Liquorificio d’Abruzzo: la tradizione del bere responsabile

Nato per gioco, quattro ragazzi hanno trasformato la passione per l’infusione in un’attività  che tiene vivo il patrimonio di ricette della cultura rurale

E’ proprio la passione la spinta iniziale ed è facile capirlo parlando con Guido Collacciani uno dei soci, che racconta gli albori di quest’avventura nata a Ovindoli e divenuta realtà. Gli inizi avvengono tra le mura domestiche quando scoprono il piacere comune di fare gli infusi, ma più che altro il gradimento di quanti hanno la fortuna di assaggiarli. Aggiungendo alla formula la passione smisurata per la loro terra e la voglia di valorizzarla, decidono allora di provare a fare le cose sul serio. Chiedono quindi di accedere ai fondi europei tramite la regione, ma come spesso accade, la facilità con cui queste risorse vengono elargite per progetti discutibili, viene bilanciata dalle burocrazie inesauribili che ostacolano quelli validi. Di fatto per un vizio di forma tra i mille cavilli nelle carte da presentare il finanziamento viene negato. Sono allora gli amici a tenere a battesimo il Liquorificio d’Abruzzo, chi concedendo i locali in affitto a canoni simbolici chi partecipando materialmente ai lavori di pulizia e sistemazione, ed è così che la storia può avere realmente inizio. Artigianale è la parola d’ordine, che si traduce nell’uso di materie prime provenienti interamente da coltivazioni biologiche, senza aggiunta alcuna di aromi, coloranti e addensanti. Viene utilizzata l’acqua di fonte ed ogni ingrediente viene reperito localmente o in zone limitrofe all’Azienda, compreso il latte a “Km 0” necessario per il liquore alla cioccolata. 
 
Tra i liquori proposti un classico Abruzzese è senz’altro la Genziana, ottenuta per infusione dalla pregiata radice selvatica e con cui viene realizzata anche una versione in barrique, oltre che una grappa da infusione a freddo in acquavite di qualità fornita dall’Azienda Bonollo. La genziana è una pianta protetta e per salvaguardarne la presenza sul territorio, il Liquorificio d’Abruzzo ha sviluppato un progetto volto alla riproduzione di 10.000 piante in collaborazione con l’Ente Parco Sirente Velino, l’Università dell’Aquila e il Corpo Forestale dello Stato. La Ratafìa, nome derivato dalla parola “ratifica”, è invece il liquore che tradizionalmente usava offrire il notaio alla chiusura di un atto. Per la Ratafìa di visciole insieme al frutto viene utilizzato il Montepulciano d’Abruzzo, anch’esso rigorosamente biologico così come il Trebbiano, l’altro vino impiegato da base per gli altri infusi, coltivato direttamente da uno dei soci e da loro stessi vendemmiato.
Tra i liquori disponibili anche quello alla Santoreggia, raccolta al di sopra dei 1000 metri di altezza in maniera manuale, cosi come avviene anche per il resto delle essenze utilizzate. L’unico ingrediente di provenienza non locale è la liquirizia, che arriva dalla Calabria ma solamente perché nella regione non sono presenti coltivazioni certificate come biologiche. Nel loro complesso i liquori presentano una delicatezza che li rende gradevoli anche ai palati più gentili. Assente il graffio dell’alcol che integrato e in equilibrio lascia il proscenio ai singoli sapori. La produzione annuale contenuta nelle circa 15000 bottiglie definisce la realtà artigianale dell’azienda, che ben lontana dai numeri industriali cerca nell’estrema qualità la propria dimensione. I liquori, disponibili nelle enoteche e nelle rivendite enogastronomiche di riferimento per i gourmand, possono anche essere acquistati direttamente dal sito. La clientela di riferimento è quella del bere responsabile, cioè di chi considera il liquore un fine pasto da consumare con parsimonia, ricercando la pienezza gustativa senza scadere nell’abuso.

Bruno Fulco

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