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I premi del Torino Film Festival 2016

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34° TORINO FILM FESTIVAL – I PREMI UFFICIALI

Torino, 26 novembre 2016

 

TORINO 34

 

La Giuria di Torino 34 – Concorso Internazionale Lungometraggi, composta da Ed Lachman (USA, presidente), Don McKellar (Canada),Mariette Rissenbeek (Germania), Adrian Sitaru (Romania), Hadas Yaron (Israele), assegna i premi:

 

Miglior film(€ 15.000) a:

 

Juan Zeng Zhe / The Donor di Qiwu Zang (Cina, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“Siamo onorati di assegnare il premio a un film così meravigliosamente penetrante e così poetico nella narrazione, nella performance, nella comprensione del mondo in cui proviamo a vivere. Pensiamo di aver trovato una nuova voce del cinema cinese che ci arricchirà tutti. Grazie”.

 

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Premio Speciale della giuria – Fondazione Sandretto Re Rebaudengo (€ 7.000) a:

 

Los decentes di Lukas Valenta Rinner (Austria/Corea Del Sud/Argentina, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“Questo film ci porta in un viaggio con Belén, una collaboratrice domestica di una ricca famiglia in un quartiere sorvegliato e recintato, che trova una via di fuga dal suo mondo claustrofobico quando scopre una comunità di nudisti che vive al di là del recinto. Los decentes esplora con grande sensibilità e penetrante spirito di osservazione l’impatto che questa nuova libertà ha sulla vita della donna. Allo stesso tempo, questa libertà provoca la reazione della borghesia del quartiere. Diamo il Premio Speciale della Giuria a questo film audace e originale”.

 

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Premio per la Miglior attrice a:

 

Rebecca Hall per il film Christine di Antonio Campos (USA, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“L’attrice, con una fortissima presenza scenica e le molte sfumature della sua performance è riuscita a ritrarre perfettamente un personaggio commovente che è in conflitto emotivo con se stesso.”

 

Premio per il Miglior attore a:

 

Nicolas Duran per il film Jesusdi Fernando Guzzoni (Cile/Francia, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“Per un ritratto molto credibile, che veicola una gamma di emozioni, da parte di un talento così giovane e promettente”.

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Premio per la Miglior sceneggiatura a:

 

Juan Zeng Zhe / The Donor di Qiwu Zang (Cina, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“Forse saremmo stati influenzati dall’ambiente che ci circonda, ma la giuria è rimasta colpita da questo film duro ed emotivamente devastante, che mostra come la tradizione del Neorealismo italiano sia ancora viva in angoli remoti del globo”.

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Premio del pubblico a:

 

Wir Sind die Flut / We Are the Tide di Sebastian Hilger (Germania, 2016)

 

 

TFFdoc

 

INTERNAZIONALE.DOC

 

La Giuria di Internazionale.doc, composta da Kamal Aljafari, Ann Carolin Renninger, Gaël Teicher, assegna i seguenti premi:

 

Miglior film per Internazionale.doc (€ 5.000) a:

 

Houses Without Doors di Avo Kaprealian (Siria/Libano, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“In una situazione impossibile, ci fa vedere l’impossibile – dal balcone di casa egli guarda il mondo intero. Ci fa sentire come i siriani e gli armeni rappresentino tutta l’umanità e ci restituisce la fiducia nella capacità del cinema di aiutare tutti gli essere umani a esistere e a resistere in ogni epoca”.

Premio Speciale della giuria per Internazionale.doc a:

 

Attaque di Carmit Harash (Francia, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“Perché si pone nel cuore del caos sollevando interrogativi sulle tante immagini che ci circondano, con uno spirito libero e con uno humour che aiutano a prendere le distanze e a sconfiggere la depressione, perché propone di non credere alle immagini ma trattarle in modo originale e nuovo”.

 

 

 

 

 

 

ITALIANA.DOC

 

La Giuria di Italiana.doc, composta da Eleonora Danco, Luciano Rigolini, Marcello Sannino, assegna i seguenti premi:

 

Miglior Film per Italiana.doc (€ 5.000) a:

 

Sarodi Enrico Maria Artale (Italia, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“Un viaggio alla ricerca di un padre mai conosciuto. Un documentario intimo e spiazzante diretto con incredibile lucidità e rigore. L’autore riesce a trattare la sua storia con intensità e coraggio, attraverso una struttura narrativa coinvolgente dove la dimensione personale diventa universale”.

 

Premio Speciale della giuria per Italiana.doc a:

 

Moo Yadi Filippo Ticozzi (Italia, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“Un documentario intenso e raffinato. Uno sguardo poetico che scava un territorio segnato da un trauma di violenza e morte la cui memoria è viva nel protagonista Opio e nelle persone che incontriamo. Il regista riesce a creare con sensibilità e rigore una vera mimesi tra la temporalità filmica ed il tempo sospeso della vita quotidiana dove la natura è una lunga lacrima colorata”.

 

Assegna inoltre una menzione speciale a:

 

A Bitter Story di Francesca Bono (Italia, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“La giovane autrice decide di confrontarsi con una delle questioni sociali più imminenti: l’integrazione. Gli adolescenti di una piccola comunità cinese che affrontano le decisioni sul proprio futuro sospesi in un limbo identitario e territoriale.

Un approccio formale e psicologico audace che fa uso della messa in scena non escludendo momenti di autentica intimità, riuscendo così ad andare oltre il realismo frontale senza perdere la sincerità”.

 

 

ITALIANA.CORTI

 

La Giuria di Italiana.corti, composta da Colapesce, Lucia Veronesi, Matteo Zoppis, assegna i seguenti premi:

 

Premio Chicca Richelmy per il Miglior film (€ 2.000 offerti da Associazione Chicca Richelmy) a:

 

Ex voto di Fabrizio Paterniti Martello (Italia, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“Il film racconta la tradizione di un luogo diviso fra sacro e profano e ci restituisce poeticamente l’immagine di un’Italia divisa tra tradizione e modernità”.

 

Premio Speciale della giuria a:

Il futuro di Era di Luis Fulvio (Italia, 2016)

Con la seguente motivazione:

 

“Il film scolpisce la metafora della condizione umana. Propone una chiave di lettura attuale della continua e ossessiva ricerca della bellezza attraverso la sua distruzione”.

 

 

PREMIO FIPRESCI

 

La Giuria del Premio Fipresci, composta da Frédéric Jaeger, Yael Shuv e Gianlorenzo Franzi, assegna il Premio per il Miglior film a:

 

Les derniers parisiens di Hamè Bourokba e Ekoué Labitey (Francia, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“Una storia attuale raccontata con empatia e urgenza, con un tocco leggero. Les Derniers Parisiens narra il difficile rapporto tra due fratelli migranti che cercano di sbarcare il lunario a Parigi. Offre uno sguardo della vita a Pigalle e scorci sulle molte storie accennate sullo schermo”.

 

 

PREMIO CIPPUTI

 

La Giuria, composta da Francesco TullioAltan, Mariano Morace, Costanza Quatriglio assegna il Premio Cipputi 2016Miglior film sul mondo del lavoro a:

 

Lao Shi / Old Stone di Johnny Ma (Cina/Canada, 2016)

 

Con la seguente motivazione:

 

“Per lo stile sospeso fra la cronaca vera e lo stato d’allucinazione con cui Johnny Ma segue la fulminante odissea tragica di un taxista rimasto coinvolto in un incidente stradale. La responsabilità non era sua, ma il senso di colpa per avere fatto sprofondare un ragazzino in coma profondo è ossessivo: niente e nessuno lo aiuteranno, né gli amici, né la famiglia sempre meno comprensiva e affettuosa, né tanto meno gli squali burocrati delle società d’assicurazione. La perdita del lavoro quotidiano provoca un fatale smarrimento dell’identità. Ognuno è solo sul cuore della terra, e il buio si avvicina”.

 

 

Un ringraziamento a quanti hanno sostenuto il 34° Torino Film Festival.

 

Con il contributo di: Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Regione Piemonte, Città di Torino.

 

Con il sostegno di: Compagnia di San Paolo, Fondazione CRT.

 

Main Media Partner: Rai.

 

Main Sponsor: Intesa Sanpaolo, Fiat.

 

Sponsor: Equilibra.

 

Vettore ufficiale: AirFrance.

 

Partner culturali: Fondazione Sandretto Re Rebaudengo, Associazione Chicca Richelmy, IED Torino, Fondazione ITS per l’ICT, Università degli Studi di Torino, Fondazione Ente dello Spettacolo, MyMovies.it, Contemporary Art Torino Piemonte, Fondazione per la cultura Torino.

 

Partner tecnici: Coop, Martini, Acqua Panna, Caffè Vergnano.

 

Partner: Sagat, Rear, Euphon, Sub-ti, Soft Solutions.

 

Media partner: Rai Movie, Rai News24, Rai Radio 2, Rai Radio 3, Torino Sette, Fred Radio, Cinecittà News, Movieplayer.it, , Giornalettismo,  Ildocumentario.it, Festival Scope.

The Night of 1×01 “The Beach”, l’inizio dell’incubo

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Un ragazzo vuole andare ad una festa, gli amici lo lasciano solo, lui timido e consapevole che questa potrebbe essere l’unica occasione per conoscere qualche ragazza vuole andarci lo stesso, e allora cosa fa? Prende la macchina del padre ad insaputa di quest’ultimo, la macchina è però un taxi sul quale per sbaglio sale proprio una ragazza, i due parlano e si attraggono a vicenda, lui va a casa di lei, i due fanno sesso, assumono droghe, vanno a dormire. E quando lui si sveglia, lei è morta.

Lei è morta.

Tu, amico mio, sei il primo e unico sospettato.

Così inizia The Night Of, la nuova miniserie HBO, ispirata ad una miniserie inglese, arrivata anche da noi grazie a Sky Atlantic. Ho fortemente sintetizzato la premessa narrativa del primo episodio e dell’intera serie, perché gli eventi da me descritti raggiungono quasi l’ora di durata.

La premessa però è essenziale e comunissima. Purtroppo, e fa venire i brividi dirlo, è una situazione che potrebbe capitare praticamente a chiunque, guida clandestina del taxi esclusa. The Night Of immediatamente svela la sua dimensione fortemente umana, perché il protagonista della vicenda è Naz (un bravissimo Riz Ahmed), un bravo ragazzo e bravo studente, timido e ligio al dovere, cresciuto in una famiglia normalissima. Certo, è un pakistano che vive a Brooklyn, ma ciò non incide sul suo comportamento. Naz è un ragazzo molto poco sicuro di sé che, spinto dall’occasione della vita e dalla classica ragazza carismatica, si infila in un precipizio in cui attimo dopo attimo tutto ciò che potrebbe andare storto va esattamente storto.

The Night Of è una serie che forse la HBO ancora non ci aveva mai regalato, perché non ha influenze esterne di stili o tematiche, oppure un qualcosa mascherato da altro, ma è puramente un legal drama dai risvolti umani. Al centro di tutto c’è la rigorosa e metodica, seppur piena di disattenzioni e per questo molto realistica, ricostruzione di ciò in cui Naz si infila inconsapevolmente e poi dell’indagine della polizia. Non c’è modo di uscire dall’opprimente e soffocante situazione, come testimonia anche la fotografia grigia e notturna: il realismo è ciò che conta. Ed in questo, credo che il colpo di genio sia quello di non ritrarre l’omicidio. Insomma, molto probabilmente ci appare che Naz sia innocente, ma non solo tutte le prove puntano a puntare il dito contro di lui, ma ci viene anche il dubbio che Naz potrebbe davvero essere l’omicida, perché nemmeno lui ricorda cosa è accaduto sotto effetto di droghe.

Il dubbio legittimo è il motore di tutto.

Come primo episodio The Night Of si dimostra già una miniserie perfetta. L’ingresso solo nel finale di John Turturro, che interpreterà il problematico e altrettanto patetico avvocato di Naz, è un teaser per i prossimi episodi davvero gustoso. E noi saremo a cercare di capire cosa è successo veramente quella notte.

 

Emanuele D’Aniello

Al via la IV Edizione di Taste of Excellence

Taste Of Excellence: il Food e non solo a Roma tra novità e tendenze, 26/28 novembre 2016 Set Spazio Eventi Tirso.

In scena a Roma, aperto al pubblico dal 26 al 28 novembre, la IV edizione di Taste of Excellence, l’evento dedicato all’ampio settore del food&beverage in tutti i suoi  molteplici aspetti. La manifestazione è stata ideata da Pietro Ciccotti, che spiega come l’evento “abbia con una forte connotazione al B2B, puntato al networking  tra operatori, senza tralasciare l’aspetto B2C. Il nostro obiettivo è quello di rappresentare un punto di incontro fondamentale per gli imprenditori, offrendo sempre più stimoli e strumenti per affrontare al meglio le sfide del mercato. Vogliamo rispondere puntualmente alle nuove esigenze delle imprese – conclude Ciccotti –  In  questa edizione abbiamo dato molta importanza anche al mondo della ricerca, innovazione e  formazione, elementi chiave per entrare nel lavoro ed essere sempre aggiornati”.

L’appuntamento romano  ha il patrocinio dell’Università di Roma Tre – Dipartimento di Scienza e Cultura Enogastronomica, vede il coinvolgimento attivo degli studenti nell’organizzazione dell’evento e riunisce in un’unica cornice produttori, chef, scuole di cucina, operatori e istituzioni.
Molte le tematiche affrontate, distribuite tra talk show interattivi con pubblico e addetti ai lavori nonché novità nel campo enogastronomico, economia, presentazione di piatti inediti, sostenibilità ambientale, formazione e nuove start up nel comparto della ristorazione. La ricetta è semplice: la cucina è economia e sostenibilità ambientale; gli ingredienti principali sono impegno e conoscenza Tecnico-Scientifica.
Le dosi di questa IV edizione di Taste of Excellence:

40 aziende espositrici;
30 ricette innovative;
30 chef stellati;
30 chef del territorio;
3 scuole di cucina;
8 Talk Show;
3 Convegni;
20 Cooking Show degli chef stellati;
12 Cooking Show degli chef del territorio,
8 corsi di cucina 

Sala Intreccci – Excellence Lab

Convegno sull’alimentazione funzionale organizzato  dall’ Associazione Professionale Cuochi Italiani del Lazio.
Vari Talk show come i “Dialoghi della Cucina”  ovvero dal  Perfectfood, come:  Gli ingredienti della cucina del futuroQuando finirà lo Chef Star System?,  per passare poi a L’Oste 2.0  fino a Pizza Innovation, oltre a Come sarà lo Chef del futuro?Critico Enogastronomico: Osservatore o Giudice?,  Gli algoritmi della ristorazione. Per il Talk show Ricetta di donna, si racconteranno  donne di talento come Angela Velenosi, Francesca Romana Barberini, Dominga Cotarella, Nerina Di Nunzio, Caterina Dei ed Eleonora Cozzella.
Presentazioni del premio “I migliori ristoranti italiani” della Guida MangiaeBevi e delle Guide “Roma nel Piatto” ed. 2017 “Roma per il Goloso” ed. 2017 a cura de La Pecora Nera Editore
Molto interessante da seguire sarà il Seminario Storia della gastronomia dal Rinascimento ad oggi a cura di Rossano Boscolo, fondatore del museo della cucina e del Libro Antico di Gastronomia.
Mentre il tema del business verrà trattato con la presentazione delle Start Up emergenti, al centro dell’evento grazie alla presentazione di Digital Magics quotata su AIM Italia (simbolo: DM), un incubatore di progetti digitali che fornisce servizi di consulenza e accelerazione a startup e imprese, per facilitare lo sviluppo di nuovi business tecnologici.  “Alla ricerca del cibo perfetto”  prevede, infatti, due incontri mirati a valutare l’impatto che le startup innovative avranno sul mondo dell’alimentazione e in particolare di quella di eccellenza. Saranno presenti startup italiane e internazionali che si occupano di produzione di alimenti, servizi alla ristorazione, commercializzazione e via di seguito. Le startup italiane sono: Wallfarm (Roma), che ha progettato un sistema che rende facile la cultura idroponica su qualunque scala, dalla produzione casalinga fino alle installazioni di grandi dimensioni, IQP (Roma), che produce un sistema di monitoraggio degli oliveti in grado di aumentare la resa del raccolto e diminuire i costi di gestione e eVia (Napoli), una piattaforma per l’agricoltura di precisione che rende estremamente efficiente tutte le fasi di coltivazione.

Ristorante del Futuro 

Food Innovation – Cooking  Show a 4 mani con la realizzazione di una ricetta innovativa, inedita ed esclusiva dei migliori Chef; ne saranno presenti oltre 70, molti dei quali stellati del Centro Sud d’Italia.  Gli Chef  stessi useranno prodotti sia territoriali sia forniti in prevalenza dalle oltre 40 aziende espositrici.  Una serata che saprà di magia la “Angel Chef Dinner”, con le due grandi Chef stellate Iside De Cesare e Katia Maccari.
Perfect Food-Cooking Show a 4 mani in cui gli Chef utilizzeranno ingredienti del futuro nella ristorazione e le relative innovazioni nel comparto delle attrezzature funzionali all’utilizzo degli stessi, fino ad uno speciale approfondimento sulle novità in corso nell’universo “Pizza”, tema tornato in voga e di grande appeal. A proposito di  PIZZAINNOVATION, in programma Gabriele Bonci, maestro della pizza in teglia, e Pier Daniele Seu, per la prima volta insieme due massimi esponenti della scena capitolina. Si cimenteranno in un gastro-meeting  esclusivo tra impasti innovativi e materie prime d’eccellenza, salvaguardia dell’agricoltura: pizza tonda, in teglia, napoletana e gourmet. Verranno presentate pizze insolite e avanguardiste, nonché evoluzioni innovative degli impasti senza limiti di espressione.

 

Sala Arsial – Excellence Academy

Riflettori puntati sulla formazione e sulle novità in cucina dal punto di vista tecnico e sull’aspetto gestionale. Durante Taste of Excellence si indagheranno e si approfondiranno gli sviluppi di un mercato in costante crescita, coinvolgendo anche i giovani in vari confronti sulle opportunità lavorative. Quindi si susseguirannoCorsi di cucina delle più importanti  Scuole Romane  come “A Tavola con lo Chef” , Scuola “Boscolo Etoile Academy” e  Scuola “Les Chefs Blancs”.
Spazio rilevante sarà dato a Next Cooking Lazio ovvero Cooking Show a 4 mani tra Chef del Lazio che realizzeranno una ricetta inedita, innovativa ed esclusiva con prodotti provenienti da aziende del Territorio.  Ci saranno, inoltre, Cooking Show realizzati dai cuochi di APCI Lazio con prodotti esclusivamente biologici.

TASTE OF EXCELLENCE
Dal 26 al 28 novembre 2016
SET – Spazio Eventi Tirso
Via Tirso 14, Roma
Orari: 11:30-23:00

Wexford Plaza, un film che funziona solo a metà

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Molti sono gli esordi in questo 34°Torino Film Festival, tra cui anche Wexford Plaza, primo lungometraggio del regista canadese di origini asiatiche Joyce Wong che racconta una singola storia sdoppiandola in due punti di vista.

Betty, giovane ventenne sovrappeso, inizia il suo nuovo lavoro come guardia notturna di un desolato centro commerciale. Betty è alla costante ricerca dell’anima gemella, che prova a trovare tramite vari social network e chat. Un giorno, sul posto di lavoro grazie al suo stupido collega Rich, conosce Danny, anche lui con il suo carico di problemi, e per la giovane è subito amore. La gentilezza di Danny, però scompare in poco tempo e Betty prende una decisione azzardata: inviargli una foto osè di sè stessa. Purtroppo, le cose non vanno come vorrebbero e il feeling che sembrava ci fosse tra i due svanirà.

Sia Betty che Danny, al quale viene dato il compito di guidare la seconda parte della storia, sono due ragazzi la cui vita è sprofondata nell’inerzia, dalla quale entrambi cercano di uscire con espedienti più o meno adatti. Una commedia amara, della durata di 80 minuti o poco più, che presenta un impianto narrativo già usato molto spesso nel cinema contemporaneo, ovvero quello di suddividere in due parti la storia cercando di dare più interesse a ciò che viene raccontato. E’ questa la sensazione quando si guarda Wexford Plaza, un film che parte bene, con la vicenda narrata dal punto di vista di Betty, ironico e malinconico allo stesso tempo, continuando però spegnendosi man mano quando il tutto viene raccontato dalla parte di Danny, protagonista maschile che non dà un tocco in più alla vicenda.

Wexford Plaza risulta così un flm che funziona solo nella prima parte. E’ proprio, infatti, la scelta di Wong di dividere i due punti di vista ad appesantire l’andamento e far sì che siò che poteva essere interessante diventi noioso e non lasci allo spettatore uno spazio di vera riflessione sulla solitudine che attanaglia i due protagonisti.

Ilaria Scognamiglio

 

 

Buona prova per l’Oltrepò Pavese a Roma con Go Wine

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All’Hotel Savoy Go Wine ha presentato il Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese per un focus interessante su un territorio d’eccellenza della viticultura Italiana

go winw oltrepò pavese culturamenteturamente20161122_203320Quello dell’Oltrepò Pavese è uno dei territori italiani che non viene mai abbastanza valorizzato. Questa è la sensazione più evidente che rimane  dopo un giro tra i banchi d’assaggio della degustazione organizzata da Go Wine, insieme al Consorzio Tutela Vini Oltrepò Pavese.

go wine - oltrepò pavese - culturamente20161122_201245Il pubblico intervenuto ha potuto verificare  di persona lo stato di salute della viticultura di questo territorio che esprime prodotti interessanti, ideali per quella grande fascia di pubblico che nel vino ricerca un approccio rilassato e conviviale senza troppi problemi di abbinamento ma con uno sguardo attento al gusto e alla qualità.

go wine - oltrepò pavese - culturamente0161122_182704Il territorio di riferimento è una porzione della provincia di Pavia e prende il nome dal suo posizionamento, a sud del fiume Po appunto, incastonato tra Piemonte ed Emilia-Romagna. Con quest’ultima nel segno del continuum culturale, condivide l’aspetto vivace e frizzante del Lambrusco, che in Oltrepò Pavese si ritrova nella Bonarda ottenuta da uve Croatina. L’altra varietà maggiormente coltivata in loco è il Pinot Nero,  in misura minore diversi altri vitigni tra cui anche il Riesling Renano  che in alcuni casi regala bottiglie veramente interessanti. La zona è decisamente vocata alla spumantistica di qualità, ed è così che la gran parte delle uve viene vinificata.

go wine-oltrepò pavese-culturamente20161122_183851Malgrado l’indiscutibile qualità l’Oltrepò Pavese rimane però a volte in ombra rispetto ad altre realtà Italiane, che riescono a fare più presa sul pubblico specialmente dei non addetti ai lavori. Dalla degustazione di Go Wine in questo senso, emerge che forse una diversa politica di marketing consentirebbe ad un pubblico ancora più ampio di apprezzare questa bella realtà produttiva del vino Italiano.

go wine-oltrepò pavese-culturamente20161122_182920Tra gli spumanti molti i Rosè, tipologia cui il Pinot Nero si presta particolarmente bene, ma viene anche vinificato in bianco, solo o con percentuali minori di altri vitigni spesso Chardonnay. Ad esempio il Cà Montebello Rosè brut, dell’omonima azienda, delicato sotto tutti gli aspetti, dalla bollicina ai sentori di lievito, o anche il Conte Vistarino Cruasè metodo classico Rosè  Saignee  della Rocca, dal nome tanto lungo quanto la persistenza di piccoli frutti rossi che lascia nel finale, oppure il metodo classico Rosè dell’Azienda Monsupello,  di gradevolissima e prolungata freschezza, così come il Metodo classico Rosè Zephiro di  Tenuta Quvestra.

go wine - oltrepò pavese-culturamente0161122_192603Tra le versioni spumantizzate in bianco, l’extra brut m’Ami di Tenuta Belvedere in cui prevalgono delicati accenni floreali, o il  Metodo classico Brut Maria Antonietta dell’Azienda Feudo Nico, uno dei migliori assaggiati in assoluto insieme all’Alexander Magnus, Pinot Nero Brut di Cantine F.lli Bertelegni. Di questa azienda anche Sgarbè ottimo vino da Riesling, ricco sia nei profumi che nel gusto e di buona persistenza, tra i più sorprendenti dell’intera degustazione.

go wine-oltrepò pavese-culturamente20161122_184741La Bonarda da loro prodotta si chiama Vergonia, nome provocatorio che richiama l’attenzione su come la Croatina, sia sottovalutata soprattutto nel prezzo delle uve. In effetti il grido di protesta si rivela giustificato assaggiando questo bel vino di semplice approccio, che con la sua frizzantezza appena accennata invita al pieno relax. Sensazioni che evocano anche la Bonarda Giada 2015 di Cantina La Costaiola e quella decisamente più frizzante di Losito & Guarini “C’era una Volta”, che insieme alla Bonarda di Azienda Paravella sono rimaste agganciate alla memoria gustativa.

go wine -oltrepò pavese-culturamente20161122_201631Anche il Pinot Nero non spumantizzato era presente con ottime bottiglie. Dalle versioni di gusto più pieno e sul frutto come quella di Cà di Frara alle due versioni proposte dalla Tenuta Mazzolino, la prima “Terrazze” vinificata in solo acciaio che sviluppa i toni dei fiori rossi, e l’altra “Noir” a cui l’elevazione in legno affina il bouquet regalandogli i toni raffinati della maturità. Ottimo anche quello di Vercesi del Castellazzo proposto nelle versioni 2012 e nell’elegante 1998.

go winw - oltrepò pavese - culturamente0161122_200314Per ultimo “Pernice” dell’Azienda Conte Vistarino forse il più complesso dei Pinot Nero presenti, che evade dalla tipicità per assumere una propria dimensione fatta di sentori delicati e molteplici, abbandonando via via le tracce fruttate per trovare  l’aroma delle erbe medicinali e delle le spezie lievi.

Bruno Fulco

 

 

Lady Macbeth, la solitudine genera mostri

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Non fatevi ingannare dal titolo, il film non è affatto un adattamento di uno dei più celeberrimi drammi di William Shakespeare e nemmeno un racconto su uno dei suoi più popolari e riusciti personaggi. In realtà Lady Macbeth è tratto dal quasi omonimo romanzo russo del 1865 di Nikolaj Leskov, sul quale però l’influenza del Bardo, soprattutto nell’evoluzione psicologica della protagonista, è piuttosto lampante.

Il film, forse proprio staccarsi dalla semi-sconosciuta fonte russa e riagganciarsi alla tradizione letteraria britannica, muove l’ambientazione della storia nella fredda e grigia Inghilterra rurale dell’età vittoriana, pagando visivamente debito ad un mondo che pare uscire da un romanzo delle sorelle Brontë. Come ormai avrete colto, date anche le citazioni letterarie evidenti, un film così non poteva che scaturire da un regista anomalo per il mondo del cinema: dietro la macchina da presa c’è infatti William Oldroyd, drammaturgo teatrale qui al suo esordio al cinema.

Ciò che però importa, ed è figlio di tutto quanto detto finora, è quello che accade davanti alla macchina da presa: ora, qualcuno potrebbe dire “non accade nulla” almeno all’inizio, ma il punto è proprio quello. Con una resa stilistica asciuttissima e più distaccata possibile, attraverso lunghe inquadrature fisse, Lady Macbeth ci introduce al mondo della formalità nobiliare, in cui i riti, le tradizioni e gli status sociali dominano ed il tempo è scandito dal dolce far niente. Ciò è ancora più pesante per la dimensione femminile, a cui è riservato un ruolo ancora più schiacciato e sempre derivato da un matrimonio di convenienza senza amore. Lady Macbeth è il ritratto della noia di una donna, la cui vita praticamente non esiste, e di come lei provi a sconfiggerla lasciandosi travolgere da sentimenti e istinti, che siano positivi come l’amore passionale o negativi come la macchinazione per l’omicidio. Tutto insomma pur di provare per un attimo il brivido della vita vera, tutto per sentirsi autenticamente vivi.

Accompagnato dall’occhio scenico di Oldroyd, la cui formazione è utilissima alla composizione di inquadrature quasi pittoriche ricreate dai costumi sontuosi e dalla fotografia perfetta, Lady Macbeth si dipana per quello che realmente è, un dramma psicologico dai risvolti agghiaccianti se non perversi. Attraverso infatti le manipolazioni della protagonista che vanno indubbiamente a richiamare il personaggio shakespeariano a cui si ispira il titolo del romanzo originale, il film affronta una vastità di chiavi di lettura: la critica all’etica forzata, la critica alle classi sociali, la critica all’oppressione maschile, tutto è giocato costantemente in bilico sul labile filo tessuto dalle azioni della protagonista, da un lato viste come esplosione della follia umana figlia della noia e della solitudine, ma dall’altro lato viste anche – o forse soprattutto – come forma di ribellione femminile e femminista contro una sorte personale e condizione sociale creata dagli uomini. E come se non bastasse, rifacendosi alla dimensione culturale dell’adattamento recente di Cime Tempestose di Andrea Arnold, film col quale non a caso condivide la rigorosissima messa in scena, il regista Oldroyd aggiunge anche il discorso sulla discriminazione razziale, perfetto specchio delle girevoli sorti della protagonista e soprattutto in grado di rendere socialmente contemporaneo il dramma del racconto umano.

Le soffocanti inquadrature di Oldroyd non imbrigliano comunque il talento della giovane protagonista Florence Pugh, vera rivelazione e motore del film che domina scena dopo scena. Sono loro, attrice e regista, a trasformare quello che sulla carta poteva essere un semplice dramma gotico in un opprimente ritratto psicologico e sociale, sicuramente non per tutti i gusti ma in grado di lasciare un segno intenso.

 

Emanuele D’Aniello

Caravaggio, la passione, la violenza, il pennello e la luce

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L’Associazione Culturale Roma e Lazio x te ha organizzato una visita sulla vita del grande Caravaggio per domenica 27 novembre 2016 alle ore 16.

Era l’anno 1592. Roma era in pieno fervore: si stava preparando per il Giubileo dell’anno 1600. Un giovane artista entra nella città eterna in quell’anno: si chiamava Michelangelo Merisi detto il Caravaggio.

Probabilmente non poteva sapere che egli avrebbe cambiato il mondo della storia dell’arte. Per Caravaggio, Roma è un microcosmo pieno di elementi stimolanti. La sua vita girerà intorno al quartiere del Campo Marzio. Siamo alla periferia della Roma rinascimentale ed era una zona frequentata da prostitute e cortigiane, elementi cardine della sua poetica. Artista collerico e moderno, la sua pittura parla di emozioni, ma emozioni vere, parla del popolo, della sofferenza umana senza abbellimenti. Ma la sua è stata anche una vita movimentata, grazie alla sua personalità eccentrica e violenta, che lo porterà diverse volte in carcere ed anche a commettere un omicidio, per il quale sarà costretto a fuggire da Roma.

Ma la sua è un’arte che inchioda lo spettatore alle proprie emozioni, attraverso il sapiente gioco della luce. Per capire al meglio quest’artista ed il mondo che lo ha circondato dobbiamo partecipare tutti alla visita dal titolo “Caravaggio, il pittore della luce” organizzata dall’Associazione Culturale Roma e Lazio x te per domenica 27 novembre 2016 alle ore 16:00. Passeggeremo nelle vie e nelle piazze (che ancora mantengono l’aspetto di fine Cinquecento) che hanno visto protagonista il Caravaggio, andremo alla scoperta della sua casa, delle botteghe che lui frequentava e dei suoi committenti, così decisivi ed importanti per la sua carriera. Non per ultime andremo a visitare alcuni suoi capolavori, come le Storie di San Matteo nella Chiesa di San Luigi dei Francesi e la stupenda e meravigliosa Madonna dei Pellegrini nella Chiesa di Sant’Agostino; il tutto sarà fatto dando voce al Caravaggio stesso attraverso le sue dirette parole.

Per informazioni circa: le modalità della prenotazione obbligatoria (per essere ricontattati in caso di varianti), costo della visita, orario e luogo dell’appuntamento cliccare sulla parola Caravaggio.

Come sempre vi aspetto con il cuore e le braccia apertissime.

Marco Rossi

@marco_rossi88

(Foto presa da www.arte.it)

Lavender, Abbie Cornish tra strane visioni e fattorie infestate

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Nella sezione After Hours, è stato presentato al 34 Torino Film Festival il film Lavender, un horror/thriller del regista Ed Gass-Donnelly con protagonista la bella e brava Abbie Cornish. Nonostante sia una talentuosa attrice e attiri su di sè tutta l’attenzione dello spettatore durante il film, la Cornish non risolve di certo le lacune della pellicola che, purtroppo, non convince e delude.

Protagonista è Jane, una fotografa che è costretta a fare i conti con il suo passato misterioso e tragico, dopo un terribile incidente stradale che le causa la perdita della memoria. Insieme al marito e alla figlia Alice, Jane ritorna alla casa d’infanzia e si rincontra con lo zio, a lei del tutto estraneo. Per riprendere il controllo della sua vita, Jane dovrà affrontare una misteriosa entità in agguato e relazionarsi a un passato che continua a tormentarla.

Durante tutto il film, il regista gioca sul fattore psicologico della protagonista usando degli espedienti notevoli, come l’incidente girato in slow motion, un fermo immagine che trasporta pian piano lo spettatore sulla scena del crimine e la fusione di scene tra passato e presente. Ma, nonostante le buone intenzioni, Lavender sa di già visto, la storia del passato misterioso di Jane è un’idea che molti thriller negli ultimi decenni hanno utilizzato, fattore che non provoca molto brivido nè suspance nello spettatore. Gass-Donnelly avrebbe potuto osare di più per differenziarsi dal panorama cinematografico di genere visto fino ad oggi, invece non ci prova anzi si ferma al prevedibile, sfociando in un finale che non collima per nulla con l’intenzione iniziale.

Ilaria Scognamiglio

 

 

 

Lonquich, il romanticismo di Schumann e gli archi di Santa Cecilia

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Lonquich, il romanticismo di Schumann e gli archi di Santa Cecilia

La stagione da camera continua con l’eccellenza, al pianoforte Alexander Lonquich accompagnato da Luigi Piovano al violoncello e Alessandro Carbonare al clarinetto.

Uno splendido repertorio, i brani, composti da Robert Schumann tra il 1848 e il 1849, di getto, ognuno nell’arco di due, a volte tre giorni, dettati dall’ispirazione: “un lampo che scocca improvviso e che bisogna cogliere al volo, fissandolo sulla carta prima che svanisca”. Siamo in pieno romanticismo tedesco. Sono stati scritti nella seconda fase della sua vita, quella dopo il matrimonio con Clara Wieck, figlia tanto ambita del suo maestro di musica, in questo periodo Schumann scriverà solo musica da camera.

Il concerto inizia con Märchenerzählungen op.132 (Racconti Fiabeschi) quattro pezzi brevi per clarinetto, viola e violoncello per seguire con Bilder aus Osten op.66 (Quadri d’Oriente) per pianoforte a quattro mani. Nella seconda parte del concerto Fantasiestücke op.73 per pianoforte   e clarinetto, durante l’esecuzione sembra una danza tra i due protagonisti, il dialogo continuo tra gli strumenti fa sembrare il corpo di Alessandro Carbonare parte integrante del clarinetto, a tratti sembra un animale elegante tutt’uno con lo strumento, l’ho scoperto durante il concerto, il clarinetto si suona con il corpo, ogni vibrazione dell’aria che entra nello strumento vibra fino alla punta dei piedi, è un incanto guardarlo un piacere completo. Alexander Lonquich d’altronde sia nel brano precedente per pianoforte a quattro mani con la deliziosa Cristina Barbuti, sia in questo si esibisce in tutta la sua bravura con una silenziosità musicale, il corpo è anche in lui poesia, trasportato dalle note, a volte mentre suona con la mano destra, la sinistra dietro quasi a giocare con la melodia che riprende più volte poggiando distrattamente sullo sgabello. Mentre Cristina ondeggia composta Lonquich curvo sul piano sfiora la tastiera fino all’ultima vibrante nota del brano Reuig, andächtig (Pentito, devoto). Lonquich sorride sempre appassionato e compiaciuto.

Lonquich santa cecilia

Abbiamo intervistato Alessandro Carbonare, primo Clarinetto dell’Orchestra dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia:

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Schumann ha composto Fantasiestucke (Pezzi Fantastici) in soli due giorni come si è preparato per questo brano così difficile?

È un brano che ho eseguito tantissime volte ma ha due complessità: intanto la traduzione esatta è Pezzi di Fantasia, ha un altro significato, bisogna essere fantasiosi, non devo fissare esattamente l’esecuzione ma devo lasciarmi alla fantasia del momento, non so mai come lo eseguirò, Lonquich è il migliore interprete di Schumann e con lui è ancora più fantasioso. La seconda complessità è la resistenza, il brano dura 15 minuti, non c’ è mai una battuta di pausa. Molti si fermano, infatti lo dividono in due, soprattutto durante i concorsi, la tenuta è molto complessa è più pensato per uno strumento ad arco

Lei suona anche con il corpo è una sua caratteristica?

I movimenti sono parte della musica, parte integrante, avvolgente per la gestualità spontanea e non preparata come se fosse una interpretazione unica, e in effetti lo è; sono anche un musicista jazz e anche nella musica jazz c’è improvvisazione, forse è da lì che prendo la facilità nell’interpretazione

Com’è lavorare con Lonquich?

Lavorare con il migliore lascia senza parole, infatti durante le prove si parla pochissimo, siamo entrambi molto veloci e siamo sempre d’accordo, sono rare le volte che non lo siamo e nel caso parliamo per pochi secondi, siamo entrambi molto chiari su quello che vogliamo

Quando la rivedremo all’Auditorium Pardo della Musica?

Adesso andrò in Giappone con la Camerata Salzburg eseguirò Mozart, a Tokyo, Osaka, Yokohama e a Matsumoto il concerto verrà ripreso dalla prima televisione la NHK (Nippon Hōsō Kyōkai) è un evento molto importante, a Roma tornerò a gennaio sempre con Mozart.

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A chiudere il concerto il famoso Quartetto per pianoforte e archi in mi bemolle maggiore op.47 eseguito da Luigi Piovano primo violoncello dell’Accademia Nazionale di Santa Cecilia, Simone Briatore alla viola e Carlo Maria Parazzoli al violino, accompagnati da Alexander Lonquich, grandiosa la velocità di esecuzione durante lo Scherzo: molto vivace è incredibile, a turno eseguono la stessa melodia con una tensione crescente fino a terminare tutti insieme.

L’Andante cantabile è un tema circolare bellissimo, personalmente adoro questa parte, la grazia e l’intima passionalità romantica di Schumann, il pianoforte sembra sostenere il violoncello passando da una melodia all’inizio dolce e misurata che cresce con il quartetto in uno scambio a turno dal violoncello al violino fino arrivare tutti insieme alla fine in una dolce e armoniosa melodia che perde volutamente di potenza per poi terminare con un Finale: vivace, veloce e intenso basato sui quattro temi già uditi in precedenza.

Nel quarto movimento gli strumenti entrano uno alla volta sovrapponendosi e rincorrendosi è una fuga come se Schumann volesse omaggiare Beethoven.

Il bis acclamato ha sorpreso ancora di più il pubblico, nell’esecuzione i musicisti avevano meno tensione, erano molto più passionali e liberi nell’esecuzione del terzo tempo del quartetto di Schumann.

Per chi avesse perso il concerto, fino al 31 dicembre può ascoltarlo on demand su telecomitalia.com/pappanoinweb, l’iniziativa che propone guida all’ascolto e alcuni dei concerti di Pappano.

Sara Cacciarini

Su La Repubblica l’informazione (strumentalizzata) costa cara

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Su La Repubblica l’informazione (strumentalizzata) costa cara

La A.Manzoni & C. Spa “concessionaria di pubblicità esclusiva dei mezzi del Gruppo L’Espresso e di un qualificato gruppo di Editori Terzi” prova a vendere spazi pubblicitari su La Repubblica fingendo di voler pubblicare articoli informativi in occasione della Giornata Internazionale contro la Violenza sulle Donne.

Sappiamo benissimo che i giornali vivono e sopravvivono grazie alla pubblicità. Io in prima persona so che giornalismo tradizionale e brand journalism, informazionecomunicazione sono separati da un filo molto sottile, in un mondo dove la potenza dei Social Media e dell’Article Marketing rendono lo storytelling la chiave per avvicinare noti Marchi al singolo utente. Tutto è marketing ormai, anche la pagina Facebook della piccola PMI che cerca di emergere nel mare magnum dei competitors.

Chi vi racconta questa storia è sì, una giornalista pubblicista, ma anche un’impiegata presso una web agency, ovvero un’agenzia di digital marketing. Quindi chi vi parla conosce perfettamente l’attenzione necessaria nel distinguere la diffusione della verità dalla vendita di una storia.

La doverosa premessa vuole scansare ogni dubbio sulla mia eventuale incomprensione dei fatti che sto per esporre.

Maria Pia Ercolini io la conosco solo di nome, perché da appassionata del mondo delle donne e da attiva sostenitrice della parità di genere sono stata inserita nel gruppo facebook Toponomastica Femminile, specchio dell’omonima pagina Facebook nonché del sito. Tutte realtà fondate da questa donna, e in movimento da circa quattro anni, per restituire le donne al territorio, nella fattispecie all’odonomastica, ovvero ai nomi di strade e piazze, come richiama l’etimologia – squisitamente greca – del termine.

La Repubblica toponomastica femminile

Si può solo gioire, quindi, quando Maria Pia comunica di essere stata contattata telefonicamente da La Repubblica per raccontare Toponomatica Femminile ai lettori in occasione del 25 novembre, Giornata Internazionale della Violenza sulle Donne. Il fine palesato durante la chiamata, ovviamente, è che “si diffonda la consapevolezza di chi opera contro la violenza di genere ecc.”  Le vengono dunque richieste 6000 battute (autoredatte, che strano!) per raccontare il duro lavoro dell’associazione per La Repubblica Roma di giovedì 24 novembre 2016.

[dt_highlight color=”” text_color=”” bg_color=””]Si potrebbe pensare, allora, che la famosa testata abbia deciso davvero di omaggiare gli sforzi dell’associazione per “onor del vero“. Che davvero sia interessata alla nobile causa supportata da Toponomastica Femminile. Peccato che il romantico sogno venga subito infranto dall’email successiva alla chiamata.[/dt_highlight]

L’incaricata dell’agenzia, che ho deciso di non nominare, specifica di avere selezionato con cura la “migliore offerta” per Maria Pia: un focus di ben 5 pagine nel quale ospitare consulenti legali, psicologi, associazioni femminili, centri antiviolenza e antistalking, tra cui la nostra associazione.

Quanto interesse per la causa!

La suddetta migliore offerta consiste in una pagina (270x402mm) su La Repubblica Roma per un investimento pari a 1100€ + iva.

Sono gentili comunque: chiedono solo un acconto del 20%!

L’agente poi, concludendo, rassicura: “Realizzazione grafica fornita dai nostri esperti”!

A questo punto quasi ci dispiace per La Repubblica, che forse si è solo affidata ad un consulente poco attento.

Questi trucchetti della chiamata “fraudolenta” non ce li aspetteremmo dal giornaletto sconosciuto (che la pubblicità, tra l’altro, se la trova da solo e in modo molto più limpido), figuriamoci se possiamo accettarli dal consulente di una delle testate più importanti del nostro Paese. Possibile che un giornale come La Repubblica non sia a conoscenza del fatto che “l’agenzia di fiducia” effettui chiamate di dubbia chiarezza per intortare persone ritenute inesperte e sprovvedute? Perché non c’è nulla di male nel vendere pubblicità, né nel voler pagare per farsi pubblicità.

[dt_highlight color=”” text_color=”” bg_color=””]C’è di male, di molto male, nel voler spacciare 5 pagine pubblicitarie per un approfondimento spontaneo dedicato ad una Giornata di grande valenza sociale.[/dt_highlight]

Questo approccio mortifica sia la funzione primaria di una testata giornalistica, che deve fornire un’informazione genuina (e non pilotata da chi paga) sia la professionalità degli specialisti del marketing, che in primo luogo dovrebbero avere sempre a cuore la Brand Reputation.

Maria Pia, che è tutto tranne che inesperta e sprovveduta, risponde con un “pronto riscontro” come richiede l’interlocutrice:

Guardi le rispondo subito per non farle perdere tempo. Abbiamo oltre 9.000 simpatizzanti e non siamo interessate a pubblicità fine a se stessa, tanto più se a pagamento.

Quindi nel focus non troviamo gli enti e i professionisti scelti da La Repubblica per far conoscere ai lettori le realtà più importanti nell’ambito della violenza di genere, bensì coloro che, seppur nel novero degli autorevoli, hanno deciso di pagarsi la vetrina. Questo, sia chiaro, non svilisce il ruolo della pubblicità, bensì quello dell’informazione, che di questi tempi sembra costare davvero caro. Quella vera, invece, supportata da chi porta avanti missioni come quelle di Toponastica Femminile, non ha prezzo.

Alessia Pizzi

Road To Tenerife: hasta luego!

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Ultima settimana a Tenerife.

Dopo questo sorprendente weekend posso felicemente affermare di aver terminato la scoperta della isla.

Tra le ultime destinazioni mi sono concessa due vere chicche che nella mia top list si sono definitivamente guadagnate senza ombra di dubbio il primo posto. Prendete nota: Garachico e Puerto de la Cruz.

A pieni polmoni sull’oceano

road to tenerife

Iniziando dalla prima, come d’abitudine raggiunta in macchina, mi basta anticipare che solo la strada per arrivarci merita la visita. Si scende dal versante della montagna che dà verso ovest tra le palme e le piantagioni di banani. Il panorama affaccia su un cielo ed un mare che all’orizzonte si confondono in un un’unità indistinguibile di tinte di blu.

Garachico è un paesino di casette colorate, dove vige un’atmosfera coloniale, quasi caraibica. Iniziamo dalla grande piazza centrale ai piedi della Basilica, con le sue carrozze trainate da cavalli, le panchine dove sonnecchiano gli anziani e la statua in memoria di Simon Bolivar.

road to tenerife

Tra le vie del pueblito incontriamo la Tasca del vino. Si tratta di un ristorantino appartato riconoscibile all’entrata dalle botti, dove è possibile assaggiare la buona cucina canaria ed il pescado fresco della zona.

road to tenerife

Tuttavia lasciando da parte il turismo gastronomico, Garachico è famosa prima di tutto per le sue piscine naturali che emergono tra gli scogli lungo la costa, rendendo questo posto a mio avviso unico al mondo.

Immaginate l’oceano di fronte a voi, indomabile, che con una forza disarmante sbatte onde vertiginose contro i faraglioni. Ed ora immaginate nello stesso luogo queste sorgenti naturali di acqua salata, cristallina e fresca, che invece riposano silenziosamente tra gli scogli. La natura qui a Garachico ha tracciato il sublime confine tra la calma e la tempesta. Un tuffo è d’obbligo ed il panorama intorno a voi indimenticabile.

road to tenerife

La città delle palme e dei colori

Proseguendo verso nord si raggiunge Puerto de la Cruz, già più una cittadina, che comunque conserva quel suo vecchio fascino di porto di mare. Qui la cultura latinoamericana, dovuta ai tanti immigrati trasferitisi sull’isola, è rappresentata dalla caratteristica architettura fatta da edifici bassi che si diramano in un arcobaleno di colori lungo la strada. Seguendo il paseo che da playa del jardin conduce fino al centro città, decorato da due file di palme parallele, si viene sorpresi dai tanti murales che spuntano tra le vivaci vie. Con tutti i suoi colori Puerto de la Cruz è una città viva, originale e piena di entusiasmo.

road to tenerife

Il ritorno verso l’hotel è amaro. Prendo coscienza del fatto che stia tutto per finire, e che questi posti che mi hanno cosi dolcemente conquistata si adageranno silenziosamente come sedimenti portati via dalla corrente.

Y en fin se acabó.

Questa è la frase che riecheggia tra i corridoi dell’Hotel Zentral Center. Questa è la frase che mi rimbomba in testa, allagando la mente di incertezze. Questa è la frase che come un macigno frana sulle mie spalle. Infine tutto è finito, si torna a casa, ho un volo di sola andata che mi aspetta.

Adiós, hasta luego, hasta pronto. Scambio i saluti come fossero figurine, mi sciolgo in abbracci sconsolati, mi perdo tra risate e lacrime, tornerai, si, ma non so quando, intanto adiós. È triste voltarsi dall’altra parte riprendendo la propria strada, lasciandosi alle spalle i volti tristi di persone a cui si vuole bene veramente. Si resta soli con la soffocante sensazione di non sapere quando le vostre strade si incroceranno ancora.

Eppure se ci penso, alla fine ho fatto tutto quello che dovevo fare e non posso che provare per quest’isola e la sua gente la più devota e sincera riconoscenza. Sapevo che questo momento sarebbe arrivato, e nonostante riesca ancora a sorprendermi di quanto il tempo passi sempre troppo velocemente, lascio tutto con una coscienza imperturbabilmente serena, calma come il mare quando non soffia il vento, immobile come le piscine di Garachico, senza alcun rimorso o rimpianto, al riparo dal ruggito del mare.

¡Hasta luego!

Martina Patrizi

The Love Witch, una strega in Technicolor

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La regista e sceneggiatrice Anna Biller torna al Torino Film Festival dopo Viva, film che riscosse l’approvazione della critica, omaggiando ancora una volta i Sex- thriller degli anni ’60 con The Love Witch, un lavoro unico scritto, diretto e progettato dalla Biller, dai costumi alla scenografia.

Elaine è una giovane strega con un grande problema: ama troppo. La sua vita sentimentale si è rivelata molto travagliata, il suo sogno è quello di trovare un uomo sincero che le dia amore e fedeltà. Dopo la morte del suo primo marito, si trasferisce in una nuova cittadina dove, nel suo appartamento vittoriano, si dedica a preparare incantesimi e pozioni da utilizzare su soggetti maschili per poi sedurli. Nel nuovo ambiente, Elaine non ha molti problemi a trovare uomini da ammaliare, ma i suoi incantesimi funzionano talmente bene da portare i prescelti all’esasperazione amorosa, fino a raggiungere situazioni spiacevoli. La strega però non si arrende e crede di aver trovato il suo vero amore nel detective Griff, affascinante poliziotto che sta indagando proprio su di lei.

Con un ritorno alle scene in Technicolor ispirate agli anni ’70, girate in 35mm, misto ad uno stile vittoriano con set sgargianti ed una colonna sonora tendente al rococò, la Biller ci presenta un film che offre non solo una gradevole qualità visiva ma anche una prospettiva femminista sui bisogni emotivi e sessuali degli uomini, a volte molto verosimili. La bellissima Samantha Robinson protagonista è padrona della scena, interpretando in maniera ironica e credibile la bella Elaine. L’unica pecca del film è, sicuramente, l’eccessiva lunghezza. Due ore sono troppe per un lavoro che in un’ora e mezza, o anche meno, avrebbe allietato molto di più lo spettatore, preso inizialmente dalla sferzante ironia e dal brio del racconto.

Ilaria Scognamiglio

Alla scoperta del genio “cinematografico” di Hopper presso il Vittoriano

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Hopper un artista all’avanguardia nei primi anni del Novecento e un’ispirazione per i più grandi registi da Hitchcock a Wenders.

Edward Hopper non era attratto dalle fabbriche e dai grattacieli come gli artisti della sua epoca, la sua arte si trova tra l’astrattismo e il cubismo, un’innovazione nel clima artistico americano dell’epoca, i suoi quadri sono “scene“, “fermi immagine” spunti per i film più celebri.

La Vita e le Opere

Nato nel 1882 a New York in una famiglia middle class americana, segue un corso di illustrazione alla School of Arts di New York per poi dedicarsi completamente alla pittura. Si stabilisce a Parigi dal 1906-1907 dove effettua brevi viaggi nelle capitali europee: Londra, Amsterdam, Berlino e Bruxelles. A Parigi vive a Rue de Lille, frequenta i salotti artistici dove ci sono artisti del calibro di Picasso, non per mondanità ma per osservare l’ambiente e prenderne spunti per la sua pittura.

Affascinato da Parigi, La ville lumiere, per l’animo dei parisienne, dalla vita nei café, nei bistrot, dalla lentezza, dall’assaporare la vita, contrapposte alla frenesia di New York, realizza in questo periodo il celebre Le Bistrot or The Wine Shop 1909, olio su tela, dove un uomo e una donna sono immersi in un’atmosfera dilatataHopper vittoriano roma quasi sospesa.

Sempre in questo periodo troviamo le esplorazioni più intime delle sue abitazioni, nell’opera Scale del 48 di rue de Lille, Parigi 1906, olio su legno, si percepisce la solitudine, l’osservatore è esattamente nello stesso punto di vista del pittore che lo rende protagonista: la scala è come se raccontasse delle storie attraverso elementi molto semplici, si vede già quel tipo di pittura “cinematografica“.

Nel 1910 torna a New York, ma nel clima artistico americano le sue opere di stile francese non hanno successo; decide quindi di americanizzare di più i suoi lavori: è di questo periodo The El station, 1908, la stazione sopraelevata di Chistopher Street, dove la tecnica è molto incisiva, il dipinto è molto realista e il livello di penetrazione psicologia è il punto di forza. Alla fine, però, l’artista, stanco della confusione, si allontana dalla Grande Mela per trovare luoghi più consoni a lui – en plein air – ed è proprio in una di queste occasioni che conosce a Gloucester sua moglie Josephine, con la quale si trasferirà nel Maine e scoprirà il fascino dei fari costieri. Il faro, Two Lights del 1927, acquerello e grafite su carta, è uno dei suoi capolavori: in questo periodo della sua vita ha già realizzato la sua seconda mostra personale e ha già venduto numerosi quadri. Sa dosare la tecnica, la luce, sono lezioni di impressionismo, dipinge fari di ogni tipo e dimensioni; il Time gli dedica una copertina. Hopper è attratto dai fari, non dipinge mai i grattacieli, i fari sono i suHopper vittoriano romaoi grattacieli. La luce diventa un segno inconfondibile della sua arte. La città rimane sempre uno dei luoghi preferiti da Hopper, ed è lì che ritorna, nei suoi quadri del periodo più maturo lo spettatore è come se stesse assistendo a un film, caratteristica molto amata dai registi. Più sono simili alla messa in scena più stimolano lo spettatore: così Hopper ha ispirato il cinema americano. Hitchcock sembra abbia ripreso da lui alcune immagini per i suoi film, dalla casa di Psyco, 1960 (House by the Railroad, 1925 olio su tela) a La Finestra sul cortile, 1954 (Finestre di notte,1928); Wim Wenders ha detto dei suoi quadri “la violenza non è illustrare sparatorie e ammazzamenti, ma questa sensazione che tutto può improvvisamente essere sconvolto”; infine David Lynch utilizzò i suoi paesaggi americani deserti per trovare l’ispirazione in film come Paris Texas, 1984, e i fratelli Cohen lo ricordano in L’uomo che non c’era, 2001.

La Mostra

Luca Beatrice, curatore della mostra insieme a Barbara Haskell, espongono circa 60 opere provenienti dal Whitney Museum of American Art, quasi tutti lasciti di Josephine N. Hopper. La mostra è divisa in sei sezioni: ritratti e paesaggi, disegni preparatori, incisioni e olii, aquerelli e le famosissime immagini di donne. Il percorso espositivo è un viaggio nella vita dell’artista: molto ben fatto anche il video introduttivo, per posizionare l’artista nell’epoca in cui ha vissuto, e trasportare il pubblico, tra le musiche e i bistrot, nell’America degli anni ’30. Per finire, notevole è la riproduzione in formato gigante dell’opera Second Story Sunlight, 1960, dove il visitatore può essere ripreso, apparire nel quadro stesso e scattarsi una fotografia. Ma non è tutto: i più artistici potranno disegnare alcune opere di Hopper su un foglio da portare a casa e appendere alla parete, tutto per entrare nel mondo dell’artista. Il risultato è che una volta è troppo poco per visitare tutta la mostra, servono più esperienze per entrare in un artista così completo e all’avanguardia.

Una volta gli chiesero cosa pensasse della sua arte, rispose: “Cerco me stesso”.

 

Hopper vittoriano roma

Al Complesso del Vittoriano, Roma fino al 12 febbraio 2017 andate alla ricerca dello scomparso Edward Hopper.

Sara Cacciarini

Smoke, il nuovo libro di John Berger

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Sappiamo benissimo quanto il fumo faccia fa male alla salute ma per una volta almeno, questo effimero piacere può anche far bene, farci rilassare, sorridere ed evadere. Succede tutto ciò leggendo le pagine del delizioso Smoke, un piccolo cameo dedicato al fumo e al suo mondo.

L’autore di questo piccolo ma straordinario libro, John Berger, è realmente quello che si può definire un artista poliedrico perché nella sua lunga vita, è nato nel 1926 a Londra ma da anni vive in un piccolo villaggio delle Alpi francesi, si è occupato proprio di tutto.  È autore di romanzi, il suo G. nel 1972 gli valse il Booker Prize, di saggi, sceneggiature, ma è anche un apprezzatissimo critico d’arte e giornalista per testate prestigiose quali “El Pais”, “The Guardian” o “The Indipendent”, Berger, insomma, spazia nel mondo della cultura a 360° mosso sempre e solo dalla curiosità, con una particolare predilezione, specie negli ultimi anni, per il mondo dei sensi, in particolare quello della vista.

Dopo successi quali Perché guardiamo gli animali? un viaggio nel mondo degli animali per tentare di scoprire e capire l’uomo, o Questiosmoke-libro-il-saggiatoreni di sguardi, in cui si propongono sette modi diversi per vedere l’arte in modo diverso, con uno sguardo critico, diverso e attivo, entrambi saggi editi dal “Il Saggiatore”, Berger, oggettivamente uno dei maggiori scrittori viventi, si è concesso con Smoke, una sorta di personale regalo. Ha scritto, infatti, un libro differente, anche se non completamente, dai precedenti, dedicandolo ad una sua atavica e mai tradita passione: il fumo. Per realizzare questo suo piccolo sogno si è avvalso di un aiuto d’eccezione, Selguk Demirel, disegnatore e vignettista originario della Turchia ma da anni trapiantato a Parigi, dove collabora con quotidiani e riviste di tutto il mondo, da “Le Monde” a “The New York Times”e con il quale aveva già collaborato per Cataratta, un monologo interiore sul miracolo della vista e sul recupero.

Smoke, edito in Italia per i tipi del “Il Saggiatore”, è l’incontro fra parole e immagini, le ironiche e provocatorie descrizioni di Berger, “un tempo gli uomini, le donne e (in segreto) i bambini fumavano, e i disegni di Demirel, in cui il tema dominante è, ovviamente, il fumo, quello delle sigarette, delle ciminiere delle fabbriche ma anche quello che esce dai comignoli di povere case e da quelli di lussuose navi.

Piccole frasi, veloci come il vento, che si legano alle disegnate e caliginose volute, un libricino divertente, quasi un manifesto futurista per la sua sagacia e il suo essere diretto, che riporta atmosfere in cui, seguendo la piroettante nuvola di fumo, si potevano scambiare idee, vedute del mondo, raccontare di viaggi fatti e da fare e perfino lasciarsi andare ai sogni.

Un libro da tenere sul comodino, da sfogliare almeno una volta al giorno, che rassicura il fumatore e consola l’ex fumatore, coccolandolo con la sua sottile e fumosa nostalgia fra ricordi e odori di tabacchi.

Avvertenza: la lettura ricorrente, anche quotidiana di Smoke, è dimostrato che non nuoccia alla salute anzi…

 

Maurizio Carvigno

Free State Of Jones, la deludente guerra civile di Gary Ross

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Tra le tante proposte del Torino Film Festival di quest’anno, in anteprima nazionale è stato presentato Free State Of Jones, l’ultimo lavoro di Gary Ross che, per chi non lo conoscesse, è stato regista di Hunger Games e Pleasentville.

Stavolta Ross si è cimentato in un action-drama  ambientato durante la Guerra Civile Americana e basato su fatti realmente accaduti. Protagonista Newton Knight, interpretato da Matthew McConaughey, disertore dell’esercito confederato. Knight, arruolato come infermiere, decide di abbandonare il campo di battaglia dopo che suo nipote Daniel viene ucciso dal nemico. Per riportare a casa il corpo, Newt torna nella contea di Jones dalla sua famiglia e decide di ribellarsi alle ingiustizie della Confederazione. Pian piano, Knight forma un’opposizione a quella che venne chiamata “la guerra dell’uomo ricco combattuta dall’uomo povero”, prendend le armi contro la Confederazione formando un indomito reggimento ribelle tra le paludi impenetrabili del profondo Mississipi, riuscendo a strappare numerosi vantaggi tattici nonostante l’esercito fosse più numeroso e meglio armato. Knight ne fu il visionario leader, strenue oppositore dello sfruttamento e del pregiudizio e fondatore della prima comunità mista della regione; una figura influente molto a lungo dopo la guerra, alternativamente celebrata o vilipesa.

In parallelo, tramite ripetuti flash forward, viene raccontata a vicenda di un processo, avvenuto nel 1948, dello Stato del Mississipi contro Davis Knight, imputato chiave sul matrimonio misto, e pronipote di Newt Knight e della sua compagna di vita, una contadina schiava di nome Rachel.

Un progetto epico e con molte aspettative quello di Gary Ross che, purtroppo, le delude risutando un prodotto eccessivamente lungo e con una regia fredda e distccata, malgrado il grande messaggio che porta con sè. Numerose sono le lacune presenti nel film, prima tra tutte l’inerpretazione di Matthew McConaughey che non sembra per nulla a suo agio nel ruolo così complesso di Newton Knight, rendendolo poco credibile. La sceneggiatura, inoltre, scritta dallo steso Ross risulta colma di dialoghi retorici e inadeguati per i personaggi, tra l’altro poco caratterizzati rispetto al protagonista. Una delle idee buone che Free State of Jones porta al suo interno è, invece, l’alternanza di scene ambientate 85 anni dopo, durante il processo di Davis, che rendono l’andamento del film leggermente più scorrevole e intressante.

Nonstante le ottime intenzioni, Free State of Jones non stupisce nè allieta lo spettatore durante la proiezione, un film che non va oltre all’impeccabile ricostruzione stile Hollywood e alle scene da war movie viste e riviste.

Ilaria Scognamiglio

Speciale visita guidata di Denis Curti alla mostra su Henry Cartier-Bresson

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Grazie a Le Cucine di Villa Reale, un incontro esclusivo con Denis Curti.

Mercoledì 23 Novembre alle ore 18.00, Le Cucine di Villa Reale, in collaborazione con ARSin aprono le porte della mostra “Henri Cartier-Bresson, fotografo”, per la visita guidata da Denis Curti, Curatore della rassegna fotografica e Vicepresidente della Fondazione Forma che conduce con passione il pubblico attraverso gli oltre 140 scatti esposti a Villa Reale, in un’occasione unica per scoprire la fotografia dell’artista francese considerato il pioniere del foto-giornalismo.

Denis Curti guida speciale mostra Henri Cartier-Bresson

Al termine della visita Le Cucine di Villa Reale attendono il pubblico per l’aperitivo, per riscaldarsi con l’esotico Spritz della Villa o con un calice di vino a scelta tra quelli della Cantina di Le Cucine accompagnato da finger food a base di materie prime di altissima qualità e a km0.

Il costo della visita guidata comprensiva di aperitivo è di €12.00.

The Walking Dead 7×05: Grazie a Dio c’è Jesus

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The Walking Dead 7×05: l’episodio più noioso della settima stagione apre nuovi scenari per lo sviluppo dei personaggi di Maggie e Sasha.

Come ogni lunedì, anche questa settimana ero pronta a gustarmi una delle serie più riuscite degli ultimi anni. The Walking Dead ha infatti regalato ai veri fan degli zombie movies una speranza. Già, perché dopo Romero, a mio avviso, il cult ha preso strade davvero insolite. Questa serie TV ha invece il pregio di unire degli zombie ben realizzati ad una trama interessante e non necessariamente “sparatutto” come Resident Evil (aspettiamo comunque con ansia l’ultimo capitolo della saga con Milla Jovovich).

Questa premessa, forse un po’ noiosa, è necessaria nel momento in cui una stagione fantastica come la settima viene assolutamente distrutta dal quinto episodio, Go Getters/Codardi. Gli spunti per renderlo interessanti c’erano tutti. La puntata si concentra infatti su Maggie e Sasha, le due “vedove”, rifugiate a Hilltop per far visitare Maggie.

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E alla fine arriva Gesù

La ragazza, traumatizzata dalla morte di Glenn, ha subìto un distaccamento della placenta, ma non ha perso il bambino. La troviamo molto scossa ovviamente, ma già dal titolo in italiano dell’episodio potete comprendere che dovrà prendere le redini della situazione. Hilltop infatti è governata, se così si può dire, da codardi, o meglio da Gregory. Ma, grazie a Dio (e perdonatemi la facile ironia) c’è anche Jesus con le sue mosse straordinarie a dare manforte alle ragazze.

Morale della favola, finalmente Maggie e Sasha hanno la possibilità di definire le loro personalità: della prima conosciamo la verve, ma comprendiamo che forse solo ora potrà tirarla fuori; della seconda non conosciamo quasi nulla e forse inizieremo a scoprirne i tratti salienti adesso che è stata toccata sul personale. Non a caso proprio Sasha chiede a Jesus di scovare la tana di Negan, tenendo all’oscuro la già alquanto stressata Maggie.

Dawson’s Creek

Piccolo momento di trascurabile felicità il bacetto tra Carl e Enid: per un istante, almeno durante l’idilliaca scena sui pattini, siamo catapultati in una puntata di Dawson’s Creek. AMC, era davvero necessario? A me Carl piace di più quando minaccia gli scagnozzi di Negan. Oltretutto il personaggio di Enid è allucinante. Ho sempre l’impressione che potrebbe uccidere tutti da un momento all’altro. C’è da dire che almeno non è la tipica donzella in difficoltà. Anche qui, insomma, c’è del materiale per sviluppare la personalità di Carl e invece ci addormentiamo (letteralmente) di fronte ai suoi amori adolescenziali. L’unico punto fermo per il momento resta Rick, anche se è stato momentaneamente assoggettato: lui è l’uomo che vive nel presente. E’ il nostro eroe. E stiamo solo aspettando che faccia la sua mossa.

Alessia Pizzi

 

Il Balletto di Roma danza sulle canzoni di Lucio Dalla

Tra storie e poesie di uomini e sogni, tra mondi e racconti di ieri e di sempre, la canzone di Lucio Dalla incontra i volti e i colori della danza di oggi.

Il Balletto di Roma, rappresentante eccellente della migliore forma coreografica italiana e dei più innovativi slanci creativi contemporanei, omaggia e ricorda il poliedrico artista bolognese con uno spettacolo originale di musica, danza, canzoni e parole.

FUTURA, ballando con Lucio è il frutto di un incontro di idee ed emozioni, tra la nostalgia di un’amicizia spezzata dal tempo e la memoria di una voce resa eterna dal mondo. Sono i compagni di una volta e gli ammiratori di sempre a portare in FUTURA il ricordo più vivo del musicista dai guizzi di genio, del cantautore ironico e poeta, dell’improvvisatore eclettico e instancabile. Roberto Costa, musicista, compositore e arrangiatore, nonché storico collaboratore e amico di Lucio Dalla, ricostruisce, appositamente per la produzione del Balletto di Roma, un nuovo percorso di note e parole, tra le tracce indelebili di canzoni indimenticate e i frammenti di una voce sfuggita al tempo. Grazie alla collaborazione di Sony Music e per gentile concessione dei cugini di Lucio Dalla, ad impreziosire la costruzione musicale di Costa saranno gli estratti sonori ricavati da alcuni multitraccia originali delle canzoni di Lucio. La colonna sonora di FUTURA ballando con Lucio, che sarà in scena al Teatro Vascello di Roma dal 24 al 27 novembre 2016, darà, a tratti, alla complessità degli arrangiamenti missati da Dalla una nuova suggestione, lasciando che la sola voce di Lucio o un unico pianoforte riempiano di emozioni i silenzi di un mondo di palcoscenici senza Lucio.

Collaborazione e amicizia legano all’artista bolognese anche Giampiero Solari, regista, drammaturgo, autore teatrale e televisivo di grande esperienza e successo, il quale affida la sua idea dello spettacolo alle abili e profonde mani della coreografa e regista romana Milena Zullo. Insieme, scelgono di condurci lungo un viaggio unico e ininterrotto che naviga tra ricordi antichi e nuove suggestioni, storici accordi e moderne influenze. Tra le parole delle canzoni di Lucio, su cui si basa la coreografia, si riscopre lo sguardo di un collezionista di immagini e vite che osservava la gente e ne incorniciava le storie. Alle suggestioni di uno sguardo irregolare sulla vita, la coreografia affida la rappresentazione di canzoni disordinate che appartengono a tutti. Tra frammenti di versi e personaggi di un circo pop, il racconto dei mille fragili eroi di piazza trova in FUTURA ballando con Lucio il proprio palcoscenico di immagini, movimenti, luci e costumi. È la danza a trasformare la rete sonora di note e parole per i versatili e plastici danzatori del Balletto di Roma in immagini e visioni antiche che riemergono tra scenari moderni e sensazioni nuove, in un dialogo attivo e costante tra corpi flessuosi e suoni vibranti. Cammina lungo il filo dell’emozione il lavoro di un’autrice che sceglie di immergersi nelle più umane profondità di onde musicali avvolgenti e che scopre, tra le orme dei ricordi sonori, la spinta originaria di sentimenti e corpi. La sensibilità immaginifica di Zullo accoglie i simboli e le microstorie di un mondo di amanti e periferie e lascia che parole e significati scorrano liberi tra le più spontanee gestualità del quotidiano e le più intime espressioni di emotività impreviste. Rinuncia e fugge, la coreografa, dall’impossibile e didascalica rappresentazione di un patrimonio collettivo di storie e sceneggiature e affida alla materia umana dei racconti di Lucio il compito di muovere le anime e i corpi dei suoi danzatori. Si muoveranno, tra le scenografie di Giuseppina Maurizi, persino gli oggetti di uno spazio cangiante, in mezzo alle lune, le scale, specchi di un’umanità che ride, piange, manifesta e sogna. Sarà la danza stessa l’espressione di un incanto tra musiche e parole generatrici di racconti. E in quell’incanto, danzeranno i protagonisti del Balletto di Roma, scoprendosi figli di quegli amanti che sognavano il domani oltre i muri del presente (Futura, 1980). Ballano, ballano, i ballerini del Balletto di Roma, tra la commozione e la tenerezza di uomini che amano “sotto un cielo di ferro e di gesso” (Balla balla ballerino, 1980), incontro a treni di felicità provvisorie (Felicità, 1988) e in equilibrio su scale di musica e vita (Tutta la vita, 1984).

FUTURA – ballando con Lucio

Restano al loro posto le stelle dei sogni, ad attrarre sguardi e speranze di umanità rumorose, a scongiurare la caduta di polvere d’universo su una terra privata del battito.

Vincerà sempre il coyote mentitore sulla più bella delle stelle e sempre trionferà la fantasia di un grido terreno sul morente splendore di un adagio celeste (Il coyote, canzone con testo di Roberto Roversi, 1973). FUTURA, ballando con Lucio non è solo l’omaggio e il ricordo di un artista geniale che ha attraversato decenni di storie, eventi e parole. È, più di tutto, la fotografia di un mondo che appartiene a tutti, lo specchio di una società indaffarata e normale che guarda al cielo per fuggire e cerca carezze per restare. Siamo tutti noi, i protagonisti del volo tra le altezze vocali e i disegni cantati di Lucio: gli stessi che popolarono il suo mondo di versi, gli stessi che ne accolsero il sorriso tra piazze e città, gli stessi che sempre ne ricorderanno la voce.

Così Milena Zullo, regista e coreografa dello spettacolo, lo racconta :

“Futura…ballando con Lucio è un’occasione ed insieme desiderio di lasciarsi cullare dal mondo di Dalla: una giostra dal sapore antico e modernissimo nella quale uomini, piccoli eroi ed anti-eroi dall’inchiostro inciso sulla carta si liberano danzando nell’aere, sospinti dalle note del loro cantastorie. Mi sono commossa e continuo a commuovermi ascoltando la sua multiforme voce, con la quale Lucio è capace di far vibrare tante corde dell’animo e quando trattieni tra le labbra le sue parole, ti accorgi che esse sono scivolate via nella musica e si sono infilate nella tua memoria come piccole gemme da esplorare ed esplorare ancora, e che dipanandosi con umiltà ti raccontano quello che sono e molto altro ancora.  Ho provato con l’aiuto di molti che l’hanno incontrato, conosciuto, vissuto ed attraverso la sua opera sento anch’io d’averlo incontrato conosciuto e vissuto, certo non so quanto io ne sia stata capace, ma sono certa di averlo fatto con sentito rispetto ed autentico desiderio di rendergli omaggio”

Grandi numeri a Roma per i Vignaioli Naturali di Tiziana Gallo

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Nella due giorni romana successo di presenze per i Vignaioli Naturali selezionati da Tiziana Gallo presso le sale del Westin Excelsior

Weingut Molitor Rosenkreuz - tizizna gallo 2016Sono i numeri più di mille parole ad evidenziare il successo o meno di un’iniziativa e in questo senso, quelli dei Vignaioli Naturali che si è svolto presso il Westin Excelsior di Roma non lasciano spazio ad interpretazioni. Tra i più attesi nel calendario stagionale delle degustazioni romane, l’appuntamento ha richiamato già dall’apertura di sabato una folla di appassionati che si è intrattenuta tra i banchi d’assaggio allestiti nelle due sale, a contatto con i produttori ed il loro piacere nello spiegare ogni curiosità del proprio lavoro.

clos lentiscus - tiziana gallo 201620161119_145031La selezione di Tiziana Gallo ha ospitato fianco a fianco grandi aziende consolidate e realtà emergenti dell’Italia dei vignaioli naturali. Centinaia di referenze per oltre ottanta produttori, che hanno anche fatto gli onori di casa per alcune produzioni estere di assoluto livello. Dire “vino naturale” oggi è una definizione che lascia il tempo che trova,  diverse sono le realtà che danno il loro contributo a questa rivoluzione culturale in campo enoico. C’è chi aderisce ad un disciplinare e chi senza farlo, produce ugualmente ricercando il più ampio contatto possibile con i cicli della natura ed il rispetto dei suoi ritmi.

dok dall'ava - tiziana gallo 2016Per supportare questa degustazione titanica Tiziana Gallo ha pensato bene di accompagnarla ad un adeguato supporto gastronomico, selezionando diverse possibilità e tutte di qualità assoluta. Tra queste gettonatissima la selezione di prosciutti Dok Dall’Ava, che oltre al San Daniele ha proposto diverse tipologie anche nelle sfumature dell’affumicato. Grandi consensi anche per i formaggi di Volpetti, celebre salumeria romana e per quelli della Fattoria Biodinamica Calcabrina.

mario gatta-era-tiziana gallo 201620161119_134940Vista l’ampiezza dei partecipanti,  qualsiasi lista di menzioni risulta essere carente tanti erano i prodotti degni di nota. Soltanto qualche nome per fotografare la qualità dei vini presenti. Da Mario Gatta con “Era”, metodo classico rosè 120 mesi sui lieviti, in cui il produttore rinuncia ad ogni logica commerciale per creare un vino straordinario, oppure il “Derthona” l’ottimo Timorasso  de La Colombera. Il “Rincrocca” Verdicchio dei Castelli di Jesi di La Staffa o “Il Vigneto di Tobia”, prodotto nella stessa doc dall’Azienda Col di Corte. Anche sintetizzando però è impossibile omettere i grandi  Irpini di Ciro Picariello con il Fiano in testa a tutti.

la colombera - tiziana gallo 201620161119_140710Dalla Spagna gli ottimi metodo classico Brut Nature di Clos Lentiscus della zona del Penedes, mentre la testimonianza tedesca l’hanno portata gli splendidi Riesling della cantina  Weingut Molitor Rosenkreuz dalla  Mosella. Tra i vini francesi presenti le vecchie annate 1988 e 1989 Vouvray di Francois Pinon, che hanno provocato più di qualche amarcord al palato di chi già beveva vino allora, segnalandosi per una grande freschezza di gusto per nulla intaccata dal tempo e ancora ben lontana dalla caduta.

Ciolli - tiziana gallo 2016Tornando nel bel paese da segnalare una delle migliori espressioni del territorio di Olevano Romano,  i grandi Cesanese di Damiano Ciolli  con i suoi  Cirsium e Silene, in cui con il lavoro degli ultimi anni è riuscito a sottrarre al vino quel tanto di potenza restituendola in finezza, ma senza snaturare  il vitigno. Un segnale che il lavoro dei giovani produttori del Lazio procede nella giusta direzione interpretando il territorio nella sua grande potenzialità finora inespressa.

andrea occhipinti- tiziana gallo 2016Lo conferma anche il lavoro dell’Azienda Agricola Maria Ernesta Berucci che nel territorio del Piglio produce tre etichette, tra cui una grandissima Passerina del Frusinate ottenuta da doppia fermentazione chiamata semplicemente “vino bianco”. Testimonial della viticultura laziale d’eccellenza anche Andrea Occhipinti  che a Gradoli sul lago di Bolsena, puntando sull’autoctono e sul territorio ha restituito dignità al bistrattato Aleatico vinificandolo con successo in ogni forma possibile,  recuperando anche il Grechetto Rosso prima che cadesse nell’oblio.

cantina madonna delle grazie - tiziana gallo - 201620161119_164438Più a sud si incontra l’Aglianico del Vulture, orgoglio della Basilicata e presente con la Cantina Madonna delle Grazie. Tra i suoi vini il “ Drogone d’Altavilla” domato nella sua naturale scontrosità dal produttore Giuseppe Latorraca, che con orgoglio ne sottolinea il particolare gradimento sul mercato dei paesi scandinavi. Ancora più giù fino in Puglia dove Matteo Santoiemma  nella splendida tenuta Cefalicchio produce tra gli altri un grande Nero di Troia, in un progetto di ricerca su questo autoctono che punta ad esprimerlo al meglio di se stesso.

enuta cefalicchio - tiziana gallo 201620161119_143616Puntando a Nord soltanto grandi conferme, sulla Valtellina di Arpepe o il Piemonte di Rinaldi, Fenocchio, Borgogno e molti altri non c’è nulla da dire, ma solo da registrare il tempo che passa sulla strada della qualità, così come per il Barbaresco di Giuseppe Cortese tra i migliori in assoluto e quello molto interessante dell’azienda Punset.

Bruno Fulco

Christine: una tragica storia vera

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E’ curioso e senz’altro bizzarro il fatto che l’allucinante e tragica storia vera di Christine Chubbuck non sia mai stata portata al cinema. D’altro canto però, è anche normale che il cinema più hollywoodiano abbia lasciato sotto traccia una conclusione così drammatica, delegando tale responsabilità al cinema indipendente.

In ogni caso, la storia di Christine Chubbuck meritava sicuramente di essere raccontata, soprattutto perché non definita solo dal suo brutto finale: è la storia, dopotutto, di un essere umano che soffre proprio per il silenzio che gli sta attorno.

 

“Non ho capito la domanda”

Tutti noi, in un modo o nell’altro, cerchiamo risposte nel mondo e dal mondo, risposte che definiscano la nostra stessa vita. Le domande esistenziali che fin dalla notte dei tempi ci poniamo hanno un ruolo fondamentale e costante nel nostro cammino, ma conducono sempre ad un vicolo cieco. Allora forse il vero punto non è afferrare le risposte, ma capire che in realtà non abbiamo mai capito le vere domande. Christine nel film ad un certo punto dice tale frase – in contesto particolare e non legato al discorso che sto tentanto di approcciare – e forse involontariamente ha colto tutta l’essenza della vita, e quindi la fonte dei suoi problemi.

Christine è una donna brillante, dal carattere difficile ma forte, determinata e assolutamente amante del proprio lavoro di giornalista, che affronta con una passione innata. Ma è soprattutto una donna problematica, e come tale incapace di affrontare di petto le difficoltà, che inevitabilmente finiscono per sommarsi e moltiplicarsi per le leggi secondo le leggi più infami dell’universo. Christine, appunto, è una donna, sfortunata che non ha capito le domande che il mondo le pone davanti, e non sa quindi come affrontare un lavoro televisivo sempre più virato al sensazionalismo, non sa come affrontare una vita sentimentale sempre più arida, non sa come affrontare un rapporto materno quasi inesistente.

Christine non sa fare tali cose non per colpa sua, e questo è il punto primario che porta alla sua terrificante scelta finale.

Lungi dall’essere un film che spettacolarizza una tragedia puramente umana, e saggiamente nemmeno l’ennesimo banale film sul giornalismo che perde la propria integrità, il film di Antonio Campos è un feroce quanto veritiero ed onestissimo character study su una donna priva dei mezzi per affrontare le avversità quotidiane. Rigoroso nella messa in scena e nel tono via via sempre più psicologicamente agghiacciante – l’appuntamento galante che diventa terapia ne è uno spiacevole esempio – Christine è efficace soprattutto per la maestosa performance di Rebecca Hall, il cui volto è la tavolozza perfetta per ritrarre le paure, le insicurezze ed il continuo sbigottimento per una vita che sfugge sempre più di mano: i suoi occhi rimangono impressi più di ogni altra cosa.

Christine è indubbiamente un film forte, che mette a disagio, e con ciò racchiude il proprio scopo. Pensare che sia una storia vera ha dell’incredibile, ma è un pensiero che può aiutare a far capire che spesso la ricerca di risposte più grandi di noi è del tutto superflua se il presente ci sfugge di mano.

 

Emanuele D’Aniello

The Vampire Diaries 8×05: quali sono i piani di Seline?

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Cosa vuole Seline dalle gemelle? Caroline si metterà contro Stefan per uccidere Damon?

L’episodio numero cinque, “Coming Home was a Mistake“, si apre con il funerale di Tyler, ucciso brutalmente nella puntata precedente. Il gruppo è sconvolto come sempre da quello che combina Damon, ma la verità è che si tratta sempre dello stesso ritornello.

Ci va di mezzo ancora una volta il povero Matt, infatti Damon gli fa bere il sangue di vampiro: questo vuol dire che si trasformerà se morirà entro 24 ore. Perciò si rinchiude in casa e decide di raccontare al padre il lascito di Tyler. A quanto pare l’ex licantropo stava indagando sulle sirene, come ci svela un ritratto di Seline nella scatola in mano a Matt.

Proprio questa immagine farà allarmare Caroline e Alaric, che, al rientro a casa non ritroveranno più le gemelle. Seline le ha infatti portate con sé, probabilmente da Cade, attraverso un incantesimo fatto sul cadavere della povera Georgie. Siamo quasi sicuri, però, che l’anima della stagista tornerà in scena per aiutare Alaric…

Nel frattempo Sybil si è liberata dalla prigione nell’armeria e va a salvare Damon, sedato incatenato e seppellito dal fratello per limitare i danni. Da questo momento i due sembrano fare coppia fissa e non riusciamo a capire come andrà a finire. Posso dire che sarebbe davvero banale un ritorno in scena di Elena solo per salvare l’anima di Damon? Molti vociferano di un ritorno di Katherine. Sarà lei ad intervenire nel subconscio di Damon?

Perla indiscussa di questo episodio, e lasciata assolutamente nel finale di questo articolo, è la magica (seppur non letteralmente) Bonnie. Privata dei suoi poteri, mortale e indifesa, resta la creatura più forte e intelligente di tutta la serie. Le basta una frase detta da Caroline per capire come riaccendere l’umanità a Enzo. L’amore trionfa e siamo tutti felici. Ma non è che la sirenetta lo rivorrà indietro?

Bonnie: I’d rather burn alive than abandon you

https://www.youtube.com/watch?time_continue=1&v=HNt92EIOCOU

Lo scopriremo solo i primi di dicembre, perché The Vampire Diaries va in pausa. Senza pietà.

Alessia Pizzi

 

‘Padre, Figlio e Sottospirito’ al Teatro dei Conciatori

Sarà in scena al Teatro dei Conciatori dal 22 al 27 novembre Padre, Figlio e Sottospirito, drammaturgia e regia Mauro Santopietro, con Antonio Tintis

La vicenda si svolge in una provincia dimenticata dove i Paesi hanno nome di Santi, l’Italia. In questa terra tre ragazzi, fratelli, abbandonati, vittime e carnefici a loro volta, vivono in crisi ai margini di una crisi. Spinti dal bisogno di soldi e dalla necessità di scoprirsi finalmente adulti si rendono tutti e tre martiri. Il fratello più grande, Nino, decide di arruolarsi come militare, certo di ottenere uno stipendio che sarebbe difficile da conquistare per qualsiasi ragazzo oggi. La sorella, Alessia, decide di prestare servizio volontario in qualche associazione di aiuti umanitari, con l’intento di scoprirsi finalmente utile a qualcuno. Simone invece, il protagonista di questa vicenda, rimane. I tre fratelli si dividono, perdendosi per qualche tempo. Avviene poi che Nino ed Alessia, gli unici ad aver avuto il coraggio di allontanarsi dalla loro terra, vengono uccisi, lì dove la guerra però si fa per davvero. Sarà Simone a doverli seppellire, lui che per mancanza di spirito è stato l’unico a rimanere nel Paese in cui è nato e cresciuto, il solo a poterli seppellire, a poter fare i conti con le scelte fatte, le sue e quelle dei fratelli. Sceglie di farsi prete, perché si guadagna circa mille euro al mese e si ha diritto a vitto e alloggio gratuito; perché facendosi prete ha l’occasione di rivedere almeno le salme dei fratelli. Quella di Simone diventa così una discesa agli inferi, forse inevitabile, che viene raccontata riavvolgendo il nastro dei ricordi quando ormai tutto è già stato compiuto.

Padre, Figlio e Sottospirito

NOTE DI REGIA

Scelgo di scrivere queste note di regia come se avessi la possibilità di scriverle sotto forma di pagina di diario. Scelgo di farlo perché trovo sia più consono al tipo di operazione che siamo riusciti a portare avanti, attraversando un percorso di residenza in una provincia, insistendo su un concetto di onestà, non di artificio estetico. Poche luci, una scena reale che riesca a raccontare però anche altro, un lavoro fatto da Antonio di reale connessione con il contenuto del testo più che della forma della drammaturgia; tutti ingredienti, parentesi in cui sospendere questo spettacolo. La volontà è stata quella di voler entrare in una stanza emotiva, sconosciuta a noi come a chi vedrà il frutto di questo lavoro. Varchiamo la soglia del quotidiano per ritrovarci in un mondo molto simile, ma comunque differente al conosciuto e per questo ancora protetto mondo teatrale.

Per entrare siamo costretti a riavvolgere il nastro dei ricordi, abbandonandoci alle suggestioni di ciò che potrebbe accadere in quel momento. Forse le emozioni e la memoria emotiva se stuzzicata fa si che i sentimenti siano sempre contrastanti e paradossali gli uni agli altri. Motore portante di questo nostro viaggio è quindi la storia, raccontarla nel modo più semplice, renderla affascinante certo, ma soprattutto fruibile. Questa per me è la vera arma del teatro e della drammaturgia contemporanea. Tornare a raccontare delle storie con un inizio, un centro e una fine. Questo è stato l’intento con cui si è rimesso mano alla drammaturgia e la base su cui costruire l’intera messa in scena. I temi affrontati non sono però solamente il ricordo, bensì il presente e la speranza del futuro. Del futuro della mia generazione. Non posso certo parlare per tutti, ma come tutti anche io soffro quotidianamente le criticità del mio contemporaneo e del mio comportamento. Questo spettacolo è stato l’occasione, forse più di altre, di fare un sano esame di coscienza, artistico e non. Probabilmente nel guardarmi indietro, nel riavvolgere il nastro della vita ho cercato di compiere un primo passo di maturazione. Probabilmente negare il movimento di proiezione in avanti attraverso un movimento rivolto al passato è un processo inevitabile per crescere, per camminare in avanti. Un prendere la rincorsa e scontrarsi con il reale, accettandone i limiti, ma senza lamentarsene. Non c’è morale. Non c’è nemmeno ideologia, ma domande. Così è nata una preghiera.

Mauro Santopietro

Padre, Figlio e Sottospirito

MAURO SANTOPIETRO

Mauro Santopietro si diploma in qualità di attore nel 2005 presso l’Accademia Nazionale e continua il suo percorso artistico con Anton Milenin, Saverio La Ruina, Nicolaj Karpov, Juri Alschitz, Bruno de Franceschi ed altri. Nel 2008 comincia la sua formazione in drammaturgia, vince una borsa di studio europea in scrittura e si forma con insegnanti quali Vincenzo Cerami, Ruggero Cappuccio, Diego de Silva e Raffaele La Capria. Nel 2010 partecipa ad un “laboratorio di drammaturgia permanente” in qualità di attore diretto da Fausto Paravidino e Letizia Russo. Come attore partecipa a produzioni di teatri stabili e compagnie private, ed è diretto da Giles Smith, Attilio Corsini, Luca Ronconi, Daniele Abbado, Giancarlo Sepe, Luca Barbareschi ed altri. In televisione partecipa a numerose serie tv ed è diretto da Angelo Longoni, Riccardo Donna, Vittorio De Sisti, Alberto Capone, Ambrogio Lo Giudice, Stefano Sollima, Tiziana Aristarco, Enzo Monteleone, Cristina Comencini  e Monica Vullo. Nel 2005 comincia invece la sua collaborazione con la regista Loredana Scaramella, partecipando a diverse produzioni per il Globe Theater di Roma (direzione Gigi Proietti) con cui firma anche l’adattamento di tre testi teatrali. Nel 2011 collabora con la compagnia di Reggio Emilia MaMiMò presso il teatro piccolo orologio di Reggio Emilia, con la compagnia Errare Persona di Frosinone come drammaturgo del testo “Vènto di vénti”; con  l’Università La Sapienza di Roma come ricercatore e assistente alla “cattedra di teatro” presso la facoltà di lettere e filosofia all’interno del dipartimento di moda e costume. Collabora anche con la compagnia scena nuda di Reggio Calabria come dramaturg e nel 2011 è finalista al premio scenario con il testo “RaeP” di cui è anche autore, ottenendo la produzione del Teatro stabile d’innovazione di Orvieto, partecipando poi a numerosi festival Nazionali ed Internazionali. Nel 2012 entra a far parte del collettivo de-centrato contribuendo alla gestione del Teatro della Dodicesima di Roma. Nel 2013 vince un bando di produzione della regione Lazio per il testo “Adamo & Eva” e la produzione del Teatro Stabile d’Abruzzo.

ANTONIO TINTIS

Si diploma come attore all’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica “Silvio D’Amico”, e perfeziona la sua formazione con Rena Mireczka, Roberta Carreri, José Sanchis Sinisterra, Emma Dante. Lavora con numerosi registi, tra i quali Domenico Polidoro, Roberto Cavosi, Claudio Longhi, Massimiliano Farau, Viktor Bodo, Walter Le Moli, Luciano Colavero (con il quale fonda la compagnia La Fiera), Gigi Dall’Aglio, Peter Stein. Dopo aver fatto parte della compagnia stabile del Teatro Stabile di Torino e del Teatro Due di Parma, prende parte ad alcuni degli spettacoli recentemente  più premiati in Italia, quali “La resistibile ascesa di Arturo Ui” e “Il ratto d’Europa” per la regia di Claudio Longhi, e “Il ritorno a casa” per la regia di Peter Stein. Ha partecipato in qualità di insegnante a numerosi laboratori sulle tecniche attoriali.

Grey’s Anatomy 13, episodio 9: la verità ti fa male?

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Grey’s Anatomy ci lascia in sospeso per i prossimi due mesi: You haven’t done nothin è l’ultimo episodio prima della consueta pausa invernale.

Fin al 20 gennaio, quindi, rimarremo con un grandissimo dubbio: Alex patteggerà e andrà in carcere per due anni? Già, perché proprio il giorno prima del verdetto Jo decide di rivelargli la verità sul suo marito violento, visto che è stata chiamata a testimoniare in tribunale.

Alex, per evitarle di dire la verità di fronte alla corte e dunque di farla ritrovare dal marito, decide di comportarsi da eroe. Almeno finché Meredith non gli lascia un messaggio in segreteria in cui gli spiega che non è giusto sacrificarsi così e buttare al vento la sua carriera per un piccolissimo errore.

Alex: This is your life. You’re Jo Wilson. You belong here.

A parte questo punto focale, l’episodio è molto interessante in generale: si concentra sul crollo di una palazzina che lascerà sconvolte molte persone all’interno dell’ospedale.

Troviamo Owen e Riggs sempre più vicini: Hunt teme di ritrovarsi di nuovo in un vicolo cieco per la questione figli. Non a caso Amelia se n’è andata lasciandogli un biglietto. L’amico – nemico dice una grande cosa a questo punto: “Visto che ci sei già passato, stavolta sai come affrontarlo“. Nessuna novità invece per quanto riguarda i rapporti tra Riggs e Meredith. Non c’è più spazio per l’amore in questa stagione!

Ci stupisce trovare una Maggie molto agguerrita: la dottoressa non ci sta a lasciare ad Eliza il posto di Webber. Povera Miranda, si troverà contro una schiera di medici inferociti… Lei non ha fatto altro che prendere la decisione più difficile per l’ospedale, mettendo a dura prova il rapporto con il suo mentore, nonché amico Richard.

Restiamo quindi con una serie di domande in sospeso sia sul futuro del nostro Alex (comunque vada non credo uscirà dal cast), che su quello di Webber.

Ci alletta l’idea di Arizona ed Eliza insieme: sarebbe ora che la nostra adorabile bionda si rifacesse una vita sentimentale! Una volta era attivissima con le infermiere, ma crediamo che la storiella con Leah e la relativa denuncia l’abbiano un po’ turbata.

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Abbiamo tempo per rimuginare, le risposte arriveranno tra un bel po’.

Alessia Pizzi

 

RvB ARTS presenta ‘Oscar Wilde, The Happy Prince e altre fiabe’

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Durante il periodo delle festività natalizie RvB Arts presenta Oscar Wilde, The Happy Prince e altre fiabe, una mostra collettiva che prende spunto dalle nove fiabe scritte dal celebre autore irlandese per intrattenere i suoi figli.

Con la sua straordinaria versatilità creativa, Wilde inventò un mondo incantato fuori dal tempo: sogni cavallereschi popolati da principi, re, streghe, nani e sirene, e perfino avventure esotiche in un Oriente di fantasia. Il principe felice, Il gigante egoista, L’usignolo e la rosa, Il pescatore e la sua anima sono alcuni dei racconti che hanno ispirato i 17 artisti coinvolti in questa collettiva dedicata a Wilde e alla sua ricerca della bellezza. Con opere che vanno dalla pittura, alla scultura, al disegno, al collage, alla fotografia, ogni artista fornirà al visitatore un’interpretazione del tutto personale di queste favole che parlano più agli adulti che ai bambini. Come disse Wilde stesso, le fiabe furono scritte “non per fanciulli, ma per persone dall’animo fanciullesco, tra i diciotto e gli ottanta anni”.

Durante l’inaugurazione, giovedì 1 e venerdì 2 dicembre, saranno sorteggiate 4 opere donate dagli artisti per supportare l’istruzione dei bambini della baraccopoli Deep Sea, Nairobi, Kenya, progetto curato da AfrikaSì Onlus. I sostenitori faranno un’offerta libera a partire da € 2,00 per partecipare all’estrazione finale. I 4 biglietti che risulteranno vincitori riceveranno in premio un’opera d’arte creata specificamente per OSCAR WILDE, THE HAPPY PRINCE e ALTRE FIABE.  La mostra resterà aperta fino a sabato 14 gennaio, orari 11:00-13:30 e 16:00-19:30; domenica e lunedì chiuso.

RvB ARTS OSCAR WILDE, THE HAPPY PRINCE e ALTRE FIABE

Per questa speciale occasione saranno presenti, a sostegno della causa, alcuni personaggi del mondo dello spettacolo, i quali estrarranno i numeri vincitori e consegneranno le opere. Creata da Michele von Büren, RvB Arts promuove l’Accessible Art, scova talenti emergenti. Organizza mostre ed eventi con lo scopo di far conoscere l’arte contemporanea in maniera divertente ed informale, rendendola anche ‘abbordabile’ da un punto di vista economico.