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The Night Of 1×02/1×03, la realtà non è come appare

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The Night Of 1×02/1×03, la realtà non è come appare

E’ piuttosto inusuale per una serie, a maggiore ragione se questa essendo una miniserie ha poche puntate a disposizione, di introdurre il suo vero protagonista così tardi nel gioco complessivo della narrazione. Un esempio supremo è The West Wing, che per quanto estremamente corale aveva come protagonista il presidente Josiah Bartlet, la cui entrata in scena arrivò solo alla fine del pilot.

The Night of ripropone in maniera simile il medesimo schema, e così le puntate 2 e 3 sono il palco ideale per mostrarci il vero mattatore della vicenda: l’avvocato John Stone, interpretato con una empatia incredibilmente umana da John Turturro.

John Stone è il classico avvocato sfortunato e poco magnetico, quello che lavora in proprio e spesso è chiamato come legale d’ufficio, si barcamena tra casi piccoli e pessimi e mette terribili annunci in giro. Non che non sia bravo, semplicemente non è colui che, appena lo vedi, ti fa pensare che sia in grado di “convincere la giuria”. Qui finisce in un caso ovviamente molto più grande di lui, come gli ricordano in parecchi, ma la sua scelta non è mossa dall’ovvia ambizione, che comunque è presente e gli potrebbe portare notorietà a prescindere dall’esito del caso, ma dalla sua umana vicinanza a Naz. Insomma, abbiamo due protagonisti tristi, sfortunati, soli, in un certo senso quasi reietti dalla società esterna, che devono farsi forza a vicenda. Turturro e gli sceneggiatori aiutano tantissimo a caratterizzare il personaggio – per dire, un banalissimo e ricorrente eczema è già una cifra distintiva – e renderlo immediatamente simpatico per il suo senso di profonda empatia.

Turturro e il suo John Stone dominano talmente tanto la scena che, in un certo senso, The NIght of in questi episodi decide di sdoppiarsi e raccontare due storie, e due analisi critiche sociali, unite da un filo conduttore fondamentale ma comunque separate: da un lato rimane ritratto del percorso giudiziario di un sospettato, un purissimo legal drama che ci mostra i meandri dell’indagine della polizia e la costruzione del caso davanti a giudice e giuria, in cui la per quanto reale verità non conta più ma conta presentare una versione credibile e commovente; dall’altro arriva il dramma di stampo carcerario, in cui la vita di un detenuto scorre tra spiacevoli situazioni, brutte amicizie e costrizioni di ogni sorta.

Stone e Naz diventano ognuno protagonisti del proprio racconto, e ciò permette alla miniserie di allargare ancora di più i propri orizzonti introducendo tanti personaggi e tanti temi da toccare con attenzione (su tutti come un caso di omicidio diventi una recita in cui agiscono accusati, polizia, avvocati, familiari e specialmente i media, mettendo da parte la vittima, una recita in cui conta apparire e non essere). Ciò che piacevolmente stupisce è l’incredibile dose di realismo della serie, e lo scioccante potere di immedesimazione verso lo spettatore, senza che ciò comprometta la costruzione di una narrazione efficientemente calibrata e la presenza di una cerca ironia nera di fondo. E soprattutto, ancora un dubbio fortissimo: tutti gli indizi puntano contro Naz, tutte le nostre sensazioni umane puntano a scagionarlo. Questa è grande televisione.

 

Emanuele D’Aniello

Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali, Tim Burton ci riprova

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Un viaggio fantastico e dark, un quasi ritorno all’estetica Burtoniana.

Tim Burton è un mago dell’eccentrico. I suoi film permettono al pubblico di entrare in mondi fantastici in cui niente è impossibile e tutto è magico e dark. Pensiamo ad Edward Mani di Forbice, che rimane nel cuore di molti burtoniani, o ai capolavori in stop-motion come La Sposa Cadavere. Anche se negli ultimi anni ha abbandonato la sua solita verve per passare a lavori più “lineari”, il regista di Burbank prova a immergersi ancora una volta in quel mondo che tanti amiamo con Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali, il nuovo lungometraggio in uscita nei cinema italiani il 15 dicembre 2016. Stavolta, per tornare alle sue fiabe dal sapore dark, Tim sceglie l’omonimo libro di Ransom Riggs, terreno fertile per i suoi particolari temi e la sua poetica.

La classifica dei film di Tim Burton

Protagonista è Jacob Portman, giovane ragazzo della Florida, che dopo la prematura morte dell’amato nonno decide di attraversare l’oceano per comprendere il segreto racchiuso tra le mura di una casa in Galles. Non una semplice abitazione ma quella in cui, decenni prima, avevano trovato rifugio il nonno Abraham e altri piccoli orfani scampati all’orrore della Seconda Guerra Mondiale. Qui incontra Miss Peregrine, una Mary Poppins un po’ dark ed enigmatica che si prende cura di tutti i ragazzi e che aspettava da tempo l’arrivo di Jacob. Man mano che incontra tutti gli abitanti della casa, Jacob comincia a capire che le storie magiche che un tempo il nonno gli raccontava non erano solo frutto della sua fantasia, ma bensì racconti reali del suo passato. Il giovane si ritroverà al fianco di Miss Peregrine e dei ragazzi speciali per abbattere un’antica minaccia, che potrebbe distruggere il loro mondo per sempre.

Miss Peregrine, per la gioia di chi segue Burton dai suoi inizi cinematografici, si rivela quasi in linea con l’immaginazione riconoscibile del regista, una fiaba dalle tinte oscure che ci ricorda un po’ ciò di cui ci siamo innamorati guardando i suoi lavori migliori. Quel particolare fascino che solo Tim Burton sapeva portare al cinema è qui presente, anche se non accentuato, non è questo che manca. In Miss Peregrine c’è l’assenza di immediatezza e l’estro che contraddistingueva il cineasta un tempo, ma chissà potrebbe essere un segno di cambiamento da parte sua? Nonostante questo, non significa che il suo ritorno non sia un buon lavoro. Il film è ben articolato e funziona a livello scenico e creativo, soprattutto in alcune parti come quella in fondo al mare, e permette allo spettatore di lasciar volare la fantasia proprio come Tim ha sempre permesso di fare. In più, il cast è stato scelto in modo eccellente, a partire dalla strepitosa Eva Green nei panni di Miss Peregrine, algida ma empatica al punto giusto, accompagnata dal giovane e talentuoso Asa Butterfield e Terence Stamp, oltre al cattivo Samuel L. Jackson.

Per chi ama Burton è, quindi, impossibile perdere Miss Peregrine – La casa dei ragazzi speciali perché, anche solo per alcune parti, riporta sul grande schermo quella stravaganza estetica che tanto abbiamo amato nella cinematografia burtoniana.

Ilaria Scognamiglio

The Vampire Diaries 8×06: Alaric, best DILF 2016

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The Vampire Diaries 8×06: Alaric, best DILF 2016

Lo sapete cosa mi mi piace davvero tanto delle serie tv? Che c’è sempre tempo per stupire gli spettatori. A me piace molto essere stupita, specialmente quando do qualcosa per scontato, quando mi sto annoiando.

Ed era così fino all’ultimo episodio di The Vampire Diaries, almeno per quanto riguardava Caroline, ormai rammollita dall’amore per Stefan (sono convinta che abbia il potere di rammollire chiunque, persino la spietata Katherine con lui era tutta baci e abbracci), mentre in “Detoured On Some Random Backwards Path to Hell” molte situazioni vengono rimesse in discussione.

Cuore di Mamma Vampira

Nel momento in cui le gemelline di Alaric vengono rapite dalla sirena Seline, Caroline risveglia la tigre dal letargo:

“Let me be perfectly clear, Stefan. If Damon gets in between me and my girls, I am going to kill him. So no, you cannot come with me. Don’t say anything. Just listen. Until this is all over, there is no us. There is only me, and my kids, and their father. They’re all depending on me, and I can’t afford any distractions, or compromises, especially when it comes to your brother.”

Conscia che Stefan è deboluccio quando si tratta di Damon, Caroline decide di far capire al vampiro malinconico che stavolta non accetterà compromessi. Peccato che alla fine è proprio Stefan a sacrificarsi per salvare le bambine, accettando di prendere il posto delle sirene insieme al fratello e di servire Cade per l’eternità. Già, era questo il piano di Seline quando è entrata in casa di Alaric: far sì che Cade accettasse le gemelle al posto suo e della sorella per ottenere l’anelata libertà.

La povera Seline, però, fatto i conti senza l’oste, o meglio senza Sybil, che tra le due è senza dubbio la più astuta. E’ proprio lei infatti a fare la controproposta a Cade, facendosi manovrare da Damon. Già, perché durante tutto l’episodio Damon non fa altro che pilotare le sirene proprio per ottenere la liberazione di Josie e Lizzie. Probabilmente la mossa è dovuta anche al fatto che Damon sia convinto che solo lui e Stefan potranno sconfiggere Cade del tutto, grazie al loro legame.

Non possiamo dire lo stesso delle sirene visto che Sybil ha escluso Seline dai suoi accordi con Cade per punirla di non averla salvata dalla prigionia secolare nella caverna.

Best DILF 2016

La vera rivelazione dell’episodio è Alaric, che prima minaccia pesantemente Seline, poi grida a Caroline che le gemelle sono figlie sue e di Jo e, infine, va a uccidere Damon con Matt. Il punto è che Damon probabilmente è già divenuto immortale per il patto con Cade. I prossimi episodi, quindi, vedranno Caroline in grande difficoltà, sia per il fatto che Stefan dovrà lasciarla per servire Cade, sia per il trasferimento di Alaric, a cui ormai è chiaro che le gemelle non possono vivere a Mystic Falls.

Unica nota dolente, devo ammetterlo, sono Bonnie ed Enzo. Ci piacciono tanto, si amano tanto, ma stanno diventando un po’ troppo patetici. Inoltre non posso fare a meno di chiedermi ogni volta di cosa viva Bonnie. Non la vedo studiare, non la vedo lavorare… i suoi amici vampiri possono ipnotizzare la gente per sopravvivere, ma lei si nutre (letteralmente) solo dell’amore per Enzo?

 

Alessia Pizzi

https://www.youtube.com/watch?v=-onWk8uVjK4

Le meraviglie di Palazzo Corsini con Roma e Lazio x te

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Le meraviglie di Palazzo Corsini con Roma e Lazio x te

L’Associazione Culturale Roma e Lazio x te propone una visita questa domenica 4 dicembre ad uno dei più bei palazzi di Roma: Palazzo Corsini alla Lungara.

A Roma vi è sempre qualche cosa da scoprire. La nostra è una città prodiga di tanti tesori. Alcuni di essi sono nella zona di Via della Lungara. Una persona va alla scoperta della celebre Villa della Farnesina e dell’Orto Botanico, ma non sa che proprio quel giardino appartenne fino al 1883 ad uno dei Palazzi più belli di Roma: Palazzo Corsini.

Costruito nel 1511 per volontà del Cardinale Raffaele Riario, il palazzo nel secolo successivo ospitò per circa 30 anni la famosa e mitica Regina Cristina di Svezia, amante dell’arte, della letteratura, attrice di teatro e ballerina, amante della caccia e dell’equitazione, che trasformò la città di Stoccolma nell’ “Atene del Nord“. Colta da un’improvvisa crisi mistica, venne a Roma a vivere e scelse proprio questo palazzo, riadattandolo alle sue volontà. Dentro si tenevano feste, riunioni accademiche, consessi filosofico e tante altre attività legate alla sua eccezionale personalità. Il Palazzo venne poi comprato dalla Famiglia Corsini, la quale lo fece tutto restaurare ad opera di Ferdinando Fuga, e dell’appartamento della Regina si salvò solo la sua famosa Alcova, oggi presente nel percorso di visita.

Già, perché proprio dal 1883 la collezione del Palazzo appartiene allo Stato, che qui ha aperto la prima Galleria Nazionale d’Arte Antica in Italia, ed è per questo che Roma e Lazio x te non poteva farsi sfuggire l’occasione di creare una visita per domenica 04 dicembre 2016 alle 16:00, approfittando anche del biglietto gratuito nella prima domenica del mese.

SI presenteranno davanti i nostri occhi le opere immortali presenti nella Collezione Corsini di artisti come: Caravaggio ed il suo San Giovanni Battista che vedete in foto, Luca Giordano, Guido Reni, Giovanni Lanfranco, Carlo Maratta e tanti altri. Ci sembrerà di vivere come dei nobili camminando in quei corridoi che oggi sono la sede dell’Accademia dei Lincei, ammireremo gli stupendi affreschi della biblioteca settecentesca ma soprattutto parleremo di Cristina di Svezia, grande personaggio e simbolo del femminismo.

Per informazioni circa: le modalità di prenotazione obbligatoria (per ricevere notizie su eventuali modifiche), costo della visita, luogo ed orario dell’appuntamento cliccare sulla parola Corsini.

Vi aspetto con tutto lo staff di Roma e Lazio x te

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto ArteWorld)

Haber + Bukowski = La ricetta segreta di Haberowski

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Haber + Bukowski = La ricetta segreta di Haberowski

Prendete un attore formidabile. Dategli in mano delle poesie, possibilmente americane. Aggiungete un pizzico di musica elettronica e qualche grammo di tromba. Infine, mescolate tutto con un buon visual e avrete la ricetta di Haberowski, lo spettacolo di Alessandro Haber e Manuel Bozzi dedicato a Charles Bukowski, in scena al Teatro Vascello di Roma.

Musica elettronica e video installazione. Sul palco quasi stona quel leggio, antico cimelio di un’arte differente, ma non per questo lontana, dalla musica moderna e dallo scorrere veloce delle immagini.

Il leggio, ad ogni modo, ha una sua anima: sopra di esso vi è appeso un reggiseno. Ai suoi piedi si trovano bottiglie, scarpe rosse con tacchi vertiginosi e statuette di gatti. A fare loro compagnia arrivano, un dopo l’altro, fogli che cadono come moribonde foglie autunnali. Si allontanano leggeri dal corpo di chi li sta leggendo, cantando, recitando. Quel corpo appartiene ad Alessandro Haber.

Una luce calda lo illumina, in contrasto a quella fredda delle console alle sue spalle, mentre regala al pubblico una ricetta nuova, o meglio, rispolverata, o meglio ancora remixata del suo spettacolo “Haberowski”. Il simpatico nome composto unisce a quello dello stravagante attore quello dell’irriverente autore Bukowski.

HABEROWSKI

Sulla scena, alle frasi dello scrittore americano si uniscono squarci autobiografici dell’attore, che nel frattempo fuma, beve, intrattiene, ricordando quel “realismo sporco” a cui spesso hanno associato Bukowski. La sua voce potente ci accompagna in questo viaggio tra le parole dello scrittore americano, dove le donne sono le assolute protagoniste. Inframezzano e accompagnano l’interpretazione la musica elettronica di Alfa Romero e la tromba di Andrea Guzzoletti. A questo ennesimo contrasto ossimorico si aggiungono le immagini del visual che scorre (di Bozzi e Olivander) alle spalle di Haber.

Lo spettacolo è un vero è proprio concerto, nel senso più etimologico del termine: “armonia”. Un accordo di arti differenti, che non avremmo mai accostato tra loro nella nostra mente, ci regala una performance piacevole anche se a volte un po’ faticosa da seguire in tutte le sue complesse sfumature.

“Fare una cosa pericolosa con stile è ciò che io chiamo arte”

sosteneva Bukowski. Ed è quello che ha fatto Haber con questo spettacolo: ha rischiato pericolosamente unendo tante forme diverse di espressione. Ma lo ha fatto proprio con stile. Quindi è arte.

Alessia Pizzi

Tutto il meglio del Franciacorta in una sola serata

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Tutto il meglio del Franciacorta in una sola serata

Grande riuscita per il Franciacorta Festival che presenta  le sue migliori espressioni e fa il pieno di fans nelle sale dell’Hotel  Roma Cavalieri

franciacorta-culturamente20161128_180718Per molti dire spumante metodo classico Italiano equivale a dire Franciacorta,  in effetti la Doc in provincia di Brescia rappresenta una delle migliori espressioni italiane della tipologia bollicine, termine abusato e modaiolo con cui vengono menzionati questi meravigliosi prodotti. Il merito di tanta notorietà tra gli appassionati è sicuramente dovuto alla qualità intrinseca, ma non è da sottovalutare assolutamente il grande lavoro di promozione che il Consorzio Franciacorta ha sempre svolto sin dai suoi albori.

20161128_182450Il profilo di marketing  scelto dal consorzio riesce a raggiungere il grande pubblico basandosi sulla promozione costante su tutto il territorio, avvicinando un numero sempre maggiore di appassionati senza il bisogno di cavalcare forzatamente ogni tendenza del momento. Un investimento ed un lavoro di sicuro riferimento per tutti quei consorzi che, vocati per natura a produzioni meravigliose, non riescono però ad ottenere il risalto che meriterebbero.

culturamente - franciacortaChardonnay, Pinot Bianco, Pinot Nero, sono questi i vitigni che danno vita alle cuveé dei vini di base. I prodotti, anche in versione Rosè sono differenziati per tipologia, dal Demi-sec il più dolce, fino al Pas Dosè, Dosaggio Zero o Nature che dir si voglia, dove il grado zuccherino è ridotto al minimo. Più di trenta i produttori presenti all’evento di Roma, che oltre ai banchi d’assaggio ha dato l’opportunità di comprendere meglio le peculiarità del territorio di produzione attraverso un seminario dedicato.

culturamente-franciacortaCon le festività imminenti l’appuntamento ha fornito anche un utile ispirazione agli acquisti da fare per i brindisi natalizi e in questo senso,  bisogna dire che c’era davvero da sbizzarrirsi. Come tutti i metodo classico i Franciacorta sono ottimi come aperitivo, ma anche  a tutto pasto rappresentano una valida alternativa estremamente elegante. Ottimi dai finger food ai piatti a base di crostacei e crudi di pesce, ma anche in molteplici altri abbinamenti. Dai nomi più noti a tutti gli altri l’assaggio ha evidenziato il livello di alta qualità, condivisa dalle aziende del consorzio come un valore culturale.

culturamente-franciacortaL’Azienda Ricci Curbastro presentava la versione Brut, ma anche il “Gualberto” un dosaggio zero delicato nei toni di frutta estiva, lieviti e frutta secca,  la Ferghettina invece aveva in ghiaccio il suo Rosé Brut 2012 da uve Pinot Nero, dai sentori dei piccoli frutti di bosco. Tra le proposte di Contadi Castaldi sia il Satèn che l’ottimo Brut, un bland di Chardonnay con piccole chiusure di Pinot Bianco e Pinot Nero, di approccio gustoso e immediato. Dosaggio zero invece per Antica Fratta con il suo “Essence Nature” dal gusto asciutto e verticale da uve Chardonnay e Pinot Nero.

culturamente-franciacortaNel mio podio allargato dei preferiti della serata sicuramente trova posto il Barone Pizzini , con il Rosé da Pinot Nero e con il suo cavallo di battaglia “Animante”.  A seguire Guido Berlucchi, un grande classico presente con il Satèn e con il Nature millesimato 2009 da Chardonnay e Pinot Nero, accenni minerali che si fanno garbatamente strada tra frutta e lieviti.  Franca Contea invece tra i suoi vini ha portato uno dei Satèn più interessanti in assoluto, particolare tipologia di Brut con maggiore morbidezza gustativa, dovuta alla pressione in bottiglia mantenuta sotto le 5 atmosfere, che però sono in pochi ad ottenere in maniera convincente come questa azienda.

franciacorta ziliani - culturamenteInfine Cantina Chiara Ziliani tra le degustazioni più interessanti, con i suoi tre vini accomunati nell’equilibrio del gusto e da quella sensazione di pulizia senza inutili orpelli. Rosé, Pas Dosè e Satén, tutti estremamente godibili e perfettamente centrati nella loro tipologia. Ora non rimane che da scegliere gli acquisti da fare, con la certezza che sarà difficile sbagliare.

Bruno Fulco

Esce il video “Buio” – singolo dell’album “Effetto placebo” del rapper Devid

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L’uscita del video del singolo “Buio” è la prima delle tante novità che coinvolgeranno il rapper italiano Davide Calandra, in arte “Devid” da qui all’inizio del 2017.

L’artista è infatti pronto a pubblicare il suo primo album ufficiale chiamato “Effetto Placebo” (l’uscità avverrà il 19 Dicembre) dopo il suo ultimo EP chiamato “Anima”. Questo video del brano “Buio” è il primo assaggio del già citato nuovo album “Effetto Placebo” che uscirà il 19 Dicembre sull’etichetta toscana Bitika Records.

Effetto Placebo contiene 20 tracce tutte scritte e composte da Devid sia per quanto riguarda i testi sia riguardo le produzioni musicali. L’album vuole essere la perfetta sintesi del sound e del mood dell’artista Devid, in quanto troviamo differenti e contrastanti sonorità che trovano però un punto comune nel concetto che Davide Calandra ha voluto dare alla sua creazione: quello di creare un lavoro che lo rappresentasse a 360 gradi a livello artistico e musicale. Nell’album sono presenti composizioni musicali create con suoni reali campionati direttamente (suoni fatti con la bocca, con le mani, versi di animali, pannelli di polistirolo, nacchere ecc..) ed altre tracce composte con sintetizzatori analogici e digitali.

Rapper Devid

“Il concetto di Effetto Placebo – racconta Devid – è molto vasto, l’effetto placebo inteso come la musica che placa i suoi demoni, come la musica che fa star bene che tiene compagnia. L’effetto placebo inteso come prefissarsi un obiettivo e raggiungerlo perchè solo noi possiamo essere veramente di ostacolo a noi stessi; ciò che vuoi è ciò che hai.”

Romeo e Giulietta: un amore tra gangster

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Romeo e Giulietta: un amore tra gangster

E se Kenneth Branagh fosse William Shakespeare in terra, ora? Se fosse l’unico vero erede del meraviglioso drammaturgo inglese?

Perché la sua immensa conoscenza del Bardo di Stanford-upon-avon viene fuori ogni volta che ci imbattiamo in un suo lavoro. E’ così per la sua ultima “fatica”: Romeo e Giulietta, distribuito al cinema da Nexo Digital.

Siamo a Londra, al Garrick Theatre, e la sala è piena: ora spegnete i vostri telefoni (per tre ore non vi serviranno) e godetevi lo spettacolo. Sì, fate uno sforzo, anche se siete in un qualsiasi cinema italiano, entrate subito nella magia del teatro. Fate silenzio. Inizia ora la magica notte d’amore tra due adolescenti sfortunati perché provenienti da due casate nemiche.

E’ il 1880 e, in un atmosfera gangster, inizia la storia: due amanti veronesi si conoscono ad un ballo e, mentre Giulietta canta per suo padre, Romeo è già pronto a chiederle un amore eterno. Lei accetta perché folgorata da un loro bacio e così inizia il cammino verso la vita o la morte, dipende dai punti di vista. L’atmosfera è molto tesa perché Branagh ha voluto riprodurre la storia degli amanti in un periodo di tensioni pubbliche, ci sono i gangster in città e i nostri personaggi non hanno scampo ad un atroce fine.

La storia la conosciamo tutti, ma la vera innovazione del regista è lavorare su dei personaggi già ben scritti e lavorati da molti altri, per renderli unici. Così Branagh sceglie Derek Jacobi per interpretare Mercuzio, un uomo grande e saggio, un po’ come la figura di Mercuzio, sempre fuori dalle righe e grillo parlante di Romeo. Cinico da sempre, ha finalmente un’identità che gli rende giustizia, è l’unico ad essere anziano, anche più grande dei genitori dei ragazzi, proprio per voler sottolineare la saggezza del personaggio. In contrapposizione a lui, Frate Lorenzo è un giovanotto, ingenuo quanto i due protagonisti. La figura, che dovrebbe aiutare spiritualmente Romeo e Giulietta, si trova a combattere invece contro un destino avverso e non fa nulla di intelligente per aiutarli. Già queste due immense innovazioni rendono lo spettacolo accattivante. Per non parlare della bravura dei due ragazzi che interpretano gli amanti. Lily James e Richard Madden (già coprotagonisti in Cenerentola) hanno una chimica che li attrae l’uno verso l’altro, così il palcoscenico è la loro arena e l’amore il loro pretesto per avvicinarsi.

romeo e giulietta
Mercuzio, Romeo e Benvolio

 

Da contorno c’è Verona in un atmosfera di fine Ottocento, ma al momento del duello tra Mercuzio e Tebaldo non è la pistola la protagonista, bensì la spada, per richiamare il periodo seicentesco della storia. Il tutto per noi che lo vediamo al cinema è in bianco e nero, scelta anche questa intelligente: la storia è sviluppata come un fatto di cronaca perché con il tempo deve essere trasmessa per essere conosciuta da tutti, così come se attraverso un telegiornale di altri tempi ci venisse raccontato di:

due famiglie,nobili del pari, nella bella Verona,ov’e’ la scena, per antica rivalita’,rompono in una nuova lite,e il sangue dei cittadini imbratta le mani dei cittadini. Dai lombi fatali di questi due nemici toglie vita una coppia d’amanti avventurati ,nati sotto maligna stella ,le cui pietose vicende seppelliscono ,mediante la lor morte, la guerra d’odio dei loro genitori.”

Ed è sotto una maligna stella che ogni volta la storia inizia e finisce. Non c’è scampo per i due giovani se non una timida luce teatrale o cinematografica che ogni volta li avvolge e porta lo spettatore a commuoversi a fine spettacolo.

Ecco dov’è la maestria di un regista così artisticamente potente come Branagh, fa rivivere ogni volta storie già famose ma con uno stile unico che ci porta a dimenticare la vicenda, facendoci sorprendere durante lo svolgimento e piangere nel finale tragico, come se ci raccontasse la storia per la prima volta.

Elena Lazzari

Gilmore Girls: a Year in the Life, “Summer” e “Fall”

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Estate e Autunno

Il tanto atteso finale è arrivato, tra consensi e dissensi ma totalmente in stile Gilmore.

Eccoci qui per raccontare gli ultimi due episodi di Gilmore Girls: A year in the Life, revival attesissimo da tutti i fan della serie tv e del quale vi abbiamo già parlato con il commento alle prime due puntate. Ma com’è andata a finire per le ritrovate Lorelai e Rory? Quali sono queste famosissime quattro parole finali di cui tanto si parla? SPOILER ALERT (anche se sappiamo che i veri Gilmore addicted già avranno divorato le puntate)

In “Summer” ritroviamo Rory a Stars Hollow con Lorelai, proprio come se il tempo non fosse mai passato. Insieme affrontano la stagione estiva che, sappiamo bene, non è una delle loro preferite. Ed è questo, infatti, l’episodio meno riuscito del revival che parte in sordina e perde buona parte del tempo a mostrarci l’ozio delle due protagoniste tra le vie di Stars Hollow e nella caotica piscina stagionale della cittadina. Possiamo definirlo come un episodio di passaggio per la storia raccontata fino ad ora, dove Lorelai e figlia sono in una fase di smarrimento, in un momento di grandi cambiamenti che le portano a riflettere su tutto ciò che fino ad ora hanno costruito nella vita, fino ad arrivare all’epilogo nell’episodio “Fall”, il più emozionante ma anche quello che più non ci aspettavamo.

GILMORE GIRLS

 Lorelai è una vera donna in carriera ormai e gli affari alla locanda vanno benissimo, anche se la perdita di Sookie ha portato non pochi problemi. In più deve anche affrontare Michael che decide di andarsene per crescere professionalmente. Dopo un’iniziale perdita d’animo, la nostra logorroica protagonista alla fine trova una soluzione che le assicura un futuro professionale migliore e permette all’amico di vecchia data di restare al suo fianco. Ma a restarle accanto è anche Luke che, nonostante la passeggera crisi esistenziale che ha Lorelai quando decide di andarsene di casa per vivere un’avventura “wild”, la aspetta a braccia aperte. La donna torna a casa decisa e risoluta e, incurante della reazione che potrebbe avere, comunica a Luke la sua decisione: dopo 9 anni finalmente devono sposarsi. In più, grazie a questo suo pazzo viaggio, si riconcilia finalmente con Emily e con il ricordo di Richard, padre invidiabile nonostante tutte le incomprensioni. Una conclusione che tutti abbiamo apprezzato, romantica e totalmente stile Gilmore, con il ritorno di Sookie che ha rallegrato ulteriormente l’umore.

Gilmore Girls

Se Lorelai ha rispettato le aspettative dei fan, un po’ meno lo fa il personaggio di Rory, meno fedele a quella che ricordavamo 9 anni fa. Ovviamente a 32 anni la vita cambia, i problemi sono maggiori e ci si rende conto che non è così semplice far avverare i propri sogni.  Ma tutti noi speravamo di vedere Rory scrivere per un grande giornale, non di certo per la Gazzetta di Stars Hollow, e invece la ragazza ha momentaneamente fallito sia lavorativamente che sentimentalmente, essendo per di più fidanzata con un ragazzo del quale si dimentica costantemente. La ragazza non si perde d’animo e, sotto consiglio del finalmente ritrovato Jess, decide di scrivere un libro sulla sua storia e quella di sua madre, che non accoglie subito la proposta con entusiasmo. Dopo un’ultima serata a fare baldoria con Logan, Finn, Robert e Colin, Rory dice addio per sempre al suo amore universitario e si reca a casa dei nonni dove, data l’assenza di Emily, scrive i primi tre capitoli del suo futuro libro. Entusiasta li mostra  alla madre e a Jess, ancora innamorato di lei. In tutto questo c’è anche una fugace apparizione di Dean, ormai sposato con figli, che incontra Rory proprio dove nacque il loro puro amore, da Doosie’s.

Insomma, tutti i pezzi del puzzle sembrano tornare insieme, Lorelai e Luke si sposano, Rory ha una nuova prospettiva di carriera avanti a sé, ma Amy Sherman Palladino poteva mai lasciarci senza stupore? Alla vigilia della cerimonia nuziale, infatti, le due Gilmore si ritrovano nel famoso Gazebo della città e Rory confessa alla madre un segreto sconvolgente: è incinta. Ma di chi è il bambino? Chissà se mai lo sapremo, è certo che il cerchio delle Gilmore Girls si è chiuso.  17 anni fa, conoscevamo una Lorelai di 32 anni, ragazza madre che cercava di realizzarsi nonostante le mille difficoltà. Ora il testimone passa a Rory, stessa età della madre all’inizio di questa speciale serie, con un nuovo/a Gilmore in arrivo.

Non importa se ci saranno altri episodi, sappiamo tutti che questo è stato il finale adatto alla storia che tutti abbiamo amato per quasi 20 anni e che continueremo ad amare, anche se un ritorno sarebbe molto gradito.

Ilaria Scognamiglio

Commento al finale 

L’eredità di Gilmore Girls

Sparkle 2017: l’eccellenza spumantistica italiana

Cucina & Vini presenta Sparkle 2017:l’eccellenza spumantistica italiana

Sabato 3 dicembre in una strepitosa degustazione tutto il meglio dello Spumante Italiano con i vincitori delle ambite “5 Sfere” per la guida Sparkle 2017.

Sabato 3 dicembre 2016 va in scena a Roma Sparkle DAY 2017, l’evento che vede protagoniste le migliori bollicine italiane. Le splendide sale dell’Hotel Westin Excelsior di via Veneto ospiteranno 60 tra le più importanti aziende produttrici di spumanti secchi del Bel Paese, per dare vita ad una grande degustazione in cui saranno disponibili oltre 160 etichette.

Tra queste non mancheranno le top-label insignite delle “5 Sfere”, l’ambito riconoscimento che assegna ogni anno la Guida Sparkle, l’unica in Italia interamente dedicata al mondo degli spumanti secchi, redatta per il quindicesimo anno consecutivo dalla prestigiosa rivista di enogastronomia Cucina & Vini. Sul podio dell’edizione 2017 svetta la Lombardia con un bottino di ben 25 “5 Sfere”, grazie, in primis, alla cantine provenienti dalla Franciacorta (19 premi) e dall’Oltrepò Pavese (5); segue a quota 16 il Trentino (tutte Trento DOC) e il Veneto, con i 16 riconoscimenti tutti ottenuti da vini appartenenti alla DOCG Conegliano Valdobbiadene Prosecco. Seguono a distanza il Piemonte (4), l’Alto Adige (3) e la Puglia (3), l’Abruzzo (2) e lUmbria (2), il Friuli Venezia Giulia (1).

“Sono 72 in totale le eccellenze vinicole che si aggiudicano quest’anno le 5 Sfere – dichiara Francesco D’Agostino, curatore della Guida Sparkle e direttore di Cucina & Vini – assegnate dal nostro panel di assaggio dopo uno “scontro finale” durante il quale le etichette si confrontano alla cieca suddivise per territori. Un numero appena superiore alla passata edizione che conferma la forza e il livello raggiunto dalle bollicine tricolori, apprezzate in tutto il mondo per carattere e originalità. La maggior parte dei premiati provengono dai terroir storici, maggiormente vocati alla produzione spumantistica. Altre aree risultano essere comunque in crescita e caratterizzate a volte da singoli illuminati, ormai in pianta stabile tra le nostre top-label, che stanno diventando fulcro di nuovi movimenti spumantistici”.

Come di consueto la presentazione della Guida Sparkle 2017 e la premiazione delle 5 daranno il via allo Sparkle DAY. Ad affiancare Francesco D’Agostino ci sarà Andrea Lucatello, voce nota di Radio Capital.

La manifestazione avrà un come ospite d’onore il Consorzio dei Colli Euganei con lo spumante Docg Fior d’Arancio, un prodotto dolce – per questo motivo non presente sulla Guida Sparkle – da uve moscato, che trova largo consenso a tavola, alla fine del pasto e non solo.

Dalle ore 16.30 porte aperte al pubblico che, oltre alla grande quantità di bollicine in degustazione, troverà anche tante bontà gastronomiche da abbinare ai calici. Saranno infatti 5 le postazioni street food: Ape Fritto, con i suoi golosi cartocci misti, pizzelle, supplì e crocchette; Little Market De Ventura, per la gioia dei tanti appassionati di salumi e formaggi d’eccellenza, con taglieri di Prosciutto Dok Dall’Ava in diverse stagionature, mozzarella di bufala e altre squisitezze; Brusco, lo Strabuono, che proporrà 5 gustosissime varianti di bruschetta; Meglio Fresco, la ristopescheria per antonomasia, che offrirà i suoi crudi, le insalate di mare e gli immancabili supplì di pesce; ai dessert penserà Dolce Terra, la giovane azienda campana che usa per le sue prelibatezze il latte nobile di bufala.

Per concludere, per la prima volta a Sparkle DAY sarà presente anche il caffè, tutto friulano: ORO Caffè, torrefazione udinese specializzata nella selezione, tostatura e miscelatura per singole origini dei migliori caffè del mondo, porterà ben 4 miscele – tra cui l’esclusiva 100% Arabica Rose – che verranno estratte sia con pompa volumetrica sia a leva grazie alle macchine de La San Marco, azienda costruttrice friulana che dal 1920 ha contribuito ad esportare in tutto il mondo la tradizione del caffè espresso italiano.

Come accade ormai dalla prima edizione romana di Sparkle DAY, sarà presente, in qualità di sponsor tecnico, la Diam Mytik, azienda specializzata nella produzione di tappi in sughero. Allo stesso modo Group AMA assicurazioni ha scelto anche quest’anno gli eventi firmati Cucina & Vini per incontrare il pubblico romano.

Sparkle Day 2017
Sabato 3 dicembre 2016
Hotel Westin Excelsior  in Via Vittorio Veneto, 125 – Roma
Ingresso al pubblico dalle ore 16.30 alle ore 22.00

PER INFO:

Cucina & Vini

Tel: 06/98872584

Ufficio Stampa e Comunicazione – MG Logos

Tel  06 45491984

comunicazione@mglogos.it – info@mglogos.it

“Un uomo” di Oriana Fallaci: un libro pieno di libri

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Recensire un libro di Oriana Fallaci è un’azione semplice e al tempo stesso difficilissima. È semplice perché qualsiasi cosa lei abbia scritto è facile, quasi scontato, da consigliare, è un’impresa ardua perché trovare delle parole che possano, anche minimamente gareggiare con le sue, è praticamente impossibile. Perché Oriana, recentemente ricordata in una splendida serata all’Auditorium da una superba Maria Rosaria Omaggio, sapeva scrivere come pochi, sapeva incantare, astraendo il lettore da tutto e trascinandolo in quel mondo che lei ogni volta superbamente descriveva.

Di certo la Fallaci divideva i lettori, specialmente negli ultimi anni, con opere quali, ad esempio, La Forza della Ragione. Ma con Un Uomo, di certo, non ha mai diviso, ha semplicemente unito e lo ha fatto in un modo meraviglioso.oriana_fallaci_2

Difficile dire se sia il suo libro più bello, di sicuro è il suo più intimo, segreto, sentito ed amato, forse pari solo a Lettera a un bambino mai nato. Un Uomo è saggio, biografia, romanzo e anche dolcissima poesia. È la storia di Alexis Panagulis, il compagno per una stagione della Fallaci, della sua lotta contro la dittatura dei Colonnelli in Grecia, contro l’abitudine che “è la più infame delle malattie perché ci fa accettare qualsiasi disgrazia, qualsiasi dolore, qualsiasi morte”. È il racconto delle torture indicibili sofferte per mantenere fede ai propri ideali, della speranza di vedere un giorno una Grecia libera dal giogo di un odioso e violento regime ma anche la narrazione di una storia impossibile fra due personalità forti, indipendenti, segnate dalla vita ma anche alla ricerca dell’amore, nonostante le paure, le delusioni, i tradimenti, le bugie, le contraddizioni e le miserie della vita. Due anime che si trovarono quasi per caso, che si respinsero ma che rimasero intimamente legate dalla loro passione, dalla comune condivisone per certi ideali, dalla propria dignità finché Atropo, con lucide cesoie non tagliò per sempre il loro sottile e lunghissimo filo della vita.

Pubblicato per la prima volta nel 1979, per i tipi della Bur Rizzoli, a tre anni dalla tragica morte di Panagulis, Un Uomo, vincitore nello stesso anno in cui uscì del Premio Viareggio, ebbe subito uno straordinario successo, per la sua storia, per essere “un libro pieno di libri”, come la stessa Oriana amava ripetere. Un romanzo, come molti sostennero, di tipo ideologico, un romanzo sul potere e sull’antipotere, un romanzo moderno ma con gli stilemi della tragedia greca, un mare in cui Panagulis non poteva non nuotare, trascinandovi dentro le persone che amava, a partire dalla sua stessa compagna.

Eppure nell’intento della Fallaci Un Uomo doveva essere essenzialmente, come lei stessa affermò in un’intervista al settimanale Panorama:

 “Un libro sulla solitudine dell’individuo che rifiuta d’essere catalogato, schematizzato, incasellato dalle mode, dalle ideologie, dalle società, dal Potere.Un libro sulla tragedia del poeta che non vuole essere e non è un uomo-massa, strumento di coloro che comandano, di coloro che promettono, di coloro che spaventano; siano essi a destra o a sinistra o al centro o all’estrema destra o all’estrema sinistra o all’estremo centro.”

Un libro idilliaco e al tempo stesso crudo e spietato, nelle cui pagine scorrono vita, passione e disperazione. Un atto d’amore, stupendamente riassumibile in quella dedica iniziale, in quel “Per Te”,  il tragico lascito per un uomo che nonostante tutto sconvolse la vita di Oriana, un dono per un amore bruciato troppo in fretta, che, tuttavia, vive nell’eternità dei Greci, in quel prolungato ed urlato “Alekos zi, zi, zi”, (Alekos vive, vive, vive), che riecheggiò il giorno dei funerali, scortando fedelmente il feretro di un uomo che non voleva essere altro che un uomo e che divenne un eroe, un esempio, un modello e che sapeva benissimo che “l’eterno Potere non muore mai, che cade solo per risorgere, uguale a se stesso, diverso solo nella tinta”.

Un libro amaro, certo, un pugno allo stomaco, un grido muto che si frange contro le montagne immobili dell’arroganza, della superbia, del potere, un libro che è però anche un inno alla libertà, all’amore e alla vita, un libro da leggere e da rileggere, da sottolineare e da amare per sempre.

Maurizio Carvigno

Oriana Fallaci, la sua vita oltre la morte

La Roma lussuriosa dei Borgia

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Intrighi, giochi di potere, carnalità: questi gli ingredienti principali della scalata al potere di una delle famiglie più controverse della storia.

Nella Roma papale innumerevoli furono i complotti, le alleanze e gli intrighi arditi dalle famiglie più potenti per effettuare la più grande scalata al successo: conquistare il trono di Pietro. E nella Roma del 1400 protagonista assoluta in questo senso fu indubbiamente la celebre famiglia Borgia.
 
 
Tutto ebbe inizio con Alfonso Borgia il quale venne eletto papa nel 1455 con il nome di Callisto III. Costui fece subito eleggere cardinale, a soli 25 anni di età, il nipote Rodrigo Borgia: un uomo assai astuto che in breve tempo, riuscì a raggiungere le più alte cariche dello Stato Pontificio. E proprio da cardinale, Rodrigo incontrò quella che sarebbe di fatto diventata la sua amante ufficiale, Giovanna Cattanei detta Vannozza, con la quale iniziò una relazione durata 15 anni. Ovviamente questa passione non rimase senza “conseguenze”: dalla coppia nacquero ben quattro figli (Cesare, Giovanni, Lucrezia e Goffredo). Rodrigo si preoccupò sempre di non ufficializzare la loro relazione, organizzando per Vannozza numerosi matrimoni di facciata.
 
 

Questo spregiudicato comportamento causò non pochi nemici al Borgia, tra cui vi era certamente il nipote di papa Sisto IV, il cardinale Giuliano della Rovere: uomini entrambi ambiziosi ed intelligenti entrarono ben presto in lotta per l’elezione al soglio pontificio. All’indomani della morte di Sisto IV, Rodrigo subito iniziò a mercanteggiare con gli altri prelati e i signori della penisola italiana per ottenere l’elezione. Privato però del sostegno dei suoi alleati, fu costretto a votare il debole Giovanni Battista Cybo, eletto papa col nome di Innocenzo VIII. Il suo pontificato fu assai breve ed ecco quindi che alla morte di questi, Rodrigo riuscì dove prima aveva fallito: fu eletto papa nel conclave del 1492 con il nome di Alessandro VI.

 

Si racconta che il giorno dell’elezione, sul sagrato di San Pietro, vi fosse in prima fila la stessa Vannozza insieme alla figlia Lucrezia. In realtà la coppia non si frequentava più da tempo, perché Alessandro aveva ormai rivolto le proprie attenzioni alla giovane e bella Giulia Farnese, che in molti ormai chiamavano, suo malgrado, “Concubina Papae” o addirittura “Sponsa Christi”!

 
Il pontificato del Borgia fu crudo e spregiudicato: molte furono le esecuzioni capitali da lui ordinate – celebre fu quella del Savonarola a Firenze – e le torbide nomine di molti nuovi cardinali per assicurarsi un più largo consenso. Tra questi non si dimenticò certamente del proprio figlio Cesare, detto il Valentino, che tornò però ben presto allo stato laicale per sposare la principessa francese Charlotte d’Albret, ottenendo così il titolo di duca di Valentinois. Lucrezia fu invece utilizzata più volte come pedina per stringere importanti alleanze: fu data infatti in sposa prima a Giovanni Sforza, signore di Pesaro; poi ad Alfonso d’Aragona – figlio illegittimo di Alfonso II di Napoli – ed infine ad Alfonso d’Este, signore di Ferrara. Per Giovanni il papa creò invece appositamente il ducato di Benevento, ma il ragazzo morì molto presto, assassinato a Roma, da ignoti, a soli 21 anni. Mentre di Goffredo poco sappiamo, morendo anche lui in giovane età.
 
Tra intrighi, relazioni, figli illegittimi e corruzione, fu proprio papa Borgia a proclamare il solenne Giubileo del nuovo secolo nel 1500, organizzando per la prima volta nella storia la cerimonia di apertura delle quattro porte sante nelle quattro Basiliche papali. L’altro aspetto certamente importante del suo pontificato fu la sua grande passione per l’arte che lo rese di fatto un ottimo mecenate. Il suo artista preferito divenne ben presto il Pinturicchio al quale commissionò la realizzazione del ciclo di affreschi per i suoi appartamenti privati nel Palazzo Apostolico in Vaticano e a Castel Sant’Angelo. Si deve inoltre al Borgia la realizzare del primo Orto Botanico di Roma e fu sotto il suo pontificato che il cardinale Jean Bilhères de Lagraulas – ambasciatore di Carlo VIII presso la Santa Sede – commissionò al giovane Michelangelo la celebre Pietà, ancora oggi assai ammirata nella Basilica di San Pietro.
 
La storia del nostro Borgia non poteva che concludersi in un’aurea di mistero. Non è infatti nota ancora oggi l’esatta causa della sua morte: le note ufficiali sembrano riportare che il papa sia deceduto a causa di un improvviso attacco di malaria o di intossicazione alimentare, ma c’è anche chi ritiene che il pontefice possa essere stato avvelenato. E non è difficile immaginare come anche questo possa essere altrettanto vero!
 
 
Testo a cura dell’associazione culturale L’Asino d’Oro

 

Marco Mengoni incanta il pubblico di Torino

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Marco Mengoni incanta il pubblico del Pala Alpitour di Torino

Lo scorso 23 novembre 2016 più di 1200 spettatori si sono riuniti accompagnando Mengoni in un’esibizione spettacolare.

La sua indistinguibile voce è esplosa nella città piemontese con un tour che inaugura la pubblicazione di “Marco Mengoni Live” (il nuovo album uscito il 25 novembre) e che proseguirà con diverse tappe in tutta Italia fino a Dicembre.

Iniziando con Ti ho voluto bene veramente si può dire che il concerto aveva preso una piega ben definita per tutte le inguaribili romantiche. Infatti Mengoni fin dalla prima nota è stato seguito da un pubblico che urlando a squarciagola si è immerso nei propri drammi personali. Le parole del viterbese arrivano talmente semplici e dirette che proprio nella loro ingenua schiettezza rimangono impresse, alludendo a storie, persone e ricordi che in un modo o nell’altro ci accomunano tutti.

Così sono partito per un lungo viaggio, Lontano dagli errori e dagli sbagli che ho commesso

Sul palco Mengoni non si è limitato, anzi, si può dire che si è lasciato andare ad un’incredibile esibizione. Al Pala Alpitour lo abbiamo visto cantare appeso ad una corda, trasportato al centro della sala, cantando in mezzo alla folla, incontenibile, acclamante, divertente.

marco mengoni torino

Più di 1200 persone hanno passato una serata festeggiando la musica, il ballo e la vita trasportati dalla voce del cantante viterbese, emozionatissimo e sinceramente incredulo. Tra una canzone e l’altra i dialoghi diretti con i fan hanno permesso di vedere l’uomo dietro l’artista, un ragazzo giovanissimo che ancora non capisce come sia arrivato su quel palco, in giro per l’Italia, per il mondo seguito da un successo sempre più travolgente. Ad essere apprezzata non è stata solo la sua voce, ma la sua profonda umanità e autentica umiltà che ritroviamo nei testi delle sua canzoni più famose.

Così abbiamo applaudito nella scenografia di apertura di Esseri umani, dove si è toccato uno dei temi più caldi del momento, il concetto di famiglia. Così ci siamo emozionati con Un giorno qualunque, ognuno frugando dentro se stesso. Così abbiamo urlato con Pronto a correre, finalmente liberi dai pesi del proprio passato.

Perché tu sarai sempre il mio solo destino, Posso soltanto amarti, senza mai nessun freno

Inoltre ci siamo divertiti concludendo in bellezza con le magistrali cover di Pharrel Williams, Stevie Wonder e Bob Marley. Trascinati dal ritmo incontenibile tutti ci siamo alzati per scatenarci. Bravo!

Il tour proseguirà percorrendo tutta la penisola e spostandosi in Europa per una serie di date all’estero che terranno impegnato questo cristallino talento fino alla fine dell’anno e a cui non possiamo che dedicare i nostri più sinceri auguri.

Martina Patrizi

Foto di @Paolo Pavan.

L’emozione del Cinema a Torino

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Un Museo per raccontare la storia del cinema. Un museo per ricordarci l’arte dell’audiovisivo. Tutto questo è il Museo del cinema a Torino.

Torino, la città con un grandissimo potenziale, da uno schiaffo morale e culturale a chiunque non riconosca in lei una potenza artistica.

Tutto questo lo fa con il museo del cinema, proprio sotto la Mole Antonelliana. Il progetto fu di una grande studiosa di cinema Maria Adriana Polo che nel 1941 cominciò a realizzare questa idea. Per lei era importante avere un luogo dove le persone potevano ammirare la potenza del cinema.
Entrando nel museo, nella prima sala, una luce bassa e rassicurante porta lo spettatore ad esplorare, ancora prima di parlare di cinema, quello che è il mondo della luce e delle lenti ottiche, tutto parte da lì. Le basi sono importanti e così il museo ci fa da scuola, per capire come i grandi direttori della fotografia e i registi studiano il modo in cui la luce può essere utilizzata nei film. La seconda sala è un tributo al cinema mondiale, con un corridoio molto lungo decorato con le locandine dei film che hanno fatto la storia del cinema. Con passo lento fermatevi a guardarle tutte e segnatevi i titoli dei film che non avete avuto tempo di guardare, sicuramente qualcosa vi è sfuggito.
cinema a torino
Woody Allen, Scorsese, Kubrick e molti altri, sono loro i protagonisti di questa sala. Camminate, fermatevi, emozionatevi, lasciatevi coinvolgere dai ricordi che quelle locandine vi hanno suscitato. Perché la vera domanda è: che cos’è il cinema? L’arte in generale non ha l’obbligo di lasciare un segno, un taglio nella nostra anima di spettatori? Ecco, il cinema, come un buon libro o una canzone è la prova che siamo fatti di carne e ossa.
Associamo un quadro ad una giornata di sole passata con la persona che amiamo, emozionandoci ogni volta che lo vediamo e i film ogni volta che ci capita di vederli o rivederli sono un libro pieno di ricordi.
La perfezione per provare emozione non è necessaria, non è contemplata, questo museo ne è la prova. Ci sarà sempre in un film qualcosa che si poteva migliorare. Ma i cult sono tali perché, passando alla storia, anche tra 20 anni, film come Manhattan di Woody Allen, sarà un film d’importanza assoluta.
Continuando la nostra passeggiata si arriva in corridoio diviso in sezioni. Con la voce di Neri Marcorè che spiega che cos’è il montaggio e quanto è importante, lo chiama addirittura il cuore del film. Si, perché in un film tutto è importante, partendo dalla regia e arrivando ai costumi. Il cast, la sceneggiatura, gli effetti speciali e i rumori fuori campo, tutto serve. E poi, sapete cos’è la cosa più importante? Da non sottovalutare? Esatto, siete voi, siamo noi: il pubblico. “Il cinematografo dei Lumiere si impose su altre tecnologie soprattutto perché offriva uno spettacolo collettivo”.
Ospitato dapprima nelle fiere e su carri ambulanti, costruì poi le sue sale, a volte lussuose come grandi teatri a volte povere come i nickelodeon o i cinema di terza visione. Andare al cinema significa stare con altre persone, conosciute e sconosciute, ridere e a volte commuoversi assieme a loro; e insieme lasciarsi invadere intimamente dalle immagini e dalla storia, nel buio, ciascuno solo con le “sue” ombre.”
Un artista non è tale se non c’è qualcuno, ad incoronarlo tale o anche solo riconoscendolo.
L’ultima sala del museo è immensa, al centro delle poltrone posizionate in modo tale da vedere, comodamente dei pezzi di film come la Dolce vita o Mamma Roma. Ai lati della sala circolare la ricostruzione di alcuni set cinematografici come l’Otello di Orson Wells o The Truman Show.
museo del cinema torino
Dopo due ore dentro al mondo incantato del cinema vi verrà voglia di rinchiudervi in una sala cinematografica e magari per chi ha letto queste umili riflessioni, perché no? Vi verrà voglia di andare a Torino a vedere il museo e molto altro. Io ora corro che ho già scelto il film della serata su Netflix.
Elena Lazzari
 

The Walking Dead 7×06: Keep Calm and Girl Power!

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The Walking Dead 7×06:  Keep Calm and Girl Power!

Con la morte di due personaggi maschili e il momentaneo addomesticamento di Rick, The Walking Dead pone i riflettori sui personaggi femminili della serie.

Avevamo Carol, è vero. Lei è un punto di riferimento nel team. Ma ora possiamo finalmente dire che la serie inizia a dare risalto alle donne, come abbiamo potuto vedere nell’episodio dedicato a Maggie e a Sasha. La puntata sei, Swear/Giura, si focalizza invece su Tara, un profilo rimasto sempre un po’ nell’ombra.

L’abbiamo lasciata in fuga con Heath e la ritroviamo svenuta su una spiaggia. Viene salvata e accolta dalla bellissima Cindy, che fa parte di una congrega di sole donne. A quanto pare Negan ha sterminato tutti i loro uomini. Vogliamo immaginare il perché?

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Tara all’inizio viene tenuta come un ostaggio, ma poi le reticenti dominae comprendono che è innocua, nonostante sappia difendersi molto bene. La leader della congrega vorrebbe farla restare perché ha paura che dica a qualcuno dove si sono nascoste per sfuggire a Negan. Swear è proprio la frase clou dell’episodio: Cindy aiuterà Tara a fuggire senza essere scortata fino ad Alexandria, ma le chiederà di mantenere il segreto sulla loro esistenza.

Tara giura, torna sorridente ad Alexandria e scopre che Denise è morta. Rosita la incalza, le chiede dove possono trovare delle armi, ma lei mantiene la promessa appena fatta e tace. Sì, ma per quanto? Prima o poi vorrà vendicarsi di Negan e dei Salvatori anche lei.

L’episodio non è il massimo per il semplice fatto che solo alcuni personaggi riescono a tenere viva la nostra attenzione anche quando sono i soli protagonisti dell’episodio. Tara non l’abbiamo ancora scoperta, ma sicuramente inizia a far parte delle persone da rivalutare: sempre sorridente e con quel dito medio alzato quando serve, è pronta a farci scoprire il suo universo. Ora più che mai.

Alessia Pizzi

https://www.youtube.com/watch?v=zysVW28qTfg

 

Francesco Guccini in ‘Incontro con Francesco Guccini’

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Sabato 3 dicembre Francesco Guccini fa tappa al Teatro EuropAuditorium di Bologna con un tutto esaurito per il suo Incontro con Francesco Guccini, il ritorno dell’artista sul palcoscenico questa volta non per cantare ma per raccontarsi.

Francesco Guccini

Dopo l’uscita della sua ultima raccolta “Se io avessi previsto tutto questo. Gli amici, la strada, le canzoni”, che descrive i suoi quarant’anni di carriera attraverso inediti riscoperti, rarità, duetti, collaborazioni e grandi successi live, e dopo l’uscita del suo ultimo libro di racconti “Un matrimonio, un funerale, per non parlare del gatto”, “Il Maestrone” si racconterà percorrendo l’Italia dal dopoguerra ai giorni nostri attraverso le sue canzoni, i suoi libri, i suoi miti, le sue origini e le sue ispirazioni. A coronare la serata un concerto dei Musici, i musicisti che hanno accompagnato Guccini nella sua lunga carriera di concerti live. Ad essere interpretate in scena alcune delle canzoni suonate in quello che è stato definito un neverending tour durato oltre 40 anni.

Ad Accompagnare il maestro, Juan Carlos Flaco Biondini (voce e chitarre), Vince Tempera (pianoforte e tastiere), Antonio Marangolo (sax), Pierluigi Mingotti (basso) e Ivano Zanotti (batteria)

Il Macbeth in chiave olografica con la regia di Luca De Fusco

Il Macbeth in chiave olografica con la regia di Luca De Fusco

Roma 22 novembre | Al Teatro Quirino va in scena un Macbeth riadattato in chiave digitale che non tralascia nel suo esperimento una recitazione elegante e una resa d’impatto. La regia è di Luca De Fusco, i costumi di Zaira de Vincentiis e la traduzione di Gianni Garrera, con il ritorno del duo Luca Lazzereschi, Macbeth, e Gaia Aprea, Lady Macbeth. Lo spettacolo si pone come continuazione di un percorso di reinterpretazione di alcune tragedie shakespeariane. Una produzione del Teatro Stabile di Napoli e dello Stabile di Catania.

La storia in pillole

Macbeth è la storia dell’uomo a cui le streghe predicono un futuro da re. Guidato dall’ambizione della moglie strappa al fato la carica regale con l’omicidio. A questo fa seguito il massacro di amici e la distruzione dell’io sotto il peso di orrende visioni e di una colpa massacrante.

L’ologramma fa teatro

La regia di Luca De Fusco dà forma olografica alle visioni di Macbeth, proiettando per il palco, attraverso un sistema di sipari trasparenti, apparizioni di spiriti e creature. Così l’illusione teatrale incontra quella digitale, fornendo un’interpretazione post-moderna alla discesa nel surreale delle vicende di Macbeth. Oltre alle proiezioni, i due protagonisti sono ripresi in tempo reale e la loro immagine a specchio viene riproposta alle loro spalle, a volte da diverse angolazioni, richiamando a contesti televisivi ed enfatizzando precisi momenti: dalla pazzia del re al dramma della regina. Atmosfere elettroniche sono accompagnate da voci sospiranti e rauche, immerse nelle luci noir di Gigi Saccomandi.

I costumi richiamano al Medioevo e agli anni Quaranta. Tendenti a tinte scure, sono di un bronzo lucido, abbinati a viola languidi e giacche antracite. Solo le streghe sono bianche e i loro corpi nudi e biondi paiono usciti da una coreografia di Lady Gaga. Con lunghi abiti da sera Lady Macbeth è una diva fatale, seducente e cupa. Macbeth è l’uomo dalla bestia nera sul volto e lo sguardo consumato, con lunghi mantelli e panciotti militari.

Il Macbeth in chiave olografica con la regia di Luca De Fusco

Il trionfo di due grandi attori

Ogni effetto diventa secondario di fronte alla performance unica di Luca Lazzareschi e Gaia Aprea. La loro è una recitazione dalla grande forza espressiva: fa vivere il testo di una naturalezza che riporta la poesia al livello di una conversazione sentita e di pensieri spontanei. Lei è la fatale moglie dall’ambizione corrosiva e castrante. Lui è l’antieroe nel suo viaggio verso il macabro, vittima di illusioni demoniache. Entrambi sono un duo languido immerso nella penombra.

Gli incontri con le streghe, parlanti all’unisono per bocca di Angela Pagano, l’omicidio del re, persino il monologo del portiere, sono tutti momenti di un teatro di splendido gusto, sempre più raro nelle grandi produzioni. La perdita di contatto con il reale di Macbeth è rappresentata in modo sublime, come spiritato è il tormento notturno di Lady Macbeth. Il climax ascendente del finale è smorzato da attimi più blandi, come le scene della preparazione dell’offensiva al Macbeth tiranno, ma si recupera stupendamente nella chiusura lirica.

Una vera regina

È lei, Gaia Aprea, a catturare l’animo di chi la guarda. La sua interpretazione fa risaltare il dolore di una maternità assente e di una volontà di rivincita sulla vita. Solo con la sua azione il confine tra possibile ed illusione viene meno, condannando la coppia all’incubo nella veglia. Quel che Macbeth tradurrà nella celebre frase: “Macbeth, tu hai ucciso il sonno!

Decisamente da non perdere

L’intero spettacolo è di fatto frutto di un lavoro minuzioso, di ottima qualità, perfettamente all’altezza delle aspettative e dell’opera.

Gabriele Di Donfrancesco
@GabriDDC

[Macbeth sarà in scena al Teatro Quirino fino al  4 dicembre.]

Haberowski: era un mondo pieno di scrittori, sbronzi e scrittori sbronzi

Alessandro Haber e Manuel Bozzi: due menti, due cuori e un fiume di idee. Una nuova visione di una celebre performance di Haber, un “remix” come amano chiamarlo gli autori.

HABEROWSKI

LO SPETTACOLO – Gli ingredienti di questo remix sono semplici, efficaci, potenti. Alessandro Haber regala un’interpretazione a tratti autobiografica nella quale miscela con grande esperienza e passione i sentimenti più nichilisti e cinici dello scrittore americano.

Haber interpreta, recita, canta ma soprattutto vive i testi e le poesie originali di Charles Bukowski accompagnato dalla musica elettronica di Alfa Romero e da un visual ideato da Manuel Bozzi e Olivander in una continua interazione con il pubblico. Un’esperienza sonora e visiva coinvolgente e di grande qualità artistica. La tromba di Andrea Guzzoletti, con i suoi fraseggi colora e completa la pièce, unendo note romantiche e riflessive all’appeal elettronico dello spettacolo.

Tecnologia. recitazione, musica, amore si fondono in un progetto ad alto impatto emotivo. Un live, perché di un vero e proprio live si tratta, che arriva dritto al cuore, che farà emozionare, soffrire, sorridere e divertire il pubblico che assaporerà Bukowski sotto una nuova luce, dove le parole si uniscono alla musica elettronica ed alle immagini in un’unica incalzante danza dagli irriverenti toni beat/bukowskiani. Uno spettacolo che sarà presente al Teatro Vascello di Roma dal 29 novembre al 4 dicembre 2016.

HABEROWSKI

LA MUSICA – Alfa Romero è il nome del duo composto da Marzio Aricò e Lorenzo Bartoletti, Dj di fama internazionale e produttori di grande levatura della scena Techno/House italiana che hanno accettato la sfida di accompagnare i dissacranti testi di Bukowski magistralmente interpretati da un grande Haber. Il duo propone tracce originali, appositamente editate per lo spettacolo.
Andrea Guzzoletti nasce col Jazz e naviga con mano esperta nell’elettronica. Suona e produce con e per i più grandi. Collabora con Hector Zazou, Peter Erskine, John Taylor fino ad approdare all’avanguardia e alla musica dance. Da Label Manager di Alfa Romero Recordings contribuisce alla messa in opera del progetto Haberowski nel quale ha anche il ruolo di trombettista.

The Japanese House conquista anche l’Italia e il MAXXI

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La casa giapponese, una scatola magica ed estetica, conquista anche l’Italia e il MAXXI

Una mostra sulla cultura giapponese, la casa, la storia dell’architettura residenziale dal 1945 al giorno d’oggi, nata da una collaborazione tra il MAXXI, il Barbican Centre di Londra e il MOMAT di Tokyo presenta oltre ottanta progetti di case unifamiliari.

La casa è un luogo dove abitare, la sua architettura ne determina il metabolismo degli abitanti; in Giappone, dove dura una media di 26 anni, è come un continuo rinnovarsi delle cellule. Le case hanno un comportamento, e permettono ai giapponesi di assorbire l’attrito che si crea tra la tradizione e la modernità. L’utilizzo del tatami, il legno, le pareti di carta, la terra, i materiali e la luce. L’architetto è colui a cui ci si affida per creare il luogo dove vivranno le famiglie, i bambini e gli animali, diverso dal concetto italiano di edificio affidato al progetto di un’impresa di costruzioni, ed è per questo che la mostra è anche un’occasione per far passare l’idea di questo rapporto strettissimo tra l’architetto e il committente.

La mostra si sviluppa tra una serie di modellini, fotografie degli originali d’epoca e contemporanee, insieme a video, interviste e spezzoni di film, oltre ad una riproduzione in scala reale 1:1 di una vera abitazione: la House U di Toyo Ito (demolita nel 1976) fatta a ferro di cavallo con un cortile interno di terra, da dove non si vede la città e la luce viene solo dal lucernario. Oppure la particolarissima Pony House dove la proprietaria chiede all’architetto di progettare la sua casa mettendo al centro la vita del suo pony.

casa giapponese maxxi

Viene così concepita quasi come una ”stalla” moderna, ci sono finestre a cui il pony ha accesso da tutti i livelli della casa e vi si si può affacciare, oltre ad un vasto spazio di terra esterno. Interessante anche la Tower House di Takamitsu Azuma che, volendo vivere in città durante il periodo postbellico, decise di farsi costruire una casa di soli 20mq (era quello che poteva permettersi), per di più su un lotto di forma triangolare: la soluzione è geniale e totalmente efficace, sviluppata in altezza e con moltissima luce.

Oppure la House in a Plum Grove, con ridotte dimensioni, è stata limitata anche dalla scelta di far retrocedere la casa per preservare un gruppetto di pruni già presenti sul lotto. Infine la Roof House per una coppia con bambini: una casa vissuta, uno spazio a cielo aperto, senza parapetto, perché la famiglia era abituata a trascorre la maggior parte del tempo sul tetto.

casa giapponese maxxi

Senz’altro il percorso è molto interessante non solo per gli esperti nel settore, idee e spunti possono scaturire fuori dopo aver visto gli oltre ottanta progetti; lascia riflettere sul nostro modo di concepire le case, sempre più come contenitori standard e con mobili uguali, senza personalità, senza rispecchiare le incluìinazioni degli abitanti.

Molti altri eventi tematici animeranno i mesi di esposizione: le tre lezioni di scuola di ikebana (18 novembre, 20 gennaio e 10 febbraio) e uno sulla storia del giardino (27 gennaio), un workshop sulla carta washi giapponese e un seminario sulla situazione sismica, sulla quale il Giappone è molto avanti come progetti.

Ospitato, all’interno del Centro Archivi del MAXXI Architettura, è anche Carlo Scarpa e il Giappone fino al 26 febbraio 2017. Scarpa è stato molto in simbiosi con la cultura giapponese, ne ha intriso i suoi lavori e i suoi progetti più famosi. Ma è anche stato riconosciuto in Giappone come maestro e spesso citato nelle riviste, per questo il MAXXI ha voluto dedicargli una parte importante della mostra.

The Japanese House sarà al MAXXI fino al 26 febbraio per poi proseguire al Barbican di Londra dal 23 marzo al 25 giugno, mentre al Modern Art di Tokyo arriverà in estate 2017.

Sara Cacciarini

Rick and Morty, quinto episodio “La tribù dei Miguardi”

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Quinto episodio di Rick and Morty, una delle tante perle di Adult Swim, con umorismo macabro e tanti Mr. Meeseeks.

Eccoci a quinto incontro con Rick and Morty, universi paralleli, portali interdimensionali, black humor, risvolti inaspettati e le creature più esilaranti di tutta la serie, i Meeseeks! Se però non ricordate cos’è successo nella puntata precedente e non ve la sentite di proseguire, non disperate e cliccate qui.

“L’esistenza è un dolore per i Meeseeks, Jerry, e faremo di tutto per alleviare quel dolore”

Di ritorno da un’avventura traumatizzante e come sempre fuori dall’ordinario, Morty, ormai stufo di seguire Rick nelle sue deliranti avventure senza poter mai avere la possibilità di dire la sua, sostiene che sia arrivata l’ora di lasciare che sia lui a guidare la prossima spedizione e i due fanno una scommessa: se l’avventura che sta per cominciare dovesse rivelarsi un fiasco, il ragazzo non avrà più voce in capitolo in quelle a venire.

Ma è mai possibile iniziare a lavorare su qualcosa senza che la propria famiglia venga a disturbare il processo creativo in atto? Certo che no, neanche nei cartoni animati: senza neanche aver avuto tempo di mettere un piede fuori casa, ecco Beth, Summer e Jerry alla carica con i loro trascurabilissimi problemi di tutti i giorni che davvero non possono costituire neanche una lontanissima minaccia rispetto a spiriti demoniaci che vivono in altre dimensioni, giusto? Perciò perché non liquidarle sin da principio? Ed ecco comparire la cosa che rimarrà nei vostri cuori per un considerevole lasso di tempo: la scatola dei Meeseeks (“Miguardi” nell’adattamento italiano, che stavolta lasceremo un pochino nell’angolo) in grado di evocare degli schiavi umanoidi azzurri che risolvono i problemi dei loro padroni.

Ed ecco che, liberati dalle incombenze che la convivenza con una famiglia bisognosa comporta, Rick e Morty entrano in una dimensione dal gusto fantasy alla ricerca di una quest, si imbatteranno nel tipico gigante che vive sulla nuvola (Jack e il fagiolo magico così come I viaggi di Gulliver ma rielaborati in chiave piacevolmente slam), verranno messi sotto accusa e salvati da un angelo in giacca e cravatta e, nonostante Rick continui a borbottare su quanto quest’avventura sia un fiasco totale, ci sarà anche spazio per lumaconi, pub per gente a forma di scale e altri strambi figuri e, come dimenticarsene, per pedofili.

"Guardate e piangete, belli!"
                                                                  “Guardate e piangete, belli!”

 

Nel frattempo, Beth, Summer e Jerry si sono cimentati con l’uso della Scatola Meeseeks e, nonostante Rick si sia raccomandato di fare solo richieste semplici, indovinate chi si è involontariamente strangolato con le proprie mani?  Com’è logico che sia, Jerry porterà all’esasperazione il suo schiavo azzurro al punto tale che questo evocherà a sua volta altri Mr. Meeseeks senza riuscire a risolvere il desiderio iniziale di Jerry. E la frustrazione di non riuscire a soddisfare il proprio padrone è troppo grande per una pletora di Mr. Meeseeks, che decidono di eliminare il problema alla radice… Il tutto avviene sempre sull’orlo della solita crisi matrimoniale che porta Beth ad accarezzare l’ipotesi di scappare a gambe levate dalla presa di Jerry.

"Fermi tutti! Guardatemi!"
                                                             “Fermi tutti! Guardatemi!”

 

Esilarante e allo stesso tempo macabro, la puntata ha un risvolto lievemente malinconico che fa pensare, giocando sul rapporto “vita e morte” di questi personaggi apparentemente demenziali, le cui condizioni di vita sono simili a quelle dei geni della lampada, “esprimono un desiderio e poi spariscono”, che soffrono nel momento in cui il loro obiettivo sembra sfumare e viene imposta loro una permanenza vitale fuori programma. Vedremo a cosa sono disposti i Meeseeks pur di portare a termine ciò che sono stati chiamati a svolgere e sprofondare in una morte confortante: infatti, non c’è alternativa plausibile alla risoluzione del proprio compito se non… Il delirio!

Ecco ciò che ci suggeriscono i Meeseeks: morire al momento giusto piuttosto che brancolare nel buio e senza scopo. E se tale schema vitale venisse applicato all’essere umano, che elucubrazioni ne verrebbero fuori? Chi lo sa, l’importante è che non vi capiti mai di ritrovarvi nelle mani di Jerry Smith. Finché, infatti, a subirne i danni sia Beth, Morty, un Mr. Meeseeks o tutti insieme, è sempre un piacere poter ammirare l’inettitudine di un personaggio costruito ad arte, che non delude mai nella sua incapacità a farsi valere (e a brancolare nel buio!).

Un piccolo appunto: fino a questo momento, la traduzione e il doppiaggio non sono stati davvero il nostro pallino, nonostante ci siamo raccomandati sin da subito la visione in lingua originale, però, in questo episodio, il doppiaggio originale di Justin Roiland, co-ideatore della serie insieme a Dan Harmond (che ci teniamo sempre ad applaudire con una standing ovation), differentemente dall’adattamento italiano, è in grado di regalarvi una di quelle esperienze che si eradicheranno nel vostro cervello ed usciranno debitamente fuori durante i momenti meno opportuni. Come, per esempio, mentre sarete nella stanza d’attesa del dentista e scoppierete improvvisamente a ridere perché la camicia azzurra della signora di fronte a voi vi ha riportato alla mente: “HELLOOOOO, I’M MR. MEESEEKS! LOOK AT MEEEE!”.

Guardare per credere:

Quest’incredibile ed arricchente esperienza potrà essere acquisita unicamente guardando Rick and Morty in lingua originale. Non assicuriamo lo stesso apporto di risate attraverso il doppiaggio italiano, per quanto coerentemente adattato.

Tuni Laurenti

L’Huffington Post e i suoi inutili articoli sull’amore impossibile

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Siamo talmente ubriachi di “stati” sui Social Network che il nostro dito clicca “mi piace” senza pensare. Ormai è un riflesso involontario. O quasi.

Forse la bravura di chi vende contenuti, di chi riesce a ottenere più coinvolgimento da parte degli utenti è proprio quella che risiede nel pubblicare post che suscitino un’immediata e poco ragionata approvazione da parte di chi scrolla la propria home.

Di recente mi sono trovata a riflettere molto su ciò che pubblicano le Pagine Facebook dei portali di informazione più importanti del nostro Paese. Ci sono molti post che mi incuriosiscono, altri che mi lasciano perplessa.

huffington post italia

Il Caso Huffington Post

L’articolo che mi ha fatto cadere l’occhio sull’Huffington è il seguente: L’enorme tragedia di incontrare l’amore della tua vita nel momento sbagliato. In pratica è un commento in italiano ad un pezzo pubblicato da Lauren Skirvin (attrice, scrittrice, filmmaker) su “Elite daily“, giornale dedicato ai Millennials.

È un luogo fatto così: tu sai bene chi è l’amore della tua vita, ma voi non state più insieme. Magari siete usciti per un po’, forse avete avuto una vera relazione, oppure non siete mai stati ufficialmente insieme. Ma il filo che vi lega è così robusto, così vero, così magnetico che la vita vi catapulta sempre, continuamente indietro. Il fatto è che la vostra storia non ha mai raggiunto il suo potenziale. Così ci rimanete impigliati, non finisce mai.

Sono esattamente pensieri contorti come questi che fanno ammalare le persone.

La triste credenza che il Fato crudele vi abbia fatto incontrare la persona della vostra vita “nel momento sbagliato” e che poi l’abbiate dovuta perdere e rimpiangere per tutta l’esistenza è davvero tremenda.

Prima domanda: chi è la persona giusta?

Qualcuno che ci ha dato conforto, che ci ha trovato affascinanti, qualcuno con cui si faceva del buon sesso o si guardavo tanti film? Non esistono persone giuste e persone sbagliate. Esistono persone che riescono a farci stare bene. E per bene si può intendere che ci fanno sentire vivi, elettrizzati, seducenti, sereni o rilassati. “Giusto” non vuol dire nulla.

Nella vita saltiamo da uno stato d’animo all’altro, per questo a volte alcune persone sono solamente meteore. Altre perdurano più a lungo nella quotidianità, ma non è detto che ci regalino perpetua felicità. Quanti matrimoni sono solo contratti firmati? Mutui cointestati? Quante relazioni sono solo abitudine e comodità?

Non esistono persone giuste al momento sbagliato. Ma nemmeno persone giuste al momento giusto. Esistono occasioni di essere felici.

Seconda domanda: che cosa vuol dire momento sbagliato?

Veramente credete che due persone riescano a condividere una vita insieme collezionando solo momenti giusti? Iniziate a pensare che forse se quella persona non è più accanto è voi, è perché – semplicemente – quel rapporto è finito (anche se vi piace fantasticarci su).

Esistono legami di affetto che durano anche dopo la fine di un amore, ma sono legami positivi, che si conservano nel cuore come tesori perché ci hanno regalato qualcosa. Proporre alle persone questi modelli di pathos dove si anela a qualcosa di passato e perduto non fa altro che alimentare le paturnie di chi incolpa il destino per la propria infelicità.

Terza domanda: tra due persone che si sono frequentate poco si può creare un legame tale da far credere ad una delle due che l’altro era la persona giusta al momento sbagliato?

Se era la persona giusta, espressione che tradotta in un linguaggio sano sarebbe “vi rendeva felice”, e ora non c’è più, semplicemente non era una felicità destinata a durare. Questo non significa che valga di meno. Qualcuno ci ha insegnato che le cose durature valgono di più per la loro longevità, ma si tratta solo un luogo comune. Siete stati felici in quel momento con quella persona, punto. Questo non la rende la persona giusta al momento sbagliato.

huffington post italia

 

[dt_highlight color=”” text_color=”” bg_color=””]La verità è che ci piace proprio tanto idealizzare. E’ comodo pensare “Avevo la persona giusta e non è durata” piuttosto che accettare il fatto che a volte le cose non durano senza un perché e senza lasciare finali aperti.A volte i luoghi comuni non ci rendono felici![/dt_highlight]

Non a caso le lettere della gente che si rivolge agli psicologi hanno quasi sempre un esordio di questo tipo:

“Ho tutto quello che si può desiderare, ma non sono felice”

“Non posso essere felice perché ho perso mio padre/l’amore della mia vita/il mio cane/il mio lavoro”

Ci piace credere che un giorno avremo tutto e saremo felici. Ci piace anche dare a qualcun’altro la colpa della nostra infelicità: a volte ce la prendiamo col fantomatico “momento sbagliato” pur di non accettare che alcune cose capitano e basta. Magari non ci piacciono, magari ci danno tristezza, magari ci fanno pensare che siamo infelici. Ma è solo un momento. La vita, insieme ai suoi attimi, scorre. La scelta di essere felici dovrebbe essere una priorità ogni giorno, soprattutto in campo sentimentale, visto che ci sono altri settori, come ad esempio la salute, su cui non abbiamo controllo.

Ieri eravamo una persona, oggi ne siamo un’altra: come potete credere che una figura del passato potrebbe rendervi felici ora?

Se le vostre strade non si sono incrociate di nuovo fatevi una domanda e datevi una risposta. Se volete levarvi il dubbio alzate il telefono e toglietevelo. Siate pragmatici, prendete in mano la vostra vita. Ma vi prego, non incolpate il momento sbagliato. O non sarete mai felici.

La cosa che mi rincuora è che probabilmente questi articoli vengono redatti solo per ottenere click facili. Stop Missing Out On The Present Because You’re Looking To The Future, infatti, è un altro articolo della stessa autrice, che esordisce così:

If you are depressed you are living in the past.

If you are anxious you are living in the future.

If you are at peace you are living in the present.

Lao Tzu

 

Laura, lo vedi che lo sai allora…

 

Alessia Pizzi

Le mani infuocate di Daniel Barenboim a Santa Cecilia

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Il grande maestro Daniel Barenboim il 21 novembre 2016 ha letteralmente incantato il pubblico di Santa Cecilia con un concerto che rimarrà nella storia.

La sera del 21 novembre 2016 rimarrà nella mente di molti, perché un grande evento è un grande evento. All’Auditorium Parco della Musica, nella Sala Santa Cecilia, si è esibito in un recital pianistico il grandissimo Daniel Barenboim.

Artista provetto (il grande Wilhelm Furtwängler parlò nel 1954 dell’undicenne Daniel Barenboim come di “un fenomeno“) e dal carattere particolare, si è imposto per la sua capacità di trasmettere al pubblico il grande rispetto verso la musica, ad esempio vietando fotografie troppo fastidiose durante l’esecuzione.

Al di là delle imperfezioni ed imprecisioni che ci potrebbero essere state (cosa normalissima in un’esecuzione dal vivo) il settantaquattrenne maestro argentino ha saputo dare delle emozioni che non potrò mai dimenticare. La serata è iniziata con un omaggio a Franz Schubert, grande compositore austriaco morto trentunenne per la sifilide, con la sua Sonata in la minore D537, un piccolo gioiello ricco di finezze e dotato di musica ipnotica, mentre più riflessiva e più lunga era la Sonata in la maggiore D959; un brano di più ampie proporzioni, con un finale in minore che ricordava l’imminente morte del compositore.

Daniel Barenboim, in questi due brani, si è trasformato in Schubert, ce lo ha fatto vedere e sentire.

Nella seconda parte della serata il pianista si è trasformato in fuoco puro, attraverso la complessità ritmica della Prima Ballata in sol minore di Fryderyk Chopin, altro grande compositore franco-polacco e maestro ottocentesco del pianoforte, mentre torna di nuovo riflessivo in Funèrailles n. 7  (Funerali n.7), da “Harmonies poétiques et religieuses“, (letteralmente “Armonie poetiche e religiose“), scritto in memoria del Conte Batthyany da Franz Liszt, compositore ungherese e suocero del grande Richard Wagner, il grande rivoluzionario della tecnica pianistica nell’ottocento, autore di brani immortali come la Rapsodia Ungherese n.2, immortalata seppur con varianti in uno degli episodi di Tom e Jerry; compositore talmente rivoluzionario che sembra facesse scrivere sui programmi di sala “il concerto sono io“.

La serata si è conclusa con l’incandescente Mephisto-Valzer  n. 1 S514 (Valzer di Mefistofele) sempre di Liszt, dove Daniel Barenboim ha lasciato tutti senza parole per la capacità di tirar fuori il senso di questa pagina infuocata.

Un grande talento, salutato da un applauso mai visto all’Auditorium, tanto da dover tornare varie volte sulla scena, senza, ahimè, concedere alcun bis.

Ma a lui tutto è concesso!

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto Musacchio & Ianniello – Facebook Accademia Nazionale di Santa Cecilia)

Gilmore Girls: a Year in the Life, “Winter” e “Spring”

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Inverno e Primavera

Non è facile parlare adesso di Gilmore Girls: a Year in the Life, l’attesissimo revival dell’omonima serie.

Non è facile per chi, come il sottoscritto, ha seguito in diretta la serie 9 anni fa e ora si ritrova davanti tutti i personaggi e la continuazione di quella storia, che per travagliati motivi interni non ha mai avuto il dovuto e meritato finale.

Non è facile perché la serie ha sempre avuto un pregio, quello di saper emozionare, e col bagaglio di 9 anni di attesa ora l’emozione è centuplicata, se possibile.

L’incredibile però, o forse non dovrebbe esserlo, è la familiarità di questo ritorno che permette di superare un autentico stato confusionale degli spettatori. L’inizio del primo episodio è forse la scena più meta nella storia dell’intera serie, con le due protagoniste che si scambiano i soliti dialoghi al fulmicotone e ci dicono che non lo facevano da un bel po’ di tempo, e poi segue una panoramica sulla tanto amata Stars Hollow: in quel momento Rory che torna da un lungo viaggio e rivede tutto siamo noi che torniamo a familiazziare con la serie. La voglia di riconoscere i 9 anni passati ed il distacco nella serie stessa è la mossa migliore di Amy Sherman-Palladino, tornata qui al timone finalmente come sceneggiatrice e regista, perché con un sorriso ci permette di acclimatarci subito. Dopo l’inizio infatti, in cui il fattore stupore è lancinante, è incredibile vedere come la storia scorra fluida e tutti gli attori sembrino scivolare comodamente e naturalmente nei personaggi come il tempo non fosse passato (l’unica a risultare forse un po’ meccanica è Alexis Bledel, ma con lei siamo abituati).

E dove eravamo rimasti?

Gilmore Girls: A Year In The Life

Beh, Lorelai sta con Luke ormai stabilmente per la gioia di tutti, Rory è una giornalista freelancer senza fissa dimora e vive i problemi di tanti giovani che faticano a conquistare il mondo del lavoro, Lane è sempre a casa con la sua famiglia, Paris fa il lavoro perfetto per la sua mente maniaca del controllo, Sookie è partita e ha lasciato momentaneamente la locanda, gli abitanti di Stars Hollow sono tutti più eccentrici come li avevamo lasciati ad iniziare da Kirk, ed infine Emily è rimasta vedova. Sì, la più ovvia evoluzione e la più grande fonte di commozione è la morte di Richard Gilmore, una scomparsa il cui peso è ovviamente accentuato dal fatto che l’attore Edward Hermann ci ha davvero lasciato quasi tre anni fa. E’ bellissimo il modo in cui la serie omaggi Richard – ma soprattutto Edward Hermann – citandolo continuamente e lasciando la sua presenza aleggiare costantemente nelle vicende delle nostre protagoniste, ed è difficile trattenere le lacrime sapendo che la commozione delle interpreti è palpabile e reale, avendo loro perso prima di tutto un amato membro di un cast divenuto famiglia.

Questi primi due episodi del revival confermano tutte le speranze dei fans, perché oltre lo scontato ma ovvio “effetto nostalgia” è quasi confortevole ritrovare l’effervescenza dei dialoghi e le citazioni pop da far girare la testa dei coniugi Palladino, il cui ritmo serrato permette di non annoiare mai pur in episodi da 90 minuti. Oltretutto l’ironia surreale è sempre presente – la gag ricorrente del nuovo fidanzato di Rory del quale tutti dimenticano totalmente l’esistenza è da applausi – e ogni battibecco di Luke con qualcuno è sempre un piacere, come quando torni a casa dopo un viaggio molto lungo. Qualcuno potrà obiettare che anche dopo molti anni l’essenza drammatica della serie è sempre dovuta al sempiterno rapporto problematico tra Lorelai e Emily, e le due in ogni stagione per ogni passo fatto avanti verso la riconciliazione ne hanno fatti po due indietro, ma è innegabile l’interesse e soprattutto la forza della Palladino nel ritratto delle dinamiche familiari, e poi Kelly Bishop e la solita stratosferica Lauren Graham con le sue mille espressioni ci sguazzano alla grande.

Già vedendo il secondo episodio non c’era più sorpresa, non c’era più stupore, è come se questi 9 anni non fossero mai passati, e questa è la maggior forza di una serie che realmente riesce ad entrare nella vita dei propri spettatori. Tutti ora attendono ora i due episodi conclusivi e finalmente scoprire le ormai leggendarie “quattro parole” conclusive che Amy Sherman-Palladino ha scritto fin dalla genesi della serie, ma in un certo senso è già un peccato dover nuovamente salutare queste splendide ragazze.

Gilmore Girls: A Year In The Life

Emanuele D’Aniello

Free Fire, l’azione ironica di Ben Wheatley

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Il film di chiusura della 34° edizione del Torino Film Festival è di sicuro uno dei più sorprendenti. Stiamo parlando di Free Fire, la nuova pellicola di Ben Wheatley che torna a Torino dopo High Rise presentato lo scorso anno, riscuotendo maggiore successo con un lavoro ironico e pieno d’azione, nonostante una trama che abbia poco da dire.

Presentato nella sezione Festa Mobile, Free Fire ci porta a Boston, più o meno a fine anni 70 dove incontriamo subito Justine (Brie Larson), una “libera professionista” che ha organizzato un incontro in un magazzino deserto tra due irlandesi (Cillian Murphy, Michael Smiley) affiliati all’IRA, e una gang capeggiata da Vernon (Sharlto Copley) e Ord (Armie Hammer), che vende armi.
Ritrovatisi tutti insieme in questo magazzino isolato e polveroso, il variegato gruppo di malviventi comincia la transazione, ma poco dopo qualcosa va storto e la situazione prende una brutta piega. Un ragazzo drogato, parente di uno dell’IRA,  viene riconosciuto da un guardaspalle dei trafficanti come colui che ha picchiato la cugina in un pub la sera precedente. Da qui parte un effetto a catena che, con l’aggiunta di due cecchini nascosti per far fuori tutti, porterà ad un massacro senza nessun vincitore.

Il regista inglese, che ha scritto la sceneggiatura insieme alla moglie Amy Jump, porta sul grande schermo un film energico dal sapore tarantiniano, con un cast di prim’ordine formato dal Premio Oscar Brie Larson, ancora una volta sorprendente in un ruolo forte e ironico, Armie Hammer, Cillian Murphy e Sharlto Copley tra gli altri. Free Fire è un continuo di colpi di pistola, fucili, mitra e chi più ne ha più ne metta, insieme a dialoghi continui, esilaranti e divertenti scaturiti dall’incontro di menti poco brillanti che danno brio all’azione pura, quella ispirata ai B movie degli anni ’70.

Grazie ad una regia attenta e al solo gusto di realizzare un prodotto pieno di azione, Free Fire convince nell’ultima giornata del Torino Film Festival, senza annoiare, un film che fa l’occhiolino al cinema action che conosciamo bene ma che porta con sé qualcosa di nuovo.

Ilaria Scognamiglio