Quattro chiacchiere sui vini Italiani: Il Prosecco fenomeno da export

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Quattro chiacchiere sui vini Italiani: Il Prosecco fenomeno da export

Il Prosecco è il gigante degli aperitivi e protagonista delle bollicine Italiane nel mondo, ma c’è ancora chi si ostina a chiamarlo prosecchino.

Sono due le regioni a contendersi la paternità del Prosecco, che con i suoi quasi tre milioni di ettolitri risulta essere il vino Italiano più esportato nel mondo.

Le tipologie più note sono quelle Venete di Conegliano e Valdobbiadene, ma le origini di questo vino frizzante o spumante, sono da rintracciarsi in terra friulana. Il nome deriva dal Castello di Mocolano antico luogo di produzione in territorio Triestino, indicato anche come Torre di Prosecco.

Nel tempo il flusso produttivo è scivolato verso il Veneto, tra le colline del trevigiano. Oggi la Doc Prosecco e le Docg Asolo e Valdobbiadene rappresentano il cuore del fenomeno Prosecco. Un successo da record, certificato dal continuo numero di tentativi di contraffazione del marchio e di imitazione del prodotto.

Dal Prosecco Garibaldi circolato in Brasile, al Prošek Croato, passando per il Prosecco Vintage Australiano. I numeri dell’esportazione attestandosi sui 400 milioni di bottiglie annue e in costante crescita, ne certificano lo straordinario successo planetario.

prosecco Popolarità che attraverso diversi riferimenti culturali, accende l’interesse sull’intero territorio. Uno di questi è Il romanzo di Fulvio Ervas “Finché c’è prosecco c’è speranza”.

Giallo ambientato nel mondo del vino a cui le vicende dei protagonisti sono fortemente ancorate. Dal libro è tratto anche l’omonimo film, che il regista coneglianese Antonio Padovan porterà a breve sul grande schermo.

Annunciato alla Biennale di Venezia, le riprese hanno avuto inizio con la vendemmia 2016. L’intenzione è quella di rendere il territorio nel fascino della sua bellezza. Fotografare il tessuto sociale nella sua attualità per liberarlo dagli stereotipi tipicamente veneti.

Il mondo del Prosecco si sviluppa intorno al “Glera”.

E’ questo il vitigno a bacca bianca che deve essere impiegato almeno per l’85% nella produzione del prosecco, con piccolo saldo possibile di altre uve. Originariamente il metodo di vinificazione era sui lieviti, o dal francese “Sur lie”. Consisteva nell’aggiunta di questi ultimi per avviare la rifermentazione direttamente in bottiglia.

I Prosecco così prodotti e definiti “col fondo”, si presentano più torbidi proprio per la presenza dei lieviti esausti e rappresentano una produzione di nicchia. Tra l’altro molto apprezzata dagli enoappassionati.

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La maggioranza delle uve viene invece vinificata attraverso fermentazione in autoclave con metodo Martinotti, che ne evidenzia il profilo aromatico.

Oltre mille le cantine distribuite sul territorio, arduo l’esercizio di attribuire menzioni di merito ma Miotto, Mionetto, Frozza, Masottina, Malibràn, Andreola, Cirotto, Bortolin, San Martino e Bisol Solighetto possono essere inclusi senza indugio.

Il bouquet olfattivo del Prosecco fine e delicato, riporta a profumi di frutta e fiori freschi. Nelle versioni col fondo si individua anche la fragranza della crosta di pane, tipica della presenza dei lieviti. Il suo impiego ideale è l’aperitivo. Ben si accompagna infatti alle tartine guarnite in diversi modi, dai salumi ai patè.

Ottimo con la maggioranza dei finger food e la pizza con la mortadella. Sulla tavola l’antipasto è la sua portata ideale, specialmente in accompagnamento a pesce, crostacei e molluschi anche in tempura, salmone affumicato, tartare di gamberi.

Si accosta bene anche con primi e secondi di mare delicati, le verdure e i sughi leggeri alle erbe aromatiche.

Il risotto al prosecco è il piatto più popolare tra quelli in cui viene impiegato. Spesso proposto anche in accostamento con altri ingredienti tipo gamberi e pancetta, o come lo ha presentato lo chef Barzetti alla Prova del cuoco, insieme al radicchio l’altro protagonista della zona per un piatto ad alto tasso di tipicità.

Bruno Fulco

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