Il “Mercante di Venezia” chiede giustizia al Globe Theatre di Roma
Claudio Santamaria presenta il genio di “Paz!” al Gasometro
Il 21 luglio il Gasometro ha omaggiato il genio dell’artista Andrea Pazienza, ospitando la proiezione del film a lui dedicato, Paz!, diretto da Renato De Maria, e presentato in sala da uno degli attori protagonisti, Claudio Santamaria.
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Officine Papage, un’estate all’insegna del teatro
Il Gasometro vola con Django Reinhardt e Giorgio Tirabassi
Django Reinhardt è considerato il padre del jazz. Il suo stile particolare è stato rievocato attraverso un bellissimo concerto con gli Hot Club Roma e la partecipazione del famoso attore Giorgio Tirabassi al Gasometro.
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| © Marco Rossi |
Sicuramente una sfortuna atroce ma se mi permettete, cari lettori di CulturaMente, è sfortuna che è stata anche fortuna, perché proprio lui ha dovuto creare uno stile dove con solo dieci dita doveva fare quello che normalmente si fa con dodici.
Marco Rossi
@marco_rossi88
Stazioni lunari con Consoli e Gazzè all’Auditorium
Protagonisti della serata del 12 luglio Max Gazzè, Carmen Consoli, Brunori Sas, ex-CSI con la grande protagonista Ginevra Di Marco, ognuno sulla sua pedana posizionati in semicerchio si alternano a turno con musiche del proprio repertorio, portando il pubblico in una danza canora estiva.
Drive, violenza e romanticismo a tutta velocità
Drive non è un film semplice, o forse non è nemmeno un film.
Drive è pura atmosfera, sensazione, emozione, è un trattato sul cinema del suo regista, il danese Nicolas Winding Refn, uno che film normali non sa proprio farli…e per fortuna. Drive è una scossa di energia, Drive è un silenzio che racchiude diecimila volt di pura umanità, Dive è un bacio che non sai quando è il momento di dare, Drive è quella violenza istintiva animalesca che tutti coviamo ma non lasciamo mai andare, Drive è quella notte che vuoi girare in macchina da solo ad ascoltare musica, Drive è quello sguardo che ti fa innamorare senza aggiungere un solo fiato. Drive è stato spacciato come action, ma non lo è assolutamente. Drive è stato presentato come film adrenalinico da ingannevoli trailer, ma non lo è assolutamente. Drive è invece la più romantica storia d’amore degli ultimi anni, una favola moderna, un western metropolitano. Lo avete capito, questo film è tante cose.
La recensione
Il progetto doveva essere inizialmente un banale prodotto commerciale, e Refn non doveva girarlo. Quando la tipologia di film è cambiata, e il regista danese è stato contattato (da Ryan Gosling stesso, già protagonista designato dalla produzione) Refn comunque non voleva farlo. Poi è bastata una serata in macchina tra il regista e il suo attore, nella notte di Los Angeles, nel silenzio in mezzo al traffico, una canzone alla radio, e la scintilla è scattata: nella testa di Refn il film doveva raccontare la storia di un uomo che passa le notti a guidare solo e ascolta musica.
Drive di fatto è questo: tanta solitudine, silenzi sospesi, tempi dilatati. Tutto ciò è incarnato nel protagonista senza nome, per tutti “ragazzo” o semplicemente il driver, e nella clamorosa interpretazione di Ryan Gosling, che trattiene e assorbe ogni emozione. Lui non parla, semplicemente perché non ne ha bisogno, parla con i fatti, parla soprattutto con lo sguardo. Perché rovinare certi momenti e certe situazioni con le parole, con qualche frase banale o magari fuori posto? Questo il personaggio lo sa, Refn lo sa, Gosling lo sa, e infatti comunica ogni cosa solo con lo sguardo e con espressioni via via sempre più cariche di dolore, con un sorriso o con un semplice movimento delle sopracciglia. I silenzi, quando sono ben fatti, sono molto più potenti di chissà quale effetto speciale. Refn fin dall’inizio della sua carriera lavora sui silenzi, sugli attimi sospesi, nessuno meglio di lui sa lavorare sui momenti sospesi. In questo film riempie con una incredibile carica emotiva i silenzi e i vuoti, che poi vuoti in realtà non sono, come nessun altro saprebbe o potrebbe fare.
Ricordate il western classico, o la trama di un canonico film con l’eroe solitario? In una città qualsiasi arriva al momento giusto un uomo apparentemente senza passato, fa quello che deve fare, aiuta chi deve aiutare, uccide chi merita di essere ucciso, e se ne va, magari al tramonto oppure all’alba, magari verso nuove avventure. Questo è quello che fa il nostro protagonista, rigorosamente senza nome, come il mitico pistolero di Clint Eastwood nei film di Sergio Leone. Drive è una favola moderna in cui il misterioso eroe salva la bella principessa dall’orco cattivo.
Ah già, la principessa. Solo il volto pulito di Carey Mulligan poteva dare forma ad un personaggio simile. Lui parla poco, lei parla ancora meno, si guardano tutto il tempo, respirano, a volte non rispondono alle domande che si scambiano. Non sono due persone apatiche, sono semplicemente due ragazzi che purtroppo nel mondo moderno non esistono più. L’innamoramento qui è tutto fatto di sguardi e sospiri, senza dire una virgola. La loro è la storia più romantica possibile nel cinema moderno, perché non si vede, ma si percepisce. Tutto il cinema di Refn per la verità si percepisce e si respira. Dicevamo appunto che Drive è la perfetta sintesi di tutta la sua poetica, ma forse è errato. Basta solo l’ormai immortale “scena nell’ascensore” per rappresentare tutto il suo cinema. Una sola scena. L’eroe, la principessa, e l’orco cattivo. L’ascensore che diventa un palcoscenico, le luci si abbassano, e il bacio più bello degli ultimi anni si materializza. Lì, proprio in presenza dell’orco cattivo. La luce torna, e l’eroe solitario esplode nel più gargantuesco atto di violenza immaginabile, senza armi, sotto gli occhi della sua bella. Poi, paura per uno e rimorso per l’altro. Tutto senza una parola, senza una sillaba, senza un fiato (e alternare così bene i registri in una singola scena vuol dire essere un grande regista) perché questo è il cinema di Refn, lirismo e poesia altissima si alternano ad esplosioni di violenza incontrollata. Quella violenza così efferata ma mai gratuita, mai giocosa, sempre costretta e per questo sempre tremendamente dolorosa, e dopo ogni scia di sangue c’è sempre il tempo per il pensiero, per la conseguenza, per il rimorso. E non a caso dolorosi sono i personaggi di Bernie e Shannon, in tutto e per tutto opposti al driver: parlano tanto, gesticolano tanto, sbagliano tanto. Albert Brooks solo in un film simile poteva essere credibile come mafioso, inquietante come mai in carriera. Bryan Cranston, che probabilmente interpreta la figura più tragica della storia, è fenomenale nelle poche scene in cui lo vediamo, è lì per fare da spalla ma alla fine di ogni sua battuta lascia la scena da grande attore.
3 buoni motivi per vedere il film:
– Il cast. Non c’è un attore fuori posto o fuori ruolo, soprattutto è ricco di caratteristi con esperienza tv che, pur con poche scene, hanno la possibilità di splendere. E poi c’è Oscar Isaac in uno dei suoi primi ruoli prima di diventare la star che è adesso: si può sempre dire “ecco dove l’avevo visto la prima volta!”
Quando vedere il film?
– Rigorosamente la sera, senza alcuna luce del giorno che possa infastidire. Da soli o in coppia, ma non è un film da gruppo di amici che fanno confusione.
Emanuele D’Aniello
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».
Accademia Costume e Moda: tutta la storia in un libro
Scripta manent, dicevano gli antichi. E con un libro sembra concretizzarsi la memoria, la forza del passato viene incorniciata in una storia che può essere, finalmente, stretta in una mano.
Liquorificio d’Abruzzo: la tradizione del bere responsabile
Nato per gioco, quattro ragazzi hanno trasformato la passione per l’infusione in un’attività che tiene vivo il patrimonio di ricette della cultura rurale
E’ proprio la passione la spinta iniziale ed è facile capirlo parlando con Guido Collacciani uno dei soci, che racconta gli albori di quest’avventura nata a Ovindoli e divenuta realtà. Gli inizi avvengono tra le mura domestiche quando scoprono il piacere comune di fare gli infusi, ma più che altro il gradimento di quanti hanno la fortuna di assaggiarli. Aggiungendo alla formula la passione smisurata per la loro terra e la voglia di valorizzarla, decidono allora di provare a fare le cose sul serio. Chiedono quindi di accedere ai fondi europei tramite la regione, ma come spesso accade, la facilità con cui queste risorse vengono elargite per progetti discutibili, viene bilanciata dalle burocrazie inesauribili che ostacolano quelli validi. Di fatto per un vizio di forma tra i mille cavilli nelle carte da presentare il finanziamento viene negato. Sono allora gli amici a tenere a battesimo il Liquorificio d’Abruzzo, chi concedendo i locali in affitto a canoni simbolici chi partecipando materialmente ai lavori di pulizia e sistemazione, ed è così che la storia può avere realmente inizio. Artigianale è la parola d’ordine, che si traduce nell’uso di materie prime provenienti interamente da coltivazioni biologiche, senza aggiunta alcuna di aromi, coloranti e addensanti. Viene utilizzata l’acqua di fonte ed ogni ingrediente viene reperito localmente o in zone limitrofe all’Azienda, compreso il latte a “Km 0” necessario per il liquore alla cioccolata. 
Tra i liquori proposti un classico Abruzzese è senz’altro la Genziana, ottenuta per infusione dalla pregiata radice selvatica e con cui viene realizzata anche una versione in barrique, oltre che una grappa da infusione a freddo in acquavite di qualità fornita dall’Azienda Bonollo. La genziana è una pianta protetta e per salvaguardarne la presenza sul territorio, il Liquorificio d’Abruzzo ha sviluppato un progetto volto alla riproduzione di 10.000 piante in collaborazione con l’Ente Parco Sirente Velino, l’Università dell’Aquila e il Corpo Forestale dello Stato. La Ratafìa, nome derivato dalla parola “ratifica”, è invece il liquore che tradizionalmente usava offrire il notaio alla chiusura di un atto. Per la Ratafìa di visciole insieme al frutto viene utilizzato il Montepulciano d’Abruzzo, anch’esso rigorosamente biologico così come il Trebbiano, l’altro vino impiegato da base per gli altri infusi, coltivato direttamente da uno dei soci e da loro stessi vendemmiato.
Bruno Fulco
“Edipo Re: oltre la fine, la città nuova”, l’analisi del Tempo
Dialogo fra un’attrice – narratrice e una storica – grecista Lucilla Giagnoni e Fiammetta Fazio con interventi musicali dal vivo di Luca Nulchis e Egidiana Carta
iMILANESIsiamoNOI: vip milanesi fotografati per beneficenza
IMILANESIsiamoNOI, progetto innovativo coprodotto da Trilud, Andrea Scarpa, tg|adv, BrandMade e Mo
MONGINI COMUNICAZIONE
Via Giuseppe Ripamonti, 101 – 20141 MILANO
Il Teatro dell’Opera porta Rossini nel XIV Municipio
Il Teatro dell’Opera di Roma torna nel XIV Municipio con un nuovo progetto: Il Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini.
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| @Yasuko Kageyama |
Effetto farfalla: intervista a Vanessa Ferrari
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| Foto di Silvia Vatteroni |
“Effetto farfalla” è il libro in cui Vanessa Ferrari – campionessa mondiale di ginnastica artistica a soli quindici anni e mezzo – decide di raccontarsi: una vita completamente dedicata alla sua unica, grande passione, la ginnastica artistica. Una vita di sacrifici, duro lavoro, rinunce, momenti di gloria altissima e di cadute, dalle quali, leggera come una farfalla, Vanessa ha saputo rialzarsi. Sempre.
Vanessa Ferrari ha solo sei anni quando decide che cosa vuole fare nella vita. E’ “spaparanzata” davanti alla televisione – erano in corso i Mondiali del 1994 – quando vede una ginnasta su una trave. Folgorata come Paolo sulla via di Damasco. Ne parla alla madre, che però la iscrive a danza (perché a Soncino, dove abitavano in quegli anni, non c’era nessun corso di ginnastica): un’esperienza che si rivela disastrosa. Si intestardisce, punta i piedi: non è quello che vuole fare. Vanessa ha in mente una cosa sola, la ginnastica. Così, nel 1997, comincia il suo primo corso. Ha solo sette anni ma qualcosa in lei brilla prepotentemente, tanto che ci si accorge subito che ha una spiccata predisposizione. Qualcosa scatta in lei non appena mette piede in palestra. Non ne ha mai abbastanza. Letteralmente, si trasforma.
Comincia così l’ascesa di un astro della ginnastica italiana, una vita di vittorie, di cadute, di infortuni, di voglia di riuscire. E’ Vanessa Ferrari, che ha vinto il suo primo mondiale a soli quindici anni e mezzo. E’ Vanessa Ferrari, che si lega strettissima la coda di cavallo per poi piroettare come una fiamma azzurra sotto i flash del mondo. Una natura decisa, forte, impassibile: impassibile ai colpi sulla pancia sempre più forti che le da il suo allenatore Enrico Casella per saggiarne la struttura muscolare, impassibile al dolore degli infortuni, impassibile alla fatica, alle rinunce, alla fame.
Quando vediamo Vanessa volteggiare nel cielo come una farfalla, tutto sembra facile, bello, un sogno. Ma dietro quel sogno, c’è tutto un mondo di disciplina, di volontà di ferro, di voglia di riuscire a qualsiasi costo. Il prezzo, spesso, è altissimo. Così, per la prima volta, Vanessa Ferrari ha voluto mettere a nudo la sua vita di ginnasta e quanto c’è dietro quei voli di meraviglia a cui, ormai, la ragazza ci ha abituato. Ma “Effetto farfalla” non è solo la storia di una delle più brave ginnaste italiana. E’ anche, secondo me, un vero e proprio proclama d’amore a una disciplina – la ginnastica artistica – severa per quanto straordinaria, difficile per quanto appagante.
Ho cominciato a seguire Vanessa dopo aver letto il suo libro (finito in due sere – facciamo anche due nottate) e subito mi sono detta che mi sarebbe piaciuto intervistarla. Sono stata fortunata, perché Vanessa è, soprattutto, una ragazza molto gentile e disponibile.
– Com’è la Vanessa Ferrari di oggi? E come stai vivendo la grandissima prova che ti aspetta alle Olimpiadi di Rio 2016?
La Vanessa Ferrari di oggi è una persona che pensa di aver dato un buon contributo ogni volta che le è stato chiesto, sono stata definita “finita” ogni anno della mia carriera a partire da dopo il mondiale vinto nel 2006, ad ogni infortunio tutti pensavano che non avrei recuperato. Eccomi qui a 10 anni dal quel mondiale, con due Olimpiadi alle spalle e mi preparo alla terza! Io conosco me stessa, il mio corpo e so dove posso arrivare… lasciate dire a me quando sarò finita!
Chiara Amati
Leoni d’oro alla carriera a Belmondo e Skolimowski al Festival di Venezia 2016
11 minuti, in concorso alla Mostra di Venezia 2015, è l’ultimo film del regista polacco Jerzy Skolimowski. Nel 2010 Essential Killing ha vinto il Premio Speciale della Giuria alla Mostra di Venezia, il premio come Miglior film al festival di Mar del Plata (Argentina) e numerosi Oscar polacchi (Aquile d’oro). Con oltre venti titoli in carriera, il lavoro di Skolimowski include il film vincitore dell’Orso d’oro a Berlino Il vergine (Le départ), il vincitore del Gran Prix a Cannes L’australiano (The Shout), il dramma politico vincitore della Migliore sceneggiatura a Cannes Moonlighting (1982), il vincitore del Premio Speciale della Giuria a Venezia La nave faro (The Lightship, 1985) e il thriller del 2008 Quattro notti con Anna, che ha aperto la Quinzaine des Réalisateurs a Cannes e ha vinto il Gran Premio della Giuria a Tokyo.
E’ nato il 9 aprile 1933 a Neuilly-sur-Seine. È figlio dello scultore Paul Belmondo e sua madre è artista-pittrice. Da bambino si appassiona di pugilato e di teatro. All’età di sedici anni decide di diventare attore. Prepara il Conservatorio da Raymond Girard. L’anno successivo esordisce nel teatro in una tourné presso gli ospedali di Parigi nel ruolo del Principe in La Bella Addormentata. Nel 1951 vince il concorso per entrare al Conservatorio e incontra Jean-Pierre Marielle, Jean Rochefort, Michel Beaune e Pierre Vernier che diventeranno tutti suoi grandi amici. Nel 1957 esordisce nel cinema in piccoli ruoli: Fatti bella e taci, Peccatori in blue jeans, Les copains du Dimanche. Nel 1959 gira A doppia mandata di Claude Chabrol, poi arriva la consacrazione in Fino all’ultimo respiro, del quale è protagonista a fianco di Jean Seberg, con la regia di Godard.Prix du Brigadier per Kean di Jean-Paul Sartre, Théâtre Marigny, 1987
César per Miglior Attore in Una vita non basta, 1989
Palma d’Oro onoraria
Prix Coq de la Communauté française de Belgique spécial. L’attore poi se lo dimenticò dietro le quinte al Palais des beaux-arts a Bruxelles nel 2012
BAFTA come Miglior attore in Léon Morin, prete ai BAFTA 1963
BAFTA come Miglior attore per Il bandito delle 11 ai BAFTA 1967
Commandeur de l’ordre national du Mérite (1994)
Commandeur de l’ordre des Arts et des Lettres (2006)
Commandeur de la Légion d’honneur (2007)
Chevalier de l’ordre de Léopold (2012)
Al Margutta l’alta moda si fa con le verdure
Il Premio Troisi a Chiara Taigi, soprano da sogno
Il Premio Troisi a Chiara Taigi, soprano da sogno
Chiara Taigi è un nome di spicco della lirica internazionale. Ci si rende conto della sua eccezionalità assistendo alle magnifiche esibizioni e ammirando i fotogrammi che ritraggono uno sguardo che si allunga otticamente oltre il confine dell’orizzonte percepito, a cercare nell’anima.
Nel corso della sua prestigiosa carriera internazionale, la famosa soprano romana si presenta con il vasto bagaglio della sua intensa frequentazione esecutiva, operistica e concertistica, nei più importanti teatri europei e americani sotto la direzione di famosi direttori (tra cui Abbado, Muti, Tate, Chailly, Pappano, Scimone, Pidò, Gardiner, Queler, Metha, Gergiev, Temirkanov) e a fianco di grandi colleghi cantanti.
Jack Savoretti, un uomo di musica e poesia all’Auditorium
Il cantante britannico di origini italiane, fin da quando da ragazzo era interessato solo alla poesia, scriveva testi seduto sui prati inglesi e svizzeri dove ha vissuto.
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| ph @Paolo Soriani |
Quei “momenti di trascurabile felicità” con Valerio Aprea
Il libro Momenti di trascurabile felicità si trasforma in racconti squisitamente “alla romana” grazie all’attore Valerio Aprea, protagonista sul palco del Gasometro lo scorso 21 luglio.
Tanaquilla, la nobile etrusca che fu regina di Roma
Il FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL TEATRO ROMANO DI VOLTERRA e ARS MILLENNIA PRODUCTION presentano TANAQUILLA, La nobile Etrusca che fu regina di Roma, di e con Isabel Russinova.
“Il cielo che ci cade sulla testa”: verità e leggende sugli asteroidi
“Il cielo che ci cade sulla testa”: verità e leggende sugli asteroidi
“Ci vediamo domani? Sempre che il cielo non ci cada sulla testa”, questa è la frase che gli irriducibili Galli dicevano salutandosi nel fumetto Asterix di René Goscinny.
I detriti spaziali sono i residui orbitanti di cinquant’anni di attività umane nello spazio e potrebbero entrare in collisione con satelliti operativi oppure cadere sulla Terra; sia l’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) che l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) studiano come monitorare i detriti, e come agire in caso di collisione per proteggere le infrastrutture spaziali.Grezzo Raw Chocolate: l’evoluzione del gusto nel gelato crudista
Da un’intuizione di Nicola Salvi e Vito Cortese nasce il gelato che mette d’accordo il palato di vegani, celiaci, crudisti e intolleranti al lattosio
La grande novità del gelato crudista ruota intorno agli ingredienti e al modo in cui vengono impiegati. Al posto del latte animale si utilizza quello di mandorla che viene prodotto autonomamente ogni giorno, direttamente dal frutto attraverso la macinatura a pietra senza processo di pastorizzazione, preservando al massimo le caratteristiche organolettiche oltre che l’integrità del gusto. La cremosità è assicurata dagli anacardi mentre per dolcificare si usa lo zucchero di cocco, più basso come indice glicemico e nettamente più salutare di quello bianco. Pochi gusti ma da materia prima di altissima qualità, tutti rigorosamente da produzioni biologiche, come la frutta, le nocciole del viterbese, il pistacchio siciliano e le mandorle, oltre al cioccolato proveniente da selezioni di Ecuador e Perù.
Gli ingredienti in fase di produzione e di elaborazione, non subiscono alcun tipo di tostature e cotture rimanendo “crudi” e quanto più possibile aderenti all’idea di prodotto naturale, concetto che qui si affranca nettamente dal marketing per affermarsi in tutto il suo valore. Attraverso il gusto liberato dagli stereotipi dei trattamenti abituali, è possibile esplorare percorsi gustativi diversi da quelli propri dei prodotti tradizionali. Delicato e privo di esuberanza zuccherina, il gelato mette in condizione il palato di decodificare negli ingredienti sfumature nuove e inaspettate, catturandone l’essenza e concedendo alla dolcezza solo la misura sufficiente a garantire una gradevole sensazione di pulizia e persistenza. Un gelato sano per chiunque, che estende i suoi criteri innovativi anche alla pasticceria reinterpretata in chiave crudista, compresa la linea di cioccolateria con le praline semplicemente uniche nel loro genere.
La furia degli Slayer travolge il Rock in Roma 2016
Il 12 luglio l’Ippodromo delle Capannelle si tinge di rosso per accogliere una delle band più feroci del panorama metal internazionale, affiancati dagli svedesi Amon Amarth.
| Tom Araya, frontman degli Slayer. |
| The Shrine. |
| Johan Hegg, cantante degli Amon Amarth. |
| Amon Amarth. |
| Gary Holt. |
| La folla in delirio che spinge contro le transenne. |
| Kerry King durante uno dei suoi famosi assoli. |
| Panoramica del Black Stage con gli Slayer. |
Piccole Italiane: e se la guerra ci toglie anche i giocattoli?
Quest’anno il Gasometro di Roma si arricchisce di un spazio per gli amanti del teatro, della musica e del cinema.
| Tutto il cast durante il reading |
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| Grafica di Viola D’Ettore |
Quando è stato chiesto se oggi si percepisce nei ragazzi una tendenza inversa a quelli del regime, caricati di informazioni, aspettative e un forte senso di responsabilità per il futuro, la regista ha risposto affermando che il lavoro con Victoria è l’esempio della responsabilità dei giovanissimi del presente. La fiducia tra lei e Letizia è alla base di tutto, e le permette di entrare e uscire dal personaggio con immensa facilità. “A questi ragazzi bisogna dare fiducia”: ecco che qui torna la sotto-storia del corto. Dina è impaurita dal carattere irrequieto della figlia, che, ancora piccola, non riesce a capire le gravi conseguenze del suo gesto. Invece è proprio Italia che prende la situazione in mano e non si ferma davanti a nessuno pur di non rinunciare alle sue idee, nemmeno davanti al Duce in persona. “Io credo che gli stimoli per crescere dei futuri adulti consapevoli ci siano” – prosegue Letizia – ma sta a noi concedergli la stessa fiducia che loro concedono a noi, appoggiando le nostre idee, un po’ come fa Victoria quando lavora con me.
Bolero, una musica mondiale multigenerazionale
“Se tutti gli uomini sono uguali, alcuni sono più uguali degli altri”
Regista: Claude Lelouch
Sceneggiatura: Claude Lelouch
Cast Principale: Robert Hossein, Nicole Garcia, James Caan, Geraldine Chaplin, Daniel Olbrychski, Evelyne Bouix, Jorge Donn
Nazione: Francia
Un film che segue perfettamente lo stile del regista francese, che mischia vari generi cinematografici. Qui infatti troviamo un film storico, mischiato ad un film sociale e ad uno musicale. Tutti hanno una loro storia o un motivo per essere ripresi: male che andrà, ci presenteranno qualcuno che poi parteciperà al finale. La gestione della regia e delle sceneggiatura in mano ad un’unica persona aiutano nel raggiungimento di tale obiettivo.
Oltre all’intramontabile trovata degli attori che interpretano sia i genitori che i figli (un po’ dispersivo all’inizio), Lelouch prende spunto, per alcuni personaggi e protagonisti, da alcune personalità realmente esistite (all’epoca ancora in vita) romanzandole un po’. Ogni paese ne ha almeno uno. Impossibile non vedere nella fuga all’aeroporto di Sergei, figlio di Tatiana e Boris, un omaggio a Rudolf Nureyev; nella figura di Jack Glenn un omaggio a Glenn Miller e a Liza Minnelli in quello di Sara (alcuni l’associano a Judy Garland, ma il fatto che il personaggio sia ‘figlia d’arte’ fa optare più per la Minnelli). Anche il direttore Karl rende omaggio ad un grande tedesco del suo tempo, cioè Herbert Von Karajan: si capisce soprattutto per la polemica con il nazismo. In Francia, più che i protagonisti, la ballerina di colore è un chiaro omaggio a Josephine Baker, celebre stella delle Folies.
In questo turbinio di personaggi che nascono e tramontano, che possono raggrupparsi nella categoria ‘uni’ (quasi diminutivo di ‘unici’), ci sono le vite comuni, cioè ‘gli altri‘: non per niente il titolo originale è “Les uns et les autres“, quindi “Gli uni e gli altri“. Rappresentanti di questa categoria si trovano in Francia e sono Anne ed Edith. La prima, con la sua storia, le sue esperienze, i suoi traumi e speranze, rappresenta quella generazione che ha visto la guerra, che negli anni ’80 ne ha viste ormai troppe, stanca ma mai arresa. Edith, invece, è la generazione nata alla fine della guerra, che si deve arrangiare, sola, in cerca di un suo ruolo e di un riscatto sociale, nonché di qualcuno di cui fidarsi.
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| Nicole Garcia interpreta la francese Anne (foto rarefilm.net) |
Punto di riferimento per tanti, e poi tutti, è Parigi. Una città triste, viva, malinconica, illuminata, che accoglie e non perdona, che canta ed esilia, dove si torna per ricordare e si va in cerca di fortuna. Una Parigi che per l’arte avrà sempre spazio, dove la musica troverà sempre ispirazione, dove tutti vanno a cercare un pezzo del loro destino.
3 buoni motivi per vedere il film:
– E’ adatto per iniziare a conoscere un regista particolare come Claude Lelouch
– Il montaggio è gestito in maniera impeccabile: tutto ha un perché, anche il dettaglio
– Il finale: coreografico, musicale, commovente e preciso
Quando vedere il film?
Francesco Fario
Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».




























