Torino 2017: Wind River, il freddo dentro l’anima

wind river

Non è possibile parlare di questo film senza partire dal suo autore, e da altri due titoli precedenti.

Winder River infatti completa idealmente una trilogia iniziata con Sicario e proseguita con Hell or High Water. Una trilogia ufficiosa, appunto, che come comune denominatore ha il nome di Taylor Sheridan. Se nei precedenti film Sheridan è sceneggiatore, ora con Wind River passa anche alla regia, e non a caso il risultato riassume in maniera praticamente incontaminata tutte le sue caratteristiche.

Sicario aveva l’intensità e la potenza espressiva del cinema di Denis Villeneuve. Hell or High Water, diretto da David Mackenzie, puntata sulle sfumature tragicomiche dei suoi personaggi. Adesso invece Wind River non cerca mezze misure, non cerca scorciatoie, è un thriller d’atmosfera come pochissimi sanno fare. Ancora una volta è una storia di frontiera: prima il confine col Messico, poi quello ideale del vecchio west, adesso il sempre travagliato rapporto col mondo delle riserve indiane. Wind River, in realtà, rimane un neo-western nella struttura e nei meccanismi, con semplicemente le motoslitte al posto dei cavalli e la neve al posto dei desertici canyon.

Neve, tanta neve, e un freddo continuamente sottolineato che si percepisce ben oltre lo schermo, ben oltre la finzione. Le storie di Sheridan sono thriller, appunto, ma il focus è sempre sui personaggi. Le sue sono figure travagliate interiormente, le cui ferite morali e personali caratterizzano il loro percorso ed il divenire della vicenda.

La temperatura gelida di Wind River è quella dell’anima dei suoi personaggi, quelli negativi ma anche quelli positivi.

Jeremy Renner, bravissimo nel lavorare in sottrazione lasciando trasparire tutto il suo disagio – tornando in pratica alle caratteristiche straordinarie che lo avevano lanciato in The Hurt Locker prima e in The Town poi – è il classico eroe silenzioso, tormentato e riluttante dell’universo di Sheridan. Il tipico personaggio dei western classici, citando il genere nuovamente, che ha accettato il dolore e ne fa un’arma.

Forse il personaggio di Elizabeth Olsen è leggermente sprecato, ma rimane funzionale al racconto. L’ennesima figura, insomma, costretta a sopravvivere in un ecosistema inquinato dall’umanità più animalesca. Quelle di Sheridan sono purissime indagini sul male che si insidia dentro ognuno di noi. La frontiera, i paesaggi ai limiti, nemmeno troppo velatamente rappresentano sempre i confini morali contro cui gli umani puntualmente vanno sbattere.

Wind River forse non è l’opera più completa di questa ideale trilogia, ma certamente la più efficace e potente. Sfruttando la semplicità del thriller classico Sheridan non cerca scuse estetiche e punta dritta all’atmosfera, che avvolge dal primo all’ultimo secondo lo spettatore in un mondo nel quale può esserci catarsi ad attenderci al varco, ma solo la consapevolezza che l’accettazione dei lati più dolorosi può aiutarci a combatterli.

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Emanuele D’Aniello

Emanuele DAniello
Malato di cinema, divoratore di serie tv, aspirante critico cinematografico.

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