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Il “Mercante di Venezia” chiede giustizia al Globe Theatre di Roma

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Immaginate una sera d’estate, il vento caldo che accarezza i vostri pensieri e un posto, nel cuore di Villa Borghese, pronto a raccontarvi una storia. Il Globe Theatre è proprio questo, un luogo che si accende per raccontarvi chi era Shakespeare. Questa settimana con “Il Mercante di Venezia” per la regia di Loredana Scaramella.

Un gruppo di musicisti apre la scena, gli attori entrano nel loro spazio vitale e la commedia inizia. Siamo già dentro la storia, che vede tre protagonisti principali: Antonio (il Mercante), Shylock (L’ebreo) e Bassanio (Amico di Antonio). Tre sono le sotto-storie che, unite, formano la storia di un accordo economico tra Antonio e Shylock.  Ci farà capire, questo accordo, quanto l’uomo può essere crudele e che delle volte non si riesce ad andare oltre alla punta del nostro naso, rimanendo sempre ancorati alle nostre idee e alle nostre convinzioni.
I temi più oscuri che Shakespeare ci vuole rivelare tramite questa tragicommedia, dalle note amare, sono due: l’Antisemitismo e L’amore più profondo, quello platonico e mai consumato dalla carne, ma molto più prezioso. Tutto questo raccontato con note sarcastiche e divertenti. L’umorismo qui gioca un ruolo importantissimo, perché è proprio attraverso questo aspetto che si può vedere la realtà dei fatti: è solo levandoci queste maschere che si può arrivare al nocciolo della questione. In scena solo gli attori, con una scenografia ormai nota sul palco del Globe, che è componibile e gestita completamente dai performer. Ci sono solo delle assi di legno che da una parte sono anche specchi, e che formano così una danza tra le parole e il corpo. Il corpo, infatti, è molto usato anche grazie alle musiche del trio “William Kemp”: gli attori ballano esattamente come la commedia fa ballare il cuore degli spettatori.
Ma qual è la parola chiave che lega tutti i personaggi? Qual è l’elemento che ci fa riflettere? Giustizia. Giustizia è la parola che fa girare i personaggi e che stimola le riflessioni scaturite da questa commedia. L’ebreo vuole giustizia e i cristiani vogliono pietà per salvare Antonio dal suo destino. Ma poi l’azione si blocca e si capovolge, i cristiani vogliono giustizia e l’ebreo pietosamente scappa via perché non ha ottenuto quello che vuole. Ma anche Porzia vuole giustizia, la giustizia di pretendere che la scelta del suo futuro marito è solo nelle sue mani e non nelle volontà del defunto padre. Così con uno stratagemma fa credere che sia il caso a scegliere per lei quando manipolando la realtà riesce ad ottenere l’amore della sua vita, Bassanio. E se la giustizia, ci viene da pensare, non fosse solo frutto della nostra volontà? Perché è proprio questo che sembra, la giustizia è manipolata solo dai nostri desideri. Non c’è giustizia se non è a nostro favore. La storia intrecciata di mille significati è stata sviluppata dalla Scaramella con eleganza e delicatezza anche grazie ai costumi di Susanna Proietti. Il rosso, il marrone e il bianco invadono i nostri occhi e le luci di Umile Vanieri sono calde e rassicuranti ma senza di loro non potremmo mai entrare nel magico mondo del Globe Theatre.

Come tutte le opere di Shakespeare, sono tanti gli spunti di riflessione che Il Mercante di Venezia ci lascia: si può raccontare la storia ma sta a ognuno di noi trarre le giuste conclusioni, un po’ come se fossimo tutti attori e per calzare alla perfezione il personaggio dobbiamo viverlo in prima persona. Come diceva lo stesso Shakespeare nel suo “Il Mercante di Venezia”:

«Considero il mondo per quello che è, Graziano: un palcoscenico sul quale ciascuno recita la propria parte. » (Antonio a Graziano, Atto I, Scena I)
Elena Lazzari

Claudio Santamaria presenta il genio di “Paz!” al Gasometro

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Il 21 luglio il Gasometro ha omaggiato il genio dell’artista Andrea Pazienza, ospitando la proiezione del film a lui dedicato, Paz!, diretto da Renato De Maria, e presentato in sala da uno degli attori protagonisti, Claudio Santamaria.

@CulturaMente
Fuori dall’entrata del Gasometro – Teatro gli studenti della Scuola Romana dei Fumetti erano intenti a disegnare già dalle 20.30. Il sole non era ancora calato e Marco Meccoli e Alessandro Vece accompagnavano dolcemente le chiacchiere con chitarra e violino.
Scesa la notte, vediamo avvicinarsi sorridente Claudio Santamaria, pronto a salire sul palco insieme agli Actual. Parla di Roma da romano Doc, con molta autoironia. Dal pubblico parte un: sei un grande!, poi l’attore cambia tono e racconta il suo Andrea Pazienza: “un Caravaggio moderno, per me”.

Questa breve parentesi introduce il film Paz!: il cineforum è gremito di persone (e cani!), le sedute sono tutte piene. Una parte di pubblico è seduta a terra, un’altra è in piedi.
@CulturaMente
Penthotal (Claudio Santamaria), Enrico Fiabeschi (Max Mazzotti) e Zanardi, detto “Zanna”, (Flavio Pistilli) sono i protagonisti di quelli che potremmo definire gli sketch che compongono il film, ambientato nella Bologna del ’77, città dell’occupazione studentesca, delle canne, dei baffi invadenti sotto il naso. I personaggi sono dei veri e propri fumetti viventi che ripropongono in veste totalmente inedita, ovvero cinematografica, tutta la comicità tipica della cartoon art.
Renato De Maria, che ha conosciuto personalmente Pazienza, voleva omaggiare il contributo dell’artista nel raccontare la storia italiana e per farlo ha deciso di privilegiare i suoi personaggi piuttosto che la sua biografia: il progetto inizialmente non fu visto di buon occhio, proprio per la difficoltà dell’impresa. Il risultato, invece, è molto interessante, anche se a volte un po’ difficile da seguire data l’impostazione, che potremmo definire “a quadri”, della pellicola.
«Mai tornare indietro, neanche per prendere la rincorsa.» è il murale di Pazienza, la “rockstar del fumetto”, che conclude un film sull’incanto e il disincanto, su quel filo sottile che lega indissolubilmente la nostra realtà interiore a quella circostante, mentre perle di amarezza e diamanti di risa scorrono davanti ai nostri occhi. Sono vignette in movimento, che assomigliano tanto a quei guizzi di vita che a volte il destino ci riserva. Nonostante siano passati sessantanni dalla nascita di Pazienza, il messaggio resta sempre molto attuale, molto applicabile, molto riconoscibile. Forse perché alla fine, poi, l’uomo non cambia mai.
Alessia Pizzi
 
Foto di Letizia Costanzi

Officine Papage, un’estate all’insegna del teatro

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Il Teatro è Energia. Questo il nuovo slogan di Officine Papage, la compagnia diretta da Marco Pasquinucci che anche nell’estate 2016 sarà attiva fra Toscana e Liguria con due rassegne di teatro contemporaneo, immerse nel paesaggio naturale e sociale che le ospita. Si comincia a Pomarance (PI) con la 5 a edizione del festival FRA TERRA E CIELO. Da giovedì 14 luglio a mercoledì 24 agosto, nel cuore dell’area geotermica toscana. Una manifestazione realizzata con il sostegno dei Comuni di Pomarance e Castelnuovo Val di Cecina, della Fondazione Cassa di Risparmio di Volterra e di Enel Green Power.
In programma novità e repertorio, con la partecipazione di Teatro del Carretto (14/07 h 21.30 a Montegemoli con Biancaneve), Enrico Bonavera (22/07 h 21.30 a Libbiano con Osei Budei Fradei), Compagnia della Fortezza (30/07 h 21.30 a Larderello con Dopo la Tempesta), Antonella Questa (11/08 h 21.30 a Castelnuovo con Svergognata, ingresso), il Teatro delle Ariette (25/07 h 21.30 a Pomarance con Tutto quello che so del grano, ingresso libero) e il Circo Extra_Ordinario dei MagdaClan (26/08 h 21.30, ingresso libero) proprio all’interno della Centrale di Larderello, luogo nevralgico della Val di Cecina.
A questa terra di vapori e fumo – che ha ispirato l’inferno di Dante e ora fornisce energia elettrica a un milione di case italiane – è dedicato anche il nuovo spettacolo di Officine Papage, La valle del diavolo di Silvia Elena Montagnini, protagonista accanto a Marco Pasquinucci. Attraverso i linguaggi del teatro e del documento, rivive il racconto delle molte rivoluzioni portate dallo sfruttamento energetico nella Valle, fin dall’arrivo a Pomarance dell’Ingegner De Larderel nel 1818. Un Olivetti ante litteram: in pieno ‘800 seppe trasformare la sua azienda in un’isola di welfare felice per tutti i lavoratori. Debutto assoluto lunedì 8 agosto (h 21.30), proprio di fronte alla chiesa del ‘villaggio operaio’ di Larderello, progettato da Giovanni Michelucci negli anni ’50. 
In programma tanta musica, con le anteprime in concerto l’8 e 10 luglio della grande chitarrista greca Antigoni Goni e di David Jaggs. I Naked di Belgrado saranno a Serrazzano il 1 agosto (ingresso libero), con il loro sound balcanico, aperto a free-jazz e urban groove. Lunedì 15 i Musica da Ripostiglio proporranno Ferragosto in Swing, cena-concerto nei giardini panoramici di Palazzo de Larderel, a Pomarance. 
Teatro, musica, circo e soprattutto incontri, con degustazioni allestite dai migliori ristoratori della zona e la proposta BlaBlaTheater: serve un passaggio? (Info 058862089). Occasioni per condivisione, buoni pensieri e divertimento. Nelle serate dell’8 e 26 agosto a Larderello, dalle 19.30 in poi il pubblico può gustare, biglietto alla mano, le specialità della Comunità del Cibo a Energie Rinnovabili della Toscana, la prima comunità nel mondo a operare nel settore agroalimentare per il cibo ad energia pulita. Tutti i produttori che vi aderiscono promuovono la sostenibilità ambientale e la filiera corta, e usano solo materie prime toscane. 
Biglietti: €8,00/€5,00 
BlaBlaTheater: tel. 058862089 
INFO 
www.officinepapage.it   https://www.facebook.com/officinepapage.it/?fref=ts 
UFFICIO STAMPA
Marzia Spanu +39 335 6947068 spanumar@gmail.com 
PROGRAMMA 

Giovedì 14 Luglio 
MONTEGEMOLI – piazza del Casalino h 21.30 
BIANCANEVE Teatro Del Carretto 
da F.lli Grimm 
adattamento e regia Maria Grazia Cipriani 
scene e costumi Graziano Gregori 
con Elena Nenè Barini, Giacomo Pecchia, Giacomo Vezzani, Jonathan Bertolai
“… Componenti scenografiche, oggetti, corpi e moti, linee musicali, voci e rumori, luci, superfici e colori” Progettato e realizzato nell’83, accolto fin da subito come un piccolo capolavoro, si è confrontato nell’arco di questi ventisette anni con il pubblico appartenente alle culture più diverse, dall’Egitto al Giappone, da Israele alla Russia. Una Matrigna impersonata da una vera attrice ed una microscopica Biancaneve, i nani a grandezza naturale che arrivano a sorpresa dal fondo sala per diventare piccolissimi. Molti modi esistono per raccontare la celebre fiaba dei Fratelli Grimm, ma indubbiamente quello sperimentato poi scelto dal Teatro Del Carretto è uno dei più avvincenti, poetici ed esteticamente sorprendenti. Questo spettacolo, un grande classico, è un’occasione da non perdere, immersi nella meraviglia della fiaba e del borgo di Montegemoli. (Ingresso € 8,00) 
Venerdì 22 luglio 
LIBBIANO piazza h 21.30 
OSEI BUDEI FRADE
di e con Enrico Bonavera 
Maschere di Donati Sartori, Renzo Antonello, Ferdinando Falossi, Stefano Perocco, Cesare Guidotti 

‘O vést an funeral acsé puvrét c’ an ghéra gnanc’ al mort dentr’ in dla cassa.” 
Un piccolo cimitero di campagna, dimenticato nella Pianura. Lì riposano idealmente anche alcune maschere, parenti dello sheakespeariano Yorick. Incorniciati tanto da ricordi di piatti mantovani e dal sogno del cibo del Paese di Cuccagna, quanto dal profumo degli innumerevoli modi di condire la Polenta, alcuni Arlecchini vengono chiamati a raccontare la propria morte. Morti trasfigurate e paradossali: chi per troppo cibo, chi per fame, chi per paura, chi in piena attività amorosa, chi ancora annegato su un barcone sul Po, mentre era diretto a Venezia. Accompagnano questo viaggio, tragicomico e un poco lugubre, le poesie in dialetto di Cesare Zavattini, una delle figure significative del nostro ‘900. Una grande prova d’attore per Enrico Bonavera, il primo Arlecchino d’Italia. (Ingresso € 8,00) 
Sabato 30 luglio
LARDERELLO – Teatro Florentia h 21.30
DOPO LA TEMPESTA L’opera segreta di Shakespeare
Compagnia Della Fortezza / Carte Blanche 
drammaturgia e regia Armando Punzo con Armando Punzo e i detenuti attori della Compagnia della Fortezza musiche originali eseguite dal vivo e sound design Andrea Salvadori scene Alessandro Marzetti, Silvia Bertoni, Armando Punzo costumi Emanuela Dall’Aglio 

“Il mistero che si nasconde nello spazio vuoto tra le parole” 
Di buchi neri è disseminata l’opera di Shakespeare. Dentro quei testi Punzo cerca allora con la Compagnia della Fortezza il grande testo segreto, l’antidoto. Tra quei fatti, tra quelle azioni e parole che vogliono rappresentare l’uomo c’è infatti uno spazio infinito da indagare, interrogare, che promette altro. Nasce così un’opera come nessun’altra, lacerante, commovente, da contemplare più che da vedere; un’opera senza arco narrativo, fatta di interruzioni continue, sospensioni, cedimenti, di cominciamenti senza nessuna fine, di personaggi abbozzati incompleti nei costumi e nelle parole, nei discorsi, che sembrano spiaggiati, naufraghi, moribondi. (Ingresso € 5,00)
Lunedì 8 agosto 
LARDERELLO – Piazza antistante la Chiesa di Michelucci h 21.30 
LA VALLE DEL DIAVOLO 
OFFICINE PAPAGE
di Silvia Elena Montagnini
con Silvia Elena Montagnini e Marco Pasquinucci 
sonorizzazione Diego Ribechini 
“Qualcuno ha costruito un’azienda illuminata prima di Olivetti? Ma chi? Un francese? E dove?” 
Lo spettacolo narra delle rivoluzioni industriali e sociali avvenute in Val di Cecina e in particolare a Larderello a partire dall’intervento dell’ingegner De Larderel fino agli ultimi cinquant’anni. Una narrazione concepita per la città che ha vissuto attraverso la carne e la terra queste storie, attraverso i polmoni e il cuore. Lo spettacolo è già qui, basta farlo uscire, fare uscire i vapori dalla terra, gli umori e le storie dalle memorie della gente, poi cucire il tutto con cura. Una serata indimenticabile, sul sagrato della chiesa del Michelucci, con l’accompagnamento di una sonorizzazione dedicata e contributi multimediali. Per i più grandi saranno ricordi diretti, per i più giovani memorie di racconti, per tutti un pezzo della loro storia. (Ingresso € 8,00) 
Giovedì 11 agosto 
CASTELNUOVO V.C. – Piazza del Popolo h 21.30 
SVERGOGNATA 
con Antonella Questa 
drammaturgia Antonella Questa 
regia Francesco Brandi 
coreografie Magali B. – Cie Madeleine&Alfred 
disegno luci Erika Borella 
organizzazione generale Serena Sarbia 
una produzione LaQ-Prod 
in collaborazione con Teatro Comunale di Fontanellato (PR) e Ass. Cult. Progetti&Teatro 
“ …Una vita perfetta!…” 
Chicca è una donna per bene con una bella casa, un marito, due figli, la filippina… una vita perfetta! Fino a quando una mattina scopre dal cellulare del marito messaggi e foto osé scambiati con decine di “svergognate”…L’immagine della famiglia perfetta crolla in un instante. Cosa fare per recuperare il matrimonio? Far finta di niente, salvando le apparenze oppure reagire cercando di diventare una “svergognata? Con il linguaggio comico che la contraddistingue, Antonella Questa torna sola in scena dando voce e corpo a più personaggi, per raccontare quanto la schiavitù dell’immagine e la desiderabilità sociale ci distraggano dalle vere potenzialità sopite in ognuno di noi! Una serata da non perdere con Antonella Questa, sempre strepitosa! (Ingresso € 8,00) 
Lunedi 15 agosto
POMARANCE Giardini del Palazzo de Larderel h 19.00 
FERRAGOSTO IN SWING 
Cena concerto nei giardini di Palazzo De Larderel 
con Musica da Ripostiglio 
Luca Pirozzi (chitarra e voce), Luca Giacomelli (chitarre), Raffaele Toninelli (contrabbasso) Emanuele Pellegrini (batteria & percussioni) 
“Atmosfere retrò, swing, sirtaky greci, tango, walzer e bolero” 
Uno spettacolo con cena divertente, fresco, intelligente e nuovo, immerse nella meravigliosa cornice dei giradini, per la prima volta aperti al pubblico. La piccola orchestrina dal palco coinvolge il pubblico, diverte, improvvisa ed emoziona, ma soprattutto suona e canta con freschezza e semplicità. Un gruppo poliedrico, che partecipa a Festival Internazionali di musica, ma si dedica anche al teatro, suonando in turnee in diversi spettacoli che necessitavano della musica dal vivo. (ingresso con cena € 30.00 – ingresso spettacolo € 8,00) 
Venerdì 26 agosto
 LARDERELLO – Centrale 3 h 21.30 
CIRCO EXTRA_ORDINARIO 
Compagnia Magdaclan Extra-Vagante 

“L’arte scuote dall’anima la polvere accumulata nella vita” 
Pablo Picasso. La compagnia MagdaClan propone un percorso “Extra_ordinario” che consiste nell’integrazione dell’architettura degli spazi della centrale geotermica del Larderello con discipline circensi per valorizzare le dinamiche plastiche del luogo e riutilizzare, con una nuova prospettiva, gli spazi solitamente dedicati all’industria energetica. Come la centrale geotermica trasforma in energia elettrica la forza del vapore prelevato dal sottosuolo, il MagdaClan Circo proverà a trasformare in luogo di arte e spettacolo, grazie alla sua poesia surreale, una struttura solitamente vissuta come luogo di lavoro. Lo spettacolo diventa quindi una lente di ingrandimento che esalta le qualità del performer e della sua disciplina, illumina di luce diversa uno spazio, un luogo creando una nuova relazione tra lo spettatore/abitante e lo spazio che vive tutti i giorni. Un’occasione da non perdere! 
EVENTI COLLATERALI
lunedì 25 luglio 
POMARANCE – Teatro dei Coraggiosi h 16.00 / h 19.00 
Per Volterra Teatro 
EVENTO TEATRALE COLLETTIVO Tutto quello che so del grano ideato e condotto dal Teatro Delle Ariette
Ai partecipanti è richiesto di portare una focaccia, o una pizza, o un pezzo di pane preparato a casa o comprato dal fornaio di fiducia, e di portare una lettera, scritta o ricevuta, che sta particolarmente a cuore.
h 21.30 
TUTTO QUELLO CHE SO DEL GRANO secondo studio 
di Paola Berselli e Stefano Pasquini 
con Paola Berselli, Maurizio Ferraresi, Stefano Pasquini 
scenografia e costumi Teatro delle Ariette 
regia Stefano Pasquini 
Tutto quello che so del grano è una lunga lettera indirizzata allo spettatore, una sorta di pausa, una meditazione collettiva su quello che sappiamo di noi stessi, dei nostri simili e della terra che abitiamo. La condivisione di un sapere intuitivo e sentimentale, che appartiene al campo dell’esperienza materiale: i ricordi, le emozioni, i sentimenti, la farina, l’acqua, il pane e il vino. Al pubblico è richiesto di portare una focaccia, o una pizza, o un pezzo di pane o la torta fatta in casa, da condividere dopo lo spettacolo. (Ingresso libero) 
Sabato 30 luglio 
POMARANCE – spettacolo itinerante da piazza Cavour h 21.30 
Teatro del Territorio 
Costantino Costantini (L’ho baciata dalla parte del rosso) 
di Mario Rossi 
Istoria di un antifascista, vissuto nel nostro territorio, prima a Radicondoli poi a Montecastelli, che si oppose al regime fascista.Esiliato e privato del suo lavoro di postino è stato un esempio di onestà, correttezza ed altruismo, per questo ricordato con amore da tutti quelli che lo conobbero. (Ingresso libero) 
Lunedi 1 agosto 
SERRAZZANO Castello h 21.30
MUSICASTRADA
I Naked provenienti da Belgrado (Serbia) sono una band di avanguardia, con forti radici balcaniche, ma aperta al mondo del free-jazz e dell’urban groove. La loro fiera e “corpulenta” eredità musicale, che unisce la musica tradizionale balcanica allo swing e al free-jazz, è la perfetta colonna sonora di una band come la loro, caratterizzata da una forte identità. Nella primavera del 2015 i Naked hanno realizzato il loro terzo album in studio “Nakedonia”, il secondo con l’etichetta ungherese Narator. Ridimensionatisi ad un quartetto i Naked sono ancora più “nudi”, con l’anima soul del sax baritono, clarinetto basso, duduk, zurla e altri strumenti di Amir Gwirtzman 

Il Gasometro vola con Django Reinhardt e Giorgio Tirabassi

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Django Reinhardt è considerato il padre del jazz. Il suo stile particolare è stato rievocato attraverso un bellissimo concerto con gli Hot Club Roma e la partecipazione del famoso attore Giorgio Tirabassi al Gasometro.

Django Reinhardt, musicista belga, ha creato uno stile particolare per il jazz, partendo da un fatto orribile: l’incendio della roulotte di famiglia che lo ha visto vittima a diciotto anni e a causa del quale, oltre all’uso della gamba destra, ha perso l’uso dell’anulare e del mignolo sinistro.

Gasometro
© Marco Rossi

Sicuramente una sfortuna atroce ma se mi permettete, cari lettori di CulturaMente, è sfortuna che è stata anche fortuna, perché proprio lui ha dovuto creare uno stile dove con solo dieci dita doveva fare quello che normalmente si fa con dodici. 

La sua musica è gioia pura, è voglia di suonare ma di farlo bene, ma presenta anche dei momenti di languore e malinconia. Il suo periodo di più grande successo è stato a cavallo degli anni ’30 del Novecento, un periodo storico torbido, che ciascuno di noi, come giganti struzzi, vorrebbe dimenticare e mettere sotto la testa sotto la sabbia, ma purtroppo non si può. Mentre ascoltavo la musica più malinconica pensavo anche ai fatti di questi giorni, come quanto certe storie, che sembrano lontane nel tempo in realtà siano presenti.
Ma ecco che la musica più frizzante ed effervescente riprendeva subito corpo, con un ritmo eccitante e sempre incalzante. I pensieri negativi se ne andavano. In quei momenti pensavo alle scene del mio film preferito, La leggenda del pianista sull’Oceano, quando tutte le persone, soprattutto le più povere, nell’affrontare un viaggio faticoso come quello per raggiungere l’America, si lasciassero andare a balli frenetici ed alla joye de vivre
Infine un’altra magia. La sera del 19 luglio 2016 gli Hot Club Roma (con una menzione speciale assoluta per Moreno Viglione alla chitarra solista e Gian Piero Lo Piccolo al clarinetto, assolutamente eccezionali) con la partecipazione straordinaria del famoso e grandissimo attore Giorgio Tirabassi, famoso per il ruolo di Roberto Ardenzi in Distretto di Polizia, negli insoliti panni di jazzista sono riusciti a trascinare, in una serata organizzata per la stagione estiva del Gasometro di Roma, il pubblico che applaudiva, rideva e si sentiva libero da tutti i problemi, ma soprattutto partecipava, canticchiando anche le rielaborazioni di Reinhardt di celebri pezzi come Ochi chyornye, famosa canzone russa
Io sono sicuro che, se mi fossi girato, avrei visto il Ponte della Scienza ed il Gasometro danzare insieme. Ma questa è la gioia della musica: stare insieme e vivere emozioni insieme.
Un’ultima curiosità: sembra che il regista Sergio Corbucci abbia chiamato uno dei suoi personaggi più famosi Django in omaggio al musicista.

Marco Rossi
@marco_rossi88

Stazioni lunari con Consoli e Gazzè all’Auditorium

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Protagonisti della serata del 12 luglio Max Gazzè, Carmen Consoli, Brunori Sas, ex-CSI con la grande protagonista Ginevra Di Marco, ognuno sulla sua pedana posizionati in semicerchio si alternano a turno con musiche del proprio repertorio, portando il pubblico in una danza canora estiva.

Apre la serata Ginevra, ex-CSI “Canto per chi non ha fortuna Canto per me Canto per rabbia a questa luna Contro di te”. Continua Brunori Sas cantautore italiano con Guardia ’82 .
Carmen Consoli con L’eccezione:
Se è vero che ad ogni rinuncia 

corrisponde una contropartita 

considerevole, privarsi dell’anima comporterebbe 

una lauta ricompensa. 

Max Gazzè con “Vento D’estate” e “Cara Valentina”
Ho lasciato scappar via l’amore 

l’ho incontrato dopo poche ore 

è tornato senza mai un lamento 

è cambiato come cambia il vento 

Vento d’estate io vado al mare voi che fate 

non mi aspettate forse mi perdo.
Il gran finale con Malarazza cantata da Ginevra, una canzone contro la guerra che Domenico Modugno, nel 1976, ha scritto partendo da una poesia di un anonimo siciliano. Il testo parla di un servo che viene picchiato e maltrattato da un prepotente e chiede giustizia a Gesù che, sconsolato, gli risponde di farsi giustizia da solo, se la vuole, tirando fuori i denti e combattendo perché nessuno la farà mai al posto suo.
Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastoni e tira fora li denti!
Tu ti lamenti, ma che ti lamenti? Pigghia nu bastoni e tira fora li denti!
Magnelli è l’ideatore e il direttore artistico di Stazioni Lunari, spettacolo musicale itinerante al quale prendono parte ogni volta autori e musicisti sempre diversi. La musica proposta proviene in parte dal repertorio di ogni artista e in parte da brani della tradizione della musica popolare di varie parti del mondo. 
Sara Cacciarini

Drive, violenza e romanticismo a tutta velocità

Drive non è un film semplice, o forse non è nemmeno un film.

Drive è pura atmosfera, sensazione, emozione, è un trattato sul cinema del suo regista, il danese Nicolas Winding Refn, uno che film normali non sa proprio farli…e per fortuna. Drive è una scossa di energia, Drive è un silenzio che racchiude diecimila volt di pura umanità, Dive è un bacio che non sai quando è il momento di dare, Drive è quella violenza istintiva animalesca che tutti coviamo ma non lasciamo mai andare, Drive è quella notte che vuoi girare in macchina da solo ad ascoltare musica, Drive è quello sguardo che ti fa innamorare senza aggiungere un solo fiato. Drive è stato spacciato come action, ma non lo è assolutamente. Drive è stato presentato come film adrenalinico da ingannevoli trailer, ma non lo è assolutamente. Drive è invece la più romantica storia d’amore degli ultimi anni, una favola moderna, un western metropolitano. Lo avete capito, questo film è tante cose.

La recensione

Il progetto doveva essere inizialmente un banale prodotto commerciale, e Refn non doveva girarlo. Quando la tipologia di film è cambiata, e il regista danese è stato contattato (da Ryan Gosling stesso, già protagonista designato dalla produzione) Refn comunque non voleva farlo. Poi è bastata una serata in macchina tra il regista e il suo attore, nella notte di Los Angeles, nel silenzio in mezzo al traffico, una canzone alla radio, e la scintilla è scattata: nella testa di Refn il film doveva raccontare la storia di un uomo che passa le notti a guidare solo e ascolta musica.

Drive di fatto è questo: tanta solitudine, silenzi sospesi, tempi dilatati. Tutto ciò è incarnato nel protagonista senza nome, per tutti “ragazzo” o semplicemente il driver, e nella clamorosa interpretazione di Ryan Gosling, che trattiene e assorbe ogni emozione. Lui non parla, semplicemente perché non ne ha bisogno, parla con i fatti, parla soprattutto con lo sguardo. Perché rovinare certi momenti e certe situazioni con le parole, con qualche frase banale o magari fuori posto? Questo il personaggio lo sa, Refn lo sa, Gosling lo sa, e infatti comunica ogni cosa solo con lo sguardo e con espressioni via via sempre più cariche di dolore, con un sorriso o con un semplice movimento delle sopracciglia. I silenzi, quando sono ben fatti, sono molto più potenti di chissà quale effetto speciale. Refn fin dall’inizio della sua carriera lavora sui silenzi, sugli attimi sospesi, nessuno meglio di lui sa lavorare sui momenti sospesi. In questo film riempie con una incredibile carica emotiva i silenzi e i vuoti, che poi vuoti in realtà non sono, come nessun altro saprebbe o potrebbe fare.

Ricordate il western classico, o la trama di un canonico film con l’eroe solitario? In una città qualsiasi arriva al momento giusto un uomo apparentemente senza passato, fa quello che deve fare, aiuta chi deve aiutare, uccide chi merita di essere ucciso, e se ne va, magari al tramonto oppure all’alba, magari verso nuove avventure. Questo è quello che fa il nostro protagonista, rigorosamente senza nome, come il mitico pistolero di Clint Eastwood nei film di Sergio Leone. Drive è una favola moderna in cui il misterioso eroe salva la bella principessa dall’orco cattivo.

Ah già, la principessa. Solo il volto pulito di Carey Mulligan poteva dare forma ad un personaggio simile. Lui parla poco, lei parla ancora meno, si guardano tutto il tempo, respirano, a volte non rispondono alle domande che si scambiano. Non sono due persone apatiche, sono semplicemente due ragazzi che purtroppo nel mondo moderno non esistono più. L’innamoramento qui è tutto fatto di sguardi e sospiri, senza dire una virgola. La loro è la storia più romantica possibile nel cinema moderno, perché non si vede, ma si percepisce. Tutto il cinema di Refn per la verità si percepisce e si respira. Dicevamo appunto che Drive è la perfetta sintesi di tutta la sua poetica, ma forse è errato. Basta solo l’ormai immortale “scena nell’ascensore” per rappresentare tutto il suo cinema. Una sola scena. L’eroe, la principessa, e l’orco cattivo. L’ascensore che diventa un palcoscenico, le luci si abbassano, e il bacio più bello degli ultimi anni si materializza. Lì, proprio in presenza dell’orco cattivo. La luce torna, e l’eroe solitario esplode nel più gargantuesco atto di violenza immaginabile, senza armi, sotto gli occhi della sua bella. Poi, paura per uno e rimorso per l’altro. Tutto senza una parola, senza una sillaba, senza un fiato (e alternare così bene i registri in una singola scena vuol dire essere un grande regista) perché questo è il cinema di Refn, lirismo e poesia altissima si alternano ad esplosioni di violenza incontrollata. Quella violenza così efferata ma mai gratuita, mai giocosa, sempre costretta e per questo sempre tremendamente dolorosa, e dopo ogni scia di sangue c’è sempre il tempo per il pensiero, per la conseguenza, per il rimorso. E non a caso dolorosi sono i personaggi di Bernie e Shannon, in tutto e per tutto opposti al driver: parlano tanto, gesticolano tanto, sbagliano tanto. Albert Brooks solo in un film simile poteva essere credibile come mafioso, inquietante come mai in carriera. Bryan Cranston, che probabilmente interpreta la figura più tragica della storia, è fenomenale nelle poche scene in cui lo vediamo, è lì per fare da spalla ma alla fine di ogni sua battuta lascia la scena da grande attore.

 
Refn, per la prima volta in carriera, non ha scritto questo film. E qui si vede il vero e grande autore, perché Drive comunque sprizza Refn da tutti i pori. Lui ha riletto e interpretato la storia nella sua poetica, nel suo cinema, facendolo diventare un film personalissimo che non potrebbe vivere fuori dai suoi canoni. Refn ha imparato le lezioni delle opere di Michael Mann, di William Friedkin, di Walter Hill, di Peter Yates, ma non li ha mai citati o copiati, li ha rielaborati e incorporati nel suo cinema e nella sua visione. La splendida colonna sonora fatta con musica di pop elettronico è credibile solo in questo film. I titoli di testa rosa shocking sono credibili solo in questo film. Se si ascoltasse la canzone “A Real Hero” in qualsiasi altro film, si riderebbe o al massimo si resterebbe indifferenti, ma ascoltandola in questo contesto quelle note ti entrano in testa, ci rimangono e ti straziano il cuore. Gli inseguimenti in auto e le scene d’azione si contano sulle dita di una mano ma sono le più belle e le più efficaci possibili. Dimenticate il chiasso di Fast & Furious o la confusione di Transformers, questa è VERA azione. Negli inseguimenti il driver non parla mai, ma la tensione è lacerante. Nello strepitoso incipit del film possiamo immaginare quello che vogliamo, ma rimaniamo incollati allo schermo come se stessimo assistendo già alla scena finale. Questo è grande cinema. Drive, per la sua natura e per come si approccia allo spettatore, lavora su più livelli emotivi, e per questo merita più visioni. Ma una volta metabolizzato il destino immortale del film cult lo aspetta a braccia aperte. Drive è un flusso incostante di tante sensazioni che vanno captate e assorbite. Possibilmente, se ci riuscite, in silenzio.

3 buoni motivi per vedere il film:

– Le luci notturne di Los Angeles. Tanti film girati nella città del cinema sono rimasti affascinati dalla visione notturna e dalle sue mille luci, ma pochissimi registi – solo Michael Mann prima di lui – ne hanno captato l’essenza come Refn in meno di due ore.- La colonna sonora. Cliff Martinez, uno dei più originali compositori di cinema in attività, ci regala note meravigliose assolutamente inaspettate, carica di energia e atmosfera, sposate perfettamente con la visione di Refn. Ma anche la scelta delle canzoni è semplicemente perfetta.

– Il cast. Non c’è un attore fuori posto o fuori ruolo, soprattutto è ricco di caratteristi con esperienza tv che, pur con poche scene, hanno la possibilità di splendere. E poi c’è Oscar Isaac in uno dei suoi primi ruoli prima di diventare la star che è adesso: si può sempre dire “ecco dove l’avevo visto la prima volta!”

Quando vedere il film?

– Rigorosamente la sera, senza alcuna luce del giorno che possa infastidire. Da soli o in coppia, ma non è un film da gruppo di amici che fanno confusione.

Emanuele D’Aniello

Le immagini contenute in questa recensione sono riprodotte in osservanza dell’articolo 70, comma 1, Legge 22 aprile 1941 n. 633 sulla Protezione del diritto d’autore e di altri diritti connessi al suo esercizio. Si tratta, infatti, di «riassunto, […] citazione o […] riproduzione di brani o di parti di opera […]» utilizzati «per uso di critica o di discussione», nonché per mere finalità illustrative e per fini non commerciali. La presenza in CulturaMente non costituisce «concorrenza all’utilizzazione economica dell’opera».

Accademia Costume e Moda: tutta la storia in un libro

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Scripta manent, dicevano gli antichi. E con un libro sembra concretizzarsi la memoria, la forza del passato viene incorniciata in una storia che può essere, finalmente, stretta in una mano.

E il calore dell’abbraccio in questo caso è quello degli appassionati di moda che a Roma hanno un caposaldo, una certezza: l’Accademia Costume e Moda. Un luogo di formazione che da cinquant’anni (compiuti nel 2014) sforna professionisti del settore, mettendoli alla prova con contest e laboratori. Una l’ho conosciuta di persona, si chiama Gabriella Loria, australiana di origini italiane, che dopo la formazione nell’Accademia fa la Costume Assistant in giro per il mondo. Da Woody Allen a Christopher Nolan, sono moltissimi i registi con cui ha avuto il piacere di lavorare, a testimonianza che i sogni possono davvero diventare realtà.
Accademia Costume e Moda libro
Questo luogo di dottrina, situato in via della Rondinella, continua la propria missione consapevole che la competizione oggi è aspra: si punta sui giovani, si ha fiducia in loro, e lo dimostra anche la conduzione interna che, da Rosana Pistolese è passata alla figlia Fiamma Lanzara, fino a due figli di quest’ultima, Furio e Lupo.
Dalla determinazione femminile è nato dunque un polo di cultura, artigianato e arte della moda: ne sono una prova i contributi all’interno del libro che celebra questo mezzo secolo e che si focalizzano sul concetto di talento, sulla forza della creatività, sull’importanza di un costume, accessorio fondamentale, tanto nei film quanto a teatro, che spesso viene sottovalutato dallo spettatore, troppo focalizzato sulla figura dell’attore. Firme importanti come quella di Antonio Mancinelli (Marie Claire), Silvia Venturini Fendi (Presidente Alta Roma), Cav. Mario Boselli (Presidente Camera Nazionale Moda Italiana), e Beppe Modenese (Presidente Onorario Camera Nazionale Moda Italiana) fanno la loro apparizione tra le ricche pagine del libro. Fatica, ritmi frenetici, attenzione certosina al dettaglio sono tutte componenti imprescindibili per lavorare in un mondo che sembra patinato, ma che fondamentalmente è uno dei pilastri della tradizione italiana, specialmente in fatto di sartoria.
 Accademia Costume e Moda libro
Ad inframmezzare queste pillole di storia scorrono foto, bozzetti e disegni di ex studenti che rendono il libro un compendio di conoscenza, immancabile nelle case di chi percepisce la moda come la propria missione. Anche ai non appassionati, tuttavia, farebbe bene questa interessante lettura: troppo spesso infatti il mondo della moda viene associato ad un contesto frivolo e superficiale, oppure viene svilito da un mercato del lavoro che sembra non avere spazio per i professionisti del mestiere.
La moda non è qualcosa che esiste solo negli abiti – ha detto una volta Coco Chanel – La moda è nel cielo, nella strada, la moda ha a che fare con le idee, il nostro modo di vivere, che cosa sta accadendo.”
Proviamo ad andare oltre le apparenze, soprattutto quando ci sembrano le uniche protagoniste in passerella.
Alessia Pizzi

Liquorificio d’Abruzzo: la tradizione del bere responsabile

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Nato per gioco, quattro ragazzi hanno trasformato la passione per l’infusione in un’attività  che tiene vivo il patrimonio di ricette della cultura rurale

E’ proprio la passione la spinta iniziale ed è facile capirlo parlando con Guido Collacciani uno dei soci, che racconta gli albori di quest’avventura nata a Ovindoli e divenuta realtà. Gli inizi avvengono tra le mura domestiche quando scoprono il piacere comune di fare gli infusi, ma più che altro il gradimento di quanti hanno la fortuna di assaggiarli. Aggiungendo alla formula la passione smisurata per la loro terra e la voglia di valorizzarla, decidono allora di provare a fare le cose sul serio. Chiedono quindi di accedere ai fondi europei tramite la regione, ma come spesso accade, la facilità con cui queste risorse vengono elargite per progetti discutibili, viene bilanciata dalle burocrazie inesauribili che ostacolano quelli validi. Di fatto per un vizio di forma tra i mille cavilli nelle carte da presentare il finanziamento viene negato. Sono allora gli amici a tenere a battesimo il Liquorificio d’Abruzzo, chi concedendo i locali in affitto a canoni simbolici chi partecipando materialmente ai lavori di pulizia e sistemazione, ed è così che la storia può avere realmente inizio. Artigianale è la parola d’ordine, che si traduce nell’uso di materie prime provenienti interamente da coltivazioni biologiche, senza aggiunta alcuna di aromi, coloranti e addensanti. Viene utilizzata l’acqua di fonte ed ogni ingrediente viene reperito localmente o in zone limitrofe all’Azienda, compreso il latte a “Km 0” necessario per il liquore alla cioccolata. 
 
Tra i liquori proposti un classico Abruzzese è senz’altro la Genziana, ottenuta per infusione dalla pregiata radice selvatica e con cui viene realizzata anche una versione in barrique, oltre che una grappa da infusione a freddo in acquavite di qualità fornita dall’Azienda Bonollo. La genziana è una pianta protetta e per salvaguardarne la presenza sul territorio, il Liquorificio d’Abruzzo ha sviluppato un progetto volto alla riproduzione di 10.000 piante in collaborazione con l’Ente Parco Sirente Velino, l’Università dell’Aquila e il Corpo Forestale dello Stato. La Ratafìa, nome derivato dalla parola “ratifica”, è invece il liquore che tradizionalmente usava offrire il notaio alla chiusura di un atto. Per la Ratafìa di visciole insieme al frutto viene utilizzato il Montepulciano d’Abruzzo, anch’esso rigorosamente biologico così come il Trebbiano, l’altro vino impiegato da base per gli altri infusi, coltivato direttamente da uno dei soci e da loro stessi vendemmiato.
Tra i liquori disponibili anche quello alla Santoreggia, raccolta al di sopra dei 1000 metri di altezza in maniera manuale, cosi come avviene anche per il resto delle essenze utilizzate. L’unico ingrediente di provenienza non locale è la liquirizia, che arriva dalla Calabria ma solamente perché nella regione non sono presenti coltivazioni certificate come biologiche. Nel loro complesso i liquori presentano una delicatezza che li rende gradevoli anche ai palati più gentili. Assente il graffio dell’alcol che integrato e in equilibrio lascia il proscenio ai singoli sapori. La produzione annuale contenuta nelle circa 15000 bottiglie definisce la realtà artigianale dell’azienda, che ben lontana dai numeri industriali cerca nell’estrema qualità la propria dimensione. I liquori, disponibili nelle enoteche e nelle rivendite enogastronomiche di riferimento per i gourmand, possono anche essere acquistati direttamente dal sito. La clientela di riferimento è quella del bere responsabile, cioè di chi considera il liquore un fine pasto da consumare con parsimonia, ricercando la pienezza gustativa senza scadere nell’abuso.

Bruno Fulco

“Edipo Re: oltre la fine, la città nuova”, l’analisi del Tempo

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Dialogo fra un’attrice – narratrice e una storica – grecista Lucilla Giagnoni e Fiammetta Fazio con interventi musicali dal vivo di Luca Nulchis e Egidiana Carta

Sabato 23 luglio, alle ore 21,15 al Casale Malborghetto, nell’ambito della rassegna Teatri di Pietra Lazio, da un’ idea dell’attrice Lucilla Giagnoni e della storica Fiammetta Fazio, insieme a due straordinari musicisti, Luca Nulchis ed Egidiana Carta, del gruppo sardo Andhira, va in scena “Edipo Re: Oltre la fine, la città nuova”. Lo spettacolo racconterà, in modo intenso e nell’originale forma di dialogo tra più linguaggi (teatro, pensiero, musica), della fine dei tempi che è in realtà un nuovo inizio: non catastrofe e cecità, bensì rivelazione per chi ha voglia di imparare a vedere con altri occhi per costruire la Città Nuova, soffermandosi su un’analisi del nostro tempo, sul significato della democrazia e sulle fragilità connesse a questa nostra forma di governo.
Un lavoro che ha già riscosso numerosi consensi di pubblico e critica per i contenuti profondi, ma anche per la capacità di riuscire ad aiutare lo spettatore a riflettere, oltre che sul senso della responsabilità e sul significato di politica, anche su che cosa significa il saper vedere oltre la fine, ancor più in questo periodo di grave crisi morale ed economica in cui l’impotenza ci porta verso la ricerca di nuovi percorsi da intraprendere.
La presenza delle due donne che, da sempre, hanno dedicato le loro vite e le loro carriere all’impegno civile, è fondamentale per la sapiente rilettura dei due testi e per la capacità di riuscire nell’analisi della politica contemporanea, attraverso la cultura classica, in un’epoca fortemente contrassegnata da devastanti conflitti mondiali, mentre l’accompagnamento musicale, con pianoforte, voce e armonium indiano, veicola concetti anche complessi in modo immediato, premendo i tasti più profondi dell’emotività. 
La luminosa carriera di Lucilla Giagnoni è iniziata a Firenze con la frequentazione, a soli 19 anni, della Bottega di Gassman, dove ha incontrato e collaborato con Gassman, Paolo Giuranna e la grande attrice francese Jeanne Moreau. Un percorso fatto di esperienze diverse che l’hanno vista confrontarsi con personaggi eccellenti del teatro italiano, tra cui: Gabriele Vacis; Franco Piavoli, con cui ha realizzato il film “Nostos”; Alessandro Baricco in “Totem”; Paola Borboni all’inizio della sua attività con “Incontro al parco delle terme”; Giuseppe Bertolucci, con cui ha girato il film “Il dolce rumore della vita”; Alessandro Benvenuti, regista di “Califfa”, tratto da La Califfa di Alberto Bevilacqua, in cui ha interpretato la parte della protagonista. 
Con il tempo la sua carriera teatrale si è delineata come autrice, oltre che come interprete, dando vita a spettacoli profondamente incentrati sulla spiritualità e ricerca, tra i più notevoli e acclamati: Vergine Madre, Big Bang, Apocalisse, Ecce Homo, che l’hanno eletta tra le più apprezzate attrici monologhiate italiane.
Non meno brillante l’attività di Fiammetta Fazio, docente di Latino, Greco e Italiano, presso il Liceo Carlo Alberto di Novara, già Laureata in Lettere Classiche presso l’Università Cattolica di Milano, ha ideato e curato, parallelamente all’attività di insegnante, un’ampia serie di eventi legati alla diffusione della cultura classica, quale strumento di interpretazione della realtà e ausilio etico nella politica contemporanea, tra cui i cicli di conferenze: “Vivere la Cittadinanza: Teorie, Pratiche e Lessico Civico”; “Etica e Politica: Dove va la Democrazia”; “ Le Parole Responsabili: Etica e teatro per un pensiero Politico”, ospitando, tra gli altri, Luciano Gallino, Paola Borgna, Luciano Canfora, Franca D’Agostini, Simona Forti.
Infine i musicisti Luca Nulchis (pianista, compositore, ricercatore in ambito etnomusicologico) ed Egidiana Carta (Cantante, flautista e suonatrice di armonium indiano), due nomi di spicco nel panorama della musica d’autore italiana incentrata sulla sperimentazione, tra tradizione orale e nuova scrittura. Membri del gruppo sardo Andhira, con cui hanno in attivo due album pubblicati da Alabianca Records, hanno ottenuto numerosi e importanti riconoscimenti, tra i quali il prestigioso Premio Lunezia, oltre a collaborazioni importanti con personaggi di spicco come: Mauro Pagani, Marcia Theophilo (candidata Nobel per la letteratura), Ornella D’Agostino (Carovana s.m.i.), Dori Ghezzi.
Ministero dei Beni delle Attività Culturali e del Turismo
Soprintendenza per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale
Soprintendenza Speciale per il Colosseo e l’Area Archeologica Centrale di Roma
Regione Lazio – Assessorato alla Cultura
Comune di Roma – XV Municipio
Città di Sutri


TEATRI DI PIETRA LAZIO 2016
Ideazione e Realizzazione
Pentagono Produzioni Associate e Circuito Danza Lazio
nell’ambito della Rete Teatrale dei Teatri di Pietra

Area Archeologica, Arco di Malborghetto
Via Flaminia km 19,4 in direzione Terni, altezza stazione RomaNord/Sacrofano
Ingresso 12 euro
Ridotto 10 euro: convenzionati/associazioni/studenti

Info & Prenotazioni: 
teatridipietra@gmail.com / whatsapp 333 709 7449// 
FB teatridipietra / teatridipietra.blogspot.it/
biglietti online: www.bigliettoveloce.it/
UFFICIO STAMPA
Alma Daddario & Nicoletta Chiorri
347 2101290 – 338 4030991 – segreteria@eventsandevents.itwww.eventsandevents.it

iMILANESIsiamoNOI: vip milanesi fotografati per beneficenza

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Da mercoledì 20 a sabato 30 luglio 2016 sono all’asta per beneficenza su eBay.it gli scatti fotografici dei 48 milanesi famosi protagonisti de iMILANESIsiamoNOI: Simona Ventura, Nicola Savino, Malika Ayane, Eugenio Finardi, Mara Maionchi, Linus, Francesco Mandelli, Nesli.

Il ricavato della vendita degli scatti in bianco e nero del fotografo Andrea Colzani realizzati per il progetto editoriale digitale edito da Triludeideato e curato da Andrea Scarpa con il contributo della redazione di NanoPress sarà infatti interamente devoluto a SMArathon Onlus www.smarathon.eu –  associazione milanese fondata da Elena Muserra De Luca che raccoglie fondi per la ricerca sulla Atrofia Muscolare Spinale (SMA), malattia genetica principale causa di morte per i bambini con meno di 2 anni d’età.

Con la stessa finalità benefica, iMILANESIsiamoNOI, per la sua conclusione, organizza mercoledì 20 luglio una mostra fotografica a inviti all’Espace D’Hotes, dove mettere in vendita tutti gli scatti pubblicati su imilanesi.nanopress.it, compresi quelli dei non famosi, protagonisti del progetto almeno quanto i loro concittadini più noti, per le loro storie comuni e allo stesso tempo speciali: come Sonja Annibaldi, soccorritrice volontaria sulle ambulanze di SOS Milano; Bruno Bugiani, ex manager e ora fioraio felice; Antonia Monopoli, nato Antonio, che, dopo anni di prostituzione, è ora la responsabile dello Sportello Trans di Ala Milano Onlus; Regina Patabendige, colf originaria dello Sri Lanka…

IMILANESIsiamoNOI, progetto innovativo coprodotto da Trilud, Andrea Scarpatg|adv, BrandMade e Mongini Comunicazione,  in 10 mesi e con oltre 170 interviste, video e scritte, ha raccontato come mai prima d’ora una Milano inedita e sorprendente attraverso le storie dei suoi abitanti, nativi e adottivi, famosi e no, unendo la qualità della carta stampata ai nuovi linguaggi digital e social e ricevendo una menzione speciale ai Teletopi 2015 nella categoria Community videostorytelling.

Questo l’elenco completo dei milanesi famosi, i cui ritratti originali sono in vendita a partire da una base d’asta di 1 euro all’interno della sezione beneficenza di eBay.it, www.ebay.it/rpp/beneficenza: il compianto Elio Fiorucci Enrico Ruggeri, Fabio Treves, Albertino, Pierpaolo Peroni, Syria, Giovanni Gastel, Francesca Senette, La Pina, Matteo Caccia, Francesco Mandelli, Xabier Iriondo, Candida Morvillo, Raul Cremona, Michela Gattermayer, Nicola Carraro, Nesli, Chiara Maci, Mauro Coruzzi (Platinette), Max Papeschi, Isabella Bossi Fedrigotti, Giulio Cappellini, Chiara Iezzi, Lodovica Comello, Giuseppe Cruciani, Alessandro Borghese, Mara Maionchi, Simona Ventura, Ringo, Eugenio Finardi, Malika Ayane, Nicola Savino, Linus, Alexia, Ricky Gianco, Alberto Fortis, Dan Peterson, Elio, Nina Zilli, Lucia Vasini, Claudio Trotta, Caroline Corbetta, Federico Brugia, Enrico Bertolino, Antonio Dikele Di Stefano, Eleonora Carisi, Andrea Berton, Ozmo.
Andrea Grandi
MONGINI COMUNICAZIONE
Via Giuseppe Ripamonti, 101 – 20141 MILANO
Ph +39 02/8375427 – Mb +39 3403656905

Il Teatro dell’Opera porta Rossini nel XIV Municipio

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Il Teatro dell’Opera di Roma torna nel XIV Municipio con un nuovo progetto: Il Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini.

@Yasuko Kageyama
Appuntamento Mercoledì 20 Luglio alle ore 21.30 presso Viale Gandin, meglio conosciuto come er Vialone (il lungo stradone sopra il Grande Raccordo Anulare che collega Palmarola e Selva Candida).
Realizzare questo meraviglioso spettacolo proprio su Viale Gandin è un forte atto simbolico. Er Vialone è infatti uno dei tanti luoghi trascurati delle nostre periferie dove mancano illuminazione e manutenzione. Con questa iniziativa culturale vogliamo accendere l’attenzione su quei luoghi abbandonati che devono e possono tornare a splendere al servizio dei cittadini” spiega Marco Della Porta, ideatore del progetto Nuovi Quartieri, che promuove lo sviluppo delle periferie attraverso la forza della cultura e la spinta dell’educazione al bello.
@Yasuko Kageyama
Un’iniziativa all’interno del progetto OperaCamion: un teatro musicale che viaggia di piazza in piazza con la sua orchestra e la sua compagnia di cantanti. Si chiama OperaCamion perché la scenografia è un vero autocarro usato in tutti gli spazi di cui dispone. Un set speciale, creato ad hoc per un titolo popolare e accattivante: Il Barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini. E allora Figaro! Il bravo factotum, istrionico e poliedrico questa volta si improvvisa camionista e porta la sua storia in piazza.

Effetto farfalla: intervista a Vanessa Ferrari

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Foto di Silvia Vatteroni

“Effetto farfalla” è il libro in cui Vanessa Ferrari – campionessa mondiale di ginnastica artistica a soli quindici anni e mezzo – decide di raccontarsi: una vita completamente dedicata alla sua unica, grande passione, la ginnastica artistica. Una vita di sacrifici, duro lavoro, rinunce, momenti di gloria altissima e di cadute, dalle quali,  leggera come una farfalla, Vanessa ha saputo rialzarsi. Sempre.

Vanessa Ferrari ha solo sei anni quando decide che cosa vuole fare nella vita.  E’ “spaparanzata” davanti alla televisione – erano in corso i Mondiali del 1994 – quando vede una ginnasta su una trave. Folgorata come Paolo sulla via di Damasco. Ne parla alla madre, che però la iscrive a danza (perché a Soncino, dove abitavano in quegli anni, non c’era nessun corso di ginnastica): un’esperienza che si rivela disastrosa. Si intestardisce, punta i piedi: non è quello che vuole fare. Vanessa ha in mente una cosa sola, la ginnastica. Così, nel 1997, comincia il suo primo corso. Ha solo sette anni ma qualcosa in lei brilla prepotentemente, tanto che ci si accorge subito che ha una spiccata predisposizione. Qualcosa scatta in lei non appena mette piede in palestra. Non ne ha mai abbastanza. Letteralmente, si trasforma.
Comincia così l’ascesa di un astro della ginnastica italiana, una vita di vittorie, di cadute, di infortuni, di voglia di riuscire. E’ Vanessa Ferrari, che ha vinto il suo primo mondiale a soli quindici anni e mezzo. E’ Vanessa Ferrari, che si lega strettissima la coda di cavallo per poi piroettare come una fiamma azzurra sotto i flash del mondo. Una natura decisa, forte, impassibile: impassibile ai colpi sulla pancia sempre più forti che le da il suo allenatore Enrico Casella per saggiarne la struttura muscolare, impassibile al dolore degli infortuni, impassibile alla fatica, alle rinunce, alla fame.
Quando vediamo Vanessa volteggiare nel cielo come una farfalla, tutto sembra facile, bello, un sogno. Ma dietro quel sogno, c’è tutto un mondo di disciplina, di volontà di ferro, di voglia di riuscire a qualsiasi costo. Il prezzo, spesso, è altissimo. Così, per la prima volta, Vanessa Ferrari ha voluto mettere a nudo la sua vita di ginnasta e quanto c’è dietro quei voli di meraviglia a cui, ormai, la ragazza ci ha abituato. Ma “Effetto farfalla” non è solo la storia di una delle più brave ginnaste italiana. E’ anche, secondo me, un vero e proprio proclama d’amore a una disciplina – la ginnastica artistica –  severa per quanto straordinaria, difficile per quanto appagante.
Ho cominciato a seguire Vanessa dopo aver letto il suo libro (finito in due sere – facciamo anche  due nottate) e subito mi sono detta che mi sarebbe piaciuto intervistarla. Sono stata fortunata, perché Vanessa è, soprattutto, una ragazza molto gentile e disponibile.

– Un mondiale vinto a soli quindici anni e mezzo, una carriera costellata da medaglie e infortuni, nel mezzo parti molto intime e delicate della tua vita: cosa ti ha spinto a scrivere la tua autobiografia? Quanta voglia c’era di far conoscere Vanessa Ferrari?

 

Il motivo principale è proprio legato ai risultati e alle date nei quali essi sono stati ottenuti: il 19 Ottobre 2006 divento campionessa del Mondo, dopo anni di sacrifici e duro lavoro, la palestra sempre in cima alle lista degli impegni. Sono stata soprannominata in tanti modi come ad esempio “cannibale” ma dietro di essi non c’è altro che una ragazzina di quindici anni e posta sul tetto del mondo. Tutto può sembrare una gioia, ma dalla mia parte nessuno si è mai chiesto come fu vincere un titolo simile. La ragione è proprio quella di far conoscere il mio punto di vista e far conoscere come sono io veramente.

– Leggendo la tua autobiografia mi hanno colpito molte cose, prime fa tutte la sincerità con cui hai voluto affrontare aspetti anche molto delicati della tua carriera da ginnasta: la determinazione, la competizione con te stessa, la paura, il non dare a vedere questa paura, il dolore e, soprattutto, la fatica: è stato difficile, per una persona estremamente (e giustamente) riservata, aprirsi in questo modo?

 

 
Il libro è un ottimo modo per condividere il tuo punto di vista, la tua storia e il tuo essere, chiaramente, non puoi scrivere un libro con lo scopo di farti conoscere e censurarlo. Il modo migliore è seguire la via della sincerità, tutti si chiedono come sei veramente, come fai ad ottenere certi risultati, ecco! Il libro è il modo migliore per conoscermi, però devo scrivere la verità su tutti gli aspetti. Però la sincerità ha un prezzo da pagare, alcuni possono apprezzarla ed altri possono non prenderla bene. Io penso di aver detto solamente la verità e il mio punto di vista.
– Il tuo corpo ha subito, nel tempo, moltissime prove: dalle sollecitazioni fisiche per ragioni sportive ad infortuni che hanno quasi messo a rischio la tua carriera. Che rapporto senti di avere con lui? 

 

 

 

Il mio corpo è il mio strumento di lavoro, nel corso della mia carriera ho subito molti infortuni, ma tutti causati dall’enorme sforzo al quale sottopongo il mio fisico. Con il mio corpo non posso avere rancori, d’altronde senza di esso non sarei arrivata fin qui.
 

 

– “Lavora, suda, dacci dentro”, ripeti come una formula magica: la vita di una ginnasta è racchiusa in queste tre parole. Non solo, ma una carriera agonistica inizia prestissimo e termina quando si è ancora giovani. Hai pensato al tuo “dopo”?

 

 

 

Non posso pensare al dopo, distoglierei la mente dal presente e quindi smetterei di ripetere la formula magica: lavora, suda, dacci dentro.

– Com’è la Vanessa Ferrari di oggi? E come stai vivendo la grandissima prova che ti aspetta alle Olimpiadi di Rio 2016?

La Vanessa Ferrari di oggi è una persona che pensa di aver dato un buon contributo ogni volta che le è stato chiesto, sono stata definita “finita” ogni anno della mia carriera a partire da dopo il mondiale vinto nel 2006, ad ogni infortunio tutti pensavano che non avrei recuperato. Eccomi qui a 10 anni dal quel mondiale, con due Olimpiadi alle spalle e mi preparo alla terza! Io conosco me stessa, il mio corpo e so dove posso arrivare… lasciate dire a me quando sarò finita!

Chiara Amati

Leoni d’oro alla carriera a Belmondo e Skolimowski al Festival di Venezia 2016

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Sono stati attribuiti all’attore francese Jean-Paul Belmondo e al regista polacco Jerzy Skolimowski i Leoni d’oro alla carriera della 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia (31 agosto – 10 settembre 2016).
La decisione è stata presa dal Cda della Biennale di Veneziapresieduto da Paolo Baratta, su proposta del Direttore della Mostra del Cinema Alberto Barbera.
A partire da quest’anno, il Cda ha deciso l’attribuzione di due Leoni d’Oro alla carriera in ciascuna delle edizioni future della Mostra: il primo assegnato a registi o appartenenti al mondo della realizzazione; il secondo a un attore o un’attrice ovvero a personaggi appartenenti al mondo dell’interpretazione.
Jean-Paul Belmondo, icona del cinema francese e internazionale, ha saputo interpretare al meglio l’afflato di modernità tipico della Nouvelle Vagueattraverso gli straniati personaggi di A doppia mandata (À double tour, 1959) di Claude Chabrol, Fino all’ultimo respiro (1960)e Il bandito delle 11 (1965, in concorso a Venezia) entrambi di Jean-Luc Godard, o La mia droga si chiama Julie (1969) di François Truffaut. In particolare, impersonando Michel Poiccard/László Kovács in Fino all’ultimo respiro, Belmondo ha imposto la figura di un antieroe provocatorio e seducente, molto diverso dagli stereotipi hollywoodiani ai quali lo stesso Godard si ispirava. La sua recitazione estroversa gli ha consentito poi di interpretare alcuni dei migliori gangster del cinema poliziesco francese, come in Asfalto che scotta(1960) di Claude Sautet, Lo spione (1962) di Jean-Pierre Melville e Il clan dei marsigliesi (1972) di José Giovanni, ottenendo un enorme successo popolare con i molti film successivi, da L’uomo di Rio (1964) di Philippe de Broca a Il poliziotto della brigata criminale (1975) di Henri Verneuil, da Joss il professionista (1981) di Georges Lautner a Una vita non basta (1988) di Claude Lelouch. “Un volto affascinante, una simpatia irresistibile, una straordinaria versatilità – ha dichiarato il Direttore Alberto Barbera nella motivazione – che gli ha consentito di interpretare di volta in volta ruoli drammatici, avventurosi e persino comici, e che hanno fatto di lui una star universalmente apprezzata, sia dagli autori impegnati che dal cinema di semplice intrattenimento”.
Jerzy Skolimowski – ha dichiarato il Direttore Alberto Barbera nella motivazione – è tra i cineasti più rappresentativi di quel cinema moderno nato in seno alle nouvelles vague degli anni Sessanta e, insieme con Roman Polanski, il regista che ha maggiormente contribuito al rinnovamento del cinema polacco del periodo”. Lo stesso Polanski (che lo volle accanto come sceneggiatore nel suo film d’esordio Il coltello nell’acqua), ebbe a predire: “Skolimowski sovrasterà la sua generazione con la testa e le spalle”. In realtà, la carriera del “boxeur poeta” (secondo la definizione datane da Andrzej Munk, il “padre” cinematografico di Skolimowski), durata ben oltre cinquant’anni con diciassette lungometraggi realizzati, è stata tutt’altro che facile, segnata da continui dislocamenti – dalla Polonia al Belgio, dall’Inghilterra agli Stati Uniti, prima del definitivo ritorno in Patria avvenuto meno di dieci anni fa – che ne hanno contrassegnato l’opera: apolide in apparenza, perché assoggettata a strategie produttive eterogenee ed apparentemente diseguali, in realtà personalissima e originale in ciascuna delle opere in cui si è concretizzata. La trilogia realizzata in Polonia ai suoi esordi, Rysopis (1964),Walkover (1965) e Barriera (1966), fu per i Paesi dell’Est ciò che i primi film di Godard sono stati per il cinema occidentale, mentre i capolavori successivi – Il vergine (1967, Orso d’oro a Berlino), La ragazza del bagno pubblico (1970),L’australiano (1978, Grand Prix a Cannes), Mani in alto! (1981), Moonlighting (1982, migliore sceneggiatura a Cannes)sono tra i film più rappresentativi di un cinema moderno, libero e innovatore, radicalmente anticonformista e audace. I film più recenti realizzati dopo il ritorno in patria – Quattro notti con Anna (2008),Essential Killing (2010, Premio Speciale della Giuria a Venezia) e11 minuti (2015, in concorso a Venezia)manifestano infine un’inesauribile e sorprendente capacità di rinnovamento, che lo collocano di diritto tra gli autori più combattivi e originali del cinema contemporaneo.
Il programma completo della 73. Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica di Venezia verrà presentato alla stampa il 28 luglio p.v. a Roma, all’Hotel Excelsior (ore 11).
Venezia, 14 luglio 2016


Jerzy Skolimowski 

11 minuti, in concorso alla Mostra di Venezia 2015, è l’ultimo film del regista polacco Jerzy Skolimowski. Nel 2010 Essential Killing ha vinto il Premio Speciale della Giuria alla Mostra di Venezia, il premio come Miglior film al festival di Mar del Plata (Argentina) e numerosi Oscar polacchi (Aquile d’oro). Con oltre venti titoli in carriera, il lavoro di Skolimowski include il film vincitore dell’Orso d’oro a Berlino Il vergine (Le départ), il vincitore del Gran Prix a Cannes L’australiano (The Shout), il dramma politico vincitore della Migliore sceneggiatura a Cannes Moonlighting (1982), il vincitore del Premio Speciale della Giuria a Venezia La nave faro (The Lightship, 1985) e il thriller del 2008 Quattro notti con Anna, che ha aperto la Quinzaine des Réalisateurs a Cannes e ha vinto il Gran Premio della Giuria a Tokyo.

All’inizio della sua carriera, Skolimowski è stato sceneggiatore del classico di Roman Polanski del 1962 Il coltello nell’acqua. Come attore, Skolimowski è apparso ne La promessa dell’assassino (2007) di David Cronenberg, Prima che sia notte (2000) di Julian Schnabel, Mars Attacks! (1996) di Tim Burton e The Avengers (2012) di Joss Whedon.
È anche un apprezzato pittore.
Filmografia
2015 11 minutes / 11 minut
Regista / Produttore / Sceneggiatore
2010 Essential Killing
Regista / Produttore / Sceneggiatore
2008 Four Nights with Anna / CZTERY NOCE Z ANNĄ
Regista / Produttore / Sceneggiatore
1991 30 Door Key / Ferdydurke
Regista / Produttore / Sceneggiatore / Attore
1989 Torrents of Spring
Regista / Sceneggiatore / Attore
1985 The Lightship
Regista / Sceneggiatore
1984 Success is the best Revenge
Regista / Produttore / Sceneggiatore
1982 Moonlighting
Regista / Sceneggiatore / Attore
1981 Hands Up / RĘCE DO GÓRY
Regista / Sceneggiatore / Attore
1978 The Shout
Regista / Sceneggiatore
1972 King, Queen, Knave
Regista
1970 Deep End
Regista / Sceneggiatore
1970 The Adventures of Gerard
Regista
1968 Dialogue (segment “The Twenty-Year-Olds”)
Regista / Sceneggiatore
1967 The Departure / Le départ
Regista / Sceneggiatore
1966 Barrier / Bariera
Regista / Sceneggiatore
1965 Walkover
Regista / Sceneggiatore / Attore
1964 Identification Marks: None / RYSOPIS

Regista / Sceneggiatore / Attore


Jean Paul Belmondo
E’ nato il 9 aprile 1933 a Neuilly-sur-Seine. È figlio dello scultore Paul Belmondo e sua madre è artista-pittrice. Da bambino si appassiona di pugilato e di teatro. All’età di sedici anni decide di diventare attore. Prepara il Conservatorio da Raymond Girard. L’anno successivo esordisce nel teatro in una tourné presso gli ospedali di Parigi nel ruolo del Principe in La Bella Addormentata. Nel 1951 vince il concorso per entrare al Conservatorio e incontra Jean-Pierre Marielle, Jean Rochefort, Michel Beaune e Pierre Vernier che diventeranno tutti suoi grandi amici. Nel 1957 esordisce nel cinema in piccoli ruoli: Fatti bella e taci, Peccatori in blue jeans, Les copains du Dimanche. Nel 1959 gira A doppia mandata di Claude Chabrol, poi arriva la consacrazione in Fino all’ultimo respiro, del quale è protagonista a fianco di Jean Seberg, con la regia di Godard.
Diventa rapidamente una delle più grandi stelle del cinema francese, campione indiscusso d’incassi. In cinquant’anni di carriera, ha portato nelle sale quasi 130 milioni di spettatori: fra il 1969 e il 1982, è stato protagonista quattro volte del film più visto dell’anno in Francia (Il cervello, Il poliziotto della brigata criminale, L’animale, L’asso degli assi), uguagliando il primato di Fernandel. Ha recitato con la regia di grandi autori francesi quali Alain Resnais, Louis Malle, Philippe de Broca, Henri Verneuil, Jean-Luc Godard, Claude Chabrol, François Truffaut, Claude Sautet, Jean-Pierre Melville, Claude Lelouch, Jean-Paul Rappeneau, Georges Lautner e Gérard Oury, e alcuni registi stranieri quali Vittorio De Sica, Mauro Bolognini e Peter Brook. Molti dei suoi film sono diventati classici del cinema francese, quali Joss il professionista, Borsalino, Fino all’ultimo respiro, L’uomo di Rio, Come si distrugge la reputazione del più grande agente segreto del mondo, Quando torna l’inverno, Il bandito delle 11, Il cervello o L’asso degli assi. Dalla metà degli anni Ottanta riduce il suo impegno nel cinema e recita soprattutto a teatro.
Nel 1989 vince il César come Miglior attore per il suo ruolo in Una vita non basta.
Premi
Prix du Brigadier per Kean di Jean-Paul Sartre, Théâtre Marigny, 1987
César per Miglior Attore in Una vita non basta, 1989
Palma d’Oro onoraria
Prix Coq de la Communauté française de Belgique spécial. L’attore poi se lo dimenticò dietro le quinte al Palais des beaux-arts a Bruxelles nel 2012
Nomination
BAFTA come Miglior attore in Léon Morin, prete ai BAFTA 1963
BAFTA come Miglior attore per Il bandito delle 11 ai BAFTA 1967
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Al Margutta l’alta moda si fa con le verdure

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Un’ora di tempo per affettare, sbucciare, intessere, costruire, colorare un abito che di moda, inizialmente, non ha nulla: in occasione del progetto “Margutta Creative District” ideato da Antonio Falanga e Grazia Marino, inserito nel Calendario IN TOWN di AltaRoma, lo stilista Tiziano Guardini, giovane e talentuoso fashion designer che ama la natura e la moda, è stato il protagonista, presso Il Margutta Vegetarian Food& Art di Tina Vannini, di un live show in cui ha trasformato un abito bianco in un’opera d’arte, in un capo di alta moda.
A disposizione non c’erano cotone e macchine da cucire, neanche ago e filo, tanto meno ornamenti ricercati e tessuti preziosi. Ma qualcosa di “prezioso” c’era: frutta e verdura, legumi e ortaggi. Un tavolo pieno di pomodori, insalate, fiori di zucca, carote, peperoni, piselli e tanto altro ancora. E così lo stilista, ispirato sul momento, senza riprodurre alcun bozzetto precedentemente pensato, ha realizzato, sul vestito indossato dalla performer Peggy Sue, il primo esempio di alta moda “green”.
Un appuntamento che ha visto due mondi di “eccellenze” intrecciarsi profondamente: quello di Tiziano Guardini con quello del più antico ristorante vegetariano capitolino. L’abito, inizialmente spoglio e neutro, si è colorato così di tutte le energie e della vita della natura, tra gli applausi di tutti gli ospiti, che nel frattempo hanno potuto gustare il delizioso Green Aperitif, organizzato da Tina Vannini in collaborazione con l’Azienda Vitivinicola CIU CIU.
La mia idea è stata quello di creare un ricamo, una texture, una stampa da ricreare – sottolinea Tiziano Guardini – eleganza e teatralità per lanciare un messaggio di moda innovativo ma, speriamo, dal grande impatto ambientale“.
LA PROSSIMA MOSTRA – E’ stata inaugurata giovedì 14 luglio, alle ore 19, l’ultima mostra della stagione del Margutta VegetarianFood& Art, voluta da D-D’Arte e Profilexpo.”Alien Nation – Yatii”, che sarà visitabile per tutta l’estate fino al 15 settembre, propone le esplosive opere di YaTii e delle contaminazioni design di Flavio Tiberio Petricca.

Il Premio Troisi a Chiara Taigi, soprano da sogno

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Il Premio Troisi a Chiara Taigi, soprano da sogno

Chiara Taigi è un nome di spicco della lirica internazionale. Ci si rende conto della sua eccezionalità assistendo alle magnifiche esibizioni e ammirando i fotogrammi che ritraggono uno sguardo che si allunga otticamente oltre il confine dell’orizzonte percepito, a cercare nell’anima.

E’ ingenuo credere che un’artista sia un magnifico involucro tecnicamente perfetto che contiene una prosaicità lontana dalle scene. Lei stessa è la Bellezza che incarna, l’irraggiungibile Chimera, il mito, l’umanità dolente. Chiara, per citare il suo amato Pirandello e gli infiniti ruoli che la vita ci sollecita ad impersonare, è il solleone d’agosto e la melanconia delle notti lunari; impersona perfettamente il mito, l’archetipo del femminile che si personifica in Ecate e in Emera, dee rispettivamente della notte e del giorno, potenti entità che regolano le burrasche della vita e che coesistono in antitetica armonia.
Questa riflessione vuole tratteggiare la mia percezione di questo grande talento lirico italiano, l’aspetto tangibile di una personalità fuori dal comune che, come tutti i grandi artisti, si fa carico delle umane emozioni catalizzandole e veicolandole attraverso un ruolo “medianico”, nel senso spiritualistico del termine.
La Taigi possiede un’eleganza innata e una prossemica naturale che accoglie con naturalezza lo spettatore spaesato e il melomane più esigente, cosciente della missione che una grandissima interprete come lei deve portare a termine alla fine di ogni esibizione. E’ così che i più grandi teatri del mondo l’hanno fortemente voluta, come dal prestigiosissimo curriculum di cui riporto un breve estratto.

Nel corso della sua prestigiosa carriera internazionale, la famosa soprano romana si presenta con il vasto bagaglio della sua intensa frequentazione esecutiva, operistica e concertistica, nei più importanti teatri europei e americani sotto la direzione di famosi direttori (tra cui Abbado, Muti, Tate, Chailly, Pappano, Scimone, Pidò, Gardiner, Queler, Metha, Gergiev, Temirkanov) e a fianco di grandi colleghi cantanti.

Il suo curriculum annovera sia un repertorio di rara esecuzione come L’amor rende sagace di Cimarosa, La marescialla d’Ancre di Nini, The turn of the screwe di Britten, Il convitato di pietra di Tritto, Il domino nero di Rossi, Penthesilea di Schoeke, Il concilio dei pianeti di Albinoni, Benvenuto Cellini di Berlioz, Il Corsaro e La battaglia di Legnano di Verdi, L’Africana di Meyerbeer (alla Carnegie Hall di New York), Le Villi di Puccini, Cyrano di Tutino, Lo stesso mare di Vacchi sia opere più popolari e suoi vividi cavalli di battaglia quali Bohème, Turandot (Liù), Tosca, Andrea Chénier, Nabucco, I due Foscari, Simon Boccanegra, Ballo in maschera, Aida, Otello, Medea, Tabarro, Suor Angelica, Cavalleria rusticana, Pagliacci.
 
Possiede una particolare predilezione inoltre per il repertorio d’impronta specificatamente religiosa che ben si accorda con la sua sensibilità in cui spiccano, tra le tante composizioni, il Requiem K.626 di Mozart e la Messa da Requiem di Verdi (cantati entrambi, tra l’altro, più volte a San Pietroburgo con la direzione di Gergiev) e in altre città russe dove si è esibita anche in Simon Boccanegra (diretta da Metha) e Aida.
Ad Assisi ha cantato nella Basilica superiore di San Francesco in occasione delle manifestazioni per la visita di Papa Francesco del 2014 e a Bilbao quale Leonora ne La forza del destino. Tra altre importanti performances del 2014 l’edizione di Manon Lescaut nella produzione della Welsh National Opera diretta da Jan Latham Koenig per la regia di Mariusz Trelinski in tour in diverse città inglesi. Nel 2015 ha svolto una tournée di concerti e master class in Cina e ha partecipato ad un Gala al Bolshoi di Mosca, dove poi è nuovamente tornata per un ulteriore Requiem di Verdi, preceduto nell’estate dal debutto in Norma al Festival del Mediterraneo al Teatro greco di Siracusa, seguita da Don Giovanni (Donna Anna) al Festival di Taormina; in agosto ha cantato un concerto a Parigi con un gruppo cameristico dei Wiener Philharmoniker.
Recentemente ha tenuto una masterclass di canto a Madrid invitata dalla Casa de Cantabria. I prossimi appuntamenti la vedranno in Russia per Tosca e Aida, a San Pietroburgo per il Concerto di Capodanno e in Macbeth al Colòn di Buenos Aires. E’ attivissima nella prosecuzione del Progetto “Quando il Canto è Pace” in tutte le Cattedrali del Mondo tra cui la La Sagrada Familia di Barcellona con Musiche di Mozart ed Haydn. Nei prossimi giorni riceverà il Premio Troisi 2016 alla carriera ed è proprio per celebrare il suo ennesimo riconoscimento che abbiamo voluto dedicarle questo spazio sul nostro sito.
 
D: Gentilissima Chiara, il mio approccio alla sua arte è dettato da un approccio emozionale piuttosto che da una disamina tecnica, spettante propriamente agli esperti del settore che l’hanno definita una delle migliori voci sopranili al mondo. Credo però che la straordinarietà di un’artista come lei consista nel suscitare emozioni così forti e a colorare le sue straordinarie capacità vocali con una grande capacità empatica. E’ d’accordo?
R. Io interpreto e lo faccio col cuore. Di lì a d essere la migliore, non saprei dirle sicuramente. Lo ripeto, in tutto quello che faccio ci metto la passione più profonda, la verità ed è solo questo che, forse, ha creato una differenza.
D: Il suo repertorio vanta delle interpretazioni particolari, direi di nicchia. Crede che il futuro dell’opera lirica sia destinato a consolidare una tradizione elitaria o a contaminarsi, come in qualche caso accade?
R. La lirica è stata dall’avvento del cinema contaminata ed il pubblico è vasto, si divide tra prosa, cinema e musica lirica. Siamo tutti elitari in un certo senso: esistono cinema d’essai, chi fa solo la tragedia greca e chi fa solo il barocco. Sarà bello avere gli stessi virus che portano ad un unico denominatore: l’Arte.
D. E’ stata definita dalla stampa russa la regina della lirica, emozionante immaginarla con le sue interpretazioni straordinarie e cariche di pathos nei Palazzi imperiali di San Pietroburgo… la sua arte la porta a conseguire naturalmente un atteggiamento cosmopolita. Quali sono le pietre miliari della sua vita che la tengono ancorata alla quotidianità e le garantiscono un equilibrio, così difficile da mantenere per chiunque?
R. Le risponderò con un insegnamento dei marzialisti e, precisamente, del maestro Lee. “L’equilibrio te lo dona il sapersi adattare ed avere una mente curiosa”. Ecco tutto. Non esistono riti o feticci amuleti o dipendenze dai maestri che aiutano nella quotidianità. Se qualcuno ci abbandona a metà di un cammino, si vede che eravamo pronti a proseguire da soli. L’equilibrio quotidiano è sapersi adattare. Per quanto riguarda il mio rapporto col pubblico russo, è consolidato quasi da dieci anni e mi sente vicina al suo cuore, perché io lo sono. Pensate, ho portato Aida in Udmurtia e c’era gioia nel sentire una voce differente, una linea di canto che si differenziava nel cantabile dove c’erano delle dinamiche. Ecco: scambio di cultura e cuore. Loro hanno dato molto a me ed io ho lasciato tutta la mia energia. 
D. La tenacia e il sacrificio sono gli strumenti che hanno permesso al talento innato di raggiungere una maturità vocale e artistica come la sua, fino ad essere definita la nuova Callas nella sua interpretazione di Medea. Quali sono stati i maestri che hanno ispirato il suo percorso musicale?
R. Volevo dire che prima di me molte altre artiste, dopo la Callas che considero l’unica Medea al mondo, sono state brave ad interpretare questo ruolo scritto tutto sul passaggio di registro con note acute ed estreme nell’ottava bassa. Forse, essendo una dolce conoscenza di Renata Tebaldi che io considero davvero più di una maestra, non è passato inosservato che io potessi affrontare un ruolo così dissimile dalle tante mie Desdemona ed altri ruoli molto angelici. La Callas nuova e vecchia è sempre la stessa, viene dalla Grecia, ha gli occhi neri ardenti, ed io sono romana con gli occhi verdi speranza.
D. Chiara, la sua umiltà la rende ancora più grande. Tra qualche giorno riceverà il Premio Troisi 2016 e tutti noi siamo orgogliosi di annoverarla tra le nostre eccellenze. C’è bisogno in questo momento storico del potere taumaturgico dell’arte, siamo contenti di averla con noi e le auguriamo dei traguardi sempre più prestigiosi.
R. Ringrazio sentitamente questo premio che segue al prestigiosissimo“Lorenzo il Magnifico” consegnatomi nel mese di giugno a Firenze. La sinergia che si è creata con l’assessore alla cultura di Messina Dott.ssa Daniela Ursino, durante un concerto dedicato ai beni culturali, mi hanno permesso di incontrare il Dott. Massimiliano Cavalieri che ha voluto insignirmi di questo premio che mi rende felice.
Antonella Rizzo

Jack Savoretti, un uomo di musica e poesia all’Auditorium

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Il cantante britannico di origini italiane, fin da quando da ragazzo era interessato solo alla poesia, scriveva testi seduto sui prati inglesi e svizzeri dove ha vissuto. 

ph @Paolo Soriani
Un giorno la madre gli regalò una chitarra acustica e da allora le poesia divenne musica. Ospite all’Auditorium lo scorso 4 luglio, Jack Savoretti ha presentato il nuovo album “Written In Scars” (2015) che in Inghilterra ha riscosso grande successo. Apre il concerto romano con le prime cinque canzoni dell’album: 
Written In Scars, Back To Me, Fight‘til The End, Broken glass e Tie Me Down. Quest’ultima eseguita con grande passione e la chitarra acustica.
Le canzoni di questo album sono state scritte con la collaborazione di Samuel Dixon, australiano, songwriter e produttore di Adele e Christina Aguilera: ne è uscito un album intenso e molto apprezzato anche dal pubblico italiano.
Durante tutto il concerto Jack manifesta l’amore per il nostro paese non solo con la musica ma anche raccontandoci aneddoti personali “non tutti quando si gira il mondo sono calorosi come gli italiani, il pubblico è diverso in ogni paese, magari finito lo show un italiano ti dice “che bello complimenti” poi quando va via pensa “ammazza ho buttato i soldi…”, mi ricordo la prima volta che ho suonato in Germania, un tedesco alla fine dello show si congratula con me dichiarando però che “c’era una canzone di merda”. Sorpreso e deluso rispondo dankeschöne e me ne vado via; non sapevo quale fosse, ma lui “c’è una canzone di merda che sembra scritta in California negli anni sessanta” quando ci ho pensato aveva ragione, ma io le adoro quelle canzoni: era Proposal dall’album Before the Storm (2012).

Savoretti riesce a creare un rapporto intimo con il pubblico, coinvolgente: sembra di stare a casa e non nella Cavea dell’Auditorium, non si limita nel manifestare l’amore per le sue origini e ci dedica un classico in italiano “Ancora tu” di Battisti perché “non pensavo che avrei avuto ancora il piacere di tornare qui per lavoro, all’inizio dicevo che l’Italia è un po’ come un’amante molto bella, avrei da fare altre cose ma torno sempre qui”.
Conclude il concerto con il pubblico in piedi che canta e balla duettando con Violetta Zironi, cantante country italiana che ormai fa parte della Savoretti Experience e lo segue in tutte le date dando uno stile ancora più country alla serata.
Sara Cacciarini

Quei “momenti di trascurabile felicità” con Valerio Aprea

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Il libro Momenti di trascurabile felicità si trasforma in racconti squisitamente “alla romana” grazie all’attore Valerio Aprea, protagonista sul palco del Gasometro lo scorso 21 luglio.

Ad accompagnarlo durante lo spettacolo c’erano le splendide dita di Alessandro Chimienti, storico chitarrista della band di Alessandro Mannarino.
Come parlarvi di questo reading? Prima di tutto, se non avete mai letto Francesco Piccolo, dovreste farlo, che siate lettori famelici oppure no: il premio Strega 2014 ha infatti il dono di saper cogliere, e poi raccontare agli altri, attimi infinitesimali della vita quotidiana, aneddoti in cui tutti ci ritroviamo, pensieri che tutti abbiamo fatto almeno una volta.
Se questo da un lato rende Piccolo un grande esegeta dell’animo umano, forse rende noi umani molto più simili di quanto crediamo. Siamo legati da una fitta trama di consuetudini, reazioni, riti scaramantici, tradizioni inconsce, monotonie latenti, a cui non facciamo proprio caso.
E se tra le righe di Piccolo questo ci fa ridere quanto riflettere, dalla bocca di Aprea, un cantore a tutti gli effetti, non può che farci ridere di cuore.
Passa solo un minuto dall’inizio del reading che subito il pubblico inizia a ridere: sarà così per tutta l’ora e mezza successiva. Risa di gusto, perché le persone si riconoscono in questi cliché: dalle frasi formulari della nonna alle scale scese con frenesia dopo un bacio estivo, fino alla storia di una bottiglia, che gira mezza Roma passando di amico in amico, casa in casa.
Più di un secolo fa veniva riconosciuto a Giovanni Pascoli il merito di aver inserito la quotidianità, tanto nella forma quanto nei contenuti, nella lirica italiana dopo secoli di cristallizzazioni letterarie: Piccolo sviluppa in senso felicemente moderno questa grande rivoluzione, posando una lente di ingrandimento su quelle piccole cose che ci rendono felici, che ci accomunano anche se non ce lo diciamo, che ci legano con un filo invisibile. E in questa dolce prigionia, il filo vibra e ci fa suonare allegri come tanti campanelli congiunti quando Aprea ci parla a modo suo, confermandosi un interprete magistrale, che riesce a intrattenere senza sosta, senza noia, e senza incertezza.
L’accompagnamento musicale supporta il one man show regalando un piacevole valore aggiunto ad una fresca serata estiva all’insegna dell’intrattenimento con la “I” maiuscola, come è difficile trovarne di questi tempi. A fine spettacolo ognuno va per la sua strada, il filo sembra sparire. Ma dentro abbiamo la consapevolezza che quelle parole così familiari hanno unito noi sconosciuti per alcuni momenti. Momenti di trascurabile felicità, che fanno la differenza.
 
Alessia Pizzi
 
Foto di Letizia Costanzi

Tanaquilla, la nobile etrusca che fu regina di Roma

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Il FESTIVAL INTERNAZIONALE DEL TEATRO ROMANO DI VOLTERRA e ARS MILLENNIA PRODUCTION presentano TANAQUILLA, La nobile Etrusca che fu regina di Roma, di e con Isabel Russinova.

Regia Rodolfo Martinelli Carraresi
Scene e Costumi Wilma Lo Gatto
Light/designer R.M.C.
Musiche Antonio Nasca
15 LUGLIO 2016
21,30
TEATRO ROMANO
Piazza Caduti nei Lager Nazisti (Volterra)
Nell’ambito della nuova edizione del prestigioso Festival Internazionale del Teatro Romano di Volterra, il 15 Luglio alle ore 21,30 andrà in scena TANAQUILLA, di e con Isabel Russinova. Per la prima volta da “Il ratto di Lucrezia” di Shakespeare, un’opera teatrale ha come protagonista un’eroina etrusca all’interno di un teatro romano nella città etrusca per antonomasia.
Tanaquilla è stata la moglie di Lucumone il greco, meglio conosciuto come Tarquinio Prisco, che diventò il quinto re di Roma, così come lei aveva voluto e predetto. Etrusca di nobile discendenza, appartenente ad una famiglia aristocratica di Tarquinia, Tanaquilla è tra le figure femminili più influenti nella storia politica romana. Sapeva leggere i segni, governare il destino, era bella, colta ed ambiziosa. Visse all’ombra del marito, ma i suoi consigli e le sue azioni decretarono la fortuna della Città Eterna. Il popolo acclamò Tarquinio Prisco e sotto il suo regno Roma crebbe, diventò una città piena di vita, vennero celebrati giochi. Cominciò così l’ascesa dei Tarquini e Tanaquilla trasformò in realtà il suo sogno: un regno raffinato come Tarquinia, illuminato come Corinto e spietato come Roma.
con il Patrocinio
Accademia Tiberina
Museo Nazionale Etrusco di Villa Giulia
MACT – Med Academy Cultur Trade and Turism
Info e Prenotazioni
058 886150
info@provolterra.it
info@teatroromanovolterra.it
Ufficio Stampa
Alma Daddario & Nicoletta Chiorri
347 2101290 – 338 4030991 segreteria@eventsandevents.it www.eventsandevents.it

“Il cielo che ci cade sulla testa”: verità e leggende sugli asteroidi

“Il cielo che ci cade sulla testa”: verità e leggende sugli asteroidi

Ci vediamo domani? Sempre che il cielo non ci cada sulla testa”, questa è la frase che gli irriducibili Galli dicevano salutandosi nel fumetto Asterix di René Goscinny.

Il cielo che ci cade sulla testa” è anche il libro appena uscito, scritto da Ettore Perozzi, astrofisico, divulgatore scientifico e responsabile per Deimos Space delle operazioni del NEO (Near Earth Object), Coordination Centre dell’Agenzia Spaziale Europea presso l’ESRIN di Frascati.
Nel libro si parla di asteroidi, comete, degli impatti più “celebri”, di leggende e miti da sfatare. Abbiamo incontrato l’autore in un piccolo cafè pasticceria, dallo stile un po’ francese, di uno dei quartieri più deliziosi di Roma, Città Giardino.
La prima domanda è molto classica, ma sempre attuale e ci serve per fare chiarezza in questo universo di oggetti liberi nello spazio:
Qual è la differenza tra meteoriti, asteroidi e comete? Un meteorite è ciò che rimane di un piccolo asteroide quando arriva sulla terra dopo essersi in parte bruciato entrando in contatto con l’atmosfera. Se l’asteroide non è tanto grande, dell’ordine di qualche metro, viene chiamato meteoroide: darà luogo alla caduta di meteoriti a seconda dalla sua grandezza, composizione chimica e struttura interna. Una cometa invece è un corpo celeste composto da ghiaccio che sciogliendosi disperde nello spazio una nube di gas e polveri che producono un effetto “coda” luminoso.
il cielo che ci cade sulla testa
Dove e come si formano gli asteroidi?
Gli asteroidi si trovano quasi tutti tra Marte e Giove, sono concentrati in quella zona perché proprio lì doveva nascere un pianeta. All’inizio si pensava fossero i resti di un pianeta esploso, poi si è capito che il processo di formazione planetaria avviene per aggregazione di una miriade di piccoli corpi celesti, come tanti mattoncini del Lego che, incontrandosi a basse velocità, si riescono ad unire. Nel nostro caso Giove, con la sua grande massa ha innalzato le velocità relative dei corpi che, invece di assemblarsi, si sono scontrati e frantumati in pezzi di diverse dimensioni: gli asteroidi. Alcuni di questi frammenti, dopo una lunga evoluzione dinamica giungono poi in vicinanza della Terra.
 
Con quale frequenza cadono sulla terra?
Quelli che possono determinare dei cambiamenti climatici su larga scala, definiti Dinosaurus killer, hanno dimensioni maggiori di 1 km, sono circa un migliaio e potrebbero cadere sulla terra con una frequenza dell’ordine delle decine o centinaia di milioni di anni. Questi tempi diminuiscono con le dimensioni e quindi con il potenziale danno; anche se la terra è composta da 2/3 acqua e delle terre emerse solo il 15% è abitato è meglio comunque tenerli sotto controllo.
Quali sono i pericoli per la Terra? 
Tre cose sono pericolose per la nostra civiltà che ormai possiamo considerare “spaziale”: i detriti, l’attività solare e gli asteroidi.
I detriti spaziali sono i residui orbitanti di cinquant’anni di attività umane nello spazio e potrebbero entrare in collisione con satelliti operativi oppure cadere sulla Terra; sia l’ASI (Agenzia Spaziale Italiana) che l’ESA (Agenzia Spaziale Europea) studiano come monitorare i detriti, e come agire in caso di collisione per proteggere le infrastrutture spaziali.
Il secondo pericolo proviene dal Sole: nel 1878 quello che è chiamato “Evento Cunningham”, dimostrò che una attività solare anomala può provocare delle intense tempeste magnetiche sul nostro pianeta con conseguente sovraccarico delle linee elettriche; a quel tempo i telegrafisti furono colpiti da scosse elettriche e vi furono aurore boreali in regioni anche molto lontane dai poli. Se succedesse adesso salterebbero tutti i satelliti, le centrali elettriche, ci sarebbe un black out totale.
Infine gli asteroidi, sono sì una minaccia, ma in linea di principio prevedibile;
lo scopo dei programmi di monitoraggio è infatti riuscire a prevedere una eventuale collisione con largo anticipo in modo da tentare di deflettere la traiettoria dell’asteroide. Per questo ogni volta che si scopre un asteroide, si calcola la sua traiettoria per circa cento anni nel futuro per valutare il rischio di possibili impatti con la Terra.
Attualmente si scoprono più di cento nuovi NEO al mese, di cui esiste un catalogo on-line; per evitare eventuali “cospirazionisti” le informazioni sul rischio asteroidale sono pubbliche; possono essere consultate ad esempio sul sito dell’Agenzia Spaziale Europea all’indirizzo http://.neo.ssa.esa.it
I meteoriti hanno un valore economico?
Dato che seppure in piccola percentuale sono composti anche da metalli preziosi, alcune società private americane stanno pensando a aprire delle “miniere nello spazio” ma il costo per estrarre i metalli è ancora troppo alto.
Sembra molto più interessante e utile estrarre l’acqua intrappolata negli asteroidi come risorsa da poter utilizzare per ottenere il carburante necessario alla propulsione spaziale.
Lei è già al quinto libro di divulgazione scientifica: cosa l’ha portata a scrivere in particolare di questo argomento?
Innanzitutto volevo raccontare quello che ho fatto negli ultimi 10 anni della mia vita e poi volevo fare un esperimento di scrittura e la casa editrice Il Mulino è stata molto disponibile nell’accoglierlo.
Oggi con internet il libro diventa una delle tante fonti a cui attingere e anche sempre meno utilizzata: ho quindi pensato al libro come a un portale, una fonte autoritativa in grado di catturare l’attenzione del lettore per guidarlo nell’approfondimento in rete. 
Inoltre chi si occupa di asteroidi “pericolosi” non può prescindere dalla comunicazione diretta con il pubblico per evitare ogni “catastrofismo” ingiustificato: nel libro si racconta come sia l’Agenzia Spaziale Europea che la NASA lavorano con successo da anni per proteggerci dai rischi di origine cosmica.
Gli asteroidi hanno dei nomi, e lei ne ha uno dedicato?
Sì, nel libro è spiegato come si attribuisce il nome partendo da una “targa” provvisoria fino alla proposta definitiva da parte di chi l’ha scoperto. Non essendo un “osservativo” gentilmente un astronomo mi me ne ha dedicato uno, che si chiama Perozzi ed è l’asteroide n. 10027. 
 
Sara Cacciarini

Grezzo Raw Chocolate: l’evoluzione del gusto nel gelato crudista

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Da un’intuizione di Nicola Salvi e Vito Cortese nasce il gelato che mette d’accordo il palato di vegani, celiaci, crudisti e intolleranti al lattosio

 

Ai gourmet più smaliziati ogni volta che si parla di cibi per celiaci sfugge sempre una smorfia, una sorta di compatimento per il gusto frequentemente negato da questi cibi, con i vegani poi sono addirittura in conflitto ideologico. Al di là di tutto la coppia che ha inventato il gelato crudista, avrà per sempre il grosso merito di aver regalato momenti di puro piacere da condividere insieme, superando le barriere di costrizioni e diverse filosofie alimentari. Non parliamo dell’ennesima trovata “gastrofighetta” ma di una prova di eccellenza esclusiva della cucina italiana, che attraverso Nicola Salvi e Vito Cortese ha partorito un’autentica rivoluzione.

La grande novità del gelato crudista ruota intorno agli ingredienti e al modo in cui vengono impiegati. Al posto del latte animale si utilizza quello di mandorla che viene prodotto autonomamente ogni giorno, direttamente dal frutto attraverso la macinatura a pietra senza processo di pastorizzazione, preservando al massimo le caratteristiche organolettiche oltre che l’integrità del gusto. La cremosità è assicurata dagli anacardi mentre per dolcificare si usa lo zucchero di cocco, più basso come indice glicemico e nettamente più salutare di quello bianco. Pochi gusti ma da materia prima di altissima qualità, tutti rigorosamente da produzioni biologiche, come la frutta, le nocciole del viterbese, il pistacchio siciliano e le mandorle, oltre al cioccolato proveniente da selezioni di Ecuador e Perù.


Gli ingredienti in fase di produzione e di elaborazione, non subiscono alcun tipo di tostature e cotture rimanendo “crudi” e quanto più possibile aderenti all’idea di prodotto naturale, concetto che qui si affranca nettamente dal marketing per affermarsi in tutto il suo valore. Attraverso il gusto liberato dagli stereotipi dei trattamenti abituali, è possibile esplorare percorsi gustativi diversi da quelli propri dei prodotti tradizionali. Delicato e privo di esuberanza zuccherina, il gelato mette in condizione il palato di decodificare negli ingredienti sfumature nuove e inaspettate, catturandone l’essenza e concedendo alla dolcezza solo la misura sufficiente a garantire una gradevole sensazione di pulizia e persistenza. Un gelato sano per chiunque, che estende i suoi criteri innovativi anche alla pasticceria reinterpretata in chiave crudista, compresa la linea di cioccolateria con le praline semplicemente uniche nel loro genere.

Anche il mondo scientifico ne riconosce le qualità attraverso il Professor Nemi nutrizionista del Policlinico Gemelli, che sottolinea l’assoluto valore nutritivo degli ingredienti impiegati e di come il procedimento produttivo a basso impatto ne preservi l’apporto benefico per l’organismo. Il fenomeno Grezzo Raw Chocolate non è sfuggito nemmeno alle guide gastronomiche col Gambero Rosso e Il Golosario che l’hanno già premiato, ma anche nel pubblico l’attenzione che si manifesta è via via crescente e si allarga a tutto tondo sull’intera alimentazione crudista. Lo Chef Vito Cortese è un assoluto riferimento di questa ricerca gastronomica che sostiene da sempre insieme a Nicola Salvi, tanto che parte della loro attività è dedicata ai corsi attraverso i quali è possibile apprendere sul piano pratico le tecniche della cucina crudista. Un impegno a tutto campo quello dei due imprenditori, che nel futuro prevedono un sicuro ampliamento dei punti vendita attraverso la duplicazione dell’esperienza ed il controllo estremo della qualità. Concetto che supera ampiamente quello di gelato artigianale, che troppo spesso a qualche anno dall’apertura del primo punto vendita, si ritrova in produzione industriale nelle catene della grande distribuzione mondiale.
Bruno Fulco

La furia degli Slayer travolge il Rock in Roma 2016

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Il 12 luglio l’Ippodromo delle Capannelle si tinge di rosso per accogliere una delle band più feroci del panorama metal internazionale, affiancati dagli svedesi Amon Amarth.

Tom Araya, frontman degli Slayer.
Può il caldo cocente fermare un’orda di metallari che si prepara a uno dei concerti più attesi dell’estate romana? La risposta è ovviamente no e diverse ore prima dall’apertura dei cancelli sono già più di un centinaio di fan a presentarsi. Spalancate le porte è il momento di liberare un fiume di birra e le chitarre elettriche. Ad introdurre gli Amon Amarth sono i The Shrine, band hard rock californiana, infiammando il pubblico che continua ad aumentare davanti al Black Stage.
The Shrine.
Giunge quindi il momento dei “vichinghi” del metal. Sul palco si ergono due possenti teste di drago dagli occhi rosso fuoco, le transenne trattengono a stento i fan super eccitati mentre entrano in scena i cinque guerrieri armati di chitarre. Ha inizio così un concerto dai toni epici con la doppia cassa martellante che accompagna il groul del cantante Johan Hegg. 
Johan Hegg, cantante degli Amon Amarth.
La scenografia è veramente uno spettacolo, lo sfondo ricorda un mare in tempesta e Hegg sale su uno dei draghi incitando il pubblico. Si continua con assoli di fuoco e headbang fino a che il cantante non sfodera un corno pieno di birra, che teneva nella fondina in cinta, e brinda con il pubblico perché “la birra è compagna dell’uomo”, citando un detto svedese.
Amon Amarth.
Giusto il tempo per riprendersi dagli Amon Amarth e la scenografia diventa più oscura e il volto di Cristo insanguinato, copertina dell’undicesimo album degli Slayer, troneggia alle spalle della batteria, contornato da demoni caprini. È proprio l’uscita di “Repentless” lo scorso settembre, che ha dato il via al world tour portando la band anche al festival capitolino. La particolarità di quest’ultimo album è la mancanza del chitarrista Jeff Hanneman, scomparso prematuramente nel 2013. I signori del thrash metal non hanno però gettato la spugna accogliendo in formazione Gary Holt, ex Exodus.
Gary Holt.
Il concerto non è ancora iniziato e già la gente inizia ad agitarsi e a pogare ferocemente. Appena entrati i musicisti in scena iniziano letteralmente a piovere persone nel sotto palco, lanciate dalla folla in delirio. Si inizia subito con la title track dell’ultimo disco e Tom Araya manda il pubblico in visibilio solamente sporgendosi dal palco. Lo spettacolo sono proprio i fan!
La folla in delirio che spinge contro le transenne.
Gli assoli furiosi e inquietanti di Kerry King si fondono al ritmo incessante della batteria di Paul Bostaph per un’atmosfera infernale. L’aggressività del canto di Araya ha un che di sovrannaturale e rispecchia la leggenda di un gruppo che non ha mai cambiato genere e ha sempre portato alta la bandiera del Thrash.
Kerry King durante uno dei suoi famosi assoli.
Nel bis il gruppo esegue brani storici come “Raining Blood” e “Black Magic”, per concludere con “Angel of Death”, tratto da “Reign in Blood”, dedicato al chitarrista Jeff Hanneman.
Panoramica del Black Stage con gli Slayer.
È stata una serata alquanto movimentata al Rock in Roma 2016, fatta di energia, pogo selvaggio e quella musica metal che tanto ci piace e mai passerà di moda. L’appuntamento è al prossimo concerto.
Foto: Gianclaudio Celia
 
Gianclaudio Celia
@Gian_Celia

Piccole Italiane: e se la guerra ci toglie anche i giocattoli?

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Quest’anno il Gasometro di Roma si arricchisce di un spazio per gli amanti del teatro, della musica e del cinema. 

Tutto il cast durante il reading
La programmazione è ricca di film cult ma anche di novità interessanti. Nello specifico, lo scorso 11 luglio, un gruppo di ragazzi con un bagaglio pieno di sogni ha presentato la sceneggiatura di quello che presto diventerà un interessante cortometraggio. Sul palco si è svolto un reading di alcune scene del corto e un’intervista alla regista Letizia Lamartire.
“Piccole italiane”, titolo del cortometraggio, è un progetto del Centro Sperimentale di Cinematografia che vede protagonista Italia, una bambina che vive negli ultimi anni del fascismo e che, con un aneddoto interessante, ci mostra un lato importante della guerra e del partito fascista che controllava tutta l’Italia. Italia, interpretata da Victoria, una giovanissima attrice di soli 8 anni, è sconvolta per l’editto Ricci. Questo prevedeva la chiusura di tutte le fabbriche di giocattoli per sostituirle con fabbriche di armi. Italia, si reca con la mamma Dina proprio dal ministro Ricci a chiedere scusa per aver offeso il partito, avendo affermato che questa legge era ingiusta nel bel mezzo di una recita scolastica. Durante il colloquio si scoprirà che il regime sta per crollare con l’arresto di Mussolini. Italia sarà invitata dal ministro a prendere quindi un giocattolo, ma alla fine la bambina rifiuterà, sentendosi in colpa per il suo piccolo gesto di insolenza, col quale crede di aver causato la fine del Duce.

Letizia Lamartire e Alessia Pizzi durante l’intervista

CulturaMente è salito sul palco insieme alla regista, intervistata dalla collega Alessia Pizzi: abbiamo parlato del ruolo delle donne durante il fascismo e della cosiddetta “cultura dello stupro” che ancora oggi sembra perseguitarci, abbiamo analizzato l’importanza della comunicazione, soffermandoci sulla pressante propaganda fascista e sul senso di iper responsabilità trasmesso anche ai bambini con i media e l’istruzione, fino a toccare tutti gli aspetti intrinsechi del cortometraggio.
Letizia ci spiega, durante l’intervista, che il vero scopo di questa storia è raccontare due realtà personali: come una bambina vede con la sua ingenuità la guerra e come una persona adulta è consapevole del momento storico in cui si trova. La vera sotto-storia, quindi, è il rapporto tra Dina e Italia che insieme affrontano momenti difficili, ognuna con il proprio carattere. Il mio stupore, insieme a quello di tutto il pubblico, è dato dalla bravura della bambina che interpreta Italia, che, grazie anche alla guida della regista Letizia, ha fatto sì che la protagonista fosse realistica e vera.

Grafica di Viola D’Ettore

Quando è stato chiesto se oggi si percepisce nei ragazzi una tendenza inversa a quelli del regime, caricati di informazioni, aspettative e un forte senso di responsabilità per il futuro, la regista ha risposto affermando che il lavoro con Victoria è l’esempio della responsabilità dei giovanissimi del presente. La fiducia tra lei e Letizia è alla base di tutto, e le permette di entrare e uscire dal personaggio con immensa facilità. “A questi ragazzi bisogna dare fiducia”: ecco che qui torna la sotto-storia del corto. Dina è impaurita dal carattere irrequieto della figlia, che, ancora piccola, non riesce a capire le gravi conseguenze del suo gesto. Invece è proprio Italia che prende la situazione in mano e non si ferma davanti a nessuno pur di non rinunciare alle sue idee, nemmeno davanti al Duce in persona. “Io credo che gli stimoli per crescere dei futuri adulti consapevoli ci siano” – prosegue Letizia –  ma sta a noi concedergli la stessa fiducia che loro concedono a noi, appoggiando le nostre idee, un po’ come fa Victoria quando lavora con me. 

Sono moltissimi gli spunti di riflessione e la voglia di vedere questo cortometraggio che, oltre a essere appoggiato economicamente dalla scuola romana, sarà anche finanziato dal crowdfunding. E chi vorrà aiutarli a realizzare questo progetto, donando anche solo 5 euro, verrà inserito a fine corto nei titoli di coda. Le riprese inizieranno tra due settimane e l’emozione è veramente tanta, ma questo non spaventa il cast, che è pronto a girare con molta emozione. Le poche scene che sono state lette lo scorso 11 luglio, promettono un lavoro interessante e stimolante. 
Regista: Letizia Lamartire 
Produttrice: Sara D’Ettore 
Sceneggiatori: Anna Zagaglia e Giuseppe Brigante 
Cast in scena: Victoria Silvestro, Francesca Ziggiotti, Matteo Piccinini, Fabrizio Colica, Margherita Tiesi
Elena Lazzari

Foto di Gianclaudio Celia

Bolero, una musica mondiale multigenerazionale

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“Se tutti gli uomini sono uguali, alcuni sono più uguali degli altri”

Titolo originale: Les uns et les autres
Regista: Claude Lelouch
Sceneggiatura: Claude Lelouch
Cast Principale: Robert Hossein, Nicole Garcia, James Caan, Geraldine Chaplin, Daniel Olbrychski, Evelyne Bouix, Jorge Donn
Nazione: Francia
Anno: 1981
Il mondo è piccolo” cita un celebre proverbio. Ogni tanto ci si può fermare a pensare quanto ciò sia vero. Ogni paese, in effetti, ha la sua cultura, le sue vicende. Ci sono, però, momenti, orribili e stupendi, che uniscono tutti, facendo sembrare le distanze e il tempo una mera definizione linguistica. Momenti che fanno incontrare, che fanno nascere o morire, da cui può iniziare qualcosa o, meglio, incrociare e influenzare il destino di altri. Tutto però ha un suo fine, un suo perché. E’ su questo spirito che si muove Bolero del regista francese premio Oscar Claude Lelouch.
La storia parte nel 1936 in Russia, quando la ballerina Tatiana, scartata per rappresentare il celebre balletto di Ravel, incontra Boris, l’uomo che diverrà suo marito. Ci si sposta improvvisamente nel 1937 alle ‘Folies Bergeres‘ di Parigi dove Anne, una violinista, incontra e sposa il pianista Simon. Nel 1938, nella Germania nazista, il giovane pianista Karl esegue un concerto a cui assiste anche Hitler, il quale entusiasta si complimenta. Siamo poi nel 1939, in un concerto a New York, dove il jazzista Jack Glenn dedica un brano a sua figlia Sara appena nata in diretta alla radio. Giunge poi la notizia dello scoppio della guerra. E’ qui che le storie iniziano ad intrecciarsi. Quattro famiglie (una russa, una francese, una tedesca e una americana) vivranno parallelamente grandi momenti della Storia facendo un continuo passaggio come una staffetta, fino agli albori degli anni ’80. Vedranno i campi di sterminio, la liberazione, lo sbarco in Normandia e la guerra d’Algeria. Vedranno anche una società che cambia, con coraggiosi che si arrendono, riscatti morali e incapacità di reagire. Persone che non perderanno mai la speranza, alcune egoiste o troppo fiduciose, fino a giungere a quelle che capiranno che non è mai troppo tardi per scoprire chi si è veramente. Comune a tutti è la musica, studiata e vissuta in modo diverso: il balletto in Russia, la musica classica in Germania, quella da cabaret in Francia e il jazz negli USA. E sarà proprio la musica che unirà i protagonisti e tutti coloro che li hanno accompagnati.

Un film che segue perfettamente lo stile del regista francese, che mischia vari generi cinematografici. Qui infatti troviamo un film storico, mischiato ad un film sociale e ad uno musicale. Tutti hanno una loro storia o un motivo per essere ripresi: male che andrà, ci presenteranno qualcuno che poi parteciperà al finale. La gestione della regia e delle sceneggiatura in mano ad un’unica persona aiutano nel raggiungimento di tale obiettivo.
Oltre all’intramontabile trovata degli attori che interpretano sia i genitori che i figli (un po’ dispersivo all’inizio), Lelouch prende spunto, per alcuni personaggi e protagonisti, da alcune personalità realmente esistite (all’epoca ancora in vita) romanzandole un po’. Ogni paese ne ha almeno uno. Impossibile non vedere nella fuga all’aeroporto di Sergei, figlio di Tatiana e Boris, un omaggio a Rudolf Nureyev; nella figura di Jack Glenn un omaggio a Glenn Miller e a Liza Minnelli in quello di Sara (alcuni l’associano a Judy Garland, ma il fatto che il personaggio sia ‘figlia d’arte’ fa optare più per la Minnelli). Anche il direttore Karl rende omaggio ad un grande tedesco del suo tempo, cioè Herbert Von Karajan: si capisce soprattutto per la polemica con il nazismo. In Francia, più che i protagonisti, la ballerina di colore è un chiaro omaggio a Josephine Baker, celebre stella delle Folies.

In questo turbinio di personaggi che nascono e tramontano, che possono raggrupparsi nella categoria ‘uni’ (quasi diminutivo di ‘unici’), ci sono le vite comuni, cioè ‘gli altri‘: non per niente il titolo originale è “Les uns et les autres“, quindi “Gli uni e gli altri“. Rappresentanti di questa categoria si trovano in Francia e sono Anne ed Edith. La prima, con la sua storia, le sue esperienze, i suoi traumi e speranze, rappresenta quella generazione che ha visto la guerra, che negli anni ’80  ne ha viste ormai troppe, stanca ma mai arresa. Edith, invece, è la generazione nata alla fine della guerra, che si deve arrangiare, sola, in cerca di un suo ruolo e di un riscatto sociale, nonché di qualcuno di cui fidarsi.

Nicole Garcia interpreta la francese Anne (foto rarefilm.net)

Punto di riferimento per tanti, e poi tutti, è Parigi. Una città triste, viva, malinconica, illuminata, che accoglie e non perdona, che canta ed esilia, dove si torna per ricordare e si va in cerca di fortuna. Una Parigi che per l’arte avrà sempre spazio, dove la musica troverà sempre ispirazione, dove tutti vanno a cercare un pezzo del loro destino.

3 buoni motivi per vedere il film:

– E’ adatto per iniziare a conoscere un regista particolare come Claude Lelouch
– Il montaggio è gestito in maniera impeccabile: tutto ha un perché, anche il dettaglio
– Il finale: coreografico, musicale, commovente e preciso

Quando vedere il film?

Non è un film da tutti i giorni, né per chi vuole passare il tempo. Merita tempo, attenzione e una buona dose di spirito critico. Tardo pomeriggio di un giorno che non si lavora, a patto di vederlo tutto di un fiato.

Francesco Fario

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“Leggermente Classica”, la musica d’autore trionfa a Roma

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Musica classica e musica leggera d’autore sono da sempre visti come due mondi paralleli destinati a non incontrarsi mai. 

Eppure grazie all’incontro tra Gian Marco Ciampa, giovane astro nascente della chitarra classica italiana e già vincitore di numerosi concorsi internazionali e Margherita Vicario, attrice e cantautrice di riferimento della nuova generazione, è nato uno spettacolo sorprendente, un trait d’union di questi due linguaggi musicali apparentemente inconciliabili.

Da Bach a Ella Fitzgerald, da Daniele Silvestri a Francisco Tarrega; “Leggermente Classica” è un viaggio alternativo attraverso arrangiamenti ed elaborazioni in chiave classica di celebri canzoni della musica d’autore italiana e non solo. É l’incontro tra il mondo “Classico” di Ciampa abitato da Joaquin Rodrigo, Roland Dyens e Antonio Vivaldi e quello Pop e “Leggero” della Vicario, con le sue canzoni, e i suoi riferimenti e passioni, da Beatles a Lucio Battisti.
Dopo il debutto con uno straordinario sold-out all’Auditorium Parco della Musica di Roma il 20 febbraio scorso (ospiti Roberto Angelini, lo Steam Quartet e l’Ensemble Vocale Tibi Ero Omnia)
si riproporrà lo spettacolo ingrandito e arricchito all’interno della stagione dei Concerti nel Parco, da 25 anni una delle più suggestive location dell’Estate Romana.
Questa volta insieme a Vicario e Ciampa, sul palco ci sarà l’ Orchestra Sinfonica Giovanile di Roma – 52 elementi, diretta dal Maestro Vincenzo di Benedetto – che attraverserà insieme ai protagonisti i diversi repertori e racconterà le derivazioni, i legami e i punti di contatto che esistono tra questi due approcci e mondi musicali.

Sarà inoltre presente sul palco il 14 luglio ore 21 anche un ospite d’eccezione: Wrongonyou. E’ lo pseudonimo di Marco Zitelli, giovane musicista romano, classe 1990. Artista eclettico, emozionante, completo. Capace di portarti in un genere tutto suo che nasce dall’unione di Folk, elettronica, acustica, soul, ambient … un universo a parte, e tutto da scoprire.