“Io, Tetro Teatro, arrivo sempre. E sempre al buio.”
Pochi personaggi dei fumetti potrebbero entrare a tutti gli effetti nel teatro. La sagoma disegnata non sempre porta fra le sue linee i presupposti di profondità adatti. Spesso il loro successo è questione di effetti speciali; componenti visive sia sulla carta che al cinema, inesorabilmente prevalenti su figure altrimenti banali. C’è però un caso in cui la vita è edulcorata e trapiantata in un incubo costante. Un luogo in cui il nostro bene ed il nostro male, confusi ed esasperati, sanno farsi specchio dei dubbi più nascosti e terrificanti. Prodotti in fondo naturali, nella loro forma trasposta e distorta sono abbastanza grandi da essere metafore di filosofia; giochi di grigi e assoluti. È il mondo di Batman e della sua nemesi Joker. Quest’ultimo in particolare, in una città fatta di posti, per l’appunto, “tetri”, come un palco a luci spente. Qui Gabriele Linari, per la regia di Antonio Sinisi,ci delizia nello spazio accogliente del Teatro Studio Uno di Roma.
“La pazzia è l’uscita d’emergenza”
Il luogo è una stanza sotterranea, che potrebbe essere scavata fra le umide rovine di un parco divertimenti come in fondo ad una coscienza. Un abisso dove i ruoli si possono invertire, i ricordi affiorare e le mani trasformarsi in altereghi di ombre. C’è sempre la sagoma di un doppio che si proietta contro il muro. Qui Joker si rivela perfetta creatura teatrale, avvolto in una follia che passa per la ragione eroica di Leopardi. Si fonde la tradizione nostrana come un presupposto essenziale per raccontare l’uomo nascosto dietro la risata. È un nichilismo titanico che passa per le melodie stonate di una giostra e i suoi saliscendi emotivi scandiscono la vita di Joker. La sua nascita; la sua nemesi; uno dei suoi crimini più grandi. La sua storia è quella di un uomo medio, un padre. Fin quando, ecco, una “giornata storta” è più che sufficiente a fare del tetro barzellettista un incubo votato a dimostrare la pazzia del respiro di ogni giorno. “I fantasmi che ci danno i ricordi sono pericolosi, allucinati. Se li rinneghiamo, rinneghiamo ogni tipo di razionalità, ma perché no? La pazzia è l’uscita d’emergenza.“ Il savoir faire del Joker è una canzone che rimbomba nella sua voce e trascina e lega alla sedia tra il brivido di un confine oltrepassato e il sorriso di una ragione riconosciuta. È un viaggio che Linari sa architettare con la furbizia di un attore dalla creatività mostruosa, in grado di saper costruire le mille facce del personaggio in una scenografia di puro nulla. C’è un microfono appeso alla volta della cantina e un tubo emerge dal centro del pavimento. C’è un telo, una veste. Un gessetto ed un muro. L’essenziale perché siano il corpo e la parola a costruire lo spazio, supportati dal canzonatorio andirivieni delle luci. Una voce duttile si trasforma di volta in volta, a rivelare un nuovo lato della medaglia di cui Batman rappresenta forse l’ultimo opposto, previsto e atteso. La verità però è un’altra e si nasconde nella crociata contro il perbenismo che lo stesso Leopardi aveva intrapreso fino a dannarsi l’anima. È un filo stretto con la forma di un teatro dalla forte introspezione psicologica e Joker, spirito teatrale, vi si muove nell’oscurità di una sala a luci spente. L’attore si smaterializza in un demone antico: “Io, tetro teatro, arrivo sempre. E sempre al buio. […] Questo è il gioco che io fingo di non giocare. Che voi fingete di non vedere.” Come a dire che la follia del personaggio non sia altro che la potenza smascheratrice del palco: quel mettersi ogni volta a confronto con uno specchio e affrontarvi l’opposto che la società trasforma in mostro. Il suo effetto è più che catartico: è un penetrare nella mente e spezzarne la psiche, insegnando al contempo la flessibilità dei mille punti di vista. Andare a teatro, ci ricorda Linari, è di volta in volta una lezione di quella relatività che tanto ci spaventa.
Tetro è ad un tempo un intrattenimento fresco ed un viaggio dall’intenso sapore culturale. Il lavoro di Linari è un esempio di come uno spettacolo dovrebbe presentarsi in questo nuovo secolo: un’entità forte dei risultati di decenni di sperimentazione e avanguardie e non un essere timido, dimentico e spaventato dalle proprie capacità. Speriamo di poter rivedere ancora questo prodotto, in modo che possa raggiungere un più vasto pubblico.
In scena al Teatro dell’Orologio fino all’8 novembre “Viaggio verso Itaca”, con Caterina Gramaglia, Carlotta Piraino, Alessandra Salamida, Claudia Salvatore. Regia di Selene Gandini.
Se per secoli Penelope ha incarnato il modello di donna perfetta, sposa paziente, saggia e fedele, il suo compagno Ulisse, oltre che per l’intelligenza, è noto per gli amori extraconiugali consumati nel corso del decennale nostos di ritorno ad Itaca, dopo la caduta di Troia.
Mentre la candida regina, insomma, viene lodata dalla critica secolare per la scaltrezza nell’allontanare i Proci con il tranello della tela, l’eroe non viene mai biasimato per i suoi svariati love affairs, per il semplice fatto che l’asimmetria sessuale era il caposaldo della società antica (e non solo…).
Da tale premessa può sorgere una semplice domanda, un legittimo dubbio, lontano dalla critica letteraria: come avrà passato le sue notti Penelope in quei lunghi anni di attesa? Non di certo solo a disfare la sua tela.
Sappiamo bene che le pene d’amore si celano meglio alla luce del sole che al pallore della Luna, confidente degli amanti per antonomasia. Quando la notte si palesa e stringe il cuore, la mente è dominata da timori di ogni sorta: sarà stata turbata dagli incubi più atroci, Penelope, consumata dalla paura della morte di Ulisse, e rosa dal tarlo inconfessabile e infido del tradimento.
Questi tormenti, sul palco onirico ospitato dal Teatro dell’Orologio, prendono vita con le amanti di Ulisse stesso: la fiera maga Circe, la tenera principessa Nausicaa, la scaltra ninfa Calipso. L’eroe che ha piegato molte ginocchia femminili, mortali e divine, è presente in scena solo come ricordo, come nesso tra i diversi spiriti muliebri. Protagoniste sono le donne che egli avvinse e vinse, unite da quell’unica passione per il guerriero poliedrico.
Scandito da gesti intensi che immergono nel mondo greco, come anche i versi in lingua originale, e accompagnato dal video alle spalle delle attrici, lo spettacolo dei simboli accende la luce sulla psiche femminile, così tremendamente tralasciata dall’epopea omerica. Non solo tessitrici, non solo seduttrici, queste personalità finalmente si auto-affermano come figure attive di una storia che per troppo tempo le ha catalogate esclusivamente come “le donne di Ulisse”.
E come non menzionare colei che per prima diede spazio all’amore con sguardo di donna, Saffo, attraverso la cosiddetta “Ode alla gelosia”, qui recitata da Calipso:
A me sembra uguale agli dèi…
Ulisse, tra tutte queste sirene, è l’unico “dio”, ma il vero perno delle storie è proprio Eros, quella dolceamara invincibile creatura, per dirla sempre con la poetessa di Lesbo, che, quando scocca la sua freccia, aggioga tutti gli animi, avvicinando dee e mortali, regine e schiave, donne e bambine.
Lo so benissimo, scrivere un articolo dal titolo “Muccino contro Pasolini” è semplicemente folle, per tante e diverse ragioni.
Eppure è cronaca di questi giorni, e cercare di eludere o sottovalutare il ginepraio in cui si è infilato Gabriele Muccino è davvero difficile, anzi, sarebbe un comportamento altrettanto stupido: le parole di Muccino, e ciò che ha seguito, invitano alla riflessione qualsiasi appassionato di cinema, e non solo.
Per iniziare a circoscrivere la situazione, come tutti saprete pochi giorni c’è stata la triste ricorrenza della morte di Pier Paolo Pasolini, precisamente il 40esimo anniversario, un numero molto significativo. Tanti sono stati giustamente gli omaggi al grande artista, la cui voce e il pensiero tuttora fanno parlare e discutere, ed il giorno dopo tale ricorrenza, dalla sua pagina facebook, il regista Gabriele Muccino ha voluto scrivere un post sul soggetto, però molto fuori dal coro. Nelle ore seguenti, anzi, praticamente subito, sono stati migliaia i commenti in risposta, e la stragrande maggioranza composta da insulti pesantissimi. Muccino, dopo l’ennesimo post polemico contro i suoi accusatori, ha drasticamente deciso di chiudere la pagina (riaperta solo poche ore fa).
Per evitare di riportare male le sue parole, riporto qui interamente il post oggetto della discussione e degli insulti, così che tutti possiate leggerlo:
Il pensiero di Muccino è indubbiamente molto forte, e decisamente sicuro di sé. Da questa situazione gli spunti di riflessione principalmente sono quattro, e li andiamo tutti ad analizzare.
1) IL DIRITTO DI MUCCINO ALLA CRITICA
Non ci sarebbe nemmeno bisogno di dirlo, ma in un mondo in cui esiste la libertà di pensiero e parola, chiunque può esprimere la propria opinione, per quanto sia discutibile secondo altri parametri soggettivi, purché sia sempre nel limite del rispetto e della tolleranza. Da un punto di vista prettamente analitico, le parole di Muccino sono insindacabili. Non gli piace il cinema di Pasolini? E’ una sua opinione, ha tutto il diritto di dirla e condividerla, non ha insultato e anzi ha pure motivato il proprio giudizio, cosa importante che tantissimi si dimenticano di fare prima di trincerarsi dietro al “diritto di parola”.
2) GLI INSULTI DEL WEB
Ormai anche questa, purtroppo, è una costante: nel web la democrazia non esiste. E mi fa tanto male scrivere queste cose, perchè odio le persone che, quando parlano di internet, la definiscono sempre come un’entità unica, astratta, autonoma, e dimenticano che dietro ci sono miliardi di persone diversissime tra di loro. Ora devo diventare uno di quelli che odio, perchè “quelli che scrivono parole di odio nelle pagine di commento” sono diventati praticamente una comunità viva e forte. Andate su qualsiasi sito d’informazione, sport, sociale network, youtube e vedrete dei commenti davvero allucinanti. Io non sono minimamente d’accordo col pensiero di Muccino (ci arriveremo tra poco..) ma è possibile non esista un modo migliore per controbattere? Senza contare che, azzardo, la grande maggioranza dei commentatori nemmeno hanno mai letto una riga di Pasolini o visto un suo film per intero, e quindi non sanno che, probabilmente, il grande Pasolini avrebbe AMATO il post di Muccino perchè avrebbe potuto distruggerlo con parole pacate, sensate, motivate ed interessanti.
3) LA REAZIONE DI MUCCINO
Il regista romano, prima di chiudere la propria pagina facebook, ha ovviamente risposto ai commenti con l’ennesimo post alquanto vaneggiante: si è arroccato sulle proprie posizioni, non ha minimamente pensato ai pochi commenti non contenenti insulti, e ha evitato il confronto sparando nel mucchio del qualunquismo, ovvero dicendo ai suoi critici di occuparsi delle cose importanti nel mondo più che delle sue parole. Risultato? Ha fatto il gioco di coloro che lo hanno apostrofato con tanti colorati epiteti. In sostanza, Muccino rivendica giustamente il diritto d’opinione – e siamo d’accordo – ma poi non vuole accettare che quell’opinione diventi soggetto di considerazioni altrettanto libere. Non è anche questo un atteggiamento sbagliato, esattamente come quello di chi insulta anonimamente dal web? Muccino è un notissimo personaggio pubblico che ha scritto il proprio pensiero su facebook, una piattaforma di condivisione visibile anche a chi non è suo fan, cosa sperava, che tutti fossero d’accordo e applaudissero?
4) IL MERITO DELLE PAROLE DI MUCCINO
Siamo finalmente arrivati al momento del fuoco. E dopo aver difeso il diritto all’opinione di Muccino, e aver apprezzato l’atteggiamento iniziale di coraggio nella critica, perchè giustamente non devono esserci intoccabili e santi per partito preso, si può serenamente dire che le parole del post sono semplicemente folli.
E caro Gabriele, qualora leggessi questo articolo, ricorda che anche la mia è solo un’opinione esattamente come la tua, e pur non avendo mai messo mano ad una macchina da presa i film di Pasolini li ho visti tutti, quindi so di cosa parlo.
Prima di tutto, Muccino premette con consapevolezza “So che quello che sto per dire suonerà impopolare e forse chissà, sacrilego?” ed già è una partenza sbagliatissima, perchè suona falso sotto ogni punto di vista; va poi avanti con la prima stoccata chiave “ho sempre pensato che Pasolini regista fosse fuori posto, anzi, semplicemente un “non” regista che usava la macchina da presa in modo amatoriale, senza stile” in cui dimostra di aver visto Pasolini ma, forse, non averlo capito. Dietro la regia di Pasolini non c’è era un semplice movimento di macchina, ma un disegno culturale che puntava a fondere l’iperrealismo con la poesia, un punto d’incontro trovato nella tragica ma vera vita delle periferie. Non a caso, l’errore fondamentale del giudizio di Muccino, da cui ne consegue tutto il resto, è voler distinguere il Pasolini regista dal poeta, giornalista, scrittore: Pasolini non era un mutaforme dalle molteplici vite, ma un un’unica personalità artistica che abbracciava il proprio pensiero, e poi di volta in volta sceglieva il medium con cui esprimerlo, adattandolo alle necessità del caso. Teorema il film è diverso da Teorema il romanzo, non perchè Pasolini si sdoppiasse, ma perchè l’autore sapeva come comunicare il proprio pensiero.
“Pasolini regista aprì involontariamente le porte a quella illusione che il regista fosse una figura e un ruolo accessibile a chiunque, intercambiabile o addirittura improvvisabile” è forse il pensiero più folle dell’intero post: io ho visto i film di Pasolini, ma se mi mettessi dietro la macchina da presa a rigirare Mamma Roma, fotogramma per fotogramma, parola per parola, non uscirebbe mai la stessa cosa. Come si può pensare una cosa simile? Consideriamo poi che, semmai, è l’esatto opposto: vedendoIl Vangelo Secondo Matteo, nessuno sano di mente oserebbe mai voler girare film perchè sa benissimo di non essere in grado di replicare o anche solo avvicinare un tale livello di poesia. E poi, se proprio si vuol essere precisi fino in fondo, sono i registi della Nouvelle Vague francese ad aver attraversato quella porta: loro si che erano amatoriali, ma Muccino ha il coraggio di definire pure Godard Truffaut, Resnais dei non registi?
Il passaggio “La dissoluzione dell’eleganza che il cinema italiano aveva costruito, accumulato, elaborato a partire da Rossellini e Vittorio de Sica per arrivare a Fellini, Visconti, Sergio Leone, Petri, Bertolucci e tanti, davvero tanti altri Maestri, rese il cinema un prodotto avvicinabile da coloro che il cinema non sapevano di fatto farlo” segna il momento in cui chiunque conosca un po’ di storia del cinema italiano si ferma e dice “ma Muccino sa di cosa diavolo sta parlando?” Muccino cita espressamenteBernardo Bertolucci che, se non lo sapesse, ha iniziato come aiutante di Pasolini, ed il suo primo lungometraggio, La Comare Secca, è stato scritto dallo stesso Pasolini! Quindi, se proprio il cinema di Pasolini ha spinto qualcuno a prendere in mano la macchina da presa con intenti amatoriali, Muccino dovrebbe solo ringraziare dato che ha fatto esordire un suo mito. Oltretutto, come si può dire che il cinema di Pasolini ha distrutto la visione dei grandi maestri sopra citati, considerando che le opere di Pasolini coesistono cronologicamente con quei film?
Il pensiero “Il cinema italiano morì da lì a pochissimi anni con una lunga serie di registi improvvisati che scambiarono il cinema per qualcos’altro, si misero in conflitto (come fece Nanni Moretti) con i Maestri che il cinema lo avevano nutrito per decenni e di fatto distrussero con tutti quelli che seguirono quella scia di arroganza intellettuale rifiutando anzi demolendo la necessità da parte del Cinema di essere un’arte POPOLARE” ci porta finalmente, dopo tanti errori e giudizi discutibili, al vero nocciolo della questione: Muccino, dall’alto di non sa bene cosa, si sente erede della tradizione popolare del cinema, anzi, il nostro vero salvatore. Muccino critica chi si mise in conflitto con i padri del cinema italiano – il pensiero corre a Moretti e Monicelli – ma non è esattamente la medesima cosa che ora lui sta facendo? Muccino cita l’arroganza intellettuale degli autori seguenti, ma l’intera visione del suo post non è ugualmente intrisa di arroganza che definisce superficialmente snob tutto quello che è lontano dai suoi modelli? Muccino è enormemente arrogante se crede di essere l’erede del cinema italiano, perchè gli “intellettuali” Moretti, Garrone, Sorrentino, Tornatore, Salvatores, Crialese, Virzì, Costanzo, Giordana, Archibugi, Comencini avrebbero da ridire. Muccino vuole davvero snobbare questi autori perchè non popolari, o forse semplicemente inizia ad accorgersi che il Festival di Cannes chiama tre registi italiani in concorso,la massima rivista francese di cinema dedica la copertina a Nanni Moretti, e lui dall’altra parte dell’oceano accumula flop e derisione dalla critica?
Il punto essenziale – ed è una mio opinione – è che Muccino sbaglia totalmente nel merito la critica a Pasolini perchè semplicemente non può permettersi criticarlo. Non può trincerarsi dietro l’assunto “io sono un regista e so di cosa parlo” perchè così facendo anche un qualunque tintore di pareti può criticare i quadri di Leonardo da Vinci (il Leonardo pittore, non il Leonardo ingegnere, come direbbe Muccino) perchè ha preso un pennello e noi no. Nessuno è intoccabile, ma per criticare nel merito un grande artista – può sempre esprimere la propria opinione, ma riconoscere al tempo stesso i propri limiti – si deve essere un grande artista, e la definizione non calza Muccino, sinceramente.
Alla fine, il più grande dispiacere è che non possa essere Pasolini – il quale per prima cosa avrebbe notato la localizzazione del post di Muccino, ovvero Malibù, e già avrebbe tratto le sue conseguenze – a difendersi. Eppure, invece di perdere tanto tempo a scrivere e insultare il regista sul web, la risposta più semplice sarebbe stata organizzare due proiezioni consecutive: la prima con Ricordati di Me, oppure Sette Anime, e poi dopo con Accattone, oppureUccellacci e Uccellini, e vedere quale delle due visioni artistiche – se quella patetica e urlata di Muccino, che Pasolini avrebbe sicuramente etichettato come “piccolo borghese” o quella poetica e sincera di quest’ultimo- avrebbe potuto definirsi “vero cinema”.
“Marina Bindella, una delle più interessanti artiste contemporanee italiane, è la protagonista della mostra “Finis Terrae” al MLAC (Museo Laboratorio di Arte Contemporanea dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”) dal 05 al 28 novembre”
Marina Bindella è una delle più interessanti e particolari artiste italiane contemporanee. Nata a Perugia nel 1957, si è laureata in Storia dell’Arte all’Università degli Studi di Roma “La Sapienza” ed ha frequentato la specializzazione ad Urbino. Si è inoltre diplomata in Incisione presso la Scuola delle Arti Artigianali di San Giacomo di Roma. Artista molto aperta a tutti i vari aspetti dell’arte contemporanea, ha collaborato con personalità del calibro di Guido Strazza, Carlo Lorenzetti, Enrico Della Torre e Giulia Napoleone. Da sempre appassionata anche dei ritmi delle cadenze poetiche, ha sempre approfondito il linguaggio tra il libro e l’arte. Le sue xilografie dialogano con le opere d’importanti autori come: Marina Cvetaeva, Valerio Magrelli ed Elio Pecora. Nel corso della sua carriera ha vinto diversi premi come quello dellaIII Triennale d’Incisione di Chierinel 2003 ed ha presentato le sue opere in diverse mostre personali, come: Partitura inquieta nel 2004 alla Galleria Il Bulino di Roma o la mostra Corpi Celesti alla Galleria Porta Latina di Roma nel 2013. Insegna Xilografia e Storia della Grafica all’Accademia delle Belle Arti di Roma.
La mostra dal titolo “Finis Terrae“, allestita al MLAC, che sarà possibile visitare dal 5 al 28 novembre 2015 (lunedì-sabato ore 11.00-19.00), curata da Ilaria Schiaffini e Claudio Zambianchi con l’aiuto degli studenti del Dipartimento di Storia dell’Arte e Spettacolo dell’Università degli Studi di Roma “La Sapienza”, mette in scena l’evoluzione ed i cambiamenti dello stile di Marina Bindella attraverso 34 opere. La sua arte prende sempre le mosse dal segno, che cesella la superficie in fitte trame luminose e pulviscolari. Pur avendo sempre come punto di riferimento la xilografia, l’artista si è avvicinata ad altre tecniche come: la pittura ad olio, graffito su tavola, il disegno a china e l’acquerello. Crea delle continuità di vari linguaggi. Unendo le varie tessiture, l’artista usa sia tecniche ad incisione che tecniche per adduzione (arti grafiche e pittoriche). Nella pittura ad olio toglie la vernice sulla tavola, che poi reintegra con tratti di colori; negli acquerelli fa in modo che lo sfondo bianco sia capace di accentuare la componente luminosa.
In questi ultimi anni Marina Bindella, attraverso le sue opere, riflette sempre di più sullo scorrere del tempo; l’immagine varia e si trasforma in continuazione.
In alcune serie come: Cronologia o Teorema, l’artista indaga sul concetto di durata, attraverso l’assemblaggio di diverse porzioni di spazio, creando una sequenza.
Cronologia
In altre opere, come Finis Terrae, che dà il nome alla mostra, l’artista inserisce delle spaccature simili a faglie tettoniche, che tagliano la superficie delle opere. Molto interessante è Linee di Vita (1995-2001, disegno a china su carta) dal tratto estremamente accattivante ed esotico, che ricorda la stilizzazione tipica dell’arte orientale.
Linee di vita
Notevole è anche Contrappunto Nero (2012 – Olio e graffito su tavola), con dei segni che ricordano lacerazioni, forse anche dell’animo.
Contrappunto Nero
Il quadro ad acquerello Frattura II (2015) presenta colori vivaci che s’inseriscono nella tessitura sottostante creando un’unione indistruttibile tra pittura e supporto.
Frattura II
Marina Bindella è un’artista che sa emozionare e catturare il pubblico, catapultandolo dentro le sue trame. Da seguire assolutamente nei suoi prossimi sviluppi.
Il richiamo al coraggio di Lea Garofalo è la sua muta vittoria.
Sappiamo dov’è la mafia. È in tutta Italia. Nelle nostre città e fra le nostre strade. Una presenza muta e putrida, come le risate spocchiose e impertinenti di un uomo bestia, che insozza con la sua vita la società che lo ospita. È un fenomeno parassitario, che come ogni organismo reagisce per non farsi schiacciare. Un gruppo di codardi che nascondono la loro inettitudine dietro una pistola. Per questo è fondamentale che la società civile ne parli e, facendolo, raccolga la forza per difendersi. Ecco allora che lo spettacolo di cui stiamo per parlare si pone come una delle dimostrazioni di consapevolezza e sicurezza della comunità, non disposta a vivere secondo le regole mafiose. Al centro del lavoro debuttato alTeatro Centrale Preneste di Roma, in questa città degradata da una corruzione silenziosa, vi è la storia di Lea Garofalo. Siamo a Milano, ma è una metropoli diversa. È quella sporca di cui nessuno parla e che facciamo finta di non vedere. È il nord della mafia e dell’Ndrangheta. È quanto la regia di Rosario Mastrota e la Compagnia Ragliscelgono di mostrare sotto le luci del palco con il titolo: “La Bastarda. Una vita coraggiosa”.
La paura di un nemico che è ovunque ed arriva senza farsi sentire. Questa è la strategia mafiosa. La collettività può combatterla. La collettività è ovunque, non la mafia.
Lea Garofalo nasce come donna sottomessa, nel contesto maschilista e chiuso di una famiglia dell’Ndrangheta. Sin dall’infanzia il suo volto è adombrato da figure sporche di sangue ed in ogni silenzio si nasconde la traccia di un morto. Come sua madre. Perché le donne, come ci spiega bene Paolo De Chiaraprima dello spettacolo, nella realtà dell’Ndrangheta sono presenze scomode. Interrompono un legame tutto maschile, fatto di omicidi e prove. Una ritualistica ad hoc, con la propria mentalità e in cui lei, la femmina, spezza la fratellanza. È estranea; da controllare; con una sensibilità anomala, capovolta. Per natura non è morte; è vita. Qui cresce Lea Garofalo, fino al matrimonio con Carlo Cosco, ‘ndranghetista, e alla trappola della violenza. Decisa a salvare la figlia da questa dimensione risucchiante, scappa con la bambina e denuncia la famiglia. Da quel momento è “la Bastarda”, la traditrice, l’esclusa da ammazzare. Ma per Lea è solo un motivo di orgoglio. La sua esistenza diventa un simbolo, proprio perché bastarda vuol dire aver rinnegato la sozzura mafiosa. Per lo Stato però non signifca niente. Garofalo è abbandonata. La fine viene più volte a bussare alla sua porta, fin quando disperata non si è fatta trovare lei stessa.
Nello spettacolo in questione, ci muoviamo per un palco allestito simbolicamente con tre grandi lavatrici. Dietro i loro oblò scorrono le fasi della vita di Lea Garofalo, come le trame che cercarono di afferrarla negli ultimi anni. Oggetti, in fondo, grottescamente comuni, ispiratori di un senso di quotidianeità stravolto nel puzzo di morte ed acido che circonda un cadavere disciolto. Fu proprio per una lavatrice rotta che Lea Garofalo rischiò di essere rapita per la prima volta. A salvarla fu solo la presenza della figlia. Così, in un’alternarsi di monologhi introspettivi e figure oscure, la storia di Garofalo diventa una parabola; ancora una volta la fiaba del bene e del male, ma senza lieto fine. È una linea aperta e resta nelle nostre mani come vicenda che si tramanda di generazione in generazione. Si mischiano voci, episodi e la messa in scena si fa divulgazione, analisi: un gettare chiarezza sulla banalità raccapricciante di una dimensione. È una setta dotata di un proprio codice e solo per tal motivo ritenuta troppo spesso inviolabile. La vita di Lea è donata nel nome di un coraggio collettivo, in una lotta in cui lo stesso governo funge da figura ambigua e mai del tutto positiva. È un impegno della comunità a rifiutare il ricatto e parlare, parlare e parlare. Garofalo, come altri prima di lei, l’hanno ripetuto: la mafia è una realtà codarda. Riderne e ancor meglio diffondere il vero senso del suo nome svelano un’impotenza fatta di pistole. Ma le armi non possono sconfiggere la collettività. Questa è la nostra offensiva. Il nostro rendere giustizia a chi contro tale schiavitù ha lottato e lotta. Così la decisione dellaCompagnia Raglidi mettere in scena uno spettacolo di tale attualità è fondamentale. Le vicende di Lea Garofalo e la sua fine risalgono appena al 2009. È il presente; ce lo ricorda di nuovo Mafia Capitale. Allora si può sorvolare sull’inesperienza di giovani leve del teatro e sulle imperfezioni che la messa in scena trasporta, lodando il coraggio, l’impegno e la forza informativa del loro lavoro. Un plauso speciale va all’interpretazione di Dalila Cozzolino nei panni di Lea. Donna giovane, la sua recitazione ne trasmette le incertezze e l’esplosiva volontà materna. Quella vocazione alla protezione del futuro della sua bambina, che grida stridente l’orrore della propria morte con l’orgoglio di chi si è resa bastarda.
La compagnia ha espresso nel tempo un forte interesse ed impegno nell’occuparsi della smitizzazione della mafia. Per maggiori informazioni, rimandiamo al loro sito ufficiale:
Solitamente, quando un grande autore si dedica ad un progetto più commerciale, i suoi fans sono felici ma al tempo stesso sperano che possa tornare quanto prima a progetti meno mainstream, in cui poter rischiare e dare più spazio al proprio talento con maggiore libertà creativa.
Ecco, il rapporto traSam Mendese il franchise di James Bond sta ora mettendo in crisi questo assunto. Non perchè, personalmente, non voglia vedere altri film di Mendes slegati dal mondo di Bond, ovvio che sì, parliamo di un regista che finora non ha sbagliato un solo colpo e dimostrato grande sensibilità in genere molto diversi, ma perchè Mendes ha raggiunto un livello così alto con questa saga che se ci fosse una petizione per fare in modo che tutti i successivi film di Bond siano girati da Sam Mendes, la firmerei immediatamente.
Come avrete quindi facilmente intuito, Spectre è per me una nuova schiacciata vincente. Paradossalmente, il suo vero problema è dover seguire le orme di Skyfall, un film che, a tre anni di distanza e quindi col distacco temporale giusto per rifletterci, appare sempre più come il miglior film della saga cinquantennale. Un’ombra difficile da superare per Spectre, anche perchè, per la sua stessa esistenza, Skyfall è in pratica un film “necessario”, il capitolo che ha decostruito e ricostruito il mito di Bond come mai nessuno aveva fatto al cinema, e lo ha reinserito nei ranghi attuali.
Piuttosto, proprio perchè il film precedente ha fatto tutto il lavoro, con Spectre Mendes porta a compimento la sua operazione, il suo più grande merito: l’aver definitivamente e ottimamente trapiantato il mito di James Bond nel mondo contemporaneo e nel genere dei moderni blockbuster. Come la scrittura del personaggio di Bond, che non è umanizzazione fine a se stessa, ma un saggio cambio di prospettiva – lo vediamo spesso in momenti piccoli e intimi – che rende se possibile ancora più magnetica la sua aura da supereroe, come se indossato lo smoking si trasformasse. Insomma, il mito è fuso col realismo. Spectre infatti è un film di Bond da anni ’60/’70 però perfettamente inserito, e soprattutto perfettamente credibile, nel cinema di oggi. Cancellata nettamente, con pochi complimenti, sia l’era Dalton (i cui due capitoli avevano il difetto di non essere film di Bond) sia l’era Brosnan (i cui film erano tristemente fuori contesto e in cerca perenne d’identità), Spectre si ricollega idealmente alla tradizione originale: rivediamo il team di personaggi di contorno, le battute caustiche, i continui cambi di continente, il ritorno della Spectre stessa, addirittura i gadget folli della sezione Q, e risulta credibile anche rivedere in azione il jetpack. Tra tante citazioni, Spectre è davvero una piccola enciclopedia per Bond nerd, che intrattiene il pubblico attuale e fa felici i fans inossidabili.
Una riflessione però, soprattutto in vista degli inevitabili film futuri, va fatta, prima che sia troppo facile pensarci col senno di poi. Oltre all’azione mozzafiato, oltre all’eclettica fotografia di Hoyte Van Hoytema, davvero camaleontica nei toni e nelle sfumature per i frequenti cambi di paesaggio, oltre alla grandiosa regia di Mendes, che si concede il lusso di aprire un film del genere con un bellissimo piano sequenza (e l’intera apertura a Città del Messico supera se possibile in spettacolo l’incredibile prima scena a Instanbul di Skyfall), a pensarci bene, scesa l’adrenalina e finito il divertimento, Spectre è un film che lascia poco. So benissimo che compito dei film di James Bond è il puro intrattenimento, non è una saga nata per scopi più autoriali, e quindi Spectre non va giudicato con tali aspettative – ammettiamolo, se fosse stato questo film a seguire il deludente Quantum of Solace, ora grideremmo al miracolo – eppure Skyfall aveva raggiunto un’eccellenza tematica importante che riusciva a comunicare qualcosa oltre al divertimento. Mendes ha avuto l’intelligenza di inserire anche in Spectre un tema interessante – il passato che ritorna continuamente, in cui ogni singola morte lascia un profondo segno e conta per il futuro – e del suo egregio lavoro sul mito Bond ho già scritto, ma la necessità di ricostruire la formula classica e rigida dei film di James Bond (inclusa la scelta di un villain fin troppo semplicistico, che la recitazione scolastica di Christoph Waltz non esalta), ha spesso messo in secondo piano tali aspetti più interessanti, e rischia soprattutto di aver messo un freno per i capitolo successivi.
Lo so, non volevo fare il paragone con Skyfall e alla fine l’ho tirato fuori più del dovuto, ma i due film di Mendes, pur con le loro differenze tematiche e strutturali, sono davvero due entità che vanno a braccetto quasi a costruire un unico capitolo. Proprio perchè, come detto, Mendes non può dedicarsi a vita a questa saga, per quanto Spectre mi sia piaciuto e secondo me rappresenti uno dei migliori blockbuster recenti, e per quanto divertirà il pubblico generale e farà felici i fans più esperti, deve servire anche come monito per i capitoli successivi: non appiattirsi di nuovo sulla formula facile ma, rimanendo sempre fedeli alla tradizione del personaggio, continuare a sperimentare e approcciare cose nuove. E questo solo i grandi registi possono farlo.
Il Museo Carlo Bilottidi Villa Borghese presenta, a partire da giovedì 29 ottobre, una rassegna fotografica che scopre il linguaggio artistico dell’arte urbana sul territorio capitolino attraverso l’obiettivo di Mimmo Frassineti.
La mostra “Urbs Picta” propone in una spazio istituzionale un viaggio espositivo che attraversa i muri della città, ormai diventata il polo della street art internazionale. Che Roma sia un museo a cielo aperto è un dato di fatto, ben diversa invece è la nuova realtà emergente nella capitale che trasporta l’arte inaspettatamente tra i lotti delle case popolari nel cuore delle periferie.
L’esposizione fotografica, aperta al pubblico gratuitamente fino al 17 gennaio 2016, manda un messaggio esplicito a chi ancora vede l’arte di strada come un fenomeno per sua natura trasgressivo ed illegale inconciliabile con il grande patrimonio artistico conservato nei musei. Le fotografie di Mimmo Frassineti esposte al Bilotti legittimano l’insistente rivendicazione artistica dei murales che affrescano le pareti della città inaugurando un nuovo modo di vedere l’arte.
La mostra – con l’obiettivo di offrire una panoramica dellastreet art romana, che ormai spazia dai progetti finanziati dalle istituzioni, sia pubbliche che private, alle opere anonime che decorano la periferia capitolina – ci presenta palazzi, muri di cinta, lotti di case popolari, viadotti, pareti completamente riqualificate e trasformate in arte da strada.
La street art si libera dal pregiudizio fondendo la sua anima provocatoria con le iniziative di valorizzazione dello spazio cittadino che hanno permesso di aprire un dialogo tra gli street artist e le istituzioni comunali. Infatti nel corso degli anni questi lavori a cielo aperto hanno trovato una diffusione capillare tra i moltissimi quartieri della città. Le foto di Frassineti ritraggono non solo i muri di Ostiense (da sempre cuore dell’arte urbana), ma anche i palazzi di San Lorenzo, Marconi, Trastevere, Garbatella, Monte Mario, Primavalle, San Basilio, raccogliendo le opere più suggestive. Vediamo una molteplicità di soggetti e stili che suggeriscono messaggi, linguaggi e contenuti che variano a seconda dell’artista, ma che colpiscono per la loro immediata capacità comunicativa.
La street art grazie alla sua grande espressività ha cambiato la prospettiva dello spazio urbano rivolgendosi a spettatori non usuali e selezionati, si tratta degli abitanti del quartiere, dei passanti distratti, della gente comune, superando quelle barriere sociali a causa delle quali la maggior parte di queste persone non frequenta mostre e musei. L’arte è stata portata in strada, tra le mura dei palazzi popolari, chiamando a se un pubblico che si muove apposta per andarla a vedere.
A Roma una nuova generazione di artisti sta facendo rinascere intere zone trascurate raccogliendo un consenso ed un interesse sempre più crescenti. Un’arte libera e soprattutto pubblica che non ha niente a che vedere con il tradizionale graffitismo, ma che vuole valorizzare con la bellezza dei propri soggetti e colpire con la violenza del proprio linguaggio trascinando l’arte dove non ci si aspetta di trovarla. Urbs Picta svela l’anima trasgressiva dell’arte urbana in un percorso di immagini al fine di rivelare opere nascoste in luoghi che non ci saremmo mai aspettati e che paradossalmente possono trovarsi proprio dietro le nostre case. Che aspettiamo?
Emigranti e la vita nelle profondità di una società di schiavi.
Il destino psicologico e fisico dell’emigrante è sempre avvolto da una grande quantità di ombre, tante quante le sfaccettature che la sua figura, quantomai reale, può prendere. Nel caso specifico di questo spettacolo a prevalere nell’indagine è il lato oscuro di esistenze disperate, seppure in modo opposto. Non c’è la favola americana del self-made man né il colorato disegno del riscatto dello straniero in terra straniera. In Emigranti, questo il titolo dello spettacolo di Giancarlo Fares al Teatro dell’Orologio di Roma, siamo trascinati in uno scantinato. È un luogo isolato dal resto e metaforicamente specchio della condizione di chi vi abita. Ovvero una stanza senza finestre, scavata al di sotto di un luminoso mondo di vita e piani, luce e passi di benestanti uomini. Le loro esistenze scorrono serene, festeggiando il nuovo anno senza badare a chi, metri più in basso, si muove nel sotterraneo e vive, più degli altri, l’essenza di una società. Questo è l’emigrante nel suo incubo.
I due compagni di stanza sapranno arrivare ad annichilirsi l’un l’altro, pur di impedirsi a vicenda la partenza dallo scantinato.
I personaggi sono due. Entrambi uomini adulti, uno è l’opposto dell’altro. La divisione nella camera rende il contrasto di un’evidenza quasi banalizzante, se non fosse per il supporto intenso ed originale del testo di Slawomir Mrozek. Il primo uomo è lo “zotico”, infantile e ingenuo; animalesco e avido. Una figura che sembra parlare dal passato più che dal presente, ma che con fedeltà rappresenta un tipo umano e ne dà grande spessore comportamentale, con precisione di pensiero. La recitazione di Giancarlo Fares è una mimesi quasi perfetta ed estremamente plastica, di cui si apprezza una maniera elastica e studiata. Meno interessante il secondo opposto: un intellettuale di estrazione sociale alta, borioso e superbo, ma patetico nel senso comune del termine. L’interpretazione di Marco Bianchi appare forzata né in grado di porsi sul medesimo piano di espressività. Esule politico per costrizione o volontà propria, questa figura è persa in una procrastinazione eterna, senza occupare il suo tempo se non con un intenso studio di carte. A prima vista mirato, il suo lavoro è privo di valore, perso nel tentativo di trasmettere al mondo un’acquisita nozione di schiavitù. Questo concetto è il perno dello spettacolo. Entrambi i personaggi sono schiavi e la loro esistenza è metafora di una condizione ancor più generale. Sono uno il nemico dell’altro, bloccati in quello scantinato da un attaccamento perverso e maniaco verso una non-vita. Per lo “zotico” è l’ossessione dell’accumulo di soldi; per il superbo è una presunzione frenante e la necessità di colmare il proprio nulla con una compagnia. A livello assoluto, è quasi una condizione naturale, dove ogni realtà costituita a nostro sostegno o completamento finisce per trasformarsi in una forma di schiavitù ad personam, in un bisogno psicologico dal carattere compulsivo. Ogni volta il miraggio di una partenza, come di una fuga, si risolve in un inevitabile restare.
Se però le rivelazioni dello spettacolo, su un piano filosofico, colpiscono nel profondo, non si può tralasciare un generale senso di insofferenza trasmesso dalla performance. Come se la forza del contenuto si fosse imposta, sovraccaricandone la forma e appesantendo la tecnica. O forse è proprio il soffocamento dell’atmosfera di un sottoscala?
A Roma si respira un’aria leggera, e il sole accecante di un lunedì mattina mi accompagna al piacevole incontro con l’attore Antonio Zavatteri. Dopo aver interpretato vari ruoli al cinema e in televisione, torna a teatro con l’intramontabile Cyrano de Bergerac al teatro Parioli di Roma dal 3 all’8 novembre. Zavatteri, però, non si è limitato a parlarmi di questo ultimo lavoro, ma anche di molto altro con estrema gentilezza e disponibilità.
D: Leggendo la sua biografia si scopre un percorso teatrale molto consapevole. La cosa che mi ha più piacevolmente colpita è stata la sua partecipazione alla Popular Shakespeare Company. Me ne vuole parlare?
R: E’ vero, è stata una bellissima esperienza. Il grande sogno del Popular Shakespeare Company è quello di allontanarsi dal classico ma rimanendoci ovviamente legato allo stesso tempo. Raccontare un classico della letteratura in chiave diversa, moderna. Con tutto il rispetto alla tradizione ovviamente. Volevamo creare un gruppo in qualche modo coeso e che analizzasse nel profondo i testi. Era quasi necessario, per noi, una sorta di visione critica del “prodotto”, che va al di là della messa in scena fine a se stessa. Un lavoro maggiormente viscerale per far tornare universale il teatro.
D: Invece, parlando di cinema, ultimamente ti abbiamo visto in Pecore in erba, l’opera prima del regista Alberto Caviglia. La paura era quella che il pubblico non riuscisse a comprendere a pieno questo film, che esce un po’ dagli schemi di quello che siamo abituati a vedere al cinema. C’è quasi una rivoluzione cinematografica. Com’è stata vissuta da te queste esperienza?
R: È un po’ inconsueto questo lavoro. In Italia non è mai stato fatto e il pubblico non è molto abituato a delle cose del genere. Però c’è stato un buon riscontro, personalmente a Venezia ho visto il coinvolgimento e la curiosità del pubblico ad un lavoro nuovo. Poi lavorare con Alberto Caviglia è stato un vero piacere. Lui è una persona destramente intelligente ed ha idee molto chiare su quello che vuole dal suo lavoro, questo si sente molto sul set. La sicurezza porta alla sicurezza, il desiderio creativo reale di volere qualcosa dal proprio film, dal proprio lavoro. Questo io l’ho percepito con molta serenità e coinvolgimento. Ovviamente per fare cinema c’è bisogno di una base, che il teatro dà tantissimo, però l’attività di fare cinema mi sta appassionando tantissimo. Io dico spesso che a teatro da tanti anni mi sento un po’ a casa, per il rilassamento che riesco ad avere… non ho più il timore. Ho imparato ad abitare il luogo. Invece, sono tutti stimoli nuovi quelli che mi sta dando il cinema, come nel film appunto di Caviglia, oppure lavorare con Nanni Moretti che è un regista che mi affascina tantissimo per il tipo di rapporto che instaura con il cast. Ascolta moltissimo e questo è un gran pregio, soprattutto nel nostro campo.
D: Dal 3 all’8 novembre, invece, ti vediamo in Cyrano de Bergerac dove interpreti appunto Cyrano. Ti è piaciuto questo ruolo? Come hai cucito su di te questo personaggio, complesso, divertente e sognatore?
R: Ha un vero e proprio svolgimento emotivo, è questo che più di tutto ho amato del personaggio. E’ entusiasmante fare Cyrano perché è un viaggio, amo le grandi storie che hanno un arco narrativo molto lungo, un’evoluzione, ed in Cyrano c’è proprio questo. Questa storia è esaltante anche perché contiene tutti gli elementi che condizionano la scelta di fare l’attore. Ad esempio vestire i panni di qualcun altro per ottenere ciò che si vuole. Come Cyrano, che vorrebbe essere un’altra persona per risultare “bello” agli occhi di Rossana e quasi ci riesce, donando le sue parole i suoi pensieri a Cristiano. Una sorta di inganno a fin di bene… lui lo fa in qualche maniera ingenuamente, per amore. Anche se questo si trasforma in tragedia con la grande frustrazione di non essere “l’oggetto” fisico che Rossana ama. Tutti i sogni di Cyrano hanno a che vedere con il romanticismo del voler fare qualcun altro, un po’ come l’attore. E come Cyrano, anche io ho dei limiti e delle paure nella vita, così sento questo personaggio vicino a me ed interpretarlo è un vero piacere.
D: Cyrano è un grande classico e della letteratura e del teatro. Qual è il tuo rapporto con i classici?
R: Il mio rapporto con classici spazia molto da Shakespeare a Molière, che amo da morire. Ma non voglio essere schiavo di questo, mi piace mettere in scena la drammaturgia contemporanea, anche se con classici è come ritornare al principio e farli in modo nuovo, è sempre una sfida. Mi piace la sfida di Claudio Morganti che ha fatto “Amleto contro Riccardo”, dove lui è da solo in scena, ed è stata un’operazione meravigliosa.
D: Il teatro italiano sta vivendo un momento di crisi, cosa ne pensi?
R: Nel teatro italiano c’è la crisi del pubblico ma anche una crisi creativa. Il problema è che bisogna far capire che il teatro, con i fatti, non è un fatto di noia necessaria, come la cultura non è una noia necessaria, ma può essere divertimento, uscire dal quotidiano.
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Avrei parlato per ore con questo grande uomo e attore, ma il tempo è tiranno, si sa. Non temete comunque: per capirlo, amarlo e dare forma a tutto quello che avete letto sopra potete andare a vederlo a teatro Parioli di Roma, e sono sicura che non ve ne pentirete.
“Un ricordo del grande Pier Paolo Pasolini nel giorno dell’anniversario della sua morte”
Parlare di Pier Paolo Pasolini non è sicuramente facile. Come tutti sappiamo, si tratta di un’artista scomodo (era poeta, scrittore, regista, sceneggiatore, drammaturgo, giornalistaed editorialista), una persona particolare, portatrice di idee che segnarono un’epoca.
In alcuni suoi celebri romanzi come: Ragazzi di Vita o Una vita violenta Pasolini racconta con estrema verità la vita difficile dei ragazzi delle borgate romane, persone che sembrano essere nate non per vivere ma solo per sopravvivere, in delle realtà ed in alcuni contesti che ancora oggi possiamo rivivere non solo a Roma ma in tutte le periferie delle grandi città. Potremmo definirlo il poeta della realtà, una sorta di Caravaggio dei tempi moderni.
Spirito ribelle, attento agli ideali della sua epoca (è stato uno dei simboli della rivoluzione sessantottina), era una persona sicuramente complessa. Vincenzo Cerami, grande scrittore, sceneggiatore, poeta e drammaturgo italiano, ricordò il suo incontro con Pier Paolo Pasolini alle scuole medie (fu uno dei suoi professori) come decisivo per la sua poetica e la sua vita, e raccontò sempre di come rimase affascinato da tale figura.
Nel suo capolavoro cinematografico, Il Vangelo secondo Matteo(1964), racconta l’intera vita di Gesù Cristo dall’Annunciazione alla Resurrezione senza mai cadere in facili dogmatismi, ma con il peso opprimente del dolore. Cristo è ritratto in maniera più umana che divina, come una persona che combatte contro le ingiustizie del mondo. È lo specchio dell’anima di Pier Paolo Pasolini, degli ideali che s’andavano sviluppando in quegli anni.
Personalità contrastata, chiacchierata e non amata,la morte lo colse in maniera misteriosa e tuttora non del tutto chiarita il 2 novembre 1975 all’Idroscalo di Ostia. Dopo 40 anni ancora non vi è certezza assoluta su come si sia svolta questa tragica vicenda. Si tratta di uno di quei misteri tipicamente italiani, del quale forse non sapremo mai nulla.
Sui fatti che seguirono la sua morte si è basato un bellissimo film: Pasolini, un delitto italiano (1995), scritto da Stefano Rulli, Sandro Petraglia e Marco Tullio Giordana, che curò anche la regia, con le meravigliose musiche di Ennio Morricone ed un ottimo cast, dove compaiono tra gli altri Nicoletta Braschi nel ruolo della cugina Graziella e Giulio Scarpati nel ruolo dell’avvocato di parte civile Nino Marazzita. Non mancheranno nella Capitale moltissimi eventi culturali e sportivi per commemorarlo, un assaggio qui se volete partecipare!
Venerdì 30 ottobre la Galleria 28 a Piazza di Pietra in Roma ha inaugurato un suggestivo viaggio alla scoperta di “Michelangelo Antonioni pittore” con una mostra che sarà aperta al pubblico fino al 29 febbraio 2016.
L’allestimento ha come obiettivo quello di presentare al pubblico una versione inedita del regista, oscar alla carriera nel 1995, permettendo di immergersi nella sua personalità poliedrica e nella visione del mondo che lo ha accompagnato durante il corso di tutta la carriera artistica. All’interno troviamo una selezione di 40 tele dipinte durante gli ultimi anni dal creatore di Professione reporter, l’Eclisse, Il deserto rosso, La notte e tanti altri film che lo hanno consacrato sulla scena mondiale. I quadri, grazie alla vivace forza del colore, svelano un Antonioni nuovo, più esplosivo, rispetto al grande Maestro che si è distinto nel cinema per l’ermeticità dei suoi temi.
L’esposizione è curata dalla direttrice della Galleria, Francesca Anfosso, e dalla moglie di Michelangelo, Enrica Antonioni, in un luogo non casuale, ma molto amato dal regista. I quadri astratti e di diverse dimensioni mostrano l’ultima fase di un’attività artistica incessantemente dominata dalla ricerca della suggestione stilistica e dell’eleganza estetica.
Per capire più profondamente la sensibilità di Antonioni sono illuminanti le parole utilizzate dal grande Alberto Asor Rosa nel catalogo della mostra che scrive: “Dipingendo, dal suo silenzio ha voluto far emergere la sua voce: nitida, squillante, ricca d’infiniti colori e di molteplici forme, talvolta inquieta, ma altre volte persino allegra”. Difatti veniamo investiti dall’indomabile forza di un colore raggiante e vivace che si risolve in una dialettica di forma astratte confermando ancora una volta Michelangelo come un artista geniale in grado di coinvolgere il pubblico sia nel cinema che nella pittura.
Come ha spiegato la moglie del Maestro, scomparso nel 2007, nei suoi ultimi anni dopo la malattia Antonioni ha deciso di concentrare tutto il suo tempo lasciandosi assorbire completamente dal colore, dalla forma e dalla ricerca di ciò che annegava dentro se stesso. Per questo più volte ci si è riferito ai suoi quadri attraverso l’espressione di “silenzio a colori”, poiché l’astrazione espressiva raggiunta con la pittura è stata per lui uno strumento per scolpire un significato incomunicabile a parole.
Il suo silenzio ha trovato voce e concretezza nella vitalità dei colori comunicando vita e rumore.
La prima impressione che si ha ammirando le sue opere è sorprendentemente derivata dall’esplosione inattesa di queste tinte brillanti, le pareti sono dominate dal rosso, dal viola, dal giallo e dall’azzurro che si mescolano in un trionfo che può essere interpretato come un canto alla vitalità inaspettata di un regista impermeabile.
I migliori capolavori del cinema horror per un Halloween all’insegna del buon cinema, dal Nosferatu di Murnau del 1922 al Dracula di Francis Ford Coppola, dove un indimenticabile Gary Oldman interpreta il vampiro più famoso di tutti i tempi. Halloween è finalmente alle porte: zucche in bella mostra nei supermercati, pronte per essere intagliate; costumi, maschere, finti forconi e falci raccapriccianti in ogni dove, caramelle e cioccolatini a forma di fantasmi, zucche, diavoli e gatti neri. E sui social network impazzano i tutorial per ricreare bellissimi e sempre più estrosi make up a tema. Perché, ovviamente, la notte del 31 ottobre saranno molti i locali della Capitale (e non solo) a promettere orrorifici divertimenti a suon di musica, dj-set, serate danzanti e via. Sono molti, quindi, gli appuntamenti che ci aspettano per Halloween, per tutti i gusti, per grandi e piccini. Tuttavia, se quello a cui state pensando (magari per tirare il fiato da una settimana particolarmente intensa e stressante) è una serata super casereccia, da passare beatamente accoccolati sopra il divano, con popcorn e copertina – senza per questo perdere tutta l’atmosfera più paurosa dell’anno – perché non concedervi una super maratona di film horror?
Se la vostra intenzione è questa, vi propongo, allora, una selezione di piccoli e grandi capolavori del cinema dell’orrore che, a mio avviso, restano assolutamente dei must. Diciamo gli imperdibili tra gli imperdibili di una lista assolutamente lungi dall’essere completa. Quel genere di film che vengono trasmessi solo a tarda notte, muti o sonori, in bianco e nero o a colori, restaurati o non, ma godibilissimi e distanti anni luce dal cinema horror contemporaneo.
Buona lettura, dunque, e – si spera – buona visione.
Nosferatu
Nosferatu(1922): è il 5 marzo del 1922 quando viene proiettato per la prima volta il capolavoro indiscusso del regista tedesco Friedrich Wilhelm Murnau; originariamente ispirato al Dracula di Bram Stoker, Murnau fu costretto a cambiare nomi e location per problemi legati al diritti legali dell’epoca: ecco che allora prese vita l’indimenticabile figura del Conte Orlok proiettata in un’atmosfera rarefatta, da incubo. Memorabile e circondata da un alone di cupa leggenda l’interpretazione di Max Schreck, probabilmente il vampiro più spaventoso di sempre, sul quale circolarono da subito molte strane voci, tra cui una che lo voleva effettivamente un succhiasangue.
Alla lavorazione del film e alla leggenda di Max Schreck, si ispirerà il regista Edmund Elias Merhige, nel suo film L’ombra del Vampiro, una sorta di “dietro le quinte” del film Nosferatu, con John Malkovich nei panni del regista Murnau e William Dafoe in quelli di Max Schreck/Conte Orlok. Imperdibile.
Il remake di questo indiscusso capolavoro del cinema muto è del 1979, diretto da Werner Herzog, con un eccezionale Klaus Kinski e una algida Isabelle Adjani. Paesaggi rarefatti e musica di Wagner accompagnano la triste e solitaria parabola di Dracula (qui il regista ha potuto ripristinare i nomi originali), dolorante e chiuso nella sua malinconica condizione di non morto. Da vedere assolutamente.
Frankenstein(1931) di James Whale: la creatura più spaventosa di sempre, creata da parti di cadaveri ricuciti insieme, a cui il pazzo (perché sì, un po’ pazzo lo era,) Frankenstein da vita, ha il volto indimenticabile e riconoscibilissimo di Boris Karloff. A questo primo film, ne seguiranno – sempre interpretati da Karloff – altri due: La moglie di Frankenstein (1935) e Il figlio di Frankenstein (1939); quest’ultimo in particolare, poté vantare la partecipazione di un altro (è proprio il caso di dirlo) “mostro” sacro del cinema horror, Bega Lugosi, a cui si deve una straordinaria, elegante e raffinata interpretazione del conte Dracula (nell’omonimo film del 1931, per la regia di Tod Browning e Karl Freund) e che, sembra, fu legato all’attore Boris Karloff da una accesa rivalità… di ruoli. A questo primo Frankenstein e alla figura così ben caratterizzata da Karloff, si ispirarono molti altri film, primo fra tutti il capolavoro comico assoluto di Mel Brooks, Frankenstein Junior, con Gene Wilder nella parte del dottore pazzoide, Peter Boyle in quelli della Creatura, e Marty Feldman in quelli dello strabico e indimenticabile Igor (“Potrebbe esser peggio. Potrebbe piovere”); e Frankweenie di Tim Burton, tratto dall’omonimo cortometraggio del regista del 1984. Una curiosità su Boris Karloff: malgrado si fosse da sempre distinto in ruoli particolarmente macabri, nella vita privata fu, invece, un uomo sensibile e gentile, appassionato di letteratura per l’infanzia. Ebbe modo, inoltre, di lavorare occasionalmente in Italia: in particolare si ricorda la sua magistrale interpretazione di un vampiro (I Wurdalak) nel capolavoro a episodi di Mario Bava, I tre volti della paura (1962).
La mummia
La Mummia (1932): Per la regia di Karl Freund. Altra straordinaria interpretazione di Karloff, qui nei panni del sacerdote egiziano Imhotep incautamente riportato in vita da tre archeologi; al centro della storia il suo amore per l’antica amata Anck-Su-Namun reincarnatasi nella bella Helen Grosvenor. Anche da questo primo film si dipanarono, nel corso degli anni, rifacimenti e remake: l’ultimo, e “ufficiale” è quello del 1999, per la regia di Stephen Sommers, interpretato da Brendan Fraser, Rachel Weisz e John Hannah, che ha dato vita a due seguiti e due spin-off. Particolarmente degno di nota – se si pensa che siamo nel lontano 1932 – è il trucco straordinario a cui fu sottoposto Karloff, ben otto ore: merito di Jack Pierce, una vera e propria leggenda di Hollywood, già creatore del maquillage della “Creatura” di Frankenstein sempre interpretata da Karloff. La maschera di Cera (1953): Regia di André De Toth e remake dell’omonimo film del 1933 (regia di Michael Curtiz); l’attore principale, Vincent Price, merita assolutamente una menzione per la sua straordinaria interpretazione dello scultore Henry Jarrod che, dopo uno spietato scherzetto da parte del socio, trova un nuovo modo per creare maschere di cera particolarmente realistiche… e inquietanti. Sempre interpretato da un eccezionale Vincent Price, non posso non menzionare La casa dei Fantasmi (1959, regia di William Castle): anche in questo caso parliamo di un piccolo cult a cui si deve guardare con il dovuto rispetto. Price, peraltro, verso la fine della sua carriera, divenne attore feticcio del grande Tim Burton, che lo volle come narratore d’eccezione per il suo primo cortometraggio, Vincent, ispirato proprio alla figura di Price, e come attore nel malinconico capolavoro senza tempo, Edward mani di forbici, nel ruolo dell’inventore di Edward.
Poltergeist
Poltergeist(1982): per la regia di Tobe Hooper è semplicemente IL FILM sui fantasmi. Punto. Non si può aggiungere altro. Di recente (2015) è stato realizzato un remake (regia di Gil Kenan) ma, credetemi, sarà difficile dimenticare il senso di panico e di isteria che generava l’originale (maledetta televisione a tubo catodico). Il film fu seguito da due sequel, Poltergeist II – L’altra dimensione(1986) e Poltergeist III – Ci risiamo (1988); ma il primo resta indiscutibilmente un capolavoro. Nota dolente: Heather O’Rourke, la bambina che interpretava la figlia più piccola della famiglia Freelings, soffriva del morbo di Crohn e morì a soli 12 anni, nel 1988.
L’uomo Lupo
L’uomo lupo (1941): di George Waggner, poetico, malinconico struggente. Un uomo, per salvare la sua bella, viene morso da un licantropo e diventa licantropo a sua volta. Ma conservando parte della ragione umana: è la storia, spietatamente tragica, di Larry Talbott (Lon Chaney Jr.), a cui irride un fato avverso che più avverso non si può. Un vero e proprio antieroe, che vede la sua vita sfuggire al controllo, e la razionalità trasfigurarsi nella irrazionalità più cupa, non più anima ma puro istinto primordiale. Ancora una volta, degno di nota è il trucco magistrale di Jack Pierce.
Dracula di Bram Stoker
Dracula di Bram Stoker(1992): Il film è relativamente recente rispetto a quanto ho proposto finora. Ma il capolavoro di Francis Ford Coppola si configura, secondo me, come il legittimo erede di un cinema che non c’è più. Sontuoso, elegante, tragico, eterno. Francis Ford Coppola ha messo definitivamente la parola fine al cinema horror d’autore. Il cast è di prim’ordine: Gary Oldman nel ruolo di un Dracula dandy straordinariamente cool, principe Vlad erotico e bestiale. Anthony Hopkins (reduce dal successo de Il silenzio degli innocenti), è un Van Helsing animalesco, rozzo, vinto. Tutto il resto del cast, per quanto la bravura sia innegabile, passa inevitabilmente in secondo piano, schiacciato dalla bravura di questi due comprimari del cinema mondiale. Su tutti, spicca la regia di Coppola, ferina, sottilmente erotica, macabra. I vestiti di Eiko Ishioka hanno vinto, a ragione, un oscar e sarà difficile vedere qualcosa di più perfetto, negli anni a venire. La storia d’amore tra Vlad e Mina, assente nell’originale, è il vero colpo di genio. L’apparizione delle tre spose di Dracula è, probabilmente, quanto di più magnifico possa essere immaginato dopo aver letto il libro di Stoker. Vampiri così non ce ne saranno più. Ci ha provato Dario Argento, nel suo Dracula 3D (2012) con risultati imbarazzanti (ed è un vero peccato, un’occasione mancata). Unica pecca: il doppiaggio italiano, fatta eccezione per la straordinaria prestazione di Dario Penne, voce storica di Anthony Hopkins, che, in questo caso, si presta a doppiare Gary Oldman.
Chiara Amati
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Nasce al Teatro Quirino il Comitato a Difesa dello Spettacolo dal Vivo. E si fa la Storia.
Roma || La mattina del 26 ottobre, per circa quattro ore, la quasi totalità del mondo dello spettacolo dal vivo italiano – dal teatro alla danza – si è riunita nel cuore del Teatro Quirino. Così, riempita la platea di quello che si potrebbe definire un raduno di cultura in carne ed ossa, la Storia è scesa nella sala. Gonfiando il sipario, si è seduta in prima fila. È probabilmente la prima volta che in Italia un numero così alto di imprese ed operatori culturali si incontra per discutere e coordinarsi. Il motivo sta nel Decreto Ministeriale luglio 2014 del MiBACT (Ministero dei Beni e delle Attività Culturali e del Turismo), atteso già con perplessità ed entrato in fase attuativa quest’estate.
Decreto e meritocrazia
Il decreto prevedeva la costituzione di commissioni consultive, incaricate di giudicare l’idoneità o meno di un soggetto culturale per l’attribuzione di investimenti statali e coperture finanziarie. I criteri erano sia matematici che qualitativi. Sulle oscurità relative a sedute d’incontro e composizione delle suddette occorre sorvolare per ragioni di spazio. È bene ricordare che da quasi settant’anni non esiste una riforma che modernizzi il settore. Perciò il decreto del Ministro Franceschini era stato accolto con una certa speranza, nel contesto di un governo che si proponeva, e lo ripete ancora, di far “ripartire” l’Italia. Dove se non dalla Cultura, “l’industria” più fiorente che abbiamo?
Eppure quella preannunciata meritocrazia, che si poteva in parte intendere dai termini del decreto, si è trasformata in una misura correttiva, come ha ben evidenziato Geppy Gleijeses, direttore del Teatro Quirino, nel corso dell’intervento d’apertura. È stata una strategia per motivare una precisa linea ministeriale, che portasse di fatto all’esclusione dell’80% del settore da ogni politica e copertura economica. Così tra luglio ed agosto decine, se non centinaia di operatori e imprese culturali si sono viste bollare come “indegne” a ricevere finanziamenti di sorta. Realtà considerate di interesse nazionale e lodate nel mondo venivano tagliate fuori da qualsiasi intervento. Come se le banche ritirassero ogni servizio messo a disposizione delle imprese, di fatto decidendo di non erogare prestiti e non concedere investimenti per un ciclo che, come prevede il DM, è di ben tre anni. Insomma, per “sbloccare” l’Italia deve essere sembrato necessario sbarazzarsi della sua pluralità culturale.
Criteri del decreto
A determinare il rientro o meno nelle politiche finanziare del ministero è un sistema a punti. Questi vengono assegnati sulla base di criteri soggettivi, relativi al presunto valore artistico del soggetto analizzato: che sia un teatro, un’orchestra o lo spettacolo di una compagnia. Fu così, ad esempio, che Giorgio Albertazzi si vede bollato con un punteggio poco al di sopra dello zero. Come lui, gli altri; senza che mai alcun funzionario o membro della commissione ministeriale fosse stato avvistato quantomeno nei pressi di uno dei luoghi di “spettacolo dal vivo”, su cui la commissione ha poi espresso il suo giudizio di “indegnità qualitativa”.
Pensate ad un futuro senza teatro. Un futuro senza cultura.
Siamo franchi. Non è difficile immaginare come la vera motivazione vada ben al di là della qualità artistica, presunta o reale. La quale verosimilmente non può essere così scadente per un numero tanto grande, da rappresentare quasi la totalità del panorama culturale italiano, dalla musica al teatro. In un momento in cui si ritiene necessario tagliare i fondi alla sanità, ci si doveva aspettare un altro gesto dello stesso calibro di ottusità. Badate bene, non è un discorso di carenza di fondi.
La strada più facile
Il FUS (Fondo Unico per lo Spettacolo) ammontava già ad una manciata di spiccioli. La somma è persino più irrisoria se paragonata ai miliardi di finanziamenti europei perduti ogni anno dalla nazione per incompetenza e lungaggini burocratiche. Era semplicemente più facile attaccare la cultura, da sempre ritenuta settore “debole” e privo della forza necessaria a reagire. Per questo l’incontro del 26 ottobre è fondamentale. Per la prima volta questa reazione c’è stata ed ha un proprio comitato stabile, promosso dal Teatro Quirino per creare una linea d’azione comune.
L’ottusità del decreto ministeriale è vasta, dettata ancora una volta da un semplicismo economico tutto italiano. Si parla di quel genere di logica che distrugge i profitti che cerca di proteggere. Non è una congiura alla cultura. Come ha ben espresso Geppy Gleijeses: “Alla politica di noi non frega niente”. Questo è più grave. È la peggiore forma di censura che esista. Il professor Gianfranco Barlotta, nel corso del suo intervento al Teatro Quirino, ha colto in pieno il clima del nostro tempo: “Il nostro mondo è senza memoria”. Svuotato, dimentica se stesso, il proprio passato, la propria ricchezza. Nel mentre, ogni aspetto dell’appartenenza ed originalità italiana viene soffocato di fronte ai suoi occhi per limitatezza di vedute governative e ministeriali.
Salvaguardare il sottobosco
L’esclusione da qualsiasi fondo per tre anni dell’80% degli operatori a livello nazionale è un fatto di una gravità spaventosa, che porta con certezza alla chiusura di una realtà vasta e ramificata su tutto il territorio nazionale. In questi termini, priva di eguali. Senza contare che il tessuto più abbondante del settore, le strutture con meno di duecento posti, è escluso in partenza, secondo il DM. È quell’immenso sottobosco che la nostra redazione visita costantemente fra i vicoli romani e che ha saputo sempre formare perle e grandi attori, più dei cosiddetti “Teatri Nazionali”. Una dimensione che è vita economica, lavoro ed introiti per le casse dello Stato più di quanto prenda dal medesimo.
Ecco, i nervi della nostra determinazione e libertà di pensiero vengono senza mezzi termini bollati come inutili a prescindere. Così lo Stato decide, che lo creda o meno, “la linea culturale del paese” – come ha notato uno dei partecipanti all’incontro – scegliendo in questo caso che prevalga il nulla. Senza fondi, l’identità di un paese muore negletta.
“Il giorno 29 ottobre 2015 si è tenuto il grande concerto dei Wiener Philharmoniker diretti da Herbert Blomstedt per il XIV Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra”
È stata una grande serata quella del 29 ottobre 2015 all’interno della Basilica di San Paolo fuori le mura. Per il XIV Festival Internazionale di Musica e Arte Sacra i Wiener Philharmoniker, una delle più famose orchestre al mondo, ha eseguito musiche di Ludwig van Beethoven, sotto la direzione di Herbert Blomstedt, grande direttore svedese, ma di nascita statunitense. Nella prima parte del concerto è stata eseguita la Sinfonia n.8 in Fa maggiore op.93, composta tra il 1811 ed il 1812, presentata per la prima volta in forma privata nel 1813 all’Arciduca Rodolfo d’Asburgo ed al grande pubblico viennese nel 1814. Si tratta di un vero e proprio capolavoro di raffinatezza ed eleganza, pur essendo una delle composizioni più brevi del grande musicista di Bonn. È un brano dotato d’argento vivo.
Nella seconda parte è stata eseguita la Sinfonia n.7 in La maggiore op.92. Si tratta di una delle sinfonie più note del genio tedesco, composta anch’essa tra il 1811 ed il 1812, in cui l’elemento dominante è il ritmo trascinante e vorticoso;non mancano però anche momenti di pura malinconia e poesia nell’Allegretto. Il grande Richard Wagner disse su questo brano che: «La sinfonia è l’apoteosi della danza: è la danza nella sua suprema essenza, la più beata attuazione del movimento del corpo quasi idealmente concentrato nei suoni. Beethoven nelle sue opere ha portato nella musica il corpo, attuando la fusione tra corpo e mente.»
L’esecuzione dei Wiener Philharmoniker, guidati con mano sapiente da Herbert Blomstedt, è stata semplicemente perfetta. Ogni particolare era curatissimo, pure nel bis che gli artisti hanno concesso, cioè la grande ouverture da concerto “Egmont” di Ludwig van Beethoven, una parte delle musiche di scena composte per l’omonima opera di Johann Wolfgang von Goethe, ispirata alla tragica vicenda del ConteLamorale d’Agamonte.
Il pubblico (con ospiti illustri tra i quali alcuni membri del Casato di Liechtestein) ha tributato un trionfo alla fine di ogni pezzo.
“Oggi nessuna donna si ritiene inferiore ad un uomo. Sa che per questioni politiche e sociali spesso è svantaggiata, ma non si ritiene inferiore per nascita, come si credeva prima del Femminismo.”
Vi sarà capitato di leggere, nel mare magnum delle notizie online, qualche titolo sull’uscita di un’app sul femminismo storico. Ebbene, si chiama Herstory, è gratuita, scaricabile, e racchiude nel mezzo più fruibile del nostro secolo la storia dei luoghi del femminismo romano. L’idea è di Archivia, Biblioteca Specializzata in Cultura delle Donne, e vede protagoniste Giovanna Olivieri e Valeria Santini.
Di storia femminile non se ne è parlato per secoli, ed ora, quasi non si parla d’altro. Tanto che molte persone sono stanche della parola “femminismo” e dell’espressione “questioni di genere”. Ciò che sfugge comunemente, però, è che la storia delle donne non fa parte dei manuali. Poche sono le menzioni alle personalità muliebri sui libri di scuola. Questo rende mutilo il nostro bagaglio culturale e fa sì che le donne sentano la necessità, più che legittima, di raccontare anche il loro passato.
Ho avuto il piacere di intervistare Giovanna Oliveri e ho voluto farle delle domande sull’app, immedesimandomi nelle persone che non si considerano interessate alla faccenda.
Molte persone si staranno chiedendo a cosa serve quest’app. Cosa può dirmi in merito?
La storia delle donne in genere viene misconosciuta e distorta. Oggi molte donne dicono “Io non sono femminista“, ma l’azione del movimento ha cambiato profondamente la mente di tutte le donne, nella percezione che hanno di loro stesse. Oggi nessuna si ritiene inferiore ad un uomo. Sa che per questioni politiche e sociali spesso è svantaggiata, ma non si ritiene inferiore per nascita, come si credeva prima del Femminismo.
L’ignoranza è dovuta in gran parte al silenzio dei testi scolastici…
Molti insegnanti non hanno materiale di facile accesso che dia la possibilità di far conoscere un’altra storia, quella delle donne. Sul web è tutto molto dispersivo: fornire uno strumento come questo, su una storia che non viene raccontata, può dare uno stimolo alle scuole. Uno studente ha la possibilità di andare sul sito e studiare le schede proposte. Sono una base strutturale da cui partire, per incuriosirsi e per approfondire.
La storia in un’app. Connubio interessante tra antico e moderno…
Come donna di biblioteca ho sempre cercato di fare uscire il materiale da questi luoghi, tramandarlo e renderlo fruibile. Valeria Santini, l’altra capo progetto, ha proposto di realizzare un’app scaricabile gratuitamente, affinché il contenuto potesse diffondersi più facilmente. Pensi ad un evento come il Giubileo, con un clic si potrà accedere a mappe geolocalizzate e alle relative schede. In un mezzo ultramoderno è contenuta la storia, e il connubio è stato voluto per raggiungere un pubblico più ampio di quello che avrebbe ascoltato un cd, letto un libro, o visitato un sito.
Crede che la useranno anche gli uomini?
In biblioteca i ragazzi non osano accedere platealmente a queste informazioni: entrano timidi. Devono sapere, invece, che anche le donne negli ultimi 40 anni hanno fatto parte della storia di questo paese, dando un’enorme spinta alla sua evoluzione.
Attualmente gli studi di genere, che complessivamente racchiudono le questioni socio-culturali della sessualità, stanno ricevendo molta attenzione anche nel panorama culturale italiano, e un’ennesima prova di tale interesse è data dal Gender Bender, una grande manifestazione artistica che animerà Bologna dal 31 ottobre all’8 novembre. Il Festival, prodotto da Il Cassero, il centro lgbt bolognese – da sempre attivo contro le discriminazioni – è patrocinato dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali e ha ottenuto l’importante accesso aEFFE, il circuito di festival internazionali di qualità scelti e consigliati dall’Europa. Protagonista indiscussa sarà la danza, accompagnata a braccetto da cinema, teatro, musica e incontri. (Programma)
Insomma, il gender c’è. Ma di preciso cos’è? L’individuo medio è confuso, pensa alle femministe militanti e ai gay pride quando pensa a manifestazioni sulla “diversità di genere”. Questo produce il pregiudizio nato dallo stereotipo e, di conseguenza, il disinteresse, o peggio, il disprezzo. Abbiamo deciso, quindi, di dare la parola al Direttore Artistico del Festival, Daniele Del Pozzo, per capire come si è sviluppato il concetto di gender nell’immaginario comune nostrano e quale messaggio vuole recare l’evento che ne porta il nome.
Siamo alla tredicesima edizione di Gender Bender. Come si è evoluta la risposta del pubblico in questi anni?
Gender Bender è un Festival culturale, quindi usa le diverse forme d’arte per ragionare intorno alla rappresentazione contemporanea del maschile e del femminile in diverse parti del mondo. Attraverso le diverse opere presentate si intende proporre un percorso che lasci comprendere come le società si trasformano. Se alla prima edizione del 2003 ci rivolgevamo praticamente ad un pubblico di addetti ai lavori, molto ristretto, oggi possiamo affermare che il termine gender ha acquistato un uso corrente, sebbene spesso con interpretazioni errate. Il fatto che esso oggi comprenda le questioni femminili, omosessuali e delle minoranze in genere, con una generalizzazione che spesso confonde, è sintomatico della popolarità del termine stesso. Ma gender da solo non significa niente, va legato ad una specificità!
Il nome del Festival, Gender Bender, è una provocazione?
Bender, dall’inglese è “il piegatore” o la “confusione”. Ci piaceva il duplice significato di piegare il genere a seconda della propria necessità, e di confusione di genere per coloro che rimangono frastornati dalla molteplicità di interpretazioni dell’identità.
Qual’è l’intento del Festival?
E’ proprio quello di orientare con strumenti culturali e artistici le persone che intendono avvicinarsi a quest’area di interesse, per lasciarle ragionare sul posizionamento dell’individuo nella società. Uomo, donna o gay che sia, ciascuno ha il diritto di realizzarsi pienamente secondo la propria idea di felicità. Ma a seconda di dove si è collocati nel mondo, si possono riscontrare problemi di inserimento nella sfera sociale, professionale e persino personale: queste sono difficoltà che toccano tutti noi.
Nelle note di regia Luciano Capponi usa queste parole e noi vogliamo catturarle come riferimento interpretativo nell’introdurre la sua ultima fatica: Il Brevetto dell’Anima. La firma di Capponi torna dunque al Teatro Agorà di Roma e dopo l’impagabile Vasetto di Pandora ci presenta nuovamente una corte. Ancora una volta fa da padrone il gusto per lo scherzo linguistico. Il dialetto s’incastra nel regale e si riveste di costumi stravaganti e uomini effemminati. Tra le loro mani una trama flebile, caricata di profondità contenutistiche talmente forti da prevalere e spezzarne la struttura. Continui riferimenti al nostro presente fuoriescono dalle crepe narrative e la vicenda classica di una congiura di palazzo si colora delle ombre di una metafora. Vi è un codice e le sue chiavi interpretative sono palesi e allo stesso tempo di difficile comprensione. È la commedia stessa a remare contro il proprio pubblico. L’intero spettacolo è un gioco di spirito che motteggia l’intelligenza dei presenti. Sia che si tratti di ridere ad una battuta, sia che si cerchi di cogliere il senso metaforico di una scena, il succo è che siamo ottusi a prescindere. Nel primo caso, perché ridiamo senza capire; nel secondo, perché crediamo o pensiamo di dover capire. Una follia perfetta.
Il cast degli spettacoli di Luciano Capponi è sempre all’altezza: Daniele Aldrovandi, Lollo Frizza, Giulio Brando, Valentina Scorsese, Bessy Bang, Stefano D’Angelo, Penny Brown.
Divisa fra più livelli, la storia si trasforma in una forma cava. Racchiuso nel guscio c’è un panorama sommerso di suggestioni e simboli. Un “alieno” siculo parla nel sonno al re, sussurrando perle di filosofia popolare. Pizie mascherate ballano al ritmo di canzoni contemporanee. L’unica soluzione è quella di accettare la commedia come un viaggio nell’ego dell’uomo, tra metafore politiche e frecciatine al presente. È un affastellarsi di elementi, tipico del teatro di Capponi, manifestato a volte in un demenziale dalla complessa elaborazione. È una ripetitività comica ed alienante in cui l’intera compagnia si destreggia con grande professionalità. Eppure, questa comicità si trasforma in una presenza asfissiante, per la metafora del testo come per la stabilità stessa del prodotto. Il risultato è un’insofferenza acustica che sbalordisce. Il motivo va ricercato nella struttura dello spettacolo, troppo legata al precedente Vasetto di Pandora e non sufficientemente adulta per brillare in maniera autonoma. Non riesce a raggiungere un nuovo livello di espressione artistica e, senza prendere posizione, genera insofferenza. Le future declinazioni del percorso dell’autore dovranno andare oltre. Nell’attesa, speriamo che la follia, quasi un suo epiteto formulare, non si spenga.
Sulle note di una dolce melodia soul si apre lo spettacolo “E tu sei bellissima” al Teatro L’Aura. La trama è molto semplice: due persone si rivedono dopo 5 anni dalla rottura della loro relazione, per caso. Un amore passato sopra molte crisi ma che poi inevitabilmente si è rotto.
Una panchina è tutto ciò che c’è in scena, nulla di più. Una scelta scenografica così “semplice” è tanto apprezzata quanto rischiosa. Apprezzabile perché, delle volte, non bisogna mettere a disposizione dello spettatore mille oggetti, ma ne basta uno che racchiuda il senso dello spettacolo. La panchina, quindi, qui è il simbolo di un amore che ritorna e che forse non se ne è mai andato. È vero anche che, lo spettatore, non va lasciato allo sbando, ma condotto dove la storia vuole portarlo. Ecco perché rischioso. A questo punto deve essere molto bravo l’attore a far sì che il significato dell’oggetto in questione passi nei miglior dei modi. I protagonisti (Laura Monaco e Andrea Venditti) sono bravi a ricreare l’atmosfera che lasci intuire perché si trovino lì. Bisogna dire che Andrea Venditti soprattutto è riuscito a giocare con questa scarna scenografia. Possiamo dire dunque che l’idea e la scrittura di Claudio Proietti sono assolutamente promossi ma l’esecuzione delle volte va rimandata, ma non bocciata.
Teneri i momenti tra i due innamorati che si guardano e sfiorano, come a farci sperare che ci sia un ritorno di fiamma, e molto divertenti le battute pungenti che si scambiano per cercare di farsi del male, come qualsiasi ex fa una volta che la relazione è finita. Musiche molto adatte nei momenti più dolci. Anche se il finale ci lascia con un po’ di amaro in bocca sono molto meritati i due minuti di applausi che seguono, tanto da far uscire più volte gli attori e il regista per goderseli. Si guarda lo spettacolo con la tenera consapevolezza che tutti nella vita hanno una persona che ricorda un grande amore, e che forse un giorno, chissà ritornerà a bussare alla propria porta.
Le ingerenze della Santa Sede negli affari interni del Campidoglio mettono in crisi i rapporti tra Stato e Chiesa. E per ora gli unici fondi sbloccati per il Giubileo sono i 30 milioni di euro dei romani, ottenuti dal Campidoglio proprio il giorno delle dimissioni del “Marziano” e sui quali c’è sperequazione.
I rapporti tra Stato e Chiesa non sono materia facile. Ma siamo autorizzati a pensare, perlomeno dallo scorso mese di marzo, giorni in cui la Santa Sede annunciava il Giubileo Straordinario, che l’ipertrofia politica del Vaticano a spese perlomeno della Capitale, costituisca un dato certo. D’altra parte come negare il sospetto che questo Giubileo fosse motivato dalla malcelata intenzione di una riassegnazione di prestigio alla città, attaccata anche dai giornali stranieri a causa delle sue criticità più evidenti: è dominata dal malaffare, i trasporti sono in crisi, la sporcizia è ovunque.
Durante il Giubileo, si sa, i fedeli ottengono la possibilità di essere perdonati per i peccati fatti negli anni precedenti, ma solo nel caso compiano alcune pratiche o riti. Come quelli che probabilmente e a più riprese, sono stati invocati da vari organi ecclesiastici, a partire dalla stampa vaticana fino alla CEI, al fine di redimere l’amministrazione Marino dall’inefficienza; dei graditi passi indietro.
Si perché dovevano averne già fin sopra i capelli in Vaticano quando a luglio scorso l’Osservatore Romano fotografò così il disastro dell’aeroporto di Fiumicino: “Fiumicino ultima frontiera. L’ennesimo nuovo capitolo della lunga crisi che sta soffocando la città di Roma”. E poi la voce grossa di chi fa propaganda dell’arcivescovo Rino Fisichella, incaricato per il Giubileo, che invoca “una scossa che risollevi Roma dalle macerie. Noi siamo pronti anche Roma lo sarà”.
E ancora: le recenti anticipazioni della lettera aperta del cardinale Agostino Vallini, vicario di Papa Francesco per la diocesi di Roma, che propugna la “formazione di una nuova classe dirigente nella politica”. Per non parlare ancora dell’Osservatore Romano, quando a Sindaco appena caduto (dimissioni sulle quali pesa come un macigno anche la “scomunica” di Papa Francesco che ha smentito di aver invitato Marino all’Incontro Mondiale delle Famiglie di Philadelphia) scrisse: “Ora la Capitale, a meno di due mesi dall’inizio del Giubileo, ha la certezza solo delle proprie macerie”. Manco ci fosse un candidato “Vaticano” alla poltrona di sindaco di Roma, salvo poi leggere sui principali quotidiani che “nei sacri palazzi si lavora già a una possibile candidatura dell’eurodeputato NCD, Alfredo Antoniozzi, alla guida del Campidoglio”
Insomma non bisogna essere dei “Giolitti”per capire che qualcosa non va nelle corrette relazioni tra Stato e Chiesa. Certo, la situazione di Roma è drammatica e Ignazio Marino ha combinato troppi pasticci. Ma nessuno si è alzato dai banchi di governo o dalle aule parlamentari per spiegare a cardinali e vescovi che ciò di cui sopra è inerente ad affari interni italiani.
Eppure di favori da parte dello Stato Italiano la Città del Vaticano dovrebbe essere sazia. I rapporti tra Stato e Chiesa sono regolati, per la maggior parte, dai Patti Lateranensi del 1929 e si compongono di due parti. La prima è un Trattato Internazionale: la Santa Sede riconosce lo Stato Italiano con Roma capitale e si vede riconosciuta la sovranità sullo Stato della Città del Vaticano. E’ prevista una convenzione finanziaria, con cui l’Italia si impegna a pagare al Pontefice una indennità, come riparazione per aver perso lo Stato Pontificio. La seconda parte è costituita dal Concordato, riformato nel 1984 nel quale, fra le varie, si specifica che la religione cattolica non è più la sola religione di stato. Viene introdotto l’8 per mille, il meccanismo attraverso il quale si può devolvere quella percentuale di gettito Irpef alla Chiesa cattolica. Inoltre la maggior parte degli immobili di proprietà della Chiesa sono attualmente esenti da Imu e Tasi.
Peraltro gli unici fondi per il giubileo straordinario sono i 30 milioni (di soldi dei romani) sbloccati dal Campidoglio proprio il giorno delle dimissioni di Marino. Di questi, 9 milioni verranno utilizzati per manutenzione stradale; si tratterà di appianare le buche e rifare l’asfalto di via del Mascherino e di via Nazionale. Tre milioni, invece, verranno destinati all’Ama. Altri quattro milioni serviranno per potenziare l’illuminazione pubblica, mentre i restanti 14 milioni, invece, serviranno per la fondamentale manutenzione dei mezzi pubblici. Pochi, comunque, per estendere i lavori su tutti i treni che viaggiano sulle principali linee, non solo la metro A e B ma anche la Roma-Lido e la Roma-Viterbo.
In questa situazione è facile pensare soprattutto ad un Giubileo che vedrà i pellegrini godere della scenografia privilegiata della Roma di serie A, quella del centro e della vicinanza alle linee di trasporto finanziate ed efficienti, dirottando così fondi e consumatori lontano dalle periferie, continuamente protagoniste dei proclami della politica e del Santo Padre, ma nei fatti dimenticata quasi a vergognarsene.
A volte, per qualche bizzarra, inspiegabile, felice congiunzione astrale, accade qualcosa di perfetto.
Dopotutto, vedendoLontano dal Paradiso e poi Mildred Pierce, il tocco di Todd Haynes pare l’approdo naturale per portare sul grande schermo un romanzo degli anni ’50 di Patricia Highsmith su una relazione omosessuale tra due donne. E conoscendo il look etereo di Cate Blanchett, ed il volto misurato e timido di Rooney Mara, i ruoli sembrano cuciti loro addosso. Non c’è ovviamente alcun disegno divino dietro, solo un progetto baciato dalla perfezione e dal talento di chi ci ha messo mano. Carolappartiene a quella categoria di film che trasporta per due ore in un’altra dimensione, e fa credere definitivamente che il cinema sia pura arte, forse la più completa possibile.
Non è comunque il caso di iniziare a scomodare paroloni, iperboli e grossi aggettivi, perché Carol, pur meritandoli tutti, non ha bisogno di un approccio simile. Un film misurato, fatto di parole non dette, sguardi che raccontano un mondo senza dire nulla, silenzi, emozioni soffocate, un calore talmente avvolgente da non aver bisogno di morbose sottolineature. Carol è totalmente incentrato sulle emozioni delle due protagoniste, non tanto sulla loro relazione tormentata ma più che altro su quello che comporta in loro stesse amarsi e farlo in quella società. Essenzialmente quindi si, è un grande storia d’amore, ma ciò che rende universale e senza tempo l’approccio di Haynes – non a caso anche l’aspetto omosessuale, che conferma il regista come simbolo del lato artistico del cinema queer odierno, è estremamente delicato – è l’attenzione dedicata ai sentimenti interiori. Carol è un film sulle sensazioni che si provano quando ci si innamora e sulle difficoltà, a prescindere dai motivi, nell’esprimerle. Molti faranno paragoni soprattutto estetici – errore madornale – con Lontano dal Paradiso, indicando Haynes come un regista bloccato “solo” su un gusto vivamente retrò; in realtà con questo film il regista si affranca molto dall’ombra di Douglas Sirk, primaria ispirazione per quella sua precedente opera, e semmai si avvicina, almeno a mio giudizio, al cinema di James Ivory, specialmente per il lato tematico. Si, alcuni passaggi di Carol mi hanno ricordato quel capolavoro di Quel che Resta del Giorno, quella censura autoimposta di esprimere e comunicare sentimenti che poi finisce per travolgere tutto il proprio essere umano.
Haynes più che regista è qui un direttore d’orchestra, l’attento conduttore di una sinfonia di silenzi che hanno il loro apice negli occhi delle due attrici. Dopotutto un film così incentrato sulla comunicazione repressa delle emozioni deve avere due interpreti perfette, senza se e senza ma: Cate Blanchett e Rooney Mara lo sono. La prima, che ormai ha deciso di non sbagliare più un film e si avvicina sempre più al titolo di miglior attrice contemporanea, pare uscita proprio dagli anni ’50, è ipnotica, suadente, gigantesca e fragile allo stesso tempo; la seconda è il vero fulcro del film ancora più della collega, quella tra le due che deve comunicare più cose senza parlare, e lei ha questo sguardo particolarissimo, molto timido e semplice, che al primo sorriso o alla prima lacrima sembra illuminare tutto il mondo circostante. Prendiamo il loro primo incontro nel grande magazzino – per me una scena obbligata a diventare un classico del cinema – un rapido ma intenso sguardo che racchiude il colpo di fulmine: in una sola occhiata capiscono già tutto.
Questo è il grande merito di Carol, creare una grande storia d’amore incredibilmente naturale, in cui non c’è spazio per lunghi corteggiamenti o non c’è bisogno di noiosi discorsi, le due si guardano e si amano, come fossero nate per stare insieme.
Carol è una un lavoro di pura arte perché alla forma eccelsa – scenografie, costumi, la bellissima musica, la fantastica fotografia sgranata che si distacca dai colori accesi “sirkiani” di Lontano dal Paradiso – riesce ad abbinare un sentimento che più è taciuto più acquisisce forza. Non ha bisogno di urli, non ha bisogno di rimarcare l’ovvio, non ha bisogno di stordire la passione stessa – Abdellatif Kechiche prenda nota su come si girano le scene di sesso – perché Carol ci ricorda che alla fine, soli con noi stessi, conta solo e sempre quello che abbiamo dentro, nel profondo, ed il modo in cui riusciamo ad esprimerlo e viverlo.
E’ stata inaugurata questo martedì 20 ottobre la mostra personale di Lucianella Cafagna e Christina Thwaites presso la galleria d’arte di Roma RvB Arts (Via delle zoccolette, 28) dove fino a sabato 31 ottobre saranno presentati al pubblico i lavori di due intriganti artiste della nostra epoca.
Si tratta di un’ottima occasione per immergersi nell’arte del nostro tempo entrando a contatto direttamente con le opere di due importanti pittrici che hanno già esposto in eventi internazionali (come la Biennale di Venezia e l’Arte Fiera di Bologna). Infatti per tutti coloro che non ne fossero a conoscenza la RvB Arts è una galleria romana che promuove l’Accessible Art, un modo nuovo di far conoscere l’arte contemporanea in maniera piacevole e del tutto informale che nasce con l’obiettivo di svincolarsi dal rigido sistema delle gallerie tradizionali.
C. Thwaites – Atthe Show
Il concetto di “arte accessibile” è ispirato dalla volontà di condurre l’arte contemporanea in un ambiente ospitale ed accogliente che possa essere percepito effettivamente come la propria casa in modo da evitare quel senso di austera e silenziosa riverenza che assale il visitatore nel momento di varcare le soglie di una classica galleria o di un museo. Inoltre, lo scopo di questa geniale iniziativa è quella di rendere l’arte più abbordabile soprattutto dal punto di vista economico, esponendo opere che possono essere acquistate da semplici e autentici amanti dell’arte senza essere obbligati a sborsare cifre vertiginose in modo da coltivare allo stesso tempo una passione e realizzare un investimento.
La mostra attualmente in esposizione è curata da Michele von Buren (anche creatrice di RvB Arts) con l’intento di superare la tradizionale diffidenza verso un’arte troppo spesso giudicata incomprensibile a causa di un linguaggio volutamente enigmatico che tuttavia è in grado di comunicare anche con lo spettatore meno esperto.
L. Cafagna – Olio su carta
Lucianella Cafagna è un’artista romana che ha studiato presso l’École Nationale Supérieure des Beaux-Arts di Parigi e che ha partecipato alla 54° Esposizione Internazionale d’Arte della Biennale a Venezia nel 2011. Appena entrati, varcato l’ingresso, le sue opere ci accolgono enigmatiche creando quasi un senso di vuoto e di intervallo senza tempo, passando dai rumori della città ad una dimensione temporale sospesa in cui a dominare sono i soggetti dei suoi quadri, simboli tormentosi della nostra stessa sfuggevolezza alla vita, al passato ed al presente. Non hanno certamente sbagliato a definire il suo lavoro “Realismo magico” per la capacità commovente di intrecciare un mondo onirico impalpabile con la realtà più concreta.
Christina Thwaites è una singolare pittrice inglese che, dopo essersi laureata ad Edimburgo, ha avuto diverse esperienze di lavoro ad Amsterdam, Roma (nelle famose sale del Palazzo delle Esposizioni e del MACRO) e in Australia, dove sono esposti i suoi lavori più recenti. Le sue opere sono attraversate da un forte senso dell’umorismo che è sia satirico che toccante, si tratta di quadri esuberanti e stravaganti, i cui soggetti sono ispirati dai vecchi album di famiglia.
Entrando nella galleria si viene accolti da un immediato clima informale e rilassato che permette di godere di qualche attimo di rilassamento, infatti l’entrata in via delle zoccolette 28 è proprio un piccolo ed abbordabile angolo di tranquillità a pochi passi dal traffico di Lungotevere. Vi invitiamo a scoprire un’arte semplice e spontanea in cui l’eleganza dello studio tradizionale dei grandi maestri del passato è unita ad uno slancio dinamico verso un mondo contemporaneo in continuo movimento e trasformazione a cui siete tutti chiamati a partecipare.
Ranieri indossa i panni del subdolo Riccardo: un uomo di potere, dal godimento quasi giocoso della sua stessa malvagità. La sua fame di trono ingoierà tutti, tra fratelli e nemici. Lo circonda una vasta pletora di attori, affannati per gli ambienti di una complessa macchina scenica. È una botte di metallo dagli anfratti nascosti, spogli. Nell’insieme, essa stessa un complotto ruotante sul proprio asse. Tutto intorno, un’epoca lontana da quella shakespeariana accoglie lo spettatore. Così Ranieri spiega l’approccio visivo al testo:
“[…] Via via che continuavo a leggere e rileggere mi è apparso sempre di più bianco e nero. Anzi, bianco e noir.”
Massimo Ranieri nei panni di un Riccardo a trono conquistato all’Ambra Jovinelli
Parole antiche si risvegliano fra proiezioni monocromo di ombre. Uomini, donne; pedine. I loro ritmi sono interrotti da sfumature di violini e stonature di tamburi; improvvisi i colpi di pistola. È un mondo raggelato in placche di metallo, silenti e sgomente davanti all’orrore. I fumi delle sigarette, tossici e sensuali, si perdono nella nebbia dei fari; sotto di loro, figure anni trenta. Gli abiti sono squadrati e l’eleganza è nera come il petrolio. Eccolo Riccardo: un capitalista malvagio in una realtà dalla durezza industriale. Un ironico mostro in un’età violenta, affamata e militare. Gotham, forse. Il suo respiro, quel noir da fumetto, disegna donne oscure ed irresistibili, di cui persino la risata è presagio di morte. Questo è Shakespeare all’epoca del cemento. Se ne ammirano i toni di un thriller psicologico. Proprio allora, fra le pieghe di una splendida traduzione ad opera di Masolino D’Amico, si nasconde il sentimento di una stonatura generale.
Occorre aprire una parentesi di onestà, perché il compito del critico non è quello di gonfiare l’autostima dell’attore, ma piuttosto rientra in un discorso storiografico. Si tratta di comporre di volta in volta un archivio, corrispondente ai tempi e ai fatti che vi si svolgono. Ogni parola scritta, seppure persa nel mare contemporaneo di infinite altre, aspira al ruolo di conservare la Storia. Nel darne un giudizio vi dipinge il contesto. Questo è lo spirito della nostra redazione; questa la massima della nostra professionalità. E nell’ambito di un discorso di onestà, non posso nascondere che lo spettacolo non funziona. Sebbene tutto, dalla trasposizione temporale all’adattamento scenografico; dalla scelta delle musiche ai costumi; tutto, come ho detto, susciti un gran fascino, manca un elemento in termini di spessore. È un vuoto che evolve nel corso della rappresentazione. Il primo atto sa dissimularlo nel ritmo delle scene. Il suo spirito è quello di uno Shakespeare divertito dalla sua ironia e deliziato dalla duttilità dei propri personaggi. Il prodotto è buono. Un adattamento troppo lirico non sarebbe stato fedele all’autore, in grado di parlare al popolo come al nobile e dunque estraneo ad intellettualismi esasperati. Eppure il mondo noir che circonda questo Riccardo III si blocca spaesato al secondo atto. Come la scenografia scorrevole del finale, che non può chiudere il proprio movimento perché bloccata dal corpo esanime di Riccardo, così l’adattamento non trova la linea con cui rendere giustizia a se stesso. Diventa una forma che cigola. Un uomo disorientato. Parole dette senza la necessaria convinzione. È una violenza, forse la vendetta divertita dello spirito letterario di Riccardo, che subdolamente manomette una bella conclusione, nel momento in cui se ne attende l’apice del finale.
D’altronde, come salvarsi, quando è il testo a ribellarsi?
L’incantevoleTeatro India ha ospitato per tre serate (19-20-21/10) uno spettacolo toccante, emozionante e vero: “Il Grande Male”. La scenografia che troviamo sul palco ci catapulta già in un’atmosfera angosciosa, che gli attori di lì a poco porteranno sul palco. Un telo trasparente che fungerà poi da schermo, dove vedremo proiettati dei filmati e delle notizie fondamentali, vuole dare l’impressione di distacco, di passato. I fatti che vedremo poi in scena sono tanto lontani quanto vicini a noi.
Sinossi:“Berlino, 1921. Lo studente armeno Soghomon Tehlirian è sotto processo per aver ucciso con un colpo di pistola Talaat Pasha, uno degli organizzatori del genocidio armeno, rifugiato nel 1919 in Germania sotto falso nome, per sfuggire ad una condanna a morte per “crimine di lesa umanità” a danno delle popolazione armene residenti nell’Impero Ottomano.Dopo due giorni di processo è Talaat – del quale vengono ricostruite le atroci gesta e attraverso le drammatiche rivelazioni dei sopravvissuti chiamati a deporre – ad essere condannato moralmente: le prove a suo carico sono talmente terrificanti che Tehlirian viene assolto per l’omicidio da lui compiuto.”
Come tutti sanno, la storia è destinata a ripetersi pochi anni dopo con il genocidio degli ebrei che noi tutti ricordiamo, ancor più di quello armeno. Lo spettacolo si svolge riproducendo il processo a Tehlirian, ma dopo poco si capisce che l’attenzione non è più sull’uomo che ha visto le atroci gesta di Talaat e del suo governo, bensì su Talaat stesso. La splendida scrittura e direzione di Sarghis Galstyan, che in più interpreta proprio Tehlirian, è riuscita ad incutere la giusta ansia ed il malessere di questi fatti che si trascinano ancora oggi dietro di noi.
È un palcoscenico già visto, ma in qualche modo “nuovo” per come vengono ricordate queste persone, che davanti alla morte violenta sono tutte uguali, uomini, donne e bambini. Siamo davanti ad un uomo folle come Talaat che, interpretato dal meraviglioso Stefano Ambrogi, ci fa odiare ancora di più questo personaggio. La maestria di questo cast sta nel rendere tutto reale come se questi interpreti avessero vissuto davvero il massacro di quegli anni.
La rappresentazione funziona benissimo grazie alla scenografia (di Gianluca Amodio), la sceneggiatura (di Sarghis Galstyan), le musiche (di Jonis Bascir) e i costumi (di Matella Rabani). La compagnia “InContro Verso” ha capito che era una storia che doveva essere raccontata perché troppe volte dimenticata ingiustamente.
Il linguaggio e i dialoghi degli attori sono pungenti e mirati a tirar fuori le personalità di ogni personaggio, per aiutare coloro che non conoscono a fondo la storia a comprenderla. Due, in particolare, sono i momenti di assoluta bellezza durante lo spettacolo: il primo è dato dal “balletto” che rappresenta il genocidio ed i massacri e avviene senza armi in scena. Capiamo che sta accadendo qualcosa di violento dai movimenti degli attori, che raffigurano la guerra accompagnati da una musica aspra e tenebrosa. Il secondo momento è rappresentato dall’ultima scena dove il teatro si riempie di foto dei veri protagonisti di questo orrore. I veri volti delle donne, dei bambini, degli uomini e degli anziani che sono stati realmente strappati alla vita per le follie di un uomo.
Il teatro deve essere veicolo di storie che ci facciano comprendere il passato, forse a volte molto di più dei banchi di scuola. L’impatto di questo spettacolo ci fa memorizzare date, avvenimenti e nomi che, forse se costretti a studiare per un esame, non avremmo mai imparato così bene. Quando lo spettacolo riesce a lasciarti dentro un’emozione che si ripercuote in te per giorni, mesi e anni vuol dire che ha fatto il suo lavoro veramente bene.
Nella torre della struttura che ospita lo storico cinema e spazio artistico del V Municipio, riprendono finalmente le attività culturali. Claudio Gnessi, CdQ Torpignattara: “Le nostre linee guida sono state rispettate”.
Questa volta è vero: il Cinema Impero, perlomeno nella torre dello stabile che lo ospita, sta tornando ad essere il polo culturale che cittadini e CDQ, da anni e anni, chiedevano all’amministrazione e al proprietario della struttura, l’imprenditore Alessandro Longobardi.
Grazie anche all’associazione “Spazio Impero Bonita Dance” infatti, dai primi giorni del mese di ottobre sono qui attive una serie di attività formative ed artistiche con l’obiettivo di promuovere l’integrazione e l’aggregazione sociale, funzione importantissima per un quartiere cosmopolita come Torpignattara. “Qui organizziamo corsi formativi, molti dei quali di balli di gruppo caraibici e sudamericani. Ma insegniamo anche teatro per adulti e bambini e, da poco, anche musica popolare con il maestro Mario Puorro” ci dice Alessandro Grimaldi, ballerino professionista e coreografo dell’associazione Spazio Impero. “[…] sul territorio lavoriamo molto sul “popolare” come linguaggio artistico; prediligiamo infatti il folklore al fine di dare la possibilità ai cittadini di esprimersi e di socializzare” ci spiega, e aggiunge: “I balli di gruppo in funzione di ciò li ritengo molto importanti. Noi teniamo moltissimo a far avvicinare la gente del quartiere alla nostra realtà, che si propone, in ultima analisi, di far finalmente rinascere il Cinema Impero.”
Peraltro questo luogo rappresenta un simbolo per tutti i romani. Infatti il palazzo che ospita il Cinema Impero è la testimonianza storica di uno dei periodi più conosciuti e controversi dell’Italia. Costruito dopo la metà degli anni ’30 dall’architetto Mario Messina, lo stabile è la chiara testimonianza di un’epoca, quella fascista, in cui lo stile Art Decò, matrice del Razionalismo Italiano, lascia chiaramente la sua impronta su molteplici costruzioni del periodo che precede la Seconda Guerra Mondiale.
Nella struttura, però, si svolsero le attività cinematografiche solo fino agli anni ’70, periodo in cui abbassò le saracinesche. Da quel momento, il Cinema Impero divenne il ritrovo di vagabondi e senza tetto che contribuirono al progredire del degrado già portato avanti dal tempo.
Ora però pare proprio che la musica sia cambiata. Infatti anche il CdQ Torpignattara loda le iniziative di Spazio Impero e l’investimento della famiglia Longobardi: “Le nostre linee guida sono state rispettate” ci dice Claudio Gnessi del CdQ sottolineando che: “Noi questo volevamo, la riapertura dello spazio secondo un desiderio condiviso. Cose che sono state espresse dal nostro Laboratorio di Partecipazione, al quale hanno partecipato più di mille persone in un anno. Da quel laboratorio infatti è venuto fuori anche il desiderio della formazione artistica come attività del Cinema, quindi siamo soddisfatti” ha poi concluso.
Insomma, pare che Torpignattara possa finalmente godersi quello che molti reputano un suo diritto fondamentale: uno spazio multiculturale che possa rappresentare un punto di riferimento importante per l’integrazione, l’arte e l’aggregazione sociale.