocavano tra di loro. Al di sopra dell’arcosolio centrale troviamo invece un affresco, dove a destra vi è la giovane Octavia che sta per essere consegnata da un amorino ad Ermes, il traghettatore di anime nei Campi Elisi, rappresentati a sinistra da giovani figure intente a cogliere le rose. 
Sotto l’arcosolio di sinistra giacevano i due sepolcri appartenenti a donne di alto rango, forse familiari della bambina, finemente decorati con scene e figure marine, i quali a breve saranno ricollocati nel luogo d’origine, dopo aver sostato a lungo, uno nel Museo Nazionale Romano di palazzo Massimo, mentre l’altro presso un corridoio del Ministero della Pubblica Istruzione. Al centro della stanza era collocato invece il sarcofago strigilato di Octavius Felix, una volontà di riconciliazione nel riposo eterno, l’unico oggi ancora presente in loco. Il posto d’onore, sotto l’arcosolio centrale ospitava il sarcofago della fanciulla, altamente decorato con scene di giochi agonistici fra bambini, oggi conservato in una collezione privata a Milano
Una vicenda dolorosa si nasconde dietro uno dei monumenti più importanti della periferia nord di Roma, un territorio con un’eredità monumentale eterogenea, che scopriremo prossimamente.

Nemi si accende d’entusiasmo con la Sagra delle Fragole

0

A Nemi per lo storico appuntamento della Sagra delle Fragole un calendario ricco di eventi e manifestazioni dal 28 maggio al 12 giugno.

Giunta alla sua 83ma edizione la Sagra delle Fragole di Nemi, ha ormai abbandonato da tempo immemore la dimensione della semplice festa paesana, diventando l’evento principale che insieme alla Sagra dell’uva di Marino accende i riflettori su tutta l’area dei Castelli Romani. E’ l’appuntamento più importante del mondo per quanto riguarda il rosso frutto estivo ed in particolare per la fragolina di bosco, che nei secoli la popolazione locale ha pazientemente selezionato raccogliendola nel sottobosco di matrice vulcanica. Oggi le rigogliose produzioni si affacciano dai terrazzamenti a ridosso del lago, beneficiando di un microclima unico per questa varietà.
Tra i protagonisti della kermesse ci sono anche i fiori, un’altra delle attività storiche, radicata nelle campagne raccolte intorno al piccolo borgo e riferimento tra i più importanti nei mercati di settore. Faranno bella mostra di sé già dall’inaugurazione, insieme all’abilità dei maestri nell’arte della composizione floreale che quest’anno dedicheranno le loro realizzazioni alle Olimpiadi di Rio. La verve comica di Maurizio Battista accompagnerà il taglio del nastro della manifestazione, che nell’arco di due settimane animerà la cittadina Laziale con un calendario ricco di appuntamenti. Forti saranno i richiami alla tradizione, tra spettacoli di musica folcloristica ed esibizioni di sbandieratori a far da contorno alle protagoniste della festa, le “fragolare” che sfileranno in costume tradizionale completo di mandrucella, il tipico copricapo in pizzo bianco. Il 2 giugno, in occasione della Festa della Repubblica, ad animare la giornata saranno i gruppi storici in costume, prima con i molisani di “Fontana Vecchia” a cui seguirà nel pomeriggio la seconda rassegna dei gruppi di costume e tradizione italiana “Terra Nemorense”.
Fuori da solco della tradizione molti altri gli appuntamenti proposti, tra questi la mostra d’arte “Premio Fragolina di Nemi” alla sua prima edizione e al debutto il 29 maggio. L’altra traccia distintiva sarà naturalmente la gastronomia, che oltre a proporre in giro per i vicoli del paese le fragoline e le sue sorelle di maggior formato, metterà in bella mostra quanto intorno a questo frutto è possibile realizzare. Dai liquori alle marmellate, fino ai dolci, da non perdere le piccole tartellette con crema chantilly e fragoline di bosco da provare in abbinamento allo spumante fragolino, spesso impiegato in aggiunta ad altri spumanti. Un appuntamento la sagra, che a partire da Nemi dà l’occasione per riscoprire il territorio dei Castelli Romani, un’ambiente straordinario dalle tradizioni millenarie.
Bruno Fulco

Nuovo Cinema Paradiso, un film del passato che non è passato

“Non tornare più, non ci pensare mai a noi, non ti voltare, non scrivere. Non ti fare fottere dalla nostalgia, dimenticaci tutti. Se non resisti e torni indietro, non venirmi a trovare, non ti faccio entrare a casa mia. O’ capisti? Qualunque cosa farai, amala, come amavi la cabina del paradiso quando eri picciriddu.”

Titolo: Nuovo Cinema Paradiso
Regista: Giuseppe Tornatore
Sceneggiatura: Giuseppe Tornatore
Cast Principale: Salvatore Cascio, Philippe Noiret, Jacques Perrin, Agnese Nano
Nazione: Italia
Anno: 1988
Parlare di Nuovo Cinema Paradiso non è cosa semplice, ci sarebbero tante cose da dire. Di sicuro, per me, è uno di quei film che è rimasto indelebile nella mia anima, dalla prima volta che l’ho visto, moltissimi anni fa. Profondo e particolare, secondo me è il miglior film del regista siciliano Giuseppe Tornatore, per il quale vinse anche un Oscar dopo ben 15 anni che l’Italia non ne vedeva uno. Nonostante questo, all’epoca, nel 1988, il film non venne capito a pieno e non ottenne un ottimo risultato ai botteghini. Infatti, il successo arrivò solo dopo che venne distribuito in Francia al Festival di Cannes, dove vinse il Gran Premio della Giuria.
Nuovo Cinema Paradiso è una di quelle pellicole che mi lascia sempre col magone e lacrime che scendono a fiumi, grazie all’enorme contenuto emotivo che porta con sé attraverso un affresco umano e sociale della Sicilia dal dopoguerra fino agli anni ’80 (che all’epoca era il presente). La cosa più bella è che è un film che parla di cinema, un vero e proprio omaggio all’arte cinematografica da parte del regista, grazie alla storia del proiezionista del Cinema Paradiso, Alfredo, e del piccolo Salvatore, detto Totò.
Salvatore Di Vita è un vivace ragazzino che vive in un paese chiamato Giancaldo. Fa il chierichetto, anche se durante le funzioni religiose si addormenta, mentre risulta assai più interessato all’unico cinematografo esistente, quello a gestione parrocchiale: il Cinema Paradiso. Si diverte a spiare, nascosto dietro a una tenda, i film che vengono mostrati in anteprima al sacerdote. Totò è affascinato dal lavoro del proiezionista Alfredo, il censore esecutivo delle fobie morali del prete, che diventerà ben presto una figura paterna insostituibile per il ragazzo. Salvatore cresce insieme ai film proiettati al cinema, recita a memoria le battute guardando controluce singoli frame rubati di nascosto da Alfredo e impara pian piano il suo mestiere. Ma un giorno, un incendio scoppiato a causa di una piccola distrazione da parte del proiezionista gli fa perdere la vista e distrugge il cinema. Spaccafico, un paesano diventato milionario, fa ricostruire il luogo battezzandolo “Nuovo Cinema Paradiso”. Salvatore cresce e prende il posto di Alfredo. Ormai adolescente per Salvatore arriva il tempo del primo amore: Elena. I due sono innamorati ma non riescono a coronare il loro sogno per la disapprovazione da parte della famiglia di lei e per la chiamata nell’esercito a Roma.
L’attenzione e l’amore di Tornatore per quella Sicilia semplice, fatta di persone umili e lavoratrici sono palpabili, grazie alla poesia del suo linguaggio cinematografico che esalta sentimenti universali, superando dimensioni cronologiche e spaziali. Il ritorno di Totò da adulto nella vecchia terra natìa, dopo essersi affermato come regista, non può far altro che commuovere lo spettatore. Tutta la pellicola si rivela un affresco umano e sociale, in cui la sala cinematografica diventa il luogo dove gli abitanti vivono la loro socialità, insieme alle grandi pellicole dell’epoca.
Ma la caratteristica che rende il tutto ancora più meraviglioso è la colonna sonora scritta dal grande Maestro Ennio Morricone. Solo lui poteva accompagnare questa storia emozionante, grazie alla sua capacità di tradurre in emozione anche le idee più complesse parlando all’anima di chi guarda con le sue note, facendo scappare una lacrima a chiunque. Sul finale, la famosa scena dei baci rimontati da Alfredo per Salvatore non sarebbe stata la stessa senza la colonna sonora così commovente e straordinaria.
Nuovo Cinema Paradiso è un film del passato che non è mai passato, pieno di malinconia, radici e ricordi mai perduti.

3 buoni motivi per vedere il film:

– Se amate il cinema, la sua storia e le sue origini, non potete perdervi questo film, le sue numerose citazioni e il ricordo meraviglioso del cinema d’altri tempi.
– La scena finale, forse una delle più belle del cinema italiano, che rimarrà nella storia.
– Se vi piacciono le storie vere, autentiche che hanno quel particolare sapore di passato.

Quando vedere il film:

La durata del film è di due ore e mezza, per cui vi conviene avere un po’ di tempo per vederlo a pieno, senza perdervi neanche una scena e per emozionarvi al meglio. Magari un sabato o una domenica.
Ilaria Scognamiglio

Vuoi scoprire un altro film di Tornatore?

L’amore al tempo della “Corrispondenza” di Giuseppe Tornatore

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

L’Iliade di Matteo Tarasco: parola alle donne di Achille

0

 L’Iliade di Matteo Tarasco: parola alle donne di Achille

 Provate a domandare a chiunque il nome di un personaggio epico.

Molti risponderanno Achille, Ulisse ed Enea, cioè gli eroi protagonisti dei tre pilastri dell’Epica, scritti da Omero e Virgilio. L’Iliade, l’Odissea e l’Eneide, infatti, sono studiati sin dalle scuole medie e ancora attirano l’attenzione di critici, artisti e studiosi. Poemi dove il confine tra terreno e celeste non esiste, dove le divinità, eroi e mortali si consigliano, sfidano e combattono.
Un tema però che i tre poemi affrontano spesso e volentieri è l’amore: passione, ossessione, carnale e patriottico. Amore di cui molte donne sono importanti protagoniste, eppure spesso dimenticate: alla domanda iniziale, infatti, pochi rispondono Elena, Penelope o Camilla.

Le gesta dei tre eroi epici possono essere viste e narrate anche dagli occhi delle donne protagoniste di quei poemi. Progetto che Matteo Tarasco ha messo in scena al Teatro Quirino con la “Trilogia del mito“. Tre sere consecutive, ognuna dedicata rispettivamente all’Iliade, all’Odissea e all’Eneide, e che, rivisitati in chiave moderna, rappresentano l’azione osservandola dal punto di vista delle donne che l’hanno vissuta. Si è principiato il 24 maggio sera con Iliade – Le lacrime di Achille.

  (Fonte: matteonardone.com)

Sin dal proemio dell’opera omerica, possiamo semplificare che il protagonista dell’Iliade è l’eroico e immortale (o quasi) Achille. Tutti conosciamo la sua storia, della lotta con Ettore e di quella ‘funesta ira’ causata dall’affronto di Agamennone. Tre attrici la raccontano ad un pubblico teatrale. Tre donne di Achille: la madre Teti (Elena Aimone), ninfa divina che funge da tramite tra l’Olimpo e il mondo terreno, Briseide (Rosy Bonfiglio), principessa catturata, che divenne schiava e amante dell’eroe; e Pentesilea (Giulia Santilli), regina delle Amazzoni, una specie di Achille femmina che avrà lo stesso destino dell’eroe, chiamata da Priamo per sostituire Ettore. Una storia che va oltre il poema (che si ferma alla morte di Ettore, mentre qui seguiamo la storia di Achille) e che vede la rabbia, il rancore, la paura, il desiderio, l’orgoglio e la forza unirsi in un susseguirsi di monologhi che narrano le epiche gesta di un semidio più debole di quello che Omero vuole spiegare: un uomo che sceglie la patria all’amore, per la cui madre rimarrà sempre un fanciullo, pietoso di chi gli muore davanti. Una figura che non sarà mai eroica fino in fondo, poiché troppo umana.
 
Lo spettacolo è difficile da classificare. Il poema epico è uno scoglio molto difficile da affrontare. Non certo per i paragoni: uno spettacolo ‘rivisitato in chiave moderna’ è, per ognuno, rivisitato a sé.
Il ritmo è lento, volutamente. Le tre figure si susseguono e si condividono la scena, sopra una semplice ed efficace scenografia, accompagnate da un bel gioco di luci. Il tema però è conosciuto e l’eccessiva lentezza dello spettacolo, pur durando solo 59 minuti, distrae il pubblico. Colpa (se così si può definire) non certo delle attrici. Tutte gestiscono bene il loro corpo, i movimenti e donano profondità alla voce: applauso meritato per Giulia Santilli, meno presente in scena agli inizi, ma coinvolgente durante la battaglia.
La giustificazione del ritmo però viene anche dall’argomento stesso: come si può fare un’Iliade veloce? Come dare voce ai ruoli femminili e narrare tutta la vicenda in pochi minuti, senza scendere nel ridicolo?
Il risultato che ne scaturisce però è uno spettacolo troppo sperimentale, ma poiché la causa non è dovuta alle tre attrici, né alla scenografia o imprevisti, si presume sia un problema di scelta registica. E’ uno su tre però. Occorre vedere le altre due sere e le altre due opere: solo allora si potrà dire se la trilogia (quindi l’idea dello spettacolo per intero) ha avuto successo o no.
Francesco Fario

Il Pecorino, un vitigno autoctono salvato dall’oblio

0

Giunto a un passo dal baratro è ora un vino tra i più modaioli grazie all’opera di recupero della famiglia Cocci Grifoni che ha creduto nel suo potenziale

Il vino purtroppo non è immune all’influsso delle mode del momento risultando a volte banalizzato in vari modi. Frequentemente viene mortificato suo malgrado in orribili “Apericena”, negazione vera e propria della gastronomia, dove viene appellato senza riguardo alcuno, come succede al povero Prosecco, declassato a Prosecchino o alla splendida spumantistica italiana, abusata troppo spesso con l’appellativo casuale di Bollicina. La ricerca continua di nuove tendenze è spesso terreno fertile per produzioni massimali, che non rendono giustizia a queste vittime enologiche relegandole alla mediocrità.
Uno degli esempi recenti di questo circolo vizioso è il Pecorino che, negli ultimi anni, almeno nel centro Italia ha conosciuto un’improvvisa notorietà motivata dall’appeal sulla movida giovanile, non sempre seguita però dalla qualità che il vitigno è in grado di sviluppare, col risultato che molte sono state le produzioni scadenti messe in commercio. Sebbene iscritto dal 1870 nel registro nazionale delle varietà, il Pecorino ha rischiato fortemente di estinguersi negli anni ‘80. Le sue caratteristiche di bassa resa, unite al posizionamento impervio in altitudine dei vigneti, ne hanno causato il progressivo abbandono e conseguente regresso verso lo stato selvatico, comunque sempre apprezzato dalle pecore al pascolo da cui prende il curioso nome. Per fortuna che nella loro maggioranza i viticultori lavorano con passione e rispetto delle tradizioni, ed alcuni di questi hanno fortemente creduto nelle potenzialità di questo autoctono presente nelle Marche e nel vicino Abruzzo.
Tra loro senz’altro Guido Cocci Grifoni, è uno dei maggiori artefici a segnare la rinascita del Pecorino. Circa trent’anni fa, nel 1983, eseguì il reimpianto di nuove vigne generate da alcune piante recuperate e scampate alla distruzione: da queste vigne madri ottenne una selezione di materiale impiegato poi per la coltivazione del vitigno su scala più ampia. Sforzo premiato con la nascita della Doc Marchigiana Offida arrivata nel 2001 ad affermare la definitiva rinascita del Pecorino. L’azienda Cocci Grifoni giunta alla quarta generazione, ha oggi una conduzione operativa tutta al femminile che prosegue sulla stessa filosofia del fondatore. L’enologa è la figlia Paola, tanto innamorata della sua terra e del suo lavoro da vivere la sua passione anche le domeniche di riposo dopo la vendemmia, dice infatti: “mi rilasso ascoltando il suono del vento che passa sulla vigna unito a quello del vino in fermentazione nelle vasche”.
I vini rispecchiano da sempre lo splendido territorio del Piceno in cui le vigne sono inserite, tra boschi e calanchi, tra canyon e falesie alte fino a 100 metri, in un ecosistema che l’azienda si sforza di mantenere inalterato. Grande è l’attenzione dedicata a far conoscere questo vitigno anche attraverso l’export in diversi paesi del mondo, tra cui il Canada dove le produzioni di Cocci Grifoni sono particolarmente apprezzate.
Prodotto dal 1990 il Colle Vecchio è uno dei suoi vini più importanti, espressione attraverso il quale si può leggere il lavoro che l’azienda ha dedicato al Pecorino. Assaggiati in verticale, la vendemmia 2014 si presenta come un vino non impegnativo al palato, rivela sin dal primo sorso doti di gustosa bevibilità, costruite sulla fragranza degli agrumi e della frutta a polpa bianca da cui emergono sfumature minerali. Fresco e sapido con piacevole e lunga persistenza. Trascorre la sua vita in acciaio dove negli anni affina il bouquet olfattivo, che già nel Colle Vecchio 2012 avvicina il fruttato allo stadio maturo e tropicale, lascia emergere lievi e piacevoli sentori erbacei e di fiori bianchi e, pur mantenendo la consistenza smorza l’acidità di quel tanto da arrotondare il gusto. Nella vendemmia 2010 il floreale si fa più largo, resiste il tono minerale che diviene più interessante accompagnando l’ingresso delle note speziate. Il risultato al palato dimostra la capacità di invecchiamento che questo vino può reggere tranquillamente almeno fino ai 10 anni. Pesce, carni bianche ma anche salumi i suoi compagni preferiti di merende. Però per approfondire il tema si può scaricare online il libro realizzato dall’Azienda Cocci Grifoni, in cui il Pecorino prova a dire la sua anche accostato alla cucina internazionale.
Bruno Fulco

Nonni più scattanti? Provate col Tai Chi

0

In Cina esiste un proverbio che dice: 

Praticando il Tai Chi si diventa forti come la montagna e leggeri come la piuma.

I benefici di questa arte marziale sono esaltati da anni, ma una scoperta recente potrà aiutare gli anziani a sgambettare veloci nei parchi e in città assicurando una maggiore protezione contro le cadute.
È quello che è emerso da uno studio pubblicato su Journal of the American Geriatrics Society di marzo dove si dichiara che gli esercizi alle gambe di stretching associati a esercizi di tai chi riducono notevolmente il rischio di capitomboli.
Il Tai Chi è una pratica nata in Cina circa mille anni fa, come arte marziale di difesa, e si è diffusa in Occidente soprattutto per i risultati ottenuti contro lo stress, la depressione, il sistema cardiovascolare e il diabete. Si tratta di una combinazione di alcune posture e movimenti lenti, con un’attenzione particolare sulla concentrazione, la respirazione e il rilassamento. Può essere praticato camminando, stando in piedi o seduti, ognuno secondo le proprie possibilità, adatto in questo caso anche per le persone più “ȃgée”.
Lo studio effettuato dalla Fondazione americana The Health in Aging è stato svolto su un campione di 368 individui di oltre sessant’anni divisi in due gruppi. Il primo gruppo ha praticato un’ora individuale di tai chi a settimana per 24 settimane, il secondo ha ricevuto lezioni di allungamento per lo stesso periodo da un fisioterapista. I ricercatori hanno chiesto a tutti i partecipanti di eseguire gli stessi esercizi a casa ogni giorno per un totale di 12 mesi consecutivi. Durante questo periodo è stato chiesto loro di tenere un diario dove scrivere i progressi ed eventualmente ogni caduta mostrandolo ai ricercatori ogni mese. I risultati sono stati sorprendenti.

L’esperto: 

Ho suggerito agli adulti di imparare il tai chi in classe e praticarlo ogni giorno a casa” dichiara Mau-Rong Lin, PhD dell’Università di Taipei, Taiwan, co-autore di questo studio.

I risultati: 

Dopo sei mesi di training le persone del gruppo che praticavano tai chi riportavano un numero significativamente meno frequente di cadute rispetto all’altro gruppo e con una percentuale di circa il 50 per cento in meno di lesioni“. La pratica di quest’arte aiuta a trovare il proprio centro. Distrazione e dispersione mentale si trasformano in concentrazione e chiarezza mentale.

Sara Cacciarini

Tra Eva e Maria. Secoli e stereotipi sul femminile nel Medioevo

0

Tra Eva e Maria. Secoli e stereotipi sul femminile nel Medioevo

La natura ha dato alle donne un tale potere che la legge ha giustamente deciso di dargliene poco”. Samuel Johnson

Il Medioevo fu secolo oscuro nel quale, sotto le ceneri, si covavano sia le braci della conoscenza e sia le scintille dei roghi per le streghe.
Luce e ombre, sapienza e terrore accoglievano il reiterarsi di domande esistenziali che rimbombavano, come echi ininterrotti, da millenni, in attesa di una risposta: Chi siamo? Da dove veniamo? Ma, soprattutto, unde malus?

 

Da dove il male? Da lei, Donna che fu Dea, Donna che fu tutto: questa fu la più semplice risposta.
I teologi del Medioevo si soffermarono, infatti, con appassionata attenzione sull’interpretazione di Maria, la donna immacolata, il capolavoro del Creatore in cui si riflette la divina perfezione, che rappresenta, infatti, il candore verginale che racchiude in sé ciò che la donna è nell’idea di Dio.

 

La donna reale, invece, è fonte di peccato e di morte: è la progenitrice sedotta e seduttrice che disobbedì, trascinando l’uomo puro con il potere della lussuria e, pertanto, non può non continuare ad espiare il proprio peccato attraverso la sottomissione al maschio.

 

eva e maria medioevoEva è nata dalla costola di Adamo e la forma ricurva dell’osso ne rivelava la natura inaffidabile: sotto la bellezza delle carni, essa contiene sangue e feci ripugnanti ed è per sua stessa indole pronta a ferire in un abbraccio subdolo. In realtà le viscere delle donne contengono i medesimi umori maschili, materiali di scarto e decomposizione, ma le donne sono ancora più imperfette, perché uterine, umide, umorali. Custodirle è dovere del maschio, per preservare la propria integrità e non abbandonare le compagne fra le fauci del serpente con cui già furono in sodalizio.

 

Un serpente che è simbolo degli antichi idoli, ma soprattutto dell’osmosi fra il femminile e il maschile, sintesi di utero e fallo.
Un serpente le cui spira fanno paura, perché non consentono di proiettare sulle donne il male del mondo, il volto oscuro e temibile che alberga nell’anima di ciascuno, le pulsioni meno nobili e gli istinti più dionisiaci, convincendosi di essere solo Logos, figli perfetti di un Dio maschio.
eva e maria medioevoTutte le donne, invece sono figlie di Eva, eredi del suo peccato primigenio da cui solo la Vergine è salva, e, in particolare, tutte le streghe ne sono le discendenti più pericolose, inclini a sovvertire l’ordine delle cose di un mondo declinato al maschile.

 

Fra Eva e Maria sembra non esserci possibilità di riscatto per le donne reali che sono nate con la macchia della colpa originale e che concepiscono violando il proprio imene, che resta una ferita che le rende per sempre impure, condannate alla mortificazione per non aver detto quel “sì” grazie al quale Cristo venne sulla terra per redimere il mondo con la collaborazione di Maria nel progetto salvifico.

 

Il Figlio di Dio si è fatto uomo per mezzo della Vergine, affinché la disobbedienza provocata dal serpente fosse annullata attraverso la stessa vita per la quale prese inizio. Come infatti Eva, che era vergine e incorrotta, dopo aver accolto la parola del serpente, partorì disobbedienza e morte, allo stesso modo Maria, la Vergine, avendo ricevuto dall’Angelo Gabriele il buon annuncio che lo Spirito Santo sarebbe disceso su di lei e che la potenza dell’Altissimo l’avrebbe adombrata, concepì fede e gioia, per cui il nato da lei sarebbe stato il Figlio di Dio. (Giustino, Dialogo con Trifone)

 

Cristo è il nuovo Adamo, e Maria la nuova Eva, entrambi artefici di una nuova alleanza con Dio, collaboratori alla pari per l’umanità, alleati con l’arcangelo Gabriele protagonista dell’Annunciazione, episodio che rovescia il falso verbo proferito dal diavolo nel giardino dell’Eden.

 

Come Eva, la quale, pur avendo come marito Adamo, era ancora vergine… disobbedendo divenne causa di morte per sé e per tutto il genere umano, allo stesso modo Maria, che, pur avendo lo sposo, era ancora vergine, obbedendo divenne causa di salvezza per sé e per l’intero genere umano… Così dunque il processo della disobbedienza di Eva trovò la soluzione grazie all’obbedienza di Maria. Ciò che Eva aveva legato a causa della sua incredulità, Maria lo ha sciolto mediante la sua fede. (Ireneo, Adversus Haereses)

 

Eppure, le donne, figlie, mogli, madri, non sono come Maria, ne sono una versione imperfetta, da temere e discriminare. Un margine di libertà sembra essere consentito, infatti, solo alle monache, fra cui si distinguono importanti Badesse: ma c’è una figura che riannoda con il filo rosso la progenitrice e la Madre di Dio. Una donna che indica un percorso di salvezza, non semplice e scevro da rinunce, fra cui quella alla femminilità.

 

Ne parleremo nel prossimo intervento.

 

Emma Fenu

Coriolano, l’eroe “solo” in una Roma post-apocalittica

0

“Coriolano” è una delle tragedie storiche di Shakespeare, l’ultima scritta dall’autore intorno al 1608. In scena al Teatro Vittoria fino al 29 maggio.

Ispirata alle vicende del generale romano Caio Marzio (Coriolano) che condusse l’esercito in vittoria contro i Volsci con l’assedio e la conquista di Corioli, da cui il soprannome onorifico.
Divenne console grazie al sostegno del Senato di Roma e alle assemblee popolari, nonostante disprezzasse apertamente i plebei, che infatti si rivolteranno contro di lui, esiliandolo. Coriolano con una personalità da un lato forte, autoritaria e aggressiva e dall’altra infantile, sconterà la sua purezza: 

“Recito l’uomo che sono. Io sono quello che sono”.

Bandito, si rifugia dal generale Aufidio, il capo dei Volsci, suo grande nemico, il quale gli affida metà del suo esercito pur di riconquistare Roma. 
Volumnia la madre di Coriolano, una donna ambiziosa, che se fosse nata uomo sarebbe stata sempre in battaglia, e sua moglie Virginia, che rimpiange il loro amore passato, si recano da Coriolano, esortandolo a non attaccare Roma. Lui si lascia convincere e stringe un trattato di pace, anche se vantaggioso per i Volsci. Aufidio, che si sente tradito, per aver perso l’occasione di conquistare Roma, al suo ritorno, lo uccide. 
La scena non si svolge in una Roma antica ma post-apocalittica, dove il futuro è risolto dalle ceneri; si tratta di una scelta coraggiosa, e la sfida del regista, Simone Ruggiero, è stata anche quella di scegliere tutti attori under 35 come a rappresentare tutti i Coriolano dei giorni d’oggi.
Innovativa la scelta della regia di cercare di riprodurre un montaggio di tipo cinematografico, riportare un film a teatro, con un ritmo serrato e una recitazione asciutta, prendendo spunto dalle grandi serie televisive “Trono di spade” e “House of Cards”.
La scenografia, semplice ma di effetto, di Matteo Milani che ha disegnato con il gesso lo skyline di Roma, è uno sfondo continuo in cui variano solo i colori a seconda della scena, incalzato dalle musiche con riferimenti ai colossal americani, in un contrasto tra antico e moderno.
Rispetto all’originale (che dura tre ore e mezza) il testo è stato snellito, gli attori sono tutti senza microfoni, dettaglio lodevole, soprattutto vista l’ampiezza del teatro e il ritmo della tragedia. Le scene sul campi di battaglia rendono lo spettacolo più dinamico e d’azione. Attori esperti di acrobatica volteggiano con spade, bastoni e manganelli sul palco e tra il pubblico, con abbigliamenti antichi e moderni in uno scambio temporale continuo tra passato e presente che rapisce lo spettatore fino al tragico epilogo.
Sara Cacciarini

Beethoven’s Silence: non è una storia d’amore, ma di violenza

0

Vi raccontiamo di una storia triste, brutale, che affronta le ingiustizie della vita. 

E’ quella scritta dall’autrice Sonia Paolini in Beethoven’s Silence – Io sono Irina e sono Elise, edito da Lettere Animate, un romanzo colmo di sentimenti contrastanti tra loro, che permettono di capire i dolori e le inquietudini di due protagonisti, completamente opposti ma con qualcosa in comune.

Irina e Philppe sono i due protagonisti. Lei è una giovane ragazza tormentata da una vita angosciante, segnata da una brutta violenza subita da piccola, che, dopo anni e anni, ancora non riesce a superare del tutto. Per via di questo grande trauma, Irina non ha mai conosciuto l’amore, quello vero che tutti meritano di avere una volta nella vita, neanche da parte dei suoi genitori che, purtroppo, non ha avuto modo di conoscere molto. A 16 anni si ritrova con i consueti problemi di un’adolescente, ingigantiti da una sofferenza che pare infinita, un male che nessuno sembra riuscire a toglierle dall’animo. 
Dall’altro lato Philippe, un ex direttore d’orchestra logorato dal senso di colpa perché il giorno in cui sua moglie e suo figlio sono rimasti uccisi in un incidente stradale, lui era insieme a un’altra donna. Due esistenze sofferenti, che non vedono via d’uscita dal loro baratro esistenziale fino a che due psicologi decidono di metterli insieme, permettendo ai due di ritrovare un barlume di speranza per riscoprire quella serenità che hanno perso da tempo. La voglia di Irina di riuscire a vivere la propria vita come una comune adolescente si unisce a quella che ha Philippe di superare il rimorso della morte dei suoi cari, un rapporto all’inizio complicato ma che troverà un punto d’incontro nell’amore di entrambi per la musica.

Sentiva che mai avrebbe vissuto la vita dei suoi coetanei, e che, anche laddove in alcuni momenti si illudeva di viverla, era solo una finzione, dentro di sé sapeva che niente del suo passato poteva essere cancellato. Pensò che anche Philippe soffriva, chissà per cosa, ma soffriva e anche molto. Era un direttore d’orchestra, una professione importante, eppure la sua sofferenza gli aveva impedito di continuare la propria carriera. Pensò alla bella casa dove dal giorno precedente viveva, una casa da far invidia a chiunque e che, invece, ospitava due anime perse e sconfortate. Che singolare destino.

Sonia Paolini

Come errando si può pensare, Beethoven’s Silence non è una storia d’amore, bensì un racconto sulla fragilità dell’animo umano, che affronta in modo realistico e incisivo il tema della violenza sulle donne e di tutte le terribili conseguenze che da essa derivano. Sonia Paolini fa questo tramite una scrittura semplice, grazie alla quale risaltano i mille sentimenti rappresentati all’interno di queste pagine. I personaggi sono rappresentati in tutte le loro sfaccettature, senza divisioni tra bene e male, anzi ognuno di loro ha difetti e pregi, proprio come ognuno di noi. I due protagonisti si coalizzano in cerca di riscatto, dimostrando che anche quando il destino ci mette alla prova in modo brutale si può rinascere, con forza di volontà, condividendo le proprie sofferenze e cercando di vincere le paure e i timori.

E’ questo il bello di un romanzo così, il raccontare una storia vera, con le sue “normalità”, le sofferenze, l’amore e la speranza di riuscire a ricostruire una vita che sembrava perduta.




Ilaria Scognamiglio

La Batteria dà un assaggio del suo “Tossico Amore”

0

Alla presentazione del nuovo album “Tossico Amore” la band romana fa tremare le pareti del teatro con il suo funk-rock cinematografico.

Sabato 21 maggio, come già anticipato nell’anteprima, continua la grande stagione del Quirinetta con La Batteria. I quattro musicisti romani, provenienti da diversi background musicali, hanno dato vita nel 2015 a un progetto di rivisitazione in chiave prog-funk e rock delle colonne sonore cinematografiche che in passato hanno affascinato il pubblico italiano, culminato nel loro primo e omonimo album. Il percorso nella sperimentazione musicale continua con “Tossico Amore”, il loro terzo album studio, ispirato alla celebre pellicola neorealista di Claudio Caligari “Amore Tossico” e alle musiche di Detto Mariano.
Porte aperte alle 22.00, la gente inizia ad affluire e si instaura già un clima “da proiezione”. Il non eccessivo numero di spettatori consente infatti a tutti di accomodarsi sul parquet, in attesa che la band salga sul palco. Passata circa un’ora le luci si abbassano e il “film” ha inizio. È proprio questa l’impressione che il gruppo si è impegnato a costruire.

Particolare del sintetizzatore prima dell’inizio del concerto.
Su uno sfondo illuminato dal fugace scorrere di scene originali tratte da “Amore Tossico” inizia il viaggio attraverso un genere musicale difficilmente classificabile, vibrante e coinvolgente. Il contatto con il pubblico, come quando si è al cinema, è assente. Gli effetti vintage degli strumenti si fondono tra di loro in una amalgama colorata, coerente, scandita dalla batteria a tratti funk e tratti pop. Il sintetizzatore vintage dalle sonorità anni ’80 di Stefano Vicarelli galvanizza l’atmosfera e le stridule note si diffondono nell’aria e tra il pubblico. Sembra di far parte di quelle sfocate immagini sullo sfondo, di provare la malinconia dei giovani protagonisti di quella pellicola cruda, vera. La presentazione del nuovo album termina, le luci sulla band si spengono e rimane solo lo sfondo con i titoli di coda.

L’atmosfera si infrange di colpo, il chitarrista Emanuele Bultrini ringrazia il pubblico e facendo ciò squarcia lo “schermo” del cinema. Ma non è la fine, inizia il secondo tempo. Si cambia registro, i suoni si fanno elettrici, l’atmosfera è rock e la chitarra fa da padrona. I brani che seguono sono tratti dagli album precedenti e variano da uno splendido funk in cui la batteria di David Nerattini e il basso di Paolo Pecorelli danno il loro meglio con ritmi da disco psichedelica, a un rock che rasenta il grunge in cui il chitarrista dà sfoggio della sua ottima tecnica. Il tutto è arricchito da effetti profondi che fanno tremare le pareti usati con grande maestria.

Il bello de La Batteria è che i componenti non strafanno, si divertono e trasmettono il loro stato d’animo al pubblico che ad ogni canzone è entusiasta. È il momento di Chimera la traccia con la quale i quattro avevano esordito non più di un anno fa. In essa si può vedere la vera essenza sperimentale del gruppo. Giunti alla fine la band saluta il pubblico con quello che definiscono il loro “Manifesto”. Il bis consiste in una lunga traccia con intro di sintetizzatore al quale si aggiungono gli altri strumenti in un crescendo di intensità e spessore. La gente è ormai in piedi e balla fino a quando il graffiante suono della chitarra non si interrompe. Fine.

Il giudizio complessivo su La Batteria non può che essere positivo. I quattro fanno musica originale e coinvolgente come pochi. Personalmente è uno degli strumentali migliori sulla piazza.




Foto di: Marco Trocino 
@CulturaMente

Gianclaudio Celia
@Gian_Celia

Nuovi universi ti attendono da settembre al Quirino

Il Teatro Quirino presenta la nuova stagione: in sala attori e registi per raccontare le loro creature in arrivo dopo l’estate.

La bella addormentata
Il Moscow State Ballet.
Il 17 maggio 2016 è stata presentata al Teatro Quirino di Roma la nuova stagione teatrale 2016/17.
Se la stagione uscente ripeteva come motto il suadente “lasciati pungere“, simboleggiato da una rosa, stavolta l’attenzione della campagna pubblicitaria si sposta sugli spettatori, sugli abbonati, sul “popolo del Quirino” che lo vive e lo fa vivere con le proprie presenze. I cartelloni di quest’anno, che di sicuro a breve torneranno sulle fiancate degli autobus metropolitani, vedranno i volti del pubblico inquadrati negli ovali di cartonati di personaggi famosi: artisti del passato e drammaturghi, i lavori dei quali comporranno la stagione. Stavolta lo slogan è “lasciati coinvolgere” e rientra nel tentativo di rilanciare l’immagine dello stabile come di un teatro popolare, pop, come ripete Guglielmo Ferro, perfettamente in linea con il senso della sua tradizione. In questo il Quirino, aperto tutto il giorno con una biblioteca di libera consultazione, un bistrot ed un cinemino, cerca di tener fede alla volontà di Vittorio Gassman, che voleva, come spiega Gleijeses, “un luogo in cui incontrarsi, mangiare, pensare, riposarsi, vivere, insomma.” Per aumentare la propria connessione con il pubblico sono stati istituiti un numero verde ed una mail, sia per chi vorrà lamentarsi, che per chi vorrà proporre o complimentarsi.
Stagione 2016 2017
Un esempio della nuova campagna pubblicitaria.
Ci saranno due stagioni, di cui una principale di quattordici spettacoli ed una alternativa, intitolata “Quirino Grandi Eventi”, di otto appuntamenti fra concerti, balletti e teatro. Per quanto riguarda il cartellone ufficiale segnaliamo fra le proposte Notturno di donna con ospiti di Annibale Ruccello, regia di Enrico Maria Lamanna, in scena dal 1 al 6 novembre. Sarà dedicato a Rino Marcello, scomparso due giorni prima della conferenza stampa il 15 maggio 2016, co-protagonista per molti anni nella produzione. Guglielmo Ferro è regista de I Malavoglia nella seconda metà di novembre dall’8 al 20, all’interno di un personale percorso di riproposta del teatro siciliano. Sempre sua è la regia di una riduzione teatrale del film di Dino Risi Il Sorpasso dal 14 al 26 febbraio.
Il cast di Macbeth riesce a trovare un momento per separarsi dalle prove da poco iniziate e venire a presentare un adattamento shakespeariano con regia di Luca De Fusco, in programma dal 22 novembre al 4 dicembre. Dopo i precedenti spettacoli Antonio e Cleopatra ed Orestea, De Fusco continua una propria trilogia e costruirà ancora un mondo virtuale dall’atmosfera irreale, tra Medioevo e noir anni ’40, intorno al capolavoro dell’oscuro e dell’ambizione. Gabriele Lavia ci racconta L’uomo dal fiore in bocca di Luigi Pirandello, atteso dal 6 al 18 dicembre, di cui sarà regista e protagonista. Porterà al Quirino quell’incontro pirandelliano tra il tempo lineare della commedia della vita e quello circolare della tragedia e dei personaggi eterni come la morte. Geppy Gleijeses sarà fra i protagonisti di Filumena Marturano di Eduardo De Filippo dal 10 al 29 gennaio, regia di Liliana Cavani. Dal 21 al 26 marzo il Quirino potrà godere de La Bella Addormentata del Moscow State Ballet, ultima tappa di un tour internazionale che ha finora calcato trentacinque paesi.
Adriana Asti, Lina Sastri e Neri Marcorè saranno invece fra i protagonisti della stagione alternativa, rispettivamente con Il Mare è blu, insieme di canzoni, poesia e teatro dal 30 settembre al 2 ottobre; Appunti di Viaggio dal 4 al 9 ottobre; Quello che non ho dal 28 febbraio al 5 marzo. I Tullio De Piscopo & Friends, sebbene ultimi nella nostra lista, apriranno le porte dopo l’estate il 27 e 28 settembre con Ritmo & Passione. Per l’intera programmazione rimandiamo al sito del Teatro Quirino.
Quello che non ho
Neri Marcorè in Quello che non ho.
Mancano cinque anni al centocinquantenario dalla fondazione dello stabile e la nuova gestione, insediatasi da tre anni, lascia intendere un lungo lavoro di trasformazione del teatro in tema con l’avvicinarsi della data. I risultati sono già promettenti: nel corso della stagione teatrale 2015/16 il Teatro Quirino ha visto crescere fino a 5540 il numero degli abbonati, con più di 120000 spettatori in sala nel corso dell’intera stagione e un aumento del 25% della componente giovanile, testimonianza di un ricambio generazionale. Sono dati che Geppy Gleijeses impugna con orgoglio.

Stagione 2016 2017
Foto della locandina della stagione principale.
Dopo l’esclusione dai fondi pubblici di circa l’80 per cento del panorama italiano dello spettacolo dal vivo, avvenuta secondo politiche ministeriali nell’estate 2015, il Quirino si è impegnato a istituire un fronte comune di discussione e resistenza fin da ottobre: il Comitato di Difesa dello Spettacolo dal Vivo. Battaglie di questo tipo richiedono però tempo e molti teatri non possono permetterselo. Roma e l’Italia perdono piano piano i propri palcoscenici “piccoli”, spesso costretti a chiudere i battenti, formanti la stragrande maggioranza di un’ecosistema, che grandi creature come il Quirino e i Teatri Nazionali non possono rappresentare da sole. Pochi grandi alberi in una distesa vuota non fanno una foresta e questo Gleijeses lo sa bene. Fra le chiusure recenti nomina alla conferenza il Teatro Due, mentre il Teatro della Comunità rischia lo sfratto. Gleijeses conclude raccontando della paura di dimenticarsi dei teatri dove si è nati: “Tanti crollano dimenticati e noi vogliamo ricordarli.
Gabriele Di Donfrancesco


Le Dee del Miele, una lettura fetale nell’utero di un libro

1

Un romanzo sulle donne di ieri, oggi e domani, firmato da Emma Fenu ed edito da Milena edizioni.

Le dee del miele sono quattro donne di generazioni diverse che vivono in terra sarda, circondate da leggende popolari, proverbi, sapori antichi e tradizionali. Le loro vite si intrecciano e sfogano la femminilità più innata, a partire dalla fanciullezza, e passando per la maternità, fino ad arrivare alla vecchiaia. Un filo sottile lega queste anime, alimentate da passioni e paure, e conduce il lettore alla scoperta di un romanzo piacevole, leggero e breve, ma, allo stesso tempo, ricco di nozioni e informazioni interessanti. Emma Fenu, come già nel precedente libro, Vite di Madri, non tralascia il dark side del femminino, ma offre una storia comunque dolce, come il miele menzionato nel titolo.

 

Chi sono queste dee se non le donne, madri del mondo e mamme di tutti, forti come icone religiose, dolci come la familiarità?
Nel ricercare le forme ancestrali dell’essenza muliebre, dell’essere figlia e madre in quanto donna e non in base alle contingenze terrene, la scrittrice mi ha riportato alla mente la funzione del miele nell’antichità, e nella fattispecie, nel mondo greco.
 dee del miele - emma fenu
Il miele infatti era simbolo della “donna-ape“, ovvero di quella figura femminile pienamente accettata dalla società greca in quanto discepola di Demetra, dea della casa per eccellenza. Tale profilo si contrapponeva a quello delle prostitute e delle cortigiane, seguaci di Afrodite e amanti degli aromi e dei profumi, come la mirra.
In questo dualismo il miele diveniva un’arma a doppio taglio per le giovani spose e future madri, che dovevano essere sempre pure e caste “Melisse” (che in greco significa api per l’appunto): infatti, nel miele, risiede una dolcezza che languisce lo sposo, stordisce i sensi con la sua morbida delicatezza, rendendo la donna un essere seducente.

 

Ovviamente in questo romanzo non viene riproposta la rigida (e fortunatamente superata) dicotomia greca, ma comunque il miele ha la funzione di delineare la figura femminile in tutte le sue sfaccettature, richiamando qualcosa di atavico e ineffabile, che echeggia antichi miti e riti.
Ad accompagnare un trama scorrevole vi è un usus scribendi sempre ricercato, ma mai stucchevole. Della Fenu sono preziose le metafore, gli aggettivi vibranti, i periodi cadenzati come una dolce ninna nanna.
Leggere questo libro è un’esperienza che definirei “fetale”: sembra di entrare in un grande utero, al caldo, senza pericoli, e di star racchiusi in qualcosa di piccolo che però ha un potere sovrumano, intellegibile, dove si comprende quello che si sta vivendo (o leggendo) fino ad un certo punto, sospesi tra il detto e il non detto, il sogno e la realtà, la morte e la vita.

 

Alessia Pizzi

“La Batteria” live il 21 maggio al Quirinetta

0

La band romana si prepara ad illuminare la scena con il suo prog-funk cinematografico.

La locandina dell’evento.
La grande stagione di concerti del Quirinetta continua con una band made in Roma, che mischia passato e presente per dar vita a sonorità originali e psichedeliche prendendo spunto dai grandi compositori di colonne sonore come Ennio Morricone e Bruno Nicolai, “La Batteria”. I quattro membri, provenienti da diversi scenari del mosaico musicale romano, presenteranno il loro nuovissimo concept-album “Tossico Amore” ispirato al compositore Detto Mariano. La caratteristica che distingue la band e la rende unica è proprio la cura nel riadattare capolavori che già in passato hanno emozionato il pubblico, sebbene in un contesto diverso come quello del cinema, dando loro nuova vita in veste progressive-rock. “Tossico Amore” è il terzo lavoro in due anni per La Batteria, che si era presentata al pubblico con un primo album omonimo, seguito dall’EP “Fegatelli” che vanta illustri collaborazioni come quella con Roy Paci.

L’appuntamento è sabato alle 22.00, Teatro Quirinetta. Intanto vi proponiamo “Chimera” tratto dal loro primo album.



Gianclaudio Celia 
@Gian_Celia 

A Trastevere arriva la pasta shakerata

0

È Trastevere il luogo ideale per mettere in campo Mama Pasta, l’ultima proposta in fatto di ristorazione firmata Laurenzi Consulting. 

Un format esclusivo nel cuore pulsante della movida capitolina in grado di soddisfare gli appassionati alla tradizione e i bisognosi di divertimento e qualità: ecco quindi un nuovissimo concept in cui la pasta è cucinata espressa, abbinata al condimento preferito e shakerata all’istante per offrire la migliore delle mantecature. #youchooseweshake – ‘Tu scegli, noi shakeriamo!’ il claim del locale.
Ecco quindi che a tre tipologie di pasta (fresca, secca e ripiena), in diversi formati, si possono abbinare i molteplici condimenti, tra cui Amatriciana, Cacio e Pepe, Carbonara e… Alfredo, per poi vedersela shakerata e servita in pratiche confezioni adatte tanto all’asporto, quanto al consumo in loco. Sì, perché Mama Pasta mette a disposizione dei suoi ospiti un’ampia sala interna con tanto di soppalco, dove, su richiesta, sarà possibile soffermarsi grazie ai comodi vassoi messi a disposizione dal locale.
Ampio spazio è stato riservato ai golosi dai palati più esigenti: l’opzione ‘scarpetta’. Tutti i sughi e i condimenti contrassegnati si possono chiedere ‘assoluti’ con pane fresco per la più soddisfacente delle scarpette.
Ma non è tutto. Punto di forza di Mama Pasta è la filosofia ‘help yourself’ legata al beverage. Ben nove tipi di cocktail, serviti in bottigliette, potranno essere completati a piacimento con i dispenser di sodati o portati con sé in qualunque luogo si preferisca berli.
E poi mescita di vino e birra a piacimento. Due tipologie di bianchi e altrettante di rossi sempre fresche perché servite da Enomatic, la cantinetta che mantiene inalterate le proprietà organolettiche e gustative del vino sino a esaurimento della bottiglia. Ma è il ‘reverse tap’, la novità per la spillatura della birra, a stupire i più curiosi. Basta appoggiare il bicchiere sul dispenser perché si riempia dal basso.
Abbiamo preso spunto dall’idea del geniale chef stellato Davide Scabin – spiega Dario Laurenzi, fondatore di Laurenzi Consulting – e grazie alla sinergia tra le tante professionalità che costituiscono la Laurenzi Consulting, l’abbiamo tradotta in un nuovo concetto legato alla ristorazione. Ci rivolgiamo ai romani e agli stranieri allo stesso tempo parlando una lingua universale che è quella della pasta”.
Mama Pasta si rivolge a tutti e in particolare ai giovani di ogni età – spiega sorridendo Alessio Bosi, classe 1989 e proprietario del locale -. In questa avventura metto in campo tutta l’esperienza acquisita all’estero, soprattutto lavorando in due ristoranti a Sydney”.

Mama Pasta

via del Moro 37/D

Trastevere, Roma  

In the Mood for Love, i segreti dell’amore

“Non credevo che ti innamorassi di me”

 
Titolo: In the Mood for Love
Regista: Wong Kar-wai
Sceneggiatura: Wong Kar-wai
Cast Principale: Maggie Cheung, Tony Leung
Nazione: Hong Kong
Anno: 2000
 
E adesso, come faccio a parlare di In the Mood for Love? Come faccio a descrivere un film fondato e costruito sulle frasi non dette, sui sentimenti implosi, sui silenzi, sui gesti, sugli sguardi, sull’amore soffocato? Lo evidenzia il titolo stesso, quella che vediamo non è una relazione normale, ma siamo “in the mood”, ovvero nell’umore di un qualcosa, nella sensazione, nello stato che si prova quando ci si innamora di qualcuno.
 
E ditemi voi, come posso spiegare cosa succede quando si è innamorati, pur essendo questo “solo” un film?
 

Antipasto

Ravioli di maiale al vapore (30 ravioli)
  • 1/3 tazza di gambi di bambù
  • 225 grammi di lombata di maiale macinata
  • 1 cucchiaino di olio di semi di sesamo
  • 1 cucchiaino di sherry secco
  • 1 cucchiaio di amido di mais
  • 1 cucchiaino di sale
  • 1 albume d’uovo
  • mezzo cucchiaino di pepe bianco macinato
  • 40 bucce di won ton
Nella Hong Kong dei primi anni ’60, nello stesso spazioso appartamento due stanze sono affittate da due coppie, i Chow e i Chan. I lunghi impegni di lavoro, i continui viaggi, i pasti solitari, i fugaci incontri casuali fanno sospettare il signor Chow e la signora Chan che qualcosa non vada: i rispettivi coniugi sono diventati amanti.
 
Una premessa semplice per quanto intrigante è tutto ciò che serve a Wong Kar-wai per dipingere la tragedia umana attraverso le complicazioni dell’amore. Sembra un beffardo scherzo del destino quello che colpisce e unisce il signor Chow e la signora Chan, ma per due anime sole e perse non è così: altri sarebbero vittime, per loro invece è la possibilità di cogliere l’emozione che, probabilmente, non hanno mai veramente provato prima. Wong Kar-wai saggiamente lascia fuori campo i rispettivi coniugi amanti, non li riprende mai, non ne vediamo mai il volto, ma più che un orpello, o un mero pretesto narrativo, i due diventano dei fantasmi invisibili che ossessionano i due protagonisti e condizioneranno il loro futuro insieme.
 

Primo piatto

Spaghetti fritti al pollo (per 4 persone)
  • 450 grammi di spaghetti fini
  • 2/3 tazze di brodo di pollo
  • olio di semi di arachidi
Il signor Chow e la signora Chan decidono di non confrontare il fatto avvenuto, nemmeno di parlarne con i rispettivi coniugi per farli confessare o rimediare, ma invece cercano di capire come e perché sia potuto succedere. Insomma, come è possibile che due persone si innamorino?
 
L’amore non è una linea retta, non segue un percorso prestabilito, non ha nemmeno tempi chiari. Ciò che sconvolge il signor Chow e la signora Chan è fatto di rapidi momenti, intensi ma fugaci, sguardi in cui comunicare ciò che si prova dentro è praticamente impossibile, incontri continui che hanno l’aspetto delle coincidenze; il tempo nel film passa e non ce ne accorgiamo, perché la ripetitività dei gesti, dell’azioni quotidiane, persino dei cambi d’abito è una costante cantilena che scandisce e separa i momenti in cui i due amati possono stare insieme. Quando siamo innamorati ci rendiamo davvero conto dello scorrere del tempo, oppure una canzone simbolo di un dato momento, di un incontro, di uno sguardo, sembra di ascoltarla e tenerla in testa fino al’infinito, esattamente come accade con le melodie del film?
 
Il signor Chow e la signora Chan per cercare di bloccare il sentimento creano una fantasia che non riescono a gestire: non si può ingabbiare l’amore, e alla fine sono loro stessi vittime della fantasia. La musica che ritorna sempre in testa, gli abbracci, le lacrime, persino assaggiare la salsa che piace all’altro solo per capire cosa prova, segni dal chiaro significato: non si può decidere quando innamorarsi.

Secondo piatto

Won ton di maiale e manzo (per 4 persone)
  • 450 grammi di bucce di won ton
  • 225 grammi di manzo macinato
  • 225 grami di maiale macinato
  • 250 grammi di castagne tagliate finemente
  • 3 gambi di cipolla tagliata finemente
  • 2 cucchiaini di olio di semi di sesamo
  • sale e pepe
Quando finalmente i due capiscono e ammettono il sentimento reciproco è ormai troppo tardi, oltre la fantasia infatti hanno creato una prigione reale in cui non possono essere felici.
 
La loro prigione non è solo narrativa o tematica, ma letterale: Wong Kar-wai mette in scena i suoi personaggi quasi sempre in interni, quasi sempre in stanze piccole o corridoi strettissimi, e soprattutto sovrappone il fotogramma ad altri riquadri interni. Sono tante infatti le scene in cui i due attori sono dentro a “spazi incorniciati” all’interno dell’inquadratura stessa, come fossero incastrati, come se noi spettatori spiassimo il loro sentimento crescente (non a caso uno dei loro maggiori problemi è rappresentato dai pettegolezzi della gente). Il signor Chow e la signora Chan si sforzano di trattene il loro amore, lasciando scivolare la passione tra continui traslochi ed appartamenti. Un amore silenzioso ma palpabile, represso ma profondo, così forte da unire due anime sole che fanno di tutto per rimanere tristemente tali.

Dessert

Dolci della Luna

  • 240 gr di golden syrup (te pareva che facevo una ricetta senza ingredienti stronzi)
  • 75 gr di olio d’arachidi
  • 1/2 cucc.no di bicarbonato
  • 1/2 cucchiaio d’acqua
  • 300 gr di farina 00
  • Per il ripieno:
  • 6 tuorli marinati
  • un vasetto di anko homemade
Cosa rimane quando c’è un amore così spossante, che consuma senza essere consumato? Rimane il vuoto, con i due che vicendevolmente si mancano, sia nel senso letterale, ogni nuovo incontro è solo sfiorato, sia nel vero senso del termine. La mancanza dell’altro è ciò che paradossalmente li unisce ancora di più, perché il tempo passa, forse addirittura l’amore si affievolisce, ma il ricordo di un sentimento fortissimo e condiviso non si cancella.
 
“Il passato è qualcosa che può vedere, ma non può toccare; e tutto ciò che vede è sfocato, indistinto.”
 
Non ci sono confini di spazio e soprattutto di tempo, l’amore di In the Mood for Love non si può toccare, ma si può sentire, vedere, respirare e persino annusare. Non ci sono parole per descrivere cosa si prova quando ci si innamora, ma ci sono i gesti, le occhiate defilate, i silenzi, i riflessi, gli attimi che vanno avanti tra nubi di fumo e impressioni al rallentatore. Wong Kar-wai mette in scena l’interiorità con una eleganza e sontuosità senza pari, come una danza, un valzer precisamente, nel quale il signor Chow e la signora Chan si muovono con grazia e disperazione, attratti da una forza più potente di loro stessi.
 
Certo, è tutto bellissimo ma fin troppo dolceamaro… ma non lo è anche essere innamorati?
 

3 buoni motivi per vedere il film:

– La musica. I motivi musicali che si ripetono ossessivamente nel film non solo creano l’atmosfera, ma formano quello stato d’animo particolare in cui una melodia si abbina ad un momento indimenticabile.
 
– Il cibo. Come avrete capito da quanto letto finora, il cibo è una parte vitale del film: quante volte i personaggi vanno a comprare il cibo, o sono ripresi mentre mangiano? Non è solo un film sull’amore, Wong Kar-wai crea anche un ritratto della Hong Kong degli anni ’60 passando per gli usi e costumi tradizionali del periodo. E per un vero cinese, come per ogni italiano, il cibo è parte vitale.
 
– Maggie Cheung e Tony Leung. La loro chimica è straordinaria, la loro bravura senza paragoni, ma soprattutto….quanto sono belli? L’eleganza degli abiti di Maggie Chung, il modo in cui li indossa, i movimenti sinuosi, raramente è capitato di vedere una coppia di attori così perfetti in un film.
 

Quando vedere il film?

– Il momento della giornata è indifferente, forse meglio la sera, ma l’importante è che siate rigorosamente SOLI e muniti di una quantità assurda di cibo cinese.
 
 
Emanuele D’Aniello
 

Vuoi leggere un altro cineforum?

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

In Karma Letale Zadra è showman sotto forma di spirito

0

Karma Letale, l’ultimo testo esistenziale scritto da Marco Zadra, senza però prendersi troppo sul serio, sarà fino a domenica 22 maggio al Teatro della Cometa. È uno dei successi di questa stagione, perché la voglia di spensieratezza attira sempre di più lo spettatore.

Il protagonista di Karma Letale – in perenne lotta con la depressione – dopo aver tentato il suicidio, su consiglio del suo psicologo il dott. Franconi, si trova in uno stato di coma profondo. Non è stato dichiarato ancora “clinicamente morto”. E’ solo …un po’ morto!!!

In questa nuova dimensione in cui si sente vuoto, ricco di energie, come se fosse in una enorme nuvola, incontra lo spirito di un idraulico, Gianluca Mandarini, il cui corpo è alloggiato nella stessa stanza; anche lui sospeso tra la vita e la morte ma a causa di problemi sentimentali e anche lui in cura dallo stesso medico. I due ormai purificati dall’esperienza “pre-morte”, liberi, o quasi, da pulsioni terrene, incontrano uno spirito guida videodipendente ed anche molto indeciso, Tiko Rossi Vairo, a cui “partono le pubblicità”, in un susseguirsi incalzante di freddure e camuffamenti diversi, stile sketch anni settanta.

Il finale allegro e inaspettato lascerà lo spettatore ancora una volta con il sorriso, pone i protagonisti davanti ad una scelta difficile: rispondere al telefono nero e andare nell’Aldilà oppure rispondere al telefono bianco e ritornare tra i vivi. 

La musica e le immagini di Casablanca accompagnano tutto lo spettacolo dando un gusto un po’ rétro, “As time goes bye…you must remember this…a kiss is still a kiss” cantata da Sam (interpretato da José de la Paz), che appare in carne ed ossa a più riprese durante lo show, è perfetta per questo tema “con il passare del tempo…devi ricordarti questo… un bacio è solo un bacio…” in pieno Zadra style.

Sara Cacciarini

Mostra “Madrid – Palermo”, otto artisti per un toro

0

RvB Arts propone artisti spagnoli e italiani a confronto, in una mostra che suscita riflessioni su quell’intenso e fruttuoso scambio che li accompagna nella storia. 

Nelle opere degli otto artisti in mostra, al recupero del genere figurativo e di un virtuosismo tecnico tradizionali, che ritrovano il proprio apice nell’arte barocca, si associa l’indagine su una contemporaneità in cui simboli, stili e modalità si rinnovano continuamente.
Dalle suspense surreali di Nicola Pucci si passa così alle trasfigurazioni liquide di Evita Andújar e a quelle violente di Massimiliano Carollo; dall’irriverente ironia di Dalila Belato alla poetica del sentimento di Luca Crivello; dalle bizzarre metamorfosi di Martínez Cánovas si attraversano le rivelazioni luminose di Roberto Calò per arrivare infine alle terse e nostalgiche atmosfere di Luis Serrano. Una mostra in cui la singolarità di ogni visione si apre all’incontro e confluisce nella figura-simbolo del Toro.

Evita Andújar nasce ad Écija in Spagna nel 1974 e si laurea presso la Facoltà di Belle Arti di Siviglia. Nel 2000 vince la prestigiosa borsa di studio dell’Accademia di Spagna a Roma e negli ultimi anni si dedica esclusivamente alla pittura, ricevendo premi e riconoscimenti con opere in cui le figure si formano e deformano attraverso audaci passaggi di colore.

Dalila Belato nasce a Palermo nel 1985 e consegue il diploma presso l’Istituto d’Arte di Palermo. Continuando a mantenere vivo l’interesse per la scultura e il modellato, con un linguaggio tutto personale, concentra la sua ricerca sui particolari anatomici, vincendo per la sezione scultura il premio Expo di Varedo (MI) curato da Vittorio Sgarbi.


Roberto Calò è nato a Palermo nel 1985. Consegue il diploma presso l’Accademia di Belle Arti di Carrara nel 2012. Nel 2014 e 2015 partecipa all’esposizione Artisti di Sicilia. Da Pirandello a
Iudice a Palermo e Catania. Il pittore intende l’opera come una sorgente e una manifestazione di energia, dove, come nella tradizione caravaggesca, la luce svolge un ruolo fondamentale.

Martínez Cánovas nasce a Murcia in Spagna nel 1980 e nel 2008 consegue il diploma in Belle Arti all’Università di Murcia. Per la sua prima mostra a Roma, Cánovas ha creato opere ispirate alla forte tradizione della Corrida insieme a disegni che hanno una simmetria con la ricerca di Belato.

Massimiliano Carollo, nato in Sicilia nel 1973, ha studiato all’Accademia di Belle Arti di Palermo. Dopo la laurea, Carollo si è dedicato alla pittura ed al teatro, fondando insieme a Dario Enea la compagnia teatrale Teatro TerzoUomo. La tecnica pittorica spontanea e gestuale di Carollo crea tele forte e espressive che si contraddistinguono per la loro particolare sintesi di realismo e astrazione.

Luca Crivello nasce a Palermo nel 1992. Si laurea in Arte Sacra Contemporanea presso L’Accademia di Belle Arti di Palermo dove tuttora prosegue gli studi per conseguire la laurea specialistica nel medesimo corso. Il lavoro di Crivello è prettamente figurativo, dove si concilia una poetica sfuggevolezza con riferimenti al passato.

Nicola Pucci, nato a Palermo nel 1966, vanta una tecnica sapiente consolidata che ha già attirato l’attenzione di commercianti d’arte di fama mondiale, come Larry Gagosian, e di intenditori come lo è stato Carlo Bilotti, rinomato collezionista d’arte. Nel giugno 2016, il museo Palazzo Collicola Arti Visive di Spoleto ospiterà l’artista con una seconda mostra personale curata da Gianluca Marziani.

Luis Serrano è nato a Madrid. Laureato in Belle Arti presso l’Università Complutense di Madrid, si è specializzato in Storia dell’Arte presso l’Università La Sapienza di Roma. Nel 2004 le sue opere vengono esposte alla Galleria Nazionale d’Arte Moderna di Roma e nel 2012 il Museo Mario Praz di Roma, in occasione della ottava Giornata del Contemporaneo, ha ospitato una serie di 12 dipinti suoi.

Creata da Michele von Büren, RvB Arts promuove l’Accessible Art. Scova talenti emergenti e organizza mostre ed eventi con lo scopo di far conoscere l’arte contemporanea in maniera divertente ed informale, rendendola anche ‘abbordabile’ da un punto di vista economico.

Antiquariato Valligiano è una nota galleria romana che dal 1982, nella rinomata via Giulia, propone antiquariato italiano delle regioni alpine e non solo, tra cui mobili di ogni tipo e oggetti allegri e raffinati.
MADRID – PALERMO

con le opere di
Evita Andújar Dalila Belato Roberto Calò Martínez Cánovas
Massimiliano Carollo Luca Crivello Nicola Pucci Luis Serrano

Vernissage e cocktail: giovedì 19 e venerdì 20 maggio 2016
dalle 18:00 alle 23:00

la mostra resterà aperta fino a sabato 18 giugno
orari: 11:00-13:00 e 16:00-19:30; domenica e lunedì chiuso

Curatrice e organizzazione: Michele von Büren di RvB Arts
Testo critico: Viviana Quattrini

RvB Arts – Via delle Zoccolette 28, 00186 Roma
Antiquariato Valligiano – Via Giulia 193, 00186 Roma

info 06.6869505

L’Ospite Inatteso, la pièce capolavoro di Agatha Christie

1

L’Ospite Inatteso, capolavoro teatrale di Agatha Christie è anche l’ultimo gioiello della stagione teatrale 2015-2016 che il Teatro stabile del Giallo regala a tutti gli amanti del giallo. Sarà in scena fino a domenica 22 maggio, ultima occasione per godere della sagacia inventiva e narrativa della regina del delitto.


Sapevate che esiste un teatro, a Roma, dove vengono rappresentati solo ed esclusivamente capolavori del giallo e della migliore narrativa poliziesca di sempre? 

Da Agatha Christie alle migliori indagini di Arthur Conan Doyle, il Teatro stabile del Giallo è il luogo perfetto dove godersi due ore di pura suspense, colpi di scena, morti ammazzati e assassini misteriosi che fanno capolino dalla finestra. 

Io sono un’appassionata di libri gialli. Mi piace tutto ciò che ha a che fare con il delitto, con investigatori sagaci, con una stanza chiusa in cui nessuno, almeno tecnicamente, sarebbe potuto entrare, con un coltello sporco di sangue abbandonato in un prato, un colpo di pistola nella notte, chiamate da uno sconosciuto che sembra sapere tutto di te, querce buie, sospiri dietro le tue spalle, città che sembrano inghiottite dal caldo soffocante dell’estate, mentre il tramonto si ritira e gli occhi gialli delle rane osservano, muti testimoni sull’orlo dei fossi, la testa di una donna morta che fa capolino da una siepe. Vi ho inquietato? Oppure ho suscitato almeno un po’ del vostro interesse?

Allora immaginiamo una magione isolata, inghiottita dalla nebbia; immaginiamo uno sconosciuto che bussa alla porta finestra e, trovatala aperta, entra per chiedere aiuto. Immaginiamo che si giri automaticamente verso un uomo, che sembra dormire su una sedia a rotella. Fa per andare a presentarsi, ma l’uomo è morto.

Così, nel migliore dei modi, comincia uno dei capolavori che quella signora inglese dall’aria un po’ snob, Agatha Christie, ha voluto scrivere direttamente per il teatro. Forse, se pensiamo a opere più note, come Trappola per topi o Dieci Piccoli Indiani, può non dire molto ai più. Io, ad esempio, non lo conoscevo. Come non conoscevo il Teatro Stabile del Giallo, fucina di opere teatrali interamente dedicate a questo genere letterario straordinario e scuola di formazione teatrale d’eccellenza; un teatro dove le locandine sono anch’esse piccoli capolavori che ricalcano le classiche del giallo Mondadori, quelle di cui erano piene le librerie dei nostri genitori (o nonni) e che ora, magari, prendono polvere in soffitta. 
L’Ospite Inatteso è l’ultimo spettacolo della stagione, con mio enorme disappunto. Ma si sa, le cose più belle vengono lasciate alla fine. 
Michael Starkwedder, un ingegnere di ritorno dal Golfo Persico, si perde nella campagna inglese e, complice la nebbia, la sua auto finisce rovinosamente in un fosso; l’uomo non si perde d’animo e con un po’ di fortuna riesce ad individuare una casa, immersa nell’oscurità dove sicuramente potrà chiedere aiuto. Bussa alla porta finestra principale ma nessuno apre. Si fa coraggio, la porta è aperta ed entra. Un uomo, su una sedia a rotelle è morto; una donna, in visibile stato di shock, lo guarda assente. In mano ha una pistola.

E’ da questa scena iniziale, che comincia il teatrino di Agatha: chi ha ucciso Richard Warwick, uomo dalla pessima reputazione che si divertiva a sparare a vista a cani e  gatti randagi, uccelli e persino alle signore della beneficienza? E’ possibile che sia stata sua moglie, la bellissima e misteriosa Laura Warwick?Chi aveva interesse a far fuori un essere odioso, sì, ma sicuramente inoffensivo? L’infermiere personale, ambiguo e calcolatore, Angell? O Julian Farr, amico di famiglia dei Warwick e politico in ascesa?

Attenzione, perché niente è davvero così come sembra e Agatha è davvero diabolica a farcelo credere: prima ci conduce verso una soluzione, la più lampante, la più ovvia. Poi, ci instilla il dubbio e le nostre capacità di investigatori dilettanti subito puntano il dito su quello che, sì, deve essere il colpevole, per forza. Non c’è altra spiegazione. 
E invece ancora no, niente da fare. E intanto la scena va avanti e Agatha, diabolica, ha preparato il colpo di scena finale. Che arriva nel migliore dei modi, come uno sparo di pistola nel cuore della notte. E noi, poveri spettatori che per un attimo, davvero, ci eravamo illusi di avere risolto il caso ancora prima che il sipario venisse chiuso, rimaniamo attoniti, imbambolati, chiedendoci come, cosa, perché. Per poi ammettere a malincuore la sconfitta e riconoscere, ancora una volta, che Agatha Christie, la signora dall’aplomb impeccabile e dalla mente sopraffina, ha sfornato un capolavoro come pochi, un colpo di scena come pochi.

A questa storia così ben congegnata, gli attori hanno risposto nel migliore dei modi. Per la primissima volta, ho potuto godere di una recitazione non artefatta, non impostata. Su tutti, i due attori principali, Linda Manganelli (Laura Warwick) e Antonio Palumbo (Michael Starkwedder) hanno regalato interpretazioni magistrali, avvincenti, sentite. Ma tutto il resto del cast è stato eccezionale, così come la regia di Raffaele Castria che ha saputo rendere al meglio le atmosfere a cui la regina del delitto, almeno nella versione cartacea, ci ha così ben abituati: e allora, se anche tutta la vicenda si è svolta sempre nella stessa stanza – il salotto -, luogo del delitto, di confessioni, mezze verità, sospetti e velate minacce, il resto della casa, che immaginiamo grande, isolata, vecchia e cupa, circondata dagli ampi spazi verdi della campagna inglese, ci appare anch’essa sulla scena se anche per sentito dire. Così, odiamo passi inquieti sopra di noi, cigolii di porte che si aprono, finestre con le tende tirate da cui è possibile spiare qualcuno che si avvicina nella notte.
Andatelo a vedere, l’Ospite Inatteso. Andate a passare due ore di puro godimento. Andate e cercate di capire chi ha ucciso il malvagio Warwick. Passate una serata diversa dalle altre. Anche questo è teatro, il teatro che intrattiene, che avvince, che racconta una storia mentre ne lascia intravedere diecimila. 
Chiara Amati

X-Men: Apocalypse, il ritorno dei mutanti

0

Ho sempre avuto il sospetto che, nella chiacchieratissima guerra tra Batman v Superman e Civil War, alla fine potesse vincere il terzo incomodo.

Non è l’ultimo cinefumetto che vedremo in questo 2016, ma sarà infatti difficile superare il livello di X-Men: Apocalypse, nuovo capitolo di una saga che, proprio come fosse un mutante, riesce a rigenerarsi e crescere film dopo film. Noi parliamo tanto di DC Comics e Marvel’s Avengers come fossero i capisaldi del genere, ma gli X-Men sono qui dal 2000 e tra ricasting, reboot, spin-off, sequel e prequel, hanno sbagliato pochissimo.
Cosa rende quindi X-Men: Apocalypse l’ennesimo asso vincente? Come è possibile che dopo 16 anni e ben 9 film ufficiale del canone, ancora non si conosca la noia? La risposta più semplice è da trovare nel talento del regista Bryan Singer, che non solo conosce la materia originale, ma ormai la respira, avendo dedicato metà della carriera a questo franchise. Anche quando il film pare dover deludere, con una sequenza iniziale farraginosa, o quantomeno kitsch, ci accorgiamo poi che in realtà Singer sta “semplicemente” fondendo il cinema più spettacolare alla narrazione da fumetto più classica.
Da buon sequel, anzi, ennesimo sequel, il film cerca di fare sempre di più rispetto al capitolo precedente: c’è più azione, ci sono più personaggi, più caos. Dove però altri film avrebbero deragliato, la difficoltà di gestire un marasma simile è oggettiva, X-Men: Apocalypse invece vince la sfida perché non perde mai di vista il focus principale del racconto: i personaggi e le loro peripezie interiori. C’è un gigantesco mostro blu che vuole distruggere il mondo, ma il film rimane pur sempre la storia di un gruppo di reietti della società che cercano di essere accettati dagli altri e talvolta addirittura da loro stessi. Tra la distruzione, tra i mostri mutanti, tra gli effetti speciali abbacinanti, il film mantiene una fortissima dose di umanità e una importante aderenza all’attualità sociale che non passa mai di moda. E poi quando ti puoi permettere il lusso di un simile cast, tutto è pure più facile.
X-Men: Apocalypse ci regala tanta azione, una ricca galleria di personaggi, l’abilità di presentare nuovi volti e farli fin da subito amare, un villain finalmente minaccioso e fino all’ultimo in grado di poter vincere, tanti agganci per chi conosce e ama i fumetti senza che diventino scene insensate per il pubblico normale, persino un cameo violentissimo che non ha timore di creare qualcosa di discutibile. E forse ora si apre l’ennesima rigenerazione del gruppo, e meglio di così non poteva essere introdotta: davvero, lunga vita agli X-Men.
Emanuele D’Aniello

La verità è profezia di sangue con Cassandra

Con questo racconto io vado nella morte…” Il mito dà voce a passato, presente e futuro.

Cassandra è uno spettacolo realizzato dal Gruppo della Creta, andato in scena al Teatro Patologico di Roma dal 13 al 15 maggio 2016, con Laura Pannia, Enea Chisci e Alessandro Di Murro, regista; aiuto regia Cristiano Demurtas. Il lavoro partecipa alla XXV edizione del Festival Upside Down.
Gruppo della Creta - Laura Pannia
Se il mondo vi odia, sappiate che prima ha odiato me.” Foto di Angelo Cricchi – Lost and Found Studio
Il Gruppo della Creta nasce nel 2015 da giovani attori diplomati alla Nuova Accademia Internazionale di Arte Drammatica del Teatro Quirinetta di Roma, scuola sotto la direzione artistica di Alvaro Piccardi. Il nome del gruppo si ispira all’idea di una forma in divenire, come appunto la creta, che non si cristallizza e si fa costantemente rimodellare. Questo era il concetto alla base di un esercizio che Vittorio Gassmann faceva fare ai propri allievi. Collaborando nell’ambito del teatro sociale, il Gruppo è entrato in contatto con Dario D’Ambrosi, il creatore del Teatro Patologico e di una forma di teatro della follia.
Quella di D’Ambrosi è, come egli stesso ha definito, una rivoluzione in campo teatrale e terapeutico unica al mondo: il Teatro Integrato dell’emozione, che incontra le disabilità mentali e le trasforma in un tuffo nella linfa vitale del teatro stesso. L’idea nasce alla fine degli anni 70’ dall’incontro di D’Ambrosi con Ellen Stewart, celebre avanguardista e fondatrice del teatro newyorchese del Cafè La MaMa. Il Teatro Patologico come struttura stabile apre le porte nel 2009 in via Cassia 472, riscattando dall’abbandono quello che la stessa Ellen Stewart, in una sua visita pochi anni prima della scomparsa, descriverà come un posto carico delle energie dei luoghi dove passa la storia. Qui nasce la Prima Scuola Europea di Formazione Teatrale per ragazzi disabili psichici. D’Ambrosi è noto recentemente per il suo ruolo di ispettore Canton in Romanzo Criminale tra il 2008 e il 2010.
Tornando dopo questa breve parentesi al nostro spettacolo, Cassandra unisce brani dall’Agamennone di Eschilo, dal romanzo Cassandra di Christa Wolf, dai Notturni di D’Annunzio, da Monologo per Cassandra, poesia di Wislawa Szymborska e dalle profezie di Giovanni Evangelista.
Cassandra è la troiana veggente: è la figlia di Priamo che ha visto, perché così voleva il dio, il luminoso Apollo, e ha predetto la fine della rocca proprio perché nessuno le credesse. Agamennone l’ha portata schiava a Micene e Cassandra ha visto la morte del re, ma lui non l’ha ascoltata e del sangue di entrambi, per mano della moglie, si sono macchiate le pietre del palazzo reale. Questo è il mito della prescelta del dio. Eppure Cassandra, lo spettacolo, è solo in parte questa storia. Dall’incontro dei testi di epoche diverse, una crasi elaborata da Di Murro e Chisci, emerge un presente eterno, privo di epoca d’appartenenza. Un Qualcosa che fende lo spazio ed il tempo è fa sgorgare dalle labbra tremanti della donna il respiro dell’umanità offesa. Allora ecco che da Cassandra come un farmaco greco, veleno e cura al tempo stesso, viene somministrata la verità che non ha senso nascondere: quella che fa di Priamo un vecchio stolto e di Paride un travestito egoista, che ha portato a Troia una donna che non esiste, che non può esistere. Non può, come non può esserci la donna più bella del mondo, se non come astrazione e follia collettiva, come bugia usata per proteggere chissà quale altra offesa sacrilega. Allora Paride cosa ha portato a Troia? La guerra è un mero gioco politico o soltanto la necessità di difendere l’onore, un onore troiano che sa di Calabria e mafia? Le domande diventano delle risposte a cui si attribuisce per convenienza un tono interrogativo e ci raccontano di come il nostro tempo sia come Cassandra: non può nascondere nulla.
Gruppo della Creta
Solamente ai profeti inascoltati è permesso di vedere cose simili.” La scenografia all’inizio dello spettacolo, prima che la sua semplicità si animasse di stupore.
L’eco della disperazione di Cassandra rimbomba per la scenografia di Bruna Sdao. Sono rotoli di plastica posati su ogni superficie: sui muri, sul pavimento, issati a mo’ di tende. Sono sparsi ovunque, come quando ci si prepara ad un massacro e si vuole al contempo avere il materiale in cui avvolgere il cadavere ed evitare di macchiare la stanza col sangue. Così si presenta in scena Cassandra: una vittima uccisa perché parlava troppo, sapeva troppo, e avvolta nella plastica. Ma Cassandra è viva, lo è per noi, e si aggira per il palco come una pizia, lo sguardo folle e omicida che non ha mai ammazzato nessuno, se non la menzogna, e che grida di fare strage dell’ipocrisia come Achille la bestia, con la foga di un animale in calore, sgozzò i figli di Ilio. Ma non sono solo i mortali ad essere colpevoli del grande inganno. C’è Apollo, il dio che le ha dato il dono della veggenza stuprandola. Quello che resta muto mentre la città a lui devota brucia. Cassandra lo rivela nel suo rituale, costantemente affiancata dal coro: un agglomerato di maschere teatrali greche, fuse in un unica entità multiforme, che è fatta di creta nera ed emerge dalle cortine di plastica sopra una sola bocca. Sono le labbra di Alessandro Di Murro; la sua ombra, sospesa dietro le tende del mito, fa da seconda voce alla veggente. Ricopre il ruolo dei tanti “altri” che popolano la tragedia del Gruppo della Creta. Le sue parole animano e tormentano lo spirito guerriero dell’eroina, vestita con i costumi bianchi di Giulia Barcaroli. Intanto lei racconta l’orrore e nel mentre sorride e costruisce il proprio rituale di verità sul sangue da altri versato. Lei, la sopravvissuta alla catastrofe, è quanto Laura Pannia interpreta stupendamente. La giovane attrice si fonde con la sua creatura in una vitalità primitiva e sconvolgente, assassina della nostra tranquillità. Ci cattura perché è ammaliante e sa respirare l’essenza della propria Cassandra con un divertimento folle. Ci ricorda Helena Bonham Carter nelle sue interpretazioni da brivido.
Ma oltre al coro e a Cassandra è presente un’altra entità sul palco e suona musica mentre gli altri parlano: è Enea Chisci. I suoi suoni uniscono l’elettronica al piano, senza mai rubare spazio alla scena. Restano un dolce e inquietante accompagnamento, come una melodia di memorie composta da calici di vetro e note classiche.
Che altro dire: ancora una volta, in piccoli luoghi speciali, il teatro vive un brillante presente e un promettente futuro. Cassandra merita di calcare altri grandi palchi e quello del Teatro Patologico, ovviamente, è l’inizio della lista.


Gabriele Di Donfrancesco