La Gatta sul Tetto che Scotta, quello che le persone non dicono

la gatta sul tetto che scotta

“Verità! Verità! Tutti vogliono la verità. Beh, la verità è sporca quanto le bugie”

 
 
Titolo: La Gatta sul Tetto che Scotta (Cat on a Hot Tin Roof)
Regista: Richard Brooks
Sceneggiatura: Richard Brooks, James Poe
Cast Principale: Elizabeth Taylor, Paul Newman, Burl Ives, Jack Carson, Judith Anderson
Nazione: USA
Anno: 1958
 
 
Bugie. Bugie. Bugie. A pensarci bene, e concettualmente è un bel paradosso, sono le bugie a reggere l’umanità. Che siano enormi, come i segreti di stato che reggono le diplomazie ed impediscono guerre mondiali quotidiane, o strettamente personali, piccoli segreti che ci permettono di andare avanti giorno per giorno. Il problema non è la menzogna in sé, come capisce Maggie la gatta, ma una radicale vita fondata su di esse: a quel punto l’ipocrisia pervade ogni spiraglio, ogni millimetro della nostra esistenza e le prime vittime siamo noi stessi.
 
La Gatta sul Tetto che Scotta è una storia fondata interamente sull’ipocrisia come strumento e motore delle relazioni interpersonali. Tutti i personaggi mentono, lo fanno l’uno con l’altro e soprattutto mentono a loro stessi. Cosa c’è di vero in una famiglia che tiene nascosto al vecchio padre un male incurabile che lo riguarda? Cosa c’è di onesto in un padre che dice al figlio di avere una moglie più bella di quella del fratello? Cosa c’è di reale in una donna che punta al riavvicinamento tra il marito e il padre di quest’ultimo solo per non vederlo tagliato fuori dalla linea ereditaria?
 
Tutti noi abbiamo mentito nella nostra vita, tutti noi soprattutto lo abbiamo fatto nelle classiche occasioni di grandi rimpatriate familiari, di cene con tutti i parenti in cui è necessario salvare le apparenze e declamare quel vitale “va tutto bene”. Mario Monicelli ci aveva visto giusto col suo Parenti Serpenti, perché le riunioni di famiglia sono temporali stracarichi di tuoni e fulmini pronti ad abbattersi ovunque. La Gatta sul Tetto che Scotta è un microcosmo, una viziosa allegoria del quotidiano tramite la famiglia, quel nucleo da cui tutto parte: vita e morte, soldi e sesso, tutto nascosto e taciuto. Bugie, bugie, bugie.
 
E pensandoci bene, lo stesso film di Richard Brooks è una menzogna. Questa pellicola del 1958 è infatti tratta dalla celeberrima opera teatrale del grande Tennessee Williams – testo ancora oggi recitato con grande successo in tutto il mondo – in cui l’elemento cardine del fitto sistema di menzogne della vicenda nasce dalla segreta omosessualità del protagonista Brick. La data del film l’avete letta, questo sottotesto nella Hollywood di allora non si poteva esplicitare, e il famigerato Codice Hays (un codice che regolava le guide morali delle produzioni cinematografiche, in pratica una censura su cosa si potesse dire e non dire, poi fortunatamente soppiantato pochi anni dopo) impose la soppressione di tale tematica. E sapete una cosa? Il più grande paradosso di tutto è che la scelta retrograda del Codice Hays fece benissimo al film e aiutò ancora di più la sua forza emotiva: a leggere bene il film di Brooks una sussurrata omosessualità molto latente c’è ancora, e il fatto di doverla nascondere e schiacciare rende il non detto e la menzogna dei segreti ancora più efficace. La Gatta sul Tetto che Scotta finisce quindi per diventare una grossa allusione pesante come un macigno, e involontariamente uno dei più riusciti trucchi metacinematografici (un film sulle bugie costretto alla bugia).
 
Però, in una storia fatta di passaggi non detti e ricamati schemi arrivisti, la chiave per dare passione e potenza empatica è racchiusa nelle interpretazioni. Questo film ha infatti un colore dominante: l’azzurro degli occhi di Paul Newman e Elizabeth Taylor. Due attori stratosferici, in grado col loro carisma di reggere da soli la scena – siamo sinceri, basterebbero le loro scene insieme per fare un gran film – due modi di recitare caldissimi per quanto necessariamente opposti: l’eterna Liz Taylor è volto e corpo della passione, col suo incidere lascivo ma così seducente, in grado di incendiare la stanza in cui si trova con un solo sguardo; Paul Newman deve interiorizzare ma al tempo stesso apparire instabile, e così è costantemente un vulcano in ebollizione, ogni volta che appare non sai ciò che potrebbe dire o fare. Menzione importante anche al grande Burl Ives, un signor caratterista che non stona mai in alcun momento, sa fare tutto bene e rende persino migliori gli attori che recitano con lui.
 
Cosa resta, quindi, alla fine di un simile giro sulle montagne russe? Un vero bacio di amore, oppure l’ennesima recita ben riuscita? Brick, Maggie, Bid Daddy, Cooper, Mae, magari tutti loro sanno quale è il confine che li porta alla verità, ma sanno pure che accettare di varcarlo è la cosa più pericolosa da compiere.

3 buoni motivi per vedere il film:

– La chimica fuori dal comune tra Paul Newman e Elizabeth Taylor, due bombe ad orologeria messe a contatto in una stanza bollente (anzi, su un un tetto che scotta).
 
– I personaggi di Cooper e Mae. Sono agli antipodi della coppia di protagonisti praticamente in tutto, e proprio per questo sono perfetti: sono caratteri così infimi ma necessari da incontrarli ogni giorno nelle nostre vite.
 
– La regia sicura di Brooks, che ha davvero alzato l’asticella per come portare al cinema un testo teatrale senza perderne essenza e forza.
 

Quando vedere il film?

– Un pomeriggio, e il motivo è semplice: dovete vederlo in famiglia, e nessuno deve avere sonno. Guardate le reazioni dei vostri cari, sarà più divertente del film stesso.
 
 
Emanuele D’Aniello

Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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