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Il rosso scialle della Lupa al Teatro Quirino

Arriva dai campi, emerge dal grano; papaveri rossi, rosso lo scialle e il cuore malato. Malato il suo cuore o quello degli altri? Lei la Lupa o lupo il mondo?

Un terrazzamento biondo di spighe è ricavato nel palco, con un cielo curvo come la pagina di un libro illustrato. Le figure emergono dal grano ed è proprio quest’ultimo a dettare l’impressione dello scorrere del tempo. Sono le messi di una realtà contadina immersa in uno stallo surreale. Quella Sicilia percepita con l’occhio dell’osservatore silente, tirata da Verga a Vittorini e carica di illusioni e tramonti che spezzano l’orizzontalità del passare dei giorni. La Lupa torna così al Teatro Quirino, senza pretese di incredibili drammi, ma nella linearità di una vicenda di cuore e comunità. Lina Sastri veste i panni della ‘Gna Pina, la tanto maledetta Lupa, con Giuseppe Zeno a fare da uomo del desiderio: Nanni. La regia di Guglielmo Ferro veglia dall’alto e la scenografia di Françoise Raybaud attira lo sguardo tutto intorno.

Vediamo se ti basta il cuore.
Siccome non bisogna dare nulla per scontato, per chi non lo sapesse la storia in questione è un po’ una favola di vita reale: un documento orribile di qualcosa che potrebbe essere successo, connotato da una lampeggiante oscurità; la fame dell’istinto, del sesso. C’è una donna e la sua passione dirompente, la Lupa divora mariti, ed un uomo, un contadino, Nanni. Lui si confronta ambiguo con l’improvvisa volontà di lei di donarsi a lui; la scelta di un compagno che non ricambia si trasforma in un’ossessione fatale. Costretta la figlia a sposarlo al posto suo, resta in casa ad insidiare la salute del matrimonio. Non è forse lei la padrona della casa? E mentre il paese spettegola di maledizioni con la malizia di una massa di comari, lei tornerà ad ossessionare Nanni. Solo che stavolta lo troverà con la scure fra le mani. Se questa è la novella, l’adattamento teatrale è meno rapido, diluito, più semplice nella sua realtà. Quando l’istinto fa una richiesta che fuoriesce dal ritmo della comunità, non c’è scampo ad un destino crudele da ciascuno imposto. 
Lina Sastri è una Lupa quasi spagnola, con l’aria sensuale di un tango ammantato dal sudore del lavoro e dalla brezza della sera. Lungo è il vestito nero. Eppure, sebbene il sapore dell’isola profumi del sentore dei campi e dell’imprevedibile esplosione dei balli, non è del tutto Sicilia. È una scelta intelligente quella di limitare l’esasperazione del carattere dell’ambiente. Senza scadere in una ridicola parodia di se stessa, la scenografia e la voce dei personaggi non appesantisce il senso di appartenenza della storia. La Lupa è una novella italiana e italiana è la sua prosa, come ha spiegato Lina Sastri, intervistata il 19 novembre da Rai News 24. Così, di fronte ad un cast non del tutto originario dei luoghi, si è optato per una versione in cui il dialetto fosse più un’intonazione. Tutt’al più un richiamo leggero o un gesto, un andamento del passo. Insomma, piuttosto che imitare con tristi effetti qualcosa di non proprio, è stata vincente la tattica di rendere la parlata una libera componente della personalità di ciascun attore.
La Lupa però non perde il colore: rimane la sensualità struggente di una creatura innamorata, adulta nel corpo ma indifesa nella purezza del sentimento e del suo abbandono. Subdola nell’azione, vendicativa a suo modo, vive in una disperata preghiera del corpo, rivolta alla natura del paesaggio piuttosto che al dio del paese. L’uomo che ha scelto ha il tratto, la posa, la voce ossessionante. Non è un amore passivo né lei è debole, se non forse verso la comunità stessa, con la quale domina l’incomunicabilità di due linguaggi. Come ha raccontato Lina Sastri alle telecamere di Rai News, “[…] chi è libero a volte paga la sua libertà anche con la vita.
Nanni e la Lupa sono anime calde, su uno sfondo dorato del quale solo loro paiono percepirne le carezze eccitanti del grano che danza. È quella fatica, quella realtà dolorante di Verga che qui si trasforma in un’altra faccia, salvata dalla rigida staticità della fede, dall’ottusità dei commenti, di cui comunque è vittima. Ecco, il lavoro produce una carica che dalla stanchezza evolve al contatto irresistibile tra vesti e corpi. Ardono, tesi e fessi dalla giornata, ma vivi ancora più in dentro. L’aria si vivifica di struggenti canzoni ed è poesia di colori artificiali sopra l’amore isolato della Lupa. Lei ed il suo canto di madre, di fertilità non ricambiata. 
Maledetto chi si pente.” E in fondo è un maledettismo fatale ad animare il suo amore, dalle radici così profondamente scavate nell’antica forza delle identità umane. 
Ci sono però degli elementi nella messa in scena che lasciano perplessi. Un dubbio che trova conferma nei commenti del pubblico. L’audio si rivela un problema. È vero: non si può pretendere dalla voce di tutti la sensibilità di poter fare a meno dei microfoni, spesso indispensabili per motivi di acustica. Eppure, a voler essere franchi, stavolta le parole troppo spesso si confondono; manca la nitidezza del suono per poterlo comprendere fino all’ultima lettera pronunciata. Nel complesso, il fenomeno frustra il ritmo, l’ascolto e forse anche l’esecuzione. È difficile dire se sia un problema tecnico o anche solo un incidente. Nel dubbio, la Lupa resta la Lupa, ma capita che a volte la sua voce non arrivi.

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

“Ramificazioni”, la rassegna artistica per il Piccolo di Pietralata

Al Teatro Piccolo di Pietralata, una rassegna natalizia dedicata all’arte performativa indipendente romana. Antonio Marino ci parla di Ramific_azioni. Giovani in cerca d’occupazione.

Nel quartiere romano di Pietralata c’è uno spazio un po’ nascosto e ancora troppo poco conosciuto che, con le forze che possiede, cerca di fare la sua parte nel ricco, dispersivo ed eterogeneo panorama degli eventi performativi romani. Il Teatro Piccolo di Pietralata però, nella calma dell’ombra dei riflettori maggiori, ha da poco tempo operato una scelta non sottovalutabile: offrire i suoi spazi in residenza alla Compagnia No.No, giovane e sempre più attiva realtà artistica del panorama della danza contemporanea capitolina. È dal connubio tra il luogo e gli artisti che nasce l’idea di dar vita ad un appuntamento natalizio che possa essere stimolo per il quartiere, e non solo, di trasformare il Piccolo di Pietralata in un punto di incontro.
Ramific_azioni giovani volenterosi in cerca d’occupazione, è la nuova rassegna rivolta alle compagnie indipendenti ideata da Antonio Marino, autore e danzatore della Compagnia No.No, che si svolgerà negli spazi del Teatro Piccolo di Pietralata il 29 novembre, il 6 e il 20 dicembre. Tre domeniche da dedicare all’arte, in particolare alla danza e al teatro, che intendono trasformare il luogo in un centro vitale per il quartiere, una piazza di scambio e confronto tra cittadini, spettatori e artisti.
Ad aprire la piccola vetrina sarà La mia neve incanta, reading letterario di poesie e racconti di Antonio Marino e Lucio De Francesco con musiche dal vivo di Neuma trio jazz, il 29 novembre alle ore 18.00. Sarà invece decisamente più densa la domenica seguente, dedicata alla danza, che dalle 17.30 presenterà tre diverse performance: Ainoyume di Chiara Alborino/Danza Flux, II Change di Francesca B. Vista/Atacama, Present (research) della Compagnia No.No; chiuderà poi il concerto jazz Standard Images. Per finire, il 20 dicembre alle ore 18.00, la Compagnia No (Dance first Think later) presenterà lo spettacolo teatrale “NAPOLI TRIP” Indagini su Annibale Ruccello.
Per conoscere di più una manifestazione che ancora non ha avuto luogo, abbiamo parlato con chi l’ha ideata. Eccovi una piccola conversazione con Antonio Marino.

Da qualche tempo la Compagnia No.No è in residenza presso il Teatro Piccolo di Pietralata. Cos’è attualmente questo luogo per il quartiere? Pensate che la vostra presenza possa trasformarlo e renderlo un nuovo punto di riferimento per la scena romana?
Parlare di scena romana è ancora troppo presto secondo me! Effettivamente il primo obiettivo che ci siamo posti, soprattutto con Ramific_azioni, è proprio quello di avvicinare la gente del quartiere innanzitutto, mettendo il teatro di Pietralata al centro dell’interesse della comunità, pianificando una programmazione semplice, fruibile che possa far parlar di sé e che stimoli il pubblico a tornare, senza “allontanarlo” come troppo spesso accade, con spettacoli autoreferenziali e fintamente “contemporanei” facili da trovare soprattutto quando si parla di lavori indipendenti.
Spesso si discute dell’importanza di avere un Luogo, della possibilità che questo concede di creare una progettualità a lungo termine, di agire sul territorio. Come avete affrontato questa nuova opportunità? In che modo inoltre possedere uno spazio ha modificato le vostre modalità di creazione artistica?
Possedere uno spazio è un’arma a doppio taglio. Nel senso che prima di tutto c’è bisogno di un’idea. Un idea di lavoro, un metodo, una storia. Compagnia No.No ha infatti incontrato il Piccolo di Pietralata dopo due anni di intensa attività: (Un premio ad Oriente Occidente, una rassegna al Teatro Vascello e a Ladispoli nello spazio di Paola Sorressa, un intero spettacolo al Teatro Furio Camillo nato senza alcun fondo (For Bergen), la finale al Premio Outlet, e un intervento al Festival Internazionale del balletto del sud a Siracusa. Avere uno spazio per noi è stato fondamentale, soprattutto per dare delle coordinate al nostro lavoro, nella ricerca di un linguaggio stilistico, cominciando a concepire la danza come un mestiere possibile. Se lavoriamo bene, il territorio ne prenderà di certo i frutti. Ma la strada è ancora lunga!
Ramific_azioni è una piccola rassegna dedicata alle compagnie indipendenti della scena romana e non solo. Credete possa essere la prima edizione di un nuovo appuntamento annuale? Qual è la vostra visione per il futuro?
Sono cresciuto artisticamente con Laura Angiulli del teatro Galleria Toledo di Napoli. Ricordo che per finanziare i suoi spettacoli di ricerca e d’avanguardia, la regista, nonché direttrice artistica del auditorium “Caivano arte” (paese in cui sono nato), nel mese di dicembre organizzava la rassegna Fabulae Atellane indirizzate alle compagnie più popolari e conosciute del momento. Comici, cabarettisti, commedie, si alternavano sul palco del Auditorium col solo scopo di ri-portare la gente a teatro. Ramific_azioni ha la stessa matrice. Per sapere se diventerà un appuntamento fisso dobbiamo aspettare i feedback a fine rassegna. Io lo spero. Intanto partiamo con la prima!
La danza a Roma si muove costantemente tra difficoltà e necessità di autocostruirsi delle possibilità. Lo riassume bene il sottotitolo della rassegna: giovani volenterosi in cerca d’occupazione. Cosa significa operare in questa città? Quale situazione avete incontrato? Quali sono i vostri rapporti con le altre compagnie e realtà artistiche romane?
La danza è diventata un lusso. Molti dei miei colleghi si nascondono dietro al dito della “crisi”, ma mamma e papà hanno pronto il materasso salva vita. “Giovani volenterosi” è una frase che incontro spesso negli annunci su internet quando cerco lavoro come cameriere o altro. Siamo volenterosi sì, ma molti operatori se ne approfittano. La situazione che abbiamo incontrato è disarmante. La danza è un pezzo di torta ma gli invitati alla festa sono migliaia. E’ chiaro che per chi fa un lavoro indipendente non restano nemmeno le briciole. Fatto sta che finalmente dall’interno le compagnie cominciano a comunicare, per esempio Danza Flux e Atacama sono molto interessate a sostenerci. Quest’evento è il nostro manifesto di volontà creativa, personalmente ci credo molto, anche perché stiamo facendo una strada molto più lunga rispetto all’iter classico delle compagnie emergenti (Anticorpi XL, Equilibrio). Noi stiamo cercando di creare un qualcosa che vada oltre. Che possa attingere all’arte nella sua totalità e nel pieno rispetto del suo ruolo: comunicare, modificare, interrogare. Uno scambio continuo tra performer e spettatore che è parte integrante, fondamentale del processo creativo. Molti l’hanno dimenticato secondo me. Quello che mi auguro è che si accendi una luce sana nella nebbia dell’incertezza. Sono ottimista!

Chiara Mattei

Hunger Games: Il canto della rivolta Parte 2, la recensione

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L’ultimo capitolo della saga di Hunger Games è la definitiva conferma che, se ancora ce ne fosse bisogno, non abbiamo assistito ad un semplice adattamento di romanzi young-adult, ma ad una delle opere più viscerali e contemporanee degli ultimi anni al cinema. Pur tra i suoi difetti, e le spinte continue verso una semplicità forzata per raggiungere il pubblico più ampio possibile, Hunger Games è davvero una delle saghe cinematografiche più importanti degli ultimi anni, perché ha saputo portare avanti un discorso enormemente serio e radicale senza mai omettere la grande tristezza e violenza, letterale e psicologica, di fondo.
Senza mezzi termini, Il Canto della Rivolta Parte 2 è un film di guerra. Non ci sono dubbi, e non ci sono equivoci possibili. Chi fin dal primo film ha etichettato questa saga come il clone americano di Battle Royale, e liquidata con superficialità come l’ennesimo spettacolo violento fine a se stesso, ora si deve davvero nascondere dietro l’angolo: se il film asiatico infatti proponeva una riflessione sulla violenza nella società moderna, specialmente giovanile, Hunger Games fin da subito ha lavorato su più livelli, avendo in comune soltanto la premessa (non che uno sia migliore dell’altro, dico solo che sono film diversissimi). E’ comunque del tutto irrilevante fare paragoni ora, semmai quello che conta è capire come le pagine di Suzanne Collins prima, ed i film poi, abbiano abbracciato la distopia fantascientifica più classica per fare un discorso politico. Non è forse il caso di scomodare George Orwell, ma siamo comunque in quei territori, che si voglia ammettere o meno.
Se i primi due film si sono concentrati sul mostrare come lavorano le dittature, a cominciare dalla mistificazione dei media e dall’intrattenimento per le masse, col detto “panem et circenses” vero mantra da seguire, gli ultimi due film hanno mostrato invece come le dittature e le rivoluzioni siano quasi sempre due facce della stessa medaglia, mostrando che chi opera per sostituire un despota spesso utilizza i medesimi mezzi. Gli esempi nella nostra storia reale sono interminabili. Non a caso negli ultimi due film ha assunto un ruolo ancora più inquietante l’importanza dei media in guerra, avvicinando la creazione delle immagini di propaganda, in modo tragicamente attuale, a nuovi reality show: non vince chi è più forte, ma chi si sa vendere meglio alla percezione pubblica.
In tale percorso il personaggio di Katniss Everdeen diventa, se possibile, ancora più centrale e fondamentale rispetto ai precedenti film. Non è più la ragazzina impaurita e costretta a diventare macchina omicida dei primi capitoli, e non è nemmeno semplicemente una futuristica Giovanna d’Arco manovrata da forze più potenti di lei: Katniss ora è un personaggio che, muovendosi in bilico tra l’icona e l’umano, deve continuamente prendere decisioni morali difficili, per cui il ricordo di ogni persona morta fin dall’inizio della storia conta, col sentimento che deve essere bilanciato al pragmatismo. Katniss è uno dei personaggi più sfaccettati e meglio riusciti del cinema contemporaneo, autentico simbolo della rinascita del femminismo cinematografico, una ragazza fragile ma forte, profondamente empatica, i cui difetti e lati spigolosi non sono mai taciuti, che ispira chissà quante giovani ragazze nel mondo. E’ ovviamente decisiva la performance di Jennifer Lawrence, per la quale ogni aggettivo è ormai ridondante: quello che stupisce davvero di lei, oltre a rimanerne colpiti film dopo film pur essendo già consapevoli del suo talento, è l’incredibile personalità e intensità, la capacità di non sprecare mai uno sguardo, un’espressione, un gesto, caricando ogni singola inquadratura di emozione vera.
Quello che invece manca a Il Canto della Rivolta Parte 2, se proprio vogliamo essere sinceri, è l’assenza di emancipazione cinematografica dal proprio disegno tematico. Mi spiego meglio: l’intero film fa una fatica pazzesca a condensare i fatti in modo organico, ed è spesso indeciso se raccontarli, rischiando la didascalia, oppure mostrarli, come un buon film dovrebbe fare. Ne consegue una prima ora dal ritmo piuttosto scialbo, l’approccio ad alcuni avvenimenti un po’ anticlimatico – specialmente ad un fatto importante riguardante la sorella di Katniss – e la catena di finali non necessari che hanno ricordato l’incubo Il Ritono del Re (un film che non voleva finire mai). Non a caso, per smuovere le acque il film prova a recuperare nella struttura i giochi mortali dei primi due film: l’invasione a Capitol City assume sempre più i connotati di nuova gara mortale dentro un’arena fittizia. In realtà, il più grande difetto a posteriori è la divisione dell’ultimo libro in due film: considerando soprattutto che la Parte 1 è un film in cui, fondamentale, non succede nulla, e questa Parte 2 inizia in media res e ha un grosso stacco di ritmo verso la metà, è quasi inutile dire che unire i due film, tagliando molte scene inutili, avrebbe regalato un qualcosa di grandioso.
Il Canto della Rivolta Parte 2 rimane comunque, al netto di errori dovuti non alla realizzazione ma alla pianificazione iniziale della storia, la degna chiusura di una saga che pian piano ha mostrato il suo vero volto, ossia quello di una purissima distopia politica che non ha nulla da invidiare, tematicamente, ai grandi classici del genere: che tutto ciò avvenga in un moderno blockbuster altamente spettacolare in grado di parlare ad un pubblico di giovani, lo trovo assolutamente un bene per tutti.
Emanuele D’Aniello

Les Ballets Jazz de Montréal da standing ovation al Brancaccio

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Appuntamento infrasettimanale al Brancaccio che, dopo il successo ottenuto con lo spettacolo Moulin Rouge – The Ballet, propone al pubblico capitolino un’altra compagnia canadese: Les Ballets Jazz de Montréal (BJM). Tre i lavori portati in scena martedì 17 novembre, con unica replica mercoledì 18, ognuno idoneo a sintetizzare la natura versatile e virtuosistica di questa storica compagnia, fondata nel 1972.

La serata si apre con Mono Lisa, creazione di rara e raffinata bellezza del coreografo israeliano Itzik Galili. A Céline Cassone e Alexander Hille è affidato l’arduo compito di eseguire un pas de deux tra i più impegnativi del repertorio moderno, capace di fondere insieme elementi classici e contemporanei. In questo incontro-scontro tra i due, i suoni generati dalle macchine da scrivere diventano guida e input per un disegno coreografico che è contemporaneamente dinamico ed elegante, danzato dai due interpreti continuamente in bilico tra sfida e seduzione.
Mono Lisa

Segue subito dopo Kosmos, del coreografo greco Andonis Foniadakis, pezzo connotato da una straordinaria energia che sprizza dai corpi dei quattordici danzatori, impeccabili nella loro esecuzione fluida e potente. Centro focale della creazione è l’esistenza umana: evidente è, infatti, la frenesia tipica dei nostri tempi rintracciabile sia a livello musicale, sia a livello coreutico, attraverso un movimento dapprima convulso e sincopato, che procede a canone, per poi distendersi divenendo più morbido e respirato. Il risultato è di grande effetto, merito di un’impressionante forza corporea che pian piano tende a scemare guidando lo spettatore verso una sorta di riconciliazione, una pace dei sensi, che si risolve in un unico, grande abbraccio
Harry

È infine Harry a chiudere la serata, salutando il pubblico sulle note di “Danke schön” di Wayne Newton. Creato dal coreografo israelo-americano Barak Marshall, Harry si ispira ai conflitti interiori, propri delle interazioni umane. “La vita – ha, infatti, dichiarato Marshallè una lotta continua nella quale siamo costantemente di fronte a conflitti per quanto riguarda la cultura, il sesso, la specie.” È dunque proprio di questi conflitti che Harry ci parla, ricordando a tratti il Tanztheater di Pina Bausch grazie ad un mix che unisce la danza al jazz, alle canzoni popolari israeliane, alla musica tradizionale e a pezzi puramente recitati. Un finale da gustare a “cuor leggero”, fortemente intriso di speranza e umorismo, che evidenzia il gesto coreografico in tutta la sua potenza, mettendone in mostra le straordinarie e infinite capacità pantomimiche e narrative.
Kosmos

Francesca Pantaleo

The importance of being Miguel Bonneville

Seni di stoffa e sguardo raggelante. Simone de Beauvoir si specchia nella sensibilità di Miguel Bonneville.

Parlare di Miguel Bonneville è una sfida complessa. Si entra nella sala e si vive una performance studiata come un percorso di interpretazione lasciato nelle mani dello spettatore. Insomma, quel genere di arte che Eliot avrebbe definito attiva: un’avventura individuale il cui senso va cercato scendendo con una fioca lanterna in uno scantinato buio. È l’accentuarsi del valore introspettivo del teatro. Solo che non è lecito parlare di scena. Non vi è una trama, non troviamo gli attori. La spiegazione è nel significato della voce perfomance. Sveliamo l’arcano con l’aiuto della Treccani. Performance è un’esibizione artistica dotata di caratteristiche che ne determinano “una certa imprevedibilità” e l’utilizzo del termine, nell’ambito della critica, prende piede dalla sperimentazione degli anni ’70. Detto questo, caliamoci nello spazio delle Carrozzerie n.o.t. Sono loro ad aver ospitato Miguel Bonneville la sera del 14 novembre, nell’ambito della rassegna Teatri di Vetro. Il titolo del lavoro è The importance of being Simone de Beauvoir. Chi è Simone? Non diamolo per scontato. In breve, è stata la compagna di Sartre e viene considerata madre del movimento femminista ai tempi delle contestazioni studentesche. Non c’è voluto molto per trovare una citazione ad hoc in grado di fornire una visione del personaggio che si rispecchi nel lavoro che andiamo analizzando.

 
“Con i tacchi bassi, i capelli tirati, somiglio ad una patronessa, ad un’istitutrice […].
 
Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. […]”

S. de Beauvoir, La forza delle cose (La Force des choses, 1963)
Miguel si presenta nell’oscurità della sala. Delle luci fioche, quasi fosforescenti nell’impercettibile, rivelano una sagoma nuda. La posa del corpo, l’illusione dei tacchi e la sensualità del passo lascerebbero pensare ad una donna. È un travestimento, un inganno: un gioco di identità caricato dalla forza di una musica a tratti jazz, a tratti elettronica, tendente all’incubo. Sax e tromba rollanti in questa oscurità. I sensi si scuotono e i suoni evocano all’istinto la sensazione di pericolo. È una richiesta a precipitarsi in una ricerca di significato, sfidando una figura che ammicca con delle pupille gelate ed uno sguardo spaventosamente vuoto. Chi è? Non lo sappiamo. Ogni risposta è fallace, qualcosa la svia: un gesto, un movimento. Non è Simone? Non è Bonneville? Limitiamoci a questo: è un corpo di uomo che si acconcia i capelli, si veste. C’è uno specchio e ai suoi piedi un mucchio di fogli di carta a cui getta uno sguardo, come a seguire un elenco. Poi un telo si srotola dal soffitto; lui si trucca e si fa strada, come in passerella, per mostrarsi ai flash delle luci. Così il processo si ripete. Diverse pose, nuovi scatti; sguardi, preparazioni.

È in corso un processo di individuazione identitaria. Quel corpo si maschera in più personaggi di fronte ad un occhio generale, scegliendo il proprio volto attimo per attimo, su necessità personali quanto esterne. È un sadismo voluto dal soggetto. C’è un gusto specifico. L’intimità del momento della scelta è spezzata dall’atto di farsi spettacolo davanti ad un telo. Eppure è una sequenza che degrada: in partenza normale, ma nel rendersi pubblica sempre più disturbata. Le simbologie scivolano come una cascata sulla plasticità del corpo. Così capita che un lampeggiante rosso introduca due parrucche impiccate dalla stretta delle mani. La figura si accascia a terra in posizione femminea, coi seni rossi di stoffe penzolanti. Oppure si alza sulle punte dei piedi, a simulare dei tacchi. Il suo corpo è spersonalizzato, silente e dallo sguardo fisso. Ha un’identità e la si trova nell’ironia delle pose da scatti fotografici. Ecco, ora il titolo ha senso nell’ottica della performance. Assistiamo a Simone de Beauvoir ma non come personaggio, bensì come metafora delle proprie critiche, delle proprie parole; come un filtro applicato a delle immagini altrimenti stereotipate. Così, in questa passerella di finzioni femminili, dal corpo mutilato nella forma di un uomo, scopriamo Simone come colei che è l’opposto di tutto e scherza con noi. Si presta ad essere una figura maschile in parodia prima di svelarsi, tutta rossa e bianca, col suo cappello di volumi e i suoi tacchi di libri. L’importanza di essere Simone è trovare la sensibilità per vedere il meccanismo e sottrarsi all’olio che fa scorrere il metallo. Allora, mentre la luce svanisce nuovamente nell’oscurità, viene in mente un altro gioco di parole: the importance of being Miguel Bonneville.
 

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

Amore mio: la trama di uno spettacolo in mano al pubblico

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Prendiamo uno spettacolo teatrale, diamogli una morale seria e attuale e riassumiamolo quanto più possibile.

Ne vengono fuori tre o quattro scene che ci consegnano il messaggio e una manciata di attori che ci narra l’accaduto. Dopodiché le scene si ripetono, togliendo l’ultimo grande ostacolo, la cosiddetta ‘quarta parete’, cioè quel muro immaginario che separa il pubblico dall’azione scenica, lasciando a quest’ultimo la possibilità di interromperle, intervenire e sostituirsi o aggiungersi ai personaggi e dare un tocco personale, diverso. È su questo senso che si spinge lo spettacolo “Amore mio” della compagnia PartecipArte, in scena al Teatro Palladium di Roma fino al 20 novembre, dove si dibatte dell’attuale e sempre vivo tema della violenza nelle relazioni affettive.

Partendo da un “powerpoint animato”, dove gli attori si sostituiscono alle immagini usando semplicemente gesti ed espressioni come dei ‘tableau vivant’, PartecipArte mostra un breve resoconto della situazione delle donne nell’odierna società, fisse ai cliché di madre perfetta o sex symbol. Ci spiega cosa accade in caso di maternità, nel lavoro e nelle relazioni, dei milioni di casi di obiettori di coscienza in caso di aborto, di quelle donne che non si fissano ai due ruoli citati.

Cullandoci con semplici movimenti, i cinque attori della compagnia iniziano a mostrare scene, dove si parla di Susan e Marco, una coppia giovane, e delle amiche di lei, Stefania e Roberta. Scene che mostrano un arco di tempo diverso, dove la figura di Marco è sempre più opprimente, che va dal portare via la ragazza da un appuntamento con le amiche con un sorriso all’urlarle di aprire una porta chiusa il giorno del compleanno di lei. Scene dove Susan giustifica il suo amante, dove Roberta non crede, fino all’evidenza, che ci sia del male; dove Stefania si lamenta da subito, capendo che non è normale.
La tecnica usata dalla compagnia appartiene al Teatro dell’Oppresso, cioè un metodo di teatro, nata dal brasiliano Augusto Boal. Una tecnica utilizzata per mettere in scena situazioni oppressive del quotidiano per analizzarle e, passando dall’io al noi, cercare insieme un’evoluzione in senso positivo. PartecipArte, utilizzando questa tecnica, promuove l’arte come strumento di partecipazione e di coscienza, per trasformare la realtà. Una strada che s’intraprende senza fare troppo uso della scenografia.
Uno spettacolo che, il giorno della prima, ha visto la partecipazione di un pubblico d’eccezione, cioè gli studenti di alcuni corsi dell’ Università RomaTre, i quali sono intervenuti con entusiasmo e passione, anche se alcuni con un tocco di esibizionismo (“…ma so’ ragazzi, bisogna capirli“), dando uno spaccato moderno del problema, risolto a modo delle future menti del domani.
Soluzioni discutibili, come per fermare un uomo serva comunque la figura di un altro uomo, e soluzioni comuni, come l’essere uniti o la necessità di parlare o la fermezza davanti a situazioni estreme: idee e pensieri che si esprimono liberamente, con uno spirito di coinvolgimento, di cui la compagnia è una buona artefice.
Uno spettacolo che, non usando troppo la parola ma puntando sullo spontaneo, è consigliabile non solo ad un pubblico adulto, che spazia esageratamente dalla fermezza dell’eleganza ad un’eccessiva voglia di mostrarsi, ma anche alla sincerità di un pubblico giovane, specie per una fascia adolescenziale e liceale. In conclusione, un progetto da prendere come esempio, da vedere e da…provare, in tutti i sensi.
Francesco Fario

L’incontro tra Antonio e Lucio in “Eppur mi sono scordato di te”

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Antonio e la sua vita narrata tramite le canzoni di Lucio Battisti nel travolgente “Eppur mi sono scordato di te” di Gianni Clementi con la regia e l’interpretazione di Paolo Triestino, in scena fino al 29 novembre al Teatro Cometa Off di Roma.

Lucio Battisti

Antonio si presenta in scena. È senza memoria, è stato operato al cervello. Insieme ripercorriamo il viaggio della sua vita, alla ricerca di qualcosa che nemmeno lui sa bene. Antonio è giovane nel 1972, gli anni delle contestazioni giovanili, del rock di Jimi Hendrix. È un giovane pieno d’incertezze e di domande da porsi. Sembra non avere una direzione ben precisa, non avere ideali definiti, ma sa bene che i giovani intrisi dei valori sessantottini piacciono molto alle ragazze; infatti ama Francesca.

Da giovane i genitori lo costringono a fare cose che lui non ama, tipo mangiare il fegato. Proprio nel ristorante di Carlo, amico dei genitori, che avverrà un incontro con un ragazzo che a sua volta non ama questa pietanza, un giovane di Poggio Bustone, in provincia di Rieti: Lucio Battisti.
Antonio è adulto, non sa, non ricorda cosa è successo in tutti quegli anni. Si ritrova improvvisamente circondato di strani personaggi: il cinico e cocainomane cognato Remo, sua moglie Francesca, con la bocca simile a quella delle cernie, diventata completamente ambigua, lo strano chirurgo toscano che lo ha operato, e Giuseppe, l’arrivista ed egoista compagno siciliano in affari. Si capisce che Antonio, nel frattempo, è diventato un’altra persona, inghiottito da una società che spinge sempre di più a svendere i propri valori.  Antonio va sempre alla ricerca del suo vero io. Tutta la sua vita ha un denominatore comune: Lucio Battisti. Le sue canzoni, come E penso a te o I giardini di marzo, esprimono i suoi pensieri ed i suoi stati d’animo. Nell’ultima scena, Antonio va alla ricerca del suo amico Lucio a Poggio Bustone: ormai egli è già morto, ma insieme alla sua anima, al suo ricordo, vive ancora un’ultima emozione insieme: vedere Il Grande Dittatore di Charlie Chaplin.
Uno spettacolo affascinante, ironico e drammatico allo stesso tempo, raccontato attraverso lunghi flashback, scritto da Gianni Clementi, uno degli autori più interessanti del momento. Paolo Triestino, regista e unico attore dello spettacolo, si dimostra essere uno dei migliori attori italiani degli ultimi anni, essendo capace d’interpretare da solo tutti i personaggi sopra descritti con una bravura esorbitante, tale da farci capire che, in fondo, Antonio è uno di noi, essendo noi tutti personaggi di una società che, come in un gioco perverso, ci spinge verso un baratro, un annientamento dell’io. Nell’opera domina la voglia di libertà, libertà che in questi giorni è stata negata. Durante gli applausi finali, infatti, Paolo Triestino ha preso la sua chitarra ed ha cantato insieme al pubblico Il mio canto libero, con lo sfondo della bandiera francese. Un chiaro omaggio alle vittime di questo vile attentato, e a tutte le vittime della violenza.
Molto bello l’impianto scenico di Max Quaranta, molto semplice ed efficace (uno sfondo sempre illuminato con vari colori che diventa schermo cinematografico, tre poltrone che sono contemporaneamente letto, sedili di una macchina e poltroncine da cinema, ed un porta chitarra con lo strumento sopra. Essa è la vera e propria compagna di viaggio ed unica confidente del protagonista). Molto interessanti anche le luci di Giuseppe Magagnini, le elaborazioni video di Fabiana Dantinelli, la locandina di Gabriele Gelsi e le foto di scena di Annalisa Borrelli, la quale è stata, insieme ad Ariele Vincenti, anche aiutoregista. Da citare giustamente anche la grafica di Marco Animobono e l’organizzazione di Alessandra Cotogno.
Marco Rossi

Emancipazione femminile e street art con Violetta Carpino

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“Il mio impegno è nel tentativo di liberarci per poter uscire e passeggiare liberamente di notte per le strade della mia città, è nel tentativo di accendere qualcosa, che sia rabbia, dolore, frustrazione, di smuovere gli animi e di far comprendere come queste donne non abbiano colpa alcuna”.

Classe 1991, una laurea in pittura, capelli rosso fuoco e un’anima votata alla valorizzazione del ruolo della donna nella società. Attraverso l’arte, ovviamente. E con uno spirito tutto al femminile. Una donna che dà voce alle donne, dalla controversa fisicità alla più raffinata psicologia, per sottolineare i limiti del mondo in cui viviamo, ma ancora di più, per offrire una soluzione, una panacea, uno spunto di riflessione, che lanci all’uomo contemporaneo una fune da stringere per non perdersi nei labirinti del nostro presente. L’abbiamo incontrata alla presentazione di Caleidoscopio, il progetto di street art presso l’ex Manicomio Santa Maria della Pietà, con la sua opera “Ascolto fetale”: è Violetta Carpino, giovanissima artista romana.
Ascolto Fetale, Caleidoscopio

La tua opera presenta un corpo di donna incinta con un orecchio sulla pancia. È senza volto e ha le braccia distese: qual è il suo messaggio? 

 

Violetta fotografata da Federico Aniballi
Il messaggio è in quello che il fruitore prova, è nella sensazione e nell’energia che la visione di Ascolto Fetale genera nelle anime. Il corpo senza volto diviene qualunque donna, la madre di ogni uomo. Vi è un abbraccio universale, talvolta non del tutto chiaro se maschile o femminile, ma poco importa poiché è un’accoglienza al mondo intero, il dono di un infinito amore senza pretesa alcuna. L’ascolto si personifica nella rinascita, in una gravidanza o in un feto che forse qualcuno intravede. Il tondo d’oro che avvolge la figura rendendola sacra, quasi una Madonna che si mostra nuda al mondo, e poi quella posizione spirituale orientale, che rimanda al buddhismo. Ma no, quello che dico non è vero, se per verità intendiamo un’unica interpretazione più “giusta” di altre, è anzi solo una sintesi delle riflessioni a voci alte dei passanti. Ciò che invece è vero è quello che ognuno di noi vede. Si è gravidi di un’opera ma, nell’istante in cui la si partorisce, questa vive di vita sua, il cordone ombelicale è tagliato, il legame resta ma quella creatura si dona al mondo, con tutti i rischi derivanti dalle incomprensioni; lei muove i suoi passi, semina pensieri, riflessioni e nuove percezioni. Ho dedicato quest’opera a Michelina Passarella e Thomas Saxon Mills, due persone che hanno vissuto il disturbo mentale, l’una ai tempi del manicomio e l’altro ai giorni nostri. Michelina, madre di un caro amico e Thomas, un ragazzo che proprio nei giorni in cui realizzavo l’opera si è tolto la vita. Spero di aver donato loro un po’ di pace e che Ascolto Fetale ci inviti a riflettere.

Cosa c’è stato prima di Caleidoscopio nell’ambito della street art? 

Questa è stata la mia seconda esperienza, la prima è avvenuta ad ottobre a Tracce Temporanee, una mostra che ha estremizzato il concetto di arte di strada, dando alle opere una durata vitale di quattro giorni: la location era un cantiere in via di ristrutturazione e tutti gli artisti sapevano dal principio che le opere sarebbero state distrutte non appena realizzate. La mia partecipazione con Le tre età del Femminicidio non era prevista, sono stata coinvolta ad inaugurazione avvenuta, ma ho accettato subito l’invito di Elena Nicolini, data la breve durata vitale dell’opera; dico questo perché trovo che dipingere su un muro visto quotidianamente dal mondo sia una grande responsabilità che prima di allora non ero mai riuscita a prendermi; così, come se fosse una sfida personale, in quell’occasione ho donato parte di me stessa, confrontandomi con la temporaneità dell’opera nel modo più estremo possibile: il mio lavoro terminato ha avuto una durata vitale di un’ora, ma proprio in quella preziosissima ora – che non dimenticherò mai – è avvenuto l’inizio del mio avvicinamento a Caleidoscopio, progetto meraviglioso organizzato da splendide persone.
Le tre età del Femminicidio

Le tre età appartengono ad una donna che, invecchiando, vive diversi “femminicidi” (anche morali) da parte della società, oppure vogliono individuare e ripercorrere la storia del maltrattamento femminile? 

Le tre età del Femminicidio è una preghiera corale che si rivolge a tutte le donne vittime di questo triste fenomeno, poiché non riguarda solo giovani, ma anche adulte e anziane. Nelle tre vagine – la forma delimitante i corpi – sono evidenziati con del rosso i punti della femminilità: il clitoride e la zona pubica. Liberarci significa anche rendere libero il nostro piacere e la sessualità, e a tal riguardo ho realizzato una video-istallazione dal titolo Atto resistenziale, nella quale vi è un’allusione di una reale masturbazione femminile. Con l’avanzare dell’età la donna fiorisce e anziché invecchiare la sua saggezza la conduce alla bellezza suprema. La dolce preghiera ci unisce e ci culla, rivolgiamo loro un pensiero affinché possiamo quotidianamente avere il coraggio di contrastare maschilismi e violenze.

Effettivamente le donne vengono uccise e maltrattate dall’alba dei tempi. Qual è il significato di quest’opera?

Ho sempre lavorato molto su tematiche femminili prima ancora che venisse coniato il termine “Femminicidio”, che denota l’enorme portata di questo drammatico fenomeno sempre più diffuso. Pochi giorni prima che mi venisse proposto di partecipare a Tracce Temporanee avevo appreso della triste uccisione di Giordana Di Stefano, giovane mamma di una piccola di quattro anni, massacrata dall’ex compagno che lei stessa aveva precedentemente denunciato per stalking. Giordana era una di noi, era una donna capitata con l’uomo sbagliato, una giovane che aveva avuto paura, che sentiva il terrore ogni giorno tanto da arrivare a scrivere:
Ballavo per un disperato bisogno fisico di muovermi,voltarmi, correre…
Ballavo perché il mio corpo doveva scaricare nell’aria circostante violente energie compresse che non sapevo dove mettere, come trattare.
Era una forza misteriosa,silenziosa, completamente padrona di me, della quale non sapevo cosa fare…
Giordana aveva tentato, aveva denunciato e a poco è servito. L’allerta è altissima, ma concretamente si fa poco per sensibilizzare, l’educazione sentimentale nel nostro paese dov’è? Credo che l’arte non possa cambiare la realtà, che non abbia alcuna conseguenza concreta, ma son certa delle riflessioni che può accendere. L’arte è un potente strumento che tocca l’animo degli esseri umani, quella sfera sensibile che spesso viene protetta, offuscata o peggio ancora dimenticata. Quello che l’Artista fa ha sempre due funzioni, una personale ed una sociale; è chiaro che qualcosa di intimo e personale mi spinga a trattare certe tematiche, ma è altrettanto evidente quanto il patriarcato sia insito nella nostra società, nel nostro linguaggio, nelle nostre azioni.

Tutto quello che facciamo nella vita ha una funzione politica, dunque sì, anche l’arte, persino quella più intima può muovere le coscienze, sollevare gli animi. Il mio impegno è nel tentativo di liberarci per poter uscire e passeggiare liberamente di notte per le strade della mia città, è nel tentativo di accendere qualcosa, che sia rabbia, dolore, frustrazione, di smuovere gli animi e di far comprendere come queste donne non abbiano colpa alcuna.

Ho visto da vicino cosa significa amare profondamente un uomo e lasciare che ci porti via giorno dopo giorno un pezzo di noi, insinuandosi nei nostri pensieri, con una dolce violenza, elegante e raffinata, che non fa rumore inizialmente, e danza, danza senza fine, danza fintanto che le gambe reggano. Ho visto cosa significa perdonare, comprendere e giustificare. Ho visto cosa significa credere di essere sbagliate, di aver indossato una gonna troppo corta, di aver scherzato troppo con quell’amico, di aver messo un rossetto che rende volgari. Ho visto cosa significa pensare di non farcela da sole, credere di poter migliorare quell’uomo tanto fragile, tanto insicuro da picchiarci e subito dopo chiederci scusa. Ho visto la perdita e poi la luce dopo tanto buio. Ho visto cosa significa ricostruire un’anima devastata. Questo è quello che non dimenticherò mai e lo ricorderò sempre, ogni volta che sentirò dire di qualche donna uccisa che se l’era cercata. Inizia sempre tutto con un amore folle, poi pian piano le insicurezze di lui generano piccole restrizioni, e senza che nemmeno ce ne rendiamo conto, veniamo private della nostra vita, siamo completamente dipendenti da lui. Non sono donne sciocche, sono donne che amano, perché all’inizio, quando li conosciamo, sono uomini tali e quali a tante altre brave persone che abbiamo conosciuto.
Affrontare queste tematiche è per me un dovere come donna e come essere umano. Già, perché siamo tutti chiamati a vincere questa battaglia, uomini e donne, insieme, per l’amore. Uomini e donne che educheranno i loro figli e cambieranno questa società. La cultura, dunque la scuola con l’educazione sentimentale, e la famiglia salveranno le nostre creature.
 
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La nostra è un’epoca di transizione, dove il vecchio è ormai troppo obsoleto e il nuovo è troppo moderno, soprattutto quando si parla di libertà femminile. Nel secolo che ci richiede la perfezione e la bellezza perenne, Violetta Carpino esalta la sacralità della maturità muliebre, sia da un punto di vista anagrafico che spirituale. Persi i lacci di un giogo che è gravato sulle nostre spalle per troppo tempo, ora permangono i segni, il dolore e la consapevolezza. Insieme a loro e all’amaro di tante battaglie perse, bagna il palato quel dolce, inebriante, e irrinunciabile gusto che solo l’indipendenza sa regalare alle papille di una donna.
 
Alessia Pizzi

Tutti “pazzi” per la Street Art all’ex Manicomio di Roma

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Ancora una volta la street art trasforma e rivoluziona il volto della periferia romana con un’iniziativa ancora più simbolica che coinvolge l’ex manicomio Santa Maria della Pietà di Roma.

Tina Loiodice

Il progetto “Caleidoscopio”, ideato da Maurizio Mequio e realizzato dagli artisti di Muracci Nostri (con il sostegno della Asl Roma E.),  ha inaugurato un vero e proprio percorso artistico dove solo la grande espressività dell’arte di strada può sposarsi con l’impermeabile solitudine di un luogo che pare senza tempo. L’iniziativa è stata presentata ufficialmente lo scorso sabato 14 novembre all’interno dello storico complesso e alla presenza degli artisti coinvolti, del Direttore Generale della ASL RM E, del Direttore del Distretto 14 e del Direttore del Museo Laboratorio della Mente, realizzando una preziosa collaborazione con gli organi istituzionali.

Mauro Sgarbi

 

Dopo aver rivoluzionato il quartiere di Primavalle, questa volta la poesia e l’arte investono l’ex manicomio provinciale con un progetto di rinnovamento artistico e culturale che colora e dà vita ai vecchi ed abbandonati padiglioni dello storico edificio.

Grazie alla partecipazione di 28 artisti che hanno lasciato una traccia indelebile del loro passaggio sui muri di Santa Maria della Pietà, adesso un luogo che per anni è stato simbolo di isolamento ed emarginazione, è ora immagine di vita e rinascita.

Gomez, Jerico, Atoche, X, Sgarbi, Roncaccia, Loiodice, Lommi, Durelli, Beetroot, Gore, Chew Z, Alvarez, Lus57, Cutrone, Russo, Farinacci, Pirone, Kenji, Zinni, Lenzi, Fast, Poeta del Nulla, Carpino, Sbordoni, Sabellico, Carletti, Drao, Noire, Leone, Mobydick, Pino Volpino, Giuliacci e i Pat sono gli artefici di questa rivoluzionaria primavera culturale che sta travolgendo la periferia capitolina, ormai tappa irrinunciabile per tutti gli appassionati dell’arte urbana.
Nel parco si incontrano mani che si stringono sui muri fatiscenti, vediamo omaggi a Goya, Sofocle, Einstein, e alla Merini. Ci imbattiamo in pinocchi migranti e farfalle svolazzanti, oppure in figure antropomorfe che gridano poesie dal sapore amaro, dove forme e colori emergono dalle pareti logorate per regalare fantasia ad un posto che ha visto per cosi tanto tempo solitudine e sofferenza.

 

Il progetto ha coinvolto direttamente anche i bambini delle scuole elementari e i pazienti psichiatrici e disabili delle comunità “Bambù” e “Fuori dal tunnel” che hanno saputo esprimere con la loro sensibilità sognante un’arte spontanea che sa di vita.

Primavalle e Monte Mario con i loro muri sporchi, segnati e rovinati sono ora case ed edifici dove lo scarabocchio sulla parete ha iniziato a gridare per essere sentito, dove la strada si colora e dove i muracci parlano anche a chi non ha tempo per stare ad ascoltare, dove l’arte si incontra con il cemento e l’asfalto e la strada diventa una tela su cui sognare.

Carlo Lommi, Beetroot
Al Santa Maria della Pietà basta un rapido sguardo per notare la differenza: oltre la metà dei quaranta padiglioni condannati all’abbandono sono ora rinati.
Non abbiamo voluto osservare queste opere d’arte solo in veste di pubblico, però. Abbiamo voluto scavare nella mente dello street artist chiedendo a Violetta Carpino, una degli artisti di Caleidoscopio, cosa si prova a regalare nuova vita ad un muro abbandonato.

Cosa accade quando ad un artista viene lasciato uno spazio bianco da riempire?

Prima di realizzare il murales ho vissuto per tre giorni al Trullo nell’opera di Gomez, cercando di capire come fosse umanamente possibile affrontare “formati” tanto grandi, osservando ogni dettaglio della realizzazione del dipinto, dalla prima all’ultima pennellata e – senza che se ne rendesse nemmeno conto – è stato per me un grande maestro. Lì, in quelle ore, tra le parole di Poeta del Nulla e il bianco e nero di Gomez, ho trovato il coraggio necessario per prendermi la responsabilità di far nascere un’opera pubblica; quando metti al di sopra di te una riflessione comprendi come su quel muro non porterai solo te stesso, ma inviterai le persone a pensare e forse innescherai anche qualcosa di potente nelle loro menti. Vivo per l’arte e trovo non ci sia alcuna supremazia di linguaggio: in passato sono stata prevalentemente una pittrice e lo sono tutt’ora, ma mi muovo – mantenendo una coerenza espressiva con le opere pittoriche – tra la performance, la video-istallazione, la fotografia e negli ultimi tempi i murales. Qualunque medium è adeguato se può divenire strumento della nostra Anima. 

 

E per quanto riguarda il tema?

 
Per Caleidoscopio, l’unico argomento dal quale tenersi profondamente lontani era quello della follia, poiché la proposta di Maurizio Mequio – ideatore del progetto – consisteva nell’andare nella direzione opposta, di generare cioè una nuova energia pura, pulita, sana, limpida e gioiosa, intento nel quale è certamente ben riuscito. Per quel che mi riguarda, nonostante mi fosse stato detto di distaccarmi completamente dalla storia di quel luogo nella fase di ideazione dell’opera, il mio spirito Bastian Contrario al suo solito non è venuto meno, così son andata a vedere una video-istallazione interattiva di Studio Azzurro allestita in uno dei padiglioni del parco, dove ex pazienti, o loro parenti, e operatori dei centri di salute mentale raccontavano cosa accade quando qualcosa nella mente inizia a funzionar male.

Avevo già ideato un’immagine di rinascita, piena di positività e calore, ma è stato ascoltando quelle persone che ho compreso il centro, il focus: l’Ascolto.

Tanti di loro spiegavano quanto fosse stato pericoloso chiudersi in casa, privandosi della vita e del mondo. Personalmente ho passato diverso tempo quest’anno da sola e dopo giorni in cui non parlavo con altre persone o non uscivo notavo come la mente incappasse in strani ragionamenti e per eliminarli dovevo forzarmi e mettere un piede fuori dalla porta. Era necessario fare solo quel piccolo passo, il resto sarebbe venuto da sè ma ogni volta, pur sapendolo, mi riusciva difficile. Penso sia così che ci si rende conto di quanto quei disturbi mentali non siano poi così lontani da noi, poiché almeno una volta nella vita chiunque può ritrovarsi ad affrontare momenti difficili finendo in loop mentali dai quali temporaneamente può sembrare impossibile venirne fuori; poi parlando qualcosa inizia a cambiare ed ecco quindi come l’ascolto diviene una rinascita.

Qui l’intervista completa.
Ascolto Fetale

 

foto Streetartrome

Martina Patrizi e Alessia Pizzi

Due partite: un coinvolgente racconto a quattro voci sulle donne

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Dalla pièce teatrale di Cristina Comencini, per la regia di Paola Rota, all’Ambra Jovinelli va in scena “Due Partite”, un coinvolgente racconto a quattro voci sulle donne, tra desideri di maternità, sogni di rivalsa, speranze mai sopite e disillusioni ferocemente attuali.

Sono quattro donne, quattro amiche che si ritrovano ogni giovedì per giocare a carte in un salotto. 
Sono diversissime tra loro: Gabriella (Giulia Bevilacqua) insoddisfatta e scontenta per aver dovuto lasciare la musica dopo essersi sposata, mentre suo marito continua a suonare e a viaggiare per il mondo; Claudia (Paola Minaccioni), madre apparentemente felice e appagata di tre bambini; Sofia (Caterina Guzzanti), arrabbiata e amareggiata, amante di un uomo sposato; Beatrice (Giulia Michelini), incinta del primo figlio, ingenua, felice, che non sa cosa aspettarsi mentre si aspetta. Quattro donne diversissime che pure sono amiche, che pure si confrontano, che pure si rispettano, sebbene non si lascino scappare qualche frecciatina occasionale.
Siamo negli anni Sessanta e nessuna di loro lavora. Sono mogli e sono madri di quattro bambine che giocano a fare le signore nella stanza accanto. La frustrazione per aver messo da parte un sogno per sposarsi, l’incapacità di accettare un tradimento, fingendo che vada tutto bene, la rabbia e la consapevolezza di stare con il proprio marito solo perché c’è di mezzo una figlia e di cercare altrove quell’amore e quella passione che non c’è mai stata, sono i fili che muovono le esistenza di Sofia, di Gabriella, di Claudia. A fare da contraltare è Beatrice, speranzosa, che certe cose nemmeno le capisce, che certi discorsi le suonano strani e tristi, lei che suo marito l’ha conosciuto da amici, parlando di libri. E una poesia di Rainer Maria Rilke, che lui le scrive la sera stessa del loro primo incontro, sembra suggellare definitivamente un rapporto sincero, così diverso da quel surrogato dell’amore che muove i rapporti delle sue amiche. E le belle parole di Rilke, che l’hanno fatta innamorare di suo marito, Beatrice le vorrebbe leggere alle sue amiche così arrabbiate e disilluse ma non ci riesce: arrivano prima le doglie, dolorose e inaspettate. E così viene a chiudersi il primo atto.
Quarantacinque anni dopo, le figlie di queste donne – che significativamente hanno il volto delle stesse attrici che interpretavano nel primo atto le madri – si ritrovano per partecipare a un funerale. E’ morta la madre di una di loro, si è suicidata. Queste donne di oggi sono diverse dalle loro mamme: lavorano tutte e questa è la prima – e unica – differenza. Sono sicuramente più affermate, più sicure. Ma non meno stanche, meno tristi. Perché ricordano tutte, tutte loro, quelle sofferenze, rabbie, disillusioni che avevano caratterizzato la vita di quattro donne, tanti anni prima. Le hanno vissute sulla loro pelle: Rossana, la figlia di Sofia, non può fare a meno di ricordare che sua madre era sempre “incazzata”. E che le cene, a casa sua, erano penose, consumate nel silenzio.
Rossana è diventata medico, ha sposato un medico, un uomo che sembra non accorgersi della sua femminilità e le cui pulsazioni sembrano prendere vita solo in una casa in riva al mare, dove lei cucina e lava i piatti. Cecilia è la figlia di Claudia, avvocato single che vuole disperatamente un figlio ma non ha trovato nessuno, per cui decide di tentare con l’inseminazione artificiale; Sara è la figlia di Gabriella: diversamente dalla madre, è diventata una pianista di successo, gira il mondo, è sempre agitata e non sopporta le pressanti premure del suo compagno. Giulia, invece, ha un fidanzato con cui non convive e che non vuole nemmeno vedere le sue cose in giro per casa quando lei va da lui.
Attraverso i ricordi, le confessioni, le confidenze che queste quattro amiche condividono in un momento di totale sofferenza, veniamo a conoscere, indirettamente, cosa ne è stato delle loro mamme. E un po’ è magone, un po’ è sorriso.

teatro-ambra-jovinelli

Due partite si snoda in un arco temporale ben preciso: dagli anni Sessanta agli anni duemila. 
E’ cambiato veramente qualcosa in tutto questo tempo? Apparentemente sì. Le donne di ora lavorano, decidono di avere figli anche senza avere un uomo nelle loro vite, decidono di essere stronze, si snervano se qualcuno le tratta troppo bene o troppo poco bene. Cambierà tutto per non cambiare nulla, scriveva Giuseppe Tommasi di Lampedusa nel Gattopardo. E mai come in Due partite tutto questo viene sorprendentemente alla luce: siamo sempre noi, sempre le stesse. Più sicure senz’altro, più indipendenti di sicuro. Ma la fragilità, la solitudine che uccide, quel senso di perfezione che ci viene richiesto, quello di essere mogli, madri, donne di successo, amanti, che porta gli altri a non perdonarci mai nulla, non riesce a venire mai meno. Pure, non perdiamo mai la voglia di ridere, di metterci in gioco, di ritentare. Non riusciamo a imparare dai nostri errori, dagli errori delle nostre madri. Così, follemente, ci lanciamo sempre addosso a quel muro dove tante volte abbiamo sbattuto la testa. Per poi rialzarci, ridendo, piangendo, imprecando, massaggiandoci quel bernoccolo inevitabile, senza che tutto questo possa fermare quello che siamo, quello che saremo, e quello che nessuno potrà mai afferrare di noi donne. Quell’essenza primordiale, quella metamorfosi continua, di un tutto che diventa niente e del niente che diventa tutto, che sfugge a qualsiasi legge razionale. 
E’ una magnifica pièce, Due partite, e la bravura delle attrici (una su tutte la straordinaria performance di Caterina Guzzanti nella parte di Sofia/Rossella) contribuisce alla resa di un testo e di una storia drammaticamente attuale, struggentemente comica ed emozionante. 
Mi sono rivista in Giulia, nei suoi conflitti con la mamma, nel non capire l’attesa di una donna che ormai ha solo una figlia a cui pensare, nelle torte preparate per lei, nel suo vestito più bello indossato per l’occasione, perché vedersi è come domenica. Ivano Fossati cantava la Costruzione di un amore. Si può costruire un amore? Si può vivere quarant’anni accanto ad una persona, senza che questa si accorga del senso di smarrimento che come un serpente striscia nel cuore e lo avvelena, fino ad uccidere? Giulia se lo chiede, smarrita, sgomenta. E nella apparente mancanza di risposte, una risposta, forse, la trova in quel biglietto che suo padre scrisse a sua madre, quel giorno di tanti anni fa, quando si conobbero, la poesia di Rainer Maria Rilke che ora ci viene letta, tra un sussurro e un singhiozzo, nel silenzio che si fa attesa, e poi dolore. 
Un giorno esisterà la fanciulla e la donna,
il cui nome non significherà più soltanto un contrapposto al maschile,
ma qualcosa per sé, qualcosa per cui non si penserà a completamento e confine,
ma solo a vita reale: l’umanità femminile.
Questo progresso trasformerà l’esperienza dell’amore,
che ora è piena d’errore, la muterà dal fondo,
la riplasmerà in una relazione da essere umano a essere umano,
non più da maschio a femmina.
E questo più umano amore somiglierà
a quello che noi faticosamente prepariamo,
all’amore che in questo consiste,
che due solitudini si custodiscano, delimitino e salutino a vicenda.
Chiara Amati

Quel collare con la Torre Eiffel

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Be happy, It’s friday.

Questa frase, accompagnata da una simpatica gif, spicca tra i vari articoli che invadono la mia home di Facebook stamattina, non tanto per l’originalità quanto per il tono che la distingue da quello delle notizie odierne, che parlano di paura e morte. E’ Facebook ormai la nostra rassegna stampa e molti di noi hanno appresso degli attentati a Parigi proprio dal Social Network. Ed è sempre il medesimo ad informarci sullo stato di sicurezza dei nostri amici virtuali che abitano lì, con una notifica non richiesta ma gradita.
 
E’ sabato. L’agognato fine settimana è arrivato. A Roma il cielo è cupo e minaccioso, specchio dello stato d’animo di molti di noi. Ieri sera siamo usciti, ci siamo svagati. Abbiamo riso e scherzato con i nostri amici, abbiamo fatto l’amore. Andavamo incontro al sereno, consapevoli di poter accantonare le piccole problematiche quotidiane, convinti di meritare uno spicchio di felicità da succhiare per qualche ora. Al rientro un occhio su Facebook come sempre, i genitori svegli con il TG acceso. No, non sarà una fine settimana qualunque: in un altro luogo, vicino a casa tua, tante persone come te si stavano svagando e sono morte ingiustamente. Uccise a sangue freddo nell’ingiusto nome di Allah. 
Sei andato a letto e ti sei chiesto a cosa serve la vita, sapendo che non puoi fare nulla, tu, per questa tragedia. Ti sei sentito piccolo, poi ti sei addormentato.
Il risveglio di questa mattina non ha visto madri sbraitare per le consuete pulizie, tutti erano ancora davanti alla tv in casa. La prima cosa che ho fatto è stata cercare su Amazon un coltello portachiavi da mettere in borsa. Ho pensato che se mai vedrò un terrorista sulla metro voglio avere “un’arma “ con me e ficcargliela nel collo. No, non è proprio un sabato come tanti.
Ed ecco gli insoliti discorsi: la religione, la politica, il Giubileo, le minacce a Roma.
Mi hai detto: “Tu che hai studiato la storia dovresti saperlo che l’uomo fa sempre gli stessi errori, non te la prendere con la religione”. Io attacco le interpretazioni sbagliate, mamma. L’uomo non sa leggere la religione: ha sacrificato Ifigenia sull’altare per avere venti propizi, ha bruciato chi è andato contro i dogmi sacri. Non mi parlare di Medjugorje, papà. Qui non si parla di entità divine.
Come siamo arrivati a discutere delle crociate?
Allora vi racconto della street art del nostro quartiere, cerco di convincervi a vederla oggi. A voi non interessa poi molto. E allora, mamma, tu mi ha detto ancora: “Lo vedi? Questa é la tua fede.”
Sì, ho pensato, ma non fa male a nessuno. E’ fatta di vernice e pennelli. Non la puoi interpretare male. Non ti fa pensare di comprare online un coltellino svizzero.
Ripenso alle mie vacanze a Londra, quest’estate, alla mia perplessità di fronte a quei poliziotti inglesi che contenevano impassibili i manifestanti islamici. E ancora, a quell’indimenticabile cartello.
“L’Islam conquisterà l’Occidente”.
Scrollo ancora la bacheca di Facebook, sono stanca di fare discorsi inutili, cari genitori miei. Insulti all’Islam. Insulti a chi insulta l’Islam. Gli stessi articoli da stanotte a stamattina. Non riesco a scrollare con la stessa facilità il mio turbamento. Il mio cane non capisce e vuole uscire. Ecco che la vita mi richiama alla normalità. Mi vesto, prendo il guinzaglio e tra le mani ho un collare da cui pende una bandana a triangolo di colore viola. Al centro c’è la Torre Eiffel contornata di cuori e sotto la scritta “Paris”. Un souvenir di un mio recente viaggio nella Capitale francese. Pochi minuti prima un mio amico su Facebook ha modificato la foto del profilo. Ha messo il simbolo della pace, le cui asticelle disegnano la medesima torre. Scanso l’analogia e torno al collare. Accanto al disegno della torre, vedo la targhetta col nome, Nike. E penso che è l’ossimoro del giorno, perché a Parigi non esiste vittoria stamane. Penso che Nike non lo sa, ma sta portando al collo un simbolo che, da souvenir, si è trasformato in messaggio di pace. E penso anche che no, non mi è concesso di dimenticare.
 
Alessia Pizzi

Roma “senza veli” con gli artisti del Burlesque

Catapultiamoci in una gioia per gli occhi adatta agli appassionati, come ai nuovi arrivati.

Per provare qualcosa di diverso ed inaspettato, la nostra redazione ha voluto allargare i propri orizzonti culturali per includere la sensuale arte del Burlesque. L’occasione ci è stata offerta dalla terza edizione del Caput Mundi International Burlesque Award, svoltosi a Roma dal 6 all’8 novembre. La prima serata ha visto l’elezione della nuova papessa del Burlesque, ma la nostra redazione ha potuto partecipare solo al secondo appuntamento in programma. Qui le cose si complicano ed assumono un aspetto totalmente diverso. Non vi è più l’atmosfera del grande palco e le luci si riducono. Con un alone di mistero, giostrato da una divertita complicità, un luogo “segreto” diventa teatro di allettanti rivelazioni senza veli. È il Burly Speakeasy: una sala nascosta a via Veneto, che perderebbe di fascino a specificarne la posizione. In uno spazio ristretto e caldo, si raggruppano spettatori di ogni tipo, riccamente vestiti a tema e perfettamente a loro agio nella sensualità dei costumi e nella tensione dei ruoli. Sono luoghi intimi, estemporanei, secondo la tradizione dello Speakeasy. Una dimensione che arriva dall’America del proibizionismo e racconta di un posto di riunione dove tutto è concesso, purché fuori non se ne faccia parola. Allarghiamo allora questa suadente complicità, per descrivere ai nostri lettori la magia della serata.

Un’eleganza speciale dal gusto retro ammanta gli ambienti. Tutto merito della musica degli Sticky Bones, gruppo specializzato in jazz e sonorità americane del primo novecento. In particolare, la voce solista ci regala un canto evocativo, passionale e disinteressato, quasi senza sforzo nella vibrata potenza della voce. Abbiamo allora aspettato ed aspettato e più passava il tempo, più l’attesa si trasformava in una compagnia sensuale che anelava la comparsa degli artisti. Poi, al momento giusto, caricati dal desiderio di scoprire cosa si preparava ai nostri sensi, la presentatrice della serata ha fatto il suo ingresso. Sarebbe più corretto definirla la “Mistress” della cerimonia, nel suo costume circense e dispettoso: la travolgente Vibrissa, col suo assistente Azzurro Fumo. Così la dimensione che fin’ora si era espressa con la musica, interrompeva la nostra quotidianità con l’euforia dello Speakeasy. Roma cambiava aspetto ed ammiccava divertita.

Copyright Diego Fioravanti
Ecco Michelle L’Amour impegnata in una peculiare esibizione d’orchestra. Copyright Diego Fioravanti

Gli artisti si susseguono uno dopo l’altro nell’allegria dello spazio a loro riservato dalla massa di avventori. Ad aprire le danze è un ospite speciale, Russel Bruner, rappresentante per noi di un Burlesque al maschile, tra giacche e doppiopetto facili da sbottonare. Lontano dalle forme massicce di un uomo, segue la pure poesia di una figura sinuosa. Le sue piume parlano del fascino degli anni del jazz. Veli di seta si gonfiano dolcemente al roteare del corpo. Il suo nome d’arte è Mara De Nudée e la sua serenità ovattata stride col numero esuberante della lirica Simone The Boudoir. Continua così la divertita giostra di provocazioni sorridenti ed abiti volanti, in un contesto che a suo modo riesce a scacciare ogni volgarità col fascino calcolato e studiato di un codice professionale. Allora il particolare rapporto con la Bibbia di Miss Cool Cat è un’esuberante esplosione rossa e il corpetto di pietre verdi e rubini di Talulah Blue una scossa di bollente ritmo latino. Contrastato dalla sua carnagione è il senso onirico di un Latinoamerica immaginato da bambini, spezzato dalla forza erotica di un nudo atletico. A concludere la complicità di artisti dai corpi fatali è l’esibizione d’orchestra di Michelle L’Amour. Una rapida occhiata nel web potrà colmare la curiosità dei lettori decisi a lasciare la dolcezza delle lettere per la parola delle immagini.

Che dire. Senza un sipario da far calare, nel calore assuefante dello Speakeasy si spezzano i pesi delle convenzioni. Il ruolo e l’abito, per una volta, diventano un gioco sapientemente architettato, fra le piume di un costume ed un guanto gettato.
Gabriele Di Donfrancesco

By the Sea, i Brangelina a nudo

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Angelina Jolie lo aveva detto e ha mantenuto la promessa: chi si aspetta il film da divi del cinema ha sbagliato di grosso.

Al suo terzo film da regista, la Jolie abbandona finalmente gli scenari di guerra e realizza una storia semplice, intima, molto personale, fondata sulle persone e sui loro sentimenti. Che poi sia lei, in aggiunta, a recitare davanti alla telecamera, e con al fianco il marito Brad Pitt, pare una soluzione quasi naturale: dopotutto se il loro incontro con Mr & Mrs Smith creava la coppia nel film e nella vita vera, ora a dieci di anni di distanza By the Sea ci propone il disfacimento del matrimonio. No, non vuole dire che i due stanno divorziando davvero, anzi, ma è quasi logico che ora decidano di fare terapia e analisi del matrimonio davanti alle telecamere, davanti al loro pubblico.

By the Sea è un film piccolo che pretende soltanto di essere piccolo, e questa è la prima conquista nel disegno della Jolie. Consapevole che un film con protagonista la coppia hollywoodiana per antonomasia avrebbe risucchiato via tutta l’attenzione dal vero messaggio della pellicola, la prima operazione che fa Angelina Jolie come sceneggiatrice e regista è quella di “brutalizzare” la storia: i due sono bellissimi, gli scenari costieri europei davvero splendidi, i costumi e le scenografie anni ’70 affascinanti, ma tutto si ferma in superficie e minuto dopo minuto, scena dopo scena, dal film è portato via ogni aspetto glamour per scontarsi solo con la realtà. La bellezza circostante diventa prima un orpello, poi quasi una maledizione per i due protagonisti.

 

Dopotutto non poteva esserci approccio più sensato per una storia simile: lui è uno scrittore affermato ma in crisi di idee, e col bicchiere facile, lei dopo una tragedia personale è in depressione e si abbandona volontariamente ad uno stato di pigrizia quasi catatonica; i due per salvare il matrimonio in crisi decidono di fare una vacanza nel sud della Francia, isolati da tutto, ma ovviamente il confronto diventa insostenibile, e quella stanza d’albergo l’ennesima prigione. Sì, la Jolie omaggia il cinema artistico europeo di quel periodo – nei toni siamo in pieno cinema francese anni ’70, e nei temi non si può non pensare a L’Eclisse di Antonioni oppure a Viaggio in Italia di Rossellini – ma By the Sea rimane un film profondamente intimo e personale per la sua regista: più la sua Vanessa si sente in rotta col proprio corpo, più la mente corre alla recente operazione di doppia mastectomia preventiva che la Jolie ha subito, e lei asseconda tale pensiero mettendosi a nudo metaforicamente e letteralmente davanti agli spettatori.
Non inganni infatti il gusto retrò e molto compiaciuto del film, perché By the Sea con semplicità e minimalismo cerca solo, senza puntare a cambiare le leggi del cinema, di mostrare uno spaccato del matrimonio che spesso si vuole nascondere, quel momento in cui il sentimento trova una diga e l’unico modo per provare qualcosa, e far provare qualcosa all’altro, è ferirsi a vicenda. Perde indubbiamente un po’ di forza nel finale, quando deve per forza spiegare l’origine del malessere – una scelta non necessaria che anzi banalizza il momento – ma riesce comunque a centrare il punto tra lunghi silenzi, sguardi spenti, inerzia soffocante e profonda malinconia. Rimane quindi impressa l’immagine del voyeurismo di una coppia in rotta che, spiando insieme i giovani vicini di stanza da un buco nel muro, proiettando in loro i propri dolori ed i propri sogni di felicità infranta, ritorna per un attimo viva: un fotogramma tra i più disturbanti e tristemente romantici che il cinema ci ha recentemente regalato.
Emanuele D’Aniello

Adriana Assini riscatta Giovanna La Pazza col suo romanzo

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Quando leggo di una strega gettata nel fiume, di una donna posseduta dai diavoli, di una levatrice esperta di erbe…penso che siamo sulle tracce di un romanziere perduto, di un poeta costretto al silenzio, di qualche muta e ingloriosa Jane Austen, di qualche Emily Bronte che si sarà fracassata il cervello fra le brughiere…” [Virginia Woolf]

Se molte sono le donne storiche di cui non si parla mai, altrettante sono quelle poche emerse dal silenzio e poi etichettate come pazze. Visto che in passato era comune definire con eloquenti epiteti le icone della vita sociale e politica – ricordiamo senza dubbio Pipino Il BreveAlessandro Magno, Filippo il Bello – quando si parla di donne, si sa, la situazione si complica inevitabilmente. Così abbiamo anche Maria La Sanguinaria e Giovanna La Pazza.

Proprio su quest’ultima figura, che preferiamo ricordare come Giovanna di Trastamara, o Giovanna di Aragona e Castiglia, si concentra il romanzo di Adriana Assini, Le Rose di Cordova, felicissimo tentativo di percorrere la vita della duchessa/principessa/regina attraverso gli occhi della sua schiava. In questo modo il lettore viene catapultato nella quotidianità intima dell’infanta, imparando a conoscere gli aspetti della sua peculiare personalità. Amante della cultura in tutte le sue sfaccettature, Juana si rivela malinconica e lunatica sin da giovanissima. Superato l’ingenuo amore che la legherà a Filippo d’Asburgo fino alla morte di quest’ultimo, ella rivela un’indole fiera e belligerante, specialmente di fronte ai continui colpi inferti dal coniuge. Vittima mai passiva del partner, la regina paga il prezzo di essere donna anche col padre Ferdinando II d’Aragona e col figlio Carlo (poi Carlo V), che la sottomettono a politiche matrimoniali volte solo alla conquista del potere. E fu proprio il padre, tra l’altro, a divulgare la notizia della demenza che l’avrebbe assalita dopo la morte di Filippo, facendola relegare per il resto dei suoi giorni nel castello di Tordesillas. La delusione esistenziale, la gelosia amorosa, la maternità, ogni sentimento è filtrato attraverso lo sguardo della sua fedele schiava, legata a lei da un catulliano odi et amo, dal disprezzo per l’unione forzata all’affetto inevitabile nei confronti della sua – seppur imposta – compagna di vita.

Perché scegliere proprio Juana tra tutte le donne storiche?
 
Credo che sia stata lei a scegliere me. L’ho incontrata per la prima volta nella biblioteca dell’Accademia Belgica, dove ero andata a caccia di documentazione per un altro mio romanzo. Sul tavolo assegnatomi c’era un enorme tomo aperto, sbirciai e mi resi conto che il testo – scritto in francese antico e in caratteri gotici – era un’opera di Pietro Martire d’Anghiera, ciambellano e mentore della regina Isabella la Cattolica. In quelle pagine, lasciate aperte da chissà chi, si raccontava un episodio drammatico di cui l’Anghiera stesso era stato testimone e che aveva visto come protagonista proprio Juana. Da quanto lessi, mi insorse subito il dubbio che quella giovane nobildonna descritta dalla penna di un uomo del Cinquecento come una povera creatura fragile di nervi potesse essere, in realtà, soltanto un’anticonformista, un’autentica ribelle. Presi a cuore la faccenda e cominciai a indagare…

Quale tipo di lavoro c’è dietro un romanzo storico di questo tipo? 

In linea di massima, se ci si accontenta della versione ufficiale dalla storia che vogliamo raccontare, il lavoro è più agevole e veloce. Io ho scelto, invece, di “sentire tutte le campane”, tanto più le voci fuori dal coro, e questo ha comportato un maggiore impegno per reperire notizie e opinioni anche da fonti meno conosciute e meno “allineate”. In compenso, è stato un viaggio appassionante tra vecchie e nuove carte, a volte con testi editi soltanto in francese o in spagnolo, copie anastatiche di lettere originali dei protagonisti della storia, pubblicazioni ingiustamente cadute nell’oblio ecc. Un dato interessante di questo tipo di ricerca è anche la possibilità di verificare la coriacea persistenza nel corso dei secoli di molti pregiudizi, l’origine lontana della corruzione dei costumi e dei sentimenti. Insomma, il cuore antico degli stessi vizi e virtù dei giorni nostri.
Com’è nata l’idea di filtrare il racconto attraverso gli occhi della schiava?
Tra le stravaganze di Juana, si annovera anche la pretesa di contornarsi di schiave moresche al posto delle damigelle di corte che, invano, tentava di imporle sua madre. Le giovani forestiere venivano da Granata, l’ultima roccaforte dei Mori caduta durante la guerra di Riconquista dei Re Cattolici. Spesso figlie di nobili, furono condotte nelle corti spagnole e, contro ogni promessa, ridotte in schiavitù. Juana ne fu subito attratta, probabilmente perché portatrici di una cultura diversa, di un mondo esotico e quindi misterioso, e comunque di più sopportabile compagnia rispetto alle sue coetanee, che – al contrario di lei – si rivelavano oltremodo lige alle regole e fastidiosamente rispettose dei ruoli loro assegnati. Irremovibile nella sua scelta, Juana provocò riprovazione e scandalo non solo in patria, esasperando Isabella, sua madre, ma anche in seguito, nelle Fiandre, dove s’era trasferita per sposare Filippo il Bello, e dove i fiamminghi vedevano come fumo negli occhi la gente dalla pelle scura e l’idioma astruso.


Alessia Pizzi

“L’Artigogolo”, la prima antologia teatrale di ChiPiùNeArt

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La nuova drammaturgia trova un altro modo per farsi conoscere.

Il pomeriggio di sabato 7 novembre si tinge del calore di un’atmosfera familiare. Al Lumiére Prati di Roma si sono ritrovati i partecipanti del DOIT Festival, vincitori e nomine speciali per il premio Artigogolo. Con la soddisfazione di un primo passo, Adele Costanzo – direttore editoriale di ChiPiùNeArt Edizioni- ha presentato il primo volume della neonata raccolta di nuova drammaturgia. Un progetto assolutamente raro, a fronte di un panorama teatrale contemporaneo che non circola al di fuori dello spazio del palco. L’obiettivo è chiaro: permettere a questi testi di lasciare una memoria accessibile al pubblico, consultabile e disponibile come documento di un periodo creativo. È chiaramente un intento nobile ed un investimento rischioso. Il primo numero, appena pubblicato, racchiude i seguenti lavori:
  • Sacrificio del Fieno di Michela Giudici e Alessandro Veronese;
  • #salvobuonfine di Giancarlo Nicoletti;
  • Il dubbio del mattino di Sandro Bi;
  • Antigone 1945 di Mirko Di Martino;
  • Uomini Terra Terra di Giorgio Cardinali;
  • Superfici di Gabriele Galloni;
  • Il carcere è stato inventato per i poveri, con la regia di Daria Veronese e con i testi scritti dai detenuti della sezione penale del Carcere di Rebibbia.

Gli autori, piacevolmente sereni, hanno avuto modo di leggere alcune anteprime, fino anche a recitarle nell’ambiente raccolto del bistrot.

Ad iniziare questo cammino di divulgazione erano state Cecilia Bernabei e Angela Telesca, nello spazio del Teatro Due. Considerando le sorti delle strutture teatrali italiane, escluse per la quasi totalità dagli investimenti pubblici, è difficile immaginare la data di una prossima edizione del Festival. Dovesse restare un evento unico, avrebbe in fondo poco valore sia come collana che come occasione per esordienti. I nostri migliori auguri vanno a Cecilia Bernabei e Adele Costanzo e alla loro intenzione di garantire una continuità al progetto. Se dunque il comportamento ministeriale e governativo ha per lungo tempo frenato nei teatri più grandi la sperimentazione, costituendo una sorta di freno economico alla creatività, la casa editrice dà esempio di un tipo contrario di investimento. Speriamo che col tempo, allargando la sfera degli interessati, la nuova drammaturgia possa trovare un proprio spazio editoriale e catalogare in sé quell’epoca del piccolo, vivace teatro che va ormai avanti da decenni. 
Gabriele Di Donfrancesco

Moulin Rouge – The Ballet, la danza che seduce al Brancaccio

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Reduce dal successo del tour in Nord America, che ha registrato oltre 100.000 spettatori, nel weekend “Moulin Rouge – The Ballet” è arrivato per la prima volta in Italia, sul palco del Teatro Brancaccio di Roma. Protagonista il Canada’s Royal Winnipeg Ballet, compagnia fondata nel 1939 e diretta oggi da André Lewis. Senza dubbio una scelta audace decidere di portare in scena un Moulin Rouge interamente in versione “balletto”, capolavoro di fama mondiale che da sempre viene proposto sotto forma di musical o associato ai volti di Nicole Kidman e Ewan McGregor, protagonisti dell’omonima pellicola di Baz Luhrmann.
teatro-brancaccio

Una scelta che si rivela essere vincente, grazie alla coreografia di Jorden Morris che al tempo stesso riesce a catturare la natura romantica e passionale dei personaggi, immersi in una Parigi corrotta e malfamata che affascina e seduce appena si varca la soglia del Moulin Rouge. La scenografia, essenziale e suggestiva curata da Andrew Beck, conduce lo spettatore a Parigi dove la storia d’amore tra la ballerina Nathalie e il pittore Matthew è ostacolata dalla gelosia di Zidler, impresario del Moulin Rouge. Come da copione, l’intervento del pittore Toulouse-Lautrec, che tenta di aiutare i due giovani innamorati, nulla può contro la furia di Zidler responsabile della morte di Nathalie, ferita erroneamente dall’impresario nel tentativo di uccidere il rivale Matthew.
Lo spettacolo, con la complicità delle travolgenti colonne sonore francesi, riesce a catturare sin dall’inizio il pubblico del Brancaccio, al quale strizza l’occhio omaggiando Roma con un tango danzato sulle note di “Chitarra Romana”, in una versione tutta strumentale che regala sospiri in platea. Immancabile poi la forza prorompente del Can Can tra urla, gonne che si agitano in aria, giarrettiere e culotte in bella vista, tutto rigorosamente accompagnato dal battito delle mani del pubblico entusiasta.
Brancaccio danza

Dal punto di vista prettamente coreografico il corpo di ballo riesce a essere fedele all’originale senza per questo venir meno a un’esecuzione pulita e virtuosistica degli elementi ballettistici classici: non mancano infatti fouettés en tournant, pirouettes, tour en l’air, grand jetè e grand battements, il tutto eseguito ovviamente in punta. Lodevole è poi il livello espressivo dei danzatori capaci di catturare lo spettatore all’interno di una narrazione che cambia di continuo registro, ora irriverente e provocatoria e subito dopo tenera e dolce, a tratti decisamente intensa e romantica a tal punto da emozionare.
Grazie al Canada’s Royal Winnipeg Ballet, Moulin Rouge – The Ballet risulta quindi uno spettacolo capace di soddisfare “ogni palato”, senza nulla invidiare alla versione cinematografica della bella Nicole.

(foto di Francesca Pantaleo)

Francesca Pantaleo

Un viaggio nella Belle Epoque: gli impressionisti a Roma

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“Impressionisti. Tête à tête” a Roma tra le mostre del prossimo inverno, per un viaggio allo scoperta degli artisti pionieri del gusto moderno.

Per chi ancora non lo sapesse dal 15 ottobre, attraversando l’ingresso del Complesso del Vittorianosi entra magicamente al Musee d’Orsay di Parigi. Gli impressionisti sono arrivati a Roma con una mostra aperta al pubblico fino al 7 febbraio 2016, dove saranno esposte le opere dei grandi maestri francesi.

Fra i grandi eventi di questi mesi è davvero imperdibile una visita alle sale del Vittoriano, che si presenta come un omaggio a uno dei movimenti più rivoluzionari della storia dell’arte. Con gli “Impressionisti. Tête à tête” a Roma si può fare un vero e proprio salto nel tempo per lasciarsi rapire dalle opere di Edouard Manet, Pierre-Auguste Renoir, Camille Pissarro, Paul Cèzanne, Berthe Morisot ed Edgar Degas.

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Con oltre sessanta opere provenienti dalla collezione francese la mostra permette di immergersi nella vita quotidiana della Parigi di fine Ottocento. Vediamo per la prima volta la figura umana apparire in tutta la sua vivacità per affacciarsi in un mondo pulsante di vita, dominato da una nuova sensibilità. 
Infatti il percorso espositivo è attraversato da un filo conduttore che mostra il passaggio della pittura verso la contemporaneità, verso un tempo nuovo in cui si fa incontenibile la volontà dell’artista di fissare sul quadro la fugacità del momento con una rapida esplorazione del mondo circostante, dove i soggetti moderni si affermano con tutta la loro vitalità.
Le singole personalità dei pittori dominano le tele, in cui per la prima volta appaiono quadri di vita quotidiana indissolubilmente legati alla mondanità, fatta di luoghi pubblici e privati, dove si incrociano uomini e donne della borghesia parigina, ricostruendo con un rapido sguardo l’ambiente culturale ed il contesto sociale degli artisti che hanno fatto la Belle Epoque.
Fra le opere selezionate per l’occasione dal direttore delle collezioni del Musée d’Orsay, Xavier Rey, e da una delle curatrici, Ophélie Ferlier, sono presenti anche dieci sculture che rappresentano una preziosa testimonianza dello stile e del nuovo gusto impressionista. Tra i quadri sono esposti anche alcuni ritratti realizzati nell’atelier di Bazille, in cui emerge violentemente la personalità dei soggetti raffigurati rappresentando ambiziosamente il lato sublime e poetico della vita di ogni giorno.
Un vero e proprio viaggio alla scoperta degli impressionisti francesi in un’esposizione inedita da conoscere e gustare tra le sale del Vittoriano. Una possibilità di oltrepassare la dimensione temporale opera per opera con un percorso che rivela l’anima e la personalità di questi artisti rivoluzionari ,amanti della modernità e del loro tempo tanto da fotografarlo in tutte le sue sfumature.
Martina Patrizi

Cyrano fa breccia nel cuore del Teatro Parioli

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L’atmosfera dello storico TeatroParioli di Roma ha ospitato la storia di Cyrano de Bergerac.

Il Cyrano di Antonio Zavatteri ci fa innamorare subito, grazie alla sua voce profonda e ironica e ai costumi di scena, fedelmente riprodotti.

Lo spettacolo è in rima e la traduzione del testo ci fa ridere ed emozionare. Le luci si spengono e le aspettative aumentano quando il sipario si apre e sul palco c’è una scenografia mozzafiato. Gli attori si servono anche della platea per narrare la storia d’amore tra Cyrano e Rossana. Ma se entriamo nei sentimenti di questo personaggio, non è con Rossana che Cyrano ha un problema, perché lui le donne le ama, le rispetta e le fa innamorare, con le sue parole da poeta raffinato. Il vero problema ce l’ha con il suo aspetto, il suo naso, che lo mette sempre davanti a paure e rischi che non è pronto a superare.

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Cyrano, Cristiano e Rossana
L’inganno è il vero protagonista di questo dramma, che nel secondo atto vede consumare la disperazione di Cyrano, impossibilitato ad ottenere la mano di sua cugina Rossana, la quale invece è innamorata di Cristiano. Quest’ultimo, di bell’aspetto, fa credere a Rosanna di essere un raffinato poeta, mentre invece è un povero “ladro” di parole. Ha le spalle coperte dalle parole di Cyrano, che compone versi da dedicarle. 
Il difficile lavoro, a mio parare, è stato recitare completamente in rima. Ma il risultato è stupefacente, senza dubbio una prova recitativa promossa a pieni voti. La vera “magia” sta anche nel recitare lunghi monologhi durante sforzi fisici notevoli, come nei duelli con le spade. Vediamo dunque che i movimenti di spada vengono accompagnati da versi poetici e discorsi articolati. Il testo è difficile, ma arriva immediatamente al cuore di chi guarda, grazie soprattutto agli attori molto qualificati.
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Scenografia a “scatola” 

La scenografia fa da scatola su questa enorme piattaforma: ad ogni cambio di scena si apre una “finestra”, nuovo sfondo per il racconto. L’immaginazione a teatro deve essere attivata, cosa che avviene  immediatamente quando la scenografia non è quella classica che ci aspetteremmo. Il lavoro qui è stato fatto molto bene e gli attori hanno saputo dominare a fondo lo spazio a loro disposizione.

La regia esperta di Matteo Alfonso e Carlo Sciaccalunga, l’ottima traduzione di Mario Giobbe, e le scene di Giudo Fiorato hanno senz’altro fatto centro nel cuore degli spettatori del Teatro Parioli di Roma. 

Elena Lazzari

La magniloquente Messa di Requiem di Verdi a Santa Cecilia

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L’Accademia Nazionale di Santa Cecilia propone in questi giorni una meravigliosa esecuzione della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi in occasione del Giubileo della Misericordia, con la direzione di Manfred Honeck

Giuseppe Verdi
In occasione del Giubileo della Misericordia, l’Accademia Nazionale di Santa Cecilia propone l’esecuzione della Messa di Requiem di Giuseppe Verdi, composta per ricordare Alessandro Manzoni, figura amatissima da Verdi, ed eseguita per la prima volta nel giorno del primo anniversario della morte dello scrittore, il 22 maggio 187,  nella Chiesa di San Marco a Milano.
La composizione ebbe una gestazione travagliatissima. Giuseppe Verdi già propose di creare un Requiem composto da più compositori nel 1869 per onorare Gioacchino Rossini, da poco scomparso. A lui sarebbe spettata la parte finale, il Libera me, Domine, che effettivamente compose e poi modificò per inserirlo a chiusura di questa Messa di Requiem, anche perché della Messa per Rossini, così si sarebbe dovuta chiamare, non se ne fece più nulla.
Il brano è ricco di contrasti: si passa dalla forza apocalittica dell’inizio del Dies Irae alla dolcezza dell’Offertorium. Il Libera me, Domine finale è intriso di grande drammaticità, è l’anima peccatrice che chiede con enorme disperazione al Redentore di liberarla dalla morte eterna, ed oggi il mondo è pieno di morte, perché per essa morte s’intende anche la morte dell’anima, non solo la morte fisica.
Il pezzo è stato composto per una grande orchestra ed un grande coro, strumenti fuori scena e quattro solisti. La resa dell’Orchestra e del Coro dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, nell’esecuzione di sabato 07 novembre 2015, è stata semplicemente stupefacente. Il direttore d’orchestra austriaco Manfred Honeck, il quale fu collaboratore del famosissimo Herbert von Karajan ed assistente di Claudio Abbado, si è confermato essere uno dei migliori direttori in circolazione, attento ad ogni dettaglio, al canto ed a conferire un taglio drammatico costante nella concertazione. Bravissimo anche Ciro Visco, maestro del coro.
Nel quartetto vocale la migliore in assoluto è stata il mezzosoprano Luciana D’Intino, una voce torrenziale e grande verdiana (cantò anche nella famosa edizione del Don Carlo di Giuseppe Verdi per l’inaugurazione della stagione operistica 1992/1993 del Teatro alla Scala, a fianco di Luciano Pavarotti con la direzione di Riccardo Muti e la regia di Franco Zeffirelli).
Molto bravo anche il soprano Krassimira Stoyanova che, nonostante un lieve raffreddore, ha cantato tutta la sua difficilissima parte, ma soprattutto il Libera me, Domine, con una partecipazione emotiva e vocale impressionante.
Meno efficaci i due uomini, il tenore Giorgio Berrugi ed il basso Liang Li (il quale, per dovere di cronaca, bisogna dire che ha sostituito due colleghi che hanno dato forfait), entrambi con voci un po’ oscillanti e di precaria intonazione.
Alla fine vi sono state interminabili ovazioni con più chiamate sul palco degli artisti.
Ulteriori repliche lunedì 9 novembre 2015 alle ore 20:30 e martedì 10 novembre 2015 alle ore 19:30.
Marco Rossi

“ASCOLTATE! Cartoline a Roma”, ritratto autentico dell’Urbe

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ASCOLTATE! Cartoline a Roma, spettacolo andato in scena il 5 novembre 2015 al Teatro Vascello, è un ritratto autentico di Roma, dei suoi abitanti e dei suoi segreti”

Teatri di Vetro

Roma è la Città Eterna, un luogo che affascina da secoli, con i suoi monumenti, la sua storia, la sua cultura, la sua gastronomia e le sue tradizioni. È anche una città travagliata, piena di problemi, piena di segreti e misteri da raccontare.

Questo è il percorso intrapreso dalla Compagnia Menoventi per il progetto ASCOLTATE!, una raccolta di interventi performativi dedicati ad alcune città italiane realizzati in collaborazione con E-production ed, in questo caso, anche con il Festival Teatri di Vetro, giunto alla sua nona edizione.
Ogni performance sarà una voce, e per ciascuna di esse si raccoglieranno questionari – elaborati anche con l’aiuto di sociologi – atti ad indagare differenti aspetti per ogni città coinvolta. Gli verranno poi raccolti, assemblati e trasformati da Gianni Farina e Consuelo Battiston attraverso un lavoro di composizione drammaturgica.
La prima di queste voci è stata dedicata a Roma e la performance si è tenuta giovedì 5 novembre 2015 presso il Teatro Vascello.
La scenografia curata da Laura Bulzaga si presenta scarna, vi è solo un podio con un microfono. Ad un certo punto arriva una ragazza con zaino in spalla. Poggia il suo zaino e comincia a leggere. Da questi interventi viene fuori l’immagine autentica di Roma, raccontata attraverso lo sguardo del turista. Roma è affascinante, ammaliante, una città che ti fa sognare, ma allo stesso tempo è anche una città difficile, piena di problemiuna città talmente ricca di monumenti e storia da stordire il turista, il quale si sente soffocato. Il rapporto con i romani non è sempre facile.
Dopo aver finito di leggere ogni cartolina, queste venivano buttate per terra, creando alla fine quasi un tappeto colorato, attirando la curiosità morbosa d’alcuni spettatori, che a fine performance sono andati a leggerle.
La giovane e bravissima Consuelo Battiston non era semplicemente una turista, ma sembrava essere Roma stessa che si presenta al suo pubblico. Veramente brava ed emozionante, anche nell’accentuare i contrasti, con netti cambi di registro vocale quando, dagli aspetti positivi, passava a descrivere gli aspetti negativi di questa città e viceversa, aiutata da un’elaborazione sonora di Mirto Baliani. Lo spettacolo è stato veramente bello perché l’immagine che ne veniva fuori era anche frutto del punto di vista della compagnia, che ha creato un’immagine unica di Roma.
Molto interessanti anche gli interventi di Gianni Farina, che con la sua voce poneva delle domande alla pseudo-turista ed è intervenuto proprio nello spettacolo. Bisogna anche citare doverosamente la collaborazione di Luigi Dadina e Vittorio Giacopino per la messa in scena dello spettacolo, la raccolta del materiale, le interviste e le traduzioni a cura di Beatrice Buzi e Ludovico Orsini Baroni e l’organizzazione di Nera Pieri.
Marco Rossi

(Foto Enea Tomei)

“Banane” a volontà al Teatro dell’Orologio

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La Compagnia Teatrodilina quest’anno ha presentato al Teatro dell’Orologio tre nuovi spettacoli, tra cui “Banane”. Un titolo insolito ma molto azzeccato per questa divertente messa in scena. I due amici Elio e Pino partono per Lecce per incontrare la cugina di uno dei due, Palma. Arrivati a Lecce incontreranno non solo lei, ma anche Max, il suo fidanzato alquanto strano e inconsueto.
La penna di Francesco Lagi è divertente e pungente, drammatica e malinconica. La storia di per sé non è troppo complicata ma lascia un senso di malinconia addosso. I dialoghi non sono così necessari per capire che dietro ad ognuno dei personaggi si cela una piccola o grande patologia, psicosi. Sono sempre insieme ma, allo stesso tempo, da soli. Disgraziati ma felici, sognatori ma realisti. Il regista ci mette a disposizione delle figure apparentemente normali in cui ognuno di noi si può riconoscere.
banane
Il tutto con una scelta registica veramente nuova e affascinante: il Road Movie. Sembra di stare al cinema: la scena si blocca dopo pochi minuti per dare spazio ad un’altra completamente diversa, grazie al gioco di buio e luce. Si accede il palco, c’è movimento e narrazione, si spengono le luci e il tempo scorre in attesa del “ciak” successivo. Gli attori sono meravigliosi, senza dubbio coinvolgenti e simpatici, ma anche drammatici al momento giusto. Aurora Pres interpreta Palma, colei che fa partire la storia accennando un ballo alla stazione, accompagnato dalla musica che proviene dalle sue cuffie. Ci fa sorridere da subito. Mariano Pirella lascia tutti a bocca aperta con il suo Max, che è buffo ma a volte terrificante. Il personaggio dedica a Palma la canzone “Io che amo solo te”, ed è difficile non emozionarsi davanti al loro ballo d’amore. Francesco Colella e Leonardo Maddalena, che interpretano rispettivamente Elio e Pino, sono il simbolo di un’amicizia creata per salvarsi reciprocamente, per fare da cuscinetto in questo mondo malvagio e pieno di ardue prove. Infine, l’ultimo membro del cast è Pigna, un attore d’eccezione, che però abbaia invece di parlare, ed è l’unico a mangiare croccantini al posto delle banane, simbolo dello spettacolo ed elemento che lega tutti e quattro gli interpreti. Perché? vi chiederete – bè, perché Pigna è un cane e saltella qua e là sul palco con il suo fedele padrone Max. 

Insomma gli elementi per amare questo spettacolo ci sono tutti: la bravura degli attori, del regista e del cagnolino. C’è amore, passione e drammaticità. Spettacolo più che promosso, senza alcun dubbio.

(Foto di Loris Zambelli)

Elena Lazzari

Suburra, il volto sporco di Roma

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Suburra è l’ennesima conferma della tesi che sostengo ormai da tempo: al cinema italiano contemporaneo non mancano i grandi autori, abbiamo davvero tanti bravi registi e alcuni di primissimo livello, ma mancano i grandi sceneggiatori del passato.

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Non voglio togliere ovviamente nulla a Sandro Petraglia e Stefano Rulli, i due sceneggiatori di Suburra la cui filmografia, ricca di grandi titoli fin dai primi anni ’80, parla da sola, ma solo dire di avere la netta sensazione che i registi italiani di nuova generazione scelgano di narrare visivamente i loro film (Sollima ora, Cupellini in Alaska, ma purtroppo lo fa spesso pure Paolo Sorrentino) relegando la scrittura a mero accessorio strutturale, e quest’ultima finisce quindi per essere inevitabilmente scadente.
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Suburra è davvero un esempio chiave. Stefano Sollima è un regista ormai di primo livello, e farsi le ossa con le serie televisive, aiutato pure dal fatto che nessuno in Italia fa tv come la concepisce lui, lo ha fatto crescere tantissimo nella padronanza della gestione del ritmo, ad esempio. Le sue immagini sono sempre potenti, piene di tensione ed energia, e la nuova fascinazione con le luci al neon (i dvd di Nicolas Refn servono anche a questo) carica le inquadrature di una notevole espressione pittorica iperrealista. Soprattutto, consapevole che sta raccontando una storia in cui i personaggi sono TUTTI negativi, ha l’intelligenza di girare le scene di omicidio in maniera per nulla indulgente, per nulla spettacolare, con un tocco distaccato e asciutto che impedisce ai criminali di diventare eroi romantici con una morte da poema epico. Ottimo davvero. E poi, inutile dirlo, tutti gli interpreti sono bravi, inclusi quelli che hanno meno minutaggio o quelli più inattesi (credo di non aver mai visto un Claudio Amendola così solido).
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Eppure, come detto, la sceneggiatura non sorregge il peso del resto. L’intreccio è debole perché oltremodo prevedibile, il ritratto dei personaggi è a dir poco superficiale (l’onorevole interpretato da Pierfrancesco Favino è “luogo comune numero uno“), molti dialoghi sono didascalici e alcuni colpi di scena semplicemente assurdi (gli zingari a casa di Favino, e soprattutto la fuga di un personaggio nella resa dei conti alla palafitta di Numero 8). Oltretutto, in un film in cui la metafora della città del potere è così predominante e tutti la vogliono usare o saccheggiare, è drammaticamente assente Roma: Suburra è affascinato dagli interni, ma dimentica di mostrare la città bella e dannata, dimentica totalmente di creare quell’atmosfera della città più importante dei suoi personaggi. In determinate scene, il film potrebbe essere ambientato in molte altre città senza notare il cambiamento, e non va bene. La narrazione sceglie piuttosto di contestualizzare storicamente la vicenda, cercando appigli nella cronaca reale, un aggancio inutile – una storia simile è assolutamente atemporale – e dannoso, perché col senno di poi possiamo dire che l’apocalisse riecheggiata dal film non sembra sia arrivata, per fortuna (calo un velo sulle scene del Papa, totalmente piazzate senza un costrutto o un collegamento narrativo col resto).
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Forse però, e qui è anche colpa di Sollima, il vero problema di Suburra è la sua perenne indecisione nell’essere un ritorno al poliziottesco anni ’70, ma fatto meglio, oppure un classico crime movie americano, che farlo in Italia pare un miracolo. Si vergogna di essere solo il primo, ma non vuole diventare completamente il secondo, e naturalmente ne esce fuori un ibrido ben confezionato, molto godibile, ma privo di vero mordente sulla tematica pessimista e gattopardiana che mette sul tavolo. Sollima va quindi elogiato, applaudito e spinto ad andare avanti perché è uno dei pochissimi che in Italia realizza, finalmente, il vero cinema di genere; ma oltre al coraggio vogliamo di più, oltre alla felicità per aver ritrovato un solido film di genere vogliamo finalmente la sostanza. Il pubblico se lo merita, e Sollima è in grado di farlo.
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Emanuele D’Aniello

Il valzer bianco del Giardino dei Ciliegi al Quirino

Lopachin: “Ho visto una commedia ed era divertentissima.” Ljuba: “E magari non c’era niente di divertente!

Dopo aver replicato il proprio successo al Teatro Aleksandrinskij di San Pietroburgo, Il Giardino dei Ciliegi approda al Teatro Quirino di Roma. È un viaggio iniziato al Napoli Teatro Festival 2014 e protratto in giro per l’Italia. Stavolta Cechov passa per le mani della regia di Luca De Fusco. Alla base dell’approccio al testo vi è l’intuizione, condivisa con Andrej Konchalovskij, di rilevare una decadente affinità tra l’aristocrazia russa e quella del meridione italiano. Le due realtà sono vicine nell’incapacità di adattarsi all’avanzare della società borghese. Sapranno solo frantumarsi all’interno di una comunità in cui non significheranno più nulla. La vicenda si svolge al tramonto dell’Ottocento e immortala il passaggio da una realtà all’altra. Nello specifico, è la storia di una famiglia aristocratica, riunita nuovamente per l’estate nella villa di campagna. È una casa circondata da un boschetto, che ne è motivo del nome e la rende famosa nella regione. Un giardino di ciliegi, per l’appunto. Nonostante il mantenimento delle apparenze, la loro fortuna è in rovina e il luogo è stato messo all’asta per coprire i debiti. Di fronte allo sciacallaggio della nascente borghesia, la famiglia non saprà far altro che assistere, austera e sorda, al proprio brusco crollo. La parlata meridionale, scelta a completamento della trasposizione ambientale, è una leggera presenza, che si fa sentire timida, solo ogni tanto e con eleganza.
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E ricordo che sono tutti contenti, ma di che cosa nemmeno loro lo sanno.
L’adattamento di Luca De Fusco si impegna a rappresentare un panorama di gesso, dai bordi sbriciolati ed erosi nel tempo. Questa scenografia di Maurizio Balò gioca con le crepe e le suggestioni di una villa nostrana, nel biancore di una casa sul mare. Placidamente in rovina, troviamo sul palco un cortile delineato da alte pareti. Una scala fatiscente conduce al suo interno; un alternarsi di oggetti rende lo spazio aperto sul giardino o chiuso, come una grande stanza signorile. Vi sono intrappolate figure di cera, quasi fantasmi sbiaditi, la cui compostezza si avvicina a dei mobili coperti da spessi lenzuoli. È una realtà in cui ogni elemento è bianco, in un’atmosfera che ricorda il candore della memoria ma anche quella monotonia neutrale, ispirante morte. È come se tutto fosse stato coperto da cenere vulcanica. Le musiche originali di Ran Bagno si inseriscono nel quadro come le note gelate di un carillon, i cui ingranaggi, messi in moto dalla melodia di punte d’ottone, trascinano pupazzi di metallo. I personaggi sono dunque giocattoli danzanti in una coreografia dal senso comico affogato nell’inquietudine. Il loro limbo è una trappola da cui non possono sottrarsi, mentre ruotano sul proprio corpo, ignorandosi l’uno con l’altro per nascondere il senso di un fallimento che non è solo personale, ma di classe. L’epoca si riflette nel loro microcosmo e con eleganza si completa degli squisiti costumi, bianchi anch’essi, di Maurizio Millenotti. Nel pietrificante candore, ogni vita sul palco è preda di se stessa e del proprio passato, in un continuo parlare che maschera un sottotesto di ben altre vicende. Sono dei trascorsi che sfuggono al controllo e si scaricano nella forza istintiva di un volto, nel tremore di un gesto; nello sfuggire di un dettaglio. Assistiamo infatti ad un esito, non ad una vicenda. Siamo spettatori del finale di una macchina già avviata al suo approdo e mandata avanti per inerzia. Troviamo la madre, Ljuba, lo zio, figli, nipoti, servi. Poi Lopachin, l’unico estraneo a questo mondo di vetro e dotato della forza per spezzarne il pallore. È il personaggio interpretato da Claudio di Palma: il borghese nato dal nulla e col lavoro arrivato in cima alla catena sociale. Davanti al suo pragmatismo la poetica aristocrazia si frantuma. È un Lopachin dall’espressività potente. Un divoratore con la biacca sciolta sul volto e la risata ambigua, selvaggia. Quella di un amico che si vendica sugli antenati degli altri e non può non farlo, perché è il suo momento: l’ora dello scorpione. L’intrattenimento allora si manifesta nella fatalità. Le parole cambiano tono espressivo a metà frase: Lopachin, il figlio dei servi di un tempo, ha comprato il Giardino e lo abbatterà e con esso la casa tutta. Costruirà villini. I ciliegi cadranno uno ad uno davanti ad una Ljuba imperscrutabile e sensuale, interpretata dalla splendida Gaia Aprea. Il suo volto ammutolisce nell’incredulità: una meravigliosa bambola di un tempo che non potrà più tornare, ferma sulle note di un valzer crudele e di una scala ghiacciata.

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

“Alaska” di Cupellini alla Festa del Cinema di Roma

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Partiamo da un assunto essenziale: Alaska è un film vivo, che brama la vita e l’energia del vivere sotto tutte le sue sfaccettature, anche le più tragiche.

E’ un film che, come i suoi personaggi, non vuole fermarsi mai, non accetta di spegnersi e riflettere nemmeno per un secondo, non si arrende di fonte all’inevitabile logica. Che il regista Claudio Cupellini impianti una tale urgenza di azione in un film che, fondamentalmente, è un purissimo melodramma, è sicuramente ammirevole.
Che poi tale scelta faccia bene alla creazione del film, o invece assuma sempre di più, minuto dopo minuto, scena dopo scena, la forma di una macchina lanciata a 300 all’ora verso un burrone, senza voglia alcuna di frenare, questo è un altro discorso, ma decisivo.
Col cinema del regista romano, un vero talento emergente della forma visiva da non sottovalutare, ci eravamo lasciati 5 anni fa col bellissimo Una Vita Tranquilla, efficace parabola della tragicità della vita e del passato funesto che ritorna sempre, ritratto lucido dell’impossibilità di poter conoscere la felicità a causa delle conseguenze delle scelte che si fanno. Ecco, ora Cupellini della vita tranquilla non sa che farsene, e pur riprendendo il medesimo tema di fondo, Alaska è un’inversione cinematografica a 360° nel modo di comunicare tale malessere. Nella storia di Fausto e Nadine, due persone diverse tra loro non solo per provenienza geografica, ma unite da un forte senso di solitudine e necessità di condividere il proprio turbamento emotivo, Cupellini trova una valvola di sfogo essenziale per far passare il proprio pensiero, ma fin dall’inizio i problemi narrativi non tardano ad arrivare: nel primo incontro tra Fausto e Nadine non c’è mai quell’urgenza o quel sentimento soffuso che porta a tutte le conseguenze successive, non c’è quell’attimo, o quel semplice sguardo, che connette i due destini. Nessuno pretendeva, sia chiaro, l’inarrivabile livello di alchimia di Prima dell’Alba, probabilmente l’apice nel cinema recente nel ritratto dell’incontro tra due sconosciuti, ma senza troppo complimenti il film opta fin da subito per metodi volutamente marcati.
Alaska è una storia, questo il punto focale, che ha un bisogno clamoroso di una vera sceneggiatura: tutti i passaggi narrativi sono a volte poco credibili e altre volte forzatissimi (prendiamo l’apparizione di Marco D’Amore, eccessiva e totalmente fine a se stessa). I colpi di scena, davvero tanti, non sono mai organici e finiscono, invece di stupire e creare un emozione, per diventare tacche in una sequela artificiale e sistematica di errori esasperanti. In poche parole, la linea narrativa è formata e si regge solo su clichè.
Nella vicenda, Alaska è il nome di un locale notturno fittizio di Milano del quale Fausto diverrà co-proprietario. Ma indubbiamente il nome del locale è solo un simbolo che, richiamando l’omonimo stato americano noto per essere piuttosto duro e ostico, riporta ancora al centro la durezza della vita dei personaggi. Ma nel suo essere così didascalico, nell’essere sempre in movimento, nel preferire lo svolgimento dei fatti alle riflessioni, il film non si ferma mai ad approfondire veramente i caratteri, a cercare di capire il perchè dietro le scelte sbagliate dei protagonisti: Alaska è troppo indulgente verso due personaggi per cui è difficile, fin da dall’inizio, provare una semplice forma di empatia.
Un peccato, perchè gli interpreti sono bravissimi: Elio Germano ha questa immensa dote di essere sempre spontaneo e naturale, persino quando recita in francese, e con la sua fragilità la modella Astrid Berges-Frisbey è una vera rivelazione. Oltretutto Claudio Cupellini dimostra ancora una volta di essere un ottimo regista, semplicemente con in mano un materiale non all’altezza: le sue scelte di regia, di montaggio, il ritmo sincopato ma sempre acceso, le canzoni inserite nei momenti giusti, tutti elementi azzeccati a cui però manca la visione d’insieme. Cupellini non ha voluto ripetersi e ha scelto di allontanarsi dalla vita tranquilla, ma ha finito per creare un film pretestuoso, con un disegno da seguire a tutti i costi a dispetto dell’andamento naturale delle cose: forse, fermarsi e accettare il semplice melodramma non sarebbe stato così vergognoso.
Emanuele D’Aniello