L’incontro tra Antonio e Lucio in “Eppur mi sono scordato di te”

Antonio e la sua vita narrata tramite le canzoni di Lucio Battisti nel travolgente “Eppur mi sono scordato di te” di Gianni Clementi con la regia e l’interpretazione di Paolo Triestino, in scena fino al 29 novembre al Teatro Cometa Off di Roma.

Lucio Battisti

Antonio si presenta in scena. È senza memoria, è stato operato al cervello. Insieme ripercorriamo il viaggio della sua vita, alla ricerca di qualcosa che nemmeno lui sa bene. Antonio è giovane nel 1972, gli anni delle contestazioni giovanili, del rock di Jimi Hendrix. È un giovane pieno d’incertezze e di domande da porsi. Sembra non avere una direzione ben precisa, non avere ideali definiti, ma sa bene che i giovani intrisi dei valori sessantottini piacciono molto alle ragazze; infatti ama Francesca.

Da giovane i genitori lo costringono a fare cose che lui non ama, tipo mangiare il fegato. Proprio nel ristorante di Carlo, amico dei genitori, che avverrà un incontro con un ragazzo che a sua volta non ama questa pietanza, un giovane di Poggio Bustone, in provincia di Rieti: Lucio Battisti.
Antonio è adulto, non sa, non ricorda cosa è successo in tutti quegli anni. Si ritrova improvvisamente circondato di strani personaggi: il cinico e cocainomane cognato Remo, sua moglie Francesca, con la bocca simile a quella delle cernie, diventata completamente ambigua, lo strano chirurgo toscano che lo ha operato, e Giuseppe, l’arrivista ed egoista compagno siciliano in affari. Si capisce che Antonio, nel frattempo, è diventato un’altra persona, inghiottito da una società che spinge sempre di più a svendere i propri valori.  Antonio va sempre alla ricerca del suo vero io. Tutta la sua vita ha un denominatore comune: Lucio Battisti. Le sue canzoni, come E penso a te o I giardini di marzo, esprimono i suoi pensieri ed i suoi stati d’animo. Nell’ultima scena, Antonio va alla ricerca del suo amico Lucio a Poggio Bustone: ormai egli è già morto, ma insieme alla sua anima, al suo ricordo, vive ancora un’ultima emozione insieme: vedere Il Grande Dittatore di Charlie Chaplin.
Uno spettacolo affascinante, ironico e drammatico allo stesso tempo, raccontato attraverso lunghi flashback, scritto da Gianni Clementi, uno degli autori più interessanti del momento. Paolo Triestino, regista e unico attore dello spettacolo, si dimostra essere uno dei migliori attori italiani degli ultimi anni, essendo capace d’interpretare da solo tutti i personaggi sopra descritti con una bravura esorbitante, tale da farci capire che, in fondo, Antonio è uno di noi, essendo noi tutti personaggi di una società che, come in un gioco perverso, ci spinge verso un baratro, un annientamento dell’io. Nell’opera domina la voglia di libertà, libertà che in questi giorni è stata negata. Durante gli applausi finali, infatti, Paolo Triestino ha preso la sua chitarra ed ha cantato insieme al pubblico Il mio canto libero, con lo sfondo della bandiera francese. Un chiaro omaggio alle vittime di questo vile attentato, e a tutte le vittime della violenza.
Molto bello l’impianto scenico di Max Quaranta, molto semplice ed efficace (uno sfondo sempre illuminato con vari colori che diventa schermo cinematografico, tre poltrone che sono contemporaneamente letto, sedili di una macchina e poltroncine da cinema, ed un porta chitarra con lo strumento sopra. Essa è la vera e propria compagna di viaggio ed unica confidente del protagonista). Molto interessanti anche le luci di Giuseppe Magagnini, le elaborazioni video di Fabiana Dantinelli, la locandina di Gabriele Gelsi e le foto di scena di Annalisa Borrelli, la quale è stata, insieme ad Ariele Vincenti, anche aiutoregista. Da citare giustamente anche la grafica di Marco Animobono e l’organizzazione di Alessandra Cotogno.
Marco Rossi

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