Il MiBACT esclude la cultura e dal Quirino la cultura risponde

Il MiBACT esclude la cultura e dal Teatro Quirino la cultura risponde
Il MiBACT esclude la cultura e dal Teatro Quirino la cultura risponde

Nasce al Teatro Quirino il Comitato a Difesa dello Spettacolo dal Vivo. E si fa la Storia.

 

Roma || La mattina del 26 ottobre, per circa quattro ore, la quasi totalità del mondo dello spettacolo dal vivo italiano – dal teatro alla danza – si è riunita nel cuore del Teatro Quirino. Così, riempita la platea di quello che si potrebbe definire un raduno di cultura in carne ed ossa, la Storia è scesa nella sala. Gonfiando il sipario, si è seduta in prima fila. È probabilmente la prima volta che in Italia un numero così alto di imprese ed operatori culturali si incontra per discutere e coordinarsi. Il motivo sta nel Decreto Ministeriale luglio 2014 del MiBACT (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo), atteso già con perplessità ed entrato in fase attuativa quest’estate.

Decreto e meritocrazia

Il decreto prevedeva la costituzione di commissioni consultive, incaricate di giudicare l’idoneità o meno di un soggetto culturale per l’attribuzione di investimenti statali e coperture finanziarie. I criteri erano sia matematici che qualitativi. Sulle oscurità relative a sedute d’incontro e composizione delle suddette occorre sorvolare per ragioni di spazio. È bene ricordare che da quasi settant’anni non esiste una riforma che modernizzi il settore. Perciò il decreto del Ministro Franceschini era stato accolto con una certa speranza, nel contesto di un governo che si proponeva, e lo ripete ancora, di far “ripartire” l’Italia. Dove se non dalla Cultura, “l’industria” più fiorente che abbiamo?

Eppure quella preannunciata meritocrazia, che si poteva in parte intendere dai termini del decreto, si è trasformata in una misura correttiva, come ha ben evidenziato Geppy Gleijeses, direttore del Teatro Quirino, nel corso dell’intervento d’apertura. È stata una strategia per motivare una precisa linea ministeriale, che portasse di fatto all’esclusione dell’80% del settore da ogni politica e copertura economica. Così tra luglio ed agosto decine, se non centinaia di operatori e imprese culturali si sono viste bollare come “indegne” a ricevere finanziamenti di sorta. Realtà considerate di interesse nazionale e lodate nel mondo venivano tagliate fuori da qualsiasi intervento. Come se le banche ritirassero ogni servizio messo a disposizione delle imprese, di fatto decidendo di non erogare prestiti e non concedere investimenti per un ciclo che, come prevede il DM, è di ben tre anni. Insomma, per “sbloccare” l’Italia deve essere sembrato necessario sbarazzarsi della sua pluralità culturale.

Criteri del decreto

A determinare il rientro o meno nelle politiche finanziare del ministero è un sistema a punti. Questi vengono assegnati sulla base di criteri soggettivi, relativi al presunto valore artistico del soggetto analizzato: che sia un teatro, un’orchestra o lo spettacolo di una compagnia. Fu così, ad esempio, che Giorgio Albertazzi si vede bollato con un punteggio poco al di sopra dello zero. Come lui, gli altri; senza che mai alcun funzionario o membro della commissione ministeriale fosse stato avvistato quantomeno nei pressi di uno dei luoghi di “spettacolo dal vivo”, su cui la commissione ha poi espresso il suo giudizio di “indegnità qualitativa”.

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Pensate ad un futuro senza teatro. Un futuro senza cultura.

Siamo franchi. Non è difficile immaginare come la vera motivazione vada ben al di là della qualità artistica, presunta o reale. La quale verosimilmente non può essere così scadente per un numero tanto grande, da rappresentare quasi la totalità del panorama culturale italiano, dalla musica al teatro. In un momento in cui si ritiene necessario tagliare i fondi alla sanità, ci si doveva aspettare un altro gesto dello stesso calibro di ottusità. Badate bene, non è un discorso di carenza di fondi.

La strada più facile

Il FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) ammontava già ad una manciata di spiccioli. La somma è persino più irrisoria se paragonata ai miliardi di finanziamenti europei perduti ogni anno dalla nazione per incompetenza e lungaggini burocratiche. Era semplicemente più facile attaccare la cultura, da sempre ritenuta settore “debole” e privo della forza necessaria a reagire. Per questo l’incontro del 26 ottobre è fondamentale. Per la prima volta questa reazione c’è stata ed ha un proprio comitato stabile, promosso dal Teatro Quirino per creare una linea d’azione comune.

L’ottusità del decreto ministeriale è vasta, dettata ancora una volta da un semplicismo economico tutto italiano. Si parla di quel genere di logica che distrugge i profitti che cerca di proteggere. Non è una congiura alla cultura. Come ha ben espresso Geppy Gleijeses: “Alla politica di noi non frega niente”. Questo è più grave. È la peggiore forma di censura che esista. Il professor Gianfranco Barlotta, nel corso del suo intervento al Teatro Quirino, ha colto in pieno il clima del nostro tempo: “Il nostro mondo è senza memoria”. Svuotato, dimentica se stesso, il proprio passato, la propria ricchezza. Nel mentre, ogni aspetto dell’appartenenza ed originalità italiana viene soffocato di fronte ai suoi occhi per limitatezza di vedute governative e ministeriali.

Salvaguardare il sottobosco

L’esclusione da qualsiasi fondo per tre anni dell’80% degli operatori a livello nazionale è un fatto di una gravità spaventosa, che porta con certezza alla chiusura di una realtà vasta e ramificata su tutto il territorio nazionale. In questi termini, priva di eguali. Senza contare che il tessuto più abbondante del settore, le strutture con meno di duecento posti, è escluso in partenza, secondo il DM. È quell’immenso sottobosco che la nostra redazione visita costantemente fra i vicoli romani e che ha saputo sempre formare perle e grandi attori, più dei cosiddetti “Teatri Nazionali”. Una dimensione che è vita economica, lavoro ed introiti per le casse dello Stato più di quanto prenda dal medesimo.

Ecco, i nervi della nostra determinazione e libertà di pensiero vengono senza mezzi termini bollati come inutili a prescindere. Così lo Stato decide, che lo creda o meno, “la linea culturale del paese” – come ha notato uno dei partecipanti all’incontro – scegliendo in questo caso che prevalga il nulla. Senza fondi, l’identità di un paese muore negletta.

Gabriele Di Donfrancesco

@GabriDDC

Gabriele Di Donfrancesco
Nato a Roma nel 1995 da famiglia italo-guatemalteca, è un cittadino di questo mondo che studia Lingue e Lettere Straniere alla Sapienza. Si è diplomato al liceo classico Aristofane ed ama la cosa pubblica. Vorrebbe aver letto tutto e aspira un giorno ad essere sintetico. Tra le sue passioni troviamo il riciclo, le belle persone, la buona musica, i viaggi low cost, il teatro d'avanguardia e la coerenza.

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