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Jan Lisiecki, il “bambino prodigio” all’Auditorium Parco della Musica

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Jan Lisiecki il “bambino prodigio” all’Auditorium Parco della Musica

Jan Lisiecki, canadese, 21 anni è stato nominato dalla rivista Gramophone the Young Artist of the Year.

Ha già pubblicato quattro cd e ne è previsto uno nuovo in uscita nel 2017. “Bambino prodigio” nato da genitori polacchi debutta in concerto a soli 9 anni. Lo scorso 13 febbraio è stato ospite dell’Accademia Santa Cecilia dove si è esibito con un repertorio intenso e articolato.

Nel primo tempo ha eseguito al pianoforte la Partita n.3 in la minore BWV 827 di Bach, dove non a caso la parola chiave è Verbesserung, il “perfezionamento”, compendio de

lle tre tecniche di composizione: la Fantasia iniziale, la Burlesca e lo Scherzo, per terminare con le quattro canoniche danze: Allemanda, Corrente, Sarabanda e Giga. Jan prima di iniziare si prende qualche secondo di raccoglimento, di concentrazione. Poi inizia, curvo sul suo pianoforte, i capelli biondi ondeggiano a ritmo di musica con le note di Bach.

Il fervore e l’impeto della gioventù si esprimono più liberamente con i pezzi per pianoforte op.32 di Schumann, i quattro pezzi sono stati composti da Schumann separatamente tra il 1838 e il 1839. Sono rispettivamente lo Scherzo, la Gigue, la Romance, e la Fughetta. Jan tra un’esecuzione e l’altra fa una breve pausa, si concentra e riprende, l’emozione e la fatica sono visibili, si asciuga il sudore con un fazzoletto prima di terminare con il tanto amato Chopin, suo cavallo di battaglia: lo Scherzo in si minore op.20, qui termina la prima parte del concerto.

La seconda parte si apre ancora con Chopin, i Due notturni op.48 composti nell’autunno del 1841. L’esecuzione è molto complessa, Chopin prescrive di eseguire le prime note con un solo dito della mano destra, il terzo, una richiesta di “poetica vocale”. Entrambi i brani sia la n.1 in do minore sia la n.2 in fa diesis minore vengono eseguiti con una saggia compostezza matura di Lisiecki da cui scaturisce la forza dell’interpretazione giovanile.

Con Schubert conclude queste due ore di concerto, i Quattro improvvisi op.142 D935 pervadono il corpo e la gamba del musicista sempre in movimento come se il fluire delle note attraversasse tutto il suo corpo: qui può esprimere tutto il suo fervore. Gli Improvvisi, appunto assumono qui il significato di invenzione estemporanea o ancora meglio di composizione istantanea.

Il pubblico entusiasta, lo acclama per il bis che Lisiecki dona, con grande gioia e passione, con Träumerei (sognando) di Schumann, settimi dei tredici movimenti dell’op.15. Un concerto impegnativo e intenso, con una durata importante, dove Jan pur con la sua giovane età ha dimostrato una grande professionalità.

Sara Cacciarini

Zuccherosi ma con stile: San Valentino con gli innamorati di Fragonard

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Zuccherosi ma con stile: San Valentino con gli innamorati di Fragonard

E’ arrivato di nuovo San Valentino. Ed ecco la corsa di tutti gli innamorati verso un’idea carina e originale per sorprendere, stupire e magari conquistare la propria lei.

Un bel problema che, manco a dirlo, non è affatto nuovo. E per darvi qualche ispirazione ci sono qui non una, non due, non tre, ma ben quattro tele direttamente dai capricci di una dama di Versailles.

Un San Valentino con stile… pittorico naturalmente.

I pannelli rappresentano “Il progresso d’Amore nel cuore di una giovinetta”, un tema perfetto per la frivola élite dell’epoca. Oggi sono conservati nella Frick Collection di New York e si godono finalmente  una sala tutta per loro.

Il quadro è visibile qui.

Non male visto come era cominciata la loro vita. Creati nientemeno che per Madame Du Barry, amante di Luigi XV, da Jean Honorè Fragonard che dal 1771 in poi si adoperò per dipingere le enormi tele che dovevano ornare il padiglione di Louveciennes nella residenza della facoltosa signora. Peccato che poi lei cambiò idea e le tele non le volle più… ah, le donne.

Non è difficile immaginare la delusione del povero Jean Honorè che, pur pagato, si vide respingere un’opera costata anni di lavoro. Un brutto colpo che gli farà seppellire il “Progresso d’Amore” per vent’anni fino al momento di riutilizzarlo, ampliato di due tele, nella residenza del cugino a Grasse. Ma questa è un’altra storia.

La prima tela della serie è La Pursuite, vale a dire l’innamorato che rincorre la sua bella la quale , manco a dirlo, non è spaventata neanche un po’. La vediamo infatti al centro del dipinto, con tanto di braccia allargate e gonnellona svolazzante ma sorridente, circondata da cameriere e ben attenta a non spettinarsi. Il giovanotto incipriato che ha creato questo piccolo scandalo da giardino sbuca da dietro un cespuglio con una bella rosa tra le mani.

E a proposito di giardino, avete visto la scultura sullo sfondo? Sono due bei puttini cicciotti che trattengono un delfino. Una raffinata decorazione? Non solo. Fragonard in questa serie usa dei piccoli gruppi scultorei per dirci qualcosa in più sulla scena che rappresentata.

Qui nella Pursuite il delfino è simbolo di un desiderio impetuoso che va frenato perché ancora non si accompagna all’amore. Insomma, quando si avvicina una bella ragazza è meglio andare per gradi.

La seconda tela rappresenta La Surprise. In altre parole il famigerato, temutissimo primo appuntamento. Il “Cosa mi metto?” e il “Come mi trucco?” li ha già risolti e sta aspettando il suo bello in un angolino appartato. Aspetta che ti aspetta l’ansia si fa sentire e lei sbircia ansiosamente oltre il limite del dipinto per vedere se arriva. Il giovanotto però sta scavalcando il muro dalla parte opposta aiutandosi con una scala.

E a giudicare dall’espressione trafelata e dal mantello che poggia con noncuranza sul muretto deve essere stata una bella faticaccia. Cosa non si fa per amore…

In questo caso la scultura rivelatrice è proprio sopra la ragazza e rappresenta Venere che impedisce al piccolo Cupido di prendere la faretra con le frecce per colpire i due innamorati. Cosa significa? L’amore adesso c’è e il desiderio è legittimo ma deve saper aspettare il momento opportuno che, come ci ripetono nonne e zie, non è il primo appuntamento.

Un dettaglio curioso è che nel padiglione di Louveciennes questa tela era pensata per essere appesa a destra di una porta che dava sul parco circostante. In questo modo la giovane sembrava cercare il suo innamorato nel giardino vero e proprio di M.me Du Barry.

La terza tela vede finalmente coronarsi il sogno d’amore ma con una certa originalità. Ne L‘amour couronnè infatti i due giovani sono al centro della scena ma con costumi decisamente troppo opulenti, persino per il settecento francese, per essere abiti consueti. Inoltre sono circondati da corone di fiori e accanto alla ragazza c’è un grosso fascicolo aperto, non certo un romanzetto da lettura.

La cosa sorprendente però è l’altro personaggio poco distante intento con in mano degli arnesi da disegno. Tutta questa fatica e anche il terzo incomodo! Le cose non stanno proprio così. I due innamorati infatti stanno recitando e il personaggio in basso li sta ritraendo.

Si è anche arrivati a ipotizzare che Fragonard possa essersi ritratto, togliendosi qualche anno, nelle vesti del giovane pittore. Piuttosto che un trionfo in piena regola l’autore ha preferito giocare sull’originalità della scena e mantenere il tono leggero e scherzoso delle altre tele. Senza prendersi troppo sul serio. La scultura qui rappresenta Cupido che si gode un meritato sonnellino dopo tanto lavoro. La faretra è vuota e il suo compito è finito.

La quarta e ultima tela è dedicata a La lettre d’amour. Sono passati diversi anni e i due innamorati rileggono le lettere che si spedivano agli inizi del loro amore. Teneramente abbracciati i due sono sempre giovani e belli come se il tempo si fosse fermato. Ai loro piedi c’è un cagnolino, simbolo di fedeltà e devozione amorosa.

I nostri due piccioncini sono diventati una coppia perfetta e dall’alto del piedistallo la statua conferma. Una giovane che si rifiuta di dare il suo cuore a Cupido perchè lo trafigga di nuovo, ha scelto il suo lui ed è per sempre. I due giovani che seguendo i tempi e i modi più giusti hanno ottenuto di amarsi in eterno.  Anche senza San Valentino erano già abbastanza zuccherosi.

Lo stile di Fragonard non può che accompagnare tutta questa leziosità, con colori da cupcake e una resa eccezionalmente fresca e leggera dei dettagli. Una resa a cui è affidata la sensualità frivola e giocosa che vediamo nelle tele. Un fare ammiccante e malizioso che fa intuire senza rivelare, che non appena sembra promettere di più è già pronto a farsi inseguire.

Sorprendente in questa serie di dipinti è il ruolo del paesaggio. Splendido nel rendere tutti i petali di ogni singola rosa e coerente con la progressione dell’amore. Accompagna lo slancio del giovane nella Pursuite e inizia il proprio rigoglio nella Surprise. E’ al suo massimo splendore nell’Amour ed è moderato ,come si addice ad una coppia consolidata, nella Lettre.

Quattro tele di frivolezze che in realtà nascondono molto più di quanto non sembri. Dei consigli d’amore mascherati da quadro. Un San Valentino divertente, giocoso, romantico, sensuale, zuccheroso…quale  aspetto preferite? Nei dipinti di Fragonard li trovate tutti!

Buona festa degli innamorati!

Chiara Marchesi

San Valentino: la storia dai Lupercalia a oggi in un libro

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Dai Lupercalia a San Valentino ripercorriamo – con l’aiuto di Francesco Pacifico e del suo libro – le tappe di una tradizione sconosciuta, divenuta protagonista del consumismo internazionale.

I single possono infischiarsene, possono criticarlo senza pietà, ma San Valentino è sempre un ostacolo da superare. Ultimo baluardo dell’amore romantico e antica frontiera del marketing, l’annuale celebrazione non salva proprio nessuno.

San Valentino è una terribile scocciatura anche per chi è in coppia (i fortunati?): c’è sempre uno dei due partner meno portato a festeggiare, che ogni volta cercherà di evitare la discussione con l’altro/a lanciando a mezza bocca la frase tipica di chi teme la tempesta: “Amore, quest’anno che lo festeggiamo a fare? Lo sai che ti amo tutto l’anno…”

Alcuni coraggiosi sopravvivono, altri subiscono infinite ritorsioni da parte della “dolce metà” per aver osato tanto.

La società in sé non può fuggire da San Valentino, per tradizione. E come molte consuetudini ereditate, nessuno si è mai chiesto da dove provenga e cosa c’entri un santo con la festa pagana dell’amore.

Nella Roma antica il 15 febbraio si festeggiavano i Lupercalia, dedicati a Luperco. Il rito prevedeva che le donne si offrissero nude in strada per farsi frustare dai giovani seguaci del dio selvatico, a favore della fertilità.

 

pacifico-san- valentino

 

Come troverete in molte fonti errate del web, si narra che i Cristiani abbiano voluto inserire il festeggiamento di San Valentino proprio per sostituire questa celebrazione così poco “pudica”. Nella fattispecie si crede che fu Papa Gelasio I, nel 496 d.C, a proporre la modifica, successivamente diffusa tramite i monasteri dei benedettini in tutta Italia, ma anche in Francia e in Inghilterra.

Sul perché sia stato scelto proprio Valentino come protettore degli innamorati ci sono svariate teorie, come quella secondo cui il martire continuò ad officiare matrimoni nonostante l’editto di Costantino lo proibisse in favore della leva militare.

All’incarcerazione di Valentino (da Terni? da Roma?) sarebbe legata anche la stessa tradizione della “valentina”, il biglietto da mandare anonimo all’innamorato. Sembra infatti che il martire fosse solito scrivere delle lettere firmate “tuo Valentino” alla figlia del suo carceriere, a cui, tra l’altro, restituì la vista.

Nonostante il miracolo compiuto, Valentino fu giustiziato il 14 febbraio e, duecento anni dopo, il suo culto fu sostituito a quello della fertilità di Luperco. O almeno, così si dice.

Come fa notare Francesco Pacifico nel suo interessante libro “San Valentino”, sembra strano pensare che nel V secolo l’istituzione matrimoniale meritasse già una festa dell’amore, visto che fu riconosciuta come sacramento ben dieci secoli dopo! La Prima attestazione scritta di San Valentino, non a caso, risale al XIV secolo ed è firmata dal padre della letteratura inglese, Geoffrey Chaucer.

In questo clima incerto di testimonianze false e manipolate resta la certezza che verso la fine dell’Ottocento le valentine diventano protagoniste, insieme alle neonate agenzie pubblicitarie, del consumismo.

Con un’interessante excursus storico, l’autore tocca un argomento noto su cui nessuno si è mai interrogato con serietà, partendo dai Lupercalia per arrivare fino alle strategie di marketing americane che hanno reso San Valentino una festa tanto amata e tanto odiata.

Curiosa è senza dubbio la sparizione del santo dal calendario liturgico, visto che il 14 febbraio si festeggiano Metodio e Cirillo dal 1969, momento in cui la celebrazione della giornata degli innamorati inizia ad assumere connotazioni troppo commerciali.

Le romantiche poesie d’amore per il proprio “Valentine” si sono così trasformate in slogan pubblicitari.

«Nel nome di quel buon vescovo / alziamoci e andiamo a vedere / Quale bellezza mai sia / che la natura ci assegnerà // […] // Tu, brillante stella del mattino / son venuto da lontano / a cercare una Valentina // Ridiamo di coloro che estraggono / le Valentine a sorte / […] / Che scelta povera / la irridiamo / San Valentino sia con noi…».

         (Micheal Drayton, XVI-XVII secolo)

Attualmente i paesi musulmani sono in lotta contro San Valentino, il giorno della sete di sesso (mentre nell’Inghilterra settecentesca si era diffuso con gli evangelici per rafforzare i precetti del matrimonio…), e gli indiani non lo contemplano perché significherebbe “occidentalizzarsi“. 

In Italia, invece, accogliamo i festeggiamenti dagli anni Sessanta, periodo in cui San Valentino da Terni riconquista le sue origini umbre e il Bel Paese accoglie le mode americane con l’invenzione dei Baci Perugina.

E quello è stato il minore dei mali, visto che ora dal “Dillo con un bacio!”  si è passati a “Mettila a 90!”, “grazie” a Keyaku.

Gli spot sui pannelli pubblicitari recitano rispettivamente: A San Valentino mettiglielo in mano (il cellulare), A San Valentino mettila a 90 gradi, se la ami davvero fare il bucato sarà semplicissimo (con riferimento alla lavatrice), e A San Valentino falla venire (nei loro punti vendita, s’intende).

Come Pacifico inneggia al romanticismo medievale, che cantava l’amore senza pensare al sesso o al matrimonio – era il 2007 quando questo libro usciva per i tipi della Fazi Editori – dieci anni dopo, non possiamo che confermare lo scetticismo dell’autore nei confronti dell’ennesima tradizione festeggiata senza una reale motivazione.

Tuttavia possiamo aggiungere che, a prescindere dal legame o meno con i Lupercalia, dove le donne venivano picchiate a favore della fertilità, San Valentino (festa dell’amore?) non sembra essere una buona giornata per il genere femminile, visto che alla cartolina sentimentale si è sostituito il cartello pubblicitario sessista.

Alessia Pizzi

Dillo come un poeta: le dichiarazioni d’amore letterarie che rapiscono il cuore

“Prima di perderti” di Tommaso Giagni

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Prima di perderti di Tommaso Giagni

“Il duello ha forma verbale. Le parole saranno armi sufficienti. I testimoni portano con sé stessi la propria storia e il loro rapporto con i duellanti”.

Giuseppe, scrittore fallito e frustrato, si suicida buttandosi da un balcone. Suo figlio Fausto, scrittore anche lui, ma di grande successo, si reca nella periferia di Roma per disperdere le ceneri del padre. Prima di compiere questo tragico gesto, Fausto ha una visione del padre che gli compare davanti e lo sfida ad un duello psicologico.

È una sorta di resa dei conti sulle loro vite e il loro rapporto.  Il romanzo è il racconto di questo confronto.

Il conflitto tra padre e figlio, ricco di pathos, non è un tema di assoluta novità: è già edipico, kafkiano, freudiano. L’originalità va trovata quindi nei modi di sviluppare il nodo drammatico.

Nel caso di questo romanzo, il tema si declina nel confronto fra due scrittori dalle sorti opposte, nella scrittura come nella vita. Giuseppe è uno scrittore fallito, ridottosi a fare il ghostwriter mentre rimanda in eterno la stesura del romanzo della sua vita. La sua grande opera però non è mai arrivata. Fausto, invece, ha ottenuto grande successo cantando le gesta dei “coatti” della sua periferia.

Eppure il conflitto non si risolve nell’arte. Familiari ed amici vengono tirati in ballo e così compaiono le ombre di Benedetta, la madre di Fausto che ha tradito il marito ed è scappata in una comunità hippy, e Catia, la fidanzata di Fausto. Sono comparse evanescenti che prendono parte alla resa dei conti, ma alla fine si fanno da parte lasciando la scena ai due protagonisti.

Il romanzo non si esaurisce con Fausto che rimprovera il padre, né con Giuseppe che ammette i propri rimpianti. È un duello, uno scambio bidirezionale. Ognuno dei due mette alla prova allo stesso tempo l’altro e sé stesso. Emerge la sensazione che il rapporto sia più complesso di quel che possa sembrare:

Ma forse è da un’altra prospettiva che devi guardarla, quella frase famosa: « Le colpe dei padri non devono ricadere sui figli». Forse la devi intendere come: «I padri sbagliano, ma questo non può essere un alibi per i figli». (p. 138)

Sta qui l’originalità di questa Lettera al padre di Giagni: è in realtà un dialogo col defunto.

Lo stile, nel complesso, è consono al racconto: piano e colloquiale nella mimesi di Fausto e del suo mondo di “coatti” (“simpaticissimo, proprio supercafone!“), nel corso del dialogo si fa più soppesato e sofferto. Incastonata qua e là c’è qualche parola più austera e qualche sentenza (“E lui sa che nel trascendente un ateo va senza orientamento. In quella che è luce per alcuni, altri ci diventano ciechi“. P. 26, “Pensi che il silenzio non conosca il rumore?” p. 112 ). La tecnica narrativa e lo stile sono quasi cinematografici: rendono con vivida efficacia scene che pure sono oniriche, surreali.

Il principale pregio di questo romanzo probabilmente è proprio questa mancata risoluzione, l’impossibilità di un’interpretazione univoca o di una pacificazione, che avrebbero banalizzato un rapporto che non è fatto solo di bianchi e neri, di amore e odio. È un romanzo di conflitti, ma anche di confini labili e mutevoli, fra padre e figlio ma anche fra loro e il mondo.

Prima di perderti, Tommaso Giagni, Einaudi Stile Libero, pp.141, ottobre 2016.

 

Davide Massimo

Matricidio ieri e oggi: dal mito di Clitennestra al delitto di Novi Ligure

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Matricidio ieri e oggi: dal mito di Clitennestra al delitto di Novi Ligure

Alessia Tona unisce mitologia e cronaca nera in uno spettacolo di grande spessore al Teatro Furio Camillo di Roma.

Le mogli dei grandi eroi non sono state tutte “Penelope”, paziente e casta matrona. Odisseo questo lo sapeva, tanto che lei è l’ultima a cui si rivela quando torna a Itaca.

La sfiducia nei confronti delle donne l’aveva suggerita lo spirito di Agamennone, incontrato negli Inferi. Ma c’è un motivo, oltre la tradizionale misoginia antica, se Agamennone non si fida del genere femminile. Al suo rientro da Troia sua moglie Clitennestra l’ha ucciso, aiutata dall’amante.

Tradita e abbandonata come Penelope, Clitennestra ha una scusa in più per giustificare l’omicidio. Suo marito ha sacrificato senza pietà la loro figlia Ifigenia per far salpare le navi verso Troia e placare l’ira degli dèi. Lo ricorda perfettamente Lucrezio nel De Rerum Natura quando afferma che “tanti mali causò la superstizione religiosa“. E i mali non sono finiti, visto che la morte del guerriero viene vendicata dai figli Elettra e Oreste, che perpetrano uno scellerato matricidio. Tutto era stato previsto dalla schiava troiana di Agamennone, Cassandra, condannata da Apollo a rivelare il futuro senza mai essere creduta.

Una trama di questo genere, resa celebre da tragediografi del calibro di Sofocle, sembrerebbe non avere molto altro da aggiungere. Ma il bello del mito classico è proprio la sua eterna valenza, la sua costante modernità. Qui entra in scena la brillante regia di Alessia Tona per lo spettacolo “Clitennestra, voi la mia coscienza, io il vostro grido”.

La mitologia incontra l’attualità della cronaca nera. Così il matricidio di Elettra e Oreste diviene quello commesso da Erika e Omar nel 2001. Con una ring composition davvero sofisticata, la regista accenna a Novi Ligure per poi sviluppare il mito e concludere con un doppio omicidio in scena. In questo modo gli attori incarnano passato e presente, offrendo al pubblico una doppia interpretazione che veicola un unico messaggio.

Il cast sul palco basta a se stesso: è scenografia, è musica, è performance a tutto tondo.

Clitennestra attende di essere giudicata dalla “corte” degli spettatori. La sua vendetta è quella di donna innamorata, di madre ferita, di sposa abbandonata.

Eleonora Lipuma è un’interprete magistrale, calibra rabbia e tristezza tenendo in pugno la scena. E’ affiancata da un Agamennone algido e spietato. Silvio De Luca si cala bene nella parte dell’uomo greco fagocitato dalla società della vergogna omerica, specialmente nel flash back in cui uccide Ifigenia (la brava Paola Cultrera). E’ un momento coinvolgente, ricco di pathos.

Come suo alter ego troviamo il giovane Egisto. Guidato dalla passione per la donna più matura, si sporca le mani di un delitto atroce. Il personaggio è interpretato da Marco Masiello, che non a caso è anche Omar. In lui si concentra la figura dell’uomo fragile, offuscato dai sentimenti per la partner.

La sua Erika è anche Elettra in scenaMaddalena Serratore incanala l’odio delle due figlie per le rispettive madri, offrendo un finale davvero incredibile. Elettra/Erika uccide Clitennestra/Susanna Cassini accompagnata rispettivamente dallo scettico Oreste (Antonio Bandiera) e dal debole Omar.

Un discorso assolutamente a parte merita la figura di Cassandra, portata in scena dalla fenomenale Adele Dell’Erario. Come un fantasma si aggira sul palco profetizzando verità oscure che si ripercuotono sul suo corpo. Si trascina esile, con un vestito rosso come il sangue che preannuncia alle orecchie di chi non la ascolta.

Alessia Tona ha osato, ma la fortuna le sorride. Regala uno spettacolo intenso, corroborato da un cast davvero eccellente.

I secoli passano, le storie si ripetono, e uomini e donne sono dominati sempre dalle stesse irriducibili passioni: odio e amore. Penserete che lo sapevate già, che il messaggio è molto ovvio. Ma non è così.

Come tutte le grandi verità è tanto semplice quanto complessa da comprendere e trasmettere con un’opera teatrale.

In questo caso assolutamente ben riuscita.

Alessia Pizzi

50 sfumature di Nero e di falsa emancipazione

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Basta una proposta di matrimonio per convertire Cenerentola alle sculacciate: ecco cosa insegna 50 Sfumature di Nero.

Andare a vedere 50 Sfumature di Nero potrebbe non sembrare una scelta intelligente, ma tutto dipende dallo scopo per cui si va al cinema. Personalmente volevo farmi quattro risate, e così è stato. Ma non solo, mi sono anche parecchio rattristata.

Come sempre il film procede con le solite scene reiterate per 2 ore: i due fanno sesso, mangiano, fanno sesso, si vestono bene e vanno ad un ballo, fanno sesso, vanno a una festa, ecc. C’è un colpo di scena però: Christian ha un incidente aereo. Peccato che nel film l’evento sia totalmente inutile. Non serve a nulla.

Chi ha visto la prima parte della saga sa perfettamente che non c’è trama: la storia si regge sulla curiosità di vedere quali nuovi aggeggi userà Christian per farsi Anastasia. Altri protagonisti indiscussi sono senza dubbio gli addominali dell’attore, insieme a tutto il resto del pacchetto. Forse gli uomini potranno dire lo stesso di Dakota Johnson, un’attrice mediocre che comunque nuda fa la sua figura.

Insieme a tante risate dovute ai numorosi e variegati sex toys, mi sono sorte anche una serie di preoccupazioni.

Il film è di un maschilismo atroce.

Anastasia torna con Christian senza pensarci due volte (sarà pure un po’ dirrrrty, ma è anche bello e ricco. Come biasimarla?), ma soprattutto si fa comandare a bacchetta fingendo di essere emancipataDurante tutto il film afferma in continuazione che non sarà mai una sottomessa, che lei non può rinunciare al lavoro per lui.

Eppure, appena Christian glielo chiede, declina il weekend di lavoro a New York col suo capo, anche se in un primo momento finge di fare la donna alpha. Il fatto che poi il superiore volesse provarci con lei e sia stato licenziato (indovinate grazie a chi?) per molestie non è rilevante, non fa scattare il lieto fine. Ana (sì, la chiamano così….) non compie una scelta autonoma, né tanto meno paritaria, visto che Grey invece ha la libertà di muoversi e partire senza alcun preavviso. Ma ovviamente ogni mossa di questo genere adesso è giustificata…

Sapete perché? perché lui ha detto che la ama, lei è LA PRESCELTA, ma soprattutto “lui sta cambiando grazie a lei”.

A quel punto Ana si fa fare di tutto, mentalmente e sessualmente. Come se un ti amo rendesse lecita una sculacciata. Se ti piace farti sculacciare, ti piace anche senza ti amo, no? Proprio qui emerge l’ipocrisiadella società…

Anastasia non è molto diversa dalle altre sottomesse di Grey, ha solo finto di non voler essere assoggettata. Alla fine, però, felice di essere “il suo unico e vero amore”, anche lei si subordina al maschio dominante. Christian, d’altro canto, la tratta esattamente come un oggetto di sua proprietà.

Ma quindi basta un ti amo per rendere legittima una sculacciata agli occhi di se stessi?

Insomma, questa favoletta hot fa ridere e arrabbiare insieme. Alle donne piace fare sesso e farlo bene. Tuttavia, mi dispiace credere che siano disposte a tutto per sentirsi diverse, per ricevere un ti amo, per essere quelle che renderanno un uomo con molte turbe il marito perfetto.

  • Possibile che per sentirsi speciali le donne debbano per forza essere l’amore di qualcuno, o peggio le crocerossine?
  • L’amore è davvero una lotta per il cambiamento del partner?
  • Il sesso con Christian sarebbe stato degradante senza un ti amo? La sculacciata “con sentimento” acquista un sapore diverso?

Quanti quesiti scaturiti da un film scadente, che, tuttavia, rappresenta ben alcuni gap della vita sentimentale di moltissimi esseri umani. Le convenzioni, che poi altro non sono che illusioni di una falsa serenità, fanno proprio male alla concezione che abbiamo di noi stessi.

E se vi piace essere sculacciati, non avete bisogno dell’alibi dell’amore. Specialmente se si tratta di quel tipo di amore che limita la vostra libertà.

Alessia Pizzi

Vuoi sapere come finisce?

Leggi la recensione di Cinquanta Sfumature di Rosso

Psycho, il libro che Hitchcock volle come film

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Psycho, il libro che Hitchcock volle come film

Un classico della letteratura horror che entusiasmò il grande regista inglese, il quale fece di tutto per trasformarlo in una pellicola di successo mondiale.

Per molti Psycho è soltanto un grande film, prima ancora, però, è un romanzo straordinario, pura adrenalina, un libro divenuto di diritto un classico.

La scena dell’assassinio sotto la doccia, con il sottofondo di un’angosciante e azzeccatissima colonna sonora, che la produzione un poco bigotta volle nella speranza di distrarre lo spettatore dalla schiena nuda di Janet Leigh, è una delle più famose del cinema mondiale.

Così come celebri sono le immagini della casa gotica in cui vive Norma Bates, che gli scenografi crearono ipsycho hitchcockspirandosi a un celebre dipinto di Edward Hopper.

Di cosa stiamo parlando? Ovviamente, del celeberrimo film di Alfred Hitchcock, Psycho.

Forse, però, non tutti sanno che il grande regista inglese realizzò quella sua pellicola nel 1960, dopo aver letteralmente divorato l’omonimo romanzo di Robert Bloch, facendo di tutto perché quel libro, che trovava straordinario, divenisse un film.

Psycho, infatti, prima ancora che una pietra miliare della cinematografia mondiale, è un romanzo, un bellissimo romanzo, che tiene il lettore incollato fino all’ultima pagina anche se, grazie alla trasposizione filmica di Hitchcock conosciamo bene la trama.

Scritto nel 1959 dallo sceneggiatore Robert Bloch, amante del genere gotico e in particolare dello scrittore Howard Phillips Lovecraft, che conobbe e con il quale intrattenne un fitto rapporto epistolare, Psycho è senza dubbio il suo più famoso romanzo.

Giustamente ripubblicato in Italia per i tipi de Il Saggiatore nel 2014 con il suo titolo originale, la prima volta, infatti, nel nostro paese era stato edito con il titolo Il passato che urla, Psycho è un concentrato di adrenalina pura, a cominciare dallo stesso incipit:

Quando sentì il rumore, Norman Bates ebbe un sussulto.

Ispirato a una vicenda reale, quella che vide protagonista l’americano Ed Gein che fra il 1947 e il 1957 commise alcuni omicidi particolarmente efferati per la loro esecuzione, Psycho è incentrato interamente sulla figura di Norman Bates, il titolare dell’omonimo motel, appassionato di tassidermia, con una personalità decisamente sociopatica, con un’infanzia e un’adolescenza difficile, dominata dalla figura totalizzante e opprimente della madre.

L’assassinio di Mary Crane, un’anonima impiegata che ha sottratto quarantamila dollari all’azienda per cui lavora con l’ingenua speranza di cambiare la sua anonima vita, non sapendo, invece, di andare incontro alla morte, è alla fine soltanto il pretesto che Bloch utilizza per entrare a piedi uniti nella vita di Bates, nel suo mondo costellato di animali imbalsamati, nella sua casa buia e tetra, nel suo passato oscuro, nel suo presente angosciante.

Se, infatti, quella ragazza psycho hitchcocknon fosse stata uccisa con ripetute coltellate, Marion “non si accorse della porta che si apriva (…) e a causa del vapore non riuscì “a scorgere la faccia” del suo assassino, nessuno avrebbe fatto la conoscenza di quell’hotel e di quel suo psicopatico proprietario e del suo oscuro e passato.

Leggere il libro di Bloch è accostarsi anche all’America di quegli anni, desolata e sconfinata, è entrare nella casa isolata, cercando di non fare rumore, spiando, da vicino, un uomo apparentemente normale, anche se decisamente isolato e che, invece, nasconde un segreto inconfessabile e terribile.

Un classico della letteratura psicologica, che si legge di un fiato, che spaventa, immobilizza, grazie a una narrazione davvero cinematografica, che, non a caso, entusiasmò Hitchcock, parole simili ad immagini, che, come una telecamera seguono ogni passo di Norman Bates in quel luogo che fa paura solo a vederlo.

Maurizio Carvigno

Il 14 febbraio torna One Billion Rising, contro la violenza sulle donne

One Billion Rising: un miliardo di voci contro la violenza su donne e bambine

Il 14 febbraio torna in Italia e nel mondo ONE BILLION RISING, un miliardo di voci contro la violenza su donne e bambine. 

Era il 2013 quando Eve Ensler, autrice del celebre I monologhi della vagina, lanciò in tutto il mondo una campagna rivoluzionaria, ONE BILLION RISING: il punto di partenza era la drammatica statistica per cui una donna su tre in tutto il pianeta sarà picchiata o violentata nel corso della propria vita; l’obiettivo era far ballare e manifestare un miliardo di persone nel mondo, il giorno di San Valentino, per denunciare quella violenza e affermare la volontà di porvi fine.

L’enorme successo della manifestazione, con adesioni da oltre 200 nazioni, ha trasformato ONE BILLION RISING in un appuntamento annuale, il cui spirito battagliero ha ricevuto consensi crescenti aprendo un nuovo dibattito sui diritti, il razzismo, le disuguaglianze economiche e le guerre dichiarate sui corpi delle donne in tutto il mondo.

Anche in Italia lo scorso anno 250mila persone hanno partecipato a oltre 150 eventi in tutta la penisola.

ONE BILLION RISING REVOLUTION 2017
Quest’anno la parola d’ordine di ONE BILLION RISING è SOLIDARIETÀ: solidarietà CONTRO LO SFRUTTAMENTO delle donne, solidarietà CONTRO IL RAZZISMO E IL SESSISMO ancora presenti in tutto il mondo. Alcuni eventi recenti, come la manifestazione di Roma del 25 novembre e la marcia di Washington del 21 gennaio, hanno testimoniato ancora una volta la presenza di una consapevolezza e di un’energia straordinaria nella società civile, frutto del lavoro costante sul campo di attivisti, associazioni e istituzioni.

ONE BILLION RISING vuole ribadire che non c’è nulla di più potente di questa solidarietà globale, di un corpo unico e coeso capace di far parlare un miliardo di persone con una sola voce.

LA SOLIDARIETÀ È LA NOSTRA RIVOLUZIONE!
Dobbiamo abbandonare i tentacoli delle nostre false sicurezze e interrompere il mondo così come lo conosciamo. Sovvertire, lottare e danzare con tutte le nostre forze  per immaginare una vita al di là delle false comodità” (Eve Ensler).

Non può esserci rivoluzione senza solidarietà. Non possiamo invocare un cambiamento nel sistema – cambiamento di mentalità, di cultura, di coscienza, dei valori, di volontà politiche – attraverso azioni individuali e isolate.  Solidarietà vuol dire connettersi in maniera radicale.

GLI EVENTI E LE ADESIONI IN ITALIA
Anche quest’anno One Billion Rising torna nelle piazze e nelle strade come un grande momento di gioia collettiva in cui avranno luogo flash mob, spettacoli, manifestazioni e eventi dedicati alla sensibilizzazione e all’azione contro il fenomeno della violenza su donne e bambine.

Al momento (ma è una cifra in costante aumento) sono oltre 100 gli eventi programmati in tutta Italia: si parte già da sabato 11 febbraio a Livorno, Monterotondo e Cittadella (PD), mentre domenica 12 a Fiumicino, alle ore 11.00 in Piazza Grassi, è prevista una grande manifestazione con il patrocinio del Comune. 

Martedì 14 febbraio, giorno di San Valentino, sono previsti gli eventi più imponenti in tutta la penisola, da Milano (flash mob danzante a Piazza della Scala alle 19.00) a Bologna (in Piazza Maggiore, flash mob, parata e festa dalle 17.00 alle 22.00), da Trieste (una marcia partirà da Piazza Goldoni alle 16.00) a Perugia (in Corso Vannucci la coreografia dell’inno ufficiale Break the Chain in versione L.I.S), fino a Roma, dove alle 16.00 al Ponte della Musica avrà luogo un grande flash mob organizzato dall’associazione Differenza Donna.

Varie manifestazioni coloreranno anche molte città nel Meridione – scuole, centri e piazze delle principali città in Puglia (Bari, Taranto, Molfetta, Lecce), Calabria (Cosenza, Catanzaro) e Sicilia (Catania, Palermo, Siracusa, Marsala, Agrigento) – e continueranno anche nei giorni successivi, il 18 febbraio a Biella e Vicenza e sabato 25 a Napoli, dove a Largo Berlinguer dalle 11.30 alle 14.00 si susseguiranno reading, flash mob e varie performance.

Anche quest’anno hanno aderito a ONE BILLION RISING alcune delle maggiori associazioni italiane, tra cui Amnesty International Italia, ArciLesbica, Centro di ascolto mobbing e stalking contro tutte le violenze (UIL), CGIL, Differenza Donna, D.i.Re – Donne in rete contro la violenza, Emergency, FIOM, FNASD – Federazione Nazionale Associazioni Scuole Danza, Gi.u.li.a – Giornaliste Unite Libere Autonome, Nuovo Maschile, Terres des Hommes, UDI – Unione Donne in Italia, WILPF (Womens International League for Peace and Freedom) Italia. Inoltre, forte di un crescente consenso, questa quinta edizione consolida ancora di più la presenza di istituti scolastici, insegnanti, genitori e studenti di ogni età – dalla prima scuola dell’infanzia agli istituti secondari – uniti nell’impegno di creare una cultura dell’uguaglianza e del rispetto fin dai primi passi dell’educazione scolastica.

Per gli eventi clicca qui.

Verdi barbarico, travolgente e furente come un unno: Attila

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Verdi barbarico, travolgente e furente come un unno: Attila

Continua imperturbabile la cavalcata di #CantaCheTePassa con un titolo cardine di Giuseppe Verdi, un’opera dai toni accesi e dai caratteri forti: Attila

Attila è per Giuseppe Verdi un’opera di estrema importanza. Il titolo è su libretto di Temistocle Solera rivisto da Francesco Maria Piave (per questa revisione Solera si offese e non collaborò mai più con Giuseppe Verdi). L’opera andò in scena al Teatro La Fenice di Venezia il 17 marzo 1846.

La trama

Siamo ad Aquileia. Tra le devastazioni ordite da Attila, il terribile capo degli Unni, un gruppo di donne, abili guerriere, viene salvato. Tra di esse c’è Odabella, figlia del signore di Aquileia. La sua famiglia è stata uccisa da Attila ed ella medita vendetta. In quel momento il romano Ezio, rivale storico di Attila e da lui ammirato, lo incontra per chiedere di lasciare a lui l’Italia. Attila rifiuta ed Ezio, sdegnosamente, se ne va. Intanto Foresto, il compagno di Odabella, sta preparando una rivolta contro Attila. Odabella ha deciso di seguire il suo rivale, ma solo per ucciderlo con la spada.

attilaAttila rimane sempre di più affascinato da Odabella. Tutto questo accade mentre Ezio e Foresto preparano insieme la loro vendetta. Durante un banchetto con i Romani, Foresto avverte Odabella che Attila sta per bere un liquido avvelenato preparato da lui stesso. Odabella, che sente solo suo il desiderio di vendetta, avverte Attila, il quale fa arrestare Foresto e chiede alla donna di sposarlo,acconsentendo, dietro richiesta della medesima, a salvare la vita a Foresto. Durante un incontro con quest’ultimo, il quale si sente deluso dal comportamento della sua amata, Odabella vede l’ombra paterna maledirla. In quel momento giunge anche Ezio e poi Attila, il quale capisce di essere stato ingannato. Ma Odabella lo uccide mentre i Romani sterminano gli Unni.

Lo stile

Ho anticipato che quest’opera per Giuseppe Verdi è importantissima. Nonostante si senta ancora la formula, da noi già più volte ripetuta, recitativo-aria-cabaletta, lo stile di Giuseppe Verdi è molto più raffinato e maturato in confronto alle precedenti opere. Già il preludio è ricco di dramma, per di più con un tema musicale che anticipa il preludio del Macbeth; cosa che avviene con il coro delle sacerdotesse del II atto Chi dona luce al cor che anticipa il coro delle streghe del III atto del Macbeth Ondine e silfidi.

Ma vi sono momenti musicali dolcissimi, come l’aria Oh del fuggente nugolo, dove Verdi riesce a creare un’atmosfera veramente da sogno (Odabella vede il fantasma paterno) misti a momenti guerrieri come la cabaletta Oltre a quel limite.

Con pochi tocchi di genio, Giuseppe Verdi, nell’introduzione alla scena di Foresto nel prologo, riesce a descrivere la natura imperante, la tempesta appena passata e l’attesa spasmodica di una rivolta ormai prossima.

Ve ne sono varie di edizioni. Per raffinatezza ed eleganza consiglio l’incisione del 1973 diretta da Lamberto Gardelli con la Royal Philharmonic Orchestra e gli Ambrosian Singers con Ruggero Raimondi, Christina Deutekom, Sherrill Milnes e Carlo Bergonzi. Un aspetto molto garibaldino lo mette perfettamente in luce Riccardo Muti nel live del 1970 con l’Orchestra e il Coro della RAI di Roma con Ruggero Raimondi, Antonietta Stella, Giangiacomo Guelfi e Gianfranco Cecchele, che trovate qui sotto.

https://www.youtube.com/watch?v=NXg-1N71lr4

Ci vediamo la settimana prossima con un’opera che mette paura solo a nominarla: Macbeth (nella versione del 1847).

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto di Silvia Lelli© Opera di Roma)

 

Ce l’abbiamo solo noi (Giorgia)

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Ce l’abbiamo solo noi (Giorgia)

Ci sono cose che non hanno un perché. Sono quelle cose che lasciano estasiati, a bocca aperta. Quelle cose che mettono d’accordo tutti, che non trovano polemiche, che non possono proprio essere confutate.

Una di queste, come forse la bontà del sugo sulla pasta o del cappuccino schiumoso, è la voce di Giorgia.

Durante la seconda serata di Sanremo la cantante ha dato l’ennesima dimostrazione della sua indiscussa superiorità nel panorama musicale italiano. Ma forse parlare di superiorità non è proprio corretto.

Quando Giorgia calca in palco, quando impugna un microfono e dal suo esile corpo escono note dalla forza irriducibile, sembra calare una magia. Un incantesimo rapisce il pubblico, lo conduce verso un mondo migliore.

Un vero e proprio “concertus”, per dirla alla Cicerone, questo medley da E poi a Di Sole e D’Azzurro, che rivela squisitamente l’antica accezione di termine: un’armonia, dove tutte le parti sono in accordo.

Ecco, quando Giorgia canta tutti sono d’accordo.

giorgia sanremo 2017Avvolta in un abito lucente, spalle scoperte, braccia sempre in movimento, la cantante romana unisce grazia e simpatia: è concentrata quando canta, ma la sua indole, e forse un tocco di romanità, non le impediscono di ironizzare sulla performance.

Nell’acuto finale di Come Saprei si ferma, ride, ricanta velocemente le parole del testo e dice agli spettatori: “prendo fiato!”

Così, ancora una volta, arriva quella nota sempre giusta, presa alla perfezione, dolce alle orecchie più di un brano inciso. Sono canzoni conosciute, sentite e risentite, ma dalla sua bocca escono sempre “parole più nuove” per citare un altro grande della letteratura, D’Annunzio.

Sul palco Giorgia è a casa sua, le viene naturale. Non si può aggiungere altro.

La forza della sua voce dopo più di vent’anni ancora stupisce l’Ariston con la sua raffinata potenza. Sempre umile, sempre presente a se stessa, Giorgia regala agli ascoltatori il piacere di una vera esibizione canora, come se ne sentono raramente.

Una classe inarrivabile, che la rende una mosca bianca della canzone italiana.

Il video qui.

Foto di La Presse

Alessia Pizzi

Le Fettuccine Alfredo compiono cento anni nel ricordo della Roma che fu

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Le Fettuccine Alfredo compiono cento anni nel ricordo della Roma che fu

Il National Fettuccine Alfredo Day celebra uno dei piatti che più rappresenta l’affetto mondiale nutrito per Roma e le atmosfere della dolce vita

Negli stati uniti addirittura è stata istituita una ricorrenza nazionale dedicata a questo piatto, da ritenersi più Romano che Italiano. Per i suoi fans americani le Fettuccine Alfredo sono un’icona della nostra tradizione gastronomica. Anche la storica sede del Ristorante Alfredo in Via della Scrofa, ha voluto omaggiare i cento anni del celebre piatto.

Una fama che ha raggiunto gli angoli più lontani del pianeta. E’ possibile infatti incontrarle nei menù di mezzo mondo, quasi sempre proposte con disinvoltura nei locali per turisti. Quelli che all’ingresso presentano le tristissime immagini di pietanze dall’aspetto plastico. Da Istanbul a Bangkok molti propongono una loro interpretazione della Fettuccina Alfredo che dell’originale ha solo il nome, spesso scritto anche male.

Prosciutto, panna, funghi, sfregiano il gusto delicato di un piatto che trova la sua dimensione proprio nella semplicità degli ingredienti. Furono ideate da Alfredo di Lelio nel 1907, pensate per la moglie Ines durante la gravidanza. Lo scopo era quello di preparargli un piatto che riunisse in se gusto ed energia.

Gli ingredienti sono solo tre ma di grande qualità. Burro freschissimo alla giusta temperatura e parmigiano, mentre la fettuccina non deve essere una qualunque. Tirata a mano giornalmente e di estrema sottigliezza, richiede grande attenzione nella cottura, necessariamente inferiore ai trenta secondi.

I condimenti adagiati sulla pasta vengono mantecati direttamente a tavola, con l’abilità necessaria a farne “Le Fettuccine Alfredo” e non una qualsiasi pasta burro e parmigiano. Un piatto nato da un pensiero amorevole e che richiede tutta l’attenzione possibile, sono forse questi i suoi ingredienti principali.

Al di la della sua collocazione nei valori della cucina nazionale, la sua virtù è proprio quella di rappresentare cura e passione Italiana per la gastronomia. A renderle famose oltreoceano furono Douglas Fairbanks e Mary Pickford. Divi hollywoodiani che durante la loro luna di miele nella splendida Roma del 1920, si imbatterono in Alfredo a Via della Scrofa assaggiando le sue Fettuccine.

Ne rimasero talmente entusiasti da coinvolgere chiunque nel loro ricordo, che decisero di materializzare attraverso una coppia di posate d’oro da donare al ristorante. Una forchetta e un cucchiaio, ancora presenti tra i tanti cimeli accumulati nella lunga storia del locale.

Alfredo alla Scrofa fu tappa imperdibile anche per la Roma della dolce vita, rimasta immortalata sui suoi muri grazie ad una galleria fotografica di personaggi famosi. Ricordi in bianco e nero di un periodo d’oro, in cui la capitale era al centro della vita mondana internazionale.

Centinaia le foto che ritraggono le personalità della moda e dello spettacolo, politici e regnanti passati almeno una volta tra i tavoli del locale. Persino Jimi Hendrix è stato li. Alfredo alla Scrofa era il locale di riferimento del cinema quando Cinecittà rappresentava la sua massima espressione.

Proprio questo è stato il tema del National Fettuccine Alfredo Day. Un mondo ricco di tantissimi aneddoti, dal mito della Loren allo stuolo di flash in attesa di Brigitte Bardot. Da Tony Curtis finto cameriere, alle cene romantiche di Ava Gardner e Walter Chiari.

Quando il gossip era ancora colore e aiutava la gente a sognare. Atmosfere rievocate nella serata grazie anche alla presenza di personaggi legati alla vita di quegli anni e che gli appassionati intervenuti in massa non hanno voluto perdersi.

Bruno Fulco

50 Sfumature di Grigio, il nulla che diventa film

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Secretary. Ultimo Tango a Parigi. Ecco l’Impero dei Sensi. Legami!. La Pianista.

Non sono parole a caso, ma un breve elenco di film migliori, più controversi e più erotici di 50 Sfumature di Grigio, un film che prometteva tuoni e fulmini e alla fine fa apparire rivoluzionari i romanzi rosa Harmony.

Avrete già capito che non state per leggere una recensione positiva del film, ma sappiate, non è stato facile giungere a tale conclusione. Non perché il film conceda altro, sia chiaro che 50 Sfumature di Grigio è semplicemente BRUTTO sotto ogni punto di vista lo si voglia guardare. Ma perché compito del “critico” è quello di analizzare anche la bruttezza oltre ogni precedente sovrastruttura mentale, e cercare sempre di motivare per non dare mai l’idea del preconcetto. Infatti la prima operazione da compiere, probabilmente la più difficile, è stata quella di avere la mente più aperta possibile. Chi non ha vissuto in una caverna sperduta sa benissimo che 50 Sfumature di Grigio è stato accompagnato da un battage pubblicitario impressionante, dalla patina di evento mondiale, e soprattutto da una marea di pregiudizi negativi sia dai lettori abituali, pure se non hanno mai letto una riga dei libri da cui sono tratti (e li capiamo), sia dagli amanti di cinema più accaniti, che hanno visto un prodotto simile invadere le sale a discapito di altre pellicole per più meritevoli, relegate invece in pochissime sale sparse nel paese.

Insomma, 50 Sfumature di Grigio è stato bocciato e massacrato ancor prima che uscisse. Un atteggiamento snob fastidioso quanto quello di coloro che ritengono il film, dopo averlo visto, meritevole di una qualsivoglia lode. Folli.

Perché ecco, ora arriva il secondo problema. Dopo la visione, 50 Sfumature di Grigio non fa nulla per ribaltare il pregiudizio negativo dei più, anzi, è un film che non fa proprio nulla in senso assoluto. Senza troppi giri di parole, il film è il sex movie più noioso e inutile mai visto al cinema. Stracolmo di scene vuote, banali, semplicistiche, ripetitive, superficiali, dialoghi atroci, 50 Sfumature di Grigio è una fantasia da casalinga disperata che di erotico o sovversivo non ha nemmeno l’ombra. Siamo in presenza di puro fan service per chi ha letto il libro, con la narrazione totalmente sacrificata alle aspettative e desideri del pubblico: dopo un inizio ordinario ma comunque accettabile, dalla mezzora in avanti il film letteralmente muore schiacciato dalla propria ripetitività e vacuità. Praticamente, per due ore abbiamo lui che cerca di convincere lei a firmare un contratto, ma nel frattempo fanno comunque sesso e discutono di come la situazione possa cambiare. Stop.

Un altro problema, fondamentale per dare intera prospettiva al film, è capire cosa diavolo 50 Sfumature di Grigio sia o voglia essere. Insomma, è un filmetto romantico spacciato per storia erotica, oppure è una storia di sindrome del controllo che conserva in realtà un lato romantico? Il film è stato presentato e venduto al pubblico in ambo i modi, ma col primo caso si tratterebbe di pubblicità ingannevole, nel secondo caso l’evoluzione è assente e gli aspetti controversi davvero risibili. Prendiamo ad esempio supremo la gestione del protagonista maschile: Christian Grey ci viene presentato, ma solo a parole, come una figura che può tutto, in ufficio e in camera da letto, stila un contratto estremo e non è interessato all’amore. Poi però, praticamente quasi subito, svela il suo lato dolce e nei suoi atti più radicali a letto è affranto dal senso di colpa. La credibilità del personaggio non esiste. E su questa indecisione su cosa essere e su come presentarsi si muove l’intero film.

Assodato quindi il giudizio, c’è ancora un compito difficile: attribuire le colpe. A detta di molti il libro originale è semplicemente pessimo, quindi cosa potevano fare la regista Sam Taylor-Johnson e gli attori Dakota Johnson e Jamie Dorman con simile materiale? Ma al tempo stesso, tutti sapevano a cosa andavano incontro quando hanno firmato ed era indubbiamente compito loro provare ad elevare il materiale e tirar fuori qualcosa di cinematografico. Sicuramente qualcuno dirà che il loro compito era gestire l’ingombrante peso del fenomeno mondiale e incassare milioni, ed è esattamente quello che hanno fatto. Ma è davvero l’unica cosa importante? Pur essendo per molti spazzatura – e come avrete capito, non ho letto i libri – perlomeno i romanzi originali, grazie alla loro forma, lasciano correre l’immaginazione dei lettori e quindi anche una storia simile acquista un senso. Portati al cinema, vedendo con i nostri stessi occhi cosa accade, non resta nulla di avvincente, e quel che resta dalla pagina allo schermo non è sufficiente.

Fortunatamente non è compito del “critico” analizzare i motivi di un fenomeno globale di tale portata, ma solo giudicare un film, e fidatevi, vederlo è stata già una prova significativa e molto intensa, una visione più masochista delle poche e innocue frustatine che si vedono sullo schermo.

Emanuele D’Aniello

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L’Italia come convenzione in “456” di Mattia Torre

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L’Italia come convenzione in “456” di Mattia Torre

I dubbi che Mattia, regista e autore, ci ha lasciato con Migliore, rappresentato da Valerio Mastrandrea, ritornano in scena con un’altra pièce sconcertante.

Comparato al genio del drammaturgo Eugène Ionesco, Torre riesce sempre a portare in luce i lati più oscuri dell’animo umano, e a ribaltare le verità; quello che sembra triste e deprimente si rivela poi straordinario, mentre i desideri comuni più ambiti si polverizzano in nulla.

La scenografia è sempre semplice, tuttavia ricercata nei piccoli dettagli, gli attori sempre in scena, presenti. Un tavolo, alcune sedie, un inginocchiatoio in primo piano. Più indietro una cucina con una pentola che bolle ininterrottamente, il sugo della nonna morta quattro anni prima, “il sugo perpetuo, fine cottura mai”.

Il gioco creato dai protagonisti con la salsiccia appesa sopra al tavolo crea i movimenti di scena continui, la battuta rimbalza ora all’uno, ora all’altro attore.

La luce illumina la nuca dei personaggi e crea un effetto fuori scena e una tensione coinvolgenti.

Come per Migliore, dei bravi attori. Non serve altro.

Dettagli di una famiglia isolata, fuori dal tempo: un cellulare nascosto tra le noci, simbolo di un mondo che deve restare fuori. Sono solo loro la famigghia, unita e solida nel bene e nel male. Padre, madre e figlio sono ignoranti, diffidenti, nervosi, litigano, si odiano.

La volontà di Genesio, il figlio, di andare nella Capitale ne turba momentaneamente gli equilibri, ma viene subito scartata, è troppo pericolosa: ci sono le blatte, i germi dei bagni pubblici, il mondo è pericoloso, ci sono gli assassini, si mangia male nella stazione!” La trama a tratti comica e violenta nasce dall’idea che l’Italia non è un paese, ma una convenzione, che rappresenti oggi una comunità di individui guidati dalla precarietà, dall’incertezza, la diffidenza e la paura, senza comuni aspirazioni.

La famiglia, che doveva essere il nucleo aggregante, qui diventa cinica e diffidente, quasi ostile, come baluardo della comune arretratezza culturale. “Abbiamo fatto tutte cose” dichiara nel finale l’ospite tanto atteso, ma cosa?

Qual è il desiderio finale di questo padre di famiglia? Quel desiderio per il quale spende tutto il gruzzoletto? Il sogno di una vita, un progetto importante?

Un atto unico, veloce, le battute incalzano e le risate echeggiano nel teatro. E’ divertente nella sua tragicità, dolce e amaro, mi ha coinvolto nonostante le difficoltà del dialetto siciliano.

In scena al Teatro Ambra Jovinelli – dal 7 al 12 febbraio, 456 scritto e diretto da Mattia Torre. Protagonisti: Massimo De Lorenzo, Cristina Pellegrino, Carlo De Ruggieri e con Michele Nani.

Dallo spettacolo è stato tratto l’omonimo sequel televisivo, prodotto da Inteatro e andato in onda su La7 all’interno del programma “The show must go off” di Serena Dandini e il libro “4 5 6 – Morte alla famiglia”, edito da Dalai.

Sara Cacciarini

Casting per la performance teatrale “La Caduta degli Dei”

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Casting per la performance teatrale “La Caduta degli Dei”

La Compagnia delle Origini dopo la prima giornata che ha avuto luogo il giorno 1 febbraio, indice seconda giornata di casting per una nuova produzione di carattere contemporaneo.

La Caduta degli Dei è un format teatrale improntato sul processo di scrittura e creazione collettiva sulla base di un canovaccio con tematica fissa.

Si cercano attori e attrici con un notevole controllo del corpo (non necessariamente ballerini) con età non superiore ai 30 anni disposti a scene di nudo.

Il format nasce con l’intento di debuttare con una data unica, 2 maggio presso il teatro Hamlet di Roma, per poi essere proposto in diverse location disposte ad ospitare la performance.
Non è previsto un numero fisso di attori/attrici a causa della natura stessa del format.

Questa seconda giornata di selezioni si svolgerà sempre a Roma il giorno 10 febbraio 2017 presso la sede del Teatro Abarico, sita in Via dei Sabelli 116 alle ore 10:00.

Per candidarsi inviare alla mail compagniadelleorigini@gmail.com 2 foto (Fig. Intera e Primo Piano) e curriculum, accompagnati da una brevissima lettera motivazionale del perché volere aderire a un progetto simile.

(Le candidature che non rispecchieranno tali caratteristiche non saranno prese in considerazione).

Presentarsi vestiti molto comodi. Non è necessario che i candidati preparino qualche cosa prima, il provino sarà su improvvisazione guidata dal regista.

Il provino sarà collettivo e inizierà alle 10:00 in punto per chiudere le porte alle 10:15 non oltre, dunque non ci saranno convocazioni a scaglioni.

Il periodo di prove sarà da stabilire insieme ai candidati che ne prenderanno parte. La retribuzione è a incasso.

Il cinema (inedito) in streaming con Infinity

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Il cinema (inedito) in streaming con Infinity

Per tutti gli amanti del cinema ecco 21 pellicole mai uscite in sala.

Sapevate che Chris Evans oltre a salvare il mondo nei panni di Captain America ha diretto e intrepretato la commedia romantica Before we go? E che Alexis Bledel, celebre Rory in Una mamma per amica, ha sposato Katherine Heigl, la Izzie di Grey’s Anatomy, sul set di Jenny’s Wedding?

Su Infinity, servizio streaming on demand con la più ricca library di cinema in Italia, sarà possibile vedere queste e altre diciannove pellicole inedite, film mai usciti nelle sale italiane dirette e interpretate da star del grande e piccolo schermo, tra i tanti: Robert De Niro, Philip Seymour Hoffman, Nicole Kidman, Keanu Reeves, Samuel L. Jackson, John Turturro, Channing Tatum, Ben Barnes, Eli Roth e molti altri ancora la cui performance vi sorprenderà.

La programmazione:

  • BEFORE WE GO di Chris Evans con Chris Evans, Alice Eve, Mark Kassen, Emma Fitzpatrick, Scott Evans, John Cullum, Daniel Spink

Commedia, 2014

Brooke perde l’ultimo treno diretto a Boston, e dopo un inaspettato furto, si ritrova sola e senza soldi alla stazione Grand Central. Nick, uno sconosciuto e squattrinato musicista che si trova proprio lì, si offre di aiutarla. I due trascorrono tutta la notte assieme, tra chiacchiere, confessioni e nuove consapevolezze, fino al mattino, quando le loro vite avranno assunto una luce differente….

  • BAD BLOOD – DEBITO DI SANGUE di Adam Silver con Carly Chaikin, Taylor Cole, Christine Adams, Neil Brown Jr., Davis Desmond, Jessica Gardner, Danielle Kennedy, Jeff Kober, Billy Miller, Brett Rickaby

Thriller, Crime – 2015

La vita di Lauren procede a gonfie vele, fino a quando non viene ingiustamente accusata di omicidio. Il DNA di un serial killer ha una esatta corrispondenza con il suo…

  • BIS – RITORNO AL PASSATO di Dominique Farrugia con Gerard Darmon, Anne Girouard, Alexandra Lamy, Kad Merad, Franck Dubosc, Julien Boisselier, Eleonore Bernheim, Antonin Chalon, Fabian Wolfrom, Eden Ducourant

Commedia – 2015

Eric e Patrick sono amici dai tempi del liceo. Con il passare degli anni, le loro vite hanno però preso strade differenti: Eric ha continuato ad accumulare conquiste senza mai legarsi affettivamente mentre Patrick conduce una normale esistenza da padre di famiglia monogamo. Dopo una notte di bagordi, i due si ritrovano improvvisamente catapultati nel 1986, a quando avevano solo 17 anni. Il ritorno al passato rappresenta per entrambi l’occasione perfetta per tentare di cambiare il corso delle loro vite.

  • BUS 657 di Scott Mann con Kate Bosworth, Robert De Niro, Jeffrey Dean Morgan, Gina Carano, Morris Chestnut, Dave Bautista, D. B. Sweeney, Mark-Paul Gosselaar, Summer Altice, Alyssa Julya Smith

Thriller, Azione, Crime – 2015

Vaughn, è un padre disperato senza mezzi economici. Per far fronte ai costosi trattamenti medici di cui necessita la figlia, decide di progettare un furto nel casinò, nel quale lavora da molti anni e di cui “Il Papa” è il proprietario…

  • UN’ESTATE PER DIVENTARE GRANDE di Maclain Nelson con Paris Warner, Lisa Clark, Hailey Smith, Clare Niederpruem, Barta Heiner, Amy Biedel, Adam Johnson, Brett Merritt, Allie Jennings, Kaley Mccormack

Drammatico – 2015

Lane Speer è un’adolescente che ha da poco perso il padre, la madre si è risposata con uomo che lei conosce appena e per di più viene mandata in un campeggio per ragazze mormoni.

  • FATAL MEMORIES – RICORDI MORTALI di Farhad Mann con Italia Ricci, Magda Apanowicz, Kevin Mcnulty, Zak Santiago, Shauna Johannesen, Ryan Beil, Nimet Kanji, Elizabeth Mclaughlin, Michael Ryan, Arielle Tuliao

Thriller – 2015

Una sera Sutton Parker, affermato avvocato, entra in casa di sua madre. L’aspetta una scena sconvolgente: sua madre riversa morta sul pavimento e la sua sorella minore April, accanto al cadavere con l’aria smarrita e un coltello in mano. Dopo un anno di clinica psichiatrica. April torna a casa, ha completamente perso la memoria. La sorella è convinta della sua innocenza, al contrario del detective Whitaker che svolge le sue indagini in una sola direzione: dimostrare la colpevolezza della ragazza. 

  • FIGHTING di Dito Montiel con Channing Tatum,Terrence Howard,Luis Guzmán

Azione, Drammatico – 2009

Shawn MacArthur, in cerca di fortuna, è arrivato a New York da una cittadina di provincia, ma l’impatto con la metropoli è stato tutt’altro che positivo e per mantenersi vende merce contraffatta per le strade. Le sue sorti cambieranno grazie all’incontro con Harvey Boarden, esperto truffatore, che lo farà entrare nel mondo dei combattimenti clandestini.

  • IL FIGLIO SCONOSCIUTO di Tara Miele con Virginia Madsen,Carly Pope,Shani Atias,Sosie Bacon,Joshua Burrow,Jacob Buster,Feodor Chin, Michael Esparza, Matthew Fahey, Mark Valley

Thriller, Crime –  2015

Quando il figlio di Laura Harris, rapito undici anni prima, torna improvvisamente a casa, quello che potrebbe essere un sogno si trasforma in un incubo…

  • FRIENDS WITH KIDS di Jennifer Westfeldt con Kristen Wiig, Adam Scott, Maya Rudolph, Jennifer Westfeldt, Chris O’Dowd, Jon Hamm, Loulou Sloss, Katie Foster, Robert Halpern, Daniel Halpern

Commedia – 2011

Jason e Julie, una coppia di amici che, superati i trent’anni, decidono di avere un figlio. Tuttavia osservano come la nascita di un bambino abbia cambiato e logorato i rapporti di altre coppie che conoscono. I due amici decidono così di mettere al mondo un bambino senza complicazioni sentimentali, liberi di frequentare altre persone…

  • GOD’S POCKET di John Slattery con John Turturro, Philip Seymour Hoffman, Richard Jenkins, Christina Hendricks, Eddie Marsan, Rebecca Kling

Drammatico, Crime – 2014

A God’s Pocket, quartiere periferico di Philadelphia, Mickey deve organizzare il funerale per il suo figliastro Leon, e per trovare i soldi sarà costretto a vendere il camion nel quale trasporta carne, che vende all’ingrosso. La madre di Leon non crede che la morte di suo figlio sia stata un incidente e, nella ricerca della verità, incontrerà Richard, giornalista locale, alcolista e donnaiolo.

  • IT’S KIND OF A FUNNY STORY di Ryan Fleck, Anna Boden con Zach Galifianakis, Keir Gilchrist

Commedia, Drammatico – 2010

Dopo un forte attacco di depressione, un ragazzo entra in un’istituzione psichiatrica, dove finisce insieme agli adulti e incontra una serie di pazienti bizzarri e una ragazza adolescente.

  • JACKIE & RYAN di Ami Canaan Mann con Sheryl Lee, Ben Barnes, Clea Duvall, Katherine Heigl, Emily Alyn Lind, Ryan Bingham, Nathan Stevens, Jacque Gray, Allan Groves, Adam Dietlein

Drammatico, Musicale – 2014

Ryan è un cantante di strada che vive viaggiando per l’America. Un giorno, mentre si trova a Ogden, un piccolo centro nello Utah, incontra Jackie, una giovane donna, un tempo cantante di successo, che di recente si è trasferita a casa della madre con la figlia Lia perché ha deciso di separarsi dal marito. Per una serie di circostanze Ryan si trattiene a Ogden più del previsto e fra lui e Jackie nasce un forte legame che darà a entrambi la spinta di perseguire i loro obiettivi.

  • JARHEAD 2: FIELD OF FIRE di Don Michael Paul con Cole Hauser, Stephen Lang, Bokeem Woodbine, Esai Morales, Danielle Savre,Josh Kelly, Ronny Jhutti,Cassie Layton, Jesse Garcia, Jason Wong

Azione, Guerra – 2014

Ferito e disilluso dalle missioni di guerra alle quali ha partecipato, il caporale Chris Merriman si ritrova a capo di un gruppo la cui missione è quella di rifornire un avamposto ai margini del territorio afgano controllato dai talebani. Mentre attraversa la provincia di Helman, il gruppo di Navy Seals di Merriman è chiamato a fornire supporto a una missione di importanza internazionale. Senza carri armati o supporti aerei, Merriman e i suoi uomini avranno bisogno di tutto il loro coraggio per portare a termine il compito.

  • JENNY’S WEDDING di Mary Agnes Donoghue con Alexis Bledel, Tom Wilkinson, Katherine Heigl, Linda Emond, Grace Gummer, Matthew Metzger, Cathleen O’Malley, Sam Mcmurray, Alex Wake

Commedia – 2015

Jenny Farrell è una giovane donna gay. Tutti sono a conoscenza delle sue tendenze sessuali, tranne che la sua famiglia, alquanto conservatrice, che spera sempre che la figlia trovi al più presto l’uomo giusto. Quando Jenny rivela ai genitori che sta per sposarsi, questi sono al settimo cielo fino al giorno in cui Jenny scopre le sue carte e presenta la sua futura sposa: Kitty.

  • KNOCK KNOCK di Eli Roth con Keanu Reeves, Lorenza Izzo, Ana De Armas, Aaron Burns, Ignacia Allamand, Dan Baily, Megan Baily, Colleen Camp

Thriller – 2015

Evan Webber è un architetto felicemente sposato con Karen, un’artista di successo. La donna per il weekend della festa del papà, parte con i figli per una gita sulla spiaggia precedentemente programmata. Evan, rimasto solo nella sua bellissima casa di lusso, lavora a un progetto. Quella stessa sera, alla sua porta bussano due donne, Genesis e Bel. Con la scusa di dover usare internet per trovare l’indirizzo di una festa, le due ragazze entrano in casa. Così cominceranno i problemi per Evan, che dovrà cercare si sopravvivere alle due fino al rientro della sua famiglia…

  • LETTERS TO GOD di David Nixon,Patrick Doughtie con Robyn Lively,Jeffrey Johnson,Tanner Maguire,Michael Bolten

Drammatico, 2010

Tratto da una storia vera. Un ragazzo giovane lotta contro il cancro scrivendo lettere a Dio, avvicinandosi alla vita dei suoi vicini e della comunità e infondendo speranza a chiunque entri in contatto con lui. Un insospettabile sostituto postino, con una vita travagliata di suo, entra in contatto con il viaggio del ragazzo e della sua famiglia leggendo le lettere. Saranno per lui fonte d’ispirazione per cercare di migliorare la propria vita.

  • MEETING EVIL – INCONTRO CON IL MALE di Chris Fisher con Luke Wilson, Samuel L. Jackson, Peyton List, Muse Watson, Bret Roberts, Jason Alan Smith

Drammatico, Crime – 2011

Il film racconta di un disilluso giovane padre di famiglia, John che segue un misterioso straniero, Richie. Questi lo porta sulla scena di un omicidio che trasforma la debole volontà di John in un eroe disperato, disposto a fare qualsiasi cosa per proteggere la sua famiglia…

  • MOMENTUM di Stephen S. Campanelli con Olga Kurylenko, Morgan Freeman, James Purefoy, Karl Thaning, Jenna Saras, Brendan Murray, Marian Frizelle, Dylan Edy, Lee Raviv, Colin Moss

Thriller, Azione – 2015

Alex, una ladra, viene convinta dal suo ex compagno a fare un ultimo colpo: rubare dei diamanti. Tuttavia il vero bottino non sono le pietre preziose, ma una chiavetta usb nascosta tra esse. Da quel momento Alex è in pericolo di vita: un assassino vuole ucciderla e lei deve scoprire i segreti che l’hanno resa un bersaglio…

  • NAKED AMONG WOLVES – IL BAMBINO NELLA VALIGIA di Philipp Kadelbach con Sylvester Groth, Rainer Bock, Florian Stetter, Peter Schneider, Sabin Tambrea, Robert Gallinowski, Rafael Stachowiak, Thorsten Merten, Torsten Michaelis, Robert Mika

Drammatico, Storico – 2015

Nel marzo 1945, nel campo di concentramento di Buchenwald, un bambino ebreo di tre anni viene nascosto in una valigia. Gli sforzi per mantenerlo in vita si tradurranno in una metafora degli sforzi messi in atto per preservare l’umanità tra i detenuti.

  • PIÙ FORTE DELLE PAROLE di Anthony Fabian con Timothy Hutton, Morgan Griffin, Hope Davis, David Duchovny, Craig Bierko, Adelaide Kane, Xander Berkeley, Ben Rosenfield, Victoria Tennant, Scott Cohen

Drammatico – 2013

Dopo la tragica morte della loro figlia, una coppia decide di creare un ospedale per bambini dove le famiglie sono partecipi nel processo curativo….

  • STRANGERLAND di Kim Farrant con Nicole Kidman, Hugo Weaving, Joseph Fiennes, Sean Keenan, Maddison Brown, Taylor Ferguson, Nicholas Hamilton, Lisa Flanagan, Meyne Wyatt, Martin Dingle Wall

Thriller – 2015

La vita monotona di una famiglia in una cittadina dell’entroterra rurale viene scossa dopo che i loro due figli adolescenti scompaiono nel deserto, scatenando voci inquietanti sul loro passato…

Quando ce n’è per tutti! Trionfi fallici (e politici) nella Fonte “Nova” di Massa Marittima

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Quando ce n’è per tutti! Trionfi fallici (e politici) nella Fonte “Nova” di Massa Marittima

Nel 2000 una pittura murale del Duecento torna improvvisamente alla luce a Massa Marittima (Grosseto). Al centro un grande albero che produce strani frutti … grossi peni in erezione!

Cosa ci fa questa immagine, poco convenzionale, nella più grande fonte pubblica della città, simbolo dei successi politici del partito ghibellino?

Anno 1265. Massa Marittima è un libero comune. Nel 1225 viene istituita una repubblica che – tra tumulti e scontri interni – sopravvivrà fino al 1335, anno della conquistata da parte dei senesi.

La fazione filo-ghibellina è al potere quando il governatore Ildibrando Malcondine da Pisa fa costruire una fonte (come ben ricorda l’iscrizione in facciata). La città aveva già una fontana, detta della Bufalona, collocata, come in molti altri borghi toscani, fuori dalle mura.

I ghibellini avevano raggiunto un importante traguardo per la comunità: una fonte nel cuore della città, non lontana dalla Cattedrale e dal Palazzo del Podestà.

La fonte sarà ribattezzata “Nova”; successivamente vi sarà aggiunto un piano superiore, adibito a deposito del grano, che gli darà il nome di Palazzo dell’Abbondanza, da qui poi “Fonte dell’Abbondanza”.

La fonte rimase in uso per secoli. Poi fu abbandonata, pavimentata, trasformata in parcheggio.

Quando si decise di ripristinarne le vasche, ecco la sorpresa! Sulla parete della prima campata di sinistra emersero tracce di pittura a secco che svelarono con il restauro una grande pittura parietale (larga 6 metri e alta 5 circa) dal soggetto quasi privo di confronti.

Al centro è rappresentato un grande albero, con rami carichi di foglie e di frutti … o meglio di circa venticinque falli, rappresentati con incredibile vivacità: in erezione e con tanto di sacca scrotale.

La rappresentazione fa pensare subito alla tradizione greco-romana ed etrusca, al culto di Priapo e ai feticci itifallici: oggetti apotropaici portatori di fertilità e spesso offerti nei santuari (abbiamo già fatto cenno a questa tradizione qualche tempo fa parlando degli affreschi di Villa Farnesina a Roma).

Inoltre l’accostamento del fallo con le fonti d’acqua non era raro in Toscana. Alcune fontane – a Poggibonsi, San Gimignano e Siena – presentano falli dipinti o scolpiti. Nella stessa Fonte Nova alcuni capitelli sono ornati da peni e vulve. L’antico simbolismo della fertilità, associato agli organi genitali e alle fonti d’acqua, sopravviveva dunque ancora nella Toscana medievale.

L’albero “dei peni” è invece un’iconografia meno consueta.

La ritroviamo in un manoscritto della metà del XIV secolo del Roman de la Rose (Paris, Bibliothèque Nationale) dove una suora raccoglie falli da un albero. Un albero dei falli si trova anche nel castello di Moos ad Appiano (Bolzano).

Si tratta però in entrambi i casi di immagini private e non pubbliche; inoltre il dipinto di Massa Marittima mostra ulteriori elementi, rendendone l’interpretazione più complessa.

L’albero divide due scene. A destra vi sono quattro donne, vestite di colori diversi, che dialogano pacificamente. Sopra di loro svolazza un uccello nero, forse un’aquila. A sinistra la scena è diversa. Le stesse figure femminili sono in piena guerriglia.

Due donne si tirano i capelli per accaparrarsi un pene e una brocca d’acqua.

Più a sinistra vi sono altre due donne (la terza è danneggiata, come molti dettagli della pittura).

Una donna con un bastone cerca di raggiungere un ramo dell’albero, forse vuole prendere uno dei peni (ma nel dettaglio si vedono anche due piccoli uccellini, forse in un nido).

L’altra fa scorgere un pene dietro alle sue spalle. Forse lo sta nascondendo alle sue compagne, o forse vuole alludere alla penetrazione anale. Sopra di loro non abbiamo una sola aquila ma ben quattro, in preda a un volo agitato.

Le aquile sono simboli del partito ghibellino e ciò lascia ipotizzare che la pittura fu realizzato insieme alla fontana.

Dunque un omaggio all’abbondanza portata con la realizzazione della fonte? Ma cosa dire della scena caotica e di disaccordo a sinistra?

Ecco allora due diverse interpretazioni.George Ferzoco ipotizza che il dipinto sia di carattere “diffamatorio”, contro i ghibellini. Sarebbe stato realizzato quando i guelfi presero il potere (ciò avvenne, solo con brevi interruzioni, dal 1267 al 1335). Ferzoco associa infatti i membri maschili “distaccati” alla stregoneria.

Nel manuale dei “cacciatori di streghe”, il Malleus Maleficarum (1487), si parla del potere delle streghe di rimuovere il pene maschile dal corpo e d’impiegarlo per

sortilegi vari. I ghibellini sarebbero associati così al diavolo, al disordine, alla corruzione e alla perversione. In tal senso Ferzoco interpreta il pene nascosto dietro le spalle di una delle figure come rimando alla sodomia.

Questa interpretazione non tiene però conto del lato destro del dipinto (quello pacifico) e del rapporto tra i peni, la fertilità e la fontana. Più convincente in questo senso è invece un’altra lettura (a me è personalmente nota attraverso Maurizio Bernardelli Curuz).

Le due scene mostrerebbero gli effetti del buono e del cattivo governo dei ghibellini e il raggiungimento della pace pubblica grazie alla costruzione della fontana; in tal senso direi quasi una anticipazione delle allegorie senesi di Ambrogio Lorenzetti.

A destra la cittadinanza – rappresentata dalle donne che usano la fonte – è in disaccordo: tutti si contendono le risorse (i peni, l’acqua) non sufficienti per tutti. I ghibellini sono divisi, ecco allora il proliferare delle aquile.

Ma con la realizzazione della fontana non vi sono più problemi: abbondanza per tutti!

A destra regna la pace e tutti i cittadini sono riuniti sotto un’unica aquila ghibellina. L’unità politica e civile è ritrovata.

Che si tratti di un manifesto politico, o di una pittura diffamante, l’affresco di Massa Marittima merita ancora molta attenzione. Ci ricorda che in epoche passate il sesso ha ricoperto nello spazio pubblico significati simbolici diversi (anche politici) tutt’altro che privati ma ampiamente condivisi.

Fu sufficiente un mutamento culturale per rendere ciò che prima era esposto, inopportuno e osceno, da consegnare all’oblio della storia che – almeno questa volta – non è stato irreversibile.

Daniele Di Cola

Roma Sotterranea: l’Auditorium di Mecenate

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Un piccolo capolavoro del mondo antico si trova oggi nel cuore di in una delle zone più trafficate e caotiche di Roma. Quale? L’Auditorium di Mecenate.

Scoperto alla fine del 1800 durante i lavori di sistemazione del nuovo quartiere sorto intorno a piazza Vittorio Emanuele, appositamente per accogliere il seguito del Re sceso a Roma da Torino dopo l’Unità d’Italia, l’edificio si affaccia oggi su via Merulana e la sua realizzazione risale all’epoca romana.

Proprietario del luogo fu Mecenate, un importante uomo politico vissuto nel I secolo a.C., grande amico di Ottaviano Augusto e suo fidato consigliere.

Grazie alla sua grande passione per la cultura, Mecenate diede vita, proprio qui sull’Esquilino, ad un importante circolo di intellettuali, tra cui vi erano i sommi poeti Virgilio e Ovidio.

Grazie all’aiuto economico di Mecenate, il gruppo di letterati produsse la maggior parte delle loro opere senza doversi tediare con le “banali” preoccupazioni della vita quotidiana, potendo così concentrarsi sul loro principale dovere: esaltare la figura di Augusto, rendendolo unico punto di riferimento per la Roma dell’epoca.

Gli Horti di Mecenate divennero fin da subito una realizzazione da ammirare ed invidiare per la loro bellezza e ricchezza: per immaginarne l’antica magnificenza, basta ammirare le sculture e le statue oggi esposte in ben tre sale dei Musei Capitolini. Dell’immensa residenza di epoca romana, oggi rimane a vista solo il cosiddetto Auditorium, ma da solo basta a farci compiere un salto nel passato per ammirare tutto il lusso degli antichi!

 

auditorium di mecenate

 

Attraverso una piccola discesa, in parte ancora originale, si arriva all’interno dell’edificio, nel cuore della grande sala rettangolare, centro di tutto il complesso. E’ quindi in parte sotterranea, esattamente come doveva esserlo in passato. Mecenate infatti aveva voluto far costruire questo ambiente addossandolo alle vecchie Mura Serviane, ormai in disuso: in questo modo, come ambiente sotterraneo, doveva certamente regalare riparo e riservatezza al padrone di casa, ma anche garantire un po’ di fresco durante i caldi mesi estivi.

La grande stanza doveva verosimilmente accogliere nel suo centro i triclini (i letti usati dai romani durante i banchetti) ed i tavoli stracolmi di prelibatezze che il padrone di casa certamente offriva ai suoi ospiti. Ciò che accompagnava i commensali, come gradito sottofondo, era il delicato e suggestivo fruscio d’acqua che lentamente cadeva sulla gradinata del grande ninfeo che occupa un’intera parete della sala.

E fu proprio la presenza di questi gradoni ad ingannare i primi scopritori che considerarono l’ambiente come un auditorium, un luogo cioè destinato agli spettacoli, mentre oggi lo si ritiene più verosimilmente una sala per banchetti.

Alla morte di Mecenate, tutto venne lasciato alla famiglia dell’imperatore e gli Horti furono scelti, nei primi anni del I secolo d.C., come personale residenza da Tiberio, figlio di Livia, seconda moglie di Augusto.

Il giovane, essendo un importante membro della famiglia imperiale (sarebbe poi diventato il successore dello stesso Ottaviano), decise di apportare qualche miglioria alla residenza di Mecenate.

Ecco quindi che fece realizzare nella sala, all’interno delle nicchie presenti lungo le pareti, delle delicate pitture ad affresco, con vedute naturalistiche di straordinaria bellezza.

Piante, uccellini in volo, fontane, balaustre, aree verdi: questi i protagonisti delle pitture,  un vero e proprio affaccio ideale su quelli che dovevano essere i giardini esterni e che certamente dovevano avere la stessa identica ricercatezza.

Oltre alle vedute, si nota correre lungo le pareti, anche una lunga fascia su sfondo nero con scene dionisiache, ma ciò che certamente più colpisce il visitatore è la brillantezza dei colori.

E uno su tutti è predominante: il cosiddetto rosso pompeiano, un colore molto costoso all’epoca, che solo un personaggio così facoltoso poteva permettersi!

E Tiberio non badò certamente a spese ordinando i restauri, perché decise anche di far rivestire parte delle pareti, l’interno delle nicchie ed il pavimento della sala, con pregiati marmi colorati.

Ecco quindi che i già straordinari Horti di Mecenate, divennero una vera e propria residenza imperiale!

Quello che successe all’edificio nelle epoche successive non è ancora molto chiaro: si sa per esempio che la villa rimase in uso e quindi abitata anche nel secolo successivo, fino almeno all’epoca di Adriano, ma le notizie sono assai scarse.

Quello che invece lascia senza alcun dubbio, è la bellezza ed il fascino senza tempo che questo piccolo angolo della Roma Sotterranea regala ancora oggi al suo visitatore!

L’Asino d’Oro Associazione Culturale

 

Anteprima: Strueia – La chitarra il bosco lo spleen

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Anteprima: Strueia – La chitarra il bosco lo spleen

Esce il 10 febbraio il nuovo album del cantautore Strueia, che offre al pubblico una versione minimalista del suo spleen.

Attivo dal 2009 e reduce da due album editi entrambi dalla 42 Records, Strueia continua il suo percorso da solista incidendo il suo terzo album, questa volta in collaborazione con MiaCameretta Records e Noia Dischi. “La chitarra il bosco lo spleen” è un titolo che in sé già racchiude la misteriosa atmosfera dell’opera e le fonti di ispirazione dell’artista.

strueia la chitarra il bosco lo spleen
Copertina dell’album ad opera di Irene Scarchilli

Tutte le canzoni, infatti, nascono tutte alla chitarra per poi essere rielaborate e arricchite da una densa sovrapposizione di tracce che crea una sorta di immagine onirica sulla quale i testi sembrano viaggiare indisturbati.

Il tutto comunque appare rispettoso della “premessa” di una estetica lo-fi, per la quale il suono non viene trattato in maniera particolarmente distante dall’originale. Il bosco, che è il luogo di riflessione e ispirazione per Strueia, è presente in quasi tutte le tracce sotto forma di effetti sonori.

Tali effetti non fanno altro che ricordare la solitudine e la tranquillità di questo luogo dalla quale probabilmente ha origine lo spleen.

L’album si apre con “Canzone con due note”, perfetta rappresentante dell’opera intera. Il tono malinconico si fonde alla melodia lenta e ripetitiva, creando una sensazione di ebrezza e smarrimento tipiche di questo genere musicale che dall’indie si affaccia a sonorità più elaborate.

Degna di nota è anche “Da soli”, che si rivela un brano ricco di poesia e tenerezza, dove le parole sono cullate da accordi sapientemente sovrapposti a una chitarra solista semplice ma incisiva.

A rappresentare invece il “clima di fine estate” che pervade l’album è “Agosto”, che come una canzone di Perry Como ricorda incredibilmente una sorta di atmosfera americana degli anni ’40.

Sfortunatamente le altre tracce non lasciano un’impronta consistente e a volte sembrano ripetere lo stesso motivo all’infinito, rendendo l’album a tratti pesante. Anche la variazione data dai vari effetti purtroppo non incide a discapito, quindi, del piacere dell’ascolto.

In generale “La chitarra il bosco lo spleen” appare come un album ricco di ottime intenzioni non sempre, però, ben realizzate e adatto solo a un ristretto gruppo di amanti del genere malinconico.

Gianclaudio Celia

Sangiovese Purosangue: un successo anche per l’edizione 2017

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Sangiovese Purosangue: un successo anche  per l’edizione 2017

Le realtà del vitigno più coltivato d’Italia riunite da Sangiovese Purosangue nella manifestazione che presenta le sue diverse espressioni territoriali

Anche quest’anno Sangiovese Purosangue non si è smentito. Come sempre ha messo insieme i produttori che di questo vitigno hanno fatto la loro vita, rendendo giustizia anche a chi per qualche ragione rimane un po’ più nell’ombra.

Per la maggior parte delle persone Sangiovese fa rima con Toscana e come biasimarli.

Per tutti quelli che non hanno fatto del vino il proprio interesse primario sembra un’affermazione abbastanza logica. Era il vino della Firenze dei Medici, il suo commercio era regolato dalla corporazione dei Vinattieri e veniva venduto nei “toscanelli”.

Oggi nome dei sigari ma allora riferito a fiaschi di due litri dal collo allungato e rivestiti di paglia.

Vino e vitigno quindi, fortemente intrisi della nostra storia e radicati nella nostra cultura.

Così tanto da aumentare nel tempo la sua presenza per diventare la tipologia di vite più diffusa sul territorio nazionale.

Rispetto alle degustazioni monotematiche focalizzate su una sola Doc, la peculiarità di Sangiovese Purosangue è quella di pescare nei territori di produzione del Sangiovese proponendo una selezione delle sue diverse realtà.

Certamente è stata la Toscana a fare la voce grossa, ma anche la Romagna in cui la tradizione del Sangiovese è ben radicata. Poi qualche altra referenza tra Umbria e Lazio, ma il riferimento da considerare non è certo quello regionale.

Molteplici i territori di produzione presenti per altrettante espressioni diverse.

Il valore dell’evento realizzato dell’EnoClub Siena sta proprio qui. Mettere insieme le differenti anime del Sangiovese, componendo un mosaico di quello che il vitigno può dare.

Le diverse sfumature di eleganza propria che ogni territorio imprime univocamente ai suoi vini.

Le presenze ai banchi d’assaggio e per i seminari dedicati, certificano nel miglior modo possibile il successo registrato dall’evento.

Il pubblico era in fila per accedere alle sale del Radisson Hotel anche negli orari solitamente meno frequentati per una degustazione.

Ad accogliere gli ospiti all’inizio della sala, un banco collettivo con una prima parte dedicata alla zona di Montalcino.

A rappresentarlo degnamente tra gli altri i Brunello di Terre Nere, Il Marroneto e Fattoria dei Barbi più altri ottimi Rossi della Doc Montalcino.

A fianco la batteria del Chianti Classico con la riserva di Castello di Radda, il Gran Selezione di Colle Bereto, Villa Calcinaia, Felsina ed altri ancora.

Superata questa sorta di barriera d’ingresso, erano molti i produttori presenti ad accogliere gli appassionati. Ognuno disponibile a spiegare metodi e modalità del proprio lavoro.

Tantissime le aziende di livello assoluto, impossibile assaggiarle tutte. Altrettanto impossibile tralasciarne alcune come il gruppo delle “Le”.

Le Chiuse, Le Macioche, Le Potazzine, Le Ragnaie, che insieme a Tiezzi riescono a dare un’idea della grande qualità dei vini della zona di Montalcino.

Poi ancora Chianti Classico con l’Azienda Monterotondo di Gaiole Alta e il suo proprietario, da cui raccogliere anche interessanti pareri sulle politiche del consorzio, oppure con l’Azienda I Fabbri, etichetta storica di Lamole che la proprietaria ci mostra in edizione originale del 1920.

In Romagna i vini sono sembrati essere d’approccio più robusto ma senza rinunciare all’eleganza, come in quelli dell’Azienda Mutiliana dalla zona di Modigliana o quelli di Ca’ di Sopra di Marzeno.

Sensazioni rafforzate nel Lazio con il Sangiovese di Tre Cancelli, che nel “Siborio” raccorda l’influsso del mare con quello del territorio vulcanico.

Anche con questo produttore c’è stato modo di parlare delle politiche di riorganizzazione delle Doc, per capire che il Lazio è ancora vivo e mostra tutta la sua voglia di recuperare il tempo perduto.

Prima di congedarsi valeva la pena far visita allo “special guest”, ormai quasi un habitué di Sangiovese Purosangue. l’Azienda Maccario Dringenberg con il suo splendido Rossese di Dolceacqua.

Vitigno e territorio Liguri di cui si parla sempre troppo poco, ma questa è un’altra storia.

Eventi come questo sono l’ideale per tutti. Dal neofita in su, invogliano ad approfondire e non cercano di costruire  una barriera sociale in cui isolarsi “rendendo il vino seducente”.

Ne hanno come unico scopo quello di vendere qualcosa fine a se stesso ma anzi, servono a coltivare la passione nel tempo. Attività che a Roma ci si aspetterebbe essere svolta da altri.

Bruno Fulco

Verdi esotico, americano e infinitamente ricco di effetti: Alzira

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Verdi esotico, americano e infinitamente ricco di effetti: Alzira

Continua l’avventura di #CantaCheTePassa arrivando addirittura nelle lontanissime Americhe con l’Alzira di Giuseppe Verdi.

Alzira è una delle opere meno rappresentate di Giuseppe Verdi, e non se ne capisce il perché. La composizione, andata per la prima volta in scena al Teatro San Carlo di Napoli il 12 agosto 1845, è estremamente interessante. Basata su Alzire, ou les Américains di Voltaire, la trama è veramente stimolante.

La trama

Siamo in Perù. Zamoro, creduto morto durante una battaglia contro l’invasore spagnolo, viene a sapere che l’amata Alzira e il padre di lei Ataliba sono prigionieri. Gusmano, figlio dell’anziano governatore spagnolo Alvaro, proclamare di volere la pace con le tribù chiedendo la mano di Alzira. Ella rifiuta, nonostante le richieste insistenti di Ataliba, in quanto ancora fedele al suo amato Zamoro. Egli riesce ad entrare nei palazzi e può riabbracciare Alzira. Ma i due amanti vengono scoperti e Gusmano fa arrestare Zamoro. Il padre Alvaro, memore che Zamoro precedentemente gli aveva salvato la vita, intercede per lui e gli dona la libertà.

Ma Zamoro cade prigioniero in un successivo scontro. Alzira allora fa un giuramento a Gusmano: sarà sua se l’amato sarà libero. Intanto Zamoro riesce a fuggire e, avendo saputo dei preparativi delle nozze, penetra nel palazzo di Gusmano e lo pugnala a morte. Gusmano morente afferma che Alzira aveva accettato le nozze con lui stesso solo per salvare la vita del suo amato. Dopo aver benedetto la coppia, Gusmano muore tra le braccia del padre Alvaro.

https://www.youtube.com/watch?v=l8D-A2Rbl3s

Lo stile

È ancora un’opera legata agli stilemi giovanili verdiano: irruenza, cori magniloquenti, cavatina d’ingresso in forma recitativo-aria-cabaletta. Ma la musica è di una raffinatezza veramente estrema. Già nell’ouverture Giuseppe Verdi mette in luce dei colori esotici nell’orchestra, estremamente particolari e possiamo ben dire unici. Vi sono momenti di grande effetto drammatico, come l’entrata di Alzira Da Gusman su fragil barca, quando lei sogna la morte del suo amato. Ma prima dell’inizio dell’aria, Giuseppe Verdi crea un effetto particolare con gli archi, tale da rimandarci ad un mondo magico e misterioso. Uno dei momenti più alti dell’opera è il finale I numi tuoi, vendetta atroce, quando la voce di Gusmano sofferente si adagia sul delicato incedere di un’arpa, misto a momenti estremamente solenni affidati al coro e agli altri solisti.

Purtroppo sono poche le incisioni e le esecuzioni (una storica ripresa fu quella di Roma nel 1967 con la grande Virginia Zeani). A mio avviso, per raffinatezza e gusto, direi che non deve mancare sugli scaffali di ogni melomane l’incisione del 2001 diretta da Fabio Luisi con l’Orchestre de la Suisse Romande e il Choeur du Grand Théâtre de Genève con Marina Mescheriakova come Alzira, il grande Ramón Vargas come Zamoro (di cui nel video soprastante sentite l’esecuzione della cavatina Un Inca…eccesso orribile) e Paolo Gavanelli come Gusmano.

Arrivederci alla prossima settimana con un titolo dalla furia devastante: Attila!!

Marco Rossi

@marco_rossi88

Rinunciare all’immortalità per amore

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Rinunciare all’immortalità per amore

Storie d’amore tra umani e immortali: da Buffy e Angel a Bonnie ed Enzo.

Nelle recenti (e ultimissime) puntate di The Vampire Diaries non è Steroline a farci sognare, né Delena.

Sono Bonnie e Enzo, o meglio Benzo, ad attirare la nostra attenzione.

Nell’episodio 8×09 The Simple Intimacy of the Near Touch il vampiro più sexy di sempre ha regalato all’ex strega un ciondolo con il suo sangue per poterla guarire qualora non fosse nei paraggi.

Semplice premura o implicito invito a diventare una succhia-sangue?

Bonnie ha paura di diventare un vampiro, anche perché teme di compromettere il risveglio di Elena, la cui vita è legata a lei da un incantesimo. Quindi lancia la controproposta:

E se fossi tu a prendere la cura e a diventare umano?

http://gph.is/2b6fg9J

La faccia di Enzo non lascia trasparire alcuna risposta, ma è plausibile che un amore come il suo potrebbe condurlo verso il fatidico .  Del resto, anche Damon ci stava pensando prima che Kai rovinasse i suoi piani.

Ma ve li immaginate questi vampiri, abituati a vivere senza fare nulla, nel mondo reale delle bollette e delle pappette per i pargoli?

Di fronte al dissidio vampiresco di rinunciare all’immortalità, come non pensare a Buffy The Vampire Slayer, la serie che rese celebre la problematica?

Il vampiro Boreanaz, su consiglio della madre della cacciatrice, lasciò Sunnydale alla fine della terza stagione per far sì che  Buffy fosse libera di vivere una vita normale.

Si ricordi che i due non potevano nemmeno consumare il loro amore perché Angel diventava cattivo ogni volta che raggiungeva la felicità.

Era l’amore proibito per eccellenza!

Con questo “abbandono” a fin di bene abbiamo guadagnato lo spin-off Angel, la tenue love story di Buffy con Riley e la turbolenta passione con Spike.

Nella stagione finale, tuttavia, Angel manifesta ancora i suoi sentimenti per Buffy:

Buffy: Angel! Lo ammetto, a volte anche io penso al futuro.
Angel: A volte è già qualcosa.
Buffy: Potrebbe volerci molto tempo, anni, se mai accadrà.
Angel: Tanto io non invecchio.

Siamo assolutamente certi che moltissimi dei fan di Buffy abbiano sperato fino all’ultimo che la coppia si riunisse.

Soprattutto dopo l’episodio di Angel 1×08, I Will Remember You, in cui il vampiro diventa umano grazie al sangue di un demone, consuma la passione con Buffy, ma poi deve “rimangiarsi” tutta la giornata perché gli Oracoli gli annunciano che da umano non potrà aiutarla nella battaglia finale, causandone indirettamente la morte.

Ennesima prova d’amore da parte del tenebroso, che sarà l’unico a conservare il ricordo dellabuffy e tvd magnifica giornata insieme. 

La situazione, quindi, è un po’ differente rispetto a The Vampire Diaries, per il fatto che Buffy ha un destino da seguire, non sarebbe mai diventata un vampiro.

Bonnie, invece, fa una scelta etica, totalmente personale. Non ha nessun vincolo, non è nemmeno più una strega.

Si potrebbe pensare a tante trame analoghe, come quella di Twilight, dove Bella resta incinta del vampiro Edward ed è costretta a diventarlo a sua volta per non morire durante la gravidanza.

Ma sono storie da film, da consumare in un paio d’ore. Nel caso delle serie tv la sofferenza si sviluppa episodio dopo episodio. E’ una lenta agonia verso il finale, che lascia riflettere molto sul potere dell’amore.

Tanti beniamini del piccolo e del grande schermo sono disposti a sacrificare il dono dell’immortalità, uno dei traguardi più anelati dall’essere umano, per condividere l’esistenza con chi amano.

Il dolore più grande viene incarnato dalla perdita della dolce metà.

Quindi il messaggio delle creature immortali è che la vita eterna non significa nulla se non viene condivisa con l’anima gemella.

Sarà proprio così? La caducità della vita insegna che l’amore, spesso, muore molto prima dei due partner.

Si può davvero credere che l’immortalità insegni ad apprezzare più della morte l’importanza dei rapporti speciali?

Non dovrebbe essere la caducità a renderci più consapevoli della bellezza di alcuni sentimenti?

Non si può sapere, visto che la vita eterna non è di questo mondo. Anche se il più delle volte tendiamo a sentirci eterni e a dare per scontato tante cose semplici, belle, pure e raramente reperibili.

Come, ad esempio, l’amore.

Alessia Pizzi

Florence Foster Jenkins, profumo di Oscar per la grande Meryl Streep

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Florence Foster Jenkins, il ruolo stonato di Meryl Streep

Meryl Streep torna al cinema con uno dei ruoli più intensi della sua carriera, la cantante stonata Florence.

C’è profumo di Oscar nell’aria, a poche settimane dalla cerimonia più attesa dai cinefili, che avrà luogo il prossimo 26 febbraio. Tutti siamo in attesa di scoprire chi saranno i vincitori di quest’anno, anche perché di film e attori meritevoli in lizza ce ne sono davvero tanti.

Ma ce n’è una che si distingue come sempre: è lei, la regina di Hollywood, Meryl Streep. Candidata come Miglior Attrice Protagonista, la Streep si è cimentata in un altro ruolo particolarmente impegnativo, quello della cantante Florence Foster Jenkins, ottenendo la nomination numero 20.

Un record per una delle attrici più meritevoli di Hollywood, vincitrice di già 4 Oscar e che, da circa 40 anni, continua ad essere interprete di alcuni tra i ruoli più memorabili del cinema, tra cui Joanna Kramer in Kramer contro Kramer o Margareth Thatcher in The Iron Lady tra i tanti.

FLORENCE, UNA VITA DEDICATA ALLA MUSICA

Stavolta, grazie a Stephen Frears che l’ha scelta per il suo ultimo lavoro, Meryl interpreta Florence, ereditiera di inizio ‘900 con un immenso amore per la musica. La donna passò alla storia come la peggiore cantante lirica di sempre, vista la sua poca propensione per il canto ma compensata da una determinazione senza precedenti.

Già da piccola Florence manifestò la sua passione, incoraggiata dai genitori che le permisero di prendere lezioni. Successivamente, venne poi dagli stessi ostacolata quando chiese di poter proseguire i suoi studi all’estero. La giovane, da poco sposata con Frank Thornton Jenkins da cui poi divorziò, scappò con il neomarito a Filadelfia, dove fece l’ insegnante di pianoforte, lavoro che dovette abbandonare quando contrasse la sifilide e iniziò ad avere seri problemi alle articolazioni.

 L’eredità di una grossa somma di denaro alla morte del padre e l’incontro con l’attore St. Clair Bayfield, suo fedele sostenitore e marito, la spinsero a riprendere in mano il suo grande sogno: diventare una cantante.

Ed è proprio da qui che parte la pellicola di Frears, concentrandosi sull’ultimo anno di vita di Florence Foster Jenkins, determinata a coronare il suo sogno e salire su uno dei palchi più famosi di New York: il Carnegie Hall.

Florence ha, ormai, settantacinque anni circa ma continua ad esibirsi per gli amici. Nonostante l’età e lo stadio avanzato della malattia con cui da 50 anni convive, la donna è piena di vitalità e passione e riuscirà ad arrivare al suo scopo.

MERYL, LA REGINA DELLA VERSATILITA’

Ancora una volta, Meryl Streep ruba la scena al resto del cast, nonostante sia accompagnata da Hugh Grant, perfetto nella parte del marito St. Clair. E come potrebbe essere diverso? La Streep è una di quelle che si possono definire Grandi attrici, con la g maiuscola.

Negli anni abbiamo imparato che ogni suo personaggio, perfettamente caratterizzato e immancabilmente originale, diventa indimenticabile e pare realizzato a misura su di lei. Anche con Florence, infatti, Meryl dimostra la sua grande capacità di immedesimarsi in una personalità fragile ma al contempo determinata a superare i suoi limiti, facendo commuovere chiunque raccontando la storia di un non-talento che però ha fatto la storia.

Se non ci fosse stata Meryl Streep a dare corpo e anima a Florence, probabilmente non ci saremmo ricordati facilmente di questo film, non il migliore del regista a livello di scrittura ma sicuramente uno dei più toccanti a livello emotivo.

Riuscirà Meryl a vincere la sua quinta statuetta? Staremo a vedere, sicuramente l’attrice ha lasciato un altro segno indelebile nel cinema contemporaneo, grazie ad un altro personaggio davvero speciale.

Ilaria Scognamiglio

La geometria delle abitudini, nuovo disco per i Vostok

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La geometria delle abitudini, nuovo disco per i Vostok

Brividi. Sono brividi quelli che ti scorrono lungo la spina dorsale ascoltando i Vostok.

Il gruppo nasce nel 2011 da un’idea di Giuseppe Argentiero che ha previsto da subito una collaborazione stabile con Mina Carlucci e l’alternarsi di diversi altri artisti.

Ma da dove proviene il loro nome? La parola è russa e significa “est”. Il riferimento è al progetto sovietico – Vostok appunto – di missioni spaziali che riuscirono a portare, per la prima volta nella storia, un uomo nello spazio.

L’est, anzi il sud-est, è anche il luogo di origine di questo duo: entrambi i musicisti sono infatti pugliesi.

Vostok geometria delle abitudini

“La geometria delle abitudini” è il secondo album dei Vostok che uscirà il 31 Gennaio per la neonata etichetta Nonomori.

A quattro anni di distanza dall’uscita del loro primo disco – “Lo spazio dell’assenza”, disponibile on line – i Vostok tornano con nove brani inediti per regalarci mezz’ora di musica intima, calda e profonda. Indefinibile il loro genere musicale: probabilmente un mix di cantautorato, ethereal neofolk, smooth jazz e neoclassica.

La magnifica voce di Mina Carlucci, le chitarre acustica e classica suonate con eleganza da Giuseppe Argentiero, il sax puntualmente aggiunto, così come i violini, rendono tutto molto magico. La musica, curata nei minimi dettagli, è accompagnata da testi gravidi di poesia (tutti in italiano, uno in inglese), nove canzoni che ci coccolano.

  Avia è il primo singolo estratto da “La geometria delle abitudini”

Avia è una particolarissima dichiarazione d’amore.

Racconta della difficoltà di lasciarsi andare alle emozioni, di far crollare le barriere e lasciarsi amare. Ed è proprio come se un muro venisse buttato giù quando quasi a metà del brano il solo di chitarra e voce incontra le arcate dei violini. Si aggiungono anche basso e batteria con un incedere lento, ma energico, rassicurante.

È un crescendo di volumi, tonalità, emozioni. Il tutti si affievolisce poi lentamente per lasciare la conclusione alla sola voce accompagnata dalla chitarra. Si torna alle origini, ma con un bagaglio di emozioni tutto nuovo.

In questo senso Avia è perfetta sintesi dell’intero disco (e della sua geometria).

Come un cerchio che si chiude, infatti, la prima traccia dell’album si intitola L’ultima notte, mentre l’ultima è Un nuovo giorno. Una scelta di titoli chiastica e ossimorica insieme: l’inizio è una conclusione e la fine è un nuovo inizio. Nel mezzo, un dispiegarsi dolce e malinconico dell’anima. Ai brani cantati si alternano pezzi interamente strumentali in un equilibrio quasi mistico.

Insomma entrare in contatto con la musica dei Vostok è un’esperienza che ha del sublime. È come fluttuare nello spazio in assenza di gravità: dolce e solitario. Ascoltare per credere!

L’appuntamento è per martedì 31 gennaio, con l’uscita de “La geometria delle abitudini” in edizione fisica e digitale: non perdetevelo!

Francesca Blasi e Francesca Papa

Ecco a voi Messer Inverno: la stagione in corso dal pennello di Arcimboldi!

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Ecco a voi Messer Inverno: la stagione in corso dal pennello di Arcimboldi!

Pronti per un altro Infuso d’Arte? Questa volta c’è un personaggio molto speciale, un inverno vecchio e burbero con molte cose da dire. Preparate il bollitore, prendete tazza e filtro e mettetevi comodi. Si comincia!

Avete tirato fuori i vostri vestiti più pesanti? Eh sì perché 29, 30 e 31 gennaio sono noti come i giorni più freddi dell’anno, quelli in cui Messer Inverno fa sfoggio di tutte le sue abilità. Sul menù ci sono tramontana, neve e tanta voglia di rintanarsi in casa.

E visto che questo è proprio il suo momento, direi che è il caso di presentarvelo: ecco a voi il vecchio signor inverno,  gentilmente offerto dalla fantasia e dal pennello di Giuseppe Arcimboldi.

Dipinto per gli Asburgo nel 1563 quest’olio su tavola è oggi conservato al Kunsthistorisches Museum di Vienna. Puoi vederlo qui.

Accigliato e spettinato l’inverno non è altri che un vecchio rugoso, duro come il tronco spaccato che gli fa da volto, da collo e da lineamenti. Un tipo tutto d’un pezzo insomma.

Il legno infatti è quasi l’unico elemento che Arcimboldi ha usato fatta eccezione per il fungo che fa da labbra e per l’edera che forma i capelli sulla nuca.

Quanto all’abito non può che confermare il carattere rigido e spartano del vecchio, dimenticate mantelli e panneggi di velluto: una stuoia arrotolata per lui basta e avanza. Un completo che non è davvero l’haute couture dell’epoca. L’unico vezzo che si concede sono i due agrumi che fanno da spilla. Di lui inoltre non sappiamo nulla perché lo sfondo scuro lo isola da qualunque contesto se non quello dell’allegoria.

Una presentazione che ha davvero poco della nostra idea di freddo, fatta di neve, sciarpe e tazze di cioccolata. Piuttosto ci fa pensare alla durezza degli inverni contadini, mitigata solo dai pochi frutti della terra  e da alcune piante resistenti al gelo. Come gli agrumi e l’edera che vediamo dipinti. Non proprio uno scenario da cartolina.

L’inverno all’epoca di Arcimboldi era associato al sonno, alla morte, e ai principi sotterranei di umidità e buio. Decisamente un buon motivo per dipingerlo vecchio e poco socievole. Ovidio lo descrive come un tipo inquietante che detesta ogni raggio di sole e che se potesse ghiaccerebbe anche quel poco che ha resistito al gelo avvolgendo la terra in una cappa di umidità e di nebbia. Direi che è proprio lui.

Ma il vecchio Messer Inverno non è stato immaginato da solo. No davvero, Arcimboldi a fargli compagnia dipinse per la corte di Massimiliano II d’Austria anche le altre stagioni. La giovanissima primavera, la giovane estate e l’autunno come uomo di mezza età completano la serie e offrono anche qualche ipotesi succulenta.

Alcuni studiosi infatti ritengono che le quattro stagioni avessero lo scopo di celebrare il dominio della casata d’Austria sul macrocosmo (tempo ed elementi) tempo e sul microcosmo (gli oggetti che compongono i dipinti). Tutte le stagioni sarebbero infatti dei ritratti dissimulati del sovrano.

I dipinti della serie possono essere messi uno di fronte all’altro per coppie. L’inverno guarda l’autunno e la primavera guarda l’estate, i due vecchi e le due giovani. Un giochino che si fare anche mescolando la serie delle stagioni con quella degli elementi, dipinta negli stessi anni. L’inverno va col fuoco, l’autunno con la terra, la primavera e l’estate con l’acqua e l’aria. Tutto questo aveva lo scopo di mostrare come il potere del sovrano fosse assoluto.

E per essere sicuri che fosse ben chiaro in ogni dipinto di entrambe le serie è nascosto un elemento che rimanda alla figura del sovrano. Dal collare del Toson d’Oro nel Fuoco, all’aquila nell’Aria. Nel caso dell’inverno il simbolo è un acciarino (elemento che componeva il collare del Toson d’Oro) impresso sulla stuoia. Insomma un modo originale di ricordare all’osservatore chi è che comanda.

E con Messer Inverno in libera uscita niente di meglio di un infuso, d’arte ovviamente, al calduccio di casa. Arrivederci tra due settimane per un nuovo appuntamento con il relax storico artistico!

Chiara Marchesi