Arriva dai campi, emerge dal grano; papaveri rossi, rosso lo scialle e il cuore malato. Malato il suo cuore o quello degli altri? Lei la Lupa o lupo il mondo?
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| “Vediamo se ti basta il cuore.“ |
Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC
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| “Vediamo se ti basta il cuore.“ |
Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC
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| Mono Lisa
Segue subito dopo Kosmos, del coreografo greco Andonis Foniadakis, pezzo connotato da una straordinaria energia che sprizza dai corpi dei quattordici danzatori, impeccabili nella loro esecuzione fluida e potente. Centro focale della creazione è l’esistenza umana: evidente è, infatti, la frenesia tipica dei nostri tempi rintracciabile sia a livello musicale, sia a livello coreutico, attraverso un movimento dapprima convulso e sincopato, che procede a canone, per poi distendersi divenendo più morbido e respirato. Il risultato è di grande effetto, merito di un’impressionante forza corporea che pian piano tende a scemare guidando lo spettatore verso una sorta di riconciliazione, una pace dei sensi, che si risolve in un unico, grande abbraccio.
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| Harry
È infine Harry a chiudere la serata, salutando il pubblico sulle note di “Danke schön” di Wayne Newton. Creato dal coreografo israelo-americano Barak Marshall, Harry si ispira ai conflitti interiori, propri delle interazioni umane. “La vita – ha, infatti, dichiarato Marshall – è una lotta continua nella quale siamo costantemente di fronte a conflitti per quanto riguarda la cultura, il sesso, la specie.” È dunque proprio di questi conflitti che Harry ci parla, ricordando a tratti il Tanztheater di Pina Bausch grazie ad un mix che unisce la danza al jazz, alle canzoni popolari israeliane, alla musica tradizionale e a pezzi puramente recitati. Un finale da gustare a “cuor leggero”, fortemente intriso di speranza e umorismo, che evidenzia il gesto coreografico in tutta la sua potenza, mettendone in mostra le straordinarie e infinite capacità pantomimiche e narrative.
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| Kosmos |
Francesca Pantaleo
Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC
Partendo da un “powerpoint animato”, dove gli attori si sostituiscono alle immagini usando semplicemente gesti ed espressioni come dei ‘tableau vivant’, PartecipArte mostra un breve resoconto della situazione delle donne nell’odierna società, fisse ai cliché di madre perfetta o sex symbol. Ci spiega cosa accade in caso di maternità, nel lavoro e nelle relazioni, dei milioni di casi di obiettori di coscienza in caso di aborto, di quelle donne che non si fissano ai due ruoli citati.
Antonio si presenta in scena. È senza memoria, è stato operato al cervello. Insieme ripercorriamo il viaggio della sua vita, alla ricerca di qualcosa che nemmeno lui sa bene. Antonio è giovane nel 1972, gli anni delle contestazioni giovanili, del rock di Jimi Hendrix. È un giovane pieno d’incertezze e di domande da porsi. Sembra non avere una direzione ben precisa, non avere ideali definiti, ma sa bene che i giovani intrisi dei valori sessantottini piacciono molto alle ragazze; infatti ama Francesca.
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| Ascolto Fetale, Caleidoscopio |
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| Violetta fotografata da Federico Aniballi |
| Le tre età del Femminicidio |
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| Tina Loiodice |
Il progetto “Caleidoscopio”, ideato da Maurizio Mequio e realizzato dagli artisti di Muracci Nostri (con il sostegno della Asl Roma E.), ha inaugurato un vero e proprio percorso artistico dove solo la grande espressività dell’arte di strada può sposarsi con l’impermeabile solitudine di un luogo che pare senza tempo. L’iniziativa è stata presentata ufficialmente lo scorso sabato 14 novembre all’interno dello storico complesso e alla presenza degli artisti coinvolti, del Direttore Generale della ASL RM E, del Direttore del Distretto 14 e del Direttore del Museo Laboratorio della Mente, realizzando una preziosa collaborazione con gli organi istituzionali.
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| Mauro Sgarbi |
Grazie alla partecipazione di 28 artisti che hanno lasciato una traccia indelebile del loro passaggio sui muri di Santa Maria della Pietà, adesso un luogo che per anni è stato simbolo di isolamento ed emarginazione, è ora immagine di vita e rinascita.
Primavalle e Monte Mario con i loro muri sporchi, segnati e rovinati sono ora case ed edifici dove lo scarabocchio sulla parete ha iniziato a gridare per essere sentito, dove la strada si colora e dove i muracci parlano anche a chi non ha tempo per stare ad ascoltare, dove l’arte si incontra con il cemento e l’asfalto e la strada diventa una tela su cui sognare.
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| Carlo Lommi, Beetroot |
Prima di realizzare il murales ho vissuto per tre giorni al Trullo nell’opera di Gomez, cercando di capire come fosse umanamente possibile affrontare “formati” tanto grandi, osservando ogni dettaglio della realizzazione del dipinto, dalla prima all’ultima pennellata e – senza che se ne rendesse nemmeno conto – è stato per me un grande maestro. Lì, in quelle ore, tra le parole di Poeta del Nulla e il bianco e nero di Gomez, ho trovato il coraggio necessario per prendermi la responsabilità di far nascere un’opera pubblica; quando metti al di sopra di te una riflessione comprendi come su quel muro non porterai solo te stesso, ma inviterai le persone a pensare e forse innescherai anche qualcosa di potente nelle loro menti. Vivo per l’arte e trovo non ci sia alcuna supremazia di linguaggio: in passato sono stata prevalentemente una pittrice e lo sono tutt’ora, ma mi muovo – mantenendo una coerenza espressiva con le opere pittoriche – tra la performance, la video-istallazione, la fotografia e negli ultimi tempi i murales. Qualunque medium è adeguato se può divenire strumento della nostra Anima.
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| Ascolto Fetale |
foto Streetartrome
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Scrollo ancora la bacheca di Facebook, sono stanca di fare discorsi inutili, cari genitori miei. Insulti all’Islam. Insulti a chi insulta l’Islam. Gli stessi articoli da stanotte a stamattina. Non riesco a scrollare con la stessa facilità il mio turbamento. Il mio cane non capisce e vuole uscire. Ecco che la vita mi richiama alla normalità. Mi vesto, prendo il guinzaglio e tra le mani ho un collare da cui pende una bandana a triangolo di colore viola. Al centro c’è la Torre Eiffel contornata di cuori e sotto la scritta “Paris”. Un souvenir di un mio recente viaggio nella Capitale francese. Pochi minuti prima un mio amico su Facebook ha modificato la foto del profilo. Ha messo il simbolo della pace, le cui asticelle disegnano la medesima torre. Scanso l’analogia e torno al collare. Accanto al disegno della torre, vedo la targhetta col nome, Nike. E penso che è l’ossimoro del giorno, perché a Parigi non esiste vittoria stamane. Penso che Nike non lo sa, ma sta portando al collo un simbolo che, da souvenir, si è trasformato in messaggio di pace. E penso anche che no, non mi è concesso di dimenticare.Per provare qualcosa di diverso ed inaspettato, la nostra redazione ha voluto allargare i propri orizzonti culturali per includere la sensuale arte del Burlesque. L’occasione ci è stata offerta dalla terza edizione del Caput Mundi International Burlesque Award, svoltosi a Roma dal 6 all’8 novembre. La prima serata ha visto l’elezione della nuova papessa del Burlesque, ma la nostra redazione ha potuto partecipare solo al secondo appuntamento in programma. Qui le cose si complicano ed assumono un aspetto totalmente diverso. Non vi è più l’atmosfera del grande palco e le luci si riducono. Con un alone di mistero, giostrato da una divertita complicità, un luogo “segreto” diventa teatro di allettanti rivelazioni senza veli. È il Burly Speakeasy: una sala nascosta a via Veneto, che perderebbe di fascino a specificarne la posizione. In uno spazio ristretto e caldo, si raggruppano spettatori di ogni tipo, riccamente vestiti a tema e perfettamente a loro agio nella sensualità dei costumi e nella tensione dei ruoli. Sono luoghi intimi, estemporanei, secondo la tradizione dello Speakeasy. Una dimensione che arriva dall’America del proibizionismo e racconta di un posto di riunione dove tutto è concesso, purché fuori non se ne faccia parola. Allarghiamo allora questa suadente complicità, per descrivere ai nostri lettori la magia della serata.
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| Ecco Michelle L’Amour impegnata in una peculiare esibizione d’orchestra. Copyright Diego Fioravanti |
Gli artisti si susseguono uno dopo l’altro nell’allegria dello spazio a loro riservato dalla massa di avventori. Ad aprire le danze è un ospite speciale, Russel Bruner, rappresentante per noi di un Burlesque al maschile, tra giacche e doppiopetto facili da sbottonare. Lontano dalle forme massicce di un uomo, segue la pure poesia di una figura sinuosa. Le sue piume parlano del fascino degli anni del jazz. Veli di seta si gonfiano dolcemente al roteare del corpo. Il suo nome d’arte è Mara De Nudée e la sua serenità ovattata stride col numero esuberante della lirica Simone The Boudoir. Continua così la divertita giostra di provocazioni sorridenti ed abiti volanti, in un contesto che a suo modo riesce a scacciare ogni volgarità col fascino calcolato e studiato di un codice professionale. Allora il particolare rapporto con la Bibbia di Miss Cool Cat è un’esuberante esplosione rossa e il corpetto di pietre verdi e rubini di Talulah Blue una scossa di bollente ritmo latino. Contrastato dalla sua carnagione è il senso onirico di un Latinoamerica immaginato da bambini, spezzato dalla forza erotica di un nudo atletico. A concludere la complicità di artisti dai corpi fatali è l’esibizione d’orchestra di Michelle L’Amour. Una rapida occhiata nel web potrà colmare la curiosità dei lettori decisi a lasciare la dolcezza delle lettere per la parola delle immagini.
Al suo terzo film da regista, la Jolie abbandona finalmente gli scenari di guerra e realizza una storia semplice, intima, molto personale, fondata sulle persone e sui loro sentimenti. Che poi sia lei, in aggiunta, a recitare davanti alla telecamera, e con al fianco il marito Brad Pitt, pare una soluzione quasi naturale: dopotutto se il loro incontro con Mr & Mrs Smith creava la coppia nel film e nella vita vera, ora a dieci di anni di distanza By the Sea ci propone il disfacimento del matrimonio. No, non vuole dire che i due stanno divorziando davvero, anzi, ma è quasi logico che ora decidano di fare terapia e analisi del matrimonio davanti alle telecamere, davanti al loro pubblico.
Proprio su quest’ultima figura, che preferiamo ricordare come Giovanna di Trastamara, o Giovanna di Aragona e Castiglia, si concentra il romanzo di Adriana Assini, Le Rose di Cordova, felicissimo tentativo di percorrere la vita della duchessa/principessa/regina attraverso gli occhi della sua schiava. In questo modo il lettore viene catapultato nella quotidianità intima dell’infanta, imparando a conoscere gli aspetti della sua peculiare personalità. Amante della cultura in tutte le sue sfaccettature, Juana si rivela malinconica e lunatica sin da giovanissima. Superato l’ingenuo amore che la legherà a Filippo d’Asburgo fino alla morte di quest’ultimo, ella rivela un’indole fiera e belligerante, specialmente di fronte ai continui colpi inferti dal coniuge. Vittima mai passiva del partner, la regina paga il prezzo di essere donna anche col padre Ferdinando II d’Aragona e col figlio Carlo (poi Carlo V), che la sottomettono a politiche matrimoniali volte solo alla conquista del potere. E fu proprio il padre, tra l’altro, a divulgare la notizia della demenza che l’avrebbe assalita dopo la morte di Filippo, facendola relegare per il resto dei suoi giorni nel castello di Tordesillas. La delusione esistenziale, la gelosia amorosa, la maternità, ogni sentimento è filtrato attraverso lo sguardo della sua fedele schiava, legata a lei da un catulliano odi et amo, dal disprezzo per l’unione forzata all’affetto inevitabile nei confronti della sua – seppur imposta – compagna di vita.
Quale tipo di lavoro c’è dietro un romanzo storico di questo tipo?
Alessia Pizzi
Gli autori, piacevolmente sereni, hanno avuto modo di leggere alcune anteprime, fino anche a recitarle nell’ambiente raccolto del bistrot.
(foto di Francesca Pantaleo)
Il Cyrano di Antonio Zavatteri ci fa innamorare subito, grazie alla sua voce profonda e ironica e ai costumi di scena, fedelmente riprodotti.
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| Cyrano, Cristiano e Rossana |
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| Scenografia a “scatola” |
La scenografia fa da scatola su questa enorme piattaforma: ad ogni cambio di scena si apre una “finestra”, nuovo sfondo per il racconto. L’immaginazione a teatro deve essere attivata, cosa che avviene immediatamente quando la scenografia non è quella classica che ci aspetteremmo. Il lavoro qui è stato fatto molto bene e gli attori hanno saputo dominare a fondo lo spazio a loro disposizione.
Elena Lazzari
Roma è la Città Eterna, un luogo che affascina da secoli, con i suoi monumenti, la sua storia, la sua cultura, la sua gastronomia e le sue tradizioni. È anche una città travagliata, piena di problemi, piena di segreti e misteri da raccontare.
(Foto Enea Tomei)
Il tutto con una scelta registica veramente nuova e affascinante: il Road Movie. Sembra di stare al cinema: la scena si blocca dopo pochi minuti per dare spazio ad un’altra completamente diversa, grazie al gioco di buio e luce. Si accede il palco, c’è movimento e narrazione, si spengono le luci e il tempo scorre in attesa del “ciak” successivo. Gli attori sono meravigliosi, senza dubbio coinvolgenti e simpatici, ma anche drammatici al momento giusto. Aurora Pres interpreta Palma, colei che fa partire la storia accennando un ballo alla stazione, accompagnato dalla musica che proviene dalle sue cuffie. Ci fa sorridere da subito. Mariano Pirella lascia tutti a bocca aperta con il suo Max, che è buffo ma a volte terrificante. Il personaggio dedica a Palma la canzone “Io che amo solo te”, ed è difficile non emozionarsi davanti al loro ballo d’amore. Francesco Colella e Leonardo Maddalena, che interpretano rispettivamente Elio e Pino, sono il simbolo di un’amicizia creata per salvarsi reciprocamente, per fare da cuscinetto in questo mondo malvagio e pieno di ardue prove. Infine, l’ultimo membro del cast è Pigna, un attore d’eccezione, che però abbaia invece di parlare, ed è l’unico a mangiare croccantini al posto delle banane, simbolo dello spettacolo ed elemento che lega tutti e quattro gli interpreti. Perché? vi chiederete – bè, perché Pigna è un cane e saltella qua e là sul palco con il suo fedele padrone Max. Insomma gli elementi per amare questo spettacolo ci sono tutti: la bravura degli attori, del regista e del cagnolino. C’è amore, passione e drammaticità. Spettacolo più che promosso, senza alcun dubbio.
(Foto di Loris Zambelli)
Elena Lazzari
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| “E ricordo che sono tutti contenti, ma di che cosa nemmeno loro lo sanno.“ |
Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC